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INTERVISTA A PIERRE CARNITI: “CHI VUOLE L’ABOLIZIONE DELL’ART. 18 NON HA MAI VISTO UNA FABBRICA”

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX LEADER DELLA CISL: “VANNO CREATI NUOVI POSTI DI LAVORO, NON DIMINUITE LE TUTELE”

La discussione sull’articolo 18?
«Dibattito tipicamente estivo. Molti di coloro che ne parlano non sono mai stati in una fabbrica ».
Pierre Carniti, storico leader della Cisl, non si appassiona alla querelle innescata dal diktat di Alfano: «Più che una discussione ideologica, mi sembra teologica»
Carniti, periodicamente si sostiene che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori blocca la ripresa economica. È d’accordo?
«Mi pare una tesi un po’ demenziale, di quelle che animano la discussione sotto l’ombrellone per fare due chiacchiere con il vicino»
Eppure la sostengono fior di politici ed economisti.
«Mi dica, quanti di loro hanno mai visto una fabbrica? Sono tutti esperti, professori, per carità . Ma la realtà  è spesso molto diversa da come la si studia
Ammetterà  che lo Statuto dei lavoratori è nato in un momento diverso dall’attuale. Non è venuto il momento di cambiare?
«Certo, il periodo storico ed economico era assai diverso. Si era alla fine degli anni Sessanta, l’Italia era in pieno boom economico, c’era oggettivamene meno precarietà  di oggi. Io non sono mica contrario ad ammodernare le norme, solo vorrei che si evitasse di aprire una discussione rovesciata».
Rovesciata?
«Beh, è abbastanza strano che per affrontare la crisi per mancanza di lavoro si parta dall’articolo 18. Il lavoro va creato, vanno promossi gli investimenti. Se si riuscirà  a fare questo poi ci si potrà  mettere intorno a un tavolo a discutere dell’articolo 18. Lo Statuto dei lavoratori va aggiornato ma l’aggiornamento dovrebbe servire per aumentare le tutele anche a chi oggi è precario».
Dunque non è vero che lo Statuto blocca la ripresa?
«Ma per piacere. Oggi metà  dei lavoratori italiani vive senza le tutele dello Statuto e non mi pare che questo abbia posto le premesse per una vigorosa crescita dell’economia».
Discussione ideologica?
«Direi piuttosto teologica. Del tipo: ‘Lei crede in Dio?’. C’è chi ha la fortuna di crederci e chi no ma il dibattito finisce lì. Chi sostiene che l’articolo 18 blocca la crescita fa un ragionamento simile: lo sostiene e basta. A prescindere dalle dimostrazioni».

(da “La Repubblica”)

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E’ SCONTRO SULL’ART 18, IL PD STOPPA ALFANO: “NE’ TABU’ NE’ BANDIERINE”

Agosto 12th, 2014 Riccardo Fucile

GUERINI: “DISCUSSIONE NELLA DELEGA”…BOBBA: “CAMBIARLO NON SERVE”… SINDACATI IN RIVOLTA

Fra tabù da sfatare e bandierine di partito da agitare, si riapre lo scontro sull’articolo 18.
Via subito la norma dello Statuto dei lavoratori, già  con lo sblocca-Italia, come chiede Alfano? Entro agosto non se ne parla, è la risposta del numero due del Pd Lorenzo Guerini, «ma il tema può entrare nella legge delega che è in Senato».
Una proposta di mediazione, mentre Ncd e Forza Italia spingono per il colpo di spugna e invece molte voci del Pd e di Sel fanno muro per salvare la norma anti-licenziamenti.
Guerini, spiegando che sarebbe sbagliato anticipare la discussione e usare strumenti impropri (come il decreto sblocca-Italia, all’esame del governo il 29 agosto), apre uno spiraglio al pressing di Alfano annunciando che la questione lavoro sarà  affrontata in Senato «senza tabù ideologici ma anche senza bandierine, esaminando le proposte messe in campo».
Ma per l’Ncd conta la sostanza, e un accordo entro agosto.
Lo sostiene Gaetano Quagliariello, «norma nello sblocca-Italia o criterio di delega, quello che per noi conta è un chiarimento da qui al 31 agosto ». La posizione di Guerini è «apprezzabile», ma il vicesegretario del Pd «dimentica che siamo stati costretti ad assumere l’iniziativa per il superamento dell’art.18 dal persistente rifiuto di considerare criterio di delega nel jobs act la riforma del contratto a tempo indeterminato»
Ma moltissime sono le voci in dissenso rispetto all’uscita di Alfano, anche perchè appena due anni fa, con la legge Fornero, è già  stato cambiato.
Critiche dalla Fiom. Contrario anche il segretario della Cisl, Bonanni: «Caro Angelino non serve abolire l’articolo 18 visto che aziende assumono con contratti a termine e false partite Iva. Aboliamo quelle».
Per il sottosegretario Pd al Lavoro Luigi Bobba «il nuovo articolo 18, quello cambiato dalla legge Fornero, già  funziona.
Non si vede la ragione di fare un’altra modifica».
Molto duro Cesare Damiano, presidente commissione Lavoro della Camera, «la maggioranza non è al servizio delle bandierine del partito di Alfano. Se non è un monocolore del Pd, figuriamoci se lo è dell’Ncd».
E per il coordinatore nazionale di Sel, Nicola Fratoianni, l’abolizione dell’articolo 18 è solo una vecchia ricetta, «ma scopriamo che per Guerini il problema non è questo, ma solo la necessità  di non anticipare i tempi. Insomma Pd e destra sono divisi solo sulla tempistica. Noi ci opporremo ai conservatori».
Invece Maurizio Sacconi, presidente dei senatori dell’Ncd, apprezza le posizioni del vicesegretario democratico.
«Guerini dice che del tema si può e si deve parlare senza pregiudizi nel contesto della legge delega sul lavoro considerandolo alla luce del rafforzamento delle politiche di tutela dei disoccupati. E’ la nostra tesi».
Una tesi, secondo Sacconi, finora negata dai parlamentari del Pd «terrorizzati che potesse aprire uno spiraglio alla riforma delle rigidità  sui licenziamenti e sulle mansioni».

(da “la Repubblica”)

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MAGGIE, NAPOLI E IL LATTE PER I BAMBINI

Agosto 12th, 2014 Riccardo Fucile

LO STATO DEVE FARSI CARICO DEI PU’ DEBOLI, MA NON DEI “FURBI”… SUSSIDI SOLO A CHI SI IMPEGNA IN PRESTAZIONI SOCIALI A FAVORE DELLA COMUNITA’ NAZIONALE

Mi è successo spesso di sentir dire che Margaret Thatcher, con la sua azione politica e di governo, avrebbe penalizzato i più deboli.
L’immagine retorica è sempre stata quella di una Lady di Ferro che “tolse il latte ai bambini”…
In realtà  Maggie non penalizzò per nulla i “più deboli” ma consumò una rivoluzione sostanziale e valoriale nei confronti dei nullafacenti e dei fannulloni e, da quel punto di vista, credo che debba proprio convenirsi, sia dal punto di vista della ricostruzione storica, che in termini di proposizione concettuale e metodologica.
E’ legittimo propugnare che lo Stato, allorchè necessario, ed in costanza di determinate condizioni, si faccia carico delle difficoltà  dei “più deboli”, soprattutto se collegate a quelle condizione di oggettivo disagio scaturenti, ad esempio, dalla perdita involontaria e/o dalla sistemica carenza di un lavoro.
Ma quel principio astratto, quel senso, quell’incanto della solidarietà  va poi declinato in concreto, deve assumere contorni equi e sostenibili e deve saper disegnare scenari nuovi, spingendo ad andare oltre, soprattutto nel meridione, anche dandosi il senso della sfida impossibile.
Sono napoletano e mai come a Napoli quel senso va riveduto e corretto.
C’è tanta brava gente nella mia terra.
Motivo di vanto. Ragione d’orgoglio.
Ma c’è anche chi si ispira a valori diversi ed un po’ di “Thatcherismo” non farebbe male, anzi…
I cortei dei disoccupati sono un fenomeno ricorrente, ad esempio, e che la carenza di lavoro sia fenomeno reale è fuori dubbio. Eppure, e lo dico con contezza e cognizione di causa essendo un piccolo imprenditore locale, è parimenti evidente come almeno il 70, 75% di quei manifestanti, nella realtà  delle cose, non abbia nessuna intenzione di lavorare ma solo quella di continuare ad ottenere sussidi per starsene a casa senza fare nulla e questo è inammissibile.
Gli ammortizzatori sociali, in una società  civile, è giusto che ci siano, ma dovrebbero essere comunque funzionali ad uno scambio sinallagmatico tra la “transuente sovvenzione di Stato” e la contropartita moralmente doverosa a favore dell’intera società .
Una controprestazione che potrebbe tranquillamente assumere anche la forma dei lavori socialmente utili svolti in regimi di “do ut des”, ed anche operando nel terzo settore, nel caso.
E’ assurdo, infatti, che ci si debba far carico di certe necessità  lasciando la gente a casa: reca danno non soltanto a chi versa nella condizione di oggettivo disagio, ma anche alla stessa società .
E’ chiaro che si tratta solo di accenni: la questione è ampia e complessa, soprattutto se si involge anche la ricaduta pratica dei principi e l’articolazione concreta delle risposte.
Ma da qualche parte pur bisogna partire, perchè una destra che propugni la meritocrazia come valore fondante di una sincera scalata sociale, dovrebbe porsele certe questioni.
Del resto non si tratta di neglettare quei doveri di solidarietà  sociale che qualsivoglia società  civile ha l’obbligo morale di perseguire, ma di dare un senso all’impianto complessivo, evitando anche i perigli e le conseguenze dell’alienazione e della stessa esclusione sociale.
Proprio come fece Maggie.

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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LA DECIMAZIONE DEGLI STATALI: 260.000 IN MENO IN CINQUE ANNI

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

UN TAGLIO DEL 7% CHE TOCCA IL 15% NEGLI ENTI PUBBLICI PREVIDENZIALI E IN QUELLI CENTRALI

Negli ultimi 5 anni il pubblico impiego ha perso circa 260.000 dipendenti, un calo del 7%, quasi il doppio di quello registrato in questo periodo per il totale degli occupati in Italia.
Negli enti previdenziali pubblici e nelle amministrazioni centrali dello Stato la riduzione è stata, rispettivamente, del 15 e del 10 per cento.
Sono principalmente gli effetti del blocco del turnover nella pubblica amministrazione rinnovato a più riprese in questi anni.
Ci si aspetterebbe che, a fronte di una così forte riduzione del numero di dipendenti pubblici, si siano registrate consistenti riduzioni della spesa pubblica, soprattutto della spesa corrente, destinata in gran parte proprio a pagare gli stipendi nella pubblica amministrazione.
Eppure non è così: la spesa corrente in questi anni ha soltanto rallentato il suo cammino trionfale.
I tagli veri, addirittura in termini nominali, hanno interessato solo la spesa in conto capitale, quella cui non dovremmo mai rinunciare se non vogliamo rinunciare al nostro futuro.
La spesa corrente non è diminuita perchè gli stipendi pubblici in meno si sono trasformati in pensioni in più da pagare, sempre a carico del contribuente.
Inoltre, se il numero di stipendi è diminuito, in molte amministrazioni ne è aumentato l’importo medio in virtù di promozioni e scatti d’anzianità  (è il caso di magistrati e docenti).
I politici che si sono cimentati con il compito di ottenere risparmi nel pubblico impiego in questi anni hanno tutti ragionato a compartimenti stagni, come se spingere qualcuno verso la pensione e avere uno stipendio in meno a carico volesse dire risparmiare.
Ma se chi esce dal pubblico impiego riceve, oltre al Tfr, una pensione per 30 anni, calcolata ancora in gran parte con il generoso sistema retributivo, il risparmio per le casse pubbliche è solo virtuale.
Quello stipendio si trasformerà  in trasferimento più o meno della stessa entità .
E siccome è immaginabile che l’ex lavoratore, prima di andare in pensione, avesse una produttività  superiore allo zero, (anche i celebri fanigottoni non sono mai completamenti inattivi), avremo, da una parte, una persona che è sempre a carico della collettività  e che per lo più viene pagata proprio per non fare nulla, e, dall’altra, l’amministrazione pubblica presso cui il dipendente operava che magari assume un lavoratore, con un contratto temporaneo, per coprire le mansioni svolte in passato da chi è andato in pensione.
Se mettiamo insieme il magro stipendio del lavoratore temporaneo e la pensione dell’ex dipendente pubblico (che spesso arriva fino all’80% dell’ultimo salario), la spesa a carico dello Stato può risultare addirittura più alta di prima.
Un altro vizio di fondo nella gestione del nostro pubblico impiego è quello di non preoccuparsi minimamente dell’esempio che si offre al settore privato.
Da sempre e a dispetto di qualsiasi affermazione di principio sulla necessità  di assimilare al privato i contratti nel pubblico impiego, si concedono al datore di lavoro Stato condizioni di favore rispetto al privato.
I famigerati co.co.co., contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ad esempio, continuano a esistere solo nel pubblico impiego, quando nel privato sono stati soppiantati dai contratti a progetto.
Per quanto la differenza tra co.co.co. e co.co.pro spesso sia più di forma che di sostanza, non si vede in base a quale principio il datore di lavoro pubblico debba poter far ciò che non viene concesso a chi crea lavoro (e entrate fiscali) nel privato, anzichè essere a carico del contribuente.
In altre parole, il pubblico si comporta come un datore di lavoro privato quando non dovrebbe affatto comportarsi come tale e si rifiuta di agire come un imprenditore privato quando sarebbe giusto farlo.
A differenza di un’impresa privata, dovrebbe preoccuparsi se manda lavoratori in pensione perchè le quiescenze graveranno pur sempre sul suo bilancio.
E dovrebbe sempre evitare di concedersi deroghe a norme che invece impone, per buoni motivi, ai datori di lavoro privati.
Purtroppo la legge delega sulla riforma della Pubblica amministrazione su cui il governo ha ottenuto la fiducia della Camera la scorsa settimana e che approderà  in Senato a fine agosto, sembra seguire la stessa logica.
È stata definita rivoluzione copernicana forse perchè punta tutto su una rotazione, quella dei lavoratori al tramonto, ormai prossimi alla pensione.
I relatori della maggioranza sostengono che questo ricambio generazionale è fonte di risparmi, ma vengono smentiti dalla relazione tecnica alla riforma.
La legge votata dalla Camera reintroduce per alcune categorie di dipendenti pubblici, che non hanno nulla a che vedere con gli esodati del privato, quota 96 e la possibilità  di andare in pensione prima di 62 anni senza alcuna riduzione dell’assegno pensionistico rispetto a chi va in pensione dai 65 anni in su.
Permette a insegnanti che erano andati in pensione optando per il metodo contributivo di vedersi riconosciuta la ben più ricca pensione retributiva.
Sono tutte opzioni e trattamenti negati ai lavoratori e ai datori di lavoro del settore privato che in questi anni hanno dovuto gestire esuberi di più di un milione di lavoratori non potendo, come in passato, ricorrere ai prepensionamenti.
Per fortuna il governo ieri è tornato sui suoi passi presentando emendamenti soppressivi dopo il parere negativo della Ragioneria. Ma non è solo una questione di coperture.
Con che faccia potrebbe oggi il datore di lavoro pubblico presentarsi al cospetto di esodati e imprenditori privati, trattandoli tutto sommato come categorie di serie B?
Il bello è che queste operazioni, che ci riportano indietro a prima della riforma Fornero (con la benedizione convinta di Cesare Damiano, autore di un’altra celebre controriforma delle pensioni), vengono presentate come un modo di fare spazio ai giovani.
Ma aumentando la spesa pubblica, dunque le tasse, si finisce solo per ridurre le opportunità  di lavoro per i giovani.
Certo la riforma punta a parole (come le leggi già  in vigore) anche sulla mobilità  dei dipendenti pubblici tra un’amministrazione e l’altra.
Ma non si pone un interrogativo molto semplice: perchè nel settore pubblico la mobilità  volontaria procede in direzione opposta che nel settore privato?
Perchè la migrazione del privato è dalle aree ad alta disoccupazione del nostro Mezzogiorno verso le regioni del centro-Nord, mentre sono tantissimi i dipendenti pubblici che chiedono di essere trasferiti nelle regioni meridionali?
Forse questo avviene perchè lo stesso salario vale molto di più al Sud.
Un insegnante di scuola elementare a Ragusa, ad esempio, ha uno stipendio che gli assicura un potere d’acquisto di almeno un terzo superiore rispetto a quello di un insegnante di Milano.
Questo avviene, seppur in forma più contenuta, anche nel settore privato, dove però c’è un’alta probabilità  di perdere lavoro.
Il fatto che la competizione per trovare un altro impiego sia più alta al Sud che al Nord, perchè ci sono più disoccupati e meno posti vacanti, è un problema per un dipendente privato, non per un impiegato pubblico che confida, a ragione, di non venire mai licenziato.
Finchè il datore di lavoro pubblico non si darà  strumenti per differenziare maggiormente le retribuzioni in base al costo della vita e per premiare le amministrazioni (più che i singoli) più efficienti al Sud tanto quanto al Nord, non ci saranno risparmi nel pubblico impiego e, soprattutto, non ci saranno miglioramenti nella qualità  dei servizi offerti ai cittadini. Ma di salari e retribuzioni in questa interminabile legge delega (che darà  luogo a ben 8 decreti delegati) proprio non c’è traccia.
I nostri ministri, forse perchè sono essi stessi soggetti ad un alto tasso di turnover, continuano a credere nelle virtù taumaturgiche del turnover nella Pa.
Non si preoccupano di motivare la gran massa di dipendenti, a partire dai nuovi entrati, coloro che sono destinati a lavorare a lungo, forse a vita, nella pubblica amministrazione. Perchè i nuovi dovrebbero comportarsi diversamente da coloro che si vuole “rottamare” se gli incentivi sono gli stessi di prima?
Il ricambio generazionale può servire solo se accompagnato a nuove regole retributive che cancellino definitivamente ogni automatismo negli avanzamenti retributivi e rimuovano l’egualitarismo di facciata, quello che permette divari stridenti nel potere d’acquisto fra diverse parti del paese per chi ha le stesse qualifiche e svolge le stesse mansioni.
Per cambiare queste regole, il datore di lavoro pubblico dovrà , come giusto, contrattare con il sindacato.
Può fare leva su un argomento molto forte: è un paradosso che il principio dello “stesso lavoro=stesso stipendio” venga disatteso in modo così palese proprio dove il sindacato è più forte.

Tito Boeri
(da “La Repubblica“)

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PALAZZO CHIGI, LA CARICA DEI 100 RENZIANI ABUSIVI SENZA CONTRATTO E SENZA STIPENDIO

Agosto 3rd, 2014 Riccardo Fucile

DA CINQUE MESI SENZA CONTRATTO ANCHE IL PORTAVOCE DEL GOVERNO FILIPPO SENSI… PER ENTRARE AL LAVORO SONO FATTI FIGURARE ALL’UFFICIO PASS COME “OSPITI ”

Lavorano senza stipendio e senza contratto da 5 mesi.
I loro “capi” non sono persone qualunque: il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il sottosegretario Graziano Delrio.
A 160 giorni dall’insediamento del governo, lo staff di Palazzo Chigi è assunto solo “sulla parola”: non ha uno straccio di contratto ed è tuttora in attesa della prima busta paga.
Dall’inizio del suo mandato, Renzi non ha ancora firmato i decreti delle nomine degli “uffici di diretta collaborazione”.
Nè i suoi, nè quelli dell’ex braccio destro Delrio.
Il personale delle segreterie politiche è operativo da mesi, pur essendo a tutti gli effetti “abusivo”.
Una situazione che riguarda, nel complesso, circa 100 lavoratori in decine di uffici e dipartimenti.
Le solecitazioni dei sindacati sono state inutili. L’ultima lettera di protesta è stata inoltrata il 22 luglio dal Sipre (Sindacato indipendente della presidenza del Consiglio dei ministri).
Come le altre, non ha ottenuto risposta.
“Il personale estraneo all’Amministrazione — si legge nel comunicato — tutt’ora in assenza di contratto, non percepisce nemmeno lo stipendio e, pertanto, lavora ‘sulla parola’, privo com’è di titolo giuridico (come accede a Palazzo Chigi?) e anche di copertura assicurativa”.
Tra i 100 in attesa ci sono situazioni differenti: ai dipendenti di ruolo, per esempio, non viene corrisposto “solo” il salario accessorio, circa il 40 per cento della busta paga (e non si tratta di stipendi particolarmente pesanti: un dipendente di fascia B percepisce una cifra attorno ai 1500 euro al mese).
Poi ci sono i lavoratori provenienti da altri uffici della pubblica amministrazione. Anche loro senza salario accessorio, ma con un problema in più: a rigor di legge, la ratifica della loro nuova assegnazione sarebbe dovuta avvenire entro 30 giorni, pena l’annullamento della nomina.
Scaduto quel termine, lavorano negli uffici della presidenza del Consiglio dei ministri in modo del tutto “informale”.
La posizione più seria comunque non è la loro, ma quella del personale “estraneo” alla pubblica amministrazione: quelli che sono stati chiamati da fuori.
Sprovvisti di un contratto e di un precedente inquadramento in qualche ufficio pubblico, sono ancora in attesa del primo stipendio: lavorano gratis da più di 5 mesi. Entrano e si muovono all’interno di Palazzo Chigi sulla base di un incarico conferito a voce.
Hanno un computer, un telefono e un ufficio, ma sono sprovvisti anche del tesserino della presidenza del Consiglio: lavorano “sulla parola” ed entrano con pass giornalieri, come fossero ospiti.
Tra di loro non ci sono solo i peones che difficilmente possono sporsi in proteste e lamentele, in quanto privi di visibilità , oltre che di qualsiasi forma di tutela contrattuale.
Ma pure alcuni dei collaboratori più stretti e più in vista del presidente del Consiglio. Come Filippo Sensi, uomo ombra di Renzi e di fatto portavoce unico del governo. Una responsabilità  enorme, ma senza portafogli, nel verso senso della parola. Sull’argomento, Sensi — in trasferta al Cairo — preferisce glissare.
Insieme a lui, in tutte le cerimonie ufficiali, compresi i viaggi all’estero sui voli di Stato, ci sono il fotografo personale di Matteo Renzi, Tiberio Barchielli e un altro foto-cameraman, l’ex poliziotto Filippo Attili.
Tutti rigorosamente senza contratto.
Un altro degli “abusivi”, nella squadra informale dell’ufficio stampa del governo, è Luca Di Bonaventura. “Tecnicamente non so bene come funzioni la faccenda dell’inquadramento e dei contratti — spiega — ma non esiste nessun problema sostanziale. Manca solo il passaggio formale. Siamo in parola con chi ci ha conferito l’incarico e sappiamo che non appena le nomine saranno ufficiali, ci sarà  restituito quello che ci spetta, sia a livello di stipendioche di coperture”.
Rimane poco chiaro, cosa dovrebbe mettere al riparo il governo dalle attenzioni della Corte dei Conti, considerando la natura giuridicamente “anomala” di queste figure professionali, che si muovono nella pubblica amministrazione e utilizzano i suoi uffici e i suoi servizi.
Non è chiaro nemmeno cosa aspetti Renzi a formalizzare le nomine.
Non solo della sua squadra, ma pure di quella di Delrio, che è grosso modo la stessa con cui lavorava già  da inistro del governo Letta.
Tutto immobile.
Tranne iapporti tra i due, che — come noto — non sono più come prima.

Tommaso Rodano

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INTERVISTA A ELSA FORNERO: “DOVEVO STARE ZITTA MENTRE MONTI FACEVA CAMPAGNA ELETTORALE”

Luglio 28th, 2014 Riccardo Fucile

“HO RISCHIATO DI FINIRE DALLO PSICOLOGO, NESSUNO MI PROTEGGEVA”… “HO RINUNCIATO ALLA PENSIONE DA MINISTRO, LA POLITICA MI HA USATA E STRITOLATA”

Il calendario appeso è fermo, indica novembre 2011, il giorno 15 è cerchiato di nero. Ha la scrivania invasa da fascicoli, le pareti ricoperte di fotografie.
Dietro, c’è un detergente per vetri.
Il terzo piano affianca lo Stadio Olimpico di Torino, la torcia è spenta: “Intravedo le montagne, i rumori del parcheggio mi fanno compagnia”.
Il davanzale di questa morigerata stanzetta universitaria in corso Unione Sovietica ha un po’ di piante grasse e una coppia di melograni essiccati.
Cose da socialismo reale.
Butta giù un pezzo di salatino e stringe la confezione con la mano destra. Con la sinistra strappa un foglietto bianco, e lo mostra: “Questa era la mia vita appena finito il governo: il vuoto, il niente. E pensare che la giornata di un ministro era scandita dai minuti. Sono scesa da una giostra e ho continuato a girare senza motivo”.
Elsa Fornero non lacrima, ma le pupille sono arrossate (per la congiuntivite): “Devo molto a una telefonata di Enrico Letta, era il 3 maggio 2013, era un venerdì, circa le 21 e 30. Io mi ricordo i particolari. Tornava dal primo viaggio da presidente del Consiglio. Mi disse: Elsa, se siamo ancora in Europa lo dobbiamo alle tue riforme. Non mi doveva quella gentile chiamata. Mi ha aiutato”.
Per cosa?
A fare la differenza: quella che non ti fa prendere il sonnifero per dormire.
Quando è sveglia, che fa?
Io mi alzo presto, mai dopo le 6:45. Insegno, faccio ricerca, scrivo commenti su riviste straniere. E viaggio molto per le conferenze, mi fa staccare, mi dà  equilibrio. Ho gestito il mio tempo per non andare da uno psicologo o da uno psichiatra.
La capitale trasmette la nostalgia dei salotti.
Io non li frequentavo, e forse ne ho pagato le conseguenze. Soltanto una volta sono stata da Anna Fendi. C’era anche Emma Bonino.
Roma è romantica di notte.
Ma io stavo in ufficio a montare o smontare i testi di legge. La mia casa era una caserma. Una foresteria. Rientravo ogni sera entro le otto e mezza: c’era la cena, mi piaceva essere puntuale.
Anche questo è rigore.
La mensa chiudeva presto. Il carabiniere Pasquale, però, mi lasciava sempre un piattino di prosciutto o di bresaola, una pagnottella di pane, la cicoria romana: adoro quella verdura.
Molto sobri, poco amati.
Io l’ho fatto per spirito di servizio, la nazione era in discredito. Ho conosciuto bene la Grecia, il pugno duro della Troika. Noi ogni giorno dobbiamo rinnovare prestiti per un miliardo di euro: il rischio l’abbiamo toccato da vicino.
Questo l’ha fatta piangere?
Anche in Patagonia mi hanno deriso. Ho diverse lettere.
Era il debutto in conferenza stampa, una mazzata per gli italiani.
Ho sofferto tanto, ma era necessario. Un giorno ero abbattuta, poi entusiasta, poi di nuovo abbattuta. L’economista tedesco Daniel Gros mi mandava messaggi: devi salvare la moneta unica. Ho interpretato anche dei segnali.
Scaramantica?
Le coincidenze sono importanti. Atterro a Caselle, a Torino, e incontro padre Enzo Bianchi. Mi avvicino, in silenzio.
E Bianchi?
Ministro, deve sapere che preghiamo per lei.
Le preghiere non bastano.
Eh no, ho passato settimane tesissime . Ricordo una riunione, una cabina di regia, con dei professori bocconiani e un direttore di Bankitalia: terribile. Io illustravo il piano e loro mi dicevano: non è ancora sufficiente, così non basta.
Aveva ingoiato tante lacrime.
Davanti ai giornalisti non mi sono trattenuta più. Dovevo pronunciare il termine “sacrifici”, mi sono venuti in mente i miei genitori. Questa è la solitudine di un tecnico.
E perchè ha accettato di entrare nel governo?
Era il 15 novembre, intorno alle 18, ero in partenza da Bruxelles. Non conosco complotti.
Prosegua.
Squilla il cellulare, è Monti. Comincia così: Elsa, puoi fare qualcosa per me. Io gli faccio gli auguri.
Educazione.
Mario replica: vuoi essere il ministro per il Lavoro? Hai due ore per decidere.
Fa le consultazioni?
Sì, rapide. Mio marito Mario (Deaglio) mi lascia libera: vorrei dirti di no, ma non posso. Mia figlia: non puoi rispondere no. Una mia cara amica di Torino, che aveva fatto politica, mi mette in guardia: finirai stritolata, stai attenta.
Chi ha avuto ragione?
Forse la mia amica.
Non era meglio votare nel 2011?
La situazione era drammatica. Il Parlamento aveva paura. Anche Pier Luigi Bersani era consapevole di non poter fare le riforme da Palazzo Chigi, il Pd l’avrebbe mollato. I partiti li abbiamo protetti noi.
E chi proteggeva Elsa Fornero?
Nessuno. Io sanguinavo come San Sebastiano, mi colpivano ovunque, e dovevo stare zitta, mentre Mario Monti faceva campagna elettorale.
Voleva correre in Scelta Civica?
No, un ministro impopolare non si può candidare. Ho votato quel movimento, però ritengo che Mario abbia sbagliato.
Perchè l’ha fatto?
Io l’ho letto sui giornali. Avrà  ricevuto pressioni internazionali e sperava di poter recuperare l’azione iniziale di un esecutivo che poi s’è perso.
Ascolti: e-so-da-ti. Cosa prova?
La ferita per un uso strumentale di un problema che va seguito negli anni. Questo vocabolo racchiude quelli che sono usciti con incentivi e quelli che sono in mobilità . Il mio auspicio era creare un mercato del lavoro per giovani, donne e cinquantenni.
I disoccupati aspettano.
Io ho modificato l’articolo 18 per livellare il rapporto tra le generazioni, per ridurre le cause di lavoro. Non l’ho ucciso. Adesso vogliono maggiore flessibilità , adesso le critiche non esistono.
Quando c’erano i tecnici, il Cavaliere non era ancora ex, non era pregiudicato.
Non mi stupisco che Renzi sia alleato con Berlusconi per riscrivere la Costituzione.
Perchè?
I partiti fissano un obiettivo e lo raggiungono con chiunque: i politici sono cinici.
Com’è riformare con Berlusconi?
Ora è stato assolto per il processo Ruby, ma quella telefonata in Questura per liberare una prostituta minorenne lo rende inadeguato per sempre.
Parla spesso con Monti?
Due volte in due anni, stesso ritmo per Corrado Passera e Paola Severino. A volte mi confronto con Fabrizio Barca, Piero Giarda e con il presidente Giorgio Napolitano.
E cosa vi dite ?
Lo stimo molto. È un po’ seccato dai politici che vanno al Quirinale, gli promettono tante cose e poi vanno fuori e si smentiscono. Accadeva anche a me.
Con chi?
L’elenco è lungo.
Il primo?
Luigi Angeletti della Uil. Era affettuoso: “Sei bravissima, perfetta”. Poi mi salutava e mi demoliva con i giornalisti.
Buone vacanze
A settembre ho il foglio pieno, non più bianco. Ho rinunciato alla pensione da ministro, mi mancano quattro anni all’Università .
E fra quattro anni?
Vorrei avere meno affanno. Ho cinque nipoti, una casa in campagna che divido con mia sorella. Voglio leggere e coltivare l’orto.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE BALLE DI RENZI: I SOLDI PER ASSUMERE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE? SOTTRAGGONO 45 MILIONI AI PRECARI

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

I FONDI PER FINANZIARE LA MOBILITA’ OBBLIGATORIA PRESI DAGLI STANZIAMENTI PER LA STABILIZZAZIONE

I fondi per finanziare la mobilità  dei dipendenti pubblici – obbligatoria entro 50 chilometri – pezzo forte della riforma del governo?
Arriveranno riducendo quelli già  stanziati per stabilizzare i precari della Pubblica amministrazione e quello per nuove assunzioni per gli enti che hanno il permesso di farlo
È tutto messo nero su bianco nell’articolo 4 del decreto legge.
Si tratta di 15 milioni nel 2014 che diventeranno il doppio – 30milioni – dal 2015.
Nel dettaglio si alimenta per 6 milioni nel 2014 e 9 nel 2015 attraverso la corrispondente riduzione degli stanziamenti della finanziaria del 2008 – governo Prodi – , denominato proprio “Fondo per stabilizzazione precari della Pubblica amministrazione”.
Al comma 14 invece il fondo si alimenta per 9 milioni a decorrere dal 2014 con la corrispondente riduzione degli stanziamenti decisi nel 2006 del “Fondo per il personale del ministero dell’Economia e delle Finanze per incentivi alla mobilità  e programma di assunzioni”.
Infine, il fondo si alimenta per 12 milioni di euro a decorrere dal 2015 mediante corrispondente riduzione degli stanziamenti decisi nel 2006, il cosiddetto “Fondo per le assunzioni”.
Una vera beffa e un vero controsenso. Che si va ad aggiungere a quello emerso nei giorni scorsi.
Nella relazione tecnica allegata al decreto, la tanto decantata norma che abroga lo strumento del trattenimento in servizio – personale che potrebbe già  essere in pensione – e che porterebbe dunque alle assunzioni – secondo il governo – di 15mila persone, viene fortemente ridotta.
A pagina 32 lo stesso governo infatti mette nero su bianco che «risultano in corso di trattenimento in servizio circa 1.200 soggetti di cui circa 660 relativi al comparto magistratura».
E visto che per la magistratura la norma è stata congelata, le posizioni da sostituire sarebbero solo 540
Molto critica su tutta la riforma e sulle ultime «scoperte» è la Fp Cgil.
«Quando eravamo noi a sostenere che l’abrogazione del trattenimento in servizio avrebbe portato poche centinaia di assunzioni, il governo ci ha fatto passare per disfattisti. E ora si scopre che lo stesso governo ci dà  ragione», attacca il segretario Rossana Dettori.
«Per non parlare della beffa perpetrata ai danni dei precari: si prendono soldi dai fondi decisi da Prodi e Patroni Griffi, legati a programmi di stabilizzazione del personale, il tutto per imporre una mobilità  forzosa ai dipenditi pubblici», continua.
Se le cifre dei tagli sono ufficiali, molti interrogativi rimangono.
«Sulla mobilità  non sappiamo nè il numero di dipendenti coinvolti nè i criteri con cui verrà  decisa. Il quadro che esce da questi provvedimenti è insopportabile: non è una riforma per i cittadini, ma una riforma del lavoro pubblico contro i dipendenti – tuona Dettori -. Al di là  degli spot, speriamo che ci sia qualcosa nel disegno di legge che ancora non è noto»
I sindacati intanto si preparano alla mobilitazione.
La prima sarà  il 7 luglio sotto tutte le Prefetture. «Iniziamo da lì perchè la riforma entra in conflitto con decreto il Delrio che fissava una cabina di regia affidata alle Regioni per decidere come riallocare il personale delle Prefetture e Province, legandolo alle funzioni che prima i lavoratori seguivano. Con il decreto legge tutto questo è spazzato via. C’è il rischio che anche per questo personale ci sia una mobilità  forzosa», chiude Dettori.

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ALLARME CASSA INTEGRAZIONE: “PER QUELLA IN DEROGA MANCA ANCORA UN MILIARDO”

Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile

RISCHIANO IN 50.000… POLETTI PARLA DI PRESTITO PREVIDENZIALE AGLI ESODATI

Il governo non sta preparando alcun intervento di correzione sui conti pubblici, ma entro quest’anno dovrà , tra l’altro, reperire un miliardo di euro per fronteggiare l’emergenza dei lavoratori in cassa integrazione e in mobilità  in deroga.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, spiega che ancora non è stata presa una decisione su come attuare quella parte della riforma Fornero sul mercato del lavoro che fissa criteri più rigidi per l’accesso agli ammortizzatori sociali in deroga (quelli pagati dalla fiscalità  generale e non dai versamenti delle imprese) e ne limita la durata anche con l’obiettivo di ridurne gli abusi.
La Cgil stima che, da qui alla fine dell’anno, c’è il rischio che perdano il sostegno al reddito circa 50 mila persone.
Si aggraverebbe ulteriormente la situazione occupazionale. Fronte delicatissimo anche sul piano politico.
Poletti ribadisce che il Jobs Act non prevede alcun intervento diretto sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come invece propongono alcuni settori della maggioranza.
E alla affermazioni del ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, ex presidente dei Giovani di Confindustria, secondo cui la legge del 1970 sarebbe datata, Poletti replica: «Lo Statuto continua ad avere il suo valore per la tutela dei diritti dei lavoratori».
Per i giovani bisogna insistere sul piano Garanzia Giovani: 100 mila sono state le registrazioni in questo primo mese e dalle imprese sono arrivate oltre 3.500 offerte di impiego.

(da “La Repubblica“)

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MA QUANDO SI RINNOVANO I CONTRATTI DI LAVORO?

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

SONO QUASI OTTO MILIONI I DIPENDENTI IN   ATTESA… BEN 44 SONO SCADUTI, 15 NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Nel giorno in cui perfino papa Francesco twitta «Quanto vorrei vedere tutti con un lavoro decente! È una cosa essenziale per la dignità  umana», arrivano le oramai solite brutte notizie per i lavoratori italiani.
Sono sempre di più – ben 7,9 milioni nel mese di maggio – i lavoratori in attesa di rinnovo contrattuale.
L’attesa media, per chi ha il contratto scaduto, è salita a circa due anni e mezzo: è in media di 29,3 mesi per l’insieme dei dipendenti e di 15,5 mesi per quelli del settore privato.
I numeri dell’Istat certificano e confermano una china sempre più pesante per lo strumento del contratto nazionale.
Tra i contratti monitorati dall’indagine si è registrato il recepimento di un solo accordo (radio e televisioni private), mentre nessun accordo è venuto a scadenza
E se ieri mattina sembrava che fosse stato firmato il contratto dei giornalisti, nel pomeriggio la notizia è stata smentita: la trattativa fra editori – Fieg – e sindacato giornalisti – Fnsi – è tornata in alto mare anche per le polemiche proprio sull’equo compenso previsto – e considerato troppo basso – per i lavoratori precari. Pertanto, alla fine di maggio, sono in vigore 31 contratti che regolano il trattamento economico di circa 5 milioni di dipendenti che rappresentano il 37,7% del monte retributivo complessivo.
Nel settore privato l’incidenza è pari al 51,6%, con quote differenziate per attività  economica: nel settore agricolo è del 6,8%, mentre è dell’80,6% nell’industria e del 27,4% nei servizi privati.
Complessivamente i contratti in attesa di rinnovo sono 44 (di cui 15 appartenenti alla pubblica amministrazione) relativi a circa 7,9 milioni di dipendenti (di cui circa 2,9 milioni nel pubblico impiego)
Alla fine di maggio i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 38,5% degli occupati dipendenti e corrispondono al 37,7% del monte retributivo osservato
Sul comparto pubblico, che attende dal 2009 il rinnovo, ora alle prese con la riforma varata dal decreto Renzi, si spera che arrivino buone notizie dalla legge di Stabilità : lì il ministro Marianna Madia si è impegnata a trovare le risorse necessarie per sbloccare gli stipendi dei 3,3 milioni di lavoratori statali, che a legge vigente sarebbero bloccati fino al 2017
Non va meglio sul fronte degli stipendi.
A maggio l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e dell’1,3% nei confronti di maggio 2013.
Complessivamente, nei primi cinque mesi del 2014 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2013.
Con riferimento ai principali macrosettori, a maggio le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,6% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.
I settori che a maggio presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: telecomunicazioni (3,1%); gomma, plastica e lavorazione minerali non metalliferi (3,0%) ed estrazione minerali (2,9%). Si registrano variazioni nulle nel settore edile e in tutti i comparti della pubblica amministrazione

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