Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
I DATI DI EUROSTAT CERTIFICANO LE DEBOLEZZE DEL SUD… E LA MEDIA EUROPEA RESTA LONTANA
Cominciamo con una magra consolazione.
La Calabria abbandona il podio, tutt’altro che prestigioso, delle regioni europee con il maggior tasso di disoccupazione giovanile e si colloca al quinto posto.
Catanzaro, a livello europeo, si mette dietro solo quattro aree. Il campanello d’allarme che segnala una delle maggiori debolezze del tessuto economico italiano, la disoccupazione giovanile (che comprende i giovani dai 15 ai 24 anni), squilla per altre due regioni meridionali. La Campania, settima, e la Sicilia, decima.
I NUMERI ITALIANI
A mettere nero su bianco i dati occupazionali delle singole regioni del Continente è Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europa. Guardando il bollettino che rende noti i tassi di disoccupazione del 2017 è palese come il basso livello occupazionale tra i giovani rappresenti un grande problema nel Sud della penisola.
La Calabria, come detto, registra un tasso di disoccupazione giovanile molto alto, pari al 55,6%, in calo in ogni caso rispetto al 2016, quando la percentuale raggiungeva il 58,7%.
A ruota la Campania, con un tasso che nel 2017 raggiunge il 54,7%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando il dato corrispondeva al 49,9%.
Decima tra le regioni europee e terza tra quelle italiane è la Sicilia con una parcentuale pari al 52,9%, in calo rispetto al 57,2 % dell’anno precedente. In generale il dato complessivo italiano mostra un miglioramento tra il 2016, quando la media nazionale raggiungeva il 37,8%, e il 2017, che si chiude con un livello di disoccupazione giovanile pari al 34,7%.
Scendendo nello specifico è possibile osservare come l’area italiana agli antipodi rispetto alla Calabria sia la Provincia autonoma di Bolzano, che registra un livello pari al 10,2%, in aumento in ogni caso rispetto al 2016, quando si fermava al 8,8%. Il divario netto tra Nord e Sud diventa evidente dividendo la penisola in 5 grandi macroaree.
Il Nord Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia) fa segnare un livello di disoccupazione giovanile pari al 26,7% (dal 32,1% del 2016.
Il Nord Est (Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna) fa segnare un tasso pari al 20,6%, in aumento di due decimi rispetto al 20,4% dell’anno precedente.
Il Centro (Toscana, Umbria, Marche e Lazio) raggiunge una percentuale del 31,1%, decisamente in discesa rispetto al 37,1% del 2016. Il Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) raggiunge un livello decisamente allarmante con un tasso medio del 51,6%, un dato migliorato dalle performance di Basilicata e Abruzzo, entrambe sotto il 40%, ma in aumento rispetto al 2016, chiuso con un livello pari al 49,2%.
Chiudiamo con le isole, con la Sardegna fa meglio della Sicilia con una media pari al 39,6%, in discesa verticale rispetto al dato del 2016, un poco lusinghiero 56,3%.
IN EUROPA
Peggio della Calabria fanno solo l’exclave spagnola in Marocco Melilla (62,7%), le isole greche del Voreio Aigaio (58,2%), la regione sempre greca dell’Epiro (58%) e il territorio francese d’oltremare Mayotte (57,7%).
Completano la graduatoria delle peggiori regioni europee per occupazione giovanile, oltre a Campania (settima) e Sicilia (decima), la regione ellenica Dytiki Makedoni (55%), la Ciudad Autonoma de Ceuta, in Spagna, con il 54,4%, e un altro territorio d’oltremare francese, Guadalope, con il 53,3%
Le regioni più virtuose in Europa sono invece quelle di Praga (Repubblica Ceca) e di Oberbayern (Germania), entrambe con l’invidiabile media del 3,8%. A seguire altre due regioni tedesche, quella di Weser-Ems e quella di Stoccarda, rispettivamente con il 4,6 e il 4,7%.
CONFRONTO TRA PAESI
La media della disoccupazione giovanile tra gli stati dell’Unione europea nel 2017 è pari al 16,8%, in discesa rispetto al 18,7% del 2016. Tra i vari Paesi ci sono però ancora distanze enormi.
Il dato migliore è quello della Germania, che con il suo 6,8% si dimostra lo stato dell’Unione più adatto al lavoro giovanile. Dietro alla locomotiva tedesca si posizionano la Repubblica Ceca, con un tasso del 7,9%, e i Paesi Bassi, con l’8,9%. All’estremo opposto troviamo invece la Grecia, con un livello di disoccupazione giovanile pari al 43,6%, in discesa rispetto al 47,3% del 2016, la Spagna, con un 38,6% che migliora il dato del 2016 del 44,4%, e appunto, l’Italia, al 34,7%.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IMPOSTE E CONTRIBUTI PESANO PER IL 47,7%… IL RAPPORTO MISURA LA DIFFERENZA TRA IL COSTO SOSTENUTO DAL DATORE DI LAVORO E QUELLO CHE PERCEPISCE IL LAVORATORE … SIAMO PEGGIO DI GRECIA E PORTOGALLO
L’Italia è al terzo posto tra i paesi Ocse per il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Che è più alto che in Grecia, Spagna e Portogallo.
Nel nostro paese, secondo il rapporto ‘Taxing Wages’ presentato a Parigi, nel 2017 il costo per un lavoratore single è stato di 69.421 euro, con tasse e contributi che hanno pesato per il 47,7% sullo stipendio. Una percentuale in calo di appena lo 0,09% rispetto al 2016, ma oltre dieci punti sopra la media Ocse del 35,9% (nel 2016 era al 37).
Il rapporto misura la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e il corrispondente reddito netto che arriva effettivamente nelle tasche del lavoratore, dopo aver quindi sottratto l’imposta personale sui redditi e gli oneri sociali e contributivi a carico di entrambe le parti, ma tenendo anche presente qualsiasi forma di agevolazione fiscale.
Peggio dell’Italia fanno Belgio (53,7%) e Germania (poco sotto il 50%).
L’Italia perde anche il duello con la Spagna, dove il costo medio di un lavoratore è stato di 63.949 dollari.
Il cuneo fiscale per i single senza figli è superiore al 45% anche in Austria, Francia e Ungheria, mentre è al 20% o anche più basso in Cile (minimo del 7%), Messico e Nuova Zelanda.
Il peso di tasse e contributi scende al 38,6% per le famiglie di 4 persone con un unico reddito, ma anche qui siamo ben oltre contro la media Ocse del 26,1 per cento. In generale, nei 17 anni di osservazione del rapporto, in Italia il cuneo fiscale è aumentato, seppur debolmente, per i lavoratori single e diminuito, altrettanto lievemente, per i nuclei familiari con due figli ed una sola persona che percepisce un reddito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
CONTAMINAZIONE DEI SAPERI E VALORI ETICI, UN MODELLO NATO ALLA OLIVETTI DI IVREA CHE PORTO’ L’ITALIA ALL’AVANGUARDIA NEL MONDO
L’opera e il pensiero di Adriano Olivetti (e del figlio Roberto) costituiscono un patrimonio
preziosissimo, ancora oggi fonte di ispirazione per i cittadini e per chi è impegnato nelle attività destinate a creare impresa, conoscenza, benessere e giustizia sociale.
Analizziamo, in rapida sintesi, i pilastri del modello olivettiano.
La Olivetti è stata innanzitutto un’azienda leader mondiale nelle tecnologie
Le produzioni dell’azienda — macchine per scrivere e da calcolo, calcolatori elettronici, meccatronica (Olivetti Controllo Numerico) e persino mobili per ufficio — hanno conquistato tutti i mercati del mondo.
Rimane il rammarico che, a partire dal 1960, insipienze e persino boicottaggi della politica e dell’establishment nazionale, e non solo, abbiano impedito all’azienda di conseguire successi in settori d’avanguardia (si pensi all’occasione perduta con il primo calcolatore elettronico da tavolo nel mondo, la “P101” di Piergiorgio Perotto).
Il modello Olivetti nasce dalla lungimiranza dell’ing. Adriano e dalla sua scelta di investire nei talenti e nei giovani laureati — capaci di garantire creatività , nuove energie e persino quella ventata di incoscienza necessaria per la costruzione di progetti di natura sperimentale (citiamo per tutti Mario Tchou, che aveva 30 anni quando gli fu chiesto di tornare dagli Stati Uniti per avviare le attività nel settore elettronico).
Le attività di formazione consentivano ai dipendenti più meritevoli di progredire nella carriera interna. E senza dimenticare che Olivetti, assieme ad ENI, è stata la più grande scuola di management in Italia.
Poi accadde che un geniale operaio, Natale Capellaro, inventò la “Divisumma 24”, calcolatrice rivoluzionaria, capace di conquistare il mondo e assicurare i profitti necessari per finanziare le diverse attività dell’azienda.
La contaminazione dei saperi e la ricerca della bellezza.
Il sapere scientifico e tecnologico, nella visione di Adriano Olivetti, richiedeva il sostegno di altre discipline, che avrebbero migliorato la funzionalità e l’estetica dei prodotti e dei luoghi di lavoro, nonchè le condizioni di vita dei lavoratori: design, architettura, grafica, logistica, sociologia, medicina del lavoro, cultura in senso esteso. L’azienda pubblicava libri (Edizioni di Comunità — e qui il ricordo va a Renzo Zorzi) e riviste scientifiche e culturali di alto valore (Tecnica e Organizzazione e Zodiac su tutte), finanziava periodici culturali (Metron, Urbanistica, Sele arte), ospitava dibattiti e mostre d’arte.
Scriverà Franco Fortini: “La Olivetti è stata ed è anche questo: il luogo dove è possibile attribuire alla scelta di un colore per una copertina, di un aggettivo per uno slogan, di un profilato per uno stand o di una linea per una carrozzeria di una macchina, un’importanza non troppo diversa di quella che si dà alla scelta di una soluzione meccanica, di un acciaio, di un procedimento di fusione.”
La strategia “local→global”
La Olivetti è stata una multinazionale — l’unica italiana ad aver conquistato tutti i mercati — con una visione “local→global”: radicata nel territorio e nella comunità (concetto fondamentale per l’ing. Adriano) canavesana, sin dagli anni ’30 ha costruito stabilimenti e centri di ricerca in Italia e all’estero — Argentina, Brasile, Spagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Messico, Singapore, Cina (anche in questi casi la progettazione degli edifici era affidata ad architetti del livello di Kanh, Stirling, Tange).
Le produzioni venivano esportate in tutti i continenti, dove l’azienda era presente con proprie filiali ed una autonoma rete di distribuzione.
L’attenzione maniacale al marchio, alla reputazione e alla comunicazione
Olivetti è diventata il simbolo nel mondo di un’azienda che investe nella comunicazione d’impresa per promuovere il proprio marchio e la propria reputazione. A Ivrea hanno lavorato — la lista è impressionante, qui ci limitiamo a qualche citazione — i migliori architetti (Figini e Pollini, Vittoria, Zanuso), grafici (Pintori, Ballmer, Bassi), designer (Nizzoli, Sottsass, Bellini), registi e musicisti (N. Risi, Ragghianti, Berio), scrittori (Sinisgalli, Pampaloni, Ottieri), sociologi (Pizzorno, Ferrarotti, Novara), fotografi (Berengo Gardin, Mulas, Cartier-Bresson) che si sono impegnati a dare forma e immagine alla bellezza creata ogni giorno ad Ivrea e nei diversi stabilimenti italiani e stranieri.
I negozi Olivetti, progettati da grandi architetti e designer (Gae Aulenti, Nivola, Scarpa) sono diventati luoghi di culto — antesignani degli Apple Store, ma con la differenza che ciascun negozio Olivetti era un unicum.
L’uso delle informazioni, la capacità di misurarsi con i casi di successo internazionali, la curiosità per tutto ciò che è diverso
Il modello organizzativo Olivetti era costruito su metodologie organizzative particolarmente innovative: la ricerca continua di condivisione delle informazioni fra le diverse strutture interne (documentate nel libro del 1960 di Luciano Gallino “Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti, 1946-1959. Ricerca sui fattori interni di espansione di un’impresa”); lo studio dei casi di successo internazionali, e quindi la curiosità per la diversità , ai fini del perfezionamento della qualità delle attività — a Ivrea era in funzione la migliore emeroteca d’Italia. Vi è poi una pagina poco conosciuta della storia della “Ditta” (mio padre, uscendo da casa la mattina diceva “vado in Ditta”, come se questa fosse una seconda casa).
Roberto Olivetti — entusiasta sostenitore delle attività nel settore elettronico — all’inizio degli anni ’70 aveva intuito l’avvento della Società dell’Informazione, come testimoniano gli investimenti nell’informatica distribuita, gli scritti e le campagne pubblicitarie.
Il rispetto per i lavoratori e la loro partecipazione alla vita dell’impresa
La Olivetti — come è noto — è stato il simbolo dell’azienda sensibile ai diritti dei lavoratori (e dei loro figli), a cui venivano offerti ambienti di lavoro, salari, servizi sociali — asili nido, colonie e borse di studio, servizi sanitari, biblioteche ed emeroteche — senza eguali nel mondo, la possibilità di crescita professionale e persino le abitazioni.
Erano stati avviati progetti di partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione aziendale. Ad Ivrea non erano consentite discriminazioni sulla base delle idee politiche (alcuni tra i maggiori collaboratori di Adriano Olivetti erano comunisti — Fortini e Volponi i casi più noti).
La politica per il mezzogiorno
Sin dall’inizio degli anni ’50 Adriano Olivetti ha avuto una particolare attenzione per la rinascita del Mezzogiorno. Si pensi al progetto di riqualificazione del quartiere Martella di Matera. E quando decise di costruire la fabbrica di Pozzuoli chiamò il geniale architetto (comunista) Luigi Cosenza, incaricandolo di progettare una fabbrica a misura d’uomo, in cui nessun operaio dovesse lavorare a più di sette metri da un punto luce, nonchè le case destinate ai dipendenti. L’industriale eporediese sarà ripagato dal fatto che in breve tempo Pozzuoli diventerà lo stabilimento più efficiente del gruppo.
Ripartire dalla “nazione” e dalla visione “local→global”?
Viviamo in un tempo caratterizzato dalla ridefinizione del concetto di nazione, dalla delegittimazione delle istituzioni e della politica, dal predominio del capitalismo finanziario, dall’acuirsi delle differenze tra pochi ricchi — sempre più ricchi —, la classe media, che ha perso benessere e speranze, e ceti sociali sempre più poveri. La precarietà impedisce ai giovani, spesso costretti ad emigrare all’estero, di costruire un progetto di vita.
Fenomeni frettolosamente definiti come sovranismo e populismo segnalano la reazione diffusa di politici, intellettuali e cittadini che rivendicano la volontà di ripartire dalla valorizzazione del ruolo della “nazione” nella comunità globalizzata (local→glocal).
L’elezione di Donald Trump, il successo di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn e in Italia del M5S e della Lega, nonchè l’ascesa in Europa di numerosi movimenti critici sulla globalizzazione, rappresentano una risposta, ognuna con proprie specificità , a queste lacerazioni.
Si è creato uno strapotere della finanza e delle multinazionali che controllano tecnologie, brevetti, informazioni, social network e logistica, e che, grazie a questi strumenti, sono in grado di influenzare la formazione degli orientamenti politici (e non solo) dei cittadini e quindi i meccanismi che regolano il funzionamento delle singole democrazie.
Le reti e le nuove tecnologie hanno disarticolato gerarchie e modificato distanze, ad ogni livello, e consentono ora un accesso generalizzato alle informazioni (quelle pregiate rimangono sovente nella disponibilità di pochi) e influenzano l’agire e il pensiero delle giovani generazioni.
La Quarta Rivoluzione Industriale, con lo sviluppo di servizi e prodotti, offre tuttavia inedite opportunità ai Paesi in grado di garantire la partecipazione popolare ai processi decisionali, e promuovere il sistema educativo, la ricerca scientifica e il proprio sistema industriale.
Interesse nazionale e politiche industriali
Il successo di scienze, tecnologie e metodologie innovative (big data, Intelligenza Artificiale, robotica, machine learning, genetica, nanotecnologie, logistica) trasformano gli assetti geopolitici, con il protagonismo dei Paesi emergenti, e determinano nuovi fenomeni economici e sociali — quali la riduzione dei posti di lavoro e la necessità di professionalità sofisticate. I
l modello occidentale, con il parallelo invecchiamento della popolazione, è entrato in crisi, con l’eccezione della Germania, che invece ha saputo cogliere le opportunità del nuovo “ordine mondiale”, a partire dalla promozione del sistema educativo, della R&S e della grande industria e degli investimenti strategici in Cina.
Le rivoluzioni in atto richiedono sinergie e integrazioni tra i saperi scientifici, tecnologici e umanistici; investimenti significativi nell’istruzione, nella ricerca e nella cultura (consapevoli che gli innovatori iniziano a formarsi sin da bambini); alleanze internazionali win-win.
Siamo di fronte ai grandi temi dell’interesse nazionale e delle politiche industriali settoriali, in Italia troppo spesso sacrificati sull’altare del liberismo, della subalternità ad altri Paesi, e della mancanza di progetti a lungo termine, in favore della politica del “day by day”.
Il rilancio della Olivetti come simbolo della rinascita dell’Italia
Veniamo alla storia recente. Tutto è iniziato nel febbraio 1999, quando la Olivetti, cedute a Mannesmann le partecipazioni in Omnitel e Infostrada, acquisisce il controllo, tramite Tecnost, di Telecom Italia — lo strumento è una OPAS in gran parte a debito. Da quel momento l’azienda inizia il suo inarrestabile declino.
Tralasciamo i dettagli sulle vicende successive e arriviamo al 4 agosto 2004, quando, a seguito della fusione con Telecom Italia, il nome Olivetti scompare dalla borsa.
La relazione tra Telecom Italia e Olivetti non ha dato i frutti che, forse, qualcuno auspicava. Il sito di Olivetti S.p.A., oggi controllata da Telecom Italia, informa che l’azienda offre “soluzioni in grado di automatizzare processi e attività aziendali per le PMI, le grandi aziende e i mercati verticali” e impiega 450 dipendenti; il fatturato del 2016 è stato di 264 milioni di euro. I timidi segnali di ripresa nell’ultimo biennio dimostrano che nel Dna della società è rimasta una forte tensione verso l’innovazione.
In Italia il dibattito sull’Europa spesso evade il tema del contributo concreto il nostro Paese intende offrire per fronteggiare la competizione mondiale.
L’Italia ha necessità di rilanciare politiche industriali selettive, in grado di promuovere l’innovazione nelle nuove tecnologie e l’integrazione fra i saperi, per riportare il Paese nel posto che gli compete nella comunità internazionale.
La Olivetti — che ha subito per decenni di ostracismi di ogni genere — rimane il modello di impresa moderno più ammirato e citato, oggetto ogni anno di numerose monografie.
Un progetto per il rilancio di Olivetti potrebbe costituire un segnale di forte discontinuità , da parte del nuovo Esecutivo, rispetto alla scarsa attenzione prestata dai governi, a partire dal 1990, alla promozione del nostro patrimonio industriale e tecnologico. Un simile progetto potrebbe rappresentare un segnale di speranza e di fiducia rivolto ai cittadini e ai ceti produttivi.
Poichè Telecom Italia non ha mai considerato davvero strategica Olivetti, non sarebbe forse auspicabile uno scorporo, con un intervento guidato da CDP e con la partecipazione di imprenditori virtuosi, per dar vita ad un nuovo grande progetto di industria, capace di reinterpretare i processi di innovazione?
Il rilancio di Olivetti potrebbe correre in parallelo con un progetto strategico di una rete di eccellenze nazionali — magari coordinato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova —, in grado di scommettere sulle nuove frontiere della conoscenza.
L’Unesco nella prossima sessione di giugno-luglio deciderà se dichiarare “Ivrea, Città industriale del XX Secolo” patrimonio dell’umanità .
La Olivetti S.p.A. quest’anno ha organizzato una mostra presso la Galleria d’arte Moderna di Roma dal titolo “Looking forward — Olivetti — 110 anni di immaginazione”, focalizzata sul Dna continuamente proteso verso l’innovazione dell’azienda di Ivrea.
E’ auspicabile che la storica ricorrenza dei 110 anni — l’anniversario cade ad ottobre 2018 — diventi un’occasione di ripartenza per l’Italia, per le politiche industriali selettive, per la Olivetti.
E che il cambiamento sia ispirato dalla partecipazione popolare e guidato da un nuovo potere politico, dotato di “vision” e immaginazione di lungo periodo.
(da “Business Insider”)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
TOCCA ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE SUBIRE LE CONSEGUENZE DELL’ESPANSIONE DELL’E-COMMERCE
Non conquista le prime pagine dei giornali perchè le crisi sono tante e diffuse un po’ ovunque.
E mai con numeri clamorosi: ma messe tutte insieme le ristrtturazioni, le chiusure e i licenziamenti testimoniano la crisi (qualcuno direbbe le trasformazioni) in atto nel settore del commercio al dettaglio.
Le vendite on line e giganti come Amazon stanno mettendo in crisi anche la grande distribuzione organizzata, che a sua volta aveva causato la moria dei picoli negozi di quartiere e nei piccoli centri. Nei casi più eclatanti, il sindacato è riuscito a portare le vertenze al ministero dello Sviluppo economico, ma non sempre i numeri sostengono questo tipo di soluzione. E contro i giganti delll’e-commerce politica e pubblica opinione sono mobilitati soprattutto per un tema fiscale, meno per le conseguenze che sta portando nel mondo del lavoro.
Quella che segue è la mappa stilata dall’agenzia Agi, sulle crisi sparse per la penisola.
TRONY. La crisi coinvolge 35 negozi di Dps Group in fallimento in Puglia, Basilicata, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; 466 lavoratori prima sospesi senza retribuzione (avvertiti con un messaggio telefonico che il punto vendita aveva chiuso) poi coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo. Al momento è stata presentata un’offerta di acquisto per 8 negozi. Prossimo incontro entro fine mese al Mise ma non è stato ancora programmato.
MEDIAMARKET (Mediaworld e Saturn): Per il gruppo dell’elettronica di consumo, chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano stazione Centrale; trasferimento della sede di Curno (Bg) a Verano Brianza; soppressione del bonus presenza e della maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale (riconoscendo solo il 30% previsto dal contratto nazionale); interruzione del contratto di solidarietà in 17 punti vendita (in Liguria, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna) per 115 ‘full time equivalent’ corrispondenti a circa 200 dipendenti. Dopo l’incontro al Mise del 12 aprile, non è stata fissata una nuova data.
TUODI’. E’ stata presentata richiesta di concordato preventivo in continuità e avviata procedura di trasferimento di 61 punti vendita in Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte dove sono occupati 324 addetti. Ipotesi cessione di complessivi 99 punti vendita. Per i sindacati vi è il rischio di dumping contrattuale nei passaggi del personale a nuove proprietà . Prossimo incontro al Mise entro il mese di giugno.
AUCHAN: Per il colosso francese, chiusura degli ipermercati di Napoli Argine e Catania La Rena, dove sono occupati complessivamente circa 260 addetti. I lavoratori sono in agitazione. Contratti di solidarietà sono in corso nel gruppo che nel 2015 aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per 1.400 dipendenti. Prossimo incontro l’8 maggio.
DICO DISCOUNT. Il gruppo haceduto parte della rete e attende l’ok sul piano concordatario; l’acquirente sarà reso noto entro il prossimo 19 aprile (fatto salvo proposte più vantaggiose). Sindacati preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni salariali e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Prossimo incontro a fine maggio.
LIMONI-DOUGLAS. Per la catena di profumerie, tra giugno e luglio 2018 è prevista la fusione per incorporazione delle società La Gardenia e LLG in Limoni e a gennaio-febbraio 2019 la fusione di Limoni in Douglas. Le società hanno previsto la chiusura di 26 negozi e la vendita di una ventina di punti vendita (per prescrizione dell’Antitrust). Prossimo incontro il 30 aprile.
CONBIPEL. E’ stata avviata la procedura di licenziamento collettivo, seconda crisi nel giro di 5 anni: previsto contratto di solidarietà per i punti vendita di Novara. Alle lavoratrici del negozio Castelvetro Piacentino, che è stato chiuso, è offerta la ricollocazione a Cesano Boscone (Mi). Possibile ricollocazione anche da Palladio e Montecchio a Bassano.
MERCATONE UNO. Il gruppo è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015; i commissari straordinari hanno individuato un aggiudicatario che garantirebbe la continuità aziendale dei 74 negozi (59 attivi) con 3.000 dipendenti circa. Prossimo incontro entro il mese
CONFORAMA. Annunciati 77 esuberi in Sardegna e Sicilia evitati con il ricorso ai contratti di solidarietà : la riduzione dell’orario di lavoro fino a marzo 2019 coinvolgerà 446 lavoratori.
(da agenzie)
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Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile
UNA SPERIMENTAZIONE PER AIUTARE 28.000 DISOCCUPATI A TROVARE UN NUOVO IMPIEGO HA OTTENUTO SOLO IL 10% DI ADESIONI
Incassa il sussidio e nasconditi.
L’italiano, quando perde il posto e accede agli ammortizzatori sociali, si guarda bene dal cercare un nuovo lavoro.
È una questione culturale, è l’abitudine alle politiche passive del lavoro che rende complicato attivare in Italia sistemi di sostegno al reddito a pioggia, come potrebbe essere il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle.
La conferma viene da una sperimentazione lanciata da Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del Lavoro, creata a inizio 2017 e diretta da Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi di Milano.
L’Anpal nasce non solo per rilanciare il sistema nazionale dei centri per l’impiego, ma anche per disegnare nuove strategie di sostegno alla ricerca di nuove opportunità professionali.
L’ente ha avviato lo scorso anno una sperimentazione, coinvolgendo 28 mila disoccupati su una platea di circa 125 mila percettori di Naspi, l’indennità di disoccupazione introdotta dal Jobs Act.
Ai soggetti selezionati – scelti con un sistema randomizzato e quindi estratti a caso su tutto il territorio nazionale – sono state inviate delle lettere per partecipare a un percorso di attivazione su misura con colloqui, corsi di formazione e un sistema di ricollocamento che prevedeva un premio compreso tra i 250 e i 5 mila euro euro per la società o il centro per l’impiego che fossero riuscite a trovare un lavoro alla persona.
Il risultato? Solo 2.800 persone si sono presentate ai centri per l’impiego, vale a dire il 10 per cento degli aventi diritto.
Un esito piuttosto magro, che Maurizio Del Conte prova a spiegare così: «Il dato più negativo di questa sperimentazione è stata sicuramente la bassa partecipazione al piano di attivazione al lavoro. Tendenzialmente abbiamo notato che la reazione delle persone coinvolte è stata quella di nascondersi, di non dare alcun seguito alla proposta offerta».
In parte succede perchè i percettori di disoccupazione sono lavoratori stagionali con contratto a termine e quindi non necessitano di un altro lavoro, ma attendono la ripartenza della stagione, facendo fronte ai periodi di inattività con i sussidi pubblici. Ma in generale «c’è un’assoluta impreparazione e una mancanza di tradizione all’idea che, quando si percepisce indennità , si possa e si debba ricercare attivamente un lavoro», spiega Del Conte, «abbiamo notato che le domande si sono concentrate verso la fine del periodo di copertura economica dell’assegno Naspi. Significa che, solo quando il sussidio economico sta per finire, allora alcune persone si attivano per valutare l’opportunità offerta dai centri per l’impiego. Questo non è buono, perchè tutti gli studi concordano nel dire che più ci si allontana dal periodo di occupazione precedente, più è difficile trovare un nuovo lavoro».
Il professore, più che puntare a un sussidio a pioggia – come quello ipotizzato dal Movimento 5 Stelle, che vorrebbe lanciare un sistema di sostegno al reddito a 360 gradi con il reddito di cittadinanza – avanza l’urgenza di lanciare un piano massivo di formazione culturale, perchè vengano scardinate le cattive abitudini e si punti piuttosto a una immediata ricerca di lavoro, già dal giorno seguente della perdita del posto di lavoro.
Il piano è già cominciato: infatti dal 3 aprile di quest’anno l’assegno di ricollocazione, cioè la sperimentazione descritta sopra, è stata esteso a tutte le persone disoccupate che percepiscono la Naspi da almeno quattro mesi, vale a dire a una platea di un milione di italiani.
Fra qualche mese sarà possibile capire l’attitudine dei percettori di assegno di disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro.
«Estendendo il progetto, speriamo di raccogliere risultati molto diversi. Infatti nella sperimentazione alcuni lavoratori non si sono presentati perchè non erano stati coinvolti i colleghi di lavoro, poichè non avevano ricevuto la lettera. L’effetto gruppo, invece, potrebbe invogliare molti a partecipare».
Nella fase di sperimentazione, si è aggiunta la preoccupazione che, partecipando all’evento, si mettesse a rischio l’indennità di disoccupazione percepita: «Ma si tratta di una paura ingiustificata, perchè il percorso di formazione e ricollocamento è un’opportunità in più e non toglie nulla», spiega Del Conte.
L’assegno di ricollocazione, infatti, che varia dai 250 ai 5 mila euro a seconda della probabilità di occupabilità del disoccupato e della tipologia di contrato, viene versato all’ente che eroga il servizio di ricollocazione solo se riesce a trovare un posto al disoccupato.
Il progetto, grazie a una nuova disposizione contenuta nella legge di bilancio, si potrà estendere anche ai lavoratori in cassa integrazione straordinaria. In questo caso sono state fatte altre sperimentazioni, concedendo ai percettori di cassa integrazione di mantenere parte dell’ammortizzatore sociale anche quando ha trovato una nuova opportunità di lavoro: qui l’86 per cento dei lavoratori ha aderito all’iniziativa.
«Con Anpal abbiamo iniziato un’inversione di rotta dal punto di vista del messaggio da comunicare ai disoccupati e delle regole di ingaggio. C’è bisogno di far capire alle persone che il sussidio economico non è fine a se stesso, ma deve essere solo finalizzato alla ricerca di un nuovo lavoro. Il rischio, introducendo e ventilando l’ipotesi di un reddito di cittadinanza come lo vorrebbe il Movimento 5 Stelle è tornare a una logica assistenzialista, di dispensare denaro senza avere la possibilità di inserire queste persone nel mondo del lavoro. Perchè oggi i centri per l’impiego non sarebbero in grado di far fronte ai volumi che potrebbero riversarsi lì».
La fase due del jobs act, che doveva concentrarsi sullo sviluppo delle politiche attive, si è bloccata soprattutto a causa della vittoria del No al Referendum del 4 dicembre 2016, che non ha permesso ai centri per l’impiego territoriali di essere unificati sotto un unico ente nazionale.
Al contrario restano vincolati alle specifiche leggi regionali, frammentando parecchio il sistema e rendendo complicato realizzare un unico database con le opportunità occupazionali del paese.
Attualmente le persone che lavorano nei 550 centri per l’impiego nazionali sono 7.500, più 1.500 collaboratori.
Poca cosa se confrontati con i 110 mila addetti alle politiche attive della Germania, i 70 mila del Regno Unito i 60 mila della Francia.
«Nel panorama europeo siamo il paese meno avvezzo alle politiche attive. La nostra tradizione si basa solo sui sussidi di cassa integrazione, un modello oggi non più è sostenibile. Bisogna innanzitutto ripartire dai servizi di ricollocamento non solo potenziandoli, ma assumendo persone con professionalità e competenze».
C’è ancora da affrontare il tema della condizionalità del sussidio: infatti nel Jobs Act esiste l’obbligo per il lavoratore di accettare l’offerta occupazione presentata dal centro per l’impiego, sempre che sia rispondente alla formazione e agli skill professionali della persone, pena il taglio del sussidio economico.
«Il fatto che l’erogazione dell’assegno mensile sia condizionato all’accettazione del percorso lavorativo è una regola esistente già da molti anni. Tuttavia i casi di revoca del sussidio per mancata attivazione a causa del rifiuto del lavoratore sono rarissimi. Siccome il contributo proviene direttamente dallo Stato, non c’è nessuna pressione sul funzionario del centro per l’impiego a segnalare i casi di rifiuto all’Inps, che a sua volta dovrebbe adottare il provvedimento di revoca del sostegno economico stanziato. Questo sistema molto complesso ha reso pura teoria il principio di condizionalità . A tal proposito andrebbe ricostruito tutto il sistema decisionale della condizionalità , in modo da rendere automatico il taglio del sostegno economico in caso di rifiuto».
(da “L’Espresso”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
SARA’ IL PRIMO CASO I ITALIA IN CUI I LAVORATORI PARTECIPERANNO ALLA GESTIONE DELL’AZIENZA, UNA VECCHIA BATTAGLIA DELLA DESTRA SERIA… A QUELLA PATACCA ODIERNA OVVIAMENTE NON FREGA UNA MAZZA, DEVE PENSARE A COME AFFOGARE I PROFUGHI
Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda: i lavoratori di Alcoa avranno una quota del 5% della
nuova società , post acquisizione da parte di Sider Alloys, e un posto in Consiglio di sorveglianza.
«Sarà il primo caso in cui i lavoratori partecipano alla gestione dell’azienda Una luce per i dimenticati dell’Alcoa, entrano gli svizzeri di Sider Alloys Di Vico.
Abbiamo presentato ai sindacati due novità importanti: un aumento di capitale al quale dovrebbe partecipare Invitalia, quando si pronuncerà il suo Cda, che prenderà una quota e la seconda novità , un’associazione dei lavoratori a cui dovrebbe essere conferito il 5% della nuova società e un posto nel consiglio di sorveglianza”.
Ad affermarlo è il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, al termine del tavolo su Alcoa. Infatti al ministero si è discusso della vertenza dello stabilimento ex Alcoa di Portovesme che è stato ceduto circa due mesi fa alla Sider Alloys.
La creazione di un’associazione per i lavoratori, rileva il ministro, “sarebbe il primo caso in Italia in cui i lavoratori di un’impresa partecipano all’azionariato di un’azienda. Un fatto che sarebbe ampiamente meritato”.
Il prossimo incontro, aggiunge Calenda, “è previsto per il 3 maggio prossimo”.
Per quanto riguarda la partenza dell’attività e gli ammortizzatori, infine, il ministro ha spiegato che “Sider Alloys sta facendo le perizie sui macchinari e non ha al momento visibilità su quando riprendere a lavorare. Nel frattempo il nostro impegno è cercare una soluzione con il ministero del Lavoro”.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
SPUNTA ANCHE UN GRUPPO GIAPPONESE GIA’ ATTIVO IN ITALIA, DETERMINANTE IL RUOLO DI CALENDA
Dopo i primi due gruppi che hanno fatto qualche passo avanti verso la Embraco ora spunta un terzo, possibile, interessato per lo stabilimento di Riva di Chieri.
Secondo i sindacati ci sarebbero “tre aziende” pronte a scendere in pista e non più solo due: “Ce n’è una israeliana con fondi cinesi, una italiana e, la grande novità di oggi, una multinazionale giapponese che ha già degli stabilimenti nel nostro Paese” spiegano i sindacati, all’uscita dal tavolo al Mise, aggiungendo che il prossimo incontro è in programma per il 23 aprile.
Dopo di che le parti si “rivedranno ogni dieci giorni”.
«Il nostro obiettivo è sapere chi sono i soggetti interessati, qual è il loro piano industriale, se hanno solidità finanziaria, se la produzione sarà ad alto valore aggiunto e quanti lavoratori sono pronti ad assorbire» spiega Arcangelo Montemarano della Fim.
Ma i sindacati intendono sapere anche dall’azienda quanti lavoratori hanno manifestato interesse per gli incentivi all’esodo: 60.000 euro lordi per i lavoratori che decideranno di lasciare l’azienda entro aprile, 50.000 euro per coloro che lo faranno entro maggio, 35.000 per giugno-agosto e 30.000 euro da settembre in poi. «È presto per sapere quanti lavoratori aderiranno – sottolinea Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom di Torino – ma noi immaginiamo qualche decina».
«Tra il personale – aggiunge Montemarano – c’è un clima di forti aspettative visto l’impegno assunto da Calenda e da Invitalia di garantire tutta l’occupazione». «Nell’assemblea con i lavoratori – riferisce Bellono – il ministro, alla presenza dell’amministratore delegato di Invitalia Domenico Arcuri, ha detto che Invitalia si farà carico dei lavoratori.
(da agenzie)
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Aprile 6th, 2018 Riccardo Fucile
NELL’ABITAZIONE DEL 33ENNE DI TORINO TROVATI 400 KG DI LETTERE
Lo stipendio era troppo basso, così per tre anni un corriere non ha consegnato la posta. L’uomo, un 33enne della provincia di Torino, è stato denunciato dai carabinieri, che hanno trovato 400 chili di lettere nel suo appartamento.
L’uomo era stato fermato nei giorni scorsi a Santena alla guida della sua macchina durante un controllo stradale.
In tasca nascondeva un coltello a serramanico lungo 20 centimetri. Sul sedile posteriore della macchina c’erano 70 lettere, indirizzate a diversi privati ed enti, di un corriere, di cui l’uomo ha detto, di essere stato un loro dipendente.
“Non mi pagavano abbastanza e mi sono licenziato”, ha detto ai carabinieri che lo hanno fermato.
I militari sono andati a casa sua, dove hanno trovato quasi mezza tonnellata di invii postali tra lettere di banche, estratti conto e bollette telefoniche.
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2018 Riccardo Fucile
SONO 154 LE PERSONE CHE HANNO PERSO LA VITA DALL’INIZIO DELL’ANNO
Le ultime due, Giuseppe Legnani e Gianbattista Gatti, hanno perso la vita a Treviglio nel
bergamasco proprio ieri nel giorno di Pasqua, dopo essere accorsi nello stabilimento di lavorazione di farine per mangimi della Ecb, chiamati dai cittadini preoccupati per il diffondersi del cattivo odore che usciva dalle cisterne di essiccazione.
La Procura di Bergamo ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo, e sulle salme dei due operai — che lasciano le famiglie e due figli ciascuno — sarà eseguita l’autopsia presso l’Istituto di medicina legale di Bergamo.
Ma le morti bianche non si fermano. A Livorno, dove mercoledì scorso l’esplosione di un serbatoio nel porto industriale ha ucciso i due operai che lo stavano pulendo, Nunzio Viola di 52 anni e Lorenzo Mazzoni di 25, la Procura prosegue le indagini sulle cause del grave incidente e ha inviato i primi avvisi di garanzia.
Destinatari sarebbero i vertici della Labromare, l’azienda datrice di lavoro, e quelli della Costieri Neri, la società titolare del deposito deflagrato. Gli avvisi ipotizzano l’omicidio colposo plurimo.
Le due pm, Sabrina Carmazzi e Fiorenza Marrara incaricate dal procuratore capo Ettore Squillace Greco, li hanno inviati per consentire a tutti di nominare i consulenti di parte e assistere domani all’autopsia presso l’ospedale di Pisa.
Agli accertamenti sulla genesi dello scoppio che ha portato via Nunzio e Lorenzo, uniti come padre e figlio, sono condotti da Vigili del fuoco, Polizia, Polmare e Capitaneria di porto. In base ai dati raccolti dall’Osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro di Bologna, organismo di monitoraggio nato nel 2007 dopo le tragiche morti degli operai arsi vivi nell’ altoforno della Thyssen di Torino, sono 154 le persone che hanno perso la vita dall’inizio del 2018.
Un dato in aumento rispetto ai 113 morti registrati nello stesso periodo dello scorso anno e che peraltro non tiene conto di tutti gli incidenti che avvengono nelle zone ‘grigie’ della manovalanza clandestina e che sfuggono ad ogni triste classifica e a ogni controllo.
La Stampa invece riepiloga i dati INAIL dai quali si evince che dopo i numeri in calo nel 2016, l’anno scorso i morti sul lavoro sono tornati ad aumentare.
(da agenzie)
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