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ILVA, TENSIONE A GENOVA: “OCCUPAZIONE A OLTRANZA DELLA FABBRICA”, CORTEO BLOCCA LA CITTA’

Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile

IN MARCIA I MILLE DI ILVA, SI UNISCONO CENTINAIA DI ALTRI LAVORATORI… GENOVA SOLIDALE CON I SUOI OPERAI

Seicento lavoratori a rischio e una città  mobilitatata.
La storia di Ilva e della città  di Genova vivono oggi un altro capitolo carico di tensione.
E’ iniziato alle 8,30 il corteo dei lavoratori dello stabilimento Ilva di Genova Cornigliano. Il corteo è aperto dallo striscione ‘Pacta servanda sunt’ che ricorda l’accordo di programma ‘violato’ dal nuovo proprietario del gruppo Ilva, la cordata AmInvestCo formata dal leader mondiale della siderurgia Arcelor Mittal e dall’italiana Marcegaglia.
Con i lavoratori in corteo anche tre mezzi pesanti sui quali sono stati issati striscioni di protesta. Dietro ai mezzi alcune centinaia di lavoratori. Il corteo da Cornigliano arriverà  in centro a Genova per un presidio sotto la prefettura.
Sono circa un migliaio i lavoratori   in marcia verso la prefettura di Genova.
Al corteo, che si sta dirigendo verso il centro del capoluogo ligure, si sono aggiunte le delegazioni dei lavoratori di Ansaldo Sts e Ansaldo Energia, Fincantieri, Ericsson, i lavoratori del porto, una rappresentanza dei vigili del fuoco e i lavoratori di Riparazioni navali.
La manifestazione prosegue sotto lo slogan ‘senza lavoro c’è agitazione’
Prima di partire in corteo i lavoratori si erano riuniti in assemblea fin dalle cinque del mattino.
La tensione naturalmente è altissima. E’ emersa anche l’ipotesi di una mobilitazione a oltranza sulle 24 che bloccherebbe la città  se non dovessero arrivare risposte e garanzie dall’incontro in prefettura.

(da agenzie)

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PERCHE’ LICENZIARE COSTA MENO QUANDO DOVREBBE COSTARE DI PIU’

Ottobre 8th, 2017 Riccardo Fucile

IL COMBINATO DISPOSTO DELLA LEGGE FORNERO E DEL JOBS ACT LO RENDE PIU’ CONVENIENTE CHE RICORRERE ALLA   CIG

Licenziare costa poco, troppo poco.
Il combinato disposto della legge Fornero, che ha disposto l’eliminazione della mobilità  e con essa il contributo per accedere ai licenziamenti collettivi, sostituiti da un ticker di quattro volte più basso, e del Jobs Act di Renzi che ha quintuplicato l’aliquota di accesso alla cassa integrazione, ha avuto il risultato che cacciare un lavoratore conviene più di ieri.
Se prima mettere in cassa un lavoratore anzichè licenziare costava 3 mila euro in meno, ora costa mille euro in più.
Per questo, spiega oggi Valentina Conte su Repubblica, il governo Gentiloni intende chiedere alle imprese uno sforzo aggiuntivo, da inserire nella imminente legge di Bilancio.
Versare un ticket licenziamento più alto dell’attuale, così da finanziare il nuovo assegno di ricollocamento collettivo. Quello che a differenza dell’individuale scatta, nelle gravi crisi industriali, non dopo quattro mesi di Naspi, ma appena il lavoratore entra in cig. Per consentirgli, dopo adeguata formazione, una sistemazione più rapida. L’assegno viene incassato dalle aziende che lo assumono in pianta stabile. A lui resta la metà  almeno della cig residua, quella che avrebbe comunque percepito
La pressione dei sindacati, su questo tema, è forte.
Sabato 14 ottobre, nei presidi davanti alle prefetture di cento città , Cgil Cisl e Uil chiederanno tra le altre cose al governo di rivedere sia i costi di accesso alla cig straordinaria, sia il ticket licenziamento.
Difficile che Palazzo Chigi possa ritoccare il Jobs Act. Molto più probabile una revisione del ticket.
I numeri d’altro canto parlano chiaro.
Fino allo scorso anno le aziende sopra i 15 dipendenti erano tenute a contribuire alla mobilità  in due modi: versando all’Inps lo 0,30% dello stipendio lordo di ciascun lavoratore e assicurando, sempre all’Inps, il contributo una tantum all’atto del licenziamento.
Il cui importo variava tra le 3 e le 6 volte l’indennità  di mobilità  (1.168 euro).
E oscillante dunque tra 3.500 e 7 mila euro, a seconda della presenza o meno di un accordo sindacale.

(da “NextQuotidiano”)

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PANDORO A RISCHIO, I LAVORATORI DELLA MELEGATTI IN SCIOPERO

Ottobre 4th, 2017 Riccardo Fucile

NON SONO STATI PAGATI GLI STIPENDI DEGLI ULTIMI DUE MESI

Natale si avvicina, ma c’è il rischio che sia meno “dolce” degli anni scorsi.
I dipendenti della Melegatti – l’azienda veronese dove nel 1894 è stato inventato il pandoro – protestano contro il mancato pagamento degli stipendi degli ultimi due mesi.
Sembrerebbe poi – scrive l’Ansa – che ci siano carenze nel rifornimento delle materie prime. La produzione, dunque, è a repentaglio, a poco più di due mesi dal periodo in cui l’azienda realizza il massimo delle vendite.
I 90 dipendenti della Melegatti, per lo più donne, hanno manifestato il loro malcontento davanti al municipio di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona. Anche il sindaco del comune, Attilio Gastaldello, dopo aver incontrato sindacati e lavoratori, si è detto disponibile ad incontrare la proprietà .
Alla base dei ritardi nei pagamenti, una crisi societaria: “Ieri era fissato l’incontro in azienda – ha detto Paola Salvi, segretario della Flai-Cgil – per un nuovo socio-finanziatore annunciato dalla proprietà , invece si sono presentati degli avvocati che illustrando la situazione si sono contraddetti tra loro”.
I problemi aziendali si ripercuotono, secondo il segretario, sui dipendenti, molti dei quali non hanno altre entrate oltre allo stipendio che dovrebbero ricevere alla Melegatti: “Qui ci sono molti lavoratori monoreddito, che non vedono soldi da due mesi, che restano in fabbrica a non fare niente. Ci sono stagionali che erano stati chiamati per la produzione invernale, hanno sospeso la disoccupazione e rinunciato ad altre opportunità  e poi non hanno lavorato. E con l’azienda non si ottengono risposte nemmeno per l’attivazione della cassa integrazione”. I lavoratori stagionali sono circa 200 e anche loro, come i dipendenti fissi, oggi si trovano in difficoltà .
L’azienda l’anno scorso ha fatturato 70 milioni di euro. I sindacati, come riporta il Corriere del Veneto sperano ora in un’azione decisiva dei soci: “Si tratta di una grande e storica azienda veronese, ma i lavoratori non ce la fanno più. Adesso tocca ai soci muoversi”, affermano.

(da agenzie)

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LICENZIATA PER IL MONOPATTINO, IL PRESIDENTE DELLA CIDIU SERVIZI: “VOGLIO CHE SIA FATTA LUCE SUL FATTO, MI PARE UN PROVVEDIMENTO ESTREMO”

Settembre 30th, 2017 Riccardo Fucile

APERTA UN’INDAGINE INTERNA DOPO IL CLAMORE CHE HA GENERATO IL PROVVEDIMENTO: “SE NON FOSSE MOTIVATO SAREI MOLTO ARRABBIATO CON CHI L’HA EMESSO”

La Cidiu spa ha aperto un’indagine interna sul licenziamento di Aicha Elisabethe Ounnadi, la dipendente allontanata con l’accusa di aver rubato un monopattino che voleva regalare a suo figlio di 8 anni.
“Ho chiesto una relazione dettagliata al direttore generale di Cidiu Servizi con tutti gli atti del provvedimento disciplinare per poter valutare quello che è accaduto”, spiega Marco Scolaro, presidente e amministratore delegato della Cidiu Spa, la holding di cui fa parte Cidiu servizi,   la controllata che materialmente ha firmato il provvedimento.
La donna aveva raccontato di aver ricevuto quel monopattino, finito tra i rifiuti, da una collega. “Quello che è accaduto mi lascia perlesso, voglio capire meglio perchè mi colpisce molto che sia stato adottato un provvedimento cosi estremo”.
E aggiunge: “Voglio sperare, anzi sono sicuro che il provvedimento sia motivato perchè altrimenti sarei molto arrabbiato con chi lo ha emesso non solo perchè una donna ha perso il posto ma anche per il grave danno di immagine fatto all’azienda”.
Aicha era stata licenziata il 30 giugno e ora ha intenzione di impugnare il licenziamento: “Voglio riavere il mio lavoro perchè lo amo e voglio tornare dalle mie colleghe”, spiega. La relazione che sarà  consegnata la prossima settimana a Scolaro sarà  spedita anche ai sindaci di Rivoli, Collegno e Grugliasco, soci di maggioranza dell’azienda che si occupa della raccolta rifiuti nella zona ovest della provincia di Torino.
Il regolamento aziendale vieta ai dipendenti di appropriarsi di qualsiasi cosa nei capannoni della Cidiu. “Il provvedimento però è estremo e bisogna capire in che contesto è nato – dice Scolaro – La nostra azienda ha sempre avuto un profilo di grande serietà  e anche di severità  per certi versi ma con il pugno di ferro non sono d’accordo e quindi servirà  fare chiarezza. Voglio che chi ha prodotto quella decisione ora la giustifichi”.
Nel frattempo su change.org è partita una raccolta di firme per chiedere il reintegro della donna.

(da agenzie)

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IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA IN ITALIA? E’ QUELLO DELLE MORTI SUL LAVORO

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

NEL 2017 I DECESSI SALITI DEL 5,2%… INVESTIMENTI NELLA PREVENZIONE FERMI AL PALO

Quando basta un po’ di ripresa economica, accompagnata da un maggior utilizzo di lavoratori over 60, per far risalire il numero di infortuni e di morti sul lavoro, si torna inevitabilmente a dubitare dei progressi realizzati dal nostro Paese per mettere in sicurezza fabbriche e cantieri.
Per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti aumentano entrambi nei primi sette mesi dell’anno: rispettivamente dell’1,3 e del 5,2 per cento.
Se dopo gli innegabili progressi del passato, prevenzione e controlli subiscono una battuta d’arresto – e questo sembra sia successo durante gli anni della crisi – è ovvio attendersi (adesso che la crisi è passata) che il maggior numero di ore lavorate ci consegni un proporzionale aumento di incidenti.
Difficile che il disoccupato di lungo corso che trova finalmente lavoro, anche se precario, si metta a questionare se in un cantiere c’è scarsa protezione contro le cadute dall’alto, o se in fabbrica la pressa meccanica che lavora le lamiere non ha sistemi di trattenimento in caso di guasto.
Le storie dietro ai numeri
Fatto sta che alla fine la lista delle morti, definite inspiegabilmente “bianche”, torna a infittirsi allungando un’ombra sinistra sulla ripresa economica. Sei settembre, Settimo Milanese: schiacciato da una pressa in un’azienda di componenti meccanici. Stesso giorno a Roccavione (Cuneo): stritolato dal macchinario di una cartiera. Nove settembre, Presicce (Lecce): precipitato da otto metri mentre stava lavorando sul tetto di un capannone.
Stesso giorno a Oppeano (Verona): colpito dal gancio metallico sospeso di un’acciaieria. Undici settembre, Milano: schiacciato da un ponteggio crollato improvvisamente all’interno di un cantiere edile.
Dietro queste storie maledette, sono le statistiche dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, a testimoniare la recrudescenza di questa interminabile strage.
Tra gennaio e luglio gli incidenti sul lavoro denunciati (ma non ancora riconosciuti come tali) sono stati 380.236, contro i 375.486 degli stessi mesi di un anno fa. I morti sono saliti da 562 a 591, ventinove in più. Quindici di questi sono legati a due note vicende del gennaio scorso: la frana sull’hotel di Rigopiano e la caduta dell’elicottero di soccorso nei pressi di Campo Felice.
Le vittime invisibili
Dunque: cinquecentonovantuno morti in sette mesi, quasi tre al giorno. La maggior parte di loro (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto da casa alla fabbrica o al cantiere.
Ma non per tutte queste tragedie i superstiti riceveranno un indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà  della retribuzione): bisognerà  dimostrare che l’infortunio è legato al lavoro svolto. E soprattutto che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Ma lo sapremo solo tra un anno.
«È come se il 35-40% di quei morti sparisse», commenta Carlo Soricelli, che da Bologna cura da anni un osservatorio indipendente che monitora gli infortuni mortali sul lavoro.
«Questo succede perchè molti non sono iscritti all’Inail o sono in nero. Solo un esempio lampante: i pensionati schiacciati dai trattori in campagna. Sono già  105 dall’inizio dell’anno, ma ufficialmente non esistono». Del resto, non è una novità  che moltissimi incidenti non solo non vengono indennizzati ma sfuggono del tutto alle stesse statistiche nazionali: infatti manca in Italia un ente pubblico incaricato di registrare la totalità  degli infortunati, e non solo quelli iscritti all’Inail.
La maledetta ripresa Ma torniamo ai motivi che hanno interrotto quella che i dati ufficiali hanno finora definito una caduta storica delle morti sul lavoro, anche se contestata dall’Osservatorio di Bologna.
Negli ultimi sedici anni i decessi si sono più che dimezzati. E la maggior parte di questo crollo è avvenuto nell’ultimo quinquennio. Merito del maggiore livello di conoscenza e di consapevolezza.
Merito della crescente automazione produttiva. E ad abbassare la frequenza degli incidenti ha contribuito anche la crisi economica. Ma se questo è l’andamento degli ultimi decenni, che cosa sta succedendo adesso? Perchè per la prima volta aumentano sia la totalità  degli infortuni sia le morti sul lavoro?
«È chiaro — dice Franco Bettoni, presidente dell’Anmil, l’associazione dei lavoratori mutilati o invalidi del lavoro — che la preoccupante crescita degli infortuni di questi mesi, concentrata soprattutto nelle attività  industriali e nelle aree più produttive del Paese (Nord Ovest, Lombardia in testa, e Nord Est), debba in qualche misura ricondursi ai segnali di ripresa dell’economia». Insomma, più si lavora e si produce, più si è esposti al rischio di infortuni. Ma siamo sicuri che è tutta colpa della crescita?
Quei corsi inutili
Un modo per capire se e in che misura entrano in gioco altre cause, è quello di andare a vedere quante sono le morti sul posto di lavoro per ogni milione di occupati. Ossia tener fuori dal calcolo l’aumento dell’occupazione che si è verificato nell’ultimo anno. Nei primi sette mesi del 2016 — si legge nel rapporto dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering — le morti erano 18,6 per ogni milione di lavoratori. Nello stesso periodo di quest’anno sono salite a 19,2.
Questo significa che gli infortuni mortali sono cresciuti anche a prescindere da quel po’ di ripresa che stiamo conoscendo.
«La ripresa — dicono all’Inail — potrebbe avere avuto un ruolo, ma ci sono motivi più importanti per spiegare questo aumento degli infortuni, che tuttavia — è bene chiarirlo — non inverte affatto la caduta storica conosciuta negli ultimi decenni. Uno di questi motivi è l’età  sempre più avanzata dei lavoratori, per via delle riforme pensionistiche: i riflessi e la lucidità  diminuiscono, i rischi aumentano. Bisognerebbe ripensare all’organizzazione del lavoro nelle imprese, con regole nuove». In effetti quest’anno gli over 60 hanno subìto duemila infortuni in più e il 2% in più di morti sul lavoro.
È possibile inoltre — dicono molti osservatori — che soprattutto durante gli anni della crisi le imprese abbiamo investito meno nei sistemi di prevenzione. O si siano limitate ad organizzare corsi sulla sicurezza di scarsa utilità  perchè quasi sempre astratti, impartiti lontano dalle fabbriche e dai cantieri. Se a questo si aggiungono i limiti evidenti delle ispezioni e dei controlli pubblici, il quadro è quello di una politica anti-infortunistica ancora piena di buchi.

(da agenzie)

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LUNGIMIRANTE MERKEL, MIGRANTI INDISPENSABILI IN GERMANIA: SENZA, UN BUCO DI 3 MILIONI DI LAVORATORI

Settembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile

CARENZA DI MEDICI, OPERAI SPECIALIZZATI E RICERCATORI

Altro che robotizzazione che spazza via il lavoro.
In Germania gli esperti ammettono che è difficile fare previsioni affidabili sul futuro, perchè sono troppe le incognite su quali lavori saranno effettivamente sostituiti dalle macchine.
Ma siccome la più grande economia europea sta creando moltissimi posti di lavoro sulla scia di una ripresa sempre più solida, gli economisti mettono in guardia, intanto, che per il 2030 il Paese di Angela Merkel potrebbe ritrovarsi con un ‘buco’ di 3 milioni di operai specializzati, medici, ingegneri o ricercatori.
Il problema è che, esattamente come l’Italia, la Germania soffre di un drammatico problema demografico.
I dati sono stati elaborati dall’istituto di ricerca svizzero Prognos. E la stima per il 2040 è ancora più drammatica: allora il fabbisogno di forza lavoro potrebbe aumentare a quota 3,3 milioni.
Uno degli autori, Oliver Ehrentraut, mette in guardia da una situazione del mercato del lavoro che “potrebbe trasformarsi drammaticamente nei prossimi 10 o 20 anni”. Oltretutto, il rapporto tiene assolutamente conto dell’attuale flusso migratorio, prevede circa 200mila nuovi arrivi ogni anno. Il punto è che non bastano.
Certo, a fronte di molti lavori che secondo gli studiosi svizzeri potrebbero sparire nel settore della logistica o dei trasporti o dell’immobiliare, ne nasceranno moltissimi nuovi, e ancora difficili da prevedere. Ma nell’ambito medico, scientifico o in alcuni mestieri che richiedono una specializzazione mirata, il bisogno di forza lavoro nuovo rimarrà  invece forte.
E se i tedeschi fanno pochi figli, chi riempirà  quel buco? La risposta è a portata di mano: i migranti.
Con buona pace della propaganda delle destre.

(da agenzie)

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IL CROLLO DEI NUOVI VOUCHER, MENO 80%

Settembre 1st, 2017 Riccardo Fucile

COME SI PONGONO PALETTI PER PORRE FINE AGLI ABUSI DI LAVORI NORMALI SPACCIATI PER OCCASIONALI, NON VENGONO PIU’ UTILIZZATI

“La vendemmia anticipata la facciamo con amici e parenti: i nuovi voucher sono troppo complicati, non riusciamo a utilizzarli. Chi può, arriva addirittura a preferire i contratti a tempo determinato”.
Gli agricoltori della marca trevigiana sono in buona compagnia nel denunciare la burocratizzazione di uno strumento pensato in origine per lavori occasionali e veloci. Ma non è solo un problema procedurale.
Pochi mesi fa, una legge fatta in quattro e quattr’otto per evitare il referendum anti-voucher della Cgil, ha trasformato i vecchi buoni-lavoro in contratti di prestazione occasionale, vincolati a un complicato intreccio di limiti e divieti, che impedisce alla maggior parte delle imprese di accedervi.
L’80 PER CENTO IN MENO
I primi 45 giorni di vita del nuovo strumento ci consegnano in realtà  un bilancio assai magro.
Sono appena 6.742 i lavoratori che hanno svolto finora prestazioni occasionali: quasi tutti (6.056) al servizio di microimprese, e solo 686 per lavori familiari.
Sulla piattaforma Inps si sono registrati 16.250 utilizzatori e 10.767 lavoratori, per un totale di oltre 27 mila utenti.
“Non potevamo attenderci un livello più alto di ricorso al lavoro occasionale “, commenta il giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd. “La legge ora esclude da questa opportunità  tutte le imprese con più di 5 dipendenti stabili: in questo modo si è tagliato fuori il novanta per cento della platea di datori di lavoro che nel regime precedente potevano utilizzare i voucher”.
Ecco uno dei nuovi paletti, sicuramente il più ingombrante. Tanto da ridimensionare drasticamente le previsioni di accesso ai nuovi voucher elaborate dall’Inps.
Secondo l’Istituto di previdenza, non si supererà  il 20% di quanto realizzato nel 2016, anno che registrò un picco di 1,6 milioni di lavoratori e 134 milioni di voucher.
L’80% in meno significa che ci dobbiamo aspettare a regime poco più di 300 mila prestatori di lavori occasionali. La spiegazione che viene data sta tutta nella nuova costruzione di vincoli e divieti.
I quali sono stati inseriti per tutelare meglio i lavoratori, per evitare l’abuso di lavori normali spacciati per occasionali . E soprattutto per scongiurare il referendum incombente.
VINCOLI E DIVIETI
Vediamoli allora questi nuovi vincoli. Non c’è solo il limite che circoscrive la platea delle imprese a quelle con non più di 5 dipendenti a tempo indeterminato.
Ci sono vincoli anche al tipo di attività : le imprese agricole sono ammesse solo se impiegano pensionati, studenti under 25, disoccupati e cassintegrati.
Sono escluse imprese edili, cave, miniere e opere e servizi svolti in appalto. Le pubbliche amministrazioni possono accedervi con progetti speciali per categorie svantaggiate, attività  di solidarietà , manifestazioni sociali, sportive, culturali e caritative.
Le famiglie, invece, possono chiedere piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare a bambini e anziani malati o disabili, e lezioni private. Tetto alle ore lavorate: 280 l’anno.
Tetto agli importi: ogni lavoratore non può incassare più di 5 mila euro l’anno da tutti i suoi datori di lavoro (contro i precedenti 7 mila), e non più di 2.500 euro dallo stesso utilizzatore.
Se si supera questo limite, il rapporto si trasforma in contratto a tempo indeterminato. Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro.
Quello orario deve essere di almeno 9 euro netti e 12,37 lordi per le imprese, e di almeno 8 euro netti e 10 lordi per le famiglie.
Il vecchio regime prevedeva cifre inferiori: 7,5 e 10 euro.
Facile prevedere un forte ridimensionamento del fenomeno voucher.
UNA GIMKANA ON LINE
Oltre ai paletti legislativi ci si è messa pure la procedura di accesso alla piattaforma on line dell’Inps a complicare le cose, anche se ad agosto la situazione è migliorata. Lavoratori e utilizzatori devono registrarsi nel sito dell’istituto.
Tre i modi: con il Pin, ma servono giorni per ottenerlo, con lo Spid tramite le Poste o con la Carta nazionale dei servizi.
Dopo la registrazione, scatta il versamento dei datori di lavoro sul proprio “portafoglio elettronico”: all’inizio si poteva usare solo il modulo F24, da agosto è ammessa la carta di credito.
A questo punto bisogna comunicare la prestazione: i dati dell’utilizzatore e del lavoratore, il tipo di impiego, il luogo, la durata e il compenso pattuito. Una volta terminata la prestazione, il lavoratore deve accedere nuovamente al sito e confermare l’avvenuto lavoro. Ed entro il 15 del mese successivo viene pagato dall’Inps.
IL RISCHIO SOMMERSO
Insomma, un percorso molto più accidentato di quello richiesto con i vecchi voucher, reperibili dal tabaccaio e facilmente utilizzabili; un percorso che richiede il più delle volte la guida di un consulente.
Così, tra paletti legislativi e gimkane sul web, l’esordio dei neo-contratti non è stato certo brillante. Resta da capire dove sia finito tutto il lavoro occasionale che si avvaleva dei vecchi voucher.
“Difficile dirlo – risponde Ichino – presumibilmente una parte sparisce, una parte torna nel sommerso, e una parte (molto piccola perchè costosa) diventa lavoro regolare a termine. Si sarebbe dovuto compensare il divieto di utilizzo del lavoro occasionale per le imprese almeno con un allargamento del ricorso al lavoro intermittente. Non si è fatto. E così le aziende oggi non hanno uno strumento contrattuale adatto alle esigenze particolari del lavoro occasionale”.

(da “La Repubblica”)

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SVEZIA A CORTO DI LAVORATORI, ASSUME ANCHE CHI NON PARLA SVEDESE

Agosto 28th, 2017 Riccardo Fucile

MINNITI, IMPARA COME SI FA INTEGRAZIONE VERA: 966.000 STRANIERI HANNO TROVATO LAVORO, VOLA L’ECONOMIA, PIL OLTRE IL 3%

L’economia svedese tira, cresce cosà­ veloce da produrre un avanzo primario di bilancio inatteso di 40 miliardi di corone (al cambio circa 8 miliardi di euro).
E non è finita: con gli impianti del settore manifatturiero e di eccellenza che lavorano a piena capacità , mancano le braccia nel paese di circa 10 milioni di abitanti.
Per cui in alcune aziende vengono assunti anche migranti che non parlano svedese, oppure hanno iniziato da poco a studiarlo e ne posseggono una conoscenza al massimo al livello dei primi anni delle elementari.
Quando in fabbrica non ci si capisce parlando, ci si aiuta a vicenda col linguaggio dei segni delle mani o meglio ancora con disegni improvvisati su foglietti di carta.
È una realtrà  particolare, quella narrata in un servizio da SverigesRadio, l’emittente radiofonica pubblica. I suoi reporter sono andati a vedere come è possibile far funzionare un sistema di produzione svolta con l’aiuto dei disegni in un impianto della Scania, la grande fabbrica di TIR e altri mezzi pesanti per trasporto merci e lavoro nei cantieri.
Alla Scania, controllata da Volkswagen ma disponente di ampia autonomia di gestione, hanno incontrato come personaggio-esempio il giovane africano Paul Ntambi. Ora parla svedese, ma poco appunto, a livello da prima elementare.
Quando è venuto dall’Uganda, non ne parlava una parola. “Di fatto è stata la direzione aziendale a venirci incontro. Hanno abbassato gli standard interni di conoscenza della lingua locale. E poi ci aiutiamo spesso tracciando disegni. A volte all’inizio è difficile, ma il linguaggio dei disegni nasce e si sviluppa alla catena di montaggio ogni giorno, a seconda delle esigenze produttive, per cui si finisce per capirsi sempre di piດ, egli racconta.
E ascoltando le risposte dei capi-reparto, scritte ma poi anche a voce, si va avanti nel possesso della lingua svedese.
Helena Segerberg-Bystrom, responsabile della linea di montaggio per gli chassis degli enormi camion, spiega: “Da qualche tempo la domanda di lavoro da parte nostra è tanto cresciuta che la Randstad (l’azienda che è la principale agenzia di collocamento) ce la fa solo a volte a offrirci lavoratori che parlino svedese correntemente”.
Allora Scania, seguita da altre aziende di eccellenza del paese-guida del Grande Nord, ha appunto abbassato gli standard linguistici. Tale scelta delle aziende ha portato alla creazione di circa 89mila posti di lavoro, essenzialmente assegnati ai migranti perchè i nativi non bastani.
Non è sufficiente a integrarli tutti, ma dall’inizio dell’anno scorso 966mila stranieri hanno trovato un impiegno nel regno.
La nuova lingua mista di parole gesti e disegni è stata ribattezzata “Scania swedish”, ed è affiancata da un metodo particolare: il neoassunto con poca conoscenza dello svedese viene affiancato nel team produttivo da almeno un operaio nativo, cosà­ impara la lingua piຠspesso.
Il boom delle assunzioni per chi non parla lo svedese è un aspetto della crescita, tuttora robusta ogni aspettative, dell’economia nazionale. Crescita dovuta a piຠfattori concomitanti: successo dell’export specie di eccellenza industriale e tecnologica, aumento dei consumi, boom dell’edilizia abitativa. La crescita prevista è del 3,1 per cento quest’anno, rallenterà  al 2,5 l’anno prossimo.
Cifre che fanno comunque invidia alle altre potenze industriali europee, e sono accompagnate non solo da un debito sovrano contenuto e sotto controllo piຠche ovunque altrove tra i grandi paesi industriali membri dell’Unione europea (circa il 40 per cento del pil) bensà­ anche da una disoccupazione in calo (scesa al 6,1 per cento, e in recesso verso il 5,9 secondo il governo).
E per la prima volta, il passivo del 2 per cento nel deficit tollerato dal governo per spendere per eccellenze tecnologiche e istruzione ha fatto posto a un avanzo primario del tutto imprevisto.
Parliamo di circa 40 miliardi di corone, al cambio piຠo meno otto miliardi di euro. Adesso a un anno e un mese dalla data prevista per le prossime elezioni parlamentari il governo si chiede come usare l’avanzo.
I programmi varati finora — aumento delle spese per la difesa per fronteggiare la minaccia russa, piຠsoldi salle forze dell’ordine contro la criminalità  straniera e in generale, aumento delle spese per la pubblica istruzione — raggiungono forse una decina di miliardi di corone, dunque siamo lontani dal livello del disavanzo.
Tra esigenze economiche e campagna elettorale di fatto già  in corsa in sordina, il governo ha fretta di annunciare decisioni popolari, vedremo.

(da “La Repubblica”)

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JESOLO, MANCANO 500 LAVORATORI STAGIONALI

Agosto 20th, 2017 Riccardo Fucile

NON SI TROVANO CAMERIERI, BARISTI, PIZZAIOLI E COMMESSI… DOVE SONO GLI ITALIANI DISOCCUPATI?

Il lavoro c’è, i lavoratori no.
A Jesolo, uno dei lidi più popolati dell’estate, gli esercizi commerciali lanciano l’allarme: all’appello mancano circa 500 tra camerieri, baristi, pizzaioli, commessi e operatori vari che mancano all’appello.
Lo scrive la Nuova Venezia sottolineando come i titolari delle imprese siano costretti a ricorrere così all’aiuto di amici e parenti o a turni straordinari di 10-12 ore.
“Purtroppo è vero”, spiega il presidente della Confcommercio locale Angelo Faloppa al quotidiano veneto, “e chi lavora non ha più la professionalità  e preparazione di un tempo. Mancano effettivamente centinaia di lavoratori nei vari settori e non si capisce perchè alla luce della tanta disoccupazione che abbiamo in Veneto e nel Nord, figuriamoci al Sud.
Attualmente Jesolo dà  lavoro a oltre diecimila persone, forte dei suoi 400 alberghi, diecimila appartamenti, camping, residence, villaggi, e circa duemila attività  commerciali.

(da agenzie)

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