Gennaio 18th, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE CRYSLER HA BISOGNO DI SOLDI PER PAGARE I DEBITI CON UN BILANCIO 2011 PREVISTO IN PERDITA DI 2,3 MILIARDI DI EURO…PER LA FIAT SI PREVEDE UNA PERDITA DI 2 MILIARDI…IN REALTA’ DEI 20 MILIARDI DI CERTO (FORSE) CE N’E’ UNO SOLO
Adesso che Mirafiori ha votato, adesso che le nebbie (e i veleni) della propaganda cominciano a diradarsi, Sergio Marchionne non potrà più liquidare la questione con un’alzata di spalle e qualche frasetta di circostanza. Non potrà più permettersi di giudicare addirittura “offensiva”, come ha fatto il 3 gennaio, la richiesta di maggiori dettagli sull’immaginifico piano “Fabbrica Italia” con i suoi 20 miliardi di investimenti tra il 2010 e il 2014.
Dagli annunci bisogna prima o poi passare ai fatti concreti, magari risolvendo un paio di questioni non proprio secondarie…
Come verranno finanziati i nuovi investimenti?
In altri termini, dove troverà i soldi Marchionne, tenendo conto che entro il 2011, secondo quanto lui stesso ha dichiarato, Fiat vuole anche salire al 51 per cento di Chrysler per poi, possibilmente, sostenerne lo sviluppo?
Fin qui il capo del Lingotto ha sempre incassato il sostegno concreto delle banche.
Non a caso proprio nei giorni caldi della battaglia di Mirafiori, il numero uno di Intesa Corrado Passera è sceso in campo personalmente dichiarando che “dobbiamo essere tutti vicini alla Fiat”.
Questa però è politica.
Sul piano dei numeri, quelli di bilancio, è chiaro che l’ipotesi che la Fiat diventi “americana” in tempi molto più brevi rispetto a quelli previsti da principio, è stata considerata con grande attenzione dai vertici dei maggiori istituti di credito nazionali.
Se non altro perchè questi nuovi impegni andrebbero a sommarsi a quelli di Fabbrica Italia.
Ecco qualche numero, giusto per dare un’idea.
Nella migliore delle ipotesi, rimborsando i debiti con i governi americano e canadese e tenendo conto di un possibile (ma tutt’altro che sicuro) sbarco in Borsa entro quest’anno, la Chrysler difficilmente riuscirà a chiudere il bilancio 2011 con un debito industriale netto inferiore ai 3 miliardi di dollari, circa 2,3 miliardi di euro.
Una somma che andrebbe ad aggiungersi ai debiti industriali di Fiat auto, che nel prospetto informativo per la scissione, vengono indicati in 2 miliardi. Queste cifre vanno confrontate con un altro dato importante.
E cioè che nè l’azienda torinese nè tantomeno la Chrysler, che si sta riprendendo solo ora dalla bancarotta, sono ancora in grado di generare cassa in quantità tale da finanziare ingenti investimenti.
Allora si ritorna al quesito di partenza: come pensa Marchionne di finanziare i mastodontici investimenti di Fabbrica Italia?
Ci vorrebbe una velocissima ripresa del mercato automobilistico e servirebbe soprattutto che Fiat fosse in grado di cavalcarla.
Gli ultimi dati di vendita non autorizzano grandi speranze.
E per i tanto attesi nuovi modelli c’è da attendere come minimo alcuni mesi, sempre che siano in grado di ribaltare davvero la situazione.
Ecco perchè molti analisti ormai ritengono che quella cifra di 20 miliardi va presa in considerazione solo fino a un certo punto.
Insomma, incominciano a pensare che dopo tanti annunci roboanti Marchionne alla fine sarà costretto a fare i conti con la realtà .
Andrà a finire davvero così?
Al momento pare azzardato fare previsioni, però il passato recente offre qualche indicazione non proprio rassicurante.
Vittorio Malaguti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 18th, 2011 Riccardo Fucile
TRA GLI ISCRITTI ALLA FIOM IL 25% HA VOTATO SI’, TRA I SINDACATI CHE APPOGGIAVANO IL SI’ IL 33% HA VOTATO NO….E TRA I NON ISCRITTI AI SINDACATI IL 60% HA VOTATO NO… MAGGIORANZA PRAGMATICA E MINORANZA RISSOSA O SOLO TANTI INCAZZATI?
Il voto dei lavoratori Fiat delle Carrozzerie di Mirafiori impone alcune riflessioni, fermo restando che il risultato è a favore del Sì all’accordo sulla futura organizzazione del lavoro.
La prima considerazione da fare è che nessuno aveva previsto che la linea del No sostenuta dalla Fiom avrebbe raccolto tanto consenso.
La seconda riguarda la quantità di operai che hanno votato no all’accordo, facendo una scelta considerata alla vigilia, da tutti gli osservatori e da quasi tutti gli stessi protagonisti della contesa, irrazionale e autolesionista.
Solo dieci giorni prima dell’apertura delle urne i sindacati firmatari dell’accordo con Marchionne (Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Ugl), titolari del 70 per cento delle tessere sindacali delle Carrozzerie di Mirafiori, si dicevano certi di raggiungere con il Sì l’80 per cento dei consensi.
Un ottimismo che ha contagiato tutte le forze politiche e forse la stessa Cgil. L’ultimatum di Marchionne (“se vince il No sbaracco tutto”) sembrava efficace. Tutto il ceto politico si è immaginato un ceto operaio realisticamente proteso alla difesa del posto di lavoro prima di tutto.
I risultati hanno sorpreso la stessa Fiom, che prima dell’apertura delle urne considerava un buon successo stare con il Sì sopra il 30 per cento.
L’esito dello spoglio dice che i Sì sono stati 2.735, i No 2.325.
Se si sottraggono i voti degli impiegati (421 Sì, 20 No), si scopre che tra gli operai i Sì (2.314) prevalgono sui No (2305) di soli 9 voti.
Politicamente è un pareggio…
Un exit poll su 500 votanti realizzato dal sito Internet Termometro Politico fornisce indicazioni curiose.
Tra gli iscritti della Fiom, uno su quattro avrebbe votato Sì.
Tra gli iscritti alle quattro sigle del fronte del Sì, uno su tre avrebbe votato No, cioè senza stare a sentire il proprio sindacato.
E tra i non iscritti al sindacato (considerati da tutti orientati al tacito consenso per la linea aziendale) il No avrebbe sfiorato il 60 per cento.
Viene fuori un quadro frastagliato del voto.
A chi ha rappresentato la sfida di Mirafiori come un confronto tra una maggioranza modernamente pragmatica e una minoranza rissosa e ideologizzata bisognerebbe ora ricordare come molti iscritti alla Fiom votino Lega Nord e Pdl.
Sicuramente il No era una scelta che non dava grande prospettiva, e infatti quasi tutti coloro che hanno votato così hanno detto ai rilevatori di Termometro Politico di aver voluto dire No a un ricatto.
Sicuramente la metà degli operai di Mirafiori non sono pragmatici come si credeva.
Ma adesso dobbiamo definirli ideologizzati o più semplicemente esasperati fino all’eventuale autolesionismo…?
Questa è la discussione che nelle prossime settimane potrebbero utilmente condurre tutti quei politici e sindacalisti che di questo umore operaio non hanno avuto nè un sentore nè un sospetto…
Rimane un problema: il Rinascimento automobilistico di Marchionne partirà , tra un anno e mezzo almeno, con l’assemblaggio del nuovo Suv marchiato Jeep e Alfa Romeo affidato a una catena di montaggio in cui un addetto su due, grosso modo, avendo votato No è stato ieri salutato dallo stesso Marchionne come “legato al passato e restio al cambiamento”, preso dalla “rassegnazione del declino”, che per sua natura “parla soltanto o aspetta che le cose succedano”.
Agli operai del No, alla metà degli operai di Mirafiori Carrozzerie, Marchionne chiede di mettere da parte “ideologie e preconcetti”.
Come se fossero preda della propaganda estremista della Fiom.
E invece sono preda di una sorda incazzatura che supera la stessa paura e che neppure gli uomini Fiom hanno colto in pieno.
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Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile
SE NE VA PIETRO MICHELI, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE INDIPENDENTE DI VALUTAZIONE, ACCUSANDO BRUNETTA: “TROPPE PRESSIONI E BUROCRAZIA, RIFORMA IN ALTO MARE”….”COMMISSIONE INUTILE, MI DIMETTO”
Una riforma storica, che l’Italia aspetta da anni, divenuta un giocattolo nelle mani della politica. 
Impantanata tra gli «adempimenti burocratici» che non snelliscono la pubblica amministrazione nè migliorano i servizi ai cittadini.
E che ora rischia di fallire.
Con una lettera-denuncia al ministro Renato Brunetta si consuma l’addio di Pietro Micheli dalla Civit.
La Civit è la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, che ha un ruolo di primo piano nell’attuazione della riforma.
Micheli si è dimesso due giorni fa, torna a lavorare all’estero, uno dei 5 membri nominati a dicembre 2009, arrivato apposta dalla Gran Bretagna, dove era consulente del corrispettivo organismo inglese.
Va via perchè «non credo vi siano più i presupposti per lavorare», dice.
E accusa: a dispetto dei risultati iniziali, i difetti nell’impianto e «i gravi difetti nel modo in cui sta essendo attuata, rischiano di far naufragare» la riforma.
Nelle sue parole c’è il rammarico di chi ha trascorso 150 giorni per il Paese a parlare con dipendenti e amministratori, spiegare il testo, scrivere documenti, e oggi traccia un bilancio negativo.
Ritiene che la nota “autorità anti-fannulloni” rischia di perdere la partita perchè non ha margini d’azione.
«La mia valutazione attuale – si legge – è che i limiti stiano prevalendo sul cambiamento e i vizi di un sistema da riformare non siano stati affrontati in modo corretto e con l’intensità di energie politiche e risorse economiche che la sfida richiede».
Sotto accusa l’impianto della riforma costruita sui cardini della performance e della valutazione e i poteri della Commissione – finita nella bufera quando il presidente Antonio Martone, anche se non indagato, è rimasto coinvolto nell’inchiesta sull’eolico e la nuova P3 – che deve indirizzare, coordinare e sovrintendere alle valutazioni dei dipendenti pubblici e garantire la trasparenza delle amministrazioni.
Dopo il consenso della campagna anti-fannulloni, la riforma si è concentrata sulla “performance individuale” dei dipendenti.
Premi e sanzioni ne sono stati il fulcro, ma le risorse per i primi sono state azzerate dalla legge di stabilità .
L’assenteismo si è ridotto, ma «ha finito per deprimere la reputazione e il senso di appartenenza di tanti», denuncia Micheli.
Che tornelli e telecamere non basteranno a rimotivare.
«Per rendere la PA più efficiente e competitiva bisogna risolvere i problemi a livello organizzativo e di sistema» suggerisce l’ex membro della Civit «puntando sulla creazione di valore pubblico e la valutazione degli impatti dell’azione amministrativa».
Per chiarire la sua scelta ricorda anche le difficoltà .
La Commissione non ha potere ispettivo nè sanzionatorio, come il National Audit Office inglese che ha un organico di 800 persone contro le 12 di quello italiano, senza sede propria ma ospitato dagli uffici dell’Aran.
La commissione è indipendente solo sulla carta: «Le ingerenze della politica sono fortissime – racconta Micheli – ha un budget di 8 milioni di euro l’anno: la metà va a progetti vagliati da Brunetta e dal ministero dell’Economia».
E ricorda che «oltre alle pressioni su come usarli, i fondi stanziati per il 2010 non sono ancora allocati».
Ruolo e compiti si sovrappongono a quelli di altri soggetti che interagiscono con la PA, come la Ragioneria dello Stato.
Non manager ma soprattutto giuristi i suoi membri, la cui indipendenza è minata dal fatto che «il governo si riserva di determinare nomine, compensi e ambiti di operatività ».
E nei prossimi mesi – prevede Micheli – ci sarà un fuggi-fuggi dei ministeri dalla valutazione dei dipendenti, come già è accaduto con l’autoesclusione della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia.
Paola Coppola
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA LUNGA NOTTE DEL REFERENDUM SI E’ CONCLUSA ALL’ALBA: IL NO IN VANTAGGIO COL VOTO DEGLI OPERAI DELLE CATENE DI MONTAGGIO, POI LA SCOSSA DECISIVA DAL SEGGIO DEGLI IMPIEGATI CHE FA LA DIFFERENZA
Il sì prevale di misura a Mirafiori.
Al termine di una lunghissima notte di scrutinio (i seggi si sono chiusi alle 19.30, i risultati finali si sono avuti dopo le 6 del mattino), i voti favorevoli all’accordo separato del 23 dicembre 1 sono stati il 54%, quelli contrari il 46%.
Altissima l’adesione al referendum, che ha superato il 94,6% (circa 5.139 persone) degli aventi diritto.
Tensione prima della fine dello spoglio delle schede. Quando si è avuta la certezza matematica della vittoria del sì, un esponente della Fismic ha esultato, e ne è nato un violento diverbio con alcuni rappresentanti della Fiom; uno di questi è stato colto da un malore ed è stato necessario l’intervento di un ambulanza.
Il risultato è decisamente al di sotto di quello di Pomigliano, dove quest’estate i sì avevano ottenuto il 63% e i no si erano fermati al 36%.
Decisivo, per la vittoria del sì a Mirafiori, l’apporto degli impiegati, che hanno votato in massa a favore dell’accordo voluto da Marchionne: su 441 voti espressi, solo 20 tra i colletti bianchi hanno respinto l’intesa, mentre 421 l’hanno approvata.
Il peso degli impiegati alla fine è stato risolutivo per far pendere la bilancia a favore del sì, anche se il voto favorevole è prevalso di un soffio, solo 9 schede su oltre 4mila 500 anche tra le tute blu.
Nelle aree operaie dove maggiore sarà l’effetto della rivoluzione di Marchionne, infatti, i sì e i no sono praticamente arrivati pari.
Al montaggio e in lastratura la riduzione delle pause, e la nuova turnistica che potrebbe anche arrivare a prevedere dieci ore di lavoro consecutivo, sono stati bocciati dalle tute blu: al montaggio con oltre il 53% di no, mentre in lastratura la percentuale di coloro che hanno respinto l’accordo è stata leggermente inferiore.
A sostegno del sì invece, oltre agli impiegati, il voto della verniciatura e di coloro che svolgono in modo continuativo il turno di notte, quello che viene considerato un privilegio concesso dall’azienda per l’aumento in busta paga determinato dalle indennità per l’orario di lavoro particolarmente disagiato.
“Come per tutti i veri cambiamenti la decisione è stata sofferta. Alla fine hanno vinto le ragioni del lavoro – ha commentato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti – il sì all’accordo ci fa vedere con più ottimismo il futuro di Mirafiori e dell’industria automobilistica nel nostro Paese”.
Il segretario nazionale della Fiom responsabile del settore auto, Giorgio Airaudo, ha precisato che “bisogna apprezzare il grande coraggio e l’onesta di una grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no all’accordo. Come gli operai delle linee di montaggio. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica”.
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Gennaio 15th, 2011 Riccardo Fucile
DE BENEDETTI E CONFALONIERI SI TROVANO D’ACCORDO NEL CHIEDERE SACRIFICI AI GIORNALISTI…SU 108.000 ISCRITTI ALL’ALBO, SOLO MENO DELLA META’ PERCEPISCE UNO STIPENDIO, APPENA 22.000 SONO DIPENDENTI A TEMPO INDETERMINATO… NETTO CALO DELLE VENDITE: IL SOLE 24 ORE -14%,1%, CORRIERE DELLA SERA -12,9%, REPUBBLICA -7,9%, LA STAMPA -7,2%
“De Benedetti ha ragione: i giornalisti devono lavorare in tutte le piattaforme dell’azienda editoriale senza chiedere soldi in più. A patto però che in cambio venga loro riconosciuta una partecipazione agli utili di tutte le attività dell’ingegnere, non solo del gruppo Espresso”.
A Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti, le parole dell’Ingegnere editore di Repubblica non sono piaciute.
Invitato insieme a Fedele Confalonieri (Mediaset) e Pier Gaetano Marchetti (Rcs) ad aprire il congresso della Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) a Bergamo, Carlo De Benedetti ha invitato i giornalisti a non lamentarsi della multimedialità .
“Invece di chiedere aumenti i giornalisti dovrebbero ringraziare gli editori, che gli danno la possibilità di essere visibili su una pluralità di piattaforme. Chiedono più soldi per la multimedialità , ma loro interesse è avere la maggior visibilità possibile”.
Secondo Roberto Natale, presidente della Fnsi, l’ingegnere “ha un’idea particolare della nostra professione, la visibilità di cui parla non serve a nulla. Gli imprenditori devono mettersi in testa che devono essere riconosciuti compensi adeguati e guardare con realismo all’enorme problema del precariato”…
Dice Natale: “Abbiamo pubblicato uno studio dal quale emerge che di 108 mila iscritti all’albo professionale 49mila hanno un reddito, di questi 22 mila sono dipendenti, a termine o a tempo indeterminato, altri 27 mila sono autonomi e tra loro appena la metà percepisce un reddito superiore a 5 mila euro lordi annui. Cosa se ne fanno della visibilità …?”, si chiede Natale.
Lo stupore della stretta di mano tra De Benedetti e Confalonieri, rivali nella vicenda Lodo Mondadori, è passato presto.
E’ bastato sentirli parlare per capire che sono d’accordo anche nella gestione del lavoro giornalistico.
I rispettivi gruppi, così come Rcs e altri, hanno goduto di uno stato di crisi che ha permesso una riduzione dell’ organico e dei costi.
Uno studio pubblicato dal Sole 24 Ore, traduce in freddi numeri i pesanti tagli fatti, nonostante i forti incentivi economici da parte del governo (come finanziamento pubblico) che garantiscono ai gruppi di rimanere in attivo.
Due gruppi continuano ad avere il margine operativo netto negativo: Il Sole 24Ore (-29 milioni ) e Class (-3 milioni).
Solo Cairo e l’Espresso hanno margini rispetto al fatturato a due cifre: 14,9 per cento e 11,9 per cento.
Mondadori al 7,5 per cento.
Mentre Caltagirone e Rcs sono sotto alla media con, rispettivamente, il 3,4 e il 2,5 per cento.
Eppure, complessivamente, nel 2008 gli editori hanno spesato 46 milioni di esodi incentivati, nel 2009 ben 176 milioni, pari all’11 % dei costo totale del lavoro.
Con finanziamenti pubblici, rimborsi e aiuti, stato di crisi concordate con le redazioni per ridurre i giornalisti assunti (vicino ormai al 20 per cento in meno di due anni fa), tagli draconiani degli investimenti materiali, crollati del 75 per cento, i conti rimangono quasi in perdita.
E le copie vendute diminuiscono.
Tra agosto 2009 e lo stesso mese 2010 (ultimi dati disponibili) il quotidiano di Confindustria ha perso il 14,1 %, Il Corriere della Sera segna un meno 12,9 %, La Repubblica e La Stampa, perdono rispettivamente 7,8 e 7,2 per cento. Persino De Benedetti ha riconosciuto che i livelli di vendite “sono tornati al 1939, con un fatturato in dieci anni diminuito del 40 per cento”.
Natale gli suggerisce di “cominciare a cercare la qualità , ad avvicinarsi ai giovani e riconoscere ai giornalisti compensi adeguati”.
Anche perchè la categoria ha già dato.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile
VENTI MILIARDI DI INVESTIMENTI PROMESSI, RIDUZIONE DEI DIRITTI, AUMENTO DEI RITMI DI LAVORO: GLI OPERAI CHIAMATI A SCEGLIERE IL PROPRIO FUTURO IN UN CLIMA DI TENSIONE E DI RICATTO… CON L’ANOMALIA DI UN PREMIER CHE INVITA LA FIAT AD ANDARE ALL’ESTERO IN CASO DI SCONFITTA
Gli operai delle carrozzerie di Mirafiori, 5500, cominceranno a votare questa sera durante il turno che inizia alle 22.
Le votazioni si chiuderanno domani.
Molto probabile la vittoria dei “Sì” all’accordo, ma è molto rilevante quale sarà la percentuale dei “No”.
Queste le ragioni per scegliere l’approvazione o la bocciatura dell’accordo che prevede investimenti in cambio di flessibilità e minori tutele…
Limiti al diritto di sciopero
SàŒ: Sanzionare chi sciopera contro l’accordo (fino al licenziamento) è l’unico modo che ha l’azienda per assicurarsi che sia rispettato, visto che neppure gli iscritti dei sindacati firmatari sono vincolati a farlo
NO: Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione (articolo 40) ed è un diritto individuale, i sindacati non possono porvi limiti, non è nella loro disponibilità …
Aumentano Turni e straordinari
SàŒ: La flessibilità è indispensabile per competere nel mercato dopo la crisi e approfittare dei picchi di domanda. Le retribuzioni mensili aumenteranno grazie al maggior ricorso al lavoro notturno e agli straordinari…
NO: La totale discrezionalità dell’azienda nel decidere quando e come chiedere straordinari e turni aggiuntivi impedisce di organizzarsi la vita. E passare da 40 a 200 ore (120 su richiesta dell’azienda) di straordinario significa un aumento sensibile del carico di lavoro…
Pause più brevi e taglio di 10 minuti
SàŒ: La variazione è poco rilevante, i 10 minuti che si perdono vengono anche retribuiti (32 euro al mese).
NO: I lavori ripetitivi richiedono pause abbastanza lunghe da far riposare il corpo, altrimentisono inutili. Tre pause da dieci minuti non equivalgono a una di trenta…
Sanzioni per l’assenteismo
SàŒ: Scattano solo in situazione di evidente anomalia, quando ci sono picchi, vicino ad altri riposi o ferie, che fanno sospettare un comportamento scorretto. I furbi penalizzano chi si comporta correttamente, quindi ben venga la linea dura.
NO: Il problema di Mirafiori non è l’assenteismo, come non lo era a Pomigliano, ma che le fabbriche sono ferme perchè non c’è domanda di auto Fiat. Misure come queste servono solo a marcare il controllo aziendale sui dipendenti, impedendo di valutare caso per caso…
Fiom senza rappresentanza
SàŒ: Lo statuto dei lavoratori, nuova norma di riferimento visto che la nuova Mirafiori non sarà in Confindustria e quindi non si applica l’accordo del 1993, prevede rappresentanze soltanto per chi firma l’accordo. La Fiom lo sapeva e ha scelto di non aderire. Visto che la Fiom non ne condivide i contenuti, è logico che siano gli altri sindacati a vigilare sulla sua applicazione.
NO: Il problema non è solo la Fiom. Non ci saranno più elezioni dei rappresentanti: ne vengono assegnati 15 a ogni sindacato firmatario a prescindere da quanto sia rappresentativo. I sindacati firmatari, come Cisl, Uil e Fismic, hanno poi diritto di veto sull’eventuale adesione della Fiom, che non potrà più neppure usufruire dei normali strumenti sindacali, come le trattenute in busta paga e i permessi per i delegati…
Investimenti per 20 miliardi di euro
SàŒ: In questo momento non si può contraddire Marchionne perchè altrimenti si rimette in discussione il piano industriale che prevede 20 miliardi di investimenti in Italia. È l’ultima chance di rendere il Paese rilevante nel settore, perchè solo sfruttando al massimo gli impianti (una volta adeguati) si può essere competitivi…
L’alternativa agli investimenti è lo spostamento della produzione all’estero e, in prospettiva, forse la chiusura.
NO: La Fiat non ha 20 miliardi cash da investire, forse spera di recuperarli dalla quotazione di Chrysler. Per ora ci sono soltanto 700 milioni a Pomigliano. In ogni caso non c’è alcuna garanzia che ci sia la domanda di auto Fiat per raddoppiare la produzione di qui al 2014, come prevede il piano industriale…
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Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile
IN ITALIA I SENZATETTO SONO ORMAI 100.000: COME STA CAMBIANDO LA MAPPA DELL’EMARGINAZIONE…E’ UN ESERCITO DI INVISIBILI CHE CAMMINA NELLE NOSTRE CITTA’ NELLA INDIFFERENZA DELLO STATO E CHE SOPRAVVIVE SOLO GRAZIE AL VOLONTARIATO
È un esercito fantasma. Ogni anno più grande.
Difficile contare gli invisibili: tra gli 80 e i 100mila.
Sono i clochard d’Italia: per lo più maschi, spesso stranieri, in strada da almeno tre anni. E non mancano i bambini.
«I senzatetto sono in aumento – sostiene Paolo Pezzana, presidente della “Federazione italiana organismi per persone senza dimora” – la crisi sta infatti colpendo i soggetti più deboli: anziani, ma anche famiglie con figli e padri separati».
Tra i nuovi poveri, i minori.
Secondo le rilevazioni Eurostat, in Italia un bambino su quattro è a rischio povertà e ben 649mila minorenni non riescono ad avere accesso ai beni essenziali.
E ancora: l’Istat denuncia che il 20,6% delle famiglie vive in abitazioni con strutture fortemente danneggiate e l’11,3% è in arretrato nel pagamento dell’affitto o del mutuo.
«Quello degli homeless è storicamente un fenomeno urbano, ma negli ultimi anni sta dilagando anche in provincia, dove il 70% dei senzatetto è immigrato». Stime nazionali?
A giugno si concluderà l’indagine condotta dal ministero del Welfare.
«Per ora – spiega Pezzana – valutiamo tra i 50 e i 70mila i clochard, limitandoci ai senzatetto veri e propri e agli ospiti dei centri d’accoglienza. Ma la stima arriva a 100mila persone, comprendendo coloro che vivono in baracche e bidonville».
A fotografare gli invisibili ci prova anche il Viminale.
Il 17 luglio 2010 è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del ministero dell’Interno sul registro nazionale delle persone senza fissa dimora.
Titolare del registro nazionale è la Direzione centrale per i servizi demografici del Dipartimento per gli affari interni e territoriali.
Come funziona? Ai singoli Comuni spetta comunicare via Internet al Viminale i dati dei senzatetto residenti sul proprio territorio.
Alcuni si sono già mossi: Milano, per esempio, ha censito 1.100 homeless, distribuiti tra ventiquattro sedi della città .
Ma è solo la punta dell’iceberg. «Oggi se una persona non ha casa, può chiedere di eleggere il proprio domicilio presso un’associazione o presso la casa comunale – spiega Pezzana – e così viene iscritto all’anagrafe con un domicilio fittizio e può usufruire dei servizi comunali».
Qualche esempio? A Roma i senzatetto vengono registrati in via Modesta Valenti, a Torino in via della Casa comunale (tutte via che esistono solo sulla carta), a Milano presso varie associazioni, come la Caritas.
«Molti però non chiedono l’iscrizione oppure non possono chiederla, perchè immigrati irregolari. Gli elenchi che i Comuni consegneranno al Viminale saranno incompleti – avverte Pezzana – ma speriamo utili ad avviare un’adeguata politica degli alloggi».
Il problema viene visto però dal governo come solo inerente alla “sicurezza” e non prevedendo stanziamenti per assicurare assistenza e una sistemazione dignitosa ai senza dimora.
A questo provvedono le associazioni di volontariato che fanno l’impossibile per dare una mano a chi vive in condizioni di disagio, ma i mezzi sono limitati.
E ormai sono centinaia anche i bambini che dormono in strada, nell’indifferenza della politica e della casta.
Il vero legittimo impedimento che si dovrebbe votare all’unanimità dovrebbe essere solo quello che vieti a un bimbo di morire di freddo in una notte d’inverno nel nostro Paese.
Per povertà , non per sottrarsi a un processo.
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Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE CONDANNATO DAL TRIBUNALE CIVILE PER AVER TAGLIATO ANCHE DEL 50% LE ORE DI SOSTEGNO AI RAGAZZI DISABILI…DIVERSE FAMIGLIE AVEVANO PRESENTATO RICORSO IN PROCURA CONTRO IL MINISTERO E L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE…LE BUGIE DELLA GELMINI
A inizio anno, il ministro Gelmini aveva promesso l’aumento degli insegnanti da affiancare agli studenti con disabilità .
In realtà , le famiglie hanno assistito al drastico taglio delle ore di sostegno. Da qui la decisione del ricorso.
Supportata dalla convinzione che la scarsità delle risorse non potesse giustificare la lesione di un diritto fondamentale come quello all’istruzione.
E così ieri i giudici milanesi hanno dichiarata “accertata la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente (2009-2010)”.
“E’ una sentenza importante”, spiega l’avvocato Livio Neri di Avvocati per Niente onlus, legale dei 17 genitori.
“Per la prima volta un giudice parla di discriminazione in materia di sostegno scolastico”.
Altra novità è la scelta di tante famiglie di agire collettivamente.
“Questa decisione — precisa Neri — impedirà agli uffici scolastici di tirare la coperta, togliendo le ore a chi non protesta”.
Ma il direttore scolastico per la Lombardia Giuseppe Colosio frena: “Potremo fare ben poco — afferma — non ci sono soldi”.
Ma Neri riosponde: “Il modo andrà trovato”.
Dopodichè annuncia un esposto in procura nel caso in cui le amministrazioni non dovessero provvedere entro i trenta giorni stabiliti dal giudice.
“La vittoria più grande”, chiarisce Maria Spallino, uno dei genitori che hanno presentato il ricorso, “è l’aver dimostrato che fare rete tra le famiglie può davvero cambiare le cose”.
E rilancia: “Questo è un primo passo all’interno di un percorso che ci vede impegnati perchè i nostri figli camminino a testa alta, a scuola come in ogni momento della loro vita nella società ”.
I genitori degli studenti sono stati assistiti nella causa dall’associazione Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità ).
“Da oggi le famiglie possono contare su uno strumento legale più rapido ed efficace per far valere i diritti dei loro figli”, spiega Marco Rasconi, presidente di Ledha Milano.
“Grazie a questa sentenza — continua Rasconi — ci auguriamo che altre famiglie escano dall’ombra per difendere il diritto dei propri figli alla formazione scolastica e non solo”.
Una sentenza che diventa un monito a certa politica degradata che pensa si possa tagliare tutto indiscriminatamente, spesso a danno dei più poveri e dei meno tutelati, operando delle odiose discriminazioni contro chi dalla vita ha già avuto sofferenza e pena.
Quella stessa politica che non dimezza le auto blu, i privilegi della casta, gli enti inutili, per poi tagliare i servizi sociali ai bisognosi.
No, la nostra destra tutelerebbe prima loro e manderebbe i politici sui mezzi pubblici, a contatto con i problemi quotidiani di quei cittadini che dovrebbero rappresentare e tutelare.
Una politica al servizio del popolo, non dei potenti.
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Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile
“ITALIAFUTURA” DICE QUELLO CHE PENSANO GLI ITALIANI: SUL SITO DELL’ASSOCIAZIONE, UN EDITORIALE CON GIUDIZI DURISSIMI SUL CARROCCIO E SULLE SCELTE DI TREMONTI…”NESSUNO IN PARLAMENTO E NEL GOVERNO SI BATTE PER LA PARTE PIU’ VIVA DEL PAESE”
Il neostatalismo municipale della Lega e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, hanno lasciato sola e tradito le aspettative della parte più viva e dinamica del Paese, e, cioè, gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti che costituiscono, in Italia, “un enorme serbatoio di competività “, quel “nerbo della nazione di cui tutti sembrano ignorare le necessità “.
E’ questo il j’accuse contenuto nell’intervento pubblicato oggi sul sito di Italiafutura, l’associazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo.
Un testo che denuncia “l’assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel Governo, si batta” per i ceti produttivi.
“L’Italia della manifattura che dimostra, nonostante tutto, di continuare a credere in se stessa, non riesce più a trovare un riferimento concreto nei partiti e nei leader, usurati, di questa seconda repubblica. Se non vogliamo che il nostro Paese, che soprattutto sull’industria ha costruito le sue fortune, diventi una nazione di piccoli e grandi rentier ogni anno più poveri – prosegue l’editoriale – dobbiamo agire subito. Il momento delle facili promesse, dei proclami ideologici e delle profezie inutili si è da tempo consumato”.
“In questo periodo è difficile trovare sui giornali notizie positive sullo stato del Paese”, osserva ancora la fondazione guidata da Luca Cordero di Montezemolo.
“Unica eccezione – sottolinea Italiafutura.it – il dato riguardante il saldo tra le aziende che hanno aperto e quelle che hanno chiuso nel 2010”, segnale di “un enorme serbatoio di competitività ” che è anche “il nerbo della nazione, di cui tutti sembrano ignorare le necessità “.
“Quello che colpisce – si legge ancora – è l’assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel governo, si batta per le ragioni e le istanze della parte più viva e dinamica del Paese”.
Nettamente negativo in particolare il giudizio sulla Lega “che pure era nata, sull’onda di un ‘tea party’ ante litteram, come forza di contrapposizione verso il peso del fisco, dello Stato e della sua pletorica burocrazia è oramai impegnata in battaglie ideologiche e distratta da dichiarazioni e ultimatum che mai hanno a che fare con gli interessi concreti delle piccole imprese”. Bocciato, come detto, anche Giulio Tremonti, “che va considerato a tutti gli effetti un esponente di punta della Lega”, al quale si rimprovera “eclettismo ideologico, flirtando da ultimo con il Berlinguer dell’austerità “.
“Se la politica economica del governo tradisce una categoria, quella degli imprenditori, che pure non gli ha mai fatto mancare il sostegno, la responsabilità maggiore è innanzitutto della Lega che è nata per rappresentare le istanze del Nord che produce”.
Spazio allora, conclude l’editoriale riconducibile al pensiero di Montezemolo, a “un’Italia che è in marcia nonostante l’immobilismo della politica. Un’Italia che accetta le sfide della globalizzazione e non si nasconde dietro superficiali e velleitarie teorie neoprotezionistiche. Un’Italia che avrebbe bisogno di supporto e di attenzione ma che non ha ricevuto nulla, pur avendo dato e continuando a dare moltissimo”.
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, economia, governo, Lavoro | Commenta »