Novembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DI CONFESERCENTI: LA MISURA ANNUNCIATA DA RENZI NON INTERESSA QUASI A NESSUNO
Tfr in busta paga solo per due dipendenti su dieci e nella maggior parte dei casi da usare per pagare
bollette e debiti.
Così, secondo quanto risulta da un sondaggio Confesercenti-SWG, gli italiani accolgono la possibilità di ricevere dal prossimo anno il trattamento di fine rapporto con lo stipendio.
Un accoglienza tiepida che se confermata dai fatti comporterebbe, dicono i commercianti, un modesto aumento dei consumi ed un gettito Irpef derivante dalla maggiore tassazione di 1 miliardo, inferiore alle previsioni del governo.
A questo si aggiunge il timore espresso dal 64% degli imprenditori di avere problemi di liquidità nel caso in cui tutti i dipendenti scegliessero di monetizzare il Tfr. Secondo quanto risulta dal sondaggio il 18% dei dipendenti privati italiani sceglierà di avere il TFR in busta paga, a fronte del 67% che invece continuerà a lasciare accumulare il suo trattamento di fine rapporto nell’impresa in cui lavora mentre il 15% dei dipendenti ancora non ha deciso.
Hanno già scelto di usufruire della possibilità introdotta dalla legge di stabilità soprattutto le persone di età compresa tra i 35 e i 44 anni (21%), seguiti dai giovani fra i 18 ed i 24 (19%).
Lo lasceranno in azienda, invece, soprattutto le persone più vicine alla fine del rapporto lavorativo: non lo toccheranno principalmente coloro tra i 55 e i 64 anni (72%) e tra i 45 ed i 54 (70%).
Tra i lavoratori che hanno intenzione di richiedere il TFR su base mensile, la maggior parte è ancora incerta su come utilizzare la liquidità in più (44%).
I rimanenti, invece, la investiranno soprattutto per forme di risparmio alternative (17%).
Il 16% lo vuole investire in pensioni integrative, mentre il 13% segnala che userà il TFR in busta paga per saldare pagamenti e debiti pregressi.
La percentuale sale al 36% tra i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni. Lo investirà in acquisti solo il 10%.
Se nel 2015 le indicazioni date dagli intervistati dovessero rimanere invariate, l’Ufficio Economico Confesercenti stima un effetto espansivo modesto sulla spesa, con un incremento, a fine 2015, di 380 milioni, pari allo 0,1% dei consumi commercializzati.
Il numero ridotto di persone che opteranno per il TFR in busta paga, inoltre, potrebbe porre un problema anche per i conti pubblici.
Il Tfr in busta paga, infatti, è sottoposto a tassazione ordinaria, e non ridotta come quando viene preso a fine carriera.
Sulla base dei dati emersi dal sondaggio, stimiamo che il gettito Irpef generato dalla maggiore tassazione sarebbe di 1 miliardo, circa 1,5 miliardi in meno di quanto previsto dalla relazione alla Legge di Stabilità .
Secondo cui il numero di dipendenti che opteranno per il TFR in busta paga è molto più alto: il 40% dei lavoratori delle imprese fino a 10 dipendenti, il 50% di quelle fra 10 e 50 dipendenti, il 60% in quelle di dimensioni ancora maggiori.
Secondo quanto emerge dal sondaggio inoltre il 64% degli imprenditori teme che, se tutti o la maggior parte dei dipendenti scegliessero di avere il TFR su base mensile, l’impresa avrebbe difficoltà con la liquidità disponibile, a fronte di un 36% che, invece, non avrebbe problemi.
Gli ostacoli sembrano nascere dagli impedimenti che le imprese incontrano nell’ottenere prestiti e finanziamenti dal canale bancario, segnalati dal 66% degli imprenditori.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2014 Riccardo Fucile
E RENDERE TUTTI PRECARI NON FA GUADAGNARE UN SOLO POSTO DI LAVORO
Il posto fisso non c’è più”, dice Matteo Renzi. 
I numeri però non gli danno ragione. Il posto fisso è ancora la norma del mercato del lavoro italiano.
Lo dicono i dati, oltre che il senso comune.
Del resto, il brindisi per la firma di un contratto di lavoro a tempo indeterminato è uno dei riti più importanti che costellano la vita delle aziende e quella delle famiglie italiane.
Quando arriva la notizia del contratto a tempo indeterminato, ciascun dipendente sente che la propria vita può imboccare una via nuova. Più tranquilla, più stabile. Anche le imprese, in fondo, preferiscono avere lavoratori stabili.
Lo dice l’esperienza e, anche in questo caso, lo dicono i dati.
Quelli tratti dall’ultimo rapporto sul mercato del lavoro redatto dal Cnel solo poche settimane fa, sono emblematici.
L’86% degli occupati è inquadrato con un contratto “permanente” mentre quelli “a termine” sono poco più del 13%.
Era così nel 2013, nel 2012 ed era così anche nel 2008, prima cioè che iniziasse la “grande crisi”.
Su 16 milioni, 878 mila dipendenti complessivi, 14 milioni e 650 mila sono permanenti di cui 12 milioni a tempo pieno e 2,5 milioni a tempo parziale.
Sono questi ultimi a essere cresciuti di più negli anni, per effetto di crisi e ristrutturazioni e, come sottolinea il Cnel, “per lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno”.
I contratti a termine, invece, nel 2013, ammontavano a 2,23 milioni di cui 1,6 a tempo pieno e 638 mila a tempo parziale.
Qui c’è l’evoluzione più indicativa delle dinamiche del mercato del lavoro.
Con la crisi, dal 2008 in poi, i contratti a termine sono diminuiti del 4%.
Ma la riduzione di quelli a tempo pieno è stata del 10% mentre quelli a tempo parziale sono aumentati del 18%.
Il significato è chiaro: la riduzione complessiva dell’occupazione — che dal 2008 è stata di circa un milione di persone sull’intera popolazione lavorativa — ha interessato in primo luogo i contratti più deboli.
Quelli a termine sono i primi a saltare anche perchè è sufficiente non rinnovarli.
La tendenza si desume da un altro dato, meno rilevante ma altrettanto significativo: il numero dei collaboratori conteggiati tra i lavoratori indipendenti, 382 mila unità nel 2013, è sceso di quasi il 18% rispetto al 2008.
Anche in questo caso, la tipologia in cui si annidano le “false” partite Iva, è quella che ha pagato il prezzo maggiore della crisi.
Questa fotografia, sottolinea il Cnel, è smentita solo parzialmente dai dati tendenziali desunti dalle “attivazioni di nuovi contratti di lavoro”.
Se si guarda, infatti, l’andamento delle nuove assunzioni si scopre l’aumento progressivo di contratti a termine rispetto a quelli permanenti.
Dal 63,7% nel 2012 sono passate al 68% nel 2013.
Le attivazioni a tempo indeterminato, invece, si sono ridotte dal 17,4 al 16,4% del 2013.
Va considerato però — e lo studio del Cnel lo fa — che le nuove attivazioni non sempre corrispondono ad altrettanti posti di lavoro.
Il motivo è semplice: i contratti a termine durano sempre più spesso meno di un anno anzi, oltre il 40% è ormai limitato a un mese soltanto.
Il loro numero crescente, quindi, significa semplicemente la ripetizione prolungata dello stesso contratto fatto alla stessa persona.
Con la riforma Poletti, poi, che ha esteso i rinnovi contrattuali fino a 5 volte nell’arco di 36 mesi senza dover giustificare la “causale”, questa pratica è sempre più utilizzata. In ogni caso, i numeri sono impietosi: la quota di lavoratori a tempo determinato, negli ultimi sei anni non ha superato il 13% dei lavoratori dipendenti mentre quelli a tempo indeterminato si mantengono sopra l’86%.
A diminuire, in realtà , sono tutti i posti di lavoro, permanenti, a termine, a tempo pieno o parziali. E anche gli “indipendenti”.
Il loro numero, lo scorso anno, era di 5,5 milioni. Ma nel 2008 erano 407 mila in più. Il saldo tra “entrate” e “uscite” nel mondo del lavoro si è fatto di nuovo negativo dopo i saldi positivi del biennio 2009-2011.
La crisi distrugge posti di lavoro.
Prima i precari ma dopo, inesorabilmente, anche quelli più stabili. Rendendo tutti precari non si guadagnerebbe un solo posto di lavoro in più.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
OGNI 100 CONTRATTI SOLO 15 SONO A TEMPO INDETERMINATO E QUASI IL 70% SONO INTERINALI O DI FORMAZIONE
Già oggi ogni 100 nuovi contratti di lavoro che vengono attivati appena 15,2 sono a tempo
indeterminato, in pratica uno su sei.
Tutto il resto è precario, flessibile, a termine.
Dunque, di posti fissi come si intendevano un tempo se ne contano davvero pochi e Matteo Renzi, dopo Monti nel 2011 e D’Alema addirittura nel 1999, alla Leopolda scopre l’acqua calda a proclamare a sua volta la fine del posto fisso.
Il grosso dei nuovi contratti, ben il 69,7% nel secondo trimestre del 2014 secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, è rappresentato dalla sommatoria di contratti di formazione, contratti di inserimento, interinali, intermittenti e contratti di agenzia.
Poi c’è un 6,2% di contratti a termine, un 5,8% di contratti di apprendistato ed infine un 3,1% di contratti di collaborazione.
Su 2.651.648 nuovi rapporti di lavoro, dunque, solo 403.036 (227mila maschi e 176mila femmine) sono a tempo indeterminato.
Ne consegue un turnover fortissimo che, sempre nel II trimestre 2014, arriva a sommare ben 2.430.187 cessazioni: 355mila sono frutto di richieste del lavoratore, 249mila sono invece promosse dall’azienda.
Restano 1 milione e 639 mila contratti che terminano per semplice scadenza naturale del rapporto di lavoro.
Contratti di un giorno
La cosa curiosa è che di queste 2,43 milioni di cessazioni ben 403mila riguardano contratti che durano appena 1 giorno, 170mila tra due e 3 giorni ed altri 380 mila non arrivano al mese pieno di lavoro.
Solo 381mila contratti durano più di un anno.
Se si analizza la serie storica che va dal primo trimestre 2011 al secondo trimestre 2014 si vede che in tre anni e mezzo lo stock dei contratti cessati ha toccato l’iperbolica quota di 34 milioni e 824 mila interessando 12 milioni e 147 mila lavoratori, che in media hanno pertanto «subito» 2,87 cessazioni a testa.
Che tradotto in concreto significa un cambio di contratto, e quindi magari pure di azienda, di mansione, di stipendio e inquadramento ogni 14 mesi e mezzo.
Con picchi di 11 mesi e 12 giorni in Puglia e di 11 mesi e 27 giorni nel Lazio.
Tutti a termine
Camerieri e braccianti agricoli si contendono la palma delle professioni più gettonate rappresentando rispettivamente la prima occupazione per la manodopera femminile e la seconda per quella maschile, la prima occupazione per gli uomini e la seconda per le donne.
Su 179.815 braccianti maschi assunti nel secondo trimestre 2014 ben 178.689 avevano un contratto a tempo determinato e appena 988 uno a tempo indeterminato (126.376 i contratti relativi alle donne, con anche qui appena 6347 contratti a tempo indeterminato). Su 127 mila camerieri maschi quelli assunti a tempo indeterminato sono stati invece 5.534, più o meno come per le donne (143.559 nuovi contratti e 6347 contratto a tempo indeterminato).
Se si passa a tipologie di lavoro meno soggette a stagionalità il discorso non cambia più di tanto.
Tra le donne su 78mila commesse assunte ce ne sono ben 52mila a tempo determinato, 5.700 in apprendistato, 6.680 con contratti precari e solo 12.100 assunte a tempo indeterminato.
Idem per i maschi: se si guardano le qualifiche di manovale e muratore, ad esempio, si scopre che meno della metà dei nuovi rapporti di lavoro attivati per queste posizioni è stabile: 22.175 su 50.174 nel primo caso e 11.190 su 24.717 nel secondo.
Il 46% dei giovani in cerca
In realtà , secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, meno della metà dei giovani italiani (46%) ambisce ad avere un posto fisso contro il 53% dell’anno passato.
Quasi un giovane su tre (31%) vuole lavorare autonomamente.
Ben il 51% sarebbe pronto anche ad espatriare per trovare un lavoro, mentre il 64% è disponibile a cambiare città .
A rischio il 56% dei lavori
Qualche esperto sostiene che il posto fisso nei fatti non è esistito mai. Perchè in seguito innovazioni, cambiamenti delle abitudini e globalizzazione è inevitabile che i vecchi lavori muoiano di continuo e i nuovi lavori nascano.
Di qui al 2022, secondo l’indagine «Career Cast», scompariranno taglialegna e tornitori assieme a giornalisti, tipografi, hostess, agenti di viaggio, postini e letturisti dei contatori. Apocalittica, in questo senso, una stima della London School of economics secondo cui in Italia ben il 56% dei lavori di oggi rischia di sparire entro vent’anni.
Roba da fare gli scongiuri.
Paolo Baroni
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
GOVERNO E SINDACATO BATTANO UN COLPO: LICENZIARE DOPO SEI MESI DIVENTEREBBE UN AFFARE PER LE IMPRESE
Non saranno le grandi manifestazioni, ma gli atti concreti, a sconfiggere il precariato. Per questo, è un bene che anche Renzi vada al di là degli slogan e dica cosa vuol fare concretamente con la legge delega su cui è orientato a chiedere la fiducia anche alla Camera.
Paradossalmente sia i volantini della Cgil per la manifestazione di sabato che molti interventi alla Leopolda hanno perorato la causa del contratto a tutele crescenti che dovrebbe rappresentare l’asse portante delle politiche di stabilizzazione del precariato.
Ma, a quanto pare, tra Roma e Firenze si sono scontrate due concezioni molto diverse di questo contratto e di queste tutele crescenti.
Bene che gli italiani e non solo gli iscritti al Pd siano messi al corrente dei termini della tenzone e possano valutare cosa vuol fare il governo e cosa propone il sindacato maggioritario a riguardo.
Fondamentale fare in fretta in questa opera di “sdoganamento” perchè il tempo a disposizione è davvero molto poco: il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti dovrà vedere la luce entro Natale per beneficiare dei potenti sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità .
Se non godrà di questi sgravi rischia di non decollare affatto perchè verrà spiazzato dai contratti a tempo determinato, quelli che il decreto Poletti varato ai primi atti del governo Renzi, ha reso una specie di periodo di prova di tre anni.
Al tempo stesso, gli effetti della manovra sull’occupazione rischiano di venire fortemente ridimensionati da una mancata approvazione entro fine anno del Jobs Act. I datori di lavoro aspetteranno di sapere quanto avviene ai contratti di lavoro, prima di procedere a nuove assunzioni.
Presumibilmente stanno già agendo in questo modo e avremo un calo delle assunzioni a novembre e dicembre e un picco a inizio anno, ma solo a Jobs Act approvato.
Le sorti della legge di Stabilità e del cosiddetto Jobs Act sono perciò strettamente intrecciate, per certi aspetti indissolubili.
Eppure la discussione parlamentare dei due provvedimenti procederà su binari separati, in diversi rami del Parlamento (il Jobs Act andrà alla Camera, la legge di Stabilità andrà prima alla Camera e poi al Senato) e in commissioni distinte (Bilancio e Lavoro).
Fondamentale invece che il confronto parlamentare sui due provvedimenti proceda in modo coordinato alla luce dei chiarimenti che il governo deve dare circa le sue effettive intenzioni sul Jobs Act.
Paradossale se la Camera fosse chiamata a votare a occhi chiusi un testo ultragenerico quando in realtà il governo avrà già predisposto un decreto attuativo con misure molto specifiche sulla materia più spinosa, quella che riguarda i costi dei licenziamenti dai contratti a tempo indeterminato.
Il coordinamento nell’iter parlamentare dei due provvedimenti è necessario non solo per una questione di metodo.
Il fatto è che, alla luce della legge di Stabilità , c’è un rischio non piccolo di rendere il nuovo contratto a tempo indeterminato una nuova forma di lavoro precario, anzichè una misura di stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Infatti la manovra introduce sgravi contributivi molto forti, tali da ridurre di circa un terzo il costo del lavoro per l’impresa.
Questi sgravi, a differenza del contratto che li sorregge, non sono a tempo indeterminato, ma scadono tutto d’un colpo, tre anni dopo l’avvio del contratto.
Il Jobs Act, invece, dovrebbe permettere alle imprese di licenziare un lavoratore pagando una somma stabilita per legge e gradualmente crescente nell’anzianità aziendale, senza discontinuità .
Se il modo con cui questa tutela monetaria cresce all’aumentare dell’anzianità aziendale dovesse essere inferiore agli sgravi contributivi, c’è un rischio non indifferente di alimentare un carosello di lavori temporanei sui contratti a tempo indeterminato.
Prendiamo il caso di un lavoratore assunto col nuovo contratto a tempo indeterminato e supponiamo che le tutele che il governo è intenzionato a introdurre comportino un mese di indennità all’anno in caso di licenziamento, oppure due giorni e mezzo per ogni mese passato in azienda con quel contratto.
Al termine dei primi sei mesi, il datore di lavoro potrà licenziare il dipendente pagando 15 giorni di retribuzione e assumere un altro lavoratore che costa due mesi di retribuzione in meno di chi se ne è andato (essendo che il conteggio dei tre anni parte 6 mesi più tardi).
In altre parole, se i costi crescenti dei licenziamenti dovessero essere di molto inferiori a un terzo della retribuzione sin lì ricevuta dal dipendente, il rischio di queste sostituzioni non è da escludere, soprattutto in mansioni che hanno un forte grado di stagionalità .
È perciò fondamentale affrontare i due provvedimenti in modo coordinato, magari rendendo gradualmente decrescente la decontribuzione oppure rafforzando il modo con cui le indennità monetarie crescono al passare del tempo oppure ancora imponendo il requisito dell’addizionalità , vale a dire che l’azienda che utilizza gli sgravi debba aumentare l’occupazione anzichè sostituire chi era già assunto.
Quel che è certo è che questi intricati dettagli (ci scusino i lettori!) non sono materie da piazze e da convegni. Ma sono maledettamente importanti.
Speriamo che tra chi ci governa e chi rappresenta i lavoratori prevalga perciò il senso di responsabilità e la voglia di confrontarsi su questioni molto concrete.
Il tempo per le adunate dei sostenitori è scaduto questo fine settimana.
Tito Boeri
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2014 Riccardo Fucile
PER ARRIVARE A QUELLA CIFRA UN DIRIGENTE DOVREBBE LAVORARE 563 ANNI, UN IMPIEGATO 1960 ANNI E UN OPERAIO 2548 ANNI
La notizia che il manager più pagato tra le società quotate in borsa ha percepito nel 2013 ben 62 milioni di euro complessivi, al lordo delle tasse, non manca di suscitare discussioni.
Nel caso di Andrea Guerra, brillante manager under 50, nessuno contesta il fatto che se li sia meritati (durante il suo mandato in Luxottica il titolo è cresciuto da 14 a 40 euro e il fatturato da 2,8 a 7,3 miliardi).
Il suo stipendio annuale era di 4,46 milioni l’anno a cui si è aggiunta una super-liquidazione di stock option e di guadagni di borsa.
Il suo principale nonchè proprietario dell’azienda al 66%, Leonardo Del Vecchio, occupa “solo” il posto 99 nella classifica dei cento uomini più pagati, con 1,4 milioni di euro, anche se si consola con i lauti dividendi.
Secondo le notizie apparse nei giorni scorsi, tra stock option, borsa e stipendi i cento uomini d’oro alla guida delle società quotate hanno guadagnato nel 2013 complessivamente 371 milioni di euro, che fa secondo la media 3,71 milioni a testa. L’anno prima avevano accumulato complessivamente 402 milioni di euro(4 milioni medi a testa).
Nel 2013 sono 170 i manager che hanno guadagnato più di un milione di euro.
Sono cifre difficili da immaginare, anche se legittimamente pattuite da accordi privati. Provando a fare dei non irriverenti confronti, ne escono dati interessanti.
Ha provato a farli una società specializzata in studi e analisi di compensation e benefit, che raccoglie e analizza le buste paga degli italiani (Jobpricing.it), e le scoperte sono eloquenti.
Per ottenere la somma percepita da Andrea Guerra, un dirigente (stipendio medio 109.465 euro annuo) dovrebbe lavorare 563 anni; un quadro (stipendio medio 54.514 euro anno) 1.134 anni; un impiegato (stipendio medio annuo di 31.483 euro) 1.960 anni; un operaio (stipendio medio 24.215 annuo) 2.548 anni.
Ma per arrivare a quel traguardo, al dirigente medio occorrerebbero più di 14 vite, al quadro 28,3 vite, all’impiegato 49 vite e all’operaio 63,7 vite.
Walter Passerini
(da “La Stampa“)
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Ottobre 20th, 2014 Riccardo Fucile
“FARE CIO’ CHE PIACE” INVECE DEL “GUADAGNA SEMPRE DI PIU'”, CAMBIA IL COSTUME… SI MOLTIPLICANO QUELLI CHE INSEGUONO VITE NORMALI RIFIUTANDO IL SUCCESSO AD OGNI COSTO
Preferirei di no. Lentamente, poco alla volta, abbandonano la gara, passano in un altro campionato. Sognando altri traguardi.
Ancora non sono tutti come Bartleby: lo scribano che improvvisamente si ribella al suo capo e al suo destino, ripetendo un’unica, ossessiva frase.
È una rivolta meno frontale, più silenziosa, senza slogan. Si procede per sottrazione.
I soldi, il potere? No, grazie. La fine del carrierismo è una scelta obbligata: le opportunità professionali sono sempre di meno, il lavoro è precario, anche l’investimento lavorativo diventa a breve termine.
Tutti gli studi lo dimostrano: le aspettative sono cambiate, e così anche le priorità .
Secondo un sondaggio dell’istituto Csa, il 60 per cento dei neolaureati francesi associa il successo professionale a un lavoro gratificante, motivazione che oggi viene molto prima dello stipendio.
Avere un salario elevato interessa appena il 20 per cento dei ragazzi e ottenere un posto di responsabilità addirittura solo il 2.
Ma anche i giovani italiani, registra l’Istud, si allontanano lentamente dal carrierismo: quando si chiede il senso della parola “lavoro” solo il 3,1 per cento la associa al potere, e il 3,6 al denaro.
Sono “ adultescenti”, secondo un neologismo dei media americani per definire una generazione che non vuole crescere, rimandando matrimonio, figli, carriera, anche perchè ognuna di queste cose è diventata più rara, fragile, incerta.
È la “generazione limbo” descritta dal New York Times , che pensa e parla diversamente dal passato. Solo il 22 per cento dei nuovi assunti, scrive il quotidiano americano, usa la parola carriera, contro il 30 fino al 2007, prima della Grande Crisi.
Il manifesto di questo nuovo movimento è La Regina delle Nevi di Michael Cunningham, in cui i protagonisti inseguono “vite normali”.
Ma la crisi economica non spiega tutto.
Karen Demaison, fondatrice dello studio di consulenza in risorse umane Critères de choix , sostiene che si tratta di un cambio di mentalità che parte da lontano, a cominciare dagli anni Ottanta e dai famosi yuppies , arrampicatori professionali a ogni costo.
La generazione di oggi è il contrappasso di quell’epoca.
«Oggi i ragazzi desiderano ancora il successo ma non a qualsiasi prezzo», spiega la consulente d’impresa. «I ragazzi di oggi sono stati in qualche modo vaccinati dall’esperienza, non sempre a lieto fine, degli adulti».
I quarantenni o cinquantenni workhalcolic , che spesso finiscono per sacrificare tutto sull’altare di una promozione, non sono più un modello.
«I giovani sono diventati più diffidenti rispetto all’impresa e al lavoro in generale, si è creata una distanza – conclude Demaison – e non c’è più un’adesione assoluta».
In principio c’è una promessa tradita: i giovani oggi hanno capito che non avranno più una posizione sociale e professionale migliore dei loro propri padri, com’è accaduto dal dopoguerra in poi.
E così si è invertita anche la scala dei valori.
Il “lavoro dei sogni” è solo per il 4,3 per cento legato allo stipendio. Al primo posto (22,6%) viene un impiego che corrisponda ai propri interessi, che dia soddisfazione (11,9%), prestigio (10,3%).
Secondo l’Istud, quasi un quinto dei neolaureati italiani (22,5%) pensa che la qualità della vita sia nella conciliazione tra vita privata e lavoro.
È una preoccupazione che fino a qualche decennio fa praticamente non esisteva.
Il “ work lifebalance” (equilibrio tra lavoro e vita) era un’esigenza tradizionalmente femminile, ora condivisa invece anche dagli uomini. Tanto che sempre più imprese cercano di sviluppare strumenti per facilitare la gestione della vita famigliare dei loro dipendenti, come chiave per una migliore produttività .
«La necessità di armonizzare vita privata e professionale è la grande sfida economica e sociale dei prossimi anni», nota Cècile Van de Velde, sociologa e autrice del saggio “ Repenser les inègalitès entre gènèrations ” (Ripensare le diseguaglianze tra generazioni, ndr).
«Non è vero che i giovani non tengono più al lavoro», precisa la sociologa, «ma vogliono che abbia il posto giusto e non che invada ogni attimo della vita».
Questa “barriera” è paradossalmente sempre più difficile da erigere, anche per via delle nuove tecnologie.
«C’è una tensione sempre più forte e talvolta insopportabile – spiega Van de Velde – tra le varie dimensioni esistenziali».
I giovani hanno una visione più lucida e realista, ma non per questo disincantata.
Anzi, nonostante lavoro e opportunità di carriera scarseggino sempre più, i millennials sono più esigenti dei loro genitori. “Fai ciò che ti piace” ha sostituito nelle mentalità il “guadagna sempre di più”, osserva la sociologa francese.
Ci sono laureati disposti a fare scelte radicali, scegliendo un lavoro meno remunerato ma che corrisponda di più alle proprie aspirazioni di vita. «Sono fenomeni completamente nuovi, mai osservati prima», nota Van de Velde.
Nel momento in cui non c’è più automatismo tra studi, lavoro e carriera, anche i giovani cambiano strada e priorità .
L’Istud ha creato un osservatorio sulla Generazione Y, proprio per aiutare le imprese a mappare un approccio al lavoro radicalmente diverso in quanto a vocazioni, attitudini.
Solo il 36 per cento dei ragazzi pensa che per fare carriera serva lavorare molto, mentre il 38 per cento è convinto che la chiave del successo sia la fiducia in se stessi.
E così quasi la metà (43%) dei giovani tiene a mantenere un buon equilibrio tra ufficio e vita privata, intesa non solo come famiglia, ma anche amici, tempo libero. Metà dei giovani laureati sogna invece di mettersi in proprio, avviando un’attività e diventando il «capo di se stesso».
Dalla concezione del lavoro dipendente, ormai in crisi, avanza quella, nuova, del lavoro intraprendente.
La propensione al lavoro autonomo, professionale, imprenditoriale dei giovani sta crescendo particolarmente in Italia, come dimostrano la natalità di nuove imprese, il neoartigianato e lo sviluppo di cooperative e imprese sociali. Secondo l’ultimo studio dell’Istud, il 30 per cento dei ragazzi punta a essere titolare di un’impresa o comunque lavorare da collaboratore esterno per un’azienda.
«Il carrierismo era uno dei tanti nomi che avevamo dato al Progresso», spiega Domenico De Masi. Ora che quella promessa è avvolta nella nebbia, i ragazzi non sono più disposti a crederci. Secondo il sociologo del lavoro, «fare carriera» è un’altra di quelle eredità dell’epoca industriale che oggi ha perso senso e valore.
«I ragazzi si allontanano da categorie mentali che non sono più capaci di spiegarci il presente», continua De Masi che ha studiato questo smarrimento nel suo ultimo libro, Mappa Mundi, modelli di vita per una società senza orientamento .
La crisi del lavoro, sottolinea il sociologo, è anche psicologica. I giovani disinvestono affettivamente su qualcosa che non è più sicuro, cercando altrove certezze e riconoscimenti. Anche il futuro è a tempo determinato.
Anais Ginori
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 17th, 2014 Riccardo Fucile
MIRACOLO JOBS ACT: I MILLE DELL’ENTE DEL MINISTERO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE RISCHIANO DI NON VEDERSI RINNOVATI I CONTRATTI A PROGETTO O A TERMINE
“Io lavoro in ‘Italia lavoro’ ma dal prossimo anno forse non ci lavoro più”. Lo scioglilingua è
utile per esprimere il paradosso delle politiche renziane sul lavoro.
In tempi di approvazione del Jobs Act, con la disoccupazione alle stelle, uno dei pilastri dell’intervento pubblico orientato al lavoro rischia di lasciare a casa quasi mille precari che hanno deciso di manifestare il prossimo 22 ottobre, sotto le finestre del ministero di Giuliano Poletti.
Italia Lavoro, infatti, è “un ente strumentale del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell’occupazione e dell’inclusione sociale”.
Anche se è una società per azioni è equiparato a un ente pubblico.
Una struttura del genere dovrebbe essere al centro delle attenzioni di chi governa nonostante la sua nascita ed evoluzione siano state caratterizzate dal sospetto verso l’ennesimo “carrozzone”.
L’attuale presidente, Paolo Reboani, si è formato nella Prima Repubblica alla segreteria di Gianni De Michelis quando questo era ministro degli Esteri e poi a Palazzo Chigi con Giuliano Amato.
È stato direttore generale del ministero del Lavoro sia nel secondo governo Berlusconi (2001-2006) che nel terzo (2008-2010) quando a seguire il settore era un altro ex socialista, Maurizio Sacconi.
Curriculum dei vertici a parte, quello che preoccupa i circa 800 dipendenti con posizioni a progetto e a tempo determinato è il fatto che a fine anno, cioè fra poco più di due mesi, i loro contratti andranno in scadenza.
“Finirà infatti — spiega al Fatto Davide Scialotti, della Fisac-Cgil interna a Italia Lavoro — i progetti cofinanziati dal Fondo sociale europeo. Ma nessuno ci ha ancora detto che succederà dopo”.
Cgil, Cisl e Uil hanno scritto già lo scorso marzo al ministro Poletti, appena insediatosi, per affrontare la questione. Ma, da allora, non hanno avuto nessuna risposta alla loro richiesta di incontro.
I lavoratori hanno quindi cominciato a preoccuparsi. Ma il timore di perdere il posto di lavoro è aumentato quando hanno letto il Jobs Act, appena approvato dal Senato, e saputo della volontà del governo di creare una nuova Agenzia nazionale per l’occupazione.
L’acronimo, A.n.o., è già motivo di sberleffo anche perchè il progetto sembra fatto apposta per insidiare i lavoratori stessi.
Il Jobs Act, infatti, prevede che l’A.n.o. si dovrà avvalere delle “risorse umane e finanziarie già disponibili a legislazione vigente” mediante “la razionalizzazione” degli enti strumentali esistenti (e Italia lavoro lo è) e che bisognerà far confluire nella nuova Agenzia il personale delle amministrazioni periferiche e dei vari enti che, a loro volta, andranno ridotti e soppressi.
Con queste premesse la sensazione di essere agnelli sacrificali sta diventando una certezza tra i dipendenti precari (circa 800), e non solo (quelli a tempo indeterminato sono 360), che si sono ritrovati in un’assemblea particolarmente numerosa pochi giorni fa.
Da lì la proposta, presa all’unanimità , di uno sciopero di 4 ore e un presidio al ministero del Lavoro il prossimo 22 ottobre.
“Quello che ci sembra assurdo — continua il delegato della Cgil — è che da una parte si parla di creazione di posti di lavoro e dall’altra si chiude una comunità professionale coesa e competente”.
I dipendenti sono per lo più collaboratori, con contratti vanno dai 950-1.000 ai 1.400 euro al mese.
Eppure, parlando con qualche precario che ci tiene a non far sapere il proprio nome, si coglie un forte senso di appartenenza a una struttura che, dicono i lavoratori, potrebbe costituire una posizione di forza per politiche attive del lavoro: “I centri per l’impiego in Germania hanno dieci volte di più gli addetti italiani e questo la dice lunga sull’arretratezza del nostro paese”.
Inoltre, fa notare un altro, “se invece di creare una Agenzia dal nulla, si fossero potenziate, collegandole, le strutture esistenti (oltre a Italia lavoro dal governo dipende anche l’Isfol e altre strutture diverse, ndr.) si sarebbe risparmiata una nuova struttura e dato uno sbocco a persone che lavorano da anni su questo terreno”.
La richiesta dei sindacati, al momento, è di avere un confronto con il governo. Interpellato dal Fatto, il ministro Poletti ha fatto sapere di “non avere nulla da dichiarare”.
La parola, per ora, passa alla protesta.
Aspettando il Jobs Act.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 16th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO LA FONDAZIONE DEI CONSULENTI DEL LAVORO: L’ANTICIPO SARA’ CONVENIENTE SOLO PER I LAVORATORI CON UN REDDITO FINO A 15.000 EURO
La possibilità di farsi accreditare in busta paga il Tfr (Trattamento di fine rapporto) rischia di rivelarsi un boomerang per i contribuenti.
Al momento si parla di indiscrezioni, visto che il testo della legge di Stabilità disponibile è ancora catalogato come “bozza”. Ma se si confermasse, esso prevede che l’anticipo del reddito sia trattato come componente aggiuntiva dello stipendio e – si legge al comma 1 dell’articolo 6 – sia “assoggettato a tassazione ordinaria e non imponibile ai fini previdenziali”.
Quindi sì nel conto Irpef, no in quello dei contributi.
Secondo i primi calcoli della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, l’anticipo del Tfr in busta paga sarà conveniente per i lavoratori con un reddito fino a 15.000 euro mentre subiranno un aggravio fiscale quelli al di sopra di questa soglia, con un aumento annuale di tasse che, per chi ha 90.000 euro di reddito, arriva a 569 euro l’anno (1.895 euro in meno per il periodo marzo 2015-giugno 2018).
Il problema si somma a un rischio di cui Repubblica ha dato conto nelle scorse settimane: più Tfr in busta paga potrebbe tradursi in meno agevolazioni per asili nido, mense scolastiche, tasse universitarie.
E anche minori detrazioni Tasi.
Il rischio è quello di perdere gli sconti legati al reddito Isee, destinato con certezza a lievitare nel caso in cui il dipendente optasse per l’anticipo della liquidazione nel cedolino del prossimo anno.
Non una faccenda di poco conto. Assicurata la liquidità alle piccole e medie imprese grazie al circuito bancario, il corollario più pericoloso del Tfr subitoora diventa proprio questo. Il pericolo cioè che il lavoratore ci perda.
E che ci guadagni, alla fine, solo lo Stato.
Di quanti soldi parliamo? In media, 100 euro al mese, 1.200 euro l’anno, netti.
Un dipendente che viaggia attorno ai 23 mila euro lordi annui (l’imponibile medio dei lavoratori italiani nel privato), se scegliesse l’anticipo del suo Tfr, vedrebbe salire la busta paga di 106 euro in più (netti) da gennaio in poi. Oppure di 1.269 euro tutti in una volta.
Il vantaggio mensile di fatto oscillerebbe tra gli 85 e i 153 euro, a seconda dei redditi (dai 18 mila ai 35 mila euro annui), ha calcolato il Caf Uil.
Ma i conti non scontavano che venisse trattato come cumulo di reddito, quindi che potesse dar luogo a un’aliquota Irpef più alta di cui sopra.
All’aggiunta del reddito imponibile ai fini Irpef, si somma la crescita di quello Isee.
Che proprio dal 2015 ricomprende nel suo calcolo, giustappunto, anche tutti i redditi a tassazione separata, come appunto il Tfr, oggi esclusi.
Maggiore reddito Isee significa minori sconti, specie per redditi medio- bassi.
Qualche esempio:
Un reddito Isee di 12.500 euro a Milano paga una tariffa di asilo nido pari a 103 euro mensili. Ma se quel reddito si alzasse anche solo di un euro per effetto del Tfr anticipato – la retta passerebbe a 232 euro: 129 euro in più al mese. Conviene?
Il costo della mensa scolastica a Roma è di 50 euro mensili per redditi Isee non superiori, anche qui, a 12.500 euro. Limite che un anticipo di liquidazione potrebbe violare, portando così la mensa a 54 euro.
L’iscrizione all’università La Sapienza di Roma costa 549 euro l’anno, per i redditi Isee di 12 mila euro. Si passerebbe a 600 euro con un reddito poco sopra.
A Bari chi ha un reddito Isee di 10 mila euro non paga la Tasi.
Sarebbe rischioso accettare il Tfr nello stipendio, se poi questo comportasse l’obbligo di versare la tassa sulla casa e per giunta con aliquota massima, al 3,3 per mille.
“Sarà una scelta volontaria”, rassicurava ieri il ministro dell’Interno Alfano.
“E se si fa, non costerà neanche un euro in più di tasse”, rincarava il viceministro all’Economia Morando.
Dipende, verrebbe da dire.
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
RINVIATA LA MISURA PATACCA, ANCHE PERCHE’ NON INTERESSAVA A NESSUNO: DUE ITALIANI SU TRE NON LA VOLEVANO
Sì, no, forse.
L’operazione Tfr in busta paga perde il treno della stabilità e per il momento resta rinviato a un provvedimento successivo.
L’ultima parola è arrivata oggi dal sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio nella sua intervista al Corriere della Sera: “Abbiamo tempo per approfondire il tema, sapendo che in ogni caso si tratta di una scelta volontaria del lavoro e che la misura non dovrà portare Un deficit di liquidità alle imprese”, ha spiegato l’ex sindaco di Reggio Emilia.
Parole assai più prudenti da quelle utilizzate ieri dal presidente del Consiglio Renzi che dal palco dell’assemblea di Confindustria aveva annunciato come imminente un’intesa con gli istituti di credito, allo stato attuale maggiore ostacolo del via libera al provvedimento: “Dobbiamo consentire a chi vuole attraverso un’operazione con le banche di sostegno alle pmi, che presenteremo nelle prossime ore, la possibilità di lasciare il Tfr su base mensile”, aveva spiegato.
Un’accelerazione in contrasto con la “pausa di riflessione” invocata invece dal sottosegretario.
Un conflitto, soltanto apparente, che riflette la doppia direzione di marcia con cui si è mosso il governo su questo fronte nelle ultime settimane.
Con il premier motivato al 100 per cento a far partire l’operazione già dal prossimo anno e i suoi colleghi, Pier Carlo Padoan in testa, meno convinti da una partenza sprint, soprattutto in coincidenza con la legge di stabilità .
Non è una questione strettamente contabile, perchè l’operazione Tfr ha un impatto molto limitato sui conti pubblici.
Anzi, persino positivo considerato il maggior gettito derivante dall’aumento di imposte versate con l’incasso anticipato del trattamento di fine rapporto.
Il nodo da sciogliere, quello di assicurare la liquidità alle imprese altrimenti drenata dall’anticipo in busta paga del trattamento di fine rapporto, riguarda esclusivamente gli istituti di credito, che di fatto si troverebbero a prestare soldi ai lavoratori, lasciando alle imprese la possibilità di incamerare il Tfr così come attualmente fanno.
Per le banche servono alcune assicurazioni importanti, in primis la garanzia sui prestiti erogati.
Che fare, ad esempio, nel caso un’azienda fallisse prima di potere rimborsare i presti alle banche? Serve, appunto, una assicurazione che nel piano originario del governo avrebbe fatto riferimento al Fondo di Garanzia dell’Inps.
Strumento che gli istituti — come rileva il Sole 24 Ore — potrebbe essere giudicato insufficiente, anche perchè il rischio sarebbe quello di uno “svuotamento” anticipato del fondo.
Diversamente, altre garanzie pubbliche più dirette comporterebbero un inevitabile aumento del debito pubblico, altro scenario non particolarmente caldeggiato dal Tesoro
Non aiuta, infine, l’infelice coincidenza del calendario, particolarmente fitto di scadenze.
Non solo quella del 15 ottobre, data di presentazione della legge di stabilità , troppo ravvicinata per perfezionare il provvedimento, ma anche il doppio appuntamento europeo per le banche, che nell’arco di una settimana vedranno pubblicati i dati dell’Assest Quality Review, l’analisi della qualità degli attivi degli istituti bancari, e gli stress test, di cui l’Eba pubblicherà i risultati il prossimo 24 ottobre.
Lo stesso numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli, pur non chiudendo le porte al provvedimento, la scorsa settimana ha comunque espresso tutte le sue riserve ricordando che “il quadro normativo è quello dell’unione bancaria” e al suo interno “vanno esaminate le varie ipotesi”.
(da “Huffingtonpost”)
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