Maggio 14th, 2017 Riccardo Fucile
PIU’ FRONTALIERI SIGNIFICA PIU’ BUSINESS E PIU’ PROSPERITA’ ALTRO CHE RUBARE IL LAVORO AGLI SVIZZERI: LA DISOCCUPAZIONE E’ CALATA DAL 3,6% AL 3,3%
Il nuovo miracolo italiano c’è: in Svizzera. Basta attraversare la frontiera, almeno non passando da quei valichi (in tutto solo tre, per la verità ) che gli svizzeri hanno deciso di chiudere di notte come misura dimostrativa contro gli italiani brutti e cattivi, scatenando una delle ricorrenti crisi da vicinato non troppo buono, peraltro endemiche da quando a Bellinzona è al potere la Lega dei Ticinesi, ostile alla libera circolazione di merci e soprattutto di persone.
Adesso si scopre che il Canton Ticino è il Paese di Bengodi di Boccaccio, la terra dove scorre latte e miele della Bibbia, il Klondike di Paperon de’ Paperoni. Oddìo, da Chiasso in su tutto diventa l’Eden, non si starà esagerando?
Eppure i dati pubblicati dal «Temps» di Ginevra, frutto di uno studio di sei banche della Svizzera romanda, sono inequivocabili: in quindici anni, dal 2000 al 2015, mentre il resto del mondo era colpito da una crisi micidiale, il Pil del Ticino è aumentato del 30,4%. Meno della Svizzera centrale (più 43%), ma più di Zurigo (25,4%) e anche della media nazionale (29,5%).
Di più: lo studio ha anche confrontato trecento regioni europee, classificandole sulla base del Pil per abitanti.
E qui la performance del Cantone italofono è ancora più clamorosa. Perchè, data ovviamente la «Greater London» al primo posto grazie alla City (con un Pil di 212.800 euro per abitante nel ’15), seguono il Lussemburgo (89.900 euro), la regione di Zurigo (89.571) e, appunto, ottimo quarto, il Canton Ticino (76.842).
La questione politica
E fin qui, buon per gli svizzeri in generale e i ticinesi in particolare. Dove il dato smette di essere solo economico per diventare politico e sociale, è che pare esserci una correlazione fra l’aumento della ricchezza del Cantone e il numero dei frontalieri, insomma di chi, in buona parte, la produce.
Continuando a dare i numeri: gli italiani che tutti i giorni vanno a lavorare dall’altra parte della frontiera erano 30.897 nel 2001, 36.215 nel 2006 e oggi, dati relativi al primo trimestre del ’17 e ufficiali perchè riportati dall’Ufficio federale di Statistica, sono 64.670, con un incremento del 3,65% su base annua.
Insomma, immigrazione di lavoro e Pil prodotto vanno di pari passo.
Quindi sembra smentita la tesi della Lega dei Ticinesi, che sostiene che di frontalieri ce ne sono troppi e che portano via il lavoro ai locali.
Anche qui, i numeri sembrano raccontare un’altra realtà . In aprile, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, i disoccupati in Ticino sono calati dal 3,6 al 3,3% (par di sognare, abituati alle percentuali italiane più che triple), con 5.566 iscritti alle liste di collocamento. Meno 540 rispetto a marzo, 183 rispetto all’aprile del ’16.
«Beh, è quello che diciamo da sempre, anche e soprattutto agli svizzeri – commenta Eros Sebastiani, presidente della combattiva Associazione frontalieri -. Più frontalieri significa più business e più prosperità , altro che rubare il lavoro agli svizzeri. Anche perchè i frontalieri calmierano il mercato del lavoro e permettono così ai prodotti svizzeri di essere competitivi».
E poi elenca i punti del contenzioso fra le autorità del Ticino e chi vuole lavorare lì. Per esempio, il cosiddetto albo «antipadroncini» (sottinteso: italiani) che obbliga chiunque voglia lavorare nell’edilizia a iscrivercisi, pagare la relativa tassa e sostenere un esame.
A Berna sono favorevoli alla libera circolazione di persone e merci, e non hanno esitato a sacrificare il segreto bancario, mettendo in difficoltà le banche che lavoravano con gli italiani, pur di togliere la Svizzera dalla black list e salvaguardare l’industria nazionale.
Il 5 maggio, la presidente della Confederazione, Doris Leuthard, ha fatto una visita a Roma per appianare un po’ le relazioni bilaterali dopo le ultime tensioni.
(da “la Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
NON SI TIENE CONTO DEI “SOTTOCCUPATI”: BASTA LAVORARE POCHE ORE AL MESE E SI RIENTRA TRA GLI OCCUPATI
Che i dati sul tasso di disoccupazione si basino su convenzioni internazionali poco realistiche è noto. Perchè, per esempio, basta aver lavorato un’ora in una settimana per essere registrato tra gli occupati.
Ora però la Banca centrale europea si è chiesta che livello toccherebbe la percentuale dei senza lavoro se si togliesse il velo delle consuetudini statistiche.
Ed è arrivata alla conclusione che dal 9,5% stimato da Eurostat per l’area euro si arriverebbe al 18%, quasi il doppio.
Come mai? Perchè ai disoccupati tout court, cioè i cittadini che cercano lavoro ma non lo trovano, vanno aggiunti quelli che hanno smesso di cercare un’occupazione non sperandoci più, quelli che la cercano ma non sono disponibili a iniziare nelle successive due settimane (gli istituti di statistica non li contano) e i sottoccupati, ovvero quanti lavorano meno ore di quanto vorrebbero.
Solo questi ultimi, secondo l’Eurotower, sono ben 7 milioni nei 19 Paesi che hanno adottato l’euro. A fronte di 15 milioni di disoccupati “ufficiali”.
Quanto all’Italia, stando alle elaborazioni di Francoforte quasi il 25% della forza lavoro (la somma di occupati e persone in cerca di occupazione) è “manodopera sottoutilizzata“.
Morale: il tasso di disoccupazione ufficiale, pari per la Penisola all’11,7% stando agli ultimi dati Istat, non fotografa affatto il reale stato di salute del nostro mercato del lavoro.
E induce a sottostimare il reale potere contrattuale delle imprese, che in un’economia stagnante come quella italiana si manifesta però in modo molto chiaro in un altro dato: i salari al palo.
L’indice Istat sulle retribuzioni nell’industria e nei servizi è eloquente. L’indice della retribuzione contrattuale oraria lorda, fatto 100 quello del 2010, è salito sopra quota 107 solo un anno fa. Oggi siamo a 107,5. E sulle buste paga italiane grava un cuneo fiscale tra i più alti dei Paesi Ocse.
L’analisi riportata nell’ultimo Bollettino economico dell’Eurotower, pubblicato giovedì, parte proprio dalla presa d’atto che, nonostante il lieve ma costante aumento dell’occupazione nell’Eurozona, la crescita dei salari “resta contenuta”.
Al contrario, stando alla teoria economica a parità di altre condizioni (come la produttività del lavoro) quando i posti aumentano le buste paga dovrebbero diventare più pesanti dato che chi cerca lavoro, in un mercato dinamico, può permettersi il lusso di rifiutare un’offerta troppo bassa.
Gli analisti della Bce si sono chiesti come mai nell’area euro questo non succede. E hanno ipotizzato che possa “tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera (o “eccesso di offerta” nei mercati del lavoro) ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”.
Un’idea che trova riscontro in un grafico che mostra come, apparentemente, dopo la fine della grande crisi la correlazione tra carenza di manodopera e reddito per occupato nell’Unione monetaria si sia per la prima volta interrotta.
In realtà , è la conclusione a cui arriva il bollettino, la correlazione c’è ancora: a essere poco accurato è il calcolo del tasso di disoccupazione basato sulla definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Definizione a cui fanno riferimento le statistiche nazionali, per l’Italia quelle dell’Istat, e quelle dell’intera Ue diffusa da Eurostat. Così la Bce è andata a guardare anche le altre categorie che al mercato del lavoro partecipano solo in maniera marginale.
Arrivando a calcolare che “circa il 3,5 per cento della popolazione in età lavorativa dell’area dell’euro” partecipa “in modo meno attivo al mercato del lavoro” perchè non cerca un impiego benchè sia disponibile a lavorare o cerca ma non può iniziare a lavorare subito.
Inoltre un ulteriore 3 per cento della popolazione in età lavorativa è “attualmente sottoccupata, vale a dire che lavora un numero di ore inferiore alle ore che vorrebbe invece lavorare”. I lavoratori a tempo parziale sottoccupati hanno toccato quota 7 milioni, 1 milione in più rispetto all’inizio della crisi. E “questo dato è sceso solo in misura del tutto modesta nell’arco degli ultimi due anni, nonostante la robusta crescita occupazionale registrata durante la ripresa”, sottolinea il bollettino.
Fatte le somme, combinando le stime dei disoccupati e dei sottoccupati con misure più ampie di disoccupazione si arriva alla conclusione che “l’eccesso di offerta nei mercati del lavoro interessa attualmente circa il 18 per cento della forza lavoro estesa dell’area dell’euro”.
Un tasso “quasi doppio rispetto a quello catturato dal tasso di disoccupazione, pari adesso al 9,5 per cento”. Questo indicatore più ampio, fa notare la Bce, è utilizzato sia dal Bureau of Labour statistics statunitense sia dall’Ocse.
Per quanto riguarda i singoli Paesi, in Francia e Italia questa misura “allargata” del sottoutilizzo di manodopera ha “seguitato ad aumentare per tutta la durata della ripresa”, contrariamente a quanto è successo per esempio in Spagna e altri Paesi dove nell’ultimo trimestre del 2016 si è registrato un calo notevole rispetto al picco del 2013.
Al contempo la sola disoccupazione giovanile, il cui calcolo ovviamente è soggetto agli stessi limiti di quella generale, in Italia resta “maggiore di oltre tre volte” rispetto a quella totale, un primato negativo che la Penisola condivide solo con il Lussemburgo: nel complesso dell’area euro il tasso è di “solo” 2,2 volte tanto.
Seguono alcuni distinguo: serve “cautela“, avverte l’Eurotower, perchè queste misure più ampie “potrebbero sovrastimare in qualche misura il grado effettivo di eccesso di offerta nei mercati del lavoro”, per esempio perchè sopravvalutano in parte la capacità lavorativa residua degli impiegati part time sottoccupati e non tengono conto delle minori probabilità di trovare un impiego di molti disoccupati di lunghissima durata. Anche tenendo conto di questi fattori, comunque, si ottengono stime del sottoutilizzo di manodopera nell’ordine del 15 per cento per l’area euro nell’ultimo trimestre del 2016.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA RIFORMA HA CANCELLATO LE CONSEGUENZE PENALI PER LE IMPRESE… FALSE COOP CHE INQUADRANO I DIPENDENTI COME SOCI E CON STIPENDI DA 6 EURO L’ORA
“Vuoi risparmiare fino al 40% sul costo del lavoro? Rivolgiti a noi”. 
Di fronte a un annuncio del genere, qualsiasi imprenditore cadrebbe in tentazione. Il problema è che spesso offerte come questa suggeriscono un semplice trucco: esternalizzare in maniera irregolare la manodopera.
Creare una sorta di appalto fittizio, incaricando una ditta che, attraverso sotterfugi, paga meno i suoi dipendenti. È una pratica che, dopo aver vissuto una rapida crescita, è esplosa nell’ultimo anno.
Dall’inizio del 2016, quando il Parlamento ha depenalizzato la somministrazione abusiva, oltre ai distacchi e agli appalti illeciti, l’aumento di questo genere di violazioni è stato del 39%. Un’escalation che è testimoniata dalla relazione annuale dell’Ispettorato del Lavoro.
Questi numeri, inoltre, hanno fatto scattare già da tempo l’allarme al Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, che sta concentrando i suoi sforzi per denunciare e combattere questi illeciti. L’ordine professionale chiede che tornino a costituire reati, con pene più severe di quelle previste fino a fine 2015, troppo blande, le quali non erano riuscite ad arginare il fenomeno.
Questa frammentazione nel mondo del lavoro è una diretta conseguenza della crisi economica: le aziende hanno iniziato a portare sempre più verso l’esterno i processi produttivi, a volte senza rispettare le leggi e con l’unico obiettivo di farsi la “cresta” sui contratti di operai e impiegati.
Un metodo ben collaudato è quello delle cooperative multiservizi che, inquadrando i dipendenti come “soci lavoratori”, arrivano a pagare stipendi di soli 6 euro all’ora.
Cifre distanti dai minimi previsti dalla contrattazione collettiva di settore.
Per molti datori, alle prese con spese di personale che possono raggiungere il 70% di quelle totali, è un buon motivo per mettere da parte l’etica, soprattutto in tempi di magra.
I radar dei consulenti del lavoro hanno permesso di segnalare circa 200 casi. “Ma è solo la punta dell’iceberg — avverte Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi di categoria — Non è facile intercettarli tutti. I nostri iscritti stanno facendo di tutto, perchè siamo per la regolarità , e questi comportamenti, oltre a essere vietati, sono reati sociali, compiuti a danno di chi vive in stato di bisogno”.
Qualche volta si rischia di sconfinare nel vero e proprio caporalato, con severe punizioni previste dalla riforma approvata a novembre 2016.
Quando però i metodi utilizzati sono più subdoli, rispetto all’intermediazione illecita, non c’è più la possibilità di perseguirli penalmente.
Un esempio è la somministrazione di lavoro: la manodopera “in affitto” che la legge Biagi ha introdotto, nel 2003, assieme a norme che servivano appunto a evitarne l’uso distorto. Una società (somministratore) fornisce personale a un’altra impresa, che utilizza questi lavoratori.
Per svolgere questo ruolo di tramite, bisogna essere autorizzati; altrimenti, si compie una somministrazione abusiva.
Fraudolenta quando c’è il chiaro obiettivo di aggirare norme e contratti. Come detto, era un reato fino a febbraio 2016, senza pene detentive ma con ammenda di 50 euro — maggiorata in caso di dolo — per ogni lavoratore e per ogni giornata di utilizzazione. Poi, la politica ha rimosso la conseguenza penale, che resta solo quando vengono pure sfruttati dei minorenni, portando da 5mila a 50mila la sanzione pecuniaria.
Lo stesso discorso è stato fatto per i casi illeciti di appalto, subappalto e distacco.
Parliamo di quest’ultimo caso quando un datore di lavoro mette i suoi dipendenti a disposizione di un altro soggetto per un determinato periodo.
Chi pone in essere queste forme di esternalizzazione al di fuori dei parametri fissati dalla legge rischia il verbale minimo di 5mila euro ma non subisce un processo penale perchè anche questa violazione è stata trasformata in illecito amministrativo. L’obiettivo era quello di puntare esclusivamente su alte sanzioni economiche per disincentivare queste pratiche: per il momento, i risultati dicono che non sono affatto diminuite, anzi sono aumentate e di parecchio.
È stato lo stesso capo dell’Ispettorato Paolo Pennesi a ipotizzare che le depenalizzazioni possano aver “attenuato la deterrenza”.
Perchè mentre tra il 2014 e il 2015 le violazioni a seguito dei controlli sono passate da 8.320 a 9.620 (+16%), nel 2016 sono arrivate a 13.416 (+39%).
Il settore più colpito è quello del trasporto e magazzinaggio: qui le ipotesi di violazione riscontrate sono 3.327, più che raddoppiate rispetto al 2015.
Subito dopo c’è quello di noleggio, agenzie di viaggio e supporto alle imprese con 2.228 casi, seguito dal manifatturiero con 1.546.
Significativo anche il contributo dei servizi di informazione e comunicazione (1.341) e delle costruzioni (1.213).
I territori maggiormente interessati da questi fenomeni sono in ordine Lombardia, Lazio, Veneto, Abruzzo ed Emilia Romagna. Per completezza, a questo incremento ha contribuito anche “l’affinamento delle tecniche di accertamento dei comportamenti elusivi”, si legge nella relazione. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è appunto la “professionalità ” che mette in mostra chi compie questi illeciti. “Gli annunci si trovano con siti web — ha detto Pennesi a Labitalia — che propongono veri e propri raggiri delle norme. Rispetto al passato, sono più brutali”
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Maggio 1st, 2017 Riccardo Fucile
I TAVOLI DI CRISI AL MINISTERO SONO 153 E LA SOLUZIONE E’ UN MIRAGGIO
Primo maggio: dal 1886 celebra la festa del Lavoro per ricordare il giorno che diede l’inizio al grande sciopero generale negli Stati Uniti per ottenere la giornata lavorativa di 8 ore.
Oggi, la giornata di festa serve piuttosto a ricordare quanti, almeno in Italia, siano disoccupati o rischiano di diventarlo.
I numeri sono impietosi: a febbraio i senza lavoro erano 2,98 milioni; gli inattivi — coloro che delusi nè hanno un lavoro, nè lo cercano — addirittura 13,48 milioni.
Le politiche occupazionali del governo non hanno avuto l’effetto positivo sperato: finito il tempo dei sussidi le assunzioni sono calate, ma sono cresciuti i licenziamenti disciplinari.
Rispetto all’entrata in vigore del jobs act, a febbraio sono aumentati del 69%.
“Finito il doping fiscale degli incentivi per le assunzioni è finito l’effetto positivo sul mercato del lavoro” ripete l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
E i numeri confermano la sua analisi: nel 2016 solo il 29% dei nuovi contratti è stato a tempo indeterminato. Due anni prima erano il 32% a dimostrazione che il problema dell’Italia non era nella flessibilità , ma nel tessuto industriale del Paese. Un aspetto, forse, ancora più preoccupante.
Anche perchè al ministero dello sviluppo economico sono aperti più di 150 tavoli di crisi, un numero magico che da almeno due anni non accenna a calare.
Dal 2008 al 2016 sono stati gestiti circa 1.000 tavoli per un totale di oltre 3.000 incontri con imprese, ma la situazione non cambia. In gioco resta il futuro di oltre 250mila dipendenti.
“Purtroppo manca un progetto, bisogna guardare al tessuto produttivo del Paese per cercare le giuste soluzioni” dice Tiziana Bocchi, segretaria confederale Uil che poi aggiunge: “Il governo ha varato Industria 4.0, è una cosa positiva, ma diventa inutile se non si investe in infrastrutture. Serve una visione strategica del Paese, ma c’è un vuoto enorme”.
A complicare la situazione — dicono i sindacati — è la riforma degli ammortizzatori sociali che sarebbero serviti ad accompagnare imprese e lavoratori.
Così per alcuni il Primo maggio sarà un giorno di festa per riposare, ma per molti altri sarà un momento per fare il punto sulle 14 aree di crisi complessa: quelle che hanno una rilevanza strategica industriale con ricadute su tutto il territorio nazionale.
“Non basta prevedere singoli interventi correttivi ma — spiega Bocchi — occorre dotarsi di un progetto di rilancio del nostro sistema industriale che, partendo da una politica dei fattori e traguardando missioni strategiche precise e cogenti, sappia dare continuità produttiva e occupazionale attraverso il ricorso a investimenti pubblici e privati”.
Abruzzo
L’area di crisi complessa coinvolge la Val Vibrata, dove vivono 80mila persone: uno dei distretti industriali più floridi d’Italia è stato messo in ginocchio dalla crisi. Tra il 2008 e il 2015 sono fallite 178 imprese sulle 503 interessate da procedure concorsuali. Il comparto col più alto tasso di perdita d’impresa è quello del tessile/abbigliamento (10%), seguito dalla pelletteria (2%) e dal mobile/legno (1,6%). Il tavolo di crisi è aperto, ma i provvedimenti sono ancora in fase di definizione.
Friuli Venezia Giulia
L’area industriale di Trieste è stata riconosciuta in crisi dal 2013 per i problemi relativi alla faticosa riqualificazione delle attività industriali e portuali e del recupero ambientale. Il tavolo ha deliberato interventi di messa in sicurezza, riconversione e riqualificazione industriale dell’area, mediante tre distinti momenti: nel 2014 è stato siglato l’accordi di programma per la disciplina degli interventi relativi alla riqualificazione delle attività industriali e portuali e del recupero ambientale nell’area di crisi industriale, mentre il Prri (Progetto di Riqualificazione e Riconversione industriale) è stato approvato il 17 giugno 2016. La soluzione per il porto è ancora lontana.
Lazio
Sono aree di crisi complessa il “sistema locale del lavoro” di Rieti che ricomprende 44 Comuni e l’area di Frosinone. Con il Prri si è provato a mettere in atto interventi finalizzati alla salvaguardia e consolidamento delle imprese del territorio, all’attrazione di nuove iniziative imprenditoriali ed al reimpiego dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, ma la strada è tutta in salita: il terribile terremoto dell’anno scorso ha messo in ginocchio il tessuto economico della zona, privando gli imprenditori e gli allevatori delle principali fonti di sostentamento. L’area di Frosinone è stata riconosciuta come area di crisi industriale complessa con decreto 12 settembre 2016: a preoccupare è soprattutto l’assenza di infrastrutture.
Liguria
L’area di Savona, con i SLL di Cairo Montenotte e Comuni di Vado Ligure, Quiliano e Villanova d’Albenga, riconosciuta area di crisi industriale complessa e nel 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Savona con il compito di definire e attuare il Prri. Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali riguardano Sestri Ponente. Tra le aziende coinvolte più rilevanti ci sono Tirreno Power con un centinaio di dipendenti e altrettanti di Bombardier Transportation.
Marche
L’Area di Val Vibrata — Valle del Tronto — Piceno è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 10 febbraio 2016: il riconoscimento contestuale di aree appartenenti a due Regioni nasce dalla contiguità territoriale, dalle affinità socio-economiche e dalle omogenee caratteristiche delle rispettive crisi industriali, unitamente a esigenze di potenziamento infrastrutturale interregionale. Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali: Fabriano, Gaifana/Nocera Umbra, Matelica (MC), Sassoferrato (AN), Ancona. Nel frattempo la giunta regionale delle Marche ha ripartito i 17 milioni di euro che il Por Fesr assegna alle tre aree di crisi industriale del territorio: Piceno, provincia di Pesaro Urbino, area del Fabrianese coinvolta dalla crisi dell’ex Antonio Merloni.
Molise
Campochiaro, Bojano e Venafro: l’area delle province di Isernia e Campobasso ricomprendente i Comuni di Campochiaro, Bojano e Venafro è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 agosto 2015. Si è in fase di predisposizione del Prri che si approverà con l’accordo di programma: l’obiettivo di governo e Regione è rendere attrattivo il territorio e rilanciare la filiera tessile, quella avicola ed il settore metalmeccanico che soffre una pesante crisi con Gam e Itierre
Puglia
L’area di Taranto è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con il DL 7 agosto 2012, n. 129. Il problema principale della Regione è sempre l’Ilva.
Sardegna
L’area di Porto Torres è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 ottobre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Porto Torres con il compito di definire e attuare il Prri. L’area di Portovesme, con i SLL di Carbonia, Iglesias e Teulada, è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 13 settembre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Portovesme con il compito di definire e attuare il Prri.
Sicilia
La crisi industriale del Polo di Termini Imerese, determinata dalla chiusura degli stabilimenti del Gruppo Fiat, ha richiesto un intervento coordinato del MISE, della Regione Siciliana e delle Istituzioni locali, con il supporto tecnico di Invitalia, per individuare concrete opportunità di reindustrializzazione dell’area: sono stati programmati interventi finalizzati a mantenere la vocazione produttiva del territorio nel settore automotive, senza escludere l’inserimento di ulteriori imprese operanti in settori diversificati, con obiettivi di rilancio e di sviluppo industriale.
Il riconoscimento fa seguito al Protocollo di Intesa per l’area di Gela — sottoscritto tra MISE, Regione Siciliana, Comune di Gela e ENI S.p.A. ENI Mediterranea Idrocarburi S.p.A., Raffinerai di Gela S.p.A., Versalis S.p.A., Syndial S.p.A. e rappresentanze delle Organizzazioni Sindacali e Confindustria Centro Sicilia, in data 6 novembre 2014 — in cui, alla luce della crisi del settore della raffinazione, si evidenziava la necessità di una profonda revisione del modello industriale del sito produttivo di Gela, con conseguente piano di riconversione dell’intera area.
Toscana
Con il decreto legge 26 aprile 2013, n. 43 l’area industriale di Piombino è stata riconosciuta come area di crisi Industriale complessa per la quale è stata ravvisata la straordinaria necessità e urgenza di adottare interventi di implementazione infrastrutturale, riqualificazione ambientale e reindustrializzazione, con l’obiettivo principale di mantenere e potenziare i livelli occupazionali dell’area siderurgica, superare la grave situazione di criticità ambientale dell’area e garantirne uno sviluppo sostenibile. Nonostante i vari accordi, compreso quello con Aferpi, la situazione per Piombino resta complicata.
Per l’area di Livorno, invece, si è deciso di definire una complessa ed unitaria manovra di intervento mediante l’attuazione di un Piano di rilancio della competitività , con il completamento infrastrutturale nodo intermodale e integrazione piattaforma logistica costiera e la riqualificazione produttiva dell’area, ricomprendendo anche Collesalvetti e lo sviluppo del parco produttivo di Rosignano Marittimo. In fase di riconversione c’è anche l’area industriale di Massa Carrara.
Umbria
L’area di Terni — Narni è stata riconosciuta area di crisi industriale complessa con decreto 7 ottobre 2016. Con decreto ministeriale 8 febbraio 2017 è stato costituito, il Gruppo di Coordinamento e Controllo per l’area di crisi industriale complessa di Terni — Narni con il compito di definire e attuare il Prri. Altri Accordi di Programma e Protocolli di Intesa per lo sviluppo e la riconversione di aree industriali riguardano l’area di Costacciaro, in provincia di Perugia.
(da “Business Insider”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
VALICHI CHIUSI A SINGHIOZZO E ROMA CONVOCA L’AMBASCIATORE…. “VENITE A TOGLIERE LAVORO A CHI VIVE NEI CANTONI”
È un crescendo di dispetti e di ripicche. La Svizzera chiude dalle 23 alle 5 tre piccoli valichi di frontiera con l’Italia. La Farnesina convoca l’ambasciatore svizzero, l’equivalente diplomatico di uno schiaffo.
Ma anche l’Italia sbarra di notte, da sempre, una dogana, quella di Maslianico. Quindi, propone Nicholas Marioli, consigliere a Lugano per la Lega dei Ticinesi, partito di maggioranza relativa nel Cantone, Berna protesti con l’ambasciatore italiano. «Vogliono chiudere tutti i valichi con l’Italia? Perfetto. Poi però quest’estate Norman Gobbi, Lorenzo Quadri e Roberta Pantani (tre politici leghisti tosti, ndr) vanno al mare a Biasca», ribatte Luca Gaffuri, consigliere regionale e segretario della Commissione per i rapporti fra Lombardia e Confederazione elvetica.
È un continuo.
C’è la vignetta del Mattino della domenica, settimanale molto vicino alla Lega dei Ticinesi, che raffigura gli italiani come la Banda Bassotti.
Ci sono le cento contravvenzioni in tre ore elevate giovedì a Ponte Tresa della Polizia cantonale ai danni dei frontalieri che andavano al lavoro, «Multe senza pietà », accusa La Prealpina in prima pagina.
Ci sono le polemiche sugli italiani che vengono a togliere il lavoro agli indigeni.
C’è la Gendarmeria che fa sapere che nel ’16 le «riammissioni semplificate» (leggi: i migranti rispediti di là ) dalla Svizzera all’Italia sono state 20 mila, quelle dall’Italia alla Svizzera tre, come dire: gli italiani fanno passare tutti.
Infine, e qui i danni sono potenzialmente molto più seri, c’è la legge appena approvata in Ticino che vieta alle imprese straniere di concorrere ad appalti di valore inferiore a 8,7 milioni di franchi, in pratica il 90%.
Una mazzata per le aziende italiane che lavorano dall’altra parte della frontiera.
Non è un bel momento per i rapporti italo-svizzeri. Anche se forse bisogna distinguere.
Perchè l’impressione è che il governo federale abbia una politica e quello cantonale un’altra.
«Una volta – spiega Eros Sebastiani, presidente dell’Associazione frontalieri Ticino – i frontalieri erano 30 mila, adesso sono 65 mila. E, visto che qualche problema di disoccupazione in Ticino c’è, è molto comodo per i politici locali dire che la colpa è di quello brutto e nero. Ecco, adesso i brutti e neri sono gli italiani. Noi frontalieri abbiamo sempre cercato di mediare, ma è sempre più difficile».
Attualmente in Ticino per gli italiani non tira una buona aria: «Una volta vedevano la targa e ti chiedevano: uè, cuma stett? Adesso pensano e, talvolta, dicono pure: ah, sei tu che rubi il lavoro a mio figlio. A forza di parlare alla pancia della gente e non alla sua testa si rischiano guai seri».
In effetti, in tutto questo batti e ribatti è difficile trovare una via di mezzo.
«Si sa che la Lega Nord è sempre genuflessa davanti a quella dei Ticinesi – attacca Gaffuri -. Il punto è che a Berna hanno capito che il mondo è cambiato, a Bellinzona no. Ma i territori di confine sono sempre stati dei vasi comunicanti e tali devono restare».
Sarà . Però riemergono ataviche diffidenze, vecchi pregiudizi, antichi luoghi comuni. Viene in mente Pane e cioccolata, l’emigrante Nino Manfredi che per integrarsi si tinge perfino di biondo.
Salvo tradirsi al bar, quando esulta perchè l’Italia ha fatto gol alla Svizzera.
Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Aprile 15th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO SCENARI POLITICI: A INQUIETARE SONO LE QUESTIONI ECONOMICHE, NON LA SICUREZZA E GLI IMMIGRATI
Fra le paure degli italiani il terrorismo internazionale è ben lontano dalla vetta. 
Se però si considera che l’Italia è interessata particolarmente dallo sbarco di migranti, sorprende che anche l’immigrazione sia nulla in confronto alla madre di tutte le preoccupazioni: la crisi economica e la disoccupazione.
A fotografare le preoccupazioni degli italiani è un sondaggio condotto da ScenariPolitici per Huffington Post.
Disoccupazione e crisi economica preoccupano il 46% degli italiani, segue la corruzione della politica al 22%.
Solo agli ultimi posti la criminalità al 12% e i migranti in arrivo all’8%.
In casa propria gli italiani non temono solo la crisi. Una larga fetta della popolazione è molto preoccupata, infatti, della corruzione e del degrado della politica.
Se si guarda oltre confine, a preoccupare gli italiani sono i grandi dittatori, come Bashar al-Assad e Kim Jong-un, ma si fermano ai gradini inferiori del podio. In testa c’è Donald Trump con la sua imprevedibilità .
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile
NECESSARIO L’ARRIVO DI 400.000 LAVORATORI QUALIFICATI OGNI ANNO PER MANTENERE IL POTENZIALE DI FORZA LAVORO… UN PORTALE DEDICATO CUI FARE RIFERIMENTO
Secondo un sondaggio dell’Ifo Institut di Dresda, la mancanza di personale qualificato preoccupa
gli imprenditori tedeschi ancora di più della crisi dell’euro, del protezionismo globale in aumento e della crescita dei populisti.
E in effetti l’ente tedesco per il mercato del lavoro e la ricerca professionale (Iab) calcola che sarebbe necessario l’arrivo di 400 mila impiegati ogni anno per mantenere costante il potenziale di forza lavoro a lungo termine.
Dal 2012 il governo ha iniziato un piano per incentivare l’immigrazione di personale qualificato.
L’Agenzia federale per il lavoro (Bundesagentur fà¼r Arbeit) è attiva attraverso il suo servizio per il collocamento da e verso l’estero di personale specializzato e attraverso Make it in Germany, sito nato dalla collaborazione con il ministero del Lavoro e Affari sociali e quello dell’Economia.
La Germania è attraente per i lavoratori e le domande per trasferirsi nel Paese sono tante: il tasso di disoccupazione, secondo i dati di Eurostat di febbraio 2017, è il secondo più basso dell’Unione europea (dopo quello della Repubblica Ceca), anche se ci sono numeri più alti nelle regioni dell’est del Paese.
Dal qualche mese, una start up di Amburgo ha creato Employland, una piattaforma per entrare sul mercato del lavoro tedesco, che è gratis per chi è in cerca di occupazione.
Si può creare il proprio profilo e poi non c’è bisogno di proporsi per nessuna vacancy perchè sono le imprese che cercano e decidono chi assumere.
Queste ultime pagano un fee solo quando il processo va a buon fine.
La start up mette a disposizione avvocati che supportano i candidati in tutto l’iter burocratico richiesto dalla legge.
Soprattutto per chi cerca impiego dal suo Paese queste procedure possono risultare difficili da capire.
I cittadini dell’Ue che vogliono lavorare in Germania non hanno bisogno di alcun permesso. Per alcune professioni è richiesto però un riconoscimento della qualifica, per il quale a volte si deve frequentare un corso o superare un esame.
Employland si occupa di questa certificazione delle competenze, su cui si possono trovare le informazioni in un portale apposito.
Dopo il primo contatto con l’azienda, si passa alla negoziazione delle condizioni di lavoro, che avviene via email con massimo due imprese allo stesso tempo, e infine, se le due parti raggiungono un accordo, si firma il contratto.
Employland ricerca personale qualificato, con o senza laurea, ma che sia specializzato in un settore. L’Agenzia federale per il lavoro pubblica le posizioni per cui c’è carenza, :
Chi sa il tedesco ha più possibilità di essere scelto, a meno che non venga chiamato nelle multinazionali dove si parla inglese.
Per le posizioni a contatto con il pubblico è necessario il tedesco. Due programmi della Commissione europea, che supportano la mobilità in Europa e sono gestiti dal Ministero del lavoro italiano, rimborsano in parte le spese per la formazione linguistica prima della partenza.
È possibile così ottenere ad esempio le certificazioni Telc o Goethe per il tedesco, senza spendere troppo. I due programmi sono Your first Eures Job per i lavoratori dai 18 ai 36 anni o per chi ha più di 36 anni Your first Eures Job Reactivate.
Forniscono anche un contributo per il trasferimento all’estero e il rimborso delle spese sostenute per partecipare ai colloqui.
(da agenzie)
argomento: Lavoro | Commenta »
Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile
FIRMATO UN ACCORDO SINDACALE CHE GARANTISCE MAGGIORI DIRITTI AI DIPENDENTI
Se Fiat Chrysler da anni non applica più ai suoi dipendenti nemmeno il contratto nazionale dei
metalmeccanici, Volkswagen sceglie invece di garantire ai suoi dipendenti italiani tutele aggiuntive rispetto a quelle previste dal Jobs Act.
Le direzioni aziendali di Ducati Motor e Automobili Lamborghini, con sede nel Bolognese ma entrambe di proprietà della casa tedesca, hanno infatti sottoscritto il 17 marzo insieme alle organizzazioni sindacali di categoria Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm due accordi sindacali che di fatto aggirano, su alcuni punti, la riforma del lavoro renziana.
Garantendo ai circa 3mila dipendenti dei due stabilimenti simbolo della storia italiana dei motori tutele aggiuntive rispetto ai loro colleghi.
Obiettivo dell’intesa, scrivono in una nota congiunta i sindacati, è “intervenire sui recenti cambiamenti della legislazione sul lavoro con una particolare attenzione a: disciplina dei licenziamenti; disciplina delle mansioni (il cosiddetto demansionamento); disciplina riguardante gli strumenti di controllo a distanza”.
I due accordi — il cui contenuto è identico — modificano radicalmente l’impianto della legislazione vigente, andando a scardinare anche uno dei pilastri delle politiche del lavoro renziane: la differenza tra chi è stato assunto in azienda prima del Jobs Act e chi dopo.
Tra chi ha il vecchio contratto a tempo indeterminato e chi quello nuovo, a tutele crescenti. “Le parti hanno condiviso che questa intesa possa determinare una condizione di maggior tutela indipendentemente dalla data di assunzione”, si legge infatti nel testo.
Michele Bulgarelli, della Fiom-Cgil di Bologna, spiega a ilfattoquotidiano.it: “Il Jobs Act ha introdotto una frattura all’interno del mondo del lavoro: la data del 7 marzo 2015. Gli assunti dopo quella data non sono uguali agli altri, non hanno gli stessi diritti. Ora — prosegue — a prescindere dalla data di assunzione, tutti i dipendenti in Ducati e Lamborghini avranno la stessa tutela introdotta dalla contrattazione aziendale. Si ricompone il mondo del lavoro”.
In materia di “licenziamenti individuali per giustificato motivo”, spiegano Fiom, Fim e Uilm, i lavoratori Ducati e Lamborghini non verranno più convocati dall’azienda direttamente presso la Direzione Territoriale del Lavoro, dove la legge prevede che debbano confrontarsi il singolo dipendente oggetto del provvedimento e l’impresa, ma avranno diritto di avviare un confronto preventivo con l’azienda alla presenza della propria organizzazione sindacale di riferimento, per individuare tutte le possibili soluzioni alternative al licenziamento, quali modifica della propria collocazione, riqualifica professionale, accesso a contratti part-time o ammortizzatori sociali.
Discorso simile anche per il “demansionamento”, ovvero la revisione al ribasso della qualifica professionale di un dipendente — spesso accompagnata da diminuzione di stipendio — che Ducati e Lamborghini non potranno più disporre unilateralmente (come invece prevede il Jobs Act in diversi casi).
A tutela delle professionalità acquisite viene infatti introdotta una procedura, non prevista dalla legge, grazie alla quale il lavoratore colpito dal provvedimento può attivare un iter finalizzato al mantenimento del livello conseguito, a partire dalla messa in campo di strumenti volti alla propria riqualificazione professionale.
Ulteriore sconfessione del Jobs Act è quella costituita da ciò che l’intesa raggiunta prevede in materia di “strumenti di controllo a distanza“, dove il coinvolgimento sindacale non è richiesto solo nei casi previsti dalla legge — installazione di telecamere — ma anche per l’utilizzo di ogni tecnologia da cui possa derivare controllo a distanza, come tablet, dispositivi gps, telefoni cellulari. Saranno pertanto istituite apposite commissioni bilaterali preventive tra sindacato e azienda con il compito di valutare e accordarsi, caso per caso.
Una novità , quest’ultima, che in realtà va a ufficializzare una pratica già in essere in Ducati e Lamborghini, la cui condotta aziendale, ispirata al cosiddetto modello tedesco e alla Charta dei rapporto di lavoro nel Gruppo Volkswagen, afferma che “le parti coinvolte perseguono insieme una politica di consenso sociale, nell’ambito della quale hanno priorità soluzioni concrete e oggettive dei problemi, stabilite nel quadro di trattative, rispetto alle soluzioni di orientamento conflittuale”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
IN ITALIA SONO 25.000 LE AZIENDE AGRICOLE GUIDATE DA UN IMPRENDITORE STRANIERO… 320.000 I LAVORATORI STRANIERI NEI CAMPI CHE PERMETTONO AL SETTORE DI SOPRAVVIVERE
Non solo sfruttamento, anzi l’agricoltura è uno strumento per l’integrazione perchè, per dirla con Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia-agricoltori italiani, i “numeri dimostrano come il Made in Italy cresca con il lavoro degli stranieri”.
I numeri, allora: in tutta Italia ci sono 25 mila aziende agricole guidate da un imprenditore straniero, 12 mila dei quali sono guidate da extracomunitari.
Imprese che creano ricchezza visto che versano complessivamente 11 miliardi di oneri fiscali e previdenziali.
Un’azienda su tre conta almeno un lavoratore straniero, in tutto sono 320 mila di cui 128 mila extracomunitari.
Numeri che secondo la Cia – che ha aperto a Bologna i lavori della sua conferenza economica – possono permettere di realizzare un ricambio generazionale che nei campi e’ praticamente fermo, sotto il 7 per cento.
Ancora Scanavino: “Con i titolari d’azienda italiani con un’età media superiore ai 60 anni c’è’ il rischio concreto di un dimezzamento degli addetti nel settore nei prossimi 10 anni”.
Maurizio Tropeano
(da “la Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »