Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
DIVISO IL MONDO DEGLI IMPRENDITORI
In principio fu Novartis, seguita dall’ex Lucchini e adesso da Trelleborg, la multinazionale svedese degli pneumatici: tre aziende che – per motivi diversi – hanno scelto di non applicare il contratto a tutele crescenti ai nuovi assunti dopo la riorganizzazione aziendale.
Tradotto: avranno tutti le garanzie previste dal vecchio articolo 18 che il governo ha rottamato lo scorso 7 marzo con l’entrata in vigore del Jobs Act.
Una decisione che da un lato apre una nuova frontiera di benefit aziendali dall’altro fissa paletti ad oggi sconosciuti in materie di trattativa sindacale.
“Quello di Trelleborg è un accordo che farà storia” dice Emilio Miceli, segretario di Filctem-Cgil che prosegue: “Le relazioni industriali stanno cambiando, noi dobbiamo garantire i lavoratori”. Se la decisione di Novartis è passata quasi sottotraccia perchè riguardava 13 dipendenti passati da una società all’altra del gruppo e quella della ex Lucchini ha avuto l’avallo del governo dopo l’ingresso nella società dei tunisini della Cevital; quella di Trelleborg ha fatto scoppiare un caso con la dura presa di posizione di Unindustria che ha annunciato l’uscita della società dalla rete di Confindustria.
Dopo l’intesa Trelleborg “viene messa fuori dalla nostra associazione” perchè “tale accordo va esattamente nella direzione opposta a quanto previsto dalla nuova normativa contenuta nel Jobs Act del governo di Matteo Renzi e crea un notevole pregiudizio agli interessi del mondo imprenditoriale”, spiega il presidente dell’associazione, Maurizio Stirpe.
“Per questo motivo, il sistema delle imprese auspica fortemente – conclude Stirpe – che l’Esecutivo intervenga in maniera decisiva sancendo l’indisponibilità a livello contrattuale della normativa sui licenziamenti”.
Una presa di posizione in contrasto con quella della Corte di Cassazione che ha chiarito come la nuova disciplina del lavoro non cancelli quella in vigore fino al 6 marzo, ma semplicemente fornisca alle aziende uno strumento in più.
“Siamo all’olio di ricino, alle punizioni, alle espulsioni. Da questo atteggiamento – aggiunge Miceli – si capisce quanto grande sia la distanza tra la politica ed i luoghi di lavoro e di produzione”. Nessun commento dall’azienda svedese dalla quale si limitano a dire: “La portata dall’accordo è molto più ampia”.
“Mi stupisce questo stupore”, sostiene Michele Tiraboschi, professore di diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia: “Il governo non ha abrogato l’articolo 18, semplicemente prevede che non si applichi ai neossunti. In questo caso siamo di fronte a una deroga al contratto nazionale, proprio come previsto dalla riforma Sacconi che nel 2011 era stata appoggiata proprio da Confindustria. Siamo di fronte a un accordo aziendale importante, dove le parti hanno raggiunto un’intesa dopo una trattativa dura e complessa: i lavoratori hanno accettato maggiori sacrifici, in cambio dei quali hanno ottenuto il mantenimento dell’articolo 18”.
D’altra parte l’approccio degli interessati è stato “partecipativo” e “collaborativo” per trovare “il giusto equilibrio – si legge nel testo dell’accordo aziendale – tra gli interessi della società e dei suoi lavoratori”.
E i sindacati stessi ammettono: “Abbiamo lavorato duro per arrivare a un accordo complessivo che va oltre le tutele dell’articolo 18: al centro dell’intesa c’è la produttività dell’azienda e l’aumento della competitività . In cambio abbiamo ottenuto 69 assunzioni a tempo indeterminato”.
Il verbale d’accordo – però – chiarisce che si tratta di un’intesa in deroga al Jobs Act, anche perchè le trattative tra le parti erano iniziate lo scorso anno.
Gli addetti ai lavori guardano con attenzione all’evoluzione delle relazioni sindacali: le aziende che decideranno di mantenere l’articolo 18 potrebbero aumentare, così come le categorie professionali che cercheranno di inserire le “antiche tutele” in sede di rinnovo contrattuale.
D’altra parte per le grandi aziende che investono in Italia le tutele crescenti non rappresentano la chiave di volta per la ripresa del Paese: “Il costo del lavoro in Italia e le difficoltà a licenziare – dice un dirigente di una multinazionale che preferisce restare anonimo – le conosciamo tutti e per questo accantoniamo le risorse necessarie. Per noi sono più urgenti le riforme del fisco e della giustizia, senza quelle sarà difficile attrarre nuovi investimenti”.
Di certo Miceli non ha intenzione di abbandonare la battaglia: “La presa di posizione di Unindustria ci lascia sconcertati, ma continueremo per la nostra strada cercando di garantire le tutele dell’articolo 18, soprattutto nel passaggio dei lavoratori da un’azienda all’altra. A cominciare da chi lavora con gli appalti”.
Giuliano Balestreri
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Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile
TAGLIO DEL 30% DEI DIPENDENTI IN ITALIA… RENZI SI ERA DICHIARATO ENTUSIASTA DEL PIANO INDUSTRIALE
Quasi 500 nuovi esuberi sul groppone. 
La vicenda Whirlpool ora assume connotati inquietanti. Perchè la multinazionale americana ha presentato il conto relativo ai colletti bianchi.
E la richiesta è di aumentare gli esuberi a 2.060, arrivando al taglio del 30% dei dipendenti in Italia.
Un piano ritenuto «irresponsabile» per il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli che chiede al «governo una risposta chiara e forte».
Bentivogli sottolinea che «alla vigilia dello sciopero generale del settore industria di Caserta, ci aspettavamo un quadro diverso e la conferma di una missione produttiva per Carinaro e una prospettiva industriale per None. La retromarcia innestata dall’azienda è irresponsabile e nella direzione opposta a quella che serve ad arrivare ad un accordo e merita una risposta forte di tutto il governo, altrimenti la mobilitazione e lo scontro non potrà che aumentare».
Gianluca Ficco (Uilm) ribadisce invece la richiesta sindacale: «Il piano industriale deve essere modificato, in modo da escludere davvero chiusure e licenziamenti, rispettando gli impegni presi in passato non solo con i lavoratori ma anche con le istituzioni».
Whirlpool ha presentato il piano di ristrutturazione degli uffici amministrativi, che, dice Ficco, «aggiunge ulteriori 480 esuberi. Gli esuberi complessivi in Italia salgono a 2.060 su 6.700 dipendenti, di cui 1.430 nelle fabbriche, 150 nella ricerca e sviluppo e 480 nell’amministrazione».
«Un piano che taglia di un terzo la forza lavoro del gruppo in Italia – dice il ministro Federica Guidi – non può compensare gli aspetti positivi previsti pur presenti nel progetto come gli investimenti da mezzo miliardo di euro”
Eppure era stato Renzi a dichiararsi a suo tempo entusiasta del piano industriale del’azienda.
Ora invece il ministro esprime tutta la sua «delusione» e la sua «preoccupazione» per il tempo perso nell’ultimo mese di discussioni con l’azienda.
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Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI PRELEVA UN MILIARDO DAL FONDO AD HOC ISTITUITO DALLA LEGGE DI STABILITà€… DELLA RIFORMA LAVORO PER ORA RESTA SOLO L’ABOLIZIONE DELL’ARTICOLO 18
La favola dei “carri armati di Mussolini” torna sempre buona nella politica italiana. Almeno a giudicare da quanto deciso dal Consiglio dei ministri e annunciato dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: “Spostiamo un miliardo di euro dal fondo per il Jobs Act e li mettiamo alla cassa in deroga”.
Il testo diramato dal Consiglio dei ministri è un po’ più vago: “Sono previsti il rifinanziamento per 1 miliardo di euro degli ammortizzatori in deroga per il 2015 (mobilità e cassa integrazione) e il rifinanziamento dei contratti di solidarietà per 70 milioni di euro”.
Poletti infatti, spiega da dove viene preso il “rifinanziamento”: dal Jobs Act, che viene depotenziato per poter sostenere la più tradizionale e solida cassa in deroga.
Quella, cioè, che esula dalla cassa integrazione ordinaria e straordinaria — finanziate dai contributi versati da aziende e lavoratori — e che invece è tutta a carico della finanza pubblica.
Questa forma di intervento assistenziale dovrebbe via via sparire per essere sostituita, dal 2016, interamente dal nuovo sussidio di disoccupazione, la Naspi e dai suoi addentellati, Asdi (assegno di disoccupazione) e Dis.Coll. (disoccupazione per i collaboratori).
In realtà , ancora nel 2015 resta una delle misure di più pronto intervento per tamponare crisi, più o meno risolvibili, e dare una risposta ai lavoratori che rischiano di rimanere senza lavoro e senza reddito.
Nonostante sia stata ridotta a cinque mesi nell’arco dell’anno.
Si spiega così la decisione del governo di provvedere con un miliardo fresco fresco che servirà sia a sostenere le Cig già deliberate per il 2014 e a finanziare gli accordi che stanno per essere siglati nell’anno in corso.
Solo che i fondi vengono prelevati da un salvadanaio che sarebbe dovuto servire ad altro. “Non è proprio così”, fanno sapere dal ministero, visto che il comma 107 della legge di Stabilità per il 2015, quello dal quale vengono prelevate le risorse, serve anche a finanziare “l’attuazione dei provvedimenti normativi di riforma degli ammortizzatori sociali, ivi inclusi gli ammortizzatori in deroga”, oltre che “i servizi per il lavoro e delle politiche attive, di quelli in materia di riordino dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, nonchè per far fronte agli oneri derivanti dall’attuazione dei provvedimenti normativi volti a favorire la stipula dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti”.
Come si vede, molte voci e molti problemi per i quali la Stabilità ha stanziato 2,2 miliardi nel 2015 e 2016 e 2 miliardi a decorrere dall’anno 2017.
Possibile che, detratto un miliardo, tutte le altre voci possano restare indenni? Guglielmo Loy, della segreteria Uil, che plaude alla decisione del governo, pensa che non sarà così.
“Le risorse — spiega al Fatto — verranno a mancare, magari a settembre o in prossimità della nuova legge di Stabilità . E allora si procederà di nuovo a ulteriori interventi, magari spostando risorse da altre voci”.
Loy fa riferimento, ad esempio, a quei fondi di solidarietà istituiti dalla Fornero nel 2012 che, in prospettiva della sostituzione della cassa in deroga, sono stati finanziati con lo 0,50% degli stipendi da aziende e lavoratori.
“Ci sono dai 200 ai 400 milioni in cassa, presso l’Inps, che però non possono essere spesi perchè il ministero non ha nominato il Comitato di gestione del fondo”.
Altri carri armati, in questa ipotetica scacchiera della guerra per il lavoro.
Anche la Cgil, con Serena Sorrentino, sottolinea di aver avuto “ragione” a chiedere il rifinanziamento di “ammortizzatori in deroga e solidarietà ”, l’altra voce su cui ieri Poletti ha annunciato lo stanziamento di altri 70 milioni.
Ma poi chiede al governo di riorganizzare davvero il comparto con l’utilizzo di “contratti di solidarietà , il finanziamento della cassa in deroga, la correzione del decreto sulla Naspi”.
Il Jobs Act, in effetti, sembra essere un cantiere tutto aperto in cui spicca solo la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per quanto riguarda l’Aspi e altre forme di sussidio, l’Inps ha diramato solo pochi giorni fa la circolare che consente di fare domanda.
Non è ancora chiaro come sarà gestita la mobilità che ancora ieri è stata rifinanziata.
E non è chiaro su quante risorse, davvero, possa contare il Jobs Act.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 17th, 2015 Riccardo Fucile
GIOVANNI, 26 ANNI, RACCONTA LA SUA ESPERIENZA: “AL MOMENTO DEL CONTRATTO MI HANNO LASCIATO A CASA”
“Ho lavorato due giorni al padiglione Expo del Belgio, senza essere pagato”. Comincia così la testimonianza di Giovanni Tomasino, 26enne fresco di laurea in Scienze politiche che ha fatto sulla propria pelle l’esperienza di lavorare nel padiglione che ha fatto registrare il primosciopero e la prima defezione di lavoratori dal sito dell’Esposizione universale di Milano.
Il motivo? Una ventina di addetti alla ristoriazione e sala hanno scoperto in busta paga cifre diverse da quelle prospettate e che le due settimane di lavoro antecedenti all’inaugurazione non erano state trretruite.
Hanno incrociato le braccia giovedì e venerdì hanno deciso di fare le valigie per tornare a Bruxelles.
Ma a Giovanni è andata anche peggio.
“Ho lavorato in quello stesso padiglione per due giorni senza essere pagato”.
Da lì un racconto della brutte sorprese in cui può incappare chi cerca fortuna all’ombra dei padiglioni.
“Sono stato lì dall’8 al 9 maggio. Mi sono presentato alle 10.00 all’ingresso ovest di Cascina Triulza, dove trovo un collaboratore del padiglione con altri ragazzi per fare una giornata di formazione come barista presso il padiglione belga”.
Queste le premesse, ecco come proseguono.
“Entriamo in fiera con dei pass non nostri, perchè “tanto non li controllano”. Arrivati al padiglione scopriamo che il bar era ancora chiuso e passiamo la prima giornata a pulirlo e sistemare tutte le cose mancanti, facendo lavoro da magazzinieri.
Ci viene spiegato come usare il forno e verso le 21.00, prima di andarcene, parliamo con un esperto di spillatura che ci spiega che avremmo dovuto spillare solo in bicchieri di plastica e che quindi non era necessario alcun corso accelerato di spillatura”.
E siamo al secondo giorno. “Partecipiamo all’evento di inaugurazione del padiglione servendo qualche birra e qualche croissant gratis. Al pomeriggio, visto che il bar non avrebbe aperto, vengo mandato a lavare i piatti in cucina e verso le 16.00 veniamo convocati per fare finalmente il punto della situazione.
Speranzoso di poter finalmente firmare il mio contratto, mi viene invece detto che avevo finito di lavorare con loro perchè “not fast”, troppo lento.
I ragazzi che erano con me a sentire queste parole si sono messi a ridere pensando fosse solo uno scherzo: tra noi l’ingiustizia è stata da subito evidente”.
Giovanni vive a Buccinasco, a 20 km dall’aera Expo.
Tornerai lì a cercare lavoro? “Francamente no. Certo ci speravo, perchè per un neolaureato un’esperienza formativa anche retribuita poco è un occasione. Ma la formazione lì non c’è mai stata, solo un modo di avere manodopera gratis. Dopo 48 ore non sapevo neppure cosa sarebbe stato di me, come accaduto ad altri. Quando sono tornato a casa mi sono reso conto di aver semplicemente lavorato gratis. E che questo non era giusto”.
“Di sicuro non sono stato “not fast” in quei due giorni di lavoro in cui non ho visto un soldo nè un contratto. Ero lì in nero, sotto la bandiera di uno Stato europeo, sotto gli occhi di milioni di visitatori. Mi sono sentito trattato in modo disonesto, sfruttato. Sarebbe stato più facile far finta di niente, perchè “tanto ci sono cose più gravi”, Cercare lavoro è una sfida in cui è facile farsi cadere le cose addosso e restare giornate a casa a far nulla: non voglio arrendermi”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 16th, 2015 Riccardo Fucile
DAI 30 GIORNI AI 6 MESI: CENTINAIA DI INGAGGI E REGOLE DIVERSE PER AGGIRARE OGNI CONTROLLO SINDACALE
Volontari, stage e contratti a tempo determinato, dai 30 giorni ai 6 mesi. 
Ragazzi italiani selezionati da agenzie interinali e coetanei da ogni parte del mondo, arrivati a Milano con accordi siglati nei Paesi di provenienza.
Tra le eleganti vele bianche del decumano e le colorate installazioni di Expo 2015 vanno in scena tutte le formule possibili e immaginabili di gestione del lavoro, con variazioni di salario tra un padiglione e l’altro che arrivano fino al 30%.
Una situazione su cui si è impegnato a fare chiarezza il commissario generale di Expo Antonio Pasquino.
Entro fine mese presenterà un report in cui verranno indicati i Paesi che applicano i contratti più sfavorevoli e meno rispettosi del contratto italiano del settore fieristico, utilizzato per i dipendenti diretti di Expo
Paese che vai, organizzazione che trovi
La babele nella babele è quella dei lavoratori stranieri, con centinaia di ingaggi e regole diverse, che aggirano qualunque controllo sindacale.
Ognuno ha fatto come meglio credeva. Ci sono padiglioni che hanno preferito dotarsi di personale locale, altri si sono affidati alle agenzie interinali italiane. Paese che vai, organizzazione e trattamento dei lavoratori che trovi.
Nel giardino del Bahrain lavorano volontari del regno arabo tra i 20 e i 25 anni.
Qualcuno studia ancora, altri si sono appena laureati.
“Abbiamo ricevuto centinaia di curriculum per questa posizione — racconta il direttore del padiglione Khalifa Al Khalifa —. Alla fine abbiamo selezionato 24 giovani. Ogni mese si daranno il cambio in 4. Questa è una opportunità per viaggiare e imparare. Sono completamente spesati: dal volo aereo, ai pasti, fino all’alloggio. Abbiamo affittato degli appartamenti in centro a Milano, così possono vivere al meglio la città ”.
Amal, 23 anni, testa velata e unghie laccate di fucsia, conferma sorridente.
Si è appena laureata in management, a giugno tornerà in Bahrain e ha già un paio di colloqui di lavoro fissati.
Intanto si gode l’esperienza: quando finisce il turno ama girare per Milano, mentre nel giorno libero settimanale a cui ha diritto organizza gite a Venezia o in Svizzera.
Prevalenza di personale autoctono anche per l’Olanda.
Tra i ragazzi che si aggirano per il coloratissimo padiglione molti sono studenti universitari di Turismo o Comunicazione, arrivati con borse di studio da uno a tre mesi. Tutti sanno già con precisione la durata del loro lavoro.
Le graziose ragazze thailandesi sono le più fotografate dai visitatori. Indossano copricapi tipici e sono quasi tutte studentesse universitarie, come Sirini, 23 anni da Bangkok, studia inglese e storia dell’arte e si fermerà a Milano per tre mesi, “ma forse anche un po’ di più”.
Si definisce volontaria, poi precisa di percepire una retribuzione, ma non riesce a fare una conversione in euro del compenso ricevuto.
Idee più chiare per chi è stato assoldato dal Messico. Una ragazza dice di guadagnare circa 1.100 euro per un part time da 30 ore settimanali e si fermerà a Milano fino a fine luglio.
Tra i fiori e le spezie dell’Iran, alcune hostess lamentano condizioni di lavoro poco chiare.
Sono state reclutate direttamente dall’organizzazione del padiglione e sono tutte di madre lingua persiana, ma parlano anche italiano e inglese. “Lavorare a Expo non è stata cosa facile —raccontano- le selezioni sono state dure. Per fare domanda bisognava avere qualche conoscenza.
Abbiamo dovuto avere l’ok pure dal consolato. A manifestazione iniziata ci hanno prospettato compensi deludenti, sono arrivati a proporci 50 euro al giorno per 12 ore di lavoro, quasi sempre in piedi. Non abbiamo accettato. Dovremmo aver raggiunto un altro accordo, ma non è ancora sicuro. Speriamo che entro fine mese si risolva tutto. Questa è una bellissima opportunità , non vogliamo abbandonarla”.
Più certezza del domani nel padiglione russo. “Alcuni di noi sono stati ingaggiati dalle Istituzioni, altri lavorano per un’agenzia di Pr che ha sede a Milano, Mosca, Londra e Dubai —spiega la responsabile della comunicazione Maria Yudina- Le nostre 32 hostess sono tutte russe, ma residenti in Italia. Sono state contrattualizzate da un’agenzia milanese per tutti i sei mesi dell’evento”.
Un po’ di confusione serpeggia invece nel padiglione cinese.
Qui il team di lavoro ampio e variegato come il Paese ospitante.
Gli italiani sono parecchi. Alcuni sono arrivati con stage universitari curriculari, altri tramite agenzia. Altri ancora, sia italiani che cinesi, si definiscono volontari. Il personale dei negozi di souvenir è arrivato tutto dalla Cina. Ragazzi e ragazze dispensano ampi sorrisi, parlano di “exciting experience”, ma divagano sui compensi.
Quasi impossibile trovare una durata di lavoro uguale a un’altra.
C’è chi si ferma fino alla fine dell’esposizione, chi un mese o poco più, chi tre. A sera una ragazza italiana saluta una collega cinese: “Ci vediamo domani allora”. “Oggi sono venuta per fare una traduzione. Non so se sarò qui nei prossimi giorni, non ho ancora capito”, risponde con un po’ di amarezza.
E gli italiani?
Il tema lavoro ha già acceso parecchio il dibattito su Expo 2015, ma scattare una fotografia dei metodi di recruiting e contrattualizzazione dei ragazzi italiani è più facile. Quasi tutti sono stati selezionati da agenzie interinali e gli stipendi vanno in media dagli 800 ai 1300 euro netti, a seconda delle ore lavorate.
I turni sono in prevalenza organizzati su sei giorni con recupero infrasettimanale. Qualcuno ha diritto anche a buoni pasto o riduzioni nei ristoranti convenzionati. I contratti applicati sono soprattutto quelli multiservizi e del commercio, con riconoscimento della 14esima mensilità .
“La polemica sul precariato è abbastanza sterile- commenta a Huffpost , Andrea Malacrida Direttore Commerciale di Adecco Italia, agenzia di lavoro temporaneo che per Expo ha già reclutato 550 persone – È normale che in un evento di sei mesi i contratti siano a tempo determinato. Così come è fisiologico che alcuni contratti siano inizialmente siglati per uno o due mesi. Stand e padiglioni devono capire quale sarà l’afflusso reale di visitatori e calibrare di conseguenza il proprio personale”.
Un capitolo a parte va dedicato alla controversia tra i sindacati e Manpower Solutions.
La partecipata di Manpower, agenzia interinale che ha vinto la gara per il personale dell’Esposizione di Milano, ha applicato a 800 lavoratori dei padiglioni non firmatari dell’accordo del luglio 2014 i contratti del commercio Cnai e non quelli dei confederati. “Questo tipo di contratto non può che essere definito “corsaro” —spiega Antonio Lareno della Cgil- In busta paga vengono riconosciuti circa 5 euro, non c’è la 14esima mensilità , i festivi hanno una maggiorazione del 6% e non del 30%”.
Dopo un braccio di ferro durato settimane, Manpower si è impegnata a trovare un accordo e ha fatto sapere, tramite nota, di aver “sempre operato nel rispetto della normativa vigente, con contratti di lavoro depositati presso il Cnel”.
L’intesa è arrivata durante l’Osservatorio Expo di venerdì 15 maggio. I contratti precedenti sono stati annullati e anche agli 800 lavoratori sarà applicato il contratto multiservizi.
“Speriamo vada tutto bene”
Al di là delle polemiche, i ragazzi che lavorano nei padiglioni di Expo sembrano entusiasti. Per tutti il valore aggiunto è la possibilità di fare un’esperienza particolare e conoscere nuove persone da ogni parte del mondo.
Qualcuno è contento del compenso: “Con quello che c’è in giro oggi —commenta Maria in forza al cluster Bio-Mediterraneo- questo è un trattamento più che buono”; altri preferirebbero “guadagnare un po’ di più”. I più avveduti aspettano la prima busta paga “per dirsi davvero soddisfatti e controllare che sia tutto ok, soprattutto gli straordinari”.
Anche per gli italiani, il padiglione a cui si è stati affidati fa la differenza, perchè il trattamento può cambiare completamente da Paese a Paese.
Riscontri molto positivi arrivano, ad esempio, dalle ragazze arruolate dal Principato di Monaco.
Un po’ di insofferenza per qualcuno alle dipendenze della rigorosa Germania. L’età media dei lavoratori dei padiglioni Expo è 25 anni, ma c’è anche chi ha passato la giovinezza da un pezzo. Come Mario (nome di fantasia ndr), 45 anni dalla provincia di Milano, papà di due bambini e cassaintegrato da una piccola azienda in cui ha lavorato per più di 10 anni.
“Lo hanno criticato in tanti, ma per me questo Expo è stato una manna. A suo modo è stata un’occasione per ricominciare. Speriamo vada davvero tutto bene”
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile
LAVORANO MENO DI SEI ITALIANI SU DIECI: LONTANI GLI OBIETTIVI EUROPEI
La notizia buona è che per la prima volta dallo scoppio della crisi finanziaria il tasso di occupazione degli
europei fra 20 e 64 anni è aumentato arrivando, lo scorso anno, al 69,2% e riducendo la forbice con il picco toccato nel 2008 quando aveva un lavoro il 70,3% della popolazione del Vecchio continente.
Quella cattiva è che l’Italia continua ad arrancare: peggio del nostro paese (tasso al 59,9%) fanno solo Grecia (53,3%) e Croazia (59,2%) solo che il risultato della repubblica balcanica va letto in chiave positiva perchè Zagabria ha già raggiunto l’obiettivo d’occupazione al 2020 indicato dall’Unione europea (59%).
L’Italia, invece, è lontana anni luce pur avendo uno dei target i più bassi dell’Ue: meno del 67% indicato per l’Italia c’è solo il dato della Croazia e quello di Malta (62,9%) che pure lo ha già superato con un tasso di occupazione al 66,3%.
Insomma anche per i tecnici di Bruxelles la situazione italiana resta tra le più complicate dell’intero Vecchio continente.
Certo chi è messo peggio come la Grecia e la Spagna che ha lo stesso tasso di occupazione italiano, eppure per Atene e Madrid, Bruxelles ha indicato obiettivi più ambiziosi per il 2020: il 70% di occupati per i primi, il 74% per gli altri.
Come a dire che per la Ue il mercato del lavoro è talmente ingessato che un’inversione di rotta pare quasi impossibile.
Nelle previsioni pubblicate oggi dall’Istat, il tasso di occupazione al 2017 potrebbe salire al 62,4%. Decisamente lontano dal dato della Germania (77,7%) o della vicina Francia (69,8%).
A livello europeo si registra la continua crescitandell’occupazione femminile arrivata al 63,5%, mentre quella maschile è al 75%.
I paesi con il più alto tasso di occupazione sono quelli nordici con in testa la Svezia (80%) seguita dalla Germania, dall’Olanda (76,1%) e Danimarca (75,9%).
Giuliano Balestrieri
(da “La Repubblica”)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
UN AFFARE SOLO PER AZIENDE PRIVATE, AGENZIE DEL LAVORO E ENTI FORMAZIONE AMMANIGLIATI AL GOVERNO
Che il progetto Garanzia Giovani sia un flop è ormai assodato. 
Che lo stanziamento previsto dall’Unione europea, 1,5 miliardi per l’Italia, sia stato un affare per aziende private, agenzie del lavoro o Enti di formazione, è invece un fatto poco noto.
Eppure, leggendo le circolari applicative, guardando i contratti che vengono fatti firmare ai giovani interessati, quelli tra i 15 e i 29 anni, i compensi previsti per chi si accredita al progetto e gli incentivi per chi assume, magari solo per sei mesi e poi ciao, sono indicati chiaramente.
Si tratta di centinaia di milioni.
Lunedì sera, intervistato da Piazzapulita, l’amministratore di Manpower, una delle più grandi agenzie del lavoro del mondo, Stefano Scabbio, alla domanda su quali cifre la sua azienda ricavi dalla Garanzia Giovani ha parlato di un generico 1% del fatturato.
Stando ai risultati pubblicati dal sito dell’azienda — 819 milioni di euro il fatturato italiano — si tratterebbe di circa 8 milioni.
In realtà si tratta di una cifra molto superiore.
Sia perchè a godere della possibilità di accreditarsi a Garanzia Giovani e quindi lavorare come strutture di supporto ai giovani in cerca di impiego, ci sono diverse società (nel Lazio sono 14, in Calabria 21, per fare alcuni esempi), sia perchè le possibilità di guadagno diretto sono molteplici e, spesso, di difficile individuazione.
Cosa che, comunque, cercheremo di fare.
Come funziona.
Garanzia Giovani è rivolta ai giovani tra i 15 e i 29 anni con l’obiettivo di proporre un’offerta di lavoro “qualitativamente valida” entro quattro mesi dalla presa in carico.
Il progetto punta a valorizzare le esperienze fatte, i curricula, gli studi e, nel caso di non completamento degli stessi, di formarsi per proseguirli.
È affidata alle Regioni che hanno predisposto dei piani attuativi specifici. I giovani che intendono usufruirne si rivolgono ai Centri per l’Impiego (Cpi) a livello provinciale dove ricevono “l’accoglienza” e usufruiscono del primo “orientamento”.
In questa fase i Cpi si incaricano di “profilare” i soggetti, facendo conoscere il funzionamento di Garanzia Giovani e cercando di conoscere i giovani, le loro competenze e aspirazioni.
A questo punto verrà proposto un percorso di inserimento personalizzato che spazia sulle varie offerte del programma: Formazione, Accompagnamento al lavoro, Tirocinio, Apprendistato, Servizio Civile, Autoimprenditorialità , Bonus occupazionale alle imprese. Qui, iniziano i conti di chi ci guadagna.
Al momento di accettare il percorso, l’utente firma un “Patto di servizio” con il quale entrano in gioco le società accreditate, gli enti di formazione o agenzie per il lavoro.
Per capire come funziona si può prendere ad esempio il Piano di attuazione della Regione Lazio.
Qui sono previste due misure, “l’orientamento specialistico, misura 1.C” e “l’accompagnamento al lavoro, misura 3”.
Nel primo caso, l’orientamento viene condotto da un operatore del soggetto accreditato che per questo servizio ha un compenso di 35 euro l’ora.
I programmi sono di 4 o 8 ore a giovane con compensi, quindi, di 142 euro e 284 euro per ogni giovane che usufruisce del servizio di orientamento.
Ricordiamo che, al 29 aprile, i giovani che si sono registrati a Garanzia Giovani sono stati 542.369, quelli presi in carico sono stati 279.653 e quelli a cui è stata proposta almeno una misura 83.061.
Le cifre vanno quindi commisurate su questi grandi numeri.
Molto più caro, invece, il servizio di “Accompagnamento al lavoro”.
Qui la società è retribuita in due forme: ha un rimborso elevato in caso di “raggiungimento del risultato”, cioè la stipula di un contratto di lavoro ma, in subordine, ha una “quota fissa” in caso di mancato raggiungimento.
Il rimborso è differenziato a seconda del tipo di contratto e del profilo dell’utente.
Nel caso di un tempo indeterminato o apprendistato si va da 1.500 a 3.000 euro a utente (a seconda della difficoltà a collocare il soggetto interessato), nel caso di tempo determinato, apprendistato o somministrazione di 12 mesi si va da 1.000 a 2.000 euro che scendono, rispettivamente, a 600 e 1.200 se il contratto è tra i 6 e gli 11 mesi.
La “quota fissa” invece, è stabilità al 10% delle cifre sopra descritte facendone una media: si tratta di 130-160 euro a utente.
L’intervento degli enti privati è rilevante anche nel percorso formativo, finanziato con 280 milioni e che prevede corsi tra le 50 e le 200 ore mentre la misura di “accompagnamento al lavoro” è finanziata con 205 milioni.
Poi c’è l’altro rivolo dei finanziamenti, il bonus occupazionale.
Questa misura è finanziata con 190 milioni. Alle aziende che si fanno carico del contratto di lavoro proposto, viene riconosciuto un “bonus” consistente.
A essere finanziati sono i contratti a tempo determinato per 6-12 mesi, a tempo determinato superiore a 12 mesi e a tempo indeterminato.
In quest’ultimo caso, a seconda della difficoltà del soggetto, si va da 1.500 a 6.000 euro a lavoratore, mentre per i tempi determinati a 6 mesi si va da 1.500 a 2.000 euro e per quelli fino a 12 mesi da 3.000 a 4.000 euro.
Si tratta di soldi freschi, che finiscono nelle casse delle imprese, non al lavoratore, e che possono essere cumulati con altri incentivi pubblici, ad esempio quelli per il contratto a tutele crescenti.
Poi ci sono altri incentivi cospicui.
Da 2 a 3 mila euro per l’apprendistato di primo livello, fino a 6.000 euro per l’apprendistato di terzo livello. Infine, il tirocinio (minimo 300 euro) che viene erogato dalla Regione alle aziende (ma l’Inps non ha ancora sbloccato i pagamenti e c’è voluta la manifestazione dei precari della Coalizione 27 febbraio per far muovere il presidente Tito Boeri) che spesso utilizzano i giovani a tempo pieno.
Facendo il conto complessivo di come le Regioni hanno stanziato i fondi loro assegnati, si scopre che le voci Accompagnamento al lavoro (205) e Formazione (280) sommano 485 milioni di euro.
Le voci Tirocini (300), Bonus occupazionale (190) e apprendistato (63) cumulano 553 milioni. Il resto se ne va per Servizio civile, accoglienza, autoimpiego, Mobilità professionale.
Il grosso della Garanzia Giovani se ne va così. A vigilare sembra non ci sia nessuno.
I giovani disoccupati aspettano di avere un lavoro. Vero.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
COSàŒ “RIPARTE L’ITALIA”, COME ANNUNCIANO OGNI SETTIMANA PREMIER E GIORNALI… RISPETTO AL 2014 LE PERSONE SENZA LAVORO SONO AUMENTATE DEL 4,4 PER CENTO
Per tracciare un bilancio si parte sempre da dati e statistiche. E se la disoccupazione sale e
l’occupazione scende, non è imprudente dire che il primo maggio del Jobs Act renziano è quello che si specchia nei numeri diffusi ieri dall’Istat.
A marzo, secondo le analisi dell’Istituto italiano di statistica, il mercato del lavoro è in piena crisi, con 138 mila disoccupati in più e 70 mila occupati in meno rispetto allo stesso mese dell’ anno scorso (-59mila rispetto a febbraio 2015).
I cali che si erano registrati a dicembre e a gennaio sono stati annullati, cancellati, da un unico dato: il numero dei disoccupati è salito del 4,4 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e il tasso di disoccupazione è pari al 13 per cento (0,5 per cento in più nell’arco dodici mesi).
Così il dato si avvicina al picco di valore di novembre scorso (13,2 per cento) ed è parallelo al tasso di occupazione, che invece scende al 55,5 per cento, raggiungendo i livelli di aprile 2014. Non contenti, allarghiamo lo spettro di osservazione fino ai dati sulla disoccupazione giovanile. La situazione non è migliore.
A marzo, il tasso risale al 43,1 per cento, con un aumento di 0,3 punti rispetto al 42,8 di febbraio.
È un altro passo indietro perchè si tratta del livello più alto raggiunto da agosto scorso.
E, a marzo, le persone in cerca di occupazione in Italia erano circa 3,3 milioni, in aumento di mese in mese (+ 1,6 per cento rispetto a febbraio).
“Questi dati erano più che prevedibili — spiega al Fatto Quotidiano il sociologo ed economista Luciano Gallino — e sono destinati a peggiorare perchè conseguenza di politiche di austerità fondate su tagli forsennati alle spese dello Stato e al lavoro. Si rinuncia agli infermieri nella sanità , agli insegnanti nella scuola pubblica, a migliaia di operai nelle fabbriche: crolla la domanda interna e crolla anche l’occupazione. E, ovviamente, aumenta la disoccupazione. Una dinamica che va avanti da almeno tre governi. Ma quello attuale sta esagerando”.
Forza Italia, Lega e sindacati sono immediatamente intervenuti nel dibattito, sottolineando la disparità tra i dati Istat e gli annunci sul Jobs Act del presidente del Consiglio nei mesi scorsi.
A margine della cerimonia di commemorazione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, a Palermo, il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha parlato di emergenza nel Paese: “Il tema del lavoro — ha detto — dovrebbe essere l’ossessione quotidiana di chi ci governa. Ma non mi pare sia così”.
Una settimana fa, il ministero del Lavoro aveva celebrato la creazione di 92 mila posti in più a marzo 2015. Dopo qualche ora, lo stesso ministro Giuliano Poletti aveva specificato che il dato si riferiva soprattutto alla trasformazione dei contratti già esistenti in contratti a tempo indeterminato, nella tipologia introdotta con il Jobs Act.
Quelli attivati ex novo nel 2015, insomma, rispetto all’anno precedente sarebbero solo 19 mila, al netto delle cessazioni.
Lo stesso Poletti ha richiamato questa circostanza, ieri, in risposta ai commenti di sindacati e opposizioni.
I numeri, ha spiegato, andrebbero letti in un quadro complessivo dove segnali positivi si incrociano con elementi di criticità tipici di una situazione economica ancora non stabilizzata. Tutto e niente. Perchè, in fondo, i cambiamenti sembrano essere temporanei e privi di effetto a lungo termine.
“Il mutamento della tipologia di contratto è solo un grosso regalo alle imprese — spiega Gallino -. Gli incentivi alle assunzioni per le aziende sono stati introdotti con la legge di stabilità e determinano un risparmio per le aziende pari almeno a 8mila euro all’anno per ogni nuovo contratto a tutele crescenti”.
Una spinta che riduce il costo della forza lavoro di almeno il 30 per cento. E così le aziende cambiano più volentieri tipologia di contratto a chi già ne ha uno temporaneo.
Ma poi non assumono nessuno.
A tirare in ballo il Jobs Act, ieri, ci ha pensato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Il Jobs act non ha poteri taumaturgici — ha detto — i dati Istat sulla disoccupazione riguardano il mese di marzo e la riforma è stata approvata da poco”.
Secondo il ministro è quindi ancora presto per vederne gli effetti che, invece, arriveranno nei prossimi mesi.
“L’unico effetto che può avere il Jobs Act è peggiorativo — commenta invece Gallino — Perchè sotto la ridicola etichetta del contratto a tutele crescenti, autorizza il licenziamento libero. A fronte di qualunque causa: economica, aziendale, corretta o meno. Ogni piccola cosa può essere un pretesto per il licenziamento, senza possibilità di reintegro. Questa riforma del lavoro, sembra un copia e incolla dei rapporti dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) degli anni Novanta. Nel 1994 volevano dimostrare che una minore tutela legale, generava un conseguente aumento dell’occupazione. Dieci anni dopo, la stessa Ocse ha riconosciuto che non c’era una sola prova attendibile che supportasse questa teoria. Abbiamo scopiazzato quelle idee senza capirne l’assurdità .”
“Il Jobs Act — conclude amaro Gallino — ha calpestato il Primo maggio. E questo è anche il miglior motivo per festeggiarlo”.
Virginia Della Sala
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IN RICORDO DI PORTELLA DELLA GINESTRA
30 aprile 1947. Serata splendida di primavera.
A San Giuseppe Jato i marciapiedi sono pieni di persone sedute davanti la porta a godersi il fresco serale.
La televisione non esiste. I pochi fortunati che possiedono una radio alzano il volume al massimo e ascoltano le notizie dall’esterno.
È anche un modo per ostentare l’oggetto posseduto.
I contadini con i pantaloni di velluto e la camicia di “sbarracanu” (una stoffa molto resistente che si usava per le camicie dei contadini) conversano con i vicini di casa.
Nella maggior parte dei casi l’argomento principale della conversazione si concentra sulla festa del I° Maggio e il corteo che partendo da San Giuseppe Jato arriverà a Portella delle Ginestre. Le donne in casa a preparare il pasto serale e il companatico per la festa dell’indomani.
Alla Camera del Lavoro, anche sede del PCI locale, il segretario Sarino Di Piazza detto “pannizzu” per la sua giovane età (è uno dei pochi di famiglia non ricca che ha fatto il ginnasio e perciò occupa quel posto) si dà molto da fare ad organizzare per la mattina successiva: bandiere rosse del PCI, della Camera del Lavoro, ritratti di Di Vittorio, di Togliatti e di Nenni. I
n paese, nel mondo della sinistra, c’è euforia per la recente vittoria del Blocco della sinistra alle elezioni regionali.
A casa mia, mio padre ha deciso di portare alla “festa” me e mio fratello rispettivamente di 11 e 13 anni. Mia madre ha preparato il companatico: frittata di uova e ricotta.
Mattina del I° maggio: grande adunata in Corso Umberto I° davanti la sede della Camera del Lavoro.
Si organizza il corteo: in testa bandiere, ritratti, e tutti i dirigenti locali della sinistra, segue una folla immensa. Molti con muli e carretti erano già partiti.
Gli slogan: “Evviva il I° maggio Festa dei lavoratori” — “Vogliamo pane e lavoro”.
Intanto venditori di frutta, di calia e simenza (ceci e semi di zucca), di poveri e semplici giocattoli sono andati di buon mattino a piazzare le loro bancarelle.
Molte persone, di colore politico diverso, fanno delle battute sarcastiche, anche di cattivo gusto, rivolte alle persone che con allegria si avviano alla festa. In seguito a quello che è successo molte di queste persone saranno interrogati dai carabinieri.
Parte il corteo, mio padre mio fratello ed io siamo in mezzo alla folla. Dopo poco più di 1 ora ci troviamo insieme al popolo di Piana e al popolo di San Cipirello, nelle spianata di Portella. È festa.
Vengono piazzate le bandiere intorno al “Sasso di Barbato”. Chi è arrivato col mulo o col carretto ha cercato un posto per “sbardari u mulu” (togliere il basto al mulo) o “spaiari u carrettu” (sganciare il mulo dal carretto). C’è allegria.
La banda musicale di Piana suona, le persone delle bancarelle offrono la loro merce ad alta voce con la solita cantilena. Si è in attesa dell’oratore ufficiale Mommo Li Causi.
Passa il tempo e Mommo non arriva, non si conosce il motivo del ritardo (non esistono i telefonini).
La gente incomincia ad avere fame e vuole mangiare. Giacomo Schirò, dirigente del PSI di San Giuseppe Jato decide di cominciare a parlare lui, sperando che nel frattempo arrivi Mommo. Sale sul “Sasso di Barbato”. Io ragazzino undicenne, curioso mi metto in prima fila a circa 2 metri di distanza dall’oratore, la mia testa arriva all’altezza dove lui ha poggiato i piedi, mio padre e mio fratello dietro di me.
Giacomo Schirò inizia con le seguenti parole: “il I° maggio del 1945 eravamo poche decine di persone nel 1946 eravamo alcune centinaia oggi siamo una folla immensa”.
A questo punto si sentono le prime raffiche di mitraglia. Tutti rimaniamo ammutoliti e, passati alcuni secondi, visto che non era successo niente, un uomo di Piana incoraggia tutti dicendo: “su li nostri, ma chi un ciaviti vinutu mai a chiana?” cca si spara pi fari festa” (Sono i nostri a sparare. Non siete mai venuti a Piana degli Albanesi? qui si spara per far festa).
Intanto gli assassini si sono accorti che avevano sbagliato il bersaglio. Ritornano le raffiche, questa volta sopra la folla, urla dei feriti, grida da chi chiamava i parenti, cavalli imbizzarriti. La “festa” è finita.
Chi può torna di corsa al proprio paese. Con mio padre e mio fratello ci ritroviamo sulla strada per San Giuseppe Jato. A metà percorso incontriamo 5 carabinieri, a piedi, trafelati, provenienti dalla stazione di San Giuseppe Jato.
A San Giuseppe Jato e a Piana degli Albanesi si pensò subito che la strage di Portella della Ginestra (undici morti (nove adulti e due bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate) fosse stata opera della mafia locale (ancora oggi lo storico Giuseppe Casarrubea scrive che la mafia partecipò alla strage).
Molti mafiosi furono arrestati la stessa giornata della strage e poi rilasciati. Si seppe in seguito che a sparare furono alcuni componenti della banda di Salvatore Giuliano. Ci fu il processo di Viterbo e alcuni di questi vennero condannati, tra i quali il braccio destro e cugino di Giuliano, Gaspare Pisciotta.
La magistratura non indagò sui possibili mandanti. Ma Giuliano e la sua banda non potevano avere interesse a fare quella strage se non con la promessa di una amnistia.
Il Ministro dell’Interno era Mario Scelba.
In seguito Giuliano fu ammazzato mentre dormiva e poi fu inscenato un conflitto a fuoco. Pisciotta, dal carcere di Palermo, aveva annunciato di dire la verità nel processo d’appello e prima che lo potesse fare fu avvelenato col caffè.
Michele Maniscalco
(da Politicaprima.it)
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