Marzo 21st, 2017 Riccardo Fucile
E IN 970.000 LE DONNE SONO UNICA FONTE DI REDDITO… MAGGIORI DIFFICOLTA’ PER CHI HA PIU’ FIGLI E I MONO-GENITORI
In Italia è rimasta stabilmente sopra il milione la conta delle famiglie senza lavoro e quindi senza stipendio.
Sono, per la precisione, 1.085.000 i nuclei che secondo la statistica dell’Istat sono composti da persone abili al lavoro, ma in cerca di occupazione.
Una piaga che colpisce particolarmente il Sud, dove si situano 587mila casi: più della metà .
Rispetto allo scorso anno non cambia pressochè nulla: si passa da 1 milione 92 mila a 1 milione 85 mila (-0,7%). Si tratta di “case” dove tutti i componenti attivi, che partecipano al mercato del lavoro, sono disoccupati.
Non è detto che siano in assoluto senza un reddito, ma se quest’ultimo cìè arriva da altre fonti (come possono essere rendite o pensioni) e non dall’impiego.
I dati sono stati ricavati dalle tabelle pubblicate dall’Istituto di statistica, come media dei risultati che l’Istat raccoglie trimestralmente nell’indagine sulle forze di lavoro: si riferiscono all’intero 2016.
Le famiglie che non possono contare su alcun reddito sono il 6,6% di quelle presenti sul mercato del lavoro, ovvero 16,5 milioni. Il contraltare a quel milione di famiglie “a zero occupazione” sono i 13,9 milioni in cui tutte le forze lavoro sono impiegate.
Come sono fatte queste famiglie senza redditi da lavoro?
Sono in 448 mila casi coppie con figli, e 290 mila sono famiglie con un solo componente, single, più spesso uomo che donna (178 mila contro 113 mila).
Seguono 222 mila nuclei mono-genitore (e stavolta sono più donne, 192 mila) e 80 mila coppie senza figli.
Analizzando il tasso di disoccupazione delle persone tra i 25 e i 64 anni e incastrando i dati con il loro ruolo in famiglia, si nota come i valori più alti si registrino per i mono-genitori (12%), stanno invece decisamente meglio i single (8,4%).
Accendendo un faro su chi fa parte di coppie con figli, si sottolinea come all’aumentare della prole salga anche il tasso di disoccupazione (7,3% se c’è solo un figlio, 7,7% se due e 10% per tre o più). I coniugi o conviventi senza bambini si fermano al 7,6%.
Emerge poi la difficile situazione delle donne, che in molti casi sono la fonte di reddito principale. In 970mila famiglie, con e senza figli (e coniugi o conviventi tra i 25 e i 64 anni), la donna risulta infatti occupata a tempo pieno o part time, mentre l’uomo è in cerca di occupazione o inattivo (pensionato o comunque fuori dal mercato del lavoro).
Ci sono poi 192 mila famiglie monogenitore, dove c’è solo la mamma ed è disoccupata: quindi secondo i criteri statistici è in cerca di lavoro. La cifra è in aumento rispetto all’anno precedente (+5%).
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
CREATI IN PROVINCIA DI PAVIA DA UNA STAR-UP: “FUNZIONANO ANCHE PER PULIRE L’ARIA NEGLI UFFICI”
Un cartellone pubblicitario «mangiasmog».
L’idea l’hanno avuta due imprenditori, il piacentino Giammarco Cammi e Gianluca Barabino, di Tortona, che hanno creato un tessuto rivoluzionario.
L’azienda è una start-up del gruppo Ecoprogram, colosso della logistica che gestisce, tra l’altro, lo stadio di San Siro: Anemotech, infatti, ha sede a Casei Gerola, un paese lombardo crocevia di tre regioni e fa della sperimentazione la sua frontiera.
Il suo «The Breath», Gianluca Barabino (anima dell’idea assieme a Giammarco Cammi) lo spiega così: «È un mix composto da strati esterni (in tessuto tridimensionale idrorepellente con proprietà antisettiche) e da uno strato intermedio in fibra a carboni attivi, unita da nanotecnologie, in grado di ridurre le particelle inquinanti presenti in ambienti sia aperti sia chiusi».
Esempio di come la ricerca e la sperimentazione possano viaggiare di pari passo e, non a caso, «The Breath» è stato premiato a Ecomondo 2016 e ha ottenuto il beneplacito di Legambiente.
Spiega ancora Barabino: «Il prodotto permette di abbattere anche del 40% fumi di cucine, polveri sottili, idrocarburi, potenziali residui di stampanti o fotocopiatrici», che nella lingua della scienza si traducono in «Cov», ossidi di azoto o anidride carbonica.
Il tessuto può essere collocato in ambienti chiusi sotto forma di quadro, tendaggio o pannello divisorio, ma anche all’aperto.
In quest’ultima forma «The Breath» è diventato un veicolo commerciale, perchè già alcune multinazionali si sono interessate all’idea, prenotando maxi pubblicità da esporre in celebri piazze italiane e straniere, dove il traffico è molto forte al pari dell’inquinamento atmosferico.
A Milano e Roma spiccano manifesti che sfruttano il tessuto creato da Anemotech, mentre alcune aziende italiane l’hanno introdotto come forma di tutela della salute dei lavoratori negli uffici.
Della nascita di «The Breath» se ne accorse anche Umberto Veronesi, che, quando gli furono spiegate le caratteristiche del prodotto, volle che quella tecnologia fosse introdotta all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano.
Spiegò così il celebre oncologo: «Il mio sostegno agli ideatori di “The Breath” nasce da una semplice constatazione: dei milioni di italiani che oggi sviluppano un tumore, almeno il 70% potrebbe essere salvato con la prevenzione. Sostengo un’alleanza tra scienza e tecnologia: è fondamentale che la scienza discuta e si confronti con istituzioni e informazione per vincere battaglie come quella della cura e della prevenzione del cancro».
Parole attuali, uno stimolo ulteriore per Anemotech, il cui slogan potrebbe essere la celebre massima latina poi mutuata dai pubblicitari: «Prevenire è meglio che curare».
Maurizio Iappini
(da “La Stampa”)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
I PRECARI DELLE TELEFONATE NON HANNO ALTERNATIVE DI OCCUPAZIONE
“Pensavo sarebbe stato solo un lavoretto per mantenermi all’università e non pesare più sui miei
genitori. Ormai, però, sono qua da due anni: in giro non trovo altro e ho pure mollato gli studi”.
Marika, 24 anni, viene dalla Basilicata e dopo il liceo si è trasferita a Milano per studiare mediazione linguistica. La sua vita oggi è un call center da 400 euro al mese, che possono salire fino a 700 se le cose vanno alla grande.
È una di quelle voci che vi chiamano da un numero sconosciuto mentre tornate a casa da lavoro, a cui più o meno garbatamente fate sapere di non essere interessati.
È una operatrice outbound, incaricata di andare a caccia di nuovi clienti. “Siamo l’ultima ruota del carro, quelli più utili eppure peggio pagati”.
Negli anni il loro numero è cresciuto a dismisura: per le aziende le telefonate sulle utenze private dei cittadini rappresentano uno straordinario strumento di marketing a basso costo. In alcun modo, però, ciò ha significato una regolarizzazione del personale. “Con l’uscita di Tutta la vita davanti, ahimè, il mondo dei call center fu messo in burletta. Parliamo di migliaia di lavoratori, che subiscono sulla loro pelle ogni vento di crisi”.
A parlare così è Riccardo Saccone, funzionario della SLC Cgil. Nel 2008, quando arrivò nelle sale il famoso film di Paolo Virzì che metteva in scena il nuovo precariato armato di cuffia e microfono, il settore era già sotto pressione.
Si radicò l’idea che i call center fossero l’approdo degli ultimi, le cavie di un mondo del lavoro che cercava la strada per abbattere anche le residue tutele rimaste. “Non era del tutto falso, eppure da allora le cose sono peggiorate: ogni passo in avanti sul piano legislativo è stato vanificato dalla congiuntura economica”.
ochi in Italia conoscono il meccanismo come Saccone, che è un dipendente di Wind prestato al sindacato. “Io sono un privilegiato, perchè i lavoratori dei call center in-house guadagnano quasi tre volte un collega dell’outsourcing. Ma se il mercato andrà nella direzione di una ulteriore compressione dei costi, quanto può durare questa generosità nei miei confronti?”.
Vodafone e Wind hanno assottigliato parecchio il comparto interno, mentre nei servizi di customer care di Telecom resistono 10 mila persone. “Nel complesso il 60-70% del lavoro nelle telco è già stato esternalizzato, altrove le percentuali sono più alte”.
Sono nate così, da Milano alla Sicilia, decine di società che hanno ovviato alle esigenze di aziende e pubbliche amministrazioni.
In un mondo sempre meno frontale tutti quanti hanno bisogno di servizi di customer care, di sviluppare l’e-commerce oppure avvicinare nuovi clienti: nuove imprese nate dal nulla e cooperative si sono fatte trovare pronte.
Alcune sono durate il tempo di una commessa, altre sono diventate Almaviva.
“Sono entrata nel 2000 a 23 anni: ancora ci chiamavano Cosmed e la sede era a Torre Spaccata. Eravamo 800 persone molto motivate, una famiglia” ricorda Tiziana Perrone. Poche settimane fa la sua esperienza in azienda, che nel frattempo era arrivata a contare 45 mila dipendenti a livello mondiale, è terminata nel peggiore dei modi.
Tiziana è tra i 1666 lavoratori licenziati a fine 2016 nella sede romana di Almaviva Contact.
Una vertenza aspra, che ha diviso sindacati e lavoratori. La maggior parte di questi ultimi prestava servizio 20 ore la settimana per uno stipendio medio di 700 euro al mese. “I primi anni il lavoro è stato stimolante, c’era un’atmosfera di novità e espansione. Con il tempo il servizio è peggiorato e siamo tornati al cottimo. Ogni giorno lo stress cresceva, ci eravamo accorti che così non si poteva reggere. Tre anni dopo eravamo in cassa integrazione.
Oggi i call center non fanno più per me” spiega Tiziana, che a 39 anni è ancora in attesa di Naspi e Tfr e non ha alcuna fiducia nel piano di ricollocamento presentato di recente dal governo.
La crisi di Almaviva, leader del settore, dice molto di un sistema malato. Dal 2011 al 2015 l’azienda ha bruciato oltre il 30% dei suoi ricavi. Una dopo l’altra, ha perso le gare più importanti: quelle per il Comune di Milano e di Roma, una parte del servizio erogato per Sky e per Enel.
Non era più concorrenziale rispetto a pretendenti meno strutturate e più aggressive, perchè aveva deciso di non delocalizzare all’estero e, gravata da lavoratori anziani a tempo indeterminato, non usufruiva più degli incentivi alle assunzioni. Almaviva si è allora adeguata al contesto: mentre chiudeva l’inbound, ha effettuato nuovi colloqui per cercare personale adatto a contattare nuovi clienti. L’outbound, che oggi conta circa 30 mila lavoratori sugli 80 mila del settore, costa decisamente meno e frutta di più.
“Un epilogo micidiale, l’ultimo capitolo di un film già scritto” commenta amaro Riccardo Saccone. “
Gli ultimi anni sono stati infernali: i tagli lineari delle aziende agli appalti di customer care hanno fatto molto male, in un settore in cui l’80% dei costi sono rappresentati dal lavoro.
Qualsiasi manovra per contrarre le spese va a scapito di dipendenti pagati ai minimi, che non godono di ammortizzatori sociali ordinari o altre garanzie. Paghiamo soprattutto la mancanza di regole nella gestione delle gare. Pur di vincere commesse sempre più magre le aziende hanno fatto di tutto: finchè potevano campavano con gli incentivi, poi sono andate a produrre all’estero. La dittatura del massimo ribasso ci ha portato sin qui, la delocalizzazione ha fatto il resto”.
La situazione è precipitata attorno al 2011, quando i ricavi delle grandi aziende hanno iniziato a crollare. Le due circolari dell’allora ministro Cesare Damiano, che avevano stabilizzato migliaia di precari, hanno portato solo benefici relativi
Gli scioperi di fine 2015 e le contrattazioni con i sindacati, radicati solo in tempi relativamente recenti nelle aziende, hanno fatto approvare la clausola sociale, che garantisce al lavoratore di continuare a operare su un appalto anche se cambia il committente. I casi in cui è stata rispettata sono molto rari.
Simile il discorso per l’articolo 24 bis del decreto legge 83 del 2012, che obbliga a comunicare dove il call center è situato e cerca di colpire chi sposta il lavoro all’estero.
“Le poche regole esistenti sono sistematicamente disattese, siamo arrivati al punto di non ritorno” dice Antonella Berardocco. È a casa da un anno, dopo averne passati sette a rispondere ai telefoni della E-care di Cesano Boscone, alle porte di Milano. Persa la commessa di Fastweb, l’azienda ha ridotto sensibilmente il proprio impegno in Italia.
Nel frattempo aprivano sedi in Albania e Romania. Ormai è tutto fuori dai confini, la nuova moda sono i call center in India.
Per assurdo c’è sempre più bisogno di questa funzione: assicurazioni, vino, aziende alimentari hanno potenziato l’outbound. Online è pieno di annunci: ho visto offerte da tre euro all’ora più provvigioni” aggiunge.
Nella sede romana di e-Care lavorava Marta, 35 anni, originaria del Congo. “Ho lavorato per qualche mese su una commessa di Lottomatica, mi sono trovata bene” racconta.
“Ho fatto un corso intensivo di tre giorni e mi hanno presa, lavoravo part-time per 500 euro. Mi chiamavano i tabaccai per avere informazioni sui gratta e vinci e cittadini dubbiosi sulle loro scommesse.
Un giorno uno mi chiese cosa dovesse fare con una vincita di 50 mila euro: gli risposi di portarla in banca, un po’ prima di subito. Il problema è che avevo contratti molto brevi, rinnovati sempre all’ultimo momento. Proprio quando pensavo di aver imparato il mestiere sono spariti nel nulla” spiega.
Un anno fa la Cgil denunciò l’affidamento di una commessa da parte di Poste Italiane a 0,29 centesimi di euro al minuto, circa la metà di quanto servirebbe a garantire una giusta retribuzione al lavoratore.
A febbraio 18 addetti del call center di regione Lombardia, dopo il passaggio dell’appalto dalla società per cui erano impiegati a una ditta siciliana, hanno trovato il loro badge disattivato senza preavviso. Alcuni di loro seguivano quella commessa da 13 anni e, si sarebbe poi scoperto, da mesi erano senza stipendio.
Se il pubblico non dà il buon esempio, cosa si può pretendere dai privati? Nulla. Così il settore è diventato una giungla, dove avventurismo e illegalità hanno trovato terreno fertile.
Praticoni trasformati in “classe padrona” hanno dato vita ad aziende fragili e fantasiose, con l’unico obiettivo di lucrare finchè possibile.
Il punto più basso fu toccato nel novembre 2012, quando una inchiesta svelò la “scalata” dei Bellocco di Rosarno alla Blue Call di Cernusco sul Naviglio, periferia Est di Milano. In due anni la ndrangheta si era mangiata una azienda da 600 dipendenti, un gigante dai piedi d’argilla divenuto bancomat dei clan.
Più volte i magistrati antimafia si sono occupati degli interessi della criminalità organizzata nel settore. Inevitabile, visto il giro di affari e la tendenza all’avventurismo con cui nascono e sono guidate numerose imprese nel Sud Italia. Lungo lo Jonico pugliese e nel catanese sono sorti distretti da migliaia di lavoratori. Di scarsa qualità , ma vitali in territori asfittici da un punto di vista economico. Qui più che altrove il call center non è un lavoretto e chi trova un posto lo tiene stretto. In regioni in cui la disoccupazione giovanile supera abbondantemente il 50%, la questione assume toni drammatici. Secondo Assocontact, l’associazione delle imprese che forniscono assistenza al cliente, il tasso di turnover viaggia tra l’1 e il 5% nelle principali aziende.
Un tempo il settore era magmatico, oggi la flessibilità è quasi solo in uscita. A totale discapito della qualità , in un lavoro stressante dove i cali di concentrazione non sono tollerati.
Lavoro che, nella maggior parte dei casi, non è più quello di un centralinista, ma di un assistente specializzato su più fronti. “Io ho 31 anni, ho ancora fiducia e voglia di lottare. Ma che ne sarà dei miei colleghi anziani o di quelli disabili” si chiede Valentina Borzi.
“Ho lavorato al call center Qè di Paternò per otto anni, fino al licenziamento collettivo del 28 novembre. Gli ultimi mesi sono stati un calvario: le commesse perse, gli stipendi non pagati, lo sciopero ad oltranza. Fino al giorno in cui abbiamo trovato il capannone chiuso e i proprietari dell’azienda spariti. A oggi non hanno ancora dichiarato il fallimento e ci dobbiamo affidare ad un tribunale per ottenere i nostri diritti”.
La vicenda, non la sola in Sicilia, è finita nel peggiore dei modi.
A comportarsi in questo modo una azienda che era arrivata a impiegare fino a 600 lavoratori e che aveva tra i propri clienti Sky, Enel e Wind.
Gli ex dipendenti Qè non ci stanno e hanno dato vita a un movimento insolitamente coeso e battagliero: i loro appelli circolano in rete e hanno trovato il sostegno di testimonial famosi.
“Ho iniziato a lavorare quando mi mancavano sei esami alla laurea. Ora, dopo aver messo da parte gli studi per la sicurezza economica, sono tornata sui banchi. Non mi sono mai ritrovata nei racconti sull’inferno dei call center: io gestivo una commessa delicata e gratificante per conto di Inps. Il nostro territorio non può perdere le sue risorse”.
Come Valentina, buona parte dei colleghi sono stati assunti dai call center grazie alle agevolazioni e a una fiscalità che al Sud è particolarmente vantaggiosa. In questo modo il lavoro rimane a basso costo per anni e gli imprenditori possono contenere le spese e essere competitivi. Si creano continui moti di concorrenza sleale, che orientano di volta in volta un mercato dopato in cui lo stato perde sempre.
“Abbiamo provato per anni a professionalizzare il mestiere, a spiegare che non può essere governato con simili dinamiche. Date un occhio agli investimenti che ha fatto Microsost sulla sua struttura di Dublino. Parliamo di un canale di assistenza pregiato, non di rado gli operatori gestiscono pratiche complicate e sensibili: dai nostri conti correnti alla disoccupazione. Mentre aumenta la centralità dei call center, diminuiscono gli investimenti e di conseguenza la nostra sicurezza” dice Riccardo Saccone.
“Il processo va avanti da anni, ogni giorno un nuovo passetto. Ma ormai non c’è più nulla da tagliare: si incide la carne viva dei lavoratori”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
APERTA UN’ISTRUTTORIA SULLA MULTINAZIONALE DEGLI ISOLANTI… DA 42 GIORNI IL PRESIDIO DEI 187 DIPENDENTI
Nella storia della K-Flex di Roncello, in Brianza, c’è solo una certezza: il licenziamento dei 187
lavoratori del colosso della gomma plastica, dopo 42 giorni di presidio davanti all’ingresso dell’azienda.
Giorni e notti di resistenza vana, nelle tende a ridosso della fabbrica, ora che anche l’incontro al ministero dello Sviluppo economico è fallito.
Ma sul caso K-Flex il ministero ha aperto un’istruttoria per capire dove siano finiti i 12 milioni di euro di finanziamenti pubblici utilizzati dal gigante mondiale della chimica, che ha deciso di smantellare lo stabilimento.
Soldi che sarebbero dovuti rimanere sul suolo italiano e che invece sembra siano stati utilizzati per investimenti all’estero, come ha ammesso (in Assolombarda) Marta Spinelli, membro del cda e figlia del fondatore.
All’appello, però, mancano altri 23 milioni di euro, sempre dello Stato, che la proprietà avrebbe deciso di investire in Malesia, in Cina, negli Emirati Arabi Uniti e a Hong Kong. L’azienda ha anche due sedi produttive in Polonia.
Brianza, la vita ai cancelli della fabbrica dei lavoratori K-Flex
Per i lavoratori i sindaci della zona hanno deciso di cancellare le rette di nido, scuole e mensa. Sono 25 i primi cittadini della zona di Vimercate che vogliono tendere la mano alle maestranze senza stipendio. “C’è prima di tutto la dignità e loro stanno lottando perchè la loro non sia cancellata”, aveva detto Giorgio Monti, primo cittadino di Mezzago del Pd.
I gruppi di acquisto solidale hanno raccolto cibo da portare ai lavoratori in presidio e per le famiglie. Per 42 giorni, davanti ai cancelli di via Da Vinci, sono arrivati operai di altre aziende, per dire ai manifestanti “siamo con voi”.
Quando i lavoratori della K-Flex hanno bloccato la provinciale, hanno trovato gli automobilisti dalla loro parte.
Quello che non torna, nelle scelte della società , lo ha spiegato Matteo Moretti di Fictem Cgil Monza e Brianza: “Dai bilanci e dalla rendicontazione delle società controllate emerge in modo chiaro che la K-Flex ha utilizzato soldi pubblici per consolidare le proprie quote di mercato all’estero”.
Il gioco è semplice. La K-Flex acquisisce aziende estere senza futuro, accede ai finanziamenti messi a disposizione dalla Cassa Depositi e Prestiti (controllata all’80 per cento dal ministero dell’Economia) e con quei soldi “pubblici”, hanno a lungo sottolineano i sindacati, fa prosperare quelle aziende ricavando utili da capogiro. “Quel denaro è dei contribuenti italiani e poteva essere utilizzato per salvare il destino dei 187 operai dell’unica sede italiana, quella di Roncello”.
Nata nel 1989, la K-Flex è numero uno al mondo nella produzione di isolanti che gestiscono caldo e freddo con applicazioni in tutti i campi: ferroviario, navale, petrolifero.
Suoi i materiali con cui sono stati isolati il Teatro alla Scala e l’aeroporto di Malpensa. Un’azienda in salute la multinazionale con plancia di comando in Brianza: l’obiettivo, dichiarato dalla proprietà , è quello di raggiungere i 500 milioni di ricavi nel giro di due anni. Proprio in questi giorni, negli Stati Uniti, la Youngsville in Louisiana, l’azienda sta realizzando una nuova unità produttiva.
Le tute blu sono state davanti ai cancelli giorno e notte anche per evitare che la proprietà smontasse i macchinari per spedirli all’estero.
“Siamo imprenditori e andiamo dove il mercato ce lo chiede, dove c’è lavoro”, il punto di vista del fondatore Amedeo Spinelli. Due giorni fa, la proprietà ha confermato gli esuberi anche davanti alla richiesta del governo di un nuovo piano industriale. “Lo squilibrio tra domanda e offerta e le gravi carenze strutturali dello stabilimento di Roncello rendono impossibile potervi proseguire l’attività e anti-economico il mantenimento in essere del sito. La conseguenza è di dover cessare l’attività produttiva della sede di Via Leonardo da Vinci”.
Al momento gli unici lavoratori che la K-Flex intende salvare sono quelli del reparto ricerca e sviluppo e della logistica: 60 persone in tutto, che da quando è iniziata la protesta non sono mai usciti dallo stabilimento.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
FINITO IL DOPING DEGLI INCENTIVI, TUTTO COME PREVISTO… IL 65% DEI NUOVI POSTI DI LAVORO E’ PRECARIO
C’era una volta il Jobs act.
È l’Inps a certificare il tracollo della riforma del mercato del lavoro targata Matteo Renzi. Un dato su tutti: nel 2016 il numero dei nuovi contratti stabili è crollato del 91% rispetto a un anno fa.
A pesare su questa brusca frenata – spiega l’Osservatorio sul precariato dell’Istituto di previdenza – è stata la riduzione degli incentivi per le assunzioni.
Due anni fa, infatti, le nuove assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Poi l’incentivo è diminuito e questa riduzione ha impattato sul numero dei nuovi contratti attivati l’anno scorso.
Il saldo tra aperture e chiusure dei contratti a tempo indeterminato è stato positivo per poco più di 80mila unità , con un tracollo dalle oltre 930mila dell’anno prima.
I contratti a tempo determinato tengono “a galla” le assunzioni
Se l’andamento dei contratti a tempo indeterminato registra un crollo, complessivamente il numero di contratti attivi resta in crescita.
Alla fine del 2016 nel settore privato si è registrato un aumento di 340mila contratti. Un numero non esaltante dato che sono poco più della metà di quelli registrati nel 2015 (627.569).
L’Inps spiega il risultato, comunque con il segno più, dei contratti: “È imputabile prevalentemente al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo determinato, il cui saldo annualizzato, pari a +222.000, ha significativamente recuperato la contrazione registrata nel 2015 (-253.000), indotta dall’elevato numero di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato”.
I licenziamenti in lieve calo
Lieve flessione per i licenziamenti (-3,1%). Se nel 2014 e nel 2015 il tasso di disoccupazione è stato pari, rispettivamente, al 6,5% e al 6,1%, l’anno scorso è sceso sotto il 6%, attestandosi a 5,9 per cento.
Guardando alla tipologia dei licenziamenti, crescono quelli per giusta causa, passati da 59 a 74mila. Per l’Inps questo aumento è da collegare alla nuova disciplina delle dimissioni online e non alle modifiche dell’articolo 18.
Si ferma la corsa dei voucher
A gennaio di quest’anno le vendite dei voucher, pari 8,9 milioni (valore nominale di 10 euro) si sono stabilizzate su livelli analoghi a quelli di gennaio 2016 (8,5 milioni), “con un modesto incremento” del 3,9%.
L’Inps spiega che “la forte flessione nella crescita, sempre più marcata a partire da ottobre 2016, può riflettere anche gli effetti del decreto legislativo con cui sono stati introdotti obblighi di comunicazione preventiva in merito all’orario di svolgimento della prestazione lavorativa”.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
NON REGGONO IL PASSO CON QUELLI FRANCESI, TEDESCHI E INGLESI
Gli stipendi degli italiani continuano a essere fra i più bassi d’Europa. 
Secondo gli ultimi dati resi noti dall’agenzia europea di statistica, relativi al 2014, in quasi tutti i settori i salari medi non reggono il passo con quelli francesi, tanto meno con tedeschi o inglesi.
Fra le nazioni principali soltanto quelli spagnoli sono inferiori – sebbene serva tenere in considerazione anche i diversi costi della vita nei vari paesi nonchè il variabile peso del fisco.
Sia nei principali settori industriali che nei servizi gli stipendi risultano minori per centinaia – in qualche caso persino migliaia – di euro al mese.
Dove invece sono grosso modo nella media è nel campo degli alloggi e della ristorazione, nonchè nella sanità e nei servizi sociali.
Decisamente buoni, d’altra parte, gli stipendi medi all’interno delle attività di estrazione di combustibili fossili.
Dalle stesse informazioni possiamo anche ricostruire quanto prendono i giovani rispetto ai lavoratori maturi.
Quasi sempre l’anzianità paga e, con qualche eccezione minore, il reddito cresce con l’età . La distanza fra matricole e veterani appare particolarmente ampia nei servizi finanziari o di informazione e comunicazione nonchè – di nuovo – nelle attività estrattive.
Lo scarto appare invece molto più corto in diversi altri settori, dove magari a inizio carriera non si prende molto meno rispetto a campi più blasonati, ma neppure ci si può aspettare di andare chissà quanto avanti.
È il caso, per esempio, dell’istruzione o del trasporto. Per parte sua, invece, il commercio è fra i pochi settori in cui lo stipendio medio cresce fino ai 60 anni, ma da lì poi torna un po’ indietro.
Ma che il salario debba sempre e per forza crescere con l’età è un’idea forse più diffusa in Italia che altrove, o comunque in quelle nazioni dove si tende a premiare l’anzianità di servizio come un valore in sè.
Altrove, in Europa, le cose vanno in modo diverso, e quanto si riceve tende a essere collegato in maniera più stretta a quanto si produce, a prescindere dall’età .
Succede per esempio in Germania e nel Regno Unito, dove praticamente in tutti i campi il picco arriva intorno ai 50 anni, quando l’esperienza si coniuga alla capacità di imparare cose nuove.
In seguito però lo stipendio medio tende a calare, invece che continuare a crescere come avviene appunto in Italia o in Spagna.
Dando un’occhiata agli stipendi, emerge subito anche la differenza fra uomini e donne. Dai settori in cui appare relativamente piccola, come negli alloggi e nella ristorazione dove vale un centinaio di euro al mese, per arrivare alla finanza o alle professioni scientifiche e tecniche – quando invece vale quasi mille euro.
Ci sono varie ipotesi per spiegare un divario tanto ampio.
Potrebbe trattarsi, sostengono alcuni studi, di campi in cui spesso è necessario lavorare al di là delle tradizionali ore da ufficio, e questo in qualche modo risulta uno svantaggio per le donne.
C’è poi il problema istruzione: una volta le donne erano spinte verso studi che portavano a redditi più bassi, anche all’interno dello stesso settore, e questo non può che ripercuotersi sulla loro vita lavorativa – anche se oggi forse un po’ meno di ieri. Resta comunque che anche se le giovani hanno una retribuzione simile a quella dei loro colleghi, per le età più avanzate il divario diventa sempre maggiore – e a fine carriera porta a un reddito medio doppio, triplo o ancora superiore
Quando si parla di stipendi, bisogna comunque tenere a mente che si tratta di valori lordi, cioè prima che arrivino a mordere le tasse.
Per capire quanti soldi – concretamente – restano in tasca alle persone bisogna poi sottrarre anche imposte e contributi previdenziali che incidono in maniera molto diversa da nazione a nazione e da persona a persona.
Nel fare confronti fra nazioni diverse bisogna anche ricordare che sì, la moneta può anche essere unica, ma questo non significa che sia per forza identica ovunque.
Mille euro guadagnati in Italia non sono uguali a mille euro guadagnati in Spagna o in Francia, perchè a cambiare è il potere d’acquisto.
A volte con la stessa cifra è possibile comprare più cose, a volte meno – per esempio perchè c’è maggior concorrenza e i prezzi sono più bassi -, e questo significa che a conti fatti il valore reale del nostro stipendio dipende anche da dove lo guadagniamo.
Ma possiamo tenere in conto anche questo: fatta 100 la media di 28 paesi europei, viene fuori che un euro francese vale circa 7 punti percentuale in meno, uno tedesco 4. Viceversa, la stessa somma in Italia compra grosso modo 3 punti in più di beni o servizi, 8 nel Regno Unito e 11 in Spagna.
Tutto considerato, quindi, gli stipendi nel paese iberico sono abbastanza più alti rispetto a quanto sembrerebbe a prima vista, quelli italiani leggermente di più; francesi e tedeschi al contrario vanno aggiustati in una certa misura nell’altra direzione.
Eppure, anche con tutti gli aggiustamenti del mondo, il problema dell’Italia resta.
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile
UNIONE CONSUMATORI: “NORMA ATTUALE IMPEDISCE QUALSIASI FORMA DI CONCORRENZA, NON E’ VERO CHE SI DANNEGGIANO I TAXISTI, SI AMPLIA SOLO L’OFFERTA INTERCETTANDO UNA NUOVA DOMANDA DI SERVIZI”
Tassisti sulle barricate contro un emendamento al decreto Milleproroghe che, è la loro accusa, favorisce il noleggio con conducente e i servizi di mobilità basati su piattaforme online come Uber.
La norma contestata, approvata mercoledì in commissione Affari costituzionali, rimanda infatti al 31 dicembre 2017 il termine entro cui il ministero dei Trasporti deve emanare il provvedimento contro l’esercizio abusivo del servizio taxi e Ncc.
La proposta di modifica, che ha come prima firma quella della senatrice Linda Lanzillotta (Pd), sospende quindi l’efficacia dell’articolo della legge quadro sul Trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea che affronta questo aspetto.
Rinviato anche il “divieto di sosta in posteggio di stazionamento su suolo pubblico nei comuni ove sia esercito il servizio di taxi”.
Vale a dire che le auto che fanno di servizio Ncc continueranno a non essere obbligate a tornare in rimessa tra una corsa e l’altra.
Si tratta dell’undicesima proroga consecutiva, motivata, secondo i tecnici del Senato, dai “timori per la limitazione della libertà di concorrenza nel settore che la sua applicazione avrebbe comportato”.
Resta quindi operante la legge del 1992 che pone minori vincoli per l’attività di Ncc e altri servizi.
Già nel 2015 l’Autorità di regolazione dei trasporti ha chiesto al Parlamento di intervenire sulla materia, consentendo anche i servizi come Uber e rendendo più facile la circolazione degli Ncc.
In vista del voto di fiducia sul decreto nell’aula di Palazzo Madama, sono andate in scena proteste e blocchi del servizio taxi in tutta Italia e il garante degli scioperi ha annunciato che aprirà un procedimento per valutare se le manifestazioni, decise senza preavviso, siano legittime.
Il Codacons denuncia “gravissimi disagi” ai danni degli utenti e ha intenzione di depositare un esposto urgente alle procure della Repubblica di Roma, Milano e Torino.
A Roma i conducenti, che già dal 2014 si oppongono alla diffusione di servizi come Uber, hanno manifestato lungo corso Rinascimento, dove la circolazione è stata fermata e le linee del bus deviate. In tutta la Capitale, compresi gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino, il servizio è bloccato, così come alla Stazione centrale di Milano. Secondo il rappresentante di Usb taxi Riccardo Cacchione la norma “comporta una sorta di deregolamentazione del servizio di noleggio con conducente. Se passa, le limitazioni territoriali per gli Ncc saranno fortemente ridotte”. Per Alessandro Genovese di Ugl taxi “questa è una sanatoria pro Uber e pro abusivi”.“Non si tratta di una sanatoria, ma di colmare un vuoto normativo e favorire forme di trasporto innovativo come la sharing economy”, afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“La normativa attuale è antidiluviana ed impedisce qualunque forma di concorrenza e di innovazione. Ecco perchè il legislatore, per una volta, dovrebbe non farsi condizionare dalle solite proteste di piazza dei tassisti e fare il proprio dovere. Nessuna norma danneggia i tassisti. Vanno semplicemente regolamentati i Servizi tecnologici per la mobilità che consentono di intercettare una nuova domanda di servizi. I giovani, infatti, utilizzano poco i taxi e preferiscono le piattaforme di sharing. Si tratta, quindi, di ampliare l’offerta, per intercettare una nuova domanda, che altrimenti resterebbe inevasa”, conclude Dona.
L’unione chiede l’individuazione nelle regioni degli ambiti territoriali di riferimento per tutti i servizi di trasporto di passeggeri non di linea, la possibilità di praticare sconti e cumulare licenze, l’eliminazione per il servizio di noleggio con conducente dell’obbligo di rientrare in rimessa dopo ogni singolo servizio e la previsione, per servizi come Uber, di requisiti di idoneità del guidatore e del veicolo, assicurazione per responsabilità civile aggiuntiva, conducente con più di 21 anni e almeno 3 anni di guida, riconduzione al regime del lavoro occasionale delle prestazioni dei conducenti non professionisti.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
LA FIAT CHRYSLER SI SCUSA CON IL LAVORATORE A CUI E’ STATO IMPEDITO DI LASCIARE LA CATENA DI MONTAGGIO PER ANDARE CON URGENZA IN BAGNO, MA NESSUN PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE
Ancora tensioni e battaglie dopo la denuncia del sindacato Usb che ha portato alla luce un fatto
accaduto alla Sevel di Atessa (Chieti) , del gruppo Fiat-Chrysler, il più grande stabilimento industriale europeo per la produzione di veicoli commerciali leggeri (come il Fiat Ducato), con oltre seimila lavoratori in organico.
Un operaio in catena di montaggio si è visto negare il diritto ad andare in bagno, nonostante avesse chiesto più volte il permesso; a quel punto, fattasi l’impellenza fisiologica insopportabile, non gli è rimasto che farsi la pipì addosso.
E c’è chi ha ravvisato, in questo episodio “ottocentesco”, la spia di un cambiamento del clima che si respira nelle nostre fabbriche dopo la sostanziale abolizione delle garanzie che l’articolo 18 prevedeva.
E quella di Atessa sarebbe solo la punta di un iceberg che non finisce sui giornali perchè poche tute blu troverebbero il coraggio di denunciare le eventuali angherie patite. Persino ai sindacati.
È battaglia legale. “Tutto il nostro studio è mobilitato per gestire al meglio, e con la massima celerità , quanto accaduto al lavoratore, un fatto di inaudita ed eccezionale gravità . Vogliamo tutelare i suoi diritti – spiega all’Espresso l’avvocato Diego Bracciale, che patrocina l’operaio della Sevel – Verranno adite tutte le sedi, penali e civili, con ogni azione possibile e verso chiunque può presentare anche il più minimo profilo di responsabilità . Qui è stata lesa la dignità sia dell’uomo che del lavoratore. Sembra che tutte le battaglie combattute per l’affermazione dei diritti dei lavoratori siano state vane. Ma ora è possibile osservare finalmente anche dall’esterno il clima che regna dentro l’azienda. Ho appreso di scuse della società , che in tutta franchezza ritengo che a poco possano servire”.
La reazione del gruppo Fiat-Chrysler.
L’azienda si è già scusata col lavoratore e ha preso parte (rappresentata da dirigenti) a un consiglio straordinario delle rsa Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Associazione quadri e capi Fiat. In quella sede, ha annunciato che avrebbe fatto una ricognizione della vicenda intervenendo direttamente sui responsabili.
Ma il sindacato sostiene che questi provvedimenti disciplinari, alla fine, non ci sono stati: la multinazionale di Sergio Marchionne si sarebbe limitata a richiamare i capi reparto e i team leader, ribadendo che la priorità deve essere il rispetto della persona. “Visto che si è già scritto parecchio sull’episodio, e noi non siamo intervenuti subito… preferisco ora non fare commenti, fino a che non abbiamo chiarito bene quanto è accaduto” ha replicato Claudio D’Amico, capo ufficio stampa della Fiat- Chrysler.
Nonostante avesse chiesto più volte di poter lasciare la catena di montaggio per andare alla toilette, il lavoratore dell’azienda di Atessa, parte del gruppo automobilistico, è stato costretto a restare al suo posto.
L’accaduto è stato denunciato dall’Usb, che ha indetto uno sciopero e denuncia i ritmi di lavoro serrati dello stabilimento
L’Usb non demorde. Ci dice invece Fabio Cocco, responsabile abruzzese Usb del lavoro privato e lui stesso operaio alla Sevel: “Noi crediamo che la responsabilità sia del tutto aziendale e dell’organizzazione del lavoro: perciò chiediamo provvedimenti precisi nei confronti dei dirigenti, e un intervento diretto di Marchionne per la rimozione sia del direttore dello stabilimento che del capo officina, a nostro avviso gli unici responsabili insieme all’incapacità di gestione del capo Ute”.
La vittima ha deciso di non parlare alla stampa: lei, che tra l’altro lavora con l’uomo, ha avuto modo di interloquirci in seguito?
“Incontrandolo, ho notato in lui un crescente imbarazzo. Anche in azienda, perchè ormai tutti sanno chi è. Stiamo parlando di un padre di famiglia, che si sente umiliato nel suo ambiente di lavoro: non vorremmo che gli accada lo stesso anche nella vita quotidiana”.
L’interrogazione parlamentare.
L’ha presentata il deputato di Sinistra Italiana Gianni Melilla: “Si tratta di un fatto grave che lede la dignità di una persona e tramite lui dell’intera classe lavoratrice di questo stabilimento, che è la più grande fabbrica italiana della FCA. La Sevel produce circa 300.000 veicoli commerciali che vengono venduti in 80 Paesi del mondo; in Europa occupa il primo posto nelle vendite del suo segmento. Si tratta dunque della più grande fabbrica metalmeccanica italiana, un gigante dell’export industriale. La vicenda per questo non può essere sottovalutata: nella più grande fabbrica italiana i ritmi e i carichi di lavoro arrivano al punto di costringere un operaio a farsi la pipì addosso per non lasciare il suo posto alla catena di montaggio, cose che pensavamo appartenessero alla fase primitiva dello sfruttamento della forza lavoro da parte di un capitale avido e disumano. La democrazia non può fermarsi davanti ai cancelli di una fabbrica: anche alla catena di montaggio i lavoratori non devono essere umiliati”.
Maurizio Di Fazio
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile
I DATI INAIL NON REGISTRANO CHI ERA OCCUPATO IN NERO E NEMMENO POLIZIOTTI E VIGILI CHE RESTANO “INVISIBILI”
Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Leonardo Scarpellini 25 anni. Francesco Leo, 24. Andrea
Dalan, 40. Michele Di Lorenzo, 37. Emanuela Viezzer, 52. Antonio Galvano, 39. Daniele Finotti, 59.
Sono solo alcune delle sessantasette persone che hanno perso la vita sul lavoro dall’inizio dell’anno. Non tutte le loro storie sono raccontate da giornali e tv.
Ma l’affronto finale è che molti di quei morti scompariranno letteralmente dalle statistiche nazionali, la loro fine resterà avvolta per sempre nella nebbia. Semplicemente perchè quei lavoratori non erano iscritti all’Inail o erano irregolari.
E dunque rimangono e rimarranno invisibili.
Le storie delle morti bianche (ma che ci sarà poi di bianco in quelle morti?) si ripetono in un rituale tanto crudele quanto prevedibile.
Francavilla, Brindisi: stritolato da una pressa utilizzata per comprimere i rifiuti. Trapani: precipitato nel locale macchine di un aliscafo. Massalengo, Lodi: infilzato da un muletto durante operazioni di scaffalatura. Vazzola, Treviso: caduta all’interno di una tramoggia usata per miscelare il cemento.
Ci sono le storie, tutte ugualmente spaventose. E poi ci sono le statistiche, che mai come in questo caso tradiscono tutta la loro freddezza.
L’Inail è l’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Da lì vengono gli unici dati ufficiali. E ci dicono che nel corso del 2016, malgrado gli infortuni totali siano in crescita, le denunce di incidenti mortali sul lavoro sono scese a 1.018, dalle 1.172 dell’anno precedente. Un calo del 13,1%.
E tuttavia non tutte quelle denunce saranno alla fine considerate dall’Inail veri e propri infortuni legati al lavoro. In genere, ogni anno, un buon 40% viene scartato, spesso sotto la motivazione di “rischio generico”.
Ossia poteva capitare a chiunque di morire in quel modo, a prescindere dal lavoro svolto.
Difficile, in realtà , tracciare un confine tra le cause. Ad esempio, lo spostamento casa-lavoro è generalmente coperto dall’assicurazione, ma se durante il tragitto mi fermo un’oretta da un amico, addio copertura.
Alla fine è probabile che di quelle mille morti, solo 600 verranno indennizzate con rendite ai superstiti, cioè con la metà della retribuzione.
Ma non è tutto, perchè l’Inail, come si diceva, non raccoglie la totalità delle morti sul lavoro. Molti occupati, in realtà , sono iscritti ad altri istituti assicurativi e dunque sfuggono del tutto alle statistiche: dalle forze armate a quelle di polizia, dai liberi professionisti al personale di volo, ai vigili del fuoco.
Sono almeno due milioni (ma c’è chi dice molti di più), che vanno aggiunti agli assicurati Inail, i quali ora sarebbero 21 milioni.
Quando uno di quei due milioni – un vigile del fuoco, un poliziotto o un militare – perde la vita sul lavoro, magari la sua storia verrà raccontata dai giornali, ma per le statistiche ufficiali la sua morte non è mai avvenuta.
Ecco la vera anomalia: non esiste un ente pubblico che raccolga tutti gli infortuni. “E’ un’assurdità escludere tutte quelle categorie”, commenta Franco Bettoni, presidente dell’Anmil, l’associazione dei lavoratori mutilati o invalidi del lavoro. Ipotizzando di applicare a due milioni in più di occupati la stessa percentuale di decessi denunciati all’Inail, il numero delle morti sul lavoro salirebbe da 1.018 a 1.113.
Ci sono però da considerare anche gli oltre tre milioni di lavoratori in nero.
Secondo l’osservatorio indipendente di Bologna guidato da Carlo Soricelli, ex operaio metalmeccanico, includendo gli irregolari e i non iscritti all’Inail, i morti nel 2016 sarebbero almeno 1.400, di cui 641 proprio sul posto di lavoro, esclusi gli incidenti stradali tra casa e lavoro.
“Vede – spiega Soricelli – noi monitoriamo tutti quei fatti di cronaca che sfuggono alle statistiche ufficiali: dagli agricoltori in pensione schiacciati dai trattori (ne abbiamo contati 141 nel 2016) ai muratori assoldati a giornata che cadono dalle impalcature. Una strage silenziosa, che scompare dai radar delle istituzioni pubbliche “.
Ma l’Inail contesta l’attendibilità di quei dati: “Non è vero che gli irregolari che perdono la vita a causa del lavoro non lascino tracce nelle nostre statistiche. Quando l’infortunio è mortale, è difficile che non scatti la denuncia anche per un lavoratore in nero. A quel punto si apre l’ispezione e se viene dimostrato che la morte è legata al lavoro svolto, tocca proprio a noi dell’Inail indennizzare i superstiti, salvo poi farci rimborsare dal datore di lavoro”.
Anche l’Anmil nutre dubbi sui 1.400 morti: “Sui decessi ci atteniamo ai dati ufficiali – dice Bettoni -La vera, spaventosa sottovalutazione avviene invece per tutti gli altri infortuni, soprattutto quelli minori. Nelle 637 mila denunce totali del 2016 non compaiono tutte quelle situazioni in cui il datore di lavoro, per evitare che gli venga alzato il premio assicurativo o che scattino per lui conseguenze penali, convince il suo dipendente a dire che non si è fatto male durante il lavoro, che stava a casa”.
L’agricoltura è tra i settori in cui gli incidenti si denunciano di meno, complice la vergogna del caporalato. Ma anche la classifica ufficiale consegna l’angoscioso primato dei decessi agli agricoltori, seguiti dai muratori, sia pure con minori casi che in passato.
L’Emilia Romagna è in testa tra le regioni, ed è anche l’unica che registra una crescita dei morti. E poi c’è il contributo degli extracomunitari: ufficialmente quasi l’11% dei decessi.
“Anche una sola vittima del lavoro infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile “, ha detto recentemente Sergio Mattarella.
L’Inail invita però a non dimenticare i progressi compiuti negli ultimi dieci anni: infortuni totali scesi del 40%, morti dimezzate.
Certo, è aumentato il grado di conoscenza e di consapevolezza: prevenzione e controlli qualche risultato lo hanno prodotto.
Tuttavia buona parte dei miglioramenti è dovuta anche a un fatto di per sè negativo: la crisi economica. Lavorare meno espone a rischi minori.
E poi c’è un terzo motivo: l’automazione crescente dei processi produttivi. “Se pensiamo a quanto sia cambiato il lavoro negli ultimi anni – dice Bettoni – oggi dovremmo avere dei risultati molto più soddisfacenti nella lotta agli infortuni.
Quando ho cominciato a lavorare da giovanissimo, non assicurato, mi assegnarono a una macchina che aveva già tranciato il braccio ad altri tre lavoratori. Ora molto è cambiato, ma il problema ancora oggi è la formazione, la conoscenza, che deve cominciare già a scuola. Assistiamo invece a corsi sulla sicurezza spesso inutili perchè troppo astratti, fatti in aula o al computer, lontano dalle fabbriche. E a controlli e ispezioni che lasciano molto a desiderare”.
Sarà anche per questo limite evidente del nostro sistema di controlli (oltre che per la timida ripresa economica) che nel 2016, dopo una caduta decennale, gli infortuni totali sono tornati a salire.
Sarà anche per questo che le malattie professionali non hanno arrestato la loro crescita, lasciandoci in eredità più di quattro morti al giorno, solo in parte spiegabili dall’emersione delle denunce.
C’è chi è convinto che prevenzioni e controlli non bastino e che sia venuto il momento di introdurre il reato di omicidio sul lavoro: un disegno di legge sarà presentato oggi al Senato.
Il risultato finale è che, nonostante i progressi fatti, in Europa non siamo certamente tra i più virtuosi nella lotta alle morti bianche. La classifica europea ci vede più o meno nella zona centrale, con Regno Unito in testa ai paesi virtuosi, seguito a ruota da Svezia e Danimarca, e Lituania e Romania in fondo.
Già , gli inglesi: hanno conosciuto in passato una preoccupante ondata di infortuni, poi si sono rimboccati le maniche e hanno messo in piedi un sistema che allo stesso tempo sa prevenire e controllare, con un unico organismo nazionale di ispettori del lavoro, e con professionisti che stanno tutti i giorni a contatto diretto con le imprese. Si spera che l’Italia possa trarne utili lezioni, ma questa è un’altra storia
(da “La Repubblica“)
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