Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
E C’E’ CHI NON LAVORA MA PRENDE I SOLDI
Le domande non accolte di reddito di cittadinanza sono il 40% del totale. Lo scrive oggi
Valentina Conte su Repubblica, che rivela i numeri dell’INPS con i dati aggiornati e diffusi mese per mese:
Su 1,4 milioni di richieste presentate — da marzo al 15 luglio — quelle accettate risultano poco più di 895 mila. La differenza — 505 mila, sopra il mezzo milione — va divisa tra i rifiuti veri e propri per mancanza di requisiti (il 25-27% circa) e tutte le domande sospese. Il grosso di queste richieste congelate — a quanto è stato possibile ricostruire — viene da famiglie straniere, le più permeabili ad alti indici di povertà assoluta, alcune anche con la cittadinanza italiana, bloccate da paletti resi molto stringenti dal Parlamento in sede di conversione in legge del decretone istitutivo del reddito di cittadinanza.
Paletti poi finiti in una circolare Inps altrettanto rigida, incluso il recupero della documentazione nei paesi di origine. La probabilità che queste domande da congelate diventino rifiuti veri e propri è molto alta. E non è l’unico aspetto controverso del reddito di cittadinanza. Un terzo dei beneficiari del sussidio è occupabile, secondo l’Istat. Può cioè lavorare. La stessa proporzione inserita nell’intesa stipulata qualche giorno fa tra Regioni e Stato sui navigator, i loro presunti tutor. A conti fatti — prendendo i dati diffusi ieri da Inps — si tratta più o meno di 300 mila famiglie (per la precisione 298.047). Dunque 300 mila potenziali lavoratori, ipotizzandone almeno uno per nucleo.
Nessuno di questi ha ricevuto sin qui l’sms o la mail di convocazione ai centri per l’impiego per la “presa in carico”, la stipula della disponibilità al lavoro (la Did) e le tre offerte di lavoro. Nè la chiamata dai Comuni per le 8 ore di lavori utili. Se ne riparlerà forse a settembre, quando i 2.980 navigator — dopo un breve ciclo di formazione agostana — saranno operativi nei centri.
Nel frattempo però quelle famiglie hanno incassato o stanno incassando circa 843 milioni di euro sulle card di cittadinanza. Soldi che non saranno chiesti indietro neanche al rifiuto di tutte e tre le offerte. E l’Inps ha già diramato la circolare sul bonus legato a queste assunzioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 1st, 2019 Riccardo Fucile
DAL 10,1% AL 9,9%, PECCATO CHE IN EUROPA SIA AL 7,5%
Una buona notizia che arriva direttamente dall’Istat sui dati del lavoro in Italia.
Nel nostro Paese, infatti, è stato toccato il tasso minimo di disoccupazione (nel mese di maggio) dal lontano 2012.
Per la prima volta, dopo sette lunghi anni, quel numero non è più in doppia cifra, scendendo dal 10,1 al 9,9%. Luigi
Di Maio, Matteo Salvini e gli altri esponenti del governo stanno esultando. I dati, però, mostrano come la situazione sia ancora in itinere, mentre il trend nei paesi dell’Eurozona sia in continua discesa da molto più tempo.
I dati pubblicati questa mattina dall’Istat mostrano come il tasso di disoccupazione, nel mese di maggio sia, dunque, calato attestandosi al 9,9%.
La discesa netta è di 0,2 punti percentuali rispetto all’ultimo rilevamento relativo al mese. È un valore che non si toccava dal lontano febbraio del 2012, anche se per l’Italia restano ancora gravi criticità rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.
Aumenta il numero degli occupati, +67%, che registrano una crescita nella fascia degli over 50 e degli under 24. Il dato in controtendenza, invece, arriva dalla fascia 35-49 anni.
I dati che arrivano dall’Eurozona mostrano come il calo della disoccupazione abbia coinvolto tutti i 28 Paesi membri dell’Unione Europea, con l’Italia.
I dati Eurostat raccontano di un maggio in cui il tasso di disoccupazione nella zona euro era del 7,5%, in calo rispetto al 7,6% ad aprile e rispetto all’8,3% un anno prima.
Si tratta del tasso più basso da lontano luglio 2008, undici anni fa. Nell’Unione Europea era al 6,3% dopo 6,4% ad aprile. Un anno prima era al 6,9%. Si tratta del tasso più basso da gennaio 2000.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
SE FISSATO A LIVELLI BASSI STIMOLA L’OFFERTA DI LAVORO, MENTRE A LIVELLI ALTI DISTRUGGE IL 10% DEI POSTI DI LAVORO
Tito Boeri su Repubblica oggi dice la sua sul salario minimo, segnalando le molte perplessità che si affastellano dietro la proposta del MoVimento 5 Stelle:
Il fatto è che se stabilito a livelli bassi (nei Paesi europei è tra il 40 e il 50% delle retribuzioni medie), il salario minimo può aumentare sia le retribuzioni effettive che l’occupazione perchè stimola l’offerta di lavoro e impedisce ai datori di lavoro di pagare i lavoratori meno della loro produttività . Se, invece, viene stabilito a livelli più alti distrugge molti posti di lavoro.
Quanti? Stime sull’Italia ci dicono che l’elasticità della domanda di lavoro al salario fissato dalla contrattazione è molto elevata: attorno a — 1.
Questo significa che per un 10% di aumento del salario, l’occupazione si riduce del 10 per cento. E chi perde il lavoro in questi casi sono i giovani, le donne e i lavoratori precari, le fasce meno protette. Bene quindi che la politica smetta di sparare numeri a caso
Il problema della proposta M5S è che vuole estendere per legge la copertura dei contratti collettivi nazionali, con le loro rigide griglie salariali differenziate per settore e qualifica.
Queste tutelano solo i lavoratori maggiormente rappresentati e si dimenticano di chi è sfruttato nelle campagne e nelle piccole imprese.
Il professor Boeri spiega che dato che povertà fra chi lavora, lavoro nero e disoccupazione sono problemi soprattutto nel Mezzogiorno, bisognerebbe fissare il livello del salario minimo con riferimento alla realtà meridionale, lasciando poi alle Regioni che volessero istituire livelli più alti del salario minimo la possibilità di farlo:
Infine sarebbe utile accompagnare l’introduzione del salario minimo con misure che riducano il prelievo fiscale e contributivo sui lavori pagati ai salari minimi e al di sopra di questi (ad esempio, in Francia gli sgravi si estendono fino ai lavori pagati 3,5 volte il salario minimo).
È un modo per ridurre il costo del lavoro e aumentare i salari netti al tempo stesso, incentivando l’emersione del sommerso.
Rimedierebbe almeno in parte alla follia di avere introdotto un reddito di cittadinanza che al Sud vale di più dei redditi di quasi la metà di coloro che lavorano. Nell’introdurre il salario minimo bisognerebbe anche rivedere il reddito di cittadinanza in modo tale da incoraggiare maggiormente la ricerca di lavoro, con o senza navigator.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL VIDEO TAGLIATO APPOSITAMENTE CHE STA FACENDO GIRARE IL M5S PER ATTACCARE (COME AL SOLITO) IL PD … IN REALTA’ IL SALARIO MINIMO RISCHIA DI SVUOTARE LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA E CREARE UN DANNO AI LAVORATORI, OLTRE AD UN AGGRAVIO PER LE IMPRESE
Da qualche ora il MoVimento 5 Stelle sta facendo girare il video di questo intervento di Cesare
Damiano a L’Aria Che Tira in cui l’ex ministro del Lavoro di Prodi, parlamentare del Partito Democratico ed ex sindacalista dice che la proposta di legge sul salario minimo del MoVimento 5 Stelle è sbagliata e sostiene che 9 euro lordi all’ora siano troppi per un metalmeccanico.
Questo perchè, spiega Damiano, le ore mediamente lavorate da un metalmeccanico in un mese sono 173: quindi il salario minimo si stabilisce a 1500 euro lordi (per la precisione sono 1557).
Dal video il MoVimento 5 Stelle ha molto elegantemente — come spesso gli succede — tolto la spiegazione dell’affermazione da parte di Damiano, che si può trovare al minuto 1,36.40 dello streaming della trasmissione.
Damiano infatti spiega che quello è il salario di entrata di un metalmeccanico che dopo due anni ha un primo scatto di anzianità e un passaggio di categoria, ha spiegato meglio perchè si tratta di un salario mobile.
In altre occasioni Damiano le sue obiezioni sul salario minimo:
“Tradizionalmente il tessile è pagato meno di un metalmeccanico, che è pagato meno di un chimico, che è pagato meno del settore dell’energia, che è pagato meno di un bancario.” “Si tratta di “settori con un diverso valore aggiunto”.
In secondo luogo, “noi dobbiamo correlare la fissazione di un salario minimo, per chi non ha un contratto, a quelli che sono gli standard salariali vigenti in Italia”.
Citando dati Istat, Damiano indica in 11 euro all’ora, il salario minimo italiano, e quindi “9 euro sarebbe l’80 per cento”, mentre in Germania “la fissazione dello standard è attorno al 50%”.
Da qui la necessità che il salario minimo “sia fissato anche in relazione alla condizione salariale esistente in ciascun paese”.
Nel frattempo vale la pena notare che la pagina fan di Cesare Damiano si è riempita di insulti a causa del video pubblicato dal MoVimento 5 Stelle nella pagina gestita dai collaboratori parlamentari dell’ufficio comunicazione dei grillini. Che tornano nell’occasione a causare tempeste di insulti in bicchieri d’acqua di testi semplicemente perchè ne modificano o non ne comprendono il senso.
Tra questi da segnalare, per il clima, quello di Alessandro: “Onestamente è vergognoso a dire che 1500 euro lorde (1000 netti praticamente) sono molti. Io se potessi la pesterei. La manderei all’ospedale. Ovviamente io sono una persona civile ed inoltre la legge non mi consente di fare questo. Ma lei è una vergogna umana”.
Il salario minimo del MoVimento 5 Stelle non è una legge che aiuterà l’economia italiana.
La proposta di legge M5S (a firma della senatrice Nunzia Catalfo) prevede di fissare la soglia della retribuzione minima oraria a 9 euro l’ora “al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”.
Si tratta della cifra più alta tra quelli in vigore nei paesi OCSE che — hanno detto i rappresentati dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dell’Istat durante un’audizione alla Camera — potrebbe comportare per le aziende «un aggravio di costo pari a circa 4,3 miliardi complessivi».
È vero, come dice Di Maio, che il nostro Paese è uno dei pochi a non avere una legge sul salario minimo orario. Ma negli altri paesi la media oscilla tra i i 4 e i 6 euro l’ora.
Fanno eccezione gli USA (dove il minimo è fissato a 7,8 dollari), la Germania, dove la retribuzione oraria lorda è pari a 9,3 euro. Più su ancora la Francia, che lo ha fissato a 10,1 euro
Ma se lo fanno i tedeschi e francesi perchè non possiamo farlo noi? Questa potrebbe essere una delle obiezioni a chi dice che la proposta del M5S è troppo alta. E del resto sentirsi dire che quella cifra è troppo alta, come scrive Francesco Seghezzi di ADAPT, rischia di non far capire il punto della questione.
Anzi: chi legge un commento del genere potrebbe avere l’impressione che Confindustria (e l’OCSE e i sindacati) vogliano continuare a tenere i lavoratori in uno stato di povertà . In realtà però il salario minimo rappresenta un rischio proprio per i lavoratori
Torniamo all’esempio della Germania. Lì è vero che il salario minimo è fissato ad un importo simile a quello della proposta avanzata dal M5S, ma la differenza sostanziale è che mediamente le retribuzioni tedesche sono più alte di quelle italiane.
Alzare solo il salario minimo orario rischierebbe quindi di creare uno squilibrio nel mercato del lavoro. Poco male, potrebbe dire qualcuno, confidando in una sorta di shock positivo che porti a far alzare tutti i salari.
Non è così. Innanzitutto non sono chiari gli ambiti di applicazione della legge: comprende solo lo stipendio o anche tredicesime e TFR? Il rischio è che il reddito minimo produca un aumento del costo del lavoro pari al 18,8% (secondo una simulazione del centro studi Lavoro& Welfare).
Non è nemmeno da sottovalutare il costo per lo Stato. In audizione l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) ha fatto notare come «alcuni servizi acquistati dalla Pubblica amministrazione presentano retribuzioni inferiori» al salario minimo. L’innalzamento potrebbe quindi tradursi in un sensibile aumento dei costi anche per la PA.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 19th, 2019 Riccardo Fucile
NON SOLO HANNO RIDOTTO DEL 30% I PREMI ASSICURATIVI, MA CON IL COMMA 1126 HANNO CANCELLATO IL DIRITTO AL RISARCIMENTO GIUDIZIARIO
Non solo subappalti liberi, anche meno soldi per le vittime sul lavoro. 
Un binomio micidiale per un Paese che conta una media di tre morti bianche al giorno.*
Il “liberi tutti” arrivato qualche giorno fa con lo sblocca cantieri ha avuto un lungo e sostanzioso prologo nella legge di bilancio licenziata a dicembre.
In quella legge si è pensato di ridurre del 30% i premi assicurativi contro gli infortuni che le imprese hanno l’obbligo di pagare all’Inail, sempre in nome dei minori costi sul lavoro (a danno dei deboli).
E non contenti di questo, si è aggiunto anche un altro velenoso (e pericoloso) codicillo.
Si tratta del comma 1126, che con un tratto di penna cancella il diritto al risarcimento in caso di infortunio.
In che modo? Semplice: si stabilisce che se c’è un indennizzo Inail che equivale al risarcimento stabilito dal giudice, quest’ultimo si azzera. E non solo.
Se l’indennizzo Inail è superiore al risarcimento stabilito dal giudice, addirittura la vittima è chiamata al rimborso! Un vero mostro giuridico, e, diciamolo, anche civile.
La norma in buona sostanza confonde l’indennizzo con il risarcimento.
Il primo, quello liquidato dall’Inail, segue una logica assicurativa e si basa su specifiche griglie di applicazione.
Il secondo, invece, riguarda il danno ulteriore subito dalla vittima o dai suoi familiari come conseguenza del danno subito, e viene stabilito da un giudice in una causa civile.
Si tratta di due canali che la giurisprudenza tiene ben distinti. Lo ha confermato la stessa Corte di Cassazione in una sentenza dell’aprile scorso (n.9112).
“La differenza strutturale e funzionale tra l’erogazione Inail (…) e il risarcimento del danno secondo criteri civilistici — scrivono i giudici dell’Alta Corte — preclude di poter ritenere che le somme eventualmente a tale titolo versate dall’Istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo al soggetto infortunato o ammalato”.
Insomma, in poche parole, un conto è la liquidazione Inail, altro conto è il danno civile: non si possono sommare capre e cavoli. Invece qui si detraggono soldi, e per di più alla parte più debole di tutti: i lavoratori infortunati e le loro famiglie.
Ma i giudici aggiungono anche che “l’assicurazione Inail non copre tutto il danno biologico conseguente all’infortunio o alla malattia professionale — si legge ancora nella sentenza — e ammettere il carattere assorbente della prestazione indennitaria implicherebbe una riduzione secca del livello protettivo”.
Più chiaro di così.
I sindacati sono sul piede di guerra. Pesa il taglio del 30% dei premi, pesa anche un’altra disposizione (sempre della finanziaria) che riconosce alle aziende la possibilità di ridurre la liquidazione degli oneri per gli infortunati se solo dimostrano di aver introdotto qualche misura preventiva.
Ma la ciliegina è quella di far ripagare alle vittime i soldi versati dall’Inail se il giudice dovesse decidere che il danno è inferiore all’indennizzo.
“Così si abbassa la guardia sulla sicurezza sul lavoro — dicono al patronato Inca Cgil — e si cancella di fatto tutto il risarcimento per il danno non patrimoniale che si può subire a seguito di un incidente sul lavoro”.
Ma c’è un’arma che già si sta profilando all’orizzonte: quella del ricorso alla Corte Costituzionale. È la stessa Cassazione a indicare la strada.
Nella sentenza citata i giudici sottolineano, infatti, che l’indennizzo trova il suo fondamento giuridico nei principi di solidarietà sociale stabiliti nell’articolo 38 della Carta, mentre il risarcimento del danno lo trova nei valori della persona garantiti dall’articolo 32.
Tutta l’impalcatura disegnata nella Finanziaria potrebbe saltare. Ma prima che si arrivi a una sentenza, a pagare saranno i più deboli. Altro che governo del popolo.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2019 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UNA LAVORATRICE STAGIONALE NEGLI HOTEL DELLA ROMAGNA CI RACCONTA QUESTO MONDO DI ABUSI
Premetto che quello che scrivo non vale per tutti gli Hotel, ma per la maggior parte di essi sì, e
sono dinamiche vissute in prima persona e in differenti tipologie di alberghi, ed ovviamente esperienze di chi ha condiviso queste situazioni con me.
“Quindi siamo d’accordo? Saranno sette, otto ore al massimo, tutti i giorni, perchè purtroppo (purtroppo lo dicono solo gli albergatori più gentili, o quando intuiscono dalla tua espressione che stai figurando i mesi a venire dovendo lavorare sempre, giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno…) qui funziona così. Dappertutto sai? Non è che un altro hotel ti può dare il giorno libero”.
Mentre tu stai riflettendo su quando potrai rivedere i tuoi cari per mezza giornata, o più semplicemente la luce del sole, l’albergatore continua: “Non preoccuparti, noi siamo ben organizzati, il lavoro non è che sia poi così impegnativo”.
La tua perplessità non gli fa battere ciglio, l’atteggiamento anche in fase embrionale è infatti sempre quello di chi ti sta facendo un favore a darti un lavoro, come se non si trattasse di un normale scambio prestazione professionale – pagamento, ma di un atto di altruismo che viene condensato con uno scaltro rimando alla crisi, un arguta constatazione del fatto che sono in tanti a cercare lavoro e che ha come risultato questa morale: ti conviene accettare le condizioni proposte perchè sei un privilegiato se vieni assunto al posto di quei molti che si suppone siano in una presunta fila alla loro porta.
Atteggiamento che oltre a stimolarti un impeto di gratitudine immotivata, serve anche a giustificare l’entità del pagamento. Subdolo, sì, ma efficace.
I tre punti ricorrenti infatti quando si arriva a parlare di paga sono i seguenti: come accennato sopra, crisi, quindi stimolare il senso di colpa per aver scelto te per lavorare lasciando per strada chissà quanti altri disgraziati.
Punto due: l’esperienza. L’esperienza che tu possiedi infatti è inevitabilmente diversa da quella che necessitano in quell’Hotel, se sei cameriere ed hai già esperienza in strutture dello stesso livello, sicuramente il servizio viene fatto in modo completamente diverso, se sei cuoco e hai lavorato anche in hotel di pari categoria è certamente tutto un altro discorso nell’albergo di chi ti sta proponendo il lavoro. Allo stesso modo, se lavori in segreteria e conosci lo stesso programma utilizzato dall’azienda, non farti prendere da quell’iniziale entusiasmo: “Qui lo usiamo in maniera diversa”. Non solo, lavorare per noi ti qualifica. Hai già esperienza? Non importa, dopo aver lavorato qui puoi lavorare ovunque.
Questa tattica mascherata in un altro slancio di bontà che significa: non sei quello che cerchiamo, non sei preparata esattamente per le nostre esigenze, ma noi chiudiamo un occhio, perchè siamo caritatevoli e ti vogliamo fare lavorare, dopo aver lavorato nel nostro Hotel allora sì che saprai lavorare.
Il terzo immancabile argomento al momento della conversazione sulla paga, è, a mio avviso, il più ignobile di tutti. Il pianto dei soldi da parte dell’albergatore.
Non si lavora più come una volta, la stagione è corta, il cambiamento climatico incombe, non stiamo dentro nelle spese (ma continuiamo a farlo ogni anno perchè ci piace impoverirci), non dico che andiamo in perdita ma siamo a quel livello.
L’obiettivo è la tua empatia: dopo essersi reso ai tuoi occhi umano e debole,la carrellata delle difficoltà esposte ti predispone a una pacca sulla spalla col significato sottinteso di “ce la faremo”. E sei fregato.
La proposta del salario dopo tutte queste considerazioni è detta a voce anche spavalda, come facesse un eccezione per te ed arrivasse addirittura alla cifra che ti sta proponendo che nonostante il tentativo eseguito magistralmente e il tuo stato d’animo intortato è talmente ridicola che spalanchi comunque gli occhi pensando: “Sono due euro all’ora, non si può”.
L’hai sottovalutato, è pronto a questa reazione. Prima che tu possa parlare, passa al contrattacco: “Poi 50 euro in più, magari non in busta, se sei bravo… non è detta…poi c’è la possibilità di vitto e alloggio, in quel caso decurtiamo qualcosina altrimenti non andiamo in pari…”.
Se ti serve un lavoro e non hai mai fatto prima le stagioni in riviera, accetti con tanti dubbi. Se l’hai già fatta, perchè devi lavorare, accetti con la morte nel cuore. Saranno sette-otto ore. Sono dieci, dodici ore.
Il tuo lavoro non è così impegnativo. Il tuo lavoro sfianca, manca il personale, sei solo e devi coprire il lavoro di più persone, ogni giorno, per mesi.
Ufficialmente riposi un giorno a settimana, quello immaginario in cui vedi la luce e fai le lavatrici, in realtà sei costretto a stabilire un finto giorno libero, dichiarato ovviamente anche in busta paga, e la raccomandazione è che di fronte all’ispettorato del lavoro se sei presente il giorno che dovresti essere libero è per un esigenza improvvisa dell’azienda, ma tu di solito quel giorno riposi.
Vitto ed alloggio. Il vitto, non occorre dirlo, il più delle volte, è costituito da avanzi di avanzi. Stessi cibi ricucinati dallo stato liquido al solido all’aeriforme conditi con il grasso per poter essere commestibili. Poi dipende, chi ti toglie un euro se prendi un caffè dopo 10 ore che sei in piedi, chi acqua gratis in bottiglia quindi non del rubinetto, solo a dei reparti, quindi ad una sola parte di personale.
C’è anche chi semplicemente offre gli avanzi del giorno prima e in quel caso sei fortunato, anche a casa capita di mangiare cose del giorno prima, non che faccia per forza male.
L’alloggio stimola in me ricordi dolorosi, esseri umani dopo il lavoro massacrante stipati in cuccette nell’afa dei sottotetti ad agosto, e non vado oltre, mai visto qualcosa che assomigli a una sistemazione per i più dei lavoratori.
Il fatto è che è quell’avidità atavica che impedisce ai titolari di mettere per esempio tramite l’associazione alberghiera della cittadina di pertinenza una quota irrisoria per un impresa di quella portata, per affittare un vecchio stabile, una struttura modesta per i dipendenti.
Del resto è anche vero che avere la donna ai piani alle 23 che dorme in Hotel può sempre essere utile per rifare una camera all’ultimo e tentare di vendere una camera per una notte, così come una segretaria che per pranzare o cenare deve spostarsi all’interno dell’hotel si può convocare nella pausa per permettere all’altra turnante di mangiare, così che nessuno abbia una vera pausa. Solo due esempi.
La tua mansione è… tutto. Carenza di personale in ogni reparto. Le segretarie fanno il lavoro d’ufficio, il bar, la manutenzione, il back office, i conti, gestiscono fornitori e personale sempre in un turno da sole, e devono fare tutte le cose contemporaneamente, fino a che non fanno il caffè con il telefono e mostrano la camera al fornitore mentre scrivono alla mail di Booking.com che servono 4 chili di pane bianco per l’indomani.
Il cuoco corre. Carenza di personale significa se gli va di grazia ha un tuttofare che tra il lavare i piatti e le pentole, il parcheggiare le auto, dare l’intonaco e togliere la muffa gli taglia qualche verdura (ma non è detto, dipende dalle disgrazie della giornata).
E il cuoco corre. Sviene normalmente per secondo, i giorni prima di ferragosto, di solito dopo la donna ai piani di costituzione più esile che si sente mancare qualche settimana prima.
Le donne ai piani faticano perchè per carenza di personale devono pulire contemporaneamente un numero di stanze e poi di piatti che per rendere l’idea normalmente lo fanno con le lacrime agli occhi dalla fatica, e all’occorrenza diventano cameriere.
I camerieri lavorano dalle sei del mattino a mezzanotte circa, ristorati da due pause di un ora in cui possono buttarsi vestiti nelle loro brande. Giorno dopo giorno, ogni giorno.
Tfr, ferie, tredicisima, tutti fittizi figurano nella busta paga come parte della paga percepita. La paga, avendo letto delle cifre lontane dalla realtà queste giorni, è la seguente (ho lavorato in differenti hotel e dovevo archiviare i contratti, chiedere proroghe quando necessario ecc. qui prendiamo in considerazione un hotel di categoria media e per gli altri il parametro di riferimento è simile): Cameriere da 800 a 1100, se con molta esperienza o responsabile di sala può arrivare a dai 1400 ai 1800, solo se lavora da molti anni con la stessa azienda e ha stabilito un legame con una clientela abituale, c’è una per quanto rara possibilità che guadagni di più.
Cuochi: più sei giovane, più fai, meno ti pago. Sembra questa la logica per questo ambito. I cuochi più maturi, non arretrano dalle paghe dei tempi che furono, cioè quelle dignitose rispetto alle ore e all’impegno, forse anche perchè nel tempo hanno acquisito qualche sicurezza economica in più.
I giovani, anche se con esperienza, devono adattarsi perchè hanno bisogno ancor di più di lavorare, per potersi costruire una vita. In questo ambito l’escamotage è di non assumere, o sostituire quelli più navigati con persone più giovani. Un cuoco, per dodici o tredici ore tutti i giorni, e fare un lavoro fisicamente e psicologicamente pesantissimo, prende intorno ai 1800 o 2000 euro. Se fortunato, o con la minaccia di andarsene qualora i clienti siano abituali ed apprezzino la sua cucina, può percepire una cifra maggiore.
Donne ai piani, per dieci o dodici ore di lavoro fisico tutti i giorni, da 800 a 1000 euro. Ricevimento, quindi gestione di tutti i reparti e di tutta la responsabilità economica, dai 900 ai 1300. Se con esperienza e con clienti fidelizzati, questo aspetto è importante perchè nel caso che sia un hotel in cui i clienti sono abituali e quindi in confidenza con il personale, il titolare può decidere di aumentare un po’ la paga per assicurare lo stesso personale e trattamento al cliente che si ripresenta.
Ovviamente se l’hotel non punta sul ritorno degli stessi clienti non vale questo discorso, e sono tanti perchè il turismo fidelizzato è una realtà quasi estinta. Specifico che parlo in questi termini della riviera romagnola solo relativamente alla circoscritta realtà degli albergatori, e non riguarda affatto il buon spirito dei romagnoli in genere. Tutti sanno che funziona così.
Penso che accuserei i dipendenti dell’ispettorato del lavoro di una ottusità che non credo gli appartenga, penso che provino qualche volta a spaventare con delle multe ma che quando si chiudono le porte degli hotel alle spalle sanno di avere a che fare con un sistema malsano e una situazione più grande di loro.
Quale situazione è questa? Quella di ordinaria, implicita, accettata illegalità all’italiana. Se non lavori tu a queste condizioni, lo farà qualcun’altro.
Non sono una fan del reddito di cittadinanza e in generale dello Stato assistenziale, ma ritengo che almeno forse un buon risultato c’è stato ed è stato quello, mi auguro, di gettare un occhio di bue su un microcosmo lavorativo degradato, lavori forzati per arricchire i pochi, senza discutere della qualità della famigerata accoglienza romagnola e di quanto ci perde in credibilità stagione dopo stagione.
La cosa buffa è che quando si conclude la stagione, anche se involontariamente si fanno sfuggire che non si sono poi così impoveriti, buttano là delle cifre, magari chiacchierando tra loro, e tu sai che è la metà di quello che hanno realmente guadagnato. Lo sai perchè conosci le spese e le entrate, di tutti i tipi.
Concludo prendendo in prestito le parole di una lungimirante e geniale canzone: sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo,il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere e non far partecipare nessun altro nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso I propri simili. Perchè gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili.
(da “L’Espresso”)
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Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile
I LAVORATORI DELLA SARDINIA GREEN ISLAND DA 5 MESI ASPETTANO CHE DI MAIO SI DEGNI DI RICEVERLI AL MINISTERO, ALLORA SCRIVONO ALLA PRESUNTA FIDANZATA
Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. Il vicepremier e bisministro Luigi Di Maio “l’Onesto” ha la fortuna di avere al suo fianco Virginia Saba. Una donna che sa quando è il momento di incoraggiarlo, quando è il momento di difenderlo dagli attacchi di chi vorrebbe ostracizzarlo e quando invece è il momento di aiutarlo con il lavoro arretrato.
Sappiamo come al Ministero dello Sviluppo Economico Di Maio non riesca a seguire i tanti, troppi, tavoli e vertenze aperti.
Succede sempre più spesso che una crisi esploda sotto gli occhi di chi, al MISE, dovrebbe vigilare sulle aziende in difficoltà per tutelare i consumatori.
È successo ad esempio con Mercatone Uno ed è successo con Whirlpool. Ma ci sono anche Piaggio Aerospace e Pernigotti.
Quando il Capo Politico del M5S arrivo’ al Ministero erano 144 i tavoli di crisi aziendali aperti al MISE. Oggi secondo i sindacati le crisi sono arrivate a 158 e coinvolgono 300mila lavoratori.
In tutto questo però il ministro latita, impegnato com’è a fare il ministro del Lavoro e a seguire i numerosi eventi della campagna elettorale permanente (prima le regionali, poi le europee, poi i ballottaggi).
Qual è il problema? Il problema è che molti — anche dal M5S — accusano Di Maio di non essere in grado di ricoprire quattro ruoli così importanti (quello di vicepremier, quello di ministro del Lavoro, quello di ministro dello Sviluppo Economico e quello di Capo Politico) contemporaneamente.
I risultati si vedono: le crisi esplodono in tutta la loro drammaticità sotto il naso del ministro che cerca all’ultimo momento di risolvere situazioni che si sono trascinate per mesi senza il suo intervento. I sindacati si lamentano delle difficoltà di avere un’interlocuzione con il Ministero, una cosa che con i famigerati governi precedenti era data per scontata.
Cosa possono fare i lavoratori? Quello che fanno tutti i bravi credenti. Chiede l’intercessione della Virginia.
E così in uno degli ultimi post pubblicati su Instagram dalla fidanzata del Capo un utente chiede se gentilmente la Saba può in qualche modo ricordare a Di Maio una delle sue promesse.
Il vicepremier aveva promesso ai lavoratori della Sardinia Green Island una convocazione entro maggio ma quella convocazione non è ancora arrivata. Da brava fidanzata la Saba risponde “ci provo”. Del resto anche lei è sarda.
Ma non ci sarebbe invero nessuna necessità che la fidanzata di Di Maio ricordasse al suo Luigi le promesse che lui ha fatto.
Perchè dovrebbero essere gli uffici del MISE a farlo. Sono mesi che i lavoratori dell’azienda con sede a Macchiareddu (Cagliari) chiedono un incontro con il ministro. Sul tavolo c’è il rinnovo degli ammortizzatori sociali che però è finalizzato al rilancio della produzione e dell’area industriale di Assemini.
Ma Di Maio non risponde e sindacati e dipendenti rimangono appesi ad una delle tante promesse da campagna elettorale fatte dal vicepremier.
La prima richiesta di incontro risale al 23 ottobre 2018, un nuovo appello era stato lanciato a febbraio di quest’anno, seguito a quanto pare dalla promessa di un incontro a maggio. Ma si sa come vanno le cose: archiviata la pratica delle regionali in Sardegna c’era da pensare alle elezioni europee. Eppure il ministro dovrebbe occuparsi di fare il suo lavoro, quello per cui lo paghiamo, e non esclusivamente delle sorti elettorali del suo partito.
I lavoratori della Sardinia Green Island non sono gli unici a perorare la propria causa sul profilo Instagram di Virginia Saba.
C’è anche chi ricorda alla fidanzata del vicepremier un’altra promessa: quella relativa alle chiusure domenicali dei centri commerciali. In questo caso però la risposta della Saba è molto meno diplomatica: “parla con una che la domenica ha sempre lavorato“. Che sia per questo che Di Maio ha smesso di occuparsi del problema? La sua ragazza gli ha fatto cambiare idea? Ah, saperlo.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 3rd, 2019 Riccardo Fucile
LA VICENDA WHIRLPOOL SCOPERCHIA UNA CRISI SENZA PRECEDENTI: AL MISE 140 VERTENZE
Una situazione drammatica. Non si può definire in altro modo la crisi industriale che,
soprattutto al Sud, sta mettendo in ginocchio migliaia di famiglie. A fare il punto della situazione è Il Mattino di Napoli:
Sono circa 140 i tavoli di grandi vertenze industriali aperti al ministero dello Sviluppo: coinvolgono quasi 200mila lavoratori, dei quali 80mila al Sud. Ma all’interno di questo gruppo c’è un numero di vertenze, una sessantina, che difficilmente porterà a un rilancio, per la maggior parte nel Mezzogiorno. Qui tra i 15mila e i 20mila addetti potrebbero rimanere soltanto con gli ammortizzatori e nessuna speranza di trovare un’altra occupazione. “Perchè sotto Roma – spiega un funzionario del ministero – mancano le infrastrutture, il mercato e le banche, quindi è difficile trovare imprenditori disposti a investire. Di conseguenza, non resta che rispondere all’emergenza con la cassa integrazione”.
La crisi investe interi settori, dalla meccanica all’arredamento, dalle comunicazioni al commercio. A fine anno la spesa totale per cassa integrazione potrebbe sfiorare i 10 miliardi di euro. In molti casi, come nella vicenda Whirlpool, l’ipotesi di rilancio è molto difficile.
Il Mattino fa un elenco delle emergenze nel Sud, dai 1.500 ex addetti di grandi catene come Carrefour, Coop e Tony, ai 290 operai della Industria Italiana Autobus; da Firema al gruppo Natuzzi; da Almaviva agli ex dipendenti Fiat a Termini Imerese.
Stamattina, intanto, i lavoratori della Whirlpool di via Argine a Napoli si riuniscono in assemblea per mettere a punto una strategia comune allo scopo di contrastare la decisione della multinazionale e rilanciare le iniziative di lotta degli operai. Ma l’attenzione di tutti è concentrata sul vertice convocato per martedì alle 15 al Mise e sul ruolo che potrebbe assumere il governo in questa delicata trattativa. Per quel pomeriggio è annunciato un vero e proprio esodo dei lavoratori verso la Capitale, con almeno mille persone pronte ad un sit-in di protesta nei pressi della sede del ministero. Molti lavoratori saranno accompagnati dai familiari per rimarcare il peso sociale che una decisione del genere assumerebbe in un territorio già devastato dalla crisi come quello napoletano.
Nella fabbrica occupata, non mancano iniziative originali a sostegno della mobilitazione. Molti opera indossano la maglietta della divisa da lavoro con una spunta verde sul simbolo aziendale. Una risposta alle slide presentate dalla multinazionale venerdì scorso ai sindacati che ‘cancellavano’, con una spunta rossa, lo stabilimento partenopeo dalla geografia della Whirlpool in Italia.
(da “Huffingontpost”)
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Giugno 1st, 2019 Riccardo Fucile
LA PROTESTA PER DIFENDERE IL POSTO DI LAVORO DOPO L’ANNUNCIO DELLA CESSIONE DEL SITO
Prima notte di presidio allo stabilimento di via Argine di Napoli per i lavoratori di Whirlpool. Circa cinquanta operai sono rimasti nelle varie aree della struttura in segno di protesta contro la cessione dello stabilimento comunicata dai vertici della multinazionale al sindacato
I lavoratori hanno presidiato la sala auditorium, la portineria, il parcheggio e il piazzale antistante l’ingresso.
Alcuni di essi si sono sistemati in una tenda da campeggio attrezzata a pochi metri dal varco principale di accesso della fabbrica.
“Molti nostri compagni – afferma Donato Aiello, della Rsu Fiom – sono ancora sotto choc per questa decisione comunicata dall’azienda. Abbiamo passato la notte a discutere e ad organizzare la nostra mobilitazione”.
Lunedì mattina, all’interno dello stabilimento di via Argine, è in programma l’assemblea promossa dalle tre organizzazioni di categoria Fim Fiom e Uilm, alla quale interverranno i vertici nazionali delle tre sigle.
Il sindaco della città è andato a portare la sua solidarietà ai lavoratori: “Sono stato al presidio delle lavoratrici e dei lavoratori Whirlpool a via Argine. Centinaia di lavoratrici e lavoratori che stanno rischiando il proprio lavoro per colpa di accordi disattesi. La città , il sindaco e tutta l’amministrazione comunale lotteranno al loro fianco affinchè non sia toccato neanche un posto di lavoro. È una battaglia per la città , per un sito industriale produttivo che crea sviluppo, per contrastare degrado e crimine. È una lotta per il lavoro dignitoso e onesto. L’assistenzialismo non lo vogliamo. Napoli non vuole discriminazioni, siamo competitivi. Non molleremo fino a quando non vinceremo”, ha scritto su Facebook Luigi de Magistris.
Il consigliere Nino Simeone propone di svolgere nella fabbrica un consiglio comunale: “Non possiamo accettare la chiusura del sito Whirlpool di Napoli: metteremo in campo tutte le azioni necessarie a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici e chiederò alla conferenza dei capigruppo, di svolgere un Consiglio Comunale monotematico all’interno della fabbrica”.
(da “Huffingtonpost”)
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