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INTERVISTA AL PATRON DI PRADA: “NON E’ CERTO L’ART 18 IL NODO CHE BLOCCA LA CRESCITA”

Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

“INVECE CHE INVOCARE NUOVE REGOLE, GLI IMPRENDITORI RITROVINO IL CORAGGIO DI INVESTIRE”

Dottor Bertelli, lei che guida un grande gruppo come Prada, ritiene che Matteo Renzi abbia fatto bene a mettere in campo la contrapposizione sull’articolo 18?
«Era abbastanza prevedibile che sull’articolo 18 si sarebbe aperta una contesa forte e ora occorre trovare una soluzione. Ma se, come qualcuno dice, l’articolo 18 è diventato un simbolo che in Europa chiedono di togliere in cambio di una maggiore flessibilità  sulle regole di bilancio, allora penso che dovremmo andare in questa direzione».
È sicuro che senza articolo 18 si riuscirà  ad avere più crescita e più lavoro in Italia?
«Su questo ho miei dubbi, poichè l’articolo 18 riguarda un numero molto limitato di lavoratori. Io credo che invece di invocare nuove regole per il lavoro le imprese dovrebbero puntare di più su sè stesse. Per rimettere in moto la crescita occorre che gli imprenditori ricomincino a investire, trovino il coraggio di conquistare nuovi mercati all’estero mettendo a rischio una parte dei loro capitali».
Ma lo scontro in atto tra le forze politiche sul lavoro rischia di provocare una crisi di governo. Renzi deve andare avanti lo stesso?
«La realtà  è che molti politici hanno paura che Renzi riesca a fare le riforme prendendosi tutti i meriti e diventando così troppo forte e troppo autonomo. Ecco perchè il disegno sarebbe quello di fare cadere il governo ma senza andare a elezioni e promuovere un nuovo esecutivo che distribuisca il merito delle riforme su un più ampio spettro politico».
La critica più ricorrente è che il governo abbia messo troppa carne al fuoco e rischia di non portare a casa niente. È così?
«È normale che con tanta carne al fuoco qualche bistecca si brucerà . Ma io dico che per fare le riforme dello Stato occorre lo sforzo di tutti, remando nella stessa direzione, e che queste saranno sicuramente perfettibili.
Anche all’interno del Pd stanno crescendo i malumori.
«Essendo il Pd nato con tante anime diverse, che Bersani e D’Alema siano uniti e che non abbiano la stessa visione di Renzi mi pare abbastanza scontato».

Giovanni Pons

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OGNI ANNO 17.000 LICENZIAMENTI, SOLO UN QUARTO TORNA IN AZIENDA

Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile

CON LA RIFORMA FORNERO E’ GIA’ POSSIBILE ALLONTANARE I DIPENDENTI PER MOTIVI ECONOMICI.. TRA ACCORDI, RINUNCE E PROCESSI, ALLA FINE LA MAGGIOR PARTE DEI LAVORATORI SCEGLIE L’INDENNITA‘

«L’articolo 18? Stiamo discutendo di un tema che riguarda 3mila persone l’anno in un Paese che ha 60 milioni di abitanti», ha detto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi.
Si sbaglia: secondo i dati ufficiali del ministero del Lavoro, solo nel gennaio-giugno 2014 ha riguardato 8537 persone.
Potrebbero essere 15-16 mila per l’intero anno in corso.
Pochi, tanti? Noi abbiamo cercato di rispondere alla seguente domanda: quante persone vengono effettivamente licenziate per «giustificato motivo oggettivo» (sono i cosiddetti «licenziamenti economici» di cui si sta discutendo) nelle aziende con oltre 15 dipendenti? La risposta esatta a questa domanda è impossibile darla, per una serie di paradossi legislativi, amministrativi e statistici.
Consultando gli unici dati disponibili, quelli del ministero del Lavoro, possiamo dire soltanto che dall’agosto del 2012 (data di entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro) fino al giugno 2014, 39.405 lavoratori sono passati per i meccanismi giudiziari previsti dalla legge.
Tanti sono i lavoratori che hanno ricevuto la comunicazione del loro datore di lavoro di volerli licenziare.
Non siamo in grado di dire esattamente quanti di costoro abbiano perso il posto: ragionevolmente, si può stimare che almeno tre su quattro (dunque 30 mila circa) alla fine abbiano lasciato la vecchia azienda in cambio di una somma di danaro.
Facciamo un passo indietro.
La riforma Fornero del 2012 ha già  intaccato in modo significativo l’articolo 18, rendendo possibile (ad alcune condizioni) il licenziamento individuale in una azienda con più di 15 dipendenti.
Ricordiamo anche che il licenziamento senza reintegro è possibile anche per «giusta causa» (se il dipendente ruba) e per «giustificato motivo soggettivo (se non lavora).
E ci sono i licenziamenti collettivi in caso di crisi aziendale.
Quando un datore di lavoro vuole fare un «licenziamento economico», in base alla legge deve avviare una procedura obbligatoria di conciliazione presso la direzione provinciale del Lavoro.
Se l’ufficio non risponde in sette giorni il licenziamento è valido (è successo a 490 persone nel primo semestre 2014).
Questo tentativo di conciliazione può sfociare in una causa giudiziaria se le parti non si mettono d’accordo (2563 su 8047 sempre nel primo semestre).
Oppure in un accordo (4310 situazioni): il lavoratore accetta dei soldi e se ne va (la stragrande maggioranza dei casi) o l’azienda rinuncia al licenziamento (solo 428 casi).
In conclusione, certamente degli 8537 lavoratori «pre-licenziati» nei primi sei mesi dell’anno, 4372 hanno finito per perdere il posto.
A parte 1174 casi indicati misteriosamente come «altro», del destino dei 2563 andati in tribunale non sapremo mai esattamente nulla.
Perchè, come spiegano gli esperti, per una strana dimenticanza non è stato assegnato un «codice amministrativo» a questo tipo di cause.
Che dunque non sono rilevate statisticamente.
Secondo le rilevazioni della Cgil, considerate attendibili, nel 2013 nell’80-90% il giudice avrebbe dato ragione al lavoratore, reintegrandolo nel posto di lavoro.
Ma due terzi dei lavoratori reintegrati avrebbe scelto comunque di lasciare il vecchio posto in cambio di un’indennità , maggiore di quella che avrebbe spuntato inizialmente.   Gli scarni dati disponibili consentono di sviluppare alcune considerazioni.
Si conferma che in testa alla classifica delle «comunicazioni obbligatorie» ci sono le Regioni dove maggiore è l’attività  economica, come la Lombardia, il Lazio e il Veneto. Come fa notare l’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola – sulla base di un recentissimo documento dell’Isfol – «appena approvata la riforma Fornero c’è stata da parte dei datori di lavoro più fortemente motivati a licenziare una immediata attivazione. Questo, insieme alla forte crisi congiunturale a cavallo tra 2012 e inizio 2013, ha fatto sì che inizialmente i numeri dei licenziamenti economici siano stati più importanti».
Alla fine quasi 40 mila casi di avviato licenziamento nelle imprese con più di 15 dipendenti in 24 mesi (se il trend sarà  costante, potrebbero essere 17 mila nel 2014) non sono obiettivamente moltissimi.
Ma neanche così pochi, dicono in casa Cgil.
Primo, perchè non sarà  mai possibile misurare (finiranno nell’elenco delle «dimissioni volontarie») tutte le situazioni in cui il lavoratore, informato più o meno garbatamente della volontà  del suo datore di lavoro di licenziarlo in cambio di soldi, accetta l’assegno e si licenzia.
Dunque, dicono i sindacalisti, anche con l’articolo 18 riveduto e corretto da Elsa Fornero, i licenziamenti individuali con indennizzo (tra quelli «nascosti» e quelli ufficializzati con la comunicazione) esistono eccome.
Togliere il potere deterrente dell’articolo 18 servirà  solo a diminuire l’importo dell’assegno per il lavoratore che perde il suo impiego.
E a favorire la cacciata dalle aziende dei lavoratori che verranno considerati, caso per caso, «problematici».

Roberto Giovannini

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IL FAVORE DI RENZI AI BANCHIERI: L’EMENDAMENTO SUL DEMANSIONAMENTO

Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile

GLI ISTITUTI DI CREDITO STANNO TEMPOREGGIANDO SUL RINNOVO DEL CONTRATTO COLLETTIVO

Ritrovarsi da un giorno all’altro a svolgere mansioni inferiori e con un salario più basso.
Per decisione dell’azienda e senza troppe discussioni.
Nel Jobs Act di Matteo Renzi, non c’è solo il “superamento” dell’articolo 18. C’è anche questa novità , caldeggiata dall’Abi, la lobby bancaria, che va a riscrivere l’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori, quello che riguarda il divieto di assegnare il dipendente a mansioni inferiori e di ridurne la retribuzione.
L’obiettivo, secondo quanto recita l’emendamento governativo alla legge delega, è di contemperare “l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità  e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.
Non che il problema di riassegnare i lavoratori a nuovi compiti, anche inferiori, sia nuovo.
Di accordi di questo tipo, nell’ambito di riorganizzazioni e ristrutturazioni seguite a situazioni di crisi o di aggrazioni, ce ne sono stati diversi finora.
Nel mondo bancario in primis. E comunque a parità  di salario.
Ma secondo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti occorre il “sostegno della norma” introdotta nel Jobs act sennò “dopo ci troviamo di fronte a discussioni e conflitti”. Sebbene il contenuto definitivo della norma sia ancora ignoto e verrà  fuori solo quando il governo approverà  il testo finale, l’ampiezza della delega lascia presumere un punto di arrivo che mette in discussione tanto la contrattazione quanto il mantenimento del livello salariale.
C’è insomma “il rischio di una torsione autoritaria”, secondo i senatori della minoranza Pd che hanno presentato degli emendamenti per circoscrivere meglio la delega sul punto in questione, mettendo dei paletti sui livelli salariali.
La nuova norma, in ogni caso, potrebbe avere impatti rilevanti sulle banche, che peraltro sono in attesa di conoscere i risultati degli stress test europei e gli eventuali impatti sui bilanci di quest’anno.
Non è un caso, perciò, che dopo aver disdettato con mesi di anticipo il vecchio contratto scaduto a giugno, ora stiano continuando a prendere tempo per il nuovo accordo che riguarda 309mila lavoratori del settore.
Un atteggiamento che sta innervosendo non poco i sindacati, a cominciare dalla Fabi, la sigla più importante della categoria, che martedì 23 settembre ha incontrato il ministro Poletti. Ma anche la Fisac-Cgil, la Uilca e la Fiba Cisl hanno minacciato la mobilitazione.
L’attendismo della lobby bancaria si spiegherebbe, oltre che con gli stress test, anche con la speranza di riuscire a negoziare il nuovo accordo in un contesto nuovo e più favorevole disegnato dal Jobs Act.
La revisione della disciplina sulle mansioni, con l’eventuale possibilità  di demansionamento e contestuale riduzione del salario, è un obiettivo che all’Abi sta a cuore molto più che l’articolo 18.
Con la chiusura delle filiali imposta dalle evoluzioni della tecnologia, molti quadri direttivi sono in esubero e un’opzione è di utilizzarli allo sportello, come venditori/consulenti.
Dichiarazioni ufficiali non ve ne sono, ma fonti vicine alla lobby bancaria hanno ammesso che “l’Abi vede con favore una norma che permetta di attenuare la rigidità  attuale sulle mansioni”.
Magari senza doversi piegare alla contrattazione di secondo livello. Passaggio, questo, che finora ha permesso di gestire non poche situazioni di esubero in tutti i gruppi del credito.
Da Intesa Sanpaolo a Ubi, via Unicredit fino al Banco Popolare. Qui, l’accordo raggiunto a inizio anno sugli esuberi dell’istituto veronese ha previsto anche 640 demansionamenti facoltativi.
Ogni quadro potenzialmente “demansionabile”, cioè, ha potuto scegliere se rendersi disponibile per una mansione equivalente (accettando quindi l’eventuale trasferimento) oppure rinunciare alle mansioni da quadro e tornare allo sportello: con uno stipendio maggiorato.

Lorenzo Dilena

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IL LAVORO SECONDO OSCAR FARINETTI E LA PROTESTA INTERNA A EATALY

Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile

L’AMICO DI RENZI E LE QUOTE DI PRECARI OLTRE LA NORMA: E’ IL NUOVO MODELLO DI LAVORO DEL PREMIER

La spina nel fianco di Oscar Farinetti si chiama Eataly Firenze, è lo store aperto nel dicembre 2013 con la benedizione di Matteo Renzi e la promessa di impiegare 120 persone – oggi non arrivano ai cento.
Ed è il primo punto vendita ad avere organizzato una protesta visibile, lo scorso 30 agosto, quando tre dipendenti ai quali non era stato rinnovato il contratto hanno richiamato telecamere e taccuini per raccontare che l’imprenditore molto vicino al premier impiegherebbe una quota di precari ben oltre il consentito dalle leggi.
Non solo: turni lunghi e decisi all’ultimo momento, iniziative giudicate antisindacali e “totale assenza di comunicazione tra azienda e lavoratori”.
Cattiva pubblicità . Ecco perchè Farinetti aveva mandato il figlio Francesco a parlare con i dipendenti ribelli e aveva improvvisamente accettato di assumere a tempo indeterminato 50 persone – a partire dal prossimo gennaio.
Una promessa rinnovata per lo store di Bari, dove è finito sotto accusa per avere impiegato 160 interinali su 173: “Appena si regolarizzerà  la situazione della licenza saranno tutti assunti direttamente, a tempo determinato e indeterminato”, ha garantito in una intervista al Corriere del Mezzogiorno.
Tuttavia domani l’imprenditore torna a scendere nuovamente a Firenze per discutere con i promotori dello sciopero.
Il segno che la paura di una protesta globale dei dipendenti Eataly è tangibile.
Tanto più che proprio oggi un gruppo di lavoratori della catena ha pubblicato una “inchiesta interna” che dal loro punto di vista mette in fila le scorrettezze della dirigenza Eataly che “un po’ dappertutto faceva e fa ancora largo uso di contratti interinali o a tempo indeterminato, e ciò ben oltre i limiti imposti dal Contratto nazionale”.
E rilancia la vertenza sindacale: basta precariato, migliori condizioni di lavoro e la ri-assunzione dei ragazzi che avevano scioperato: l’inchiesta “è uno strumento per tutti i lavoratori di Eataly che vogliono alzare la testa, organizzarsi ed ottenere migliori condizioni di lavoro ed una vera stabilizzazione”
Ecco cosa scrivono:
Con l’assestarsi del carico lavorativo, abbiamo notato che la direzione rinnovava i nostri contratti con una differenziazione stupefacente, pur trattandosi di lavori dello stesso tipo e svolti nello stesso reparto: contratti interinali, contratti d’apprendistato, contratti a tempo determinato e, in minima parte, contratti a tempo indeterminato. Accanto alla differenziazione sopra citata, se ne aggiungeva un’altra, dovuta al fatto che anche il monte ore assegnatoci variava da dipendente a dipendente: 20 ore, 24 ore, 30 ore, 40 ore o a forfait. Se prima, grazie al fatto di essere precari allo stesso modo era semplice percepirsi uniti, in seguito la direzione ha provveduto a spezzettare le condizioni complessive di acquisto della forza-lavoro, dividendoci in tante unità , una apparentemente diversa dall’altra.
Per ciò che riguarda le condizioni di lavoro, fin dall’avvio esse si sono rivelate piuttosto difficili: turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avveniva al momento dell’affissione degli orari: solo chi figurava in turno poteva affermare di avere ancora un lavoro!
Tra le righe del documento, pubblicato sul sito dei Clash City Workers, rete di giovani che agisce come ponte di collegamento tra le nuove realtà  lavorative dove l’art.18 è ormai un sentito dire – trova spazio anche la delusione nei confronti della Filcams-Cgil che, secondo le accuse, sarebbe intervenuta soltanto dopo lo sciopero per aprire un tavolo sindacale con Farinetti.
I lavoratori, insomma, dicono di essersi sentiti soli contro un’azienda da 400 milioni di fatturato e senza una protezione contrattuale: “Siamo dispersi in molte sedi, ognuno con contratto diverso e comunque senza la possibilità  di fare gruppo. È normale che i dipendenti abbiano paura di perdere il posto”, commenta un dipendente dello store di Firenze: “Ma dobbiamo cercare di fare rete a livello nazionale”.
Intanto il fermento si sta propagando nelle sedi Eataly italiane
L’inchiesta è anche un nuovo modo di fare sindacato fuori dal sindacato (e in un certo senso giornalismo senza il giornalismo): “La pubblichiamo online così tutti i dipendenti Eataly potranno leggerla e sapere che i loro diritti sono calpestati”, conclude uno degli estensori.
Una specie di assemblea virtuale collettiva “in assenza di spazi aziendali dove è possibile organizzarla” poichè per il momento negli store “non sono previsti delegati sindacali interni”.
Con una convinzione: “Sanno che quando prenderemo parola uniti, avranno paura”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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JOBS ACT IL MANIFESTO DELLA MALAFEDE

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

CHI AVRA’ MAI INTERESSE A TENERSI UN DIPEDENTE ANCORA TUTELATO DALL’ART 18, QUANDO UN NUOVO ASSUNTO SENZA TUTELE GLI COSTERA’ UN TERZO DI MENO?

La proposta del governo di abolire l’art 18 contiene dei paradossi persino umoristici.
Quegli stessi politici che si indignano di fronte a intercettazioni telefoniche della magistratura che tocchino loro o le loro amicizie vogliono però concedere alle imprese la possibilità  di monitorare con telecamere il lavoro dei dipendenti.
Questi stessi politici che parlano di meritocrazia, con il demansionamento dei dipendenti, costringono un lavoratore ad accettare di fare un lavoro inferiore dopo una vita in cui ha cercato di migliorarsi.
Con la riforma degli ammortizzatori sociali si taglieranno la cassa integrazione e l’indennità  di disoccupazione senza introdurre il salario minimo universale perchè non ci sono fondi adeguati.
Quanto alle “tutele crescenti”, i nuovi assunti nella loro crescita non incontreranno mai più l’articolo 18, quindi il loro contratto a tempo indeterminato in realtà  sarà  finto, perchè essi saranno licenziabili in qualsiasi momento.
Un contratto a termine al minuto, una ipocrita beffa.
L’articolo 18 resterà  come patrimonio personale dei vecchi assunti, quindi non solo mano mano si ridurrà  la platea di chi usufruisce di quel diritto, ma saranno la stesse imprese a essere poste in tentazione di accelerare il ricambio dei loro dipendenti.
Perchè tenersi il lavoratore che ha ancora la tutela dell’articolo 18, quando se ne può assumere uno senza, pagato un terzo in meno?
Renzi non fa niente di nuovo, applica il principio classico degli accordi di concertazione: il “doppio regime”.
I diritti contrattuali, le retribuzioni, le condizioni di orario e le qualifiche, l’accesso alla pensione, son stati negli ultimi trenta anni ridotti per tutti, ma ai nuovi assunti venivano negati completamente, a quelli con più anzianità  di lavoro invece un poco restavano.
I diritti non potevano più essere trasmessi da una generazione all’altra, ma diventavano una sorta di rendita personale per le generazioni che abbandonavano il lavoro.
Questi accordi, sottoscritti dai sindacati confederali e applauditi dagli innovatori ora fan di Renzi, hanno creato l’apartheid.
Renzi stesso mente sapendo di mentire quando sostiene di voler abolire la disparità  di diritti, invece tutti i suoi provvedimenti la rafforzano ed estendono.
Il jobs act non cambierà  nulla nelle dimensioni della disoccupazione anzi i disoccupati aumenteranno, come è avvenuto in Grecia e Spagna che hanno per prime seguito la via oggi percorsa dal governo.
Il jobs act non risolverà  uno solo dei problemi produttivi delle imprese, soprattutto di quelle più piccole che non hanno mai avuto l’articolo 18, ma che sono in crisi più delle grandi.
E allora perchè si fa?
Perchè per Draghi e Trichet   la protezione costituzionale del lavoro è un lusso che l’Italia non può più permettersi.
I padroni d’Europa e della finanza vogliono un lavoro low cost in una società  low cost, e tutto ciò che si oppone a questo loro disegno va trattato come un nemico.
CGIL CISL UIL in questi anni han lasciato passare tutto, sono state di una passività  che il presidente del consiglio Monti arrivò persino a vantare all’estero.
Eppure a Renzi non basta ancora, per lui i sindacati devono generosamente suicidarsi per fare spazio al nuovo.
E questa è la seconda vera ragione del jobs act e del fanatismo con cui viene sostenuto: il valore simbolico dell’attacco all’articolo 18, che Renzi fa proprio per mettersi a capo di un regime, un sistema autoritario che nega la sostanza sociale della nostra Costituzione e riduce la democrazia ad una parvenza formale, fondata sul plebiscitarismo mediatico e sull’assenza di diritti veri.
Il jobs act è parte di una restaurazione sociale e politica con la quale si pensa di affrontare la crisi economica per rendere permanenti le politiche di austerità , che, secondo la signora Lagarde direttrice del Fondo Monetario Internazionale, in Europa non son neppure cominciate. Una restaurazione che nel paese del gattopardo richiede un ceto politico avventuriero disposto interpretarla come il nuovo che avanza.
Per questo il governo Renzi è il governo della menzogna e l’affermazione della verità  è il primo atto di resistenza contro il regime che vuole costruire.

Giorgio Cremaschi
ex segretario nazionale Fiom

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INTERVISTA AL PROF. DEL CONTE: “SIAMO PIU’ FLESSIBILI DELLA GERMANIA, IL MODELLO TEDESCO E’ SOLO UN MITO DA SFATARE”

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DI DIRITTO DEL LAVORO DELLA BOCCONI SMENTISCE RENZI: “IN MATERIA DI LICENZIAMENTI COLLETTIVI ABBIANO NORME TRA LE PIU’ ELASTICHE DEL MONDO, L’IMPRENDITORE PAGA POCHISSIMO”

Maurizio Del Conte è professore di diritto del lavoro alla Bocconi di Milano. Lui, dopo la Banca d’Italia, ha fatto cambiare idea all’Ocse: l’organizzazione internazionale, considerando il Tfr al pari di un indennizzo a beneficio del lavoratore in caso di licenziamento, aveva assegnato all’Italia un punteggio più alto nella classifica dei paesi con i lavoratori più tutelati: «Da lì nasce il mito del modello tedesco», spiega il professore.
Mito sbagliato, dunque, perchè «il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità  anche più forti del nostro» e non è vero «che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente».
L’indice di tutela, una volta corretto il dato, è 2,51 in Italia e 2,87 in Germania. Questo senza considerare altri aspetti che, per il professor Del Conte, dovrebbero incidere sulla valutazione: «Non è indifferente ai fini della tutela», ad esempio, «il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance».
Il tutto senza contare che l’Italia è invece un campione assoluto nei licenziamenti collettivi: «La nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo».
Se invece di considerare il caso di un singolo lavoratore si considera quello di 5 o più lavoratori, o di tutti i lavoratori di un’azienda, «l’imprenditore italiano che decide di licenziare paga pochissimo». E al lavoratore non va nulla.
Altro luogo comune da sfatare. Al contrario di quando viene ripetuto, «il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo».
Anzi, l’idea del contratto a tutele crescenti, proprio per questo, può non essere male. Ci sono però delle condizioni da rispettare. Bisogna ridurre il numero di contratti sì, ma siccome «ne servono comunque diversi», bisogna «prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro».
Come si può pensare, altrimenti, che l’imprenditore ricorra al contratto a tutele crescenti invece di preferire il contratto a tempo determinato senza causale riformato dal ministro Poletti? Non solo: vanno garantiti gli ammortizzatori e l’orientamento. Copiando i tedeschi, magari, in questo caso: «In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Insomma, ben venga la flexsecurity, «se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile», garantito da investimenti e orientamento, «e non traumatico», con gli ammortizzatori universali. Ma bisogna sapere che «nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà  ricche e piccole», come la Danimarca. E che se si vuole esportare la pratica, bisogna investire seriamente. Non bastano certo i due miliardi di cui parlano il giuslavorista Tiziano Treu e il responsabile economia del Pd Filippo Taddei: «L’intenzione del governo, per esser credibile, ha bisogno dei famosi dieci miliardi»
Occhio poi agli interventi sul demansionamento e sulla videosorveglianza: sull’articolo 13 dello statuto dei lavoratori che il governo vuole ritoccare.
«Sarebbe sbagliato», secondo Del Conte, «intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli». Molto meglio seguire l’esempio tedesco, sì, «ma sui consigli di fabbrica e la partecipazione alla governance».
Professore, urge chiarire un mito. Il mercato del lavoro italiano è più rigido di quello tedesco, spesso portato ad esempio, o no?
«No. Il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità  anche più forti del nostro. Soprattutto se non consideriamo solo i parametri presi normalmente in considerazione dalle grandi statistiche, come quella elaborata dall’Ocse. Non è indifferente, nel determinare la rigidità  del sistema, il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance. Nei fatti un imprenditore tedesco, quando si tratta di licenziare, ha difficoltà  analoghe o superiori a quelle di un imprenditore italiano».
Un lavoratore a tempo indeterminato, quindi, è più tutelato in Germania che in Italia?
«Bisogna diffidare di questo gioco, della comparazione di due sistemi molto diversi, ma sì: non è vero che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente. Poi dobbiamo dire che il problema, in Italia, semmai è quello dei licenziamenti collettivi, non di quelli individuali: la nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo. L’imprenditore italiano che decide di licenziare non uno ma tutti i lavoratori, o almeno 5, paga pochissimo, basta che dica che intende procedere a una riduzione del personale per ragioni economiche e lo fa con un costo minimo, 6 mensilità  di contributi al fondo Inps, e al lavoratore non va nulla, salvo gli eventuali ammortizzatori sociali».
Quindi il mito va sfatato. Ma come si è potuto consolidare questo luogo comune?
«C’è il caso che era già  stato segnalato da Banca d’Italia e che noi in Bocconi abbiamo ripreso, in uno studio, del Tfr considerato al pari di un indennizzo, mentre non lo è, essendo una porzione del salario che invece di esser versata al lavoratore viene trattenuta, una volta in azienda ora nei fondi. Ma non è l’unico esempio. Il punto, putroppo, è che il mito è rimasto nonostante le ultime riforme abbiano pesantemente cambiato il quadro».
Ecco, appunto. Il ministro Fornero ha già  ridotto l’applicazione dell’articolo 18. Che effetti possono avere ulteriori interventi?
«Si tratta di capire l’obiettivo e i dettagli della legge delega. Se la linea è quella di dire “facciamo ordine”, creando uno strumento universale di tutela, questo potrebbe avere un effetto positivo, in senso di semplificazione e equità . Perchè questo è il vero punto: noi oggi abbiamo una platea di lavoratori soggetti a regole e tutele troppo differenziate».
Lo dice anche il premier, questo. Però ancora non si capisce, rispetto alla rimodulazione del contratto a tempo indeterminato, quanti contratti precari spariranno. Di quanto dovrà  esser la riduzione dei contratti?
«La riduzione deve esserci ma non è tanto quello il punto, perchè certo non si può immaginare di fare un solo tipo di contratto. Servirà  l’indeterminato a tutele crescenti, ma servirà  anche il determinato, l’apprendistato, l’autonomo. Il punto è prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro. Altrimenti resterà  la tendenza allo shopping delle forme contrattuali, favorendo quelle con meno oneri».
Altro luogo comune da sfatare, quindi, è che l’Italia abbia un mercato del lavoro scarsamente flessibile in entrata. Troppi vincoli, si dice. Troppi oneri, per assumere.
«Assolutamente: il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo. Offriamo ogni genere di possibilità ».
Eppure vengono sempre citati i mini-job tedeschi, come una grave lacuna nell’offerta. «Io direi che dovremmo seguire la Germania nelle cose virtuose, e che la soluzione non sono i mini-job. Se li facciamo in Italia, senza il resto del sistema tedesco, collassa tutto. In Germania, oltre agli ammortizzatori, c’è un fortissimo apparato di orientamento e avviamento al lavoro, in particolare per i giovani.   È un sistema efficiente, che interviene fin dalle scuole. In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove è tutto frammentato e demandato alle regioni, e dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Il modello della flexsecurity, professore, può funzionare nel mezzo di una crisi, quando non si creano posti di lavoro e sembra quindi difficile immaginare l’ideale, rapida, ricollocazione di un lavoratore?
«No, non può funzionare. Intendiamoci, la flexsecurity è un ottimo obiettivo verso cui tendere, ma lo è se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile, garantito da investimenti e orientamento, e non traumatico, con gli ammortizzatori universali. Allora siamo tutti felici. Ma non ci sono le risorse per farlo. Nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà  ricche e piccole, come il classico esempio della Danimarca che pure, nonostante abbia subito la crisi molto meno di noi, ha dovuto restingere le varie misure».
In momenti di crisi una riforma del genere potrebbe anche aggravare la situazione?
«Sì. Perchè o si fanno i famosi investimenti per lo sviluppo, che però oggi non sembrano alle porte, e si investe nelle politiche attive e negli ammortizzatori, oppure si peggiorerà  la situazione dei lavoratori. L’intenzione, insomma, per esser credibile, ha bisogno di quei famosi dieci miliardi».
Dal Pd dicono che ne bastano «due, per cominciare».
«Bisogna fare attenzione a mettere meno risorse: il rischio è che siano sprecate come è stato per l’esperienza di Garanzia giovani. Lì c’erano i soldi ma non abbastanza, e infatti non hanno fatto massa critica sufficiente e quel progetto non sta dando gli sbocchi che ci si aspettava».
Oltre l’articolo 18, il governo vuole intervenire sulle mansioni del lavoratore, per garantire «mobilità  interna alle aziende», rivedendo cioè l’articolo 13 dello statuto dei lavoratori. Sembra un’apertura al demansionamento. Cosa può accadere?
«Nella lege delega c’è la revisione della mansione, e c’è, altro punto molto delicato, la questione del controllo a distanza e della videosorveglianza dei posti di lavoro. Sbagliato, per l’uno e per l’altro tema, sarebbe intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli. L’intervento giusto sarebbe quello di delegare in via sussidiaria alla contrattazione collettiva. È sul luogo di lavoro che si capiscono meglio i processi. Si risponderebbe a quella che è effettivamente un’anomalia italiana che sta nel non concedere abbastanza spazio alla contrattazione collettiva, ed ecco ancora l’esempio tedesco dei consigli di fabbrica. Affidare ancora di più al solo datore di lavoro le funzioni organizzative avrebbe, come sanno perfettamente le imprese, un impatto negativo sulla produttività , abbattendola».

(da “L’Espresso”)

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SMENTITA LA BALLA DI RENZI: IL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA E’ MENO RIGIDO CHE IN GERMANIA

Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

NON E’ VERO CHE IN ITALIA CI SONO PIU’ TUTELE E RIGIDITA’ CHE IN GERMANIA, LUOGO COMUNE NATO DA UN ERRORE OCSE

Tutta colpa del Tfr. E di un errore dei ricercatori dell’Ocse.
Perchè la diffusa convinzione che il mercato del lavoro italiano sia più rigido tra quelli dei paesi più sviluppati nasce da lì.
Dal fatto che all’inizio degli anni Novanta l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, considerò il Tfr, il trattamento di fine rapporto, istituto sconosciuto in tutti gli altri ordinamenti, come una sorta di indennizzo per il licenziamento.
Cosa che invece non è.
Il peso (e il costo) del Tfr condizionò però tutti i dati con il seguente, stranoto risultato: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento; il mercato del lavoro è troppo rigido.
Poi, quasi dieci anni dopo, l’Ocse ritornò sui suoi passi, senza alcun clamore però, dopo che l’errore era stato denunciato dalla Banca d’Italia e anche da un giovane studioso del diritto del lavoro della Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte.
L’Ocse ricalcolò l’indice di rigidità  del mercato del lavoro italiano.
Per scoprire, fin da allora, che il livello di protezione, articolo 18 dello Statuto dei lavoratori compreso, non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti.
Non lo è di certo rispetto alla Germania, al cui modello ora tutti dicono di ispirarsi. Ma anche all’Olanda e alla Svezia.
Mentre può fare poco testo il Portogallo che comunque ha maggiori rigidità  di noi.
«Il luogo comune, però, è rimasto. Noi continuiamo ad essere il paese dei luoghi comuni sul mercato del lavoro», commenta Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’Università  di Milano Bicocca
Torniamo all’Ocse, alle tabelle dell’organizzazione parigina.
Nel 2013 l’Ocse assegna un indice 2,51 all’Italia relativamente alla protezione che viene accordata a un lavoratore con contratto a tempo indeterminato.
Protezione che riguarda soprattutto le tutele di fronte al licenziamento. Più l’indice è alto, più rigido è il mercato.
Bene, la Germania ha un indice pari a 2,87, superiore al nostro. E superiori a quello italiano sono pure gli indici dell’Olanda (2,82), uno dei paesi della cosiddetta flexsecurity, e della Svezia (2,61), classico paese nordico dal welfare pesante.
Ed è interessante osservare che tra il 2012 e il 2013 l’indice è rimasto invariato in Germania, Olanda e Svezia, mentre è calato proprio da noi (era stabile a 2,76 fin dal 1985) per effetto della legge Fornero sul lavoro che ha modificato non poco, e per la prima volta, la vecchia versione dell’articolo 18, lasciando la possibilità  del reintegro automatico nel posto di lavoro solo nel caso di licenziamento discriminatorio e affidando al giudice l’eventualità  di decidere il reintegro anzichè l’indennizzo monetario nel caso di licenziamento motivato con ragioni economiche evidentemente fasulle.
Ma ad incrinarsi nelle tabelle dell’Ocse è anche un altro luogo comune: quello sulla scarsa flessibilità , rispetto agli altri paesi, dei nostri contratti per entrare nel mercato del lavoro.
In particolare l’Ocse ha preso in considerazione i vincoli che un datore di lavoro si trova davanti quando intende ricorrere al contratto a tempo determinato.
L’Italia – prima però dell’ultimo intervento legislativo del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità  e consentendo tre proroghe in cinque anni – è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75.
Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l’Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna. Quella dell’Italia è stata una discesa ripida verso la flessibilità  se si pensa che prima del pacchetto Treu (1997) il relativo indice Ocse era 4,75.
«Il problema cruciale è dunque un altro», spiega Reyneri. Ed è evidenziato anche questo in uno studio dell’Ocse del 2009 dove si analizzano i tempi di durata dei processi nelle cause di lavoro.
In Italia durano in media circa 24 mesi, 12 mesi in più circa che in Francia o in Svezia.
Sopra l’asticella dei 20 mesi siamo insieme a Slovacchia e Repubblica Ceca. In Germania durano intorno ai quattro mesi.
In Italia si va in appello in più del 60 per cento dei casi, in Germania in meno del 5 per cento.
E se fossero queste le vere anomalie italiane?
E se fosse per queste ragioni che gli investimenti esteri arrivano con il contagocce in Italia e la colpa non fosse dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?

Roberto Mania
(da “La Repubblica”)

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DEMANSIONAMENTO, TELECAMERE E VIA ART 18: ECCO COME SARA’ IL JOBS ACT

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

MANSIONI FLESSIBILI, CONTROLLO DEI LAVORATORI E TUTELE CRESCENTE, SALARIO MINIMO PER I CO.CO.PRO. E REVISIONE DEL NUMERO DEI CONTRATTI

La premessa è d’obbligo. L’emendamento alla legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, che sintetizza l’accordo della maggioranza e le intenzioni del governo, è vago, come solo le leggi delega sanno essere.
E così, dell’annunciato contratto a tutele crescenti, che per i nuovi assunti sostituirà  il contratto a tempo indeterminato, non si sa molto, se non che il governo dovrà  normarlo, riscrivendo – su delega del parlamento, appunto – lo Statuto dei Lavoratori.
Sì conoscono però i testi di riferimento del premier, in materia, a cominciare dal lavoro del senatore Pietro Ichino.
Lo stesso vale per il tema delle mansioni, cioè   per quello che sarà  dell’art. 13 dello Statuto dei Lavoratori, dove però si lascia immaginare che le imprese avranno più possibilità  di demansionare, e potranno contare su mansioni più flessibili.
L’iter, comunque, è questo: il Senato dovrà  approvare la legge delega, che ha incassato per ora solo il via libera della commissione Bilancio, con i democratici che hanno votato compatti, nonostante i malumori espressi a mezzo stampa.
Poi la legge dovrà  essere approvata dalla Camera. Solo dopo, il governo, entro sei mesi dall’approvazione, la riempirà  di contenuti, sciogliendo definitivamente tutti i nodi, compresa l’entità  della sospensione dell’art. 18 per i nuovi assunti.
Le deleghe che il governo si farà  assegnare dal parlamento, al netto dei dettagli, annunciano però alcune importanti novità .
Ecco uno schema in costante aggiornamento.
ARTICOLO 18
Maurizio Sacconi è contento. Stefano Fassina dice che quella che ha in mente Renzi è una cosa «di destra». I sindacati pensano allo sciopero generale. Elsa Fornero dice che a lei il Pd ne ha dette di tutti i colori per molto meno. Anche se l’emendamento non cita espressamente l’art.18, in sostanza, il governo avrà  mandato di riformare il contratto a tempo indeterminato, che per ogni nuovo assunto diventerà  il «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità  di servizio».
Il principio, su cui dovrà  applicarsi il governo è cioè questo: ogni nuovo assunto, sia alla prima esperienza lavorativa o sia un disoccupato che rientra nel mercato del lavoro, non avrà  da subito diritto alle stesse tutele garantite dal precedente contratto a tempo indeterminato, ma le otterrà  gradualmente. Quanto gradualmente,   appunto (e cioè per quando durerà  la sospensione dei diritti) lo dovrà  stabilire il governo.
La sospensione, stando alle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti vicino al premier, e alle proposte già  depositate da alcuni deputati del Pd, e dal senatore PIetro Ichino (oggi in Scelta Civica), dovrebbe riguardare anche l’art.18.
DEMANSIONAMENTO
Oggi l’art. 13 dello Statuto dei lavoratori sancisce che «il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria   superiore che abbia successivamente acquisito».
In sostanza, se fai un lavoro per quel lavoro devi esser contrattualizzato e pagato. Il resto è un illecito, sia se si svolge una mansione superiore alla propria qualifica, sia se con una determinata qualifica si viene messi a svolgere una mansione inferiore, vedendo così ugualmente lesi i propri diritti, tra cui quello alla crescita professionale.
Il governo chiede di poter rivedere la   «disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità  e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento».
SALARIO MINIMO
Rispetto al testo precedente, con il suo emendamento il governo prevede di introdurre «anche in via sperimentale» il compenso orario minimo per le prestazioni di lavoro   subordinato, estendendolo però anche «ai rapporti di lavoro co.co.co., nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi».
È questo l’unico punto non oggetto di contesa con i sindacati, anche se bisognerà  capire l’entità  del salario minimo, per evitare che possa rappresentare un autogol come è stato nel caso del contratto nazionale giornalistico, che ha visto sì stabilire delle tariffe minime che però, a detta dei precari, hanno solo reso legali paghe troppo basse.
RIORDINO
Anche per garantire l’efficacia del contratto a tutele crescenti, il governo avrà  poi mandato per l’«abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato».
Si deve sfoltire le numerose forme contrattuali, «al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà  interpretative e applicative». Il governo dovrebbe predisporre «un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro»
TELECAMERE SUL POSTO DI LAVORO
Il governo, si legge nell’emendamento, «tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità  e della riservatezza del lavoratore», avrà  mandato di revisionare la «disciplina dei controlli a distanza» dell’attività  dei lavoratori. Il governo, in sostanza, dovrà  aprire all’uso delle telecamere sui luoghi di lavoro, ad oggi espressamente vietato dallo Statuto, e concessa «previo accordo con le rappresentanze sindacali» solo per garantire la sicurezza o per esigenze produttive.

Luca Sappino

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QUANTE BALLE SULL’ART 18: L’IDEA CHE ABBATTENDO I SALARI SI ESCA DALLA CRISI E’ SMENTITA DAI FATTI

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LO DIMOSTRA LA GRECIA DOVE A FRONTE DI UN CROLLO DELLE RETRIBUZIONI CRESCE LA DISOCCUPAZIONE E AUMENTA IL DEBITO

Le nuove proposte del governo Renzi sul mercato del lavoro mirano ad accrescere ulteriormente la flessibilità  dei contratti, prevedendo in alcuni casi anche l’abolizione delle tutele dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati.
I fautori della riforma sostengono che occorre superare le rigidità  e i dualismi del mercato del lavoro italiano per rilanciare l’economia e l’occupazione.
Tuttavia i dati dell’OCSE mostrano una realtà  ben diversa da quella che viene solitamente raccontata.
Basti notare che tra il 1999 e il 2013 l’Italia ha già  fatto registrare una delle più pesanti cadute degli indici di protezione dei lavoratori, addirittura tripla rispetto alla riduzione che si è registrata nello stesso periodo in Germania.
Questo significa, per intenderci, che le riforme Biagi e Fornero hanno accresciuto la precarizzazione del lavoro molto più della famigerata riforma Hartz realizzata in Germania.
Inoltre, oggi l’Italia si caratterizza per un livello generale di protezione dei lavoratori pressochè in linea con quello di molti paesi europei, come Germania e Belgio, e inferiore al livello generale di protezione dei lavoratori in Francia.
Ed ancora, la protezione dei lavoratori a tempo indeterminato è già  inferiore a quella che si registra in Germania.
Riguardo poi al dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori temporanei, questo in Germania è oltre tre volte maggiore che in Italia.
Infine, come è noto, per la stessa ammissione dell’attuale capo economista del FMI, vent’anni di ricerche empiriche hanno negato l’esistenza di una relazione tra maggiore precarietà  del lavoro e minore disoccupazione.
Di fatto, l’unico effetto plausibile dei contratti precari è che essi riducono il potere rivendicativo dei lavoratori e quindi consentono di ridurre i salari.
Ma l’idea che abbattendo i salari si esca dalla crisi è anch’essa smentita dai fatti.
Lo dimostra la Grecia, che nonostante un vero e proprio crollo delle retribuzioni continua a registrare crescita della disoccupazione e aumenti del debito.

Emiliano Brancaccio

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