Marzo 30th, 2018 Riccardo Fucile
IN OTTO ANNI I BANCARI SONO SCESI DEL 13,4%, PERSI 44.000 POSTI DI LAVORO
Nel 2017 il numero degli sportelli bancari in Italia è sceso di 1.669 unità a 27.358 da 29.027 di fine 2016 (-5,7%).
Lo indica Bankitalia nel rapporto ‘Banche e istituzioni finanziarie: articolazione territoriale’, sottolineando che la diminuzione ha riguardato tutte le regioni ed è stata più accentuata in Umbria, Marche e Molise
Dal rapporto emerge anche la dinamica per quanto riguarda l’occupazione, con i dipendenti scesi del 13,4% dal 2009 allo scorso dicembre. Nel solo ultimo raffronto si è registrata una sensibile diminuzione: se nel 2016 erano quasi 300mila, i bancari sono diventati 286mila alla fine dell’anno scorso
L’articolazione territoriale degli sportelli bancari operativi sul territorio mostra una maggiore presenza nelle regioni del Nord, che rappresentano il 57% del totale nazionale (40% in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto), spiega Bankitalia, mentre il numero di sportelli ubicati nelle regioni del Sud e nelle Isole ammonta complessivamente al 22% del totale nazionale.
La provincia di Milano, con 1.568 sportelli censiti, conta da sola più sportelli dell’intera Calabria o Sicilia.
(da agenzie)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
I DATI DELLE DICHIARAZIONI 2016… I TITOLARI DI DITTE INDIVIDUALI GUADAGNANO MENO DEI DIPENDENTI
Cresce leggermente nel 2016 il reddito medio dichiarato dai contribuenti italiani. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia il valore si è attestato a 20.940 euro, in crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente.
Complessivamente, il reddito totale dichiarato è stato di 843 miliardi, in aumento di 10 miliardi rispetto al 2015.
BONUS 80 EURO RESTITUITO DA 1,7 MILIONI
Come già accaduto negli ultimi anni, alcuni contribuenti hanno dovuto restituire in tutto o parzialmente il bonus 80 euro. Si tratta di 1.721.632 persone per un importo complessivo di 479.563.000 euro, con una media di 280 euro.
Allo stesso tempo 679.466 contribuenti a cui non era stato versato dal sostituto di imposta hanno potuto usufruirne in sede dichiarazione dei redditi, per un ammontare complessivo di 679.466.000 euro e un importo medio di 400 euro.
AUTONOMI AL TOP
I dati comunicati, che si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017 e relative al periodo di imposta 2016, ricalcano le indicazioni emerse già negli ultimi anni.
Sono ancora gli autonomi a registrare in media i redditi più alti, con un dato che si attesta a 41.740 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è pari a 21.080 euro. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è pari a 20.680 euro, quello dei pensionati a 17.170 euro. Infine, il reddito medio da partecipaz ione in società di persone ed assimilate risulta di 17.990 euro.
I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato; il reddito da pensione, rappresenta circa il 30% del totale del reddito complessivo.
Il Mef nella sua nota ricorda che per ‘imprenditori’ nelle dichiarazioni Irpef si intendono i titolari di ditte individuali, escludendo pertanto chi esercita attività economica in forma societaria; inoltre la definizione di imprenditore non può essere assunta come sinonimo di ‘datore di lavoro’ in quanto la gran parte delle ditte individuali non ha personale alle proprie dipendenze.
LOMBARDIA LA PIU’ RICCA, CALABRIA LA PIU’ POVERA
L’analisi territoriale – spiega la nota – conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (24.750 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (23.450 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (14.950 euro); anche nel 2016 il reddito medio nelle regioni del Sud, pur aumentato rispetto all’anno precedente è cresciuto meno rispetto alla media nazionale.
(da agenzie)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA FOTOGRAFIA DELLA MOBILITA’ DEI GIOVANI TRA 20 E 34 ANNI
Il 60% dei giovani disoccupati italiani, contro una media Ue del 50%, non è disposto a muoversi
per trovare lavoro e il 98% di quelli che già lavorano (la quota più grande registrata tra i Paesi dell’Unione dove la media è del 90%) ha trovato occupazione senza bisogno di cambiare residenza.
Questa la fotografia della mobilità dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni scattata da Eurostat in base ai dati del 2016.
Il 7% disponibile ad andare all’estero
Secondo l’istituto, solo il 7% dei giovani disoccupati italiani (contro una media Ue del 12%) è disposto a “traslocare” in un altro Paese dell’Unione per trovare lavoro, quota che sale al 13% (il 17% la media Ue) se la destinazione è un Paese extra-Ue e arriva al 20% (21% il dato Ue) si tratta di spostarsi dentro i confini nazionali.
Ma la maggioranza (60%) dei giovani disoccupati italiani non è disposta a cambiare città o Stato, indipendentemente dal luogo di destinazione. Un dato che colloca l’Italia al sesto posto nell’Ue insieme alla Polonia dietro a Malta (73%), all’Olanda (69%), a Cipro (68%), alla Romania (63%) e alla Danimarca (62%).
Propensione alla modalità più alta con un livello di istruzione maggiore
L’altra indicazione che emerge dallo studio dell’istituto di statistica europeo è che mediamente nell’Unione solo l’un per cento dei giovani occupati ha trovato lavoro spostandosi in un altro Paese Ue mentre l’8% si è dovuto spostare all’interno dei confini nazionali. Eurostat rileva infine che in generale la propensione alla modalità è più alta tra i giovani disoccupati con un livello di educazione scolastica maggiore: all’interno di questo gruppo il 23% è pronto a traslocare all’interno del suo Paese pur di lavorare e il 16% è pronto a spostarsi in un altro Paese dell’Unione
(da agenzie)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
LO SCOPPIO IN UN SERBATOIO NEL PORTO INDUSTRIALE, EVACUATA LA ZONA
Un’esplosione si è verificata in un serbatoio nel porto industriale di Livorno. Due operai sono
morti. Secondo una prima ricostruzione stavano effettuando lavori di manutenzione.
L’esplosione è avvenuta intorno alle 14 ed è stata udita in varie parti della città .
Il serbatoio interessato dallo scoppio si trova all’interno del deposito costiero della società Neri: è il numero 62 e conteneva acetato di etile, una sostanza molto infiammabile.
Due unità dei vigili del fuoco stanno lavorando per mettere in sicurezza la zona, anche se non si è sviluppato nessun incendio, probabilmente perchè il serbatoio era stato svuotato.
La zona del deposito è stata completamente evacuata. Secondo le prime informazioni i due operai sarebbero dipendenti della Labromare, una ditta specializzata nelle bonifiche.
Uno dei due operai è stato investito completamente dall’esplosione ed è morto sul colpo, l’altro era ancora in vita quando sono arrivati i soccoritori che hanno tentato una disperata rianimazione prima di arrendersi.
(da agenzie)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO DIECI ANNI ALL’ESTERO, AVEVO SCELTO DI TORNARE, MA L’ITALIA NON OFFRE NULLA A CHI HA TALENTO… A LONDRA SE SEI BRAVO TI FANNO CRESCERE, PROMUOVONO I GIOVANI, FINANZIANO PROGETTI, NON TI CHIEDONO SE HAI INTENZIONE DI FARE UN FIGLIO
Oggi è una giornata di grigio e di pioggia a Milano, e io mi sveglio presto anche di sabato mattina perchè devo organizzare le mie cose di una vita in due valigie e poi partire. In questo momento storico nel nostro Paese, non potevo che usare la mia storia per raccontare cosa vuole dire davvero essere un giovane in Italia.
Io sono nata fortunata, ho viaggiato fin da bambina e con vari scambi all’estero ho imparato bene anche l’inglese.
Sono sempre stata curiosa e ho scelto dopo la laurea in Bocconi di partire definitivamente dall’Italia più per provare un’esperienza nuova che per necessità .
Ho cominciato a mantenermi da sola lavorando in diverse città europee, poi in America e dopo ancora nel Sud-Est Asiatico, sempre inseguendo nuove opportunità per crescere la mia carriera.
Dopo dieci anni da «cervello in fuga» ho scelto di tornare in Italia, grazie a una piccola start-up della Silicon Valley che mi aveva assunta per lanciare la loro app.
Sono stata in Italia cinque anni, e ho capito tantissime cose.
Prima di tutto, che il nostro è il Paese più bello al mondo.
Secondo, che non solo noi italiani ma anche tantissimi stranieri sognerebbero di vivere in Italia.
Terzo, che siamo un Paese pieno di talento e questo talento è distribuito davvero in ogni angolo. Infine, abbiamo una attitudine che ci distingue, ed è quella che in ogni situazione riusciamo a cavarcela, quello che in americano chiamano «street smart».
Ho anche capito che però tutto questo non basta, e con grande tristezza scelgo oggi di rimettermi in viaggio.
Penso che la politica abbia sbagliato dal principio a chiamarci «cervelli in fuga», perchè io come tanti altri non vogliamo fuggire, ma siamo costretti a scegliere una vita più dura in qualche città straniera, pur di portare avanti le nostre ambizioni.
Oggi torno a vivere nella quinta «città italiana», proprio Londra dove ci sono quasi 300 mila connazionali che l’hanno scelta come me.
Londra è una città cara, faticosa, si viaggia spesso oltre i 45 minuti, schiacciati in una metropolitana pienissima, per raggiungere l’ufficio, e si mangia malissimo.
Si vive in case con muri di cartapesta, spesso con parecchi «roommates» per abbattere i costi. Ma le opportunità sono tantissime.
Qui a Londra si incoraggia l’imprenditoria, si promuovono i giovani. Ci sono centinaia di migliaia di opportunità di lavoro, e il contratto non esiste determinato.
Se sei bravo le società ti fanno crescere, se no ti lasciano andare.
Qui noi veniamo per lavorare, non tanto per vivere e purtroppo questa è la scelta che dobbiamo fare. Mettiamo via ogni mese un po’ del nostro stipendio e saltiamo su un aereo per casa appena possiamo, con la gioia di rivedere un tramonto sul nostro meraviglioso mare.
Con tre soci italiani ho scelto di aprire un’azienda innovativa, che potesse rivoluzionare il mercato finanziario. Siamo arrivati a sedici impiegati oggi nei nostri uffici di Torino, alcuni di loro anche cervelli rientrati.
Il talento lo abbiamo trovato ma se vogliamo crescere e diventare una di quelle start-up che davvero scala, raccoglie importanti capitali e si espande in Europa, dobbiamo avere una sede centrale, che sia davvero centrale in Europa.
Non siamo i primi che prendono questa decisione, di start-up fondate da Italiani a Londra ce ne sono tante, e non saremo gli ultimi.
Qui si assume in poche settimane, e il costo aziendale di un impiegato nuovo è esattamente quel costo lordo che hai scelto di offrire.
Qui i capitali si trovano scrivendo ai fondi di venture capital una email, e le tasse dell’azienda si pagano online.
Qui a una donna non chiedono mai se ha intenzione di fare un figlio prima di decidere se finanziarle la sua start-up.
E così, le aziende anche piccole come la mia sono forzate ad andare via, e il lavoro lo creano altrove. E quello che rimane è un Paese che si accontenta di politiche assistenzialistiche perchè sono la unica opzione per raccogliere voti.
Io, nella quinta città d’Italia trovo l’ambizione, la vedo negli occhi degli italiani che faticano in questa città ma non mollano perchè vogliono di più.
Queste sono le persone che a me tutti i giorni ispirano e che mi rendono la permanenza lontana da casa più serena.
Solo qui trovo la passione, la voglia di condividere i sogni, la determinazione, quelle qualità di noi Italiani che piano piano nella penisola stanno svanendo.
Non le voglio fare sparire del tutto quindi continuerò a lavorare per scovare i nostri talenti in ogni regione d’Italia
(da “La Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 20th, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DELLA COOP CHE LICENZIA UNA DIPENDENTE PER ASSUMERNE DUE CON IL REDDITO DI CITTADINANZA
Cosa succederà con il tanto agognato e molto promesso “reddito di cittadinanza” declinato
secondo le interpretazioni del MoVimento 5 Stelle?
A quanto pare per scoprirlo ci vorrà qualche anno, giusto il tempo attuare la riforma dei centri per l’impiego.
Nel frattempo però nei comuni amministrati dai sindaci del M5S si sperimentano forme di reddito di cittadinanza a livello locale.
A Castelfidardo (Ancona) lo hanno chiamato reddito di cittadinanza ma in realtà sono “borse lavoro”. Un contributo di 400 euro mensili della durata sei mesi (per un impegno lavorativo di 20 ore settimanali) erogato dal Comune per favorire l’occupazione.
In buona sostanza il Comune paga e le imprese locali assumono, a costo zero.
Con l’ovvia soddisfazione da parte delle aziende che possono “ottenere” stagisti pagati meno di 5 euro l’ora.
Ben al di sotto della soglia del reddito minimo che vorrebbe il M5S e anche meno dei tanto criticati e contestati voucher.
E proprio a differenza dei voucher non è previsto il versamento degli oneri pensionistici. Una volta scaduto il periodo dei sei mesi sarà l’azienda a valutare o meno l’assunzione del “borsista” con reddito di cittadinanza.
Della vicenda, visto che sono tutti curiosi di sapere se il reddito di cittadinanza potrà funzionare, si è occupata qualche giorno fa la trasmissione di Rai 3 Agorà .
I requisiti per partecipare al progetto sono semplici: bisogna avere un’età compresa tra 30 e 65 anni, un reddito Isee inferiore a 25mila euro e avere la residenza nel comune da dieci anni. Il reddito si può ottenere però solo una volta, come se quei sei mesi risolvessero tutti i problemi.
Il Comune di Castelfidardo, governato dal sindaco Roberto Ascani, ha stanziato 188 mila euro in due anni per lanciare il suo progetto di reddito di cittadinanza.
Ma l’opposizione denuncia che non si tratta di una vera misura in grado di favorire la fuoriuscita dalla disoccupazione, se non in maniera temporanea. Una volta scaduto il periodo di prova (e quindi l’incentivo pubblico) le aziende non assumono gli “stagisti” che quindi tornano a casa.
C’è poi il dubbio su quanto 400 euro al mese possano realmente incidere sul bilancio familiare.
Enrico Santini, consigliere del Partito Democratico, è stato il primo a denunciare i “lati oscuri” del reddito di cittadinanza di Castelfidardo.
Un’azienda che ha una cassa integrazione in corso ha deciso di usufruire della “borsa lavoro” del Comune per “assumere” sei nuovi stagisti. Le ragioni sono ovvie: i costi per l’azienda sono irrisori (assicurazione e INAIL) ed evidentemente l’inserimento dei “borsisti” non pregiudica l’erogazione della cassa integrazione.
Più che un sostegno all’occupazione sembra un sostegno alle imprese per fornire lavoratori sottopagati a costo zero.
Poi, prosegue Santini, c’è un “noto albergo locale che avrà sì e no 4 o 5 dipendenti” che ha attivato sei percorsi con le “borse lavoro”.
Ed infine il caso più clamoroso: “una società che ha in gestione un servizio comunale (asilo nido) ha pensato bene di licenziare una dipendente con contratto a tempo indeterminato per sostituirla con due redditi di cittadinanza”.
Personale che difficilmente, visto il comportamento dell’azienda, verrà assunto al termine del progetto.
Per il sindaco si sta facendo “troppo rumore per un solo caso” e ricorda che “su 35 borsisti abbiamo avuto 6 assunzioni”, ma evita di conteggiare che quelle sei assunzioni sono costate la perdita di almeno un posto di lavoro.
La capogruppo del PD di Castelfidardo Laura Piatanesi ci va giù dura: «Siamo di fronte a un caso gravissimo: una donna è stata licenziata per far posto ad altre due persone assunte a costo zero proprio grazie al reddito di cittadinanza».
Prosegue Santini: «La coop che gestisce l’asilo comunale con contratto di servizio di 139 mila euro per due anni ha prima ridotto l’orario di lavoro e poi licenziato una dipendente con contratto a tempo indeterminato da 9 anni».
Manca poi la formazione, una persona intervistata da Rai Tre ha raccontato di essere assunto per fare il cuoco, ma in cucina era da solo.
E non è chiaro se tra i criteri per le assunzioni temporanee si guardano anche le competenze pregresse. Il rischio è di trovare, come spiegava Luigi Di Maio qualche anno fa, un geologo a coltivare un campo di patate.
Secondo il Capo Politico del M5S per finanziare il reddito di cittadinanza era necessario chiudere gli enti inutili (e mandare a casa i dipendenti, con l’ormai storico esempio del geologo). A Castelfidardo hanno fatto meglio: hanno fatto licenziare una lavoratrice per poter erogare due “redditi di cittadinanza”.
Tutto a spese della collettività .
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 16th, 2018 Riccardo Fucile
SFRUTTATI E SENZA DIRITTI, DOVE SI FATICA IL DOPPIO, GLI STIPENDI SI RIDUCONO E LE GARANZIE SONO EVAPORATE
Ci sono i lavoratori Amazon che spostano pacchi a ritmi “infernali, pericolosi per la salute”. E
raccontano dei “controllori” che monitorano ora per ora la loro produttività rimproverando pubblicamente i meno performanti.
Ci sono i piloti Ryanair senza ferie nè malattia, costretti a volare dopo pochissime ore di riposo per rispettare i turni, e l’operaio Fca che si è urinato addosso perchè i capi gli avevano impedito di andare in bagno.
Ma anche i dipendenti Lidl che raccontano una routine fatta di turni extra in cui però si lavora gratis e i rider del cibo a domicilio con retribuzioni a cottimo, senza alcuna tutela se si fanno male mentre pedalano sotto la pioggia o la neve per consegnare pizze e sushi.
Per non parlare degli operatori di call center: “Dobbiamo riuscire a riattaccare in meno di tre minuti e mezzo”, racconta un’operatrice.
Sono loro i protagonisti di Italian Job — Viaggio nel cuore nero del mercato del lavoro italiano (Sperling & Kupfer), libro-inchiesta di Maurizio Di Fazio, collaboratore de ilfattoquotidiano.it e delle testate del gruppo Gedi (ex Espresso).
Un racconto “delle viscere dell’Italia contemporanea, di un Paese che lavora anche il doppio o il triplo di prima per non perdere un posto non più fisso, e pazienza se gli stipendi si sono assottigliati (…) e sono evaporate in un batter di ciglia tutele e garanzie che si pensavano acquisite per sempre”. Tra “lavoratori della notte e di qualsiasi giorno festivo, nuovi operai-massa della logistica, addetti alle consegne delle merci e dei piatti che compriamo su internet, al servizio “esclusivo ma indiretto” di aziende e app multinazionali. Testimonianze della negazione dei diritti più banali e fisiologici, in catena di montaggio o alla cassa, come quello di andare in bagno”.
Da Mondo convenienza “ormai sono quasi tutti part time”, racconta una addetta alle vendite.
Peccato che a volte chi ha il part time venga chiamato al lavoro anche di domenica salvo rimandarlo a casa “dopo una o due ore” e scalargli lo straordinario, “nel senso che proprio non glielo pagano”.
Il sindacato “E’ una bestia nera. A un mio collega hanno promesso: “Se ti cancelli dal sindacato ti agevoliamo con i turni”. Siamo rimasti in pochi a essere iscritti”.
Non stanno molto meglio gli infermieri liberi professionisti, gli operatori socio-sanitari che arrivano a vedersi offrire meno di 2 euro l’ora, i giornalisti precari a duecento euro al mese..
Il capitolo sui supermercati aperti 24 ore su 24 e sui centri commerciali con le serrande alzate pure a Pasqua e Natale evidenzia come gli orari impossibili e la richiesta di disponibilità no stop vadano soprattutto a scapito delle lavoratrici donne. “Il 78% delle dimissioni convalidate dall’ispettorato del lavoro nel 2016 è stato di donne con figli”, ricorda Di Fazio. Che cita il caso della Puglia: la stragrande maggioranza delle 600 donne dal 2008 al 2016 hanno bussato all’ufficio della consigliera di parità pugliese Serenella Molendini ha lamentato che la causa della discriminazione o del licenziamento è stata la maternità . “Le aziende tendono a mettere subito le cose in chiaro: se hai figli, e soprattutto se stai per averne uno, non sei una lavoratrice gradita”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 14th, 2018 Riccardo Fucile
LA SPIEGAZIONE DELLA PROVOCAZIONE “RAZZISTA” CHE HA APERTO LA POLEMICA
«Mi scuso con chi si è offeso per il tono razzista e sessista del post. La nostra è stata una puntualizzazione, uno sfogo, diciamo. Perchè non riusciamo a trovare personale italiano», sono queste le prime parole di Simone Ciarùffoli, fondatore della catena milanese Burgez, autore nei giorni scorsi di un post – pubblicato sulla pagina ufficiale di Facebook del locale per cercare delle cassiere da integrare nell’organico di via Savona – che ha fatto molto discutere.
Il motivo? Aver specificato che non c’è da stupirsi se la maggior parte delle cassiere sono filippine perchè: «le italiane il sabato hanno il moroso, il mercoledì hanno la palestra, la domenica la stanchezza, ecc.».
Un post per i toni molto simile a quella sottile, neanche troppo, ironia che contraddistingue la comunicazione di Burgez. Sicuramente politically uncorrect, in controtendenza quindi.
«Ci studiano e scrivono delle tesi sul nostro modo di utilizzare i social. E non nego che anche in questo caso lo stile non è cambiato», continua il fondatore, «perchè abbiamo in qualche modo smosso la pancia di chi ha visto l’annuncio» e non nega di aver ricevuto molti commenti positivi, anche tra ristoratori, che di fatto gli hanno dato ragione.
Per chi critica, invece, il loro piano marketing troppo sfrontato e senza limiti, anche in questo caso, ribatte: «In realtà il post è stato uno dei meno programmati sotto il piano comunicativo. Ed è forse anche per questo che non siamo riusciti a veicolare bene il messaggio. Noi non siamo razzisti, anzi, vorremmo rendere partecipi della nostra attività tutti, anche gli italiani. Ma la realtà è ben diversa».
Cioè? «Un problema c’è e non è da sottovalutare. Mi chiedo spesso perchè io debba fare così fatica a trovare del personale italiano ed è per questo che è nato questo post. Come per dire: ragazzi svegliatevi! Stiamo cercando voi».
E se però l’intenzione non è stata capita, Ciarùffoli spiega che tanta discussione è nata dal fatto che «o quella che abbiamo detto è una bugia oppure la verità . E visto che a noi le bugie non interessano, abbiamo deciso di condividere con tutti la nostra realtà ».
Si rischia, però, in questi casi di cadere in inutili generalizzazioni resuscitando il vecchio stereotipo dell’italiano “mammone”.
«Ma guardi che è la verità , almeno per quello che ci riguarda. Nel post abbiamo citato solo pochi esempi, del moroso, della palestra e della stanchezza nel weekend. Ma il nostro ufficio del personale le potrebbe raccontare di quanti vengono ai colloqui con i genitori o di quanti, invece, richiedono da subito i weekend liberi. Ben sapendo che è proprio il momento in cui si lavora di più in un ristorante».
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
LAVORATORI IN RIVOLTA… SOTTO ACCUSA ANCHE I PAROLAI DELLA REGIONE LIGURIA
Centoquattordici lavoratori Piaggio Aerospace, di cui ottanta genovesi e 34 di Villanova, hanno
ricevuto questa mattina le lettere di licenziamento.
Si tratta di lavoratori che sono al momento tutti in cassa integrazione che scadrà il prossimo luglio.
La conferma, dopo l’anticipazione del Secolo XIX online, arriva da fonti sindacali. «Piaggio Aerospace ha avviato questa mattina la procedura di licenziamento collettivo nonostante avesse detto che non ci sarebbero stati esuberi e se si sente autorizzata a farlo è perchè il governo ha nei fatti dato l’ok al nuovo piano industriale» attacca Antonio Caminito della Fiom Cgil di Genova. I sindacati hanno chiesto un immediato incontro con l’azienda: «Vogliamo capire quali sono le reali intenzioni – spiega il sindacalista – e se la convocazione non arriverà immediatamente siamo pronti a scendere in piazza».
Rabbia ma soprattutto l’amarezza nei confronti dell’esecutivo che il 15 febbraio aveva di fatto avallato il piano industriale dell’azienda allo scopo di evitarne il fallimento: «È evidente che il governo ha grandissime responsabilità perchè li ha riempiti di soldi – accusa ancora la Fiom – e non è riuscito nè a pretendere un piano industriale serio nè a evitare gli esuberi».
Fim Cisl e Uilm: «Governo e Regione corresponsabili»
«Ancora una volta le dichiarazioni rassicuranti dell’amministratore delegato non hanno nei fatti nessun riscontro, anzi si fa il contrario di ciò che si afferma. L’Azienda si sente legittimata nel portare avanti il proprio Piano Industriale dalle dichiarazioni di accoglimento dello stesso, fatte dal Governo nell’ultimo incontro del 15 febbraio 2018 presso il Ministero dello Sviluppo Economico. La cessione della proprietà intellettuale del P180 e la sua evoluzione ad una sconosciuta Società Cinese, che dovrebbe garantire commesse e quindi il lavoro, nei fatti farà uscire Piaggio dall’essere una società velivolistica civile.
Lo scrivono in un comunicato i rappresentati di Fim Cisl e Uilm – L’Azienda costruirà i velivoli civili sino a quando allo stesso converrà . Non ci risulta che esistano ad oggi accordi a tutela delle tante affermazioni generiche sentite. L’Azienda sostiene che non esiste lo spacchettamento ma contraddicendosi conferma che i motori sono in vendita, ad azienda italiana della quale anche in questo caso non si conosce l’identità dettagliata, ma si sa già che manterrà la sede a Villanova, i lavoratori italiani conoscono migliaia di Aziende che cedono e promettono garanzie che restano ovviamente a carico di chi compra. L’azienda straccia tutti gli accordi sottoscritti a garanzia del ridimensionamento della presenza su Genova, compreso gli impegni ad utilizzare le aree di Sestri Ponente per ricollocare i lavoratori, ma quel che è più grave cancella l’impegno sottoscritto nelle sedi Governative dell’assenza di esuberi. L’attivazione della procedura è un atto grave che chiama alla corresponsabilità diversi soggetti, primo tra tutti il Governo che ha continuato ad elargire milioni di euro a Piaggio senza pretendere in cambio un impegno minimo di garanzia occupazionale senza nessun licenziamento. La Regione in quanto firmatario dell’Accordo Ministeriale non è uno spettatore la violazione degli accordi sottoscritti la coinvolge direttamente» concludono dai sindacati».
(da “Il Secolo XIX”)
argomento: Lavoro | Commenta »