Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile
“TUTTI SOLIDALI A PAROLE, POI VORREBBERO L’INVALIDO ALTO, BIONDO E CON GLI OCCHI AZZURRI”
Per i lavoratori disabili doveva essere una svolta. Ma la riforma entrata in vigore il primo gennaio si preannuncia un percorso a ostacoli.
Le piccole aziende coinvolte nella nuova norma sono già in rivolta.
Quelle che impiegano almeno 15 dipendenti ora hanno l’obbligo (in cambio di sgravi) di assumere un lavoratore disabile, ma chi può sfugge.
La novità doveva scattare nel 2017 ma nonostante il rinvio molte aziende sono impreparate: alcune non conoscono la normativa e altre hanno annunciato che non la rispetteranno. Poche, dunque, quelle che hanno già le carte in regola.
Una legge sconosciuta
Per mettersi a norma c’è tempo fino ai primi giorni di marzo. Poi scatteranno le sanzioni: 153,20 euro per ogni giorno non lavorato dal disabile che doveva essere assunto. Pagare le multe costa più dell’assunzione, ma non basta a convincere gli imprenditori.
«In tanti hanno detto che preferiranno pagare le sanzioni», svela un impiegato dell’Ufficio provinciale del lavoro di Roma.
Le regole
Sono tutte contenute nel decreto legislativo 151 del 2015. La parola chiave della norma è il «collocamento mirato». L’azienda comunica i profili che cerca e gli uffici del lavoro si adoperano per trovare la persona più adatta.
Una logica per superare la chiamata obbligatoria del primo iscritto alla lista. «C’è molta resistenza — dice Alessandra Naddeo, dello sportello Anmil di Napoli — Ci è capitato che alcune aziende ci chiedessero profili assurdi, per esempio un interprete cinese-arabo, per poi dire che non c’è la persona adatta».
Aziende in rivolta
Sul collocamento mirato, che sembra incompatibile con l’obbligo, insistono anche gli imprenditori. «Le persone disabili hanno il diritto di essere inserite nel mondo del lavoro ma non è corretto scaricare tutto il peso sulle aziende – protesta Confindustria – Il collocamento obbligatorio, a prescindere dalla conoscenza delle capacità della persona disabile e delle mansioni disponibili in azienda, contraddice palesemente il principio del collocamento mirato che è il fulcro della legge».
«Dovremo individuare i profili più adatti da inserire nelle aziende – dice Luca Sanlorenzo, direttore generale dell’Api di Torino – Non dobbiamo trasformare un diritto, quello dei lavoratori disabili, in un onere a carico solo delle imprese».
La protesta dei disabili
I lavoratori esclusi sono moltissimi. Gianni Del Vescovo, 40enne di Latina, è costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente in moto.
Ha una laurea magistrale in ingegneria ambientale ma è disoccupato: «Sono costretto ad accettare lavori in nero per 400-500 euro. Purtroppo in Italia c’è da sconfiggere la logica per cui siamo un peso e non una risorsa».
La nuova legge, dunque, non basta. «Spesso, infatti, siamo costretti ad avviare le azioni legali – dice Gigi Petteni della segreteria nazionale Cisl – Il lavoro è la più alta forma di inclusione ma sarebbe bello che le aziende sentissero la loro responsabilità sociale più forte dell’obbligo di legge».
E questo sembra anche il sogno di chi ogni giorno fa i conti con la disabilità : «Per noi il lavoro è una conquista e per questo lo facciamo con più responsabilità – dice amareggiato Franco Bettoni, presidente dell’Anmil – Ma le aziende vorrebbero l’invalido alto, biondo, con gli occhi azzurri».
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
EMBRACO, AZIENDA DEL GRUPPO WHIRLPOOL LICENZIA 497 LAVORATORI SU 537
Embraco, azienda del gruppo Whirlpool, sta attivando il licenziamento collettivo di 497
lavoratori sui 537 occupati nello stabilimento di Riva di Chieri (Torino).
Lo annunciano in una nota i sindacati.
La notizia arriva a tre mesi dalla decisione dell’azienda di ridurre i volumi produttivi assegnati allo stabilimento torinese, che produce compressori per frigoriferi, delocalizzando la produzione in altri stabilimenti del gruppo.
Embraco conferma “l’intenzione di procedere alla cessazione della produzione nello stabilimento di Riva Presso Chieri (Torino), mantenendo comunque una presenza in Italia”.
Lo sottolinea, in una nota, la società del gruppo Whirlpool che ammette come questo sviluppo coinvolgerà circa 500 lavoratori ma spiega come “prima di giungere a questa decisione sono stati attentamente valutati diversi scenari alternativi ma nessuno di questi ha rappresentato una soluzione appropriata per continuare la produzione nello stabilimento”.
“L’Italia – continua la nota – rimane un Paese importante per Embraco che manterrà qui una presenza con un ufficio commerciale al fine di continuare ad assistere la propria clientela”.
L’azienda conferma l’intenzione di avviare la procedura sindacale riguardante la cessazione della produzione nello stabilimento di Riva dicendosi “pienamente consapevole delle sue responsabilità nei confronti dei propri dipendenti”.
Infine – si sottolinea – Embraco “lavorerà in stretta collaborazione con i rappresentanti sindacali, le autorità pubbliche e i funzionari locali per cercare soluzioni perseguibili e su misura per il personale coinvolto”.
“L’Embraco – commenta Dario Basso, segretario generale della Uilm di Torino – continua sulla linea intransigente mirata a dismettere l’attività produttiva a Riva di Chieri e lo dimostra nei fatti con l’attivazione della procedura di licenziamento collettivo per tutti i lavoratori. Adesso ci sono i canonici 75 giorni di trattativa, in cui dovremo adoperarci per fare in modo che l’azienda cambi questa decisione. È urgente aprire un tavolo di trattativa e servirà anche un passaggio al Mise per valutare strade alternative ai licenziamenti”.
“Lo scenario che ci viene presentato – afferma Federico Bellono, segretario generale della Fiom di Torino – è di gran lunga il peggiore tra quelli che si potevano prefigurare: dalla riduzione dei volumi annunciata nelle scorse settimane si passa al loro azzeramento, e quindi alla chiusura dell’attività produttiva. La totale assenza di responsabilità sociale da parte della Embraco è inaccettabile per le istituzioni, oltre che per i lavoratori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
SOLO IL 10% DEI 500.000 NUOVI ASSUNTI HA UN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO
Il lavoro registra un nuovo record storico degli occupati, al top da 40 anni, che
aumentano di 345 mila unità . Ma i nuovi assunti sono quasi tutti a tempo determinato.
L’Istat, nel suo rapporto del mese di novembre 2017, ne ha contati 23 milioni e 183 mila. Oltre 60mila in più di ottobre. Più 83mila nell’ultimo trimestre, più 345 mila dal novembre 2016. Si tratta del massimo dall’inizio delle serie storiche nel 1977.
Il tasso di occupazione sale di 0,2 punti percentuali al 58,4%. Gli occupati risultano in aumento dello 0,3% rispetto a ottobre e dell’1,5% rispetto a novembre 2016.
Ma quasi mezzo milione di lavoratori dipendenti in più, 450 mila sono a termine e solo 48mila sono a tempo indeterminato (un rapporto di quasi uno a dieci). Calano poi i lavoratori indipendenti: sono 152 mila in meno rispetto a un anno prima.
Il governo fa partire i suoi conteggi dal 2014, anno primo dell’era Jobs act, e quindi parla di un milione e 29 mila occupati in più con ben 541mila posti a tempo indeterminato.
In realtà la fotografia degli ultimi 11 mesi del 2017 è diversa: rispetto al novembre 2016 ci sono infatti 497 mila lavoratori dipendenti in più, ma di questi solo 48 mila sono assunti con contratti permanenti, mentre i restanti 450 mila sono a termine: in un anno sono saliti del 18,3% ed ora valgono il 16% del totale (2,9 milioni contro 14,9).
In pratica «10% di permanenti e 90% a termine. Questa la composizione dei nuovi occupati negli ultimi 12 mesi», annota il direttore della Fondazione Adapt, Francesco Seghezzi che segnala come tra settembre e novembre si contino 101mila contratti a termine in più e 16mila indeterminati in meno.
Lorenzo Salvia sul Corriere invece spiega che nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni il tasso di disoccupazione, cioè la percentuale di disoccupati sul totale degli attivi, è sceso a novembre al 32,7%. Rispetto al mese precedente il calo è di 1,3 punti percentuali. La situazione è migliorata in confronto al periodo più nero della crisi, il marzo del 2014, quando toccammo il 43,6%. Ma siamo ancora lontani dal periodo precrisi: all’inizio del 2007 la disoccupazione degli under 24 era poco sopra il 20%.
Rispetto al novembre 2016 i lavoratori dipendenti sono cresciuti di quasi mezzo milione. Solo 48 mila, però, hanno un contratto a tempo indeterminato. Tutti gli altri sono a termine.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
I NEET SONO 2,3 MILIONI, PIU’ DI QUANDO E’ PARTITO IL PIANO DI INSERIMENTO LAVORATIVO DEL GOVERNO
Quasi 150mila giovani inattivi in più nonostante gli 1,5 miliardi di fondi messi a disposizione dall’Unione europea negli ultimi quattro anni per finanziare Garanzia giovani, il piano che avrebbe dovuto favorirne l’ingresso nel mercato del lavoro. Programma che lo scorso luglio è stato rilanciato mettendo sul piatto altri 1,3 miliardi da spendere di qui al 2020.
Poco importa se, al netto degli annunci sessisti (“cercasi impiegata di bella presenza”) sul portale ufficiale e delle lungaggini burocratiche per ottenere pagamenti e attestati di partecipazione, i risultati non si vedono affatto.
Anzi: gli ultimi dati Istat, come rilevato dal presidente della fondazione Adapt Francesco Seghezzi, mostrano che tra il secondo e il terzo trimestre 2017 i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo sono aumentati di ben 205mila unità , toccando quota 2,3 milioni.
Sono il 25,5% degli italiani in quella fascia di età , contro una media Ue del 14,2%. Paradossalmente erano di meno (2,29 milioni) nel maggio 2014, quando il ministero del Lavoro attraverso l’Agenzia nazionale delle politiche attive ha avviato la sperimentazione di Garanzia giovani.
I soli ragazzi inattivi — quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano — sono passati in questi tre anni e mezzo da 1,29 a 1,44 milioni.
Secondo l’agenzia Ue Eurofound, il costo sociale dei Neet per l’Italia è di oltre 35 miliardi tra mancati guadagni, gettito fiscale perso e trasferimenti monetari.
Dopo lo stage solo il 27% viene assunto
Il fatto è che, come rivela l’ultimo rapporto della stessa Anpal, meno della metà (47,9%) degli 1,1 milioni di giovani italiani che si sono registrati al programma sono stati oggetto di un intervento di “politica attiva”, cioè quelli mirati a un inserimento nel mercato del lavoro.
Tra questi fortunati, poi, più del 70% si è visto offrire dal centro per l’impiego — o più spesso (nell’80% dei casi) dall’agenzia per il lavoro privata che l’ha preso in carico, da Adecco a Manpower a Randstad e Umana — un tirocinio.
Uno stage in azienda della durata di pochi mesi, dunque, retribuito con un massimo di 500 euro al mese.
E con poche prospettive di trasformazione in un contratto: il tasso di inserimento occupazionale dopo il tirocinio si fermava, lo scorso giugno, al 26,7%. Anche da qui, secondo Seghezzi, deriva l’aumento dei Neet registrato da Istat nel semestre successivo. “Non essendoci stato un baby boom nella classe 1998 o nella classe 1993, che sono quelli che escono dalla secondaria o si laureano quest’anno, non mi do molte altre spiegazioni per un aumento di 200mila unità ”, spiega. Solo il 15% delle azioni di politica attiva, attesta il rapporto, si è tradotto in un’assunzione con il bonus occupazionale, cioè l’incentivo alle assunzioni a tempo determinato e indeterminato, che nell’ambito di Garanzia giovani sono agevolate con bonus pari rispettivamente al 100% e al 50% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino a un massimo di 8.060 euro l’anno.
A un anno dalla fine del programma la percentuale di occupati crolla
Nel complesso, sui 376.178 ragazzi che al 30 giugno 2017 avevano concluso un percorso con Garanzia giovani meno del 46% risultava occupato.
Non solo: i dati raccolti dalla direzione generale Occupazione della Commissione Ue mostrano che, diversamente da quanto avviene nel resto d’Europa, la percentuale tende a calare notevolmente con il passare dei mesi.
A fine 2016 la quota di giovani che affermavano di trovarsi una “situazione positiva” era del 70% sei mesi dopo l’uscita dal programma, ma inferiore al 40% dodici e diciotto mesi dopo.
“Probabilmente dipende dal fatto che i risultati positivi che si registrano dopo sei mesi includono persone che stanno ancora partecipando all’offerta accettata alla fine del programma”, si legge in un rapporto del febbraio 2017. A questo nei rapporti Anpal non si fa cenno.
Quanto al fondo Selfiemployment, nato nel marzo 2016 per concedere finanziamenti agevolati per l’avvio di iniziative “di autoimpiego e autoimprenditorialità “, sui 113 milioni a disposizione solo 12,4 sono stati impegnati. Solo 378 le domande accolte, sulle oltre 1.500 presentate.
“Offerte di lavoro mascherate da stage”
L’altro problema è che i tirocini offerti, secondo i ragazzi iscritti al programma, sono spesso lavori a bassa specializzazione “mascherati” da stage. Sulle pagine Facebook attivate dalle Regioni, che sono gli enti responsabili di tradurre in pratica il piano nazionale facendo da raccordo con i Centri per l’impiego, si trova di tutto.
Nella stragrande maggioranza dei casi l’offerta è per corsi di formazione gratuiti e, ovviamente, tirocini (anche in altri Paesi europei).
In Sicilia vanno fortissimo i “corsi di europrogettazione“, ovvero la formazione necessaria per scrivere e presentare progetti europei, in Campania ce ne sono per acconciatori, barman e addetti alla logistica, in Toscana per “operatore agricolo“, addetto al giardinaggio e sarto. In Veneto si va da quello per chi vuol fare il graphic designer al percorso per aspirante banconiere di prodotti alimentari freschi: 80 ore di formazione e 320 di stage.
Poche le offerte di un contratto a tempo determinato. In compenso ci sono agenzie per il lavoro che cercano — sempre “per tirocinio” — baristi, camerieri, commessi, venditori di auto, addetti a officine meccaniche.
“Offerte di lavoro mascherate da stage”, secondo il giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi internazionali e comparati Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore del comitato scientifico di Adapt. Che via Twitter ha chiesto al ministro del lavoro Giuliano Poletti di eliminarle dal portale pubblico Garanzia giovani, insieme a quelle velatamente o esplicitamente sessiste in cui gli autori citano tra i requisiti la “bella presenza” o restringono senza motivo l’annuncio alle candidate donne.
Mesi per essere pagati. E in Calabria spunta pure la parentopoli
Ciliegina sulla torta, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, le lunghissime attese prima di ricevere il compenso per i tirocini.
A erogare l’indennità mensile di 400-500 euro è l’Inps, ma i fondi arrivano dalle singole regioni o province autonome, che gestiscono i finanziamenti europei.
Un iter che continua a incepparsi: sulle pagine Facebook regionali decine giovani segnalano di non aver ancora visto i soldi nonostante dalla fine dello stage siano passati mesi, in alcuni casi più di un anno.
Tempi particolarmente lunghi, stando ai gruppi Facebook creati ad hoc come “Disgrazia giovani”, i tempi necessari in Campania per essere pagati.
La regione Puglia solo a fine dicembre 2017 ha pubblicato gli elenchi degli ex tirocinanti a cui versare le indennità per stage conclusi, in diversi casi, a metà del 2016.
In Calabria il piano Garanzia Giovani è finito addirittura al centro di un’indagine della procura di Lamezia: nel mirino, con le ipotesi di peculato e corruzione, i vertici della società pubblica Sacal, che gestisce l’aeroporto regionale. Secondo i pm i tirocini retribuiti, viatico per successive assunzioni, venivano riservati ad amici e parenti di dirigenti della Regione e politici locali in cambio di favori e viaggi di lusso.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL 2017 FINISCE MALE: SONO 160 I TAVOLI DI CRISI APERTI
Non è stato un Natale sereno per molti lavoratori. Specie per chi è in cassa integrazione. Una situazione che interessa decine di migliaia di persone, solo nelle imprese italiane più famose e per poco non stava per coinvolgere anche i lavoratori della Melegatti, storica azienda di pandori, oggi in seria difficoltà .
La crisi di liquidità e i 18 milioni di debiti stanno tenendo lo storico marchio veneto appeso a un concordato preventivo.
A ottobre, il rischio era persino quello di non confezionare nemmeno un pandoro per questa stagione. Una campagna sui social ha poi permesso di ripartire il 20 novembre per produrre un milione e mezzo di dolci, ma poi le linee sono state spente di nuovo: il 15 dicembre un nuovo accordo ha riacceso ancora una volta lo stabilimento, nel quale sono già in preparazione le colombe pasquali. La situazione è per ora migliorata, ma i rischi sono dietro l’angolo.
I numeri.
L’utilizzo della cassa integrazione guadagni in Italia è in discesa, anche perchè il Jobs Act ne ha limitato la durata massima. A ottobre 2017 le ore totali di “cig” — che lo Stato versa ai lavoratori delle imprese con produzione ferma o ridotta — sono state 36,4 milioni; nello stesso mese del 2016 erano state 43 milioni.
Non è detto quindi che questo sia un segnale di ripresa, anche perchè le grandi crisi sono sempre circa 160.
Semplicemente, le nuove norme hanno reso più difficile per le imprese ricorrere all’ammortizzatore sociale e questo, anche secondo tecnici del ministero dello Sviluppo economico, ha complicato la gestione delle vertenze.
Tra le aziende che stanno comunque facendo cassa integrazione sono presenti anche quelle grandi e note. Molti marchi storici italiani non sono garanzia di produzione regolare nè di un’occupazione stabile: per decine di migliaia di lavoratori un Natale nell’incertezza.
Fiat ai box.
Lo sanno molto bene gli addetti di tutto gruppo Fiat, dove gli stop and go sono molto frequenti. A partire da Melfi: ai 900 operai della Punto toccherà prima dal 18 al 30 dicembre, poi dal 22 al 27 gennaio. Per gli altri 6mila, che sono impiegati sulle linee dei Suv, avremo un blocco tra Natale a Capodanno e altri due nel primo mese del 2018. A Pomigliano ci si fermerà dal 22 dicembre all’8 gennaio; un po’ con i permessi retribuiti, un po’ con la cassa integrazione. Al polo Maserati di Grugliasco lo stop di 1.700 dipendenti avrà una prima sessione dal 18 al 29 dicembre per poi riprendere a gennaio. A Mirafiori, a settembre è stata chiesta la cassa, utilizzabile al massimo per un altro anno, per 2.100 dipendenti.
Alfa Romeo.
A novembre 2016, poco prima del referendum, Marchionne e l’allora premier Matteo Renzi avevano promesso 1.800 nuove assunzioni entro il 2018 all’Alfa Romeo di Cassino. A marzo 2017 sono arrivati solo 830 interinali, ma a novembre sono stati riconfermati solo in 300. In questo caso, non è stata necessaria la cassa integrazione per far fronte alla riduzione dei volumi: è bastato non rinnovare i precari. Questo continuo singhiozzo nel mondo Fca spaventa i sindacati che non ripongono fiducia negli annunci della proprietà . “È necessario un nuovo piano che aumenti i modelli e rinnovi quelli già in produzione”, hanno spiegato i metalmeccanici della Cgil.
Acciaio fuso.
La vertenza Ilva resta forse la più importante e proprio per Taranto e gli altri siti italiani sono appena stati stanziati 24 milioni per la nuova cassa integrazione. I 14 mila lavoratori sono in attesa. L’Arcelor Mittal, acquirente delle fabbriche, non sembra disposta a riassumerli tutti. Il conflitto istituzionale tra governo e Regione Puglia — quest’ultima ha fatto ricorso contro il piano ambientale — ha complicato le trattative. In stallo totale sono anche le acciaierie ex Lucchini di Piombino. Nel 2015 gli algerini di Cevital avevano promesso a 2.200 lavoratori un rilancio poi rivelatosi fasullo. Il governo ha appena rescisso il contratto con la società e ora cerca nuove imprese interessate. Intanto, anche qui, la produzione è ferma e gli operai sono in cassa integrazione sperando che il 2018 porti una nuova proprietà che faccia ripartire le linee. “Gli ammortizzatori sociali arrivano fino a dicembre del prossimo anno — spiega Davide Romagnani della Fiom — il governo ci dica quanto ancora dovremo aspettare”.
Bacio amaro.
La storica fabbrica del Bacio Perugina a San Sisto (Perugia) sta invece continuando a funzionare, ma l’azienda ha dichiarato 364 esuberi (proponendo la ricollocazione in altre zone dell’Italia). Un accordo sindacale di ottobre 2016 prevede la cassa a rtotazione fino a giugno 2018 per gli 820 operai. “Speriamo di poterla prorogare altri 12 mesi — dice Michele Greco, Flai Cgil — per dare all’azienda il tempo per fare investimenti e ritirare gli esuberi”.
Volare basso.
L’inizio del 2018 sarà decisivo anche per l’Alitalia. Si attende di capire chi la comprerà e in che modo. Oggi i dipendenti sono più di 11mila, con circa 1.800 attualmente in cassa integrazione. Naturalmente, vista la fase così delicata, l’incertezza di quello che accadrà riguarda tutti.
Anche la Natuzzi, storica azienda pugliese che esporta divani in tutto il mondo, è alle prese da anni con riorganizzazioni. Un accordo del 7 dicembre con i sindacati ha permesso di evitare 170 licenziamenti. Questi addetti torneranno a gennaio in azienda, dove comunque partiranno cassa e contratti di solidarietà .
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
VISITE IN OLTRE 150.000 AZIENDE, SCOPERTI 44.000 LAVORATORI IN NERO
Più di centocinquantamila aziende controllate per scoprire che due su tre sono in
“situazione di irregolarità ” per quanto attiene la correttezza dei rapporti di lavoro.
E’ il resoconto dell’anno zero dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che ha presentato il primo resoconto di attività centralizzata.
Dati ancora parziali, perchè relativi alla vigilanza svolta tra inizio anno e la fine di novembre, con l’esclusione dunque di un mese (dicembre) che è solitamente significativo per quanto riguarda la caccia al lavoro nero.
Ma che già fanno capire quanto l’attività sia stata intensa, con casi di richiamo quali la visita alla sede di Amazon e – si apprende ora – anche agli scali dove opera Ryanair.
Negli undici mesi in questione, gli ispettori dell’Agenzia hanno fatto visita a 150.651 società , come si erano prefissati nella programmazione del lavoro, riscontrando un “tasso di irregolarità significativo, in quanto le ispezioni in cui sono stati contestati illeciti sono pari a n. 95.006, che rappresentano il 65% degli accertamenti definiti al 30 novembre 2017; pertanto, circa due aziende su tre sono state trovate in una situazione di irregolarità “, si legge nel rapporto che riassume il lavoro svolto.
E’ un dato, è bene ricordare, relativo solo alle aziende controllate, che vengono pre-selezionate in base a un’attività preventiva di intelligence.
Non si può quindi assumere come un ‘campione nazionale’ rappresentativo di quel che succede in tutto il mondo del lavoro italiano.
Guardando al lavoro sommerso, sono stati scoperti 43.792 lavoratori in nero. “Il dato complessivo, se rapportato al numero delle aziende risultate irregolari, appare di assoluto rilievo in quanto presuppone mediamente la presenza di 1 lavoratore in “nero” ogni 2 aziende irregolari”, dice il rapporto.
L’Ispettorato ha avviato l’attività dall’inizio dell’anno, come Agenzia unica disegnata dal Jobs act per raggruppare la vigilanza su lavoro e legislazione sociale che prima era distribuita tra Ministero, Inps, Inail.
Oltre all’aggiornamento dei 4mila ispettori (con 400 Carabinieri dedicati), l’Ispettorato ha cercato di mirare i suoi interventi attraverso un’attività di intelligence per selezionare i soggetti da sottoporre ad accertamento, evitando così doppie verifiche che si traducono in perdita di tempo e risorse.
Al centro degli accertamenti di questi mesi ci sono state le cooperative spurie, quelle che lo stesso Ministero ha definito come “realtà pseudo-imprenditoriali che, invece di perseguire scopi mutualistici, agiscono in spregio dei diritti dei lavoratori e delle regole della sana concorrenza al solo fine di massimizzare il profitto”
Proprio a questo campo d’intervento, rispondendo a una interrogazione di Guido Guidesi, il ministro Poletti ha dedicato un passaggio la scorsa settimana in Parlamento: “L’ispettorato ha avviato nel 2017 una specifica campagna straordinaria.
Nell’ambito di questa attività , si segnala il recente intervento ispettivo presso la società Amazon”, ha ricordato in quell’occasione Poletti. Il noto portale, ha aggiunto oggi il ministro, ha commesso “un errore grave” a disertare il tavolo con i sindacati convocato dal prefetto di Piacenza.
“Penso che l’azienda debba rispondere a un invito fatto dal prefetto – ha sottolineato – comportamenti diversi non sono accettabili”.
Altri casi messi nel mirino degli ispettori, e già citati in Parlamento, sono quelli di Mondo Convenienza e delle sue cooperative.
“Anche la società Castelfrigo è stata oggetto di accertamenti, all’esito dei quali sono emerse diverse violazioni alla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, che hanno portato a contestare sanzioni amministrative per più di 120 mila euro e l’evasione di più di un milione di euro di contributi previdenziali e sanzioni civili”, ha spiegato.
Dal rapporto odierno si ripercorre la storia di un’altra cooperativa verso la quale sono staccati verbali per oltre venticinque milioni di euro, come esito degli accertamenti dai quali sono emersi debiti contributivi da 19,6 milioni e sanzioni civili per altri 6,4 milioni. “L’attività della cooperativa consisteva nel ‘rifornire’ di personale piccole e medie imprese”, circa 3.700 clienti, “a tariffe estremamente basse rispetto al costo del lavoro del personale direttamente dipendente dall’impresa cliente. In alcuni casi la cooperativa chiedeva e otteneva il licenziamento del personale già dipendente dell’impresa per poi reimpiegarlo presso la stessa a costo ribassato.
Tali attività erano evidentemente possibili solo attraverso risparmi illecitamente ottenuti a danno dei lavoratori e dell’Inps”, spiega il resoconto dell’Ispettorato.
Dopo le recenti vicendi sulle minacce di sciopero, si scopre anche che l’Ispettorato ha avviato nuovi accertamenti su Ryanair, per verificare “anche alla luce delle novità di carattere giuridico della disciplina comunitaria, la corretta applicazione della normativa italiana a tutela dei lavoratori (diritti retributivi, orario di lavoro, riposi, permessi ecc.). Gli accertamenti sono stati anzitutto avviati sulle sedi di Bari, Bologna, Bergamo, Pisa e Roma e coinvolgono un cospicuo numero di unità ispettive presso ciascuna sede”, si legge nel resoconto dell’attività .
Presente anche la voce del Caporalato, infine, con oltre 6.600 accertamenti nel settore agricolo (ma, si specifica, sono dati “assolutamente parziali”) e un tasso di irregolarità superiore al 50%.
Tra novembre 2016 e 2017 sono state denunciate cento persone per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il reato di caporalato, che hanno portato a 28 arresti.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
PREVISTI ANCHE LICENZIAMENTI PER MOLESTIE E PREMI PER UFFICI VIRTUOSI
Gli statali presto avranno nuove regole di lavoro e una busta paga un po’ più pesante. La trattativa per il rinnovo dei contratti è alla volata finale, dopo quasi dieci anni di attesa. Una tappa preceduta dalla sentenza della Corte Costituzionale da tre manovre (per un totale di 2,8 miliardi di euro) e dalla riforma Madia.
Ecco allora le principali direttrici del nuovo contratto.
Per il quadro finale bisogna però aspettare l’incontro di mercoledì, quando i sindacati si ritroveranno all’Aran, l’agenzia che rappresenta il Governo, per tentare l’accordo.
Ma la partita si chiuderà completamente solo quando saranno toccati tutti i settori (dalla scuola alla sanità ) e i ‘soldi’ entreranno nelle tasche dei travet (entro marzo).
Un complicato meccanismo assicurerà un aumento medio di 85 euro mensili lordi. Questo per il complesso dei dipendenti delle funzioni centrali, ovvero gli statali in senso stretto (247 mila ‘teste’).
L’adeguamento inoltre punterà ad accorciare la forbice retributiva. Applicando a tutti la percentuale di rialzo, stabilita in manovra (+3,48%), chi ha di più avrebbe ancora di più. Si applicherà quindi una ‘scala’ che permetta scatti più omogenei.
Le organizzazioni dei lavoratori non saranno più solo informate delle decisioni prese dall’amministrazione, ma si darà vita a un confronto (una sorta di concertazione nella versione 2.0) nelle materie che hanno riflessi sul lavoro.
In ballo ci sono anche turni e straordinari. I bonus di produttività non ricadranno più nella stessa proporzione su tutti ma saranno tarati sulla produttività sia del singolo che della squadra di cui fa parte, ovvero dell’ufficio.
Si ipotizza che il 20% delle risorse vada ai dipendenti dei servizi che si aggiudicano le performance migliori.
Il contratto a tempo determinato non potrà superare i 36 mesi, prorogabili di altri 12 ma solo se in via eccezionale. Come nel privato, il numero dei dipendenti a termine non potrà andare oltre il 20% del totale. Superate le soglie non si potrà essere assunti (si entra solo per concorso) ma l’esperienza maturata farà punteggio.
Vengono esplicitate e rafforzate le sanzioni da infliggere in questi casi: in prima battuta il molestatore incappa in una sospensione (fino a un massimo di 6 mesi). Ma se il comportamento viene replicato scatterà l’espulsione definitiva.
Via anche chi chiede regali sopra i 150 euro come scambio di favori.
Si rimarrà fuori dall’ufficio e senza stipendio fino a due assenze ingiustificate in continuità con le giornate festive. La stessa sanzione è prevista per ingiustificate assenze di massa (l’esempio più eclatante è il Capodanno dei vigili urbani della Capitale). Se la condotta si ripete si passa al licenziamento. E non si scappa, visto che tutto sarà registrato in un ‘fascicolo personale’.
La Pubblica Amministrazione apre le porte all’orario di lavoro ‘elastico’, con fasce di tolleranza in entrata e in uscita. Viene anche potenziata la possibilità di passare al part time. Un capitolo è poi dedicato al telelavoro.
Le unioni civili valgono come i matrimoni su permessi e congedi. I conviventi potranno così godere dei 15 giorni di stop retribuito riconosciuti per le nozze. Anche nella P.a il lavoratore potrà cedere ad un altro dipendente, che abbia necessità familiari o di salute, la parte che eccede le settimane di ferie obbligatorie.
Di norma i permessi previsti dalla legge sulla disabilità andranno inseriti in una programmazione mensile e solo in caso di “documentata necessita” la domanda potrà essere presentata nelle 24 ore precedenti. Intanto le tutele previste per le terapie salvavita vengono estese anche ai giorni di assenza dovuti agli effetti collaterali dei trattamenti. Arrivano inoltre i permessi ad hoc per viste specialistiche.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
TASSO OCCUPAZIONE FINO A 35 ANNI CALATO DEL 10%
Sempre più occupati a termine, tanto che nel secondo trimestre si è toccato il
massimo storico di 2,7 milioni. E oltre 500mila lavoratori “somministrati“, che lavorano nel 95% dei casi con contratti brevi. O brevissimi.
Il dato medio è di 12 giorni, ma il 58% viene chiamato in servizio per meno di sei giorni e il 33,4% (era il 30,5% nel 2012) addirittura per una sola giornata.
E’ il quadro di un mercato del lavoro sempre più precario, a dispetto del Jobs Act, quello che emerge dal primo rapporto annuale sull’occupazione in Italia: a prepararlo sono stati, insieme, il ministero guidato da Giuliano Poletti, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal. Con l’obiettivo di “rispondere alla crescente domanda di una lettura integrata” dei dati sull’occupazione, visto che le diffusioni mensili e trimestrali da parte di fonti diverse tendono ad aumentare la confusione invece che far chiarezza.
La premessa spiega che le diverse analisi “convergono nel descrivere un quadro di miglioramento”, in cui “fattori di fondo — demografici e sociali dal lato dell’offerta di lavoro, di selezione interna e risposte ai mutamenti tecnologici e della globalizzazione dal lato delle imprese — e fattori di più breve periodo (espansione ciclica mondiale e politiche economiche) concorrono a una ripresa economica caratterizzata da una elevata intensità occupazionale”.
I numeri però dipingono un quadro in chiaroscuro: il numero degli occupati “si avvicina ai livelli del 2008“, poco meno di 23 milioni, ma “in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante”: quasi il 6% in meno.
Conseguenza diretta del calo dell’attività produttiva e dell’incremento dei posti a tempo parziale.
E il tanto rivendicato “effetto Jobs Act“?
Nel 2015 e 2016 gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili — che peraltro non sono parte della riforma del lavoro, l’hanno solo accompagnata — hanno fatto “crescere significativamente” l’occupazione a tempo indeterminato, ma non tanto da riportarla al massimo storico fatto segnare prima della crisi.
Come emerso da tempo, poi, la ripresa occupazionale ha beneficiato soprattutto i lavoratori senior: il tasso di occupazione dei 15-34enni risulta tuttora del 10,4% più basso rispetto al livello del 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni e di 1,5 punti per i 65-69enni.
“Negli ultimi due anni, tuttavia”, si legge nel documento, “la condizione dei giovani mostra segnali di miglioramento: dopo otto anni di calo, il tasso di occupazione dei 15-34enni torna a crescere nel 2015 e soprattutto nel 2016 (+0,1 e +0,7 punti), in particolare per 25-29enni”.
Nel frattempo però sono progressivamente aumentati i rapporti di lavoro in somministrazione, gli ex interinali.
Assunti dalle Agenzie per il lavoro, che li inviano “in missione” nelle aziende che richiedono i loro servizi. I loro contratti, mettono nero su bianco ministero, Inps e Istat, sono sempre più brevi. “L’incidenza dei contratti di breve durata sul complesso risulta in crescita”, si legge, “dal 56% del 2012 al 58% del 2016. La loro durata media prevista è progressivamente diminuita passando da 13,8 giorni nel 2012 a 11,7 giorni nel 2016. Più dettagliatamente, se nel 2012 le attivazioni con durata prevista inferiore ai 6 giorni erano pari al 55,2% del totale delle attivazioni brevi, nel 2016 passano al 58,5%“.
Una crescita “quasi totalmente imputabile alle attivazioni che prevedono una sola giornata, la cui incidenza cresce di quasi 3 punti percentuali dal 30,5% al 33,4%”. Al contempo, “si comprime sensibilmente la quota di attivazioni di breve durata che superano le 31 giornate previste: dal 16,2% al 12,7%”. Si noti che non si tratta (più) solo di giovani alle prime armi: se gli under 25 e i 35-44enni sono i più numerosi, “nel corso del quinquennio è cresciuta l’incidenza relativa degli individui con più di 45 anni” ed è “più che raddoppiato il numero di lavoratori over 55 interessati da contratti di somministrazione di breve durata”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“E’ INCREDIBILE CHE NON SI RIESCA A TROVARE NESSUNO”… ALTRO CHE PRIMA GLI ITALIANI, PRECEDENZA A CHI HA VOGLIA DI LAVORARE: DI FANCAZZISTI NE ABBIAMO GIA’ TROPPI IN PARLAMENTO
Una azienda di Campodarsego, la Antonio Carraro, cerca 70 dipendenti, tra operai, tecnici e ingegneri, proponendo un contratto a tempo indeterminato, ma la ricerca è risultata fino ad oggi vana.
Lo racconta la responsabile relazioni esterne, Liliana Carraro. “Offriamo un contratto base di terzo livello che fa riferimento al contratto nazionale del settore metalmeccanico – spiega dalle pagine del Gazzettino – con una retribuzione di 1.590 euro mensili”.
L’azienda, specializzata nella produzione di trattori compatti per agricoltura, ha effettuato grossi investimenti per inserire nuovi robot alla catena di montaggio e ha necessità urgente di trovare manodopera specializzata che li faccia funzionare.
Pur di risolvere il problema, la Carraro ha pensato di organizzare il 16 dicembre una giornata “porte aperte” nella speranza che qualche giovane in cerca di lavoro varchi la loro soglia. Attualmente l’industria occupa 380 dipendenti.
“E’ incredibile che non si riesca a trovare nessuno – commenta Carraro – . Siamo una azienda sana, capitalizzata, sicura, con mensa e servizi per i lavoratori. Come è possibile che non ci siano persone interessate a far parte del nostro gruppo? Forse i giovani di oggi vogliono fare tutti il medico o l’avvocato, ma non credo che riusciranno a trovare pane per i loro denti nell’Italia in cui viviamo”
“Abbiamo una settantina di posizioni aperte da almeno sei mesi. In tutto questo tempo avrà risposto sì e no una decina di persone delle quali solo tre idonee. Siamo al paradosso”.
(da agenzie)
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