Destra di Popolo.net

“FINANCIAL TIMES” BOCCIA RENZI SUL JOBS ACT: “PROPOSTE VAGHE E TEMPI TROPPO LUNGHI”

Aprile 6th, 2014 Riccardo Fucile

A POCHI GIORNI DAL PELLEGRINAGGIO A LONDRA, ARRIVA IL PRIMO GIUDIZIO SULLA RIFORMA CARA A RENZI: ED E’ TUTT’ALTRO CHE TENERO

Finora la velocità  è stata l’asso nella manica di Matteo Renzi in versione premier.
Ma allora perchè scegliere per la riforma del lavoro un percorso lungo e incerto, affidando al Parlamento il compito di delineare davvero il suo “Jobs Act”?
E perchè limitarsi a “linee guida vaghe”, che non fanno capire qual è la rotta per regolare la giungla italiana dei contratti precari?
Se lo chiede, con evidente spirito critico, il Financial Times, che manifesta tutte le sue perplessità  di fronte alla vaghezza del piano e alla decisione di affidarne la definizione alle Commissioni parlamentari.
Per il premier, non si tratta solo delle prime critiche internazionali alle sue politiche, ma di un giudizio negativo che arriva nella stessa settimana della sua visita londinese in cui ha incontrato il premier David Cameron e tutto il gotha finanziario della City. Un gotha che, evidentemente, non è riuscito a convincere, malgrado i sorrisi, le battute e le rassicurazioni.
“Di fronte a un’Italia che nell’ultimo anno ha perso circa 1.000 posti di lavoro al giorno, per Matteo Renzi la necessità  di riformare radicalmente le inefficienze del mercato del lavoro è stata una specie di mantra costante; per gli investitori si tratta di un tema scottante”, scrive il giornale della City.
“È per questo che anche i suoi sostenitori sono rimasti stupiti quando il nuovo primo ministro italiano ha deciso di lasciare al Parlamento il compito di tracciare il suo Jobs Act, un processo che potrebbe richiedere un anno prima che una legge venga approvata”.
Secondo Il FT, la bozza di proposte presentata dal governo alla Commissione Lavoro del Senato venerdì scorso si limita a elencare “intenzioni generiche” per riformare il welfare per i disoccupati, migliorare le agenzie del lavoro e stabilire una nuova forma di contratto che dia ai lavoratori una progressiva sicurezza.
Si tratta, secondo il quotidiano, “di linee guida vaghe, prive di una chiara intenzione di arrivare a una singola, più universale forma di contratto di lavoro” che metta fine al “confuso sistema attuale” in cui la forza lavoro risulta divisa a metà : da una parte i garantiti, che godono di “contratti a vita”; dall’altra una considerevole minoranza con contratti a breve termine e pochi (o nessun) diritto.

(da “Huffingtonpost“)

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NUMERI DA DOPOGUERRA: DISOCCUPATI A QUOTA 3,3 MILIONI

Aprile 2nd, 2014 Riccardo Fucile

I GIOVANI FERMI SONO 678 MILA… UN TASSO COSàŒ ALTO NON HA PRECEDENTI… IL PARADOSSO: PER BRUXELLES SONO ACCETTABILI FINO A 2,8 MILIONI DI DISPERATI

Quello che segue è una parte del comunicato Istat sulla disoccupazione.
In realtà  sarebbe più propriamente definibile un bollettino di guerra: “A febbraio 2014 gli occupati sono 22 milioni 216 mila, in diminuzione dello 0,2% rispetto al mese precedente (-39 mila) e dell’1,6% su base annua (-365 mila)”; “il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 307 mila, aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente (+8 mila) e del 9,0% su base annua (+272 mila)”; “Il tasso di disoccupazione è pari al 13,0%, sostanzialmente stabile in termini congiunturali ma in aumento di 1,1 punti percentuali nei dodici mesi”; “il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 42,3%” (in persone, fanno 678mila giovani disoccupati).
Sui siti, nei Tg e forse oggi sui giornali si leggerà  “il dato più alto dal 1977”: è una frase vera solo nel senso che prima di quella data non esistono serie storiche paragonabili.
In realtà , immediato dopoguerra a parte, l’Italia non ha mai avuto un tasso di disocuppazione pari al 13% (che, com’è noto, si calcola al netto di quelli che il lavoro nemmeno lo cercano).
In realtà  nel 1977 il tasso di disoccupazione era inferiore al 7 per cento: prima di questa crisi, quel dato è stato superiore al 10 per cento solo tra il 1994 e il 2000, spinto probabilmente anche dalle manovre di austerity sopportate dall’Italia per restare nel Sistema monetario europeo (da cui uscimmo nel 1992) e poi per entrare nell’euro. Come detto, questo dato è senza precedenti. Punto
L’andamento della domanda interna, come sostengono tutti gli studiosi, non lascia nemmeno prevedere che il fenomeno si attenui: l’eventuale, anemica ripresa è tutta affidata alle esportazioni e quindi produce poca occupazione all’interno, mentre le aziende non orientate all’export continuano a morire perchè gli italiani non hanno più i soldi per comprare i loro prodotti.
È una tragedia che coinvolge milioni di persone ed è contestualmente l’esito previsto, fors’anche auspicato, delle politiche comunitarie.
Basti pensare al calcolo dei cosiddetti output gap — la differenza tra i fondamentali di un’economia e quelli che la renderebbero più efficiente — fatto dalla Commissione europea guidata dal portoghese Josè Manuel Barroso (il suo Paese ha un tasso di disoccupazione ben oltre il 16 per cento, per i curiosi).
Quello che riguarda la disoccupazione, per dire, era al 10,4% l’anno scorso e sarà  all’11 il prossimo: “In altri termini, secondo questi calcoli, il policy maker italiano potrebbe ritenersi soddisfatto se a partire dal prossimo anno riuscirà  a lasciare a casa ‘solo’ 2,8 milioni di lavoratori (anzichè gli attuali 3,3, ndr), in quanto è questo il livello di equilibrio dei disoccupati stimato dalla Commissione”, ha scritto lavoce.info
Il livello di disoccupazione “accettabile” per la Commissione non deve sorprendere nessuno: come dicono gli economisti, e anche politici come Stefano Fassina, “se non si svaluta la moneta, si svaluta il lavoro”.
La disoccupazione è un modo — il più violento — per abbassare i salari e ridare competitività  all’industria dei vari Paesi.
Nell’Eurozona ha anche un effetto secondario: diminuendo le importazioni (sempre per il fatto che nessuno ha un euro in tasca) si mette mano con successo agli endemici squilibri di bilancia dei pagamenti che hanno innescato la crisi che stiamo vivendo.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VISCO E RENZI: NELLO STESSO GIORNO DUE PARERI OPPOSTI SULLA FLESSIBILITA’

Aprile 1st, 2014 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA DA ATENE SMENTISCE RENZI: “LA FLESSIBILITA’ C’E’ GIA’ STATA, MA E’ STATA UTILIZZATA DALLE IMPRESE SOLO A PROPRIO VANTAGGIO, SENZA INNOVARE. I RAPPORTI DI LAVORO DOVREBBERO ESSERE A LUNGO TERMINE”

Due visioni opposte sulla flessibilità  dei contratti.
La prima è quella del premier Matteo Renzi, oggi a Londra per incontrare David Cameron, convinto che la crisi occupazionale in Italia sia stata causata anche da una mancanza di flessibilità  nel mercato del lavoro.
La seconda opinione, completamente differente, è quella del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ad Atene per un vertice informale Ecofin.
Per Visco, infatti, finora la flessibilità  è esistita, eccome. Ma è stata utilizzata dalle imprese in maniera “non utile”.
Non solo: i rapporti di lavoro dovrebbero essere a lungo termine.
Ecco le due dichiarazioni:
Matteo Renzi:

“I dati sulla disoccupazione lo dimostrano: nel 2011 l’Uk era all’11% e l’Italia all’8,4%, ora loro sono al 7%” e noi al 12,3%: in questi anni abbiamo perso troppa strada, noi abbiamo un sistema che manca di flessibilità . In Italia abbiamo 2100 articoli nel codice del lavoro. Noi pensiamo di scendere a 50-60 articoli, traducibili anche in inglese, che assicurino tempi certi”.
Ignazio Visco:
“Sul fronte del lavoro abbiamo osservato una flessibilità  non utile, utilizzata da imprese che non hanno innovato, ora stanno innovando, ma per lungo tempo hanno rinviato riducendo il costo del lavoro sfruttando la flessibilità . Bisogna perseguire una flessibilità  diversa”.
Le imprese che assumono, così come i lavoratori, hanno entrambi interesse a creare dei rapporti di lavoro a lungo termine.
Spiegando che preferisce parlare “di rapporti, non di contratti”, Visco ha detto che “è più facile che entrambi, chi dà  lavoro e chi lo prende, accettino di investire se il rapporto è stabile”
Proprio ieri la Commissione europea ha pubblicato il rapporto trimestrale sulla condizione lavorativa e sociale, precisando che il ricorso ai contratti a termine è aumentato per sostituire il posto fisso.

(da “Huffingtonpost“)

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DALLE SEI ALLE VENTI, GIORNATA DI LAVORO NO STOP

Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile

C’ERA UNA VOLTA IL PAESE DEI FANNULLONI

Il lavoro può rendere “schiavi” non solo perchè sotto-pagato.
Salari e stipendi più bassi, spesso al limite della soglia di povertà , costringono infatti a lavorare più a lungo.
La tendenza in atto ad allungare gli orari di lavoro era chiara, in fondo, nel piano di Marchionne per Pomigliano, prima, e per tutta la Fiat, poi.
Riduzione delle pause da 40 a 30 minuti, riduzione della pausa mensa, portata a fine turno. Non è un caso, quindi, che qualche settimana fa un’altra azienda, l’Alcoa di Venezia, abbia ipotizzato di abolire la pausa mensa perchè l’intervallo per recarsi a pranzare era troppo lungo.
L’idea, dopo le proteste degli operai, è rientrata ma resta indicativa di una tentazione.
C’era una volta il paese dei fannulloni
Eppure l’Italia, secondo l’Ocse, è uno dei paesi dove si lavora di più, il secondo tra quelli dell’Europa occidentale dopo la Grecia paesi in cui si lavora per 2.034 ore medie annue a persona. In classifica scorrono i paesi dell’Europa dell’est, la Russia, la Turchia e gli Stati Uniti ma al tredicesimo posto troviamo l’Italia con 1.752 ore medie annue a persona (dati Ocse, 2012). In Francia sono 1.479, in Germania 1.393, in Spagna 1.666.
La media dell’area euro è di 1.557, molto al di sotto di quella italiana.
Quindi, a dispetto delle tradizionali battute sugli italiani “fannulloni”, il nostro paese è collocabile più nella fascia dei paesi emergenti che in quelli pienamente sviluppati dove pure figura.
Sul piano della produttività , ovviamente, il discorso cambia: per ogni ora lavorata, infatti, il prodotto interno lordo italiano, 46,7 dollari, è sotto la media dell’area euro pari a 52,9 dollari. La Germania produce in ogni ora 58,3 dollari, la Francia 59,5 mentre gli Stati Uniti arrivano a 64,5 dollari.
La produttività , però, dipende da numerosi fattori come lo stato delle infrastrutture, l’innovazione industriale, l’organizzazione del lavoro e, comunque, non elimina il fatto che nel nostro paese si lavori molto
E sempre più si lavorerà , come nel resto dell’occidente, in seguito allo sviluppo di organizzazioni del lavoro basate su internet. L’impatto delle nuove tecnologie sta modificando in profondità  il rapporto con il lavoro e per capirne la portata occorre guardare a quanto avvenuto alla Bmw, la casa automobilistica tedesca. In seguito all’accordo raggiunto il mese scorso, infatti, l’orario di lavoro comprenderà  anche le ore passate dai dipendenti fuori dall’azienda, in operazioni di lavoro, su computer, smartphone o anche solo ricevendo e trasmettendo mail.
Le ore passate su internet, per conto dell’azienda verranno conteggiate in un conto globale del dipendente e quindi detratte dal proprio orario
L’accordo tedesco mette in evidenza un aspetto apparentemente secondario degli orari di lavoro, e di vita, ma facilmente misurabile da chiunque sia abituato, o costretto, a “portarsi il lavoro a casa”.
In realtà , anche il ritorno a casa dal lavoro è cambiato. Da diversi anni, infatti, la prima serata tv è slittata dalle 20,45 – l’orario di inizio dei film o degli spettacoli di circa venti anni fa-alle attuali 21,30.
Le mail della Bmw cambiano l’orario settimanale
Un modo per adattare la tv allo slittamento degli orari anche se, a giudicare dalle molte proteste degli utenti, il ritardo serale impatta negativamente su famiglie che devono alzarsi molto presto per andare a lavoro.
Il problema degli orari e del “rientro a casa” e quindi della gestione delle famiglie, è stato preso molto seriamente qualche anno fa dall’Ufficio “per la pastorale della famiglia” e da quello “per i problemi sociali e del lavoro” della Conferenza episcopale italiana.
Quando, nel 2007, monsignor Nicolli e monsignor Tarchi hanno presentato il convegno “Un lavoro a misura di famiglia” hanno utilizzato la testimonianza di una giovane “lavoratrice madre “madre lavoratrice”: “Esco da casa alle 6,30 e rientro alle 19,30. Da quando mi sono sposata l’orario di lavoro è diventato insostenibile, soprattutto dopo la nascita del mio primo figlio che oggi ha due anni e mezzo. Nonostante il mio titolo di studio e il lavoro che svolgo, percepisco una retribuzione al netto tra i 1.100 e i 1.200 euro mensili”.
Il marito ha gli stessi orari e percepisce lo stesso reddito. “Rientrati a casa – continua la signora trentenne – nonostante la stanchezza della giornata lavorativa, ci occupiamo di tutte le faccende domestiche: cena da preparare, camere da riordinare eccetera. Oltre a queste attività  io e mio marito cerchiamo di dedicare le attenzioni necessarie a nostro figlio che vuole giocare, vuole le coccole che alla sua età  sono più che normali. Dopo cena, mentre mio marito lava i piatti e sistema la cucina, io mi occupo di preparare il bimbo per la notte e se tutto va bene per le 23:00 siamo tutti a letto”.
Il giorno dopo, ovviamente, si ricomincia.

Salvatore Cannavò

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HOSTESS, RICERCATORI, ARCHITETTI: NESSUNO E’ AL RIPARO DALLA CRISI: E LO JOBS ACT AUMENTERA’ LO SFRUTTAMENTO

Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile

“HO 35 ANNI, SONO UN MEDICO CON DOTTORATO E MASTER, COME PATOLOGO PRENDO TRA I 700 E I 1200 EURO: ALMENO DIECI ORE AL GIORNO, PIÙ SERA, E A VOLTE NOTTE E WEEKEND”

È giovane e curata, ti serve il caffè con un sorriso. E tu sorridi di rimando, come se la cabina di un aereo consentisse, almeno per un po’, di lasciare a terra gli incubi di poveri e sfruttati che popolano le nostre città .
Ma Sonia, hostess di 28 anni, non lavora per la nota compagnia di volo low cost di cui indossa la divisa, ma per un’agenzia interinale che fornisce “materiale umano” alle compagnie aeree.
Come racconta il sindacato FamilyWay, Sonia ha speso 3.000 euro per il corso di formazione, 325 euro per la divisa.
Oggi non ha un contratto ed è pagata a ore: 15,33 euro per ora di volo, per uno stipendio di 1100 euro.
Se è malata non guadagna e in più paga le tasse — dal maggio del 2012 — in due paesi.
Provate a distrarvi, leggendo le notizie sull’Ipad.
Aprendo un importante sito di informazione, potreste incappare nell’articolo di Francesca, giovane neomamma.
Scrive per diversi siti che fanno capo a un’unica società , con cui ha un contratto di collaborazione occasionale.
Guadagna 20 euro per 7 pezzi (4 ore), 40 per 14 (8 ore): 2,85 euro a pezzo, calcola, mentre “la signora delle pulizie di mia madre prende otto volte tanto”.
Quando, infine, atterrate all’aeroporto, magari progettato da un’archistar milionaria, potreste pensare alla storia di Alessandra, architetta entrata nel 2009 in un prestigioso studio di progettazione internazionale.
Oggi pratica la “libera” professione con partiva Iva, ma in realtà  ha orari stabiliti (10 ore, sabato compreso), postazione fissa, assenze detratte dallo stipendio, obbligo morale di non lavorare con altri committenti, per 1700 euro al mese.
Tante? “Provate a togliere 366 euro di Iva non scaricabile, 300 euro di inarcassa, 500 euro di affitto, spese per l’assicurazione, la formazione, il commercialista e l’ordine. Cosa rimane?”.
Se è il pubblico a sfruttare
Hostess, giornalista, architetto: tre lavori che vent’anni fa erano considerati prestigiosi e remunerativi.
Oggi chi rientra in queste categorie, specie se giovane, è entrato nella fascia sempre più popolosa dei working poor. Quelli che un lavoro ce l’hanno, e quindi dovrebbero ritenersi fortunati rispetto ai colleghi Neet che non studiano nè lavorano.
E invece riescono a malapena a sopravvivere, persi in un girone infernale e ormai incontrollato di sfruttamento, lavoro dipendente mascherato da partita Iva, contratti parcellizzati.
Dove il compenso arriva come un osso spolpato, senza più intorno contributi, tutele per malattia e maternità . Più che precari, come la politica continua genericamente a chiamarli, veri neo-schiavi
Paola è una delle migliaia di precari della scuola.
“Lo stipendio varia a seconda dei giorni lavorati: se lavoro un giorno, guadagno 40 euro, se non lavoro per una settimana consecutiva non ho la disoccupazione”.
Tutte le mattine dell’anno Paola deve restare nella sua città , reperibile al telefono alle otto, per sostituire nel giro di dieci minuti un’insegnante che si assenta.
“Se non rispondo, precipito in fondo alla graduatoria. L’altra mattina mi hanno chiamato alle 11.45 per un ingresso alle 12.30 in una scuola a 50 km da casa: come si può vivere così?”.
La storia di Paola racconta di un ulteriore e inquietante tassello, e cioè il fatto che ormai il pubblico assomiglia sempre più al peggior privato.
Vale per la scuola, vale soprattutto per l’università , oggi un terreno desertificato da tagli e blocco delle assunzioni.
Francesca, ricercatrice sociale da dieci anni, sopravvive con un contratto di collaborazione con l’Università  di Milano di poche centinaia di euro e deve continuare a pubblicare per avere chances di lavoro, “anche se ormai ai concorsi si presentano persone di 45 anni già  abilitate come professori associati”.
Monica, 900 ore di insegnamento agli stranieri alle spalle tra università , accademie e studenti Erasmus, continua a guadagnare dieci euro l’ora.
E oggi si trova a competere con un girone di disperati costretti al volontariato coatto pressoassociazioni che si spartiscono il mercato dell’italiano agli immigrati, nell’indifferenza del ministero.
Anche nel settore sanitario specializzandi e medici sono costretti a lavorare sempre più ore e sempre per meno, tanto che spesso il privato è l’unico sbocco.
“Ho 35 anni, sono un medico specialista con dottorato e master”, dice Filippo: “Come ricercatore prendo 1200 euro dall’Università , poi lavoro come patologo clinico in una clinica privata con partita Iva (tra i 700 e i 1200 euro): almeno dieci ore al giorno, più sera, e a volte notte e weekend”.
Ancora peggio se la passa chi, da privato, con il pubblico ci lavora.
Come Laura, che ha una piccola società  di ricerca: “I bandi pubblici prevedono budget sempre più leggeri, qui siamo ipercompetenti eppure guadagniamo 800 euro al mese, senza tredicesima ferie, tfr”.
“Sono un’archivista specializzata, emetto fatture anche per cinquanta euro”, aggiunge Sara, “ma lavorare con un pubblico che ti paga in ritardo perchè crede che la cultura sia un privilegio è umiliante”.
Dipendenti e non, tutti sottopagati
L’altro fenomeno di questa Italia dove il ceto medio lavorativo sta scomparendo è che dipendenti e autonomi finiscono ormai per assomigliarsi, sovrapporsi, confondersi.
Il gap tra tutelati e non, che le famose riforme avrebbero dovuto avvicinare, si sta assottigliando: perchè le protezioni stanno sparendo per tutti.
I primi con stipendi che non crescono, oppure cassintegrati e “solidarizzati” — è la storia di Katia, impiegata di Alitalia Cai, oggi in cassa in deroga al 40% con uno stipendio di 500 euro al mese, quando arriva — oppure messi nei più bizzarri part time: come Francesco, che per 18 mesi ha lavorato in un’azienda nel settore delle rinnovabili con part time al 30% per 400 euro al mese.
I secondi precipitati dai contratti a progetto al lavoro occasionale o a partita Iva, oppure a pigione.
“Dopo anni di contratti di collaborazione”, racconta Chiara, traduttrice specializzata due bimbe di 3 e 5 anni, “oggi lavoro con diritto d’autore: guadagno poco, e i soldi arrivano sessanta giorni dopo”.
“Lavoravo in una rivista specializzata di architettura”, racconta Luigi: “base di 300 euro più un tot per ogni abbonamento chiuso, un incubo”.
Così, molti sono costretti a tornare al lavoro nero, magari a fare lavori di pulizia o babysitteraggio. “Sono laureata in scienze sociali”, spiega Marta, “ma oggi l’unico reddito certo è fare la family helper, per 500 euro al mese”.
Anche Margherita, 44 anni, dipendente part-time di una farmacia, si è messa a fare le pulizie. “Non voglio essere messa in regola, altrimenti tolte tasse e contributi cosa resta per me e mia figlia?”
All’impoverimento materiale si sta aggiungendo, ancora più doloroso, quello affettivo.
Così, mentre è sempre più difficile fare figli, quasi tutti raccontano di giovani amici e parenti volati via: “Non è giusto”, commenta Sabrina, “che la mia famiglia sia sventrata per colpa del lavoro che non c’è”.
“Il Quinto Stato”, l’hanno battezzato Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, autori dell’omonimo libro e del blog “La furia dei cervelli”.
“Avvocati, medici, insegnanti, lavoratori dell’intrattenimento e dell’arte: tutti si sono proletarizzati”, spiega Ciccarelli.
“Tornare indietro non si può, ma servirebbero riforme radicali: salario minimo, reddito minimo, riforma delle tutele, riforma radicale dell’Inps, riforma del diritto del lavoro. Di certo non se ne esce con il Job Act. Semmai, ci vorrebbe la rivoluzione”.

Elisabetta Ambrosi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I NUOVI SCHIAVI DEL LAVORO: GLI WORKING POOR SONO ITALIANI

Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile

HANNO UNA LAUREA NEL CASSETTO, LAVORANO FINO A DIECI ORE AL GIORNO SENZA GARANZIE E TUTELE, MA NON RIESCONO A CAMPARE… MENTRE I LORO MANAGER GUADAGNANO FINO A CENTO VOLTE DI PIÙ

Sono italiani, lavorano fino a dieci ore al giorno, senza riposi, ferie e weekend, ma non riescono a campare.
Storie di addetti alle pulizie, operatori di call center, ma anche medici, ricercatori, avvocati, hostess.
Ecco le loro buste paga da 700 e 1.200 euro al mese. Mentre i loro manager prendono anche cento volte di più.
“Tradizionalmente la povertà  è stata associata alla mancanza di lavoro (…) più recentemente questi confini sono diventati più sfumati e anche categorie di lavoratori regolarmente occupati si trovano di fatto in condizioni di povertà ”.
La sostanza del problema di cui ci occupiamo in questa inchiesta è così riassunto dall’ultimo rapporto Cnel sul mercato del lavoro.
L’analisi sugli “working poor”, i lavoratori poveri che pur lavorando non riescono a raggiungere una soglia dignitosa di reddito, è diventata ormai essenziale in tutte le indagini sul mondo del lavoro.
Secondo il rapporto in questione, infatti, in Italia, nel 2010, erano il 12,5% della forza lavoro, calcolati con i criteri di misurazione definiti in ambito internazionale (Eurostat, Ilo, Ocse).
Ma nel 2011 erano già  saliti al 14,3%.
Gli working poor, cioè i lavoratori “a basso salario” sono coloro la cui retribuzione è inferiore ai due terzi “della mediana della distribuzione dei salari orari”.
In Italia questa media è pari a 11,9 euro lordi contro i 13,2 euro dell’area euro. Il basso salario nel nostro paese, quindi, è indicato in 7,9 euro lordi l’o ra , circa 5,5 euro netti orari, 800-900 euro al mese.
Troppo poco per vivere ma abbastanza per essere considerati lavoratori, o lavoratrici, a tutti gli effetti.
La contraddizione è tutta qui, in questo conflitto tra lo status percepito e quello vissuto concretamente nella vita di tutti i giorni.
Ci si alza la mattina presto (si veda la pagina seguente), si va al lavoro con orari sempre più lunghi, si torna a casa, magari con la valigetta 24 ore e, in un mondo di disoccupazione crescente, si è visti come persone fortunate.
Eppure, a fine mese, quando la busta paga fa a pugni con le bollette, ci si accorge di essere poveri, di non potercela fare, di essere costretti a correre ancora più forte per campare.
La situazione è stata aggravata fortemente dalla crisi economica i cui effetti si sono fatti sentire con qualche anno di ritardo.
Ecco perchè l’offerta di Matteo Renzi di mettere nelle busta paga di maggio 80 euro per ogni lavoratore dipendente sotto i 1500 euro al mese, fa tanta presa a livello generale.
Un aumento di quelle dimensioni non è stato realizzato con nessuno dei più importanti rinnovi contrattuali.
In questo senso l’ipotesi di un salario minimo orario per legge potrebbe costituire un deterrente.
La Germania l’ha fissato in 8,5 euro, Obama in 10 dollari (7,5 euro). L’Italia non ce l’ha.
I sindacati temono che possa ridurre i salari attuali. Ma i lavoratori poveri hanno bisogno di una qualche risposta.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DECRETO SUL LAVORO DI RENZI: LA LIBERALIZZAZIONE CHE NON LIBERA

Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA RIFORMA DI RENZI CREERA’ MENO ORE LAVORATE, SALARI PIU’ BASSI E LAVORATORI DI SERIE B

Il decreto sul lavoro varato dal governo Renzi non è nè di destra (l’espressione usata ieri da Stefano Fassina), nè di sinistra.
Semplicemente si muove in direzione antitetica rispetto al disegno di legge delega che lo stesso governo sostiene di voler tradurre in misure operative in tempi rapidi.
La legge delega si propone di stabilizzare i lavoratori temporanei e di unificare il mercato del lavoro, superando la segregazione fra i lavoratori duali e gli altri lavoratori, occupati e disoccupati (unificando gli ammortizzatori con il sussidio di disoccupazione).
Il decreto liberalizza, invece, i contratti a tempo determinato, rendendoli ancora più convenienti per il datore di lavoro rispetto a quelli a tempo indeterminato e allo stesso contratto di apprendistato.
Certo, giusto, togliere una serie di oneri burocratici, introdotti dalla riforma Fornero, che hanno ostacolato le assunzioni, ma qui si va ben oltre quanto richiesto dalle stesse associazioni di categoria.
Si permettono fino a 8 proroghe dello stesso contratto con lo stesso datore di lavoro anche per prestazioni che non hanno affatto natura temporanea.
Al termine di ciascuna di queste proroghe, il datore di lavoro potrà  di fatto licenziare il lavoratore senza preavviso e senza riconoscere alcuna indennità .
Nulla impedisce che una lavoratrice venga lasciata a casa perchè entrata in maternità  al termine di uno dei suoi tanti microcontratti.
E dopo tre anni di prova, il datore di lavoro ha l’alternativa fra convertire il micro-contratto in un contratto a tempo indeterminato (col rischio di pagare fino a 36 mensilità  nel caso di licenziamento senza giusta causa) oppure sostituire il malcapitato con un altro lavoratore temporaneo a costo zero.
Facile intuire che il tasso di conversione si ridurrà  ancora di più rispetto ai già  bassi livelli attuali e le imprese continueranno ad offrire quasi unicamente contratti a tempo determinato.
Tanto più che ora il decreto permette che questi siano utilizzati per il 20% dei lavoratori di un’impresa, e anche oltre, se specificato dal contratto di categoria.
Ad esempio, il contratto per il settore “legno lapidei”, siglato col decreto in Gazzetta Ufficiale, permette alle aziende del settore di avere fino alla metà  dei lavoratori a tempo determinato
Crediamo che Renzi abbia scelto questa strada perchè voleva dare una spinta alla creazione di posti di lavoro. Nobile intento. Ma bene che non si illuda.
Può esserci un effetto immediato sulle assunzioni, ma prima o poi, forse anche prima delle elezioni di maggio, ci sarà  un forte effetto anche sulle cessazioni di rapporti di lavoro.
L’esperienza trentennale della Spagna, raccontata con alcuni grafici su lavoce. info, è molto informativa a riguardo.
Liberalizzando i contratti a tempo determinato in presenza di contratti a tempo indeterminato con alti costi di licenziamento, si hanno più contratti temporanei, ciascuno più breve, più passaggi da un’impresa all’altra, più periodi di disoccupazione, meno ore lavorate e salari più bassi (anche a parità  di ore lavorate). Non è un’avventurosa e impegnata vita spericolata.
È semplicemente una deprimente vita lavorativa segregata, da lavoratore di serie B, spesso a vita, condannato a non poter pianificare in alcun modo il proprio futuro.
Se si vogliono togliere freni alla creazione di posti di lavoro senza rendere ancora più duale il nostro mercato, meglio concentrare tutte le energie su di un disegno di riforma coerente.
Si può, ad esempio, tagliare il cuneo fiscale nel modo più diretto e meno distorsivo, vale a dire riducendo i contributi sociali.
Dato che le risorse sono limitate, questa riduzione del cuneo fiscale può limitarsi ai soli contratti a tempo indeterminato.
È un modo di incoraggiare le conversioni e corrisponde ad un principio assicurativo: sono posti di lavoro a minor rischio di venir interrotti dei contratti a tempo determinato.
Si può, al contempo, introdurre il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti nel decreto, al posto di proroghe ed estensioni ad libitum dei contratti a tempo determinato.
Anche questo serve a incentivare i datori di lavoro ad assumere fin da subito con contratti a tempo indeterminato.
Essendo una riforma strutturale, potrebbe essere utilizzata nel negoziato a Bruxelles per ottenere quella maggiore flessibilità  auspicata anche ieri dal ministro Padoan, dunque per rendere ancora più forte e incisiva la riduzione delle tasse sul lavoro. Pagaiando in modo disordinato si rischia di continuare a girare su se stessi.
L’illusione è quella di muoversi, ma è solo tanta fatica sprecata.
Meglio decidere dove si vuole andare e, a quel punto, vogare spingendo entrambi i remi verso prua oppure sciare a dritta, spingendoli con altrettanta determinazione verso poppa.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A FASSINA: “I CONTRATTI A TERMINE DI POLETTI AUMENTERANNO LA PRECARIETA'”

Marzo 17th, 2014 Riccardo Fucile

“COSI’ CROLLANO I CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO, OCCORRE FAVORIRE LA DOMANDA AGGREGATA”

Questa volta il governo «è andato oltre».
Correggere la legge Fornero è giusto, perchè quelle regole sono «astratte, giacobine e controproducenti», ma anche i contratti a termine modello Poletti produrranno effetti contrari alle buone intenzioni del ministro: la precarietà  aumenterà  e i contratti a tempo indeterminato crolleranno.
Per Stefano Fassina, ex viceministro Pd all’Economia, il Jobs act «va cambiato a fondo». Annuncia battaglia in Parlamento e assicura che nel suo partito c’è «molta sensibilità  sul tema».
Quali sono, secondo lei, i punti da modificare?
«Prima di ragionare sui singoli punti va detto che è sbagliata l’impostazione. Oramai ce lo dicono i numeri: il lavoro non si crea agendo sull’offerta, ma favorendo la domanda aggregata, l’attività  produttiva, i consumi e gli investimenti. Qui continuiamo a pensare che per far ripartire una macchina con il serbatoio vuoto basti cambiare l’olio: ma serve la benzina, e la benzina del lavoro è la domanda».
Intanto siamo davanti ad un decreto che liberalizza il contratto a tempo e l’apprendistato. Il governo non lo ritira, cosa può fare l Parlamento?
«Può riscriverlo, partendo dal numero delle proroghe previste per i contratti a termine: permetterne otto in trentasei mesi vuol dire peggiorare drasticamente la qualità  della vita dei lavoratori. Devono essere non più di tre».
Il testo abolisce anche l’obbligo di indicare la causale del contratto a termine e d’introdurre pause di 10 o 20 giorni fra un rinnovo e l’altro. Interverrete?
«Va bene eliminare le pause, ma appunto perchè non c’è più la causalità , la drastica riduzione delle possibili proroghe è irrinunciabile. Come è necessario ragionare sulle quote: il decreto prevede che, dove non intervengono gli accordi collettivi, ci sia un tetto all’utilizzo dei contratti a termine del 20 per cento sull’organico. Discutiamone, dobbiamo evitare gli abusi».
Come?
«Chiederemo l’istituzione di un’anagrafe pubblica dei rapporti di lavoro e chiederemo anche di introdurre una norma per verificare, ad un anno dall’entrata in vigore, gli effetti prodotti. Temo che il modello-Poletti porti ad un crollo dei contratti a tempo indeterminato: un risultato tragico perchè avremmo più precarietà , meno potere contrattuale per i lavoratori, quindi retribuzioni più basse, minori consumi, ripresa zero».
E le modifiche sull’apprendistato vi stanno bene?
«Per niente: capisco che – per come funziona oggi – la formazione è inefficace e permette sprechi e reati, ma abolire la formazione teorica degli apprendisti vuol dire condannarli ad un impoverimento professionale, proprio in un momento in cui, mai come prima, il mercato cambia continuamente. Nè è accettabile l’eliminazione dell’obbligo di stabilizzare almeno il 30 per cento almeno degli apprendisti prima di assumerne altri. Il contratto di apprendistato permette sgravi contributivi fortissimi: perchè dovremmo consentire agevolazioni così alte se poi nemmeno 3 apprendisti su 10 saranno assunti? Quel tetto non va toccato, altrimenti non ci sarà  nessuna stabilizzazione».
In quanti, nel Pd, la pensano come lei? Quanti sarete a firmare questi emendamenti?
«In tanti. Prima di discuterne nel gruppo e in Commissione lavoro aspettiamo di vedere il testo definitivo, ma nel Pd c’è molta sensibilità  sul tema».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA AL SOCIOLOGO GALLINO: “PIANO DEL LAVORO DI RENZI? VECCHIE IDEE, LA DISOCCUPAZIONE RIMANE”

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

“OCCORRE RIPORTARE LA FINANZA AL SERVIZIO DELL’ECONOMIA PRODUTTIVA”…”LA FLESSIBILITA’ HA SOLO DIMINUITO I POSTI DI LAVORO”

Mentre lo raggiungiamo al telefono, il professor Luciano Gallino sta leggendo un rapporto sul sistema sanitario in Grecia: “Un disastro assoluto, il prodotto di politiche di austerità  che produce risultati terrificanti”.
Quanto si vede finora con il nuovo governo sembra andare in quella direzione.
“Finora si è parlato molto, gli impegni sono tutti da vedere, ma mi sembra che ci muova sulla linea degli ultimi 20-25 anni. E che hanno solo aumentato la flessibilità  e la precarietà  del lavoro”.
Nessuna speranza su Renzi?
Direi che la sua domanda è una buona metafora del mio stato d’animo.
Cosa non la convince del piano del lavoro per come lo si conosce finora?
Sono passati 20 anni dalle prime proposte Ocse sulla flessibilizzazione del lavoro. Il risultato è che i precari sono aumentati a dismisura.
La riforma del “mercato del lavoro” non può servire a ridurre la precarietà ?
È uscita una gran quantità  di saggi che dimostrano come le riforme dei contratti di lavoro non modificano, se non in peggio, la creazione di posti di lavoro.
La tendenza che lei vede in atto, quindi, è la stessa dei precedenti governi?
Mi sembra proprio di sì. In realtà  non si è mai voluto analizzare in profondità  il motivo per cui le imprese chiedono maggiore flessibilità .
E qual è?
Non solo evitare la grana dei licenziamenti , ma anche trasformare il lavoro in un’appendice dei movimenti di capitale. La catena del valore si è ormai internazionalizzata e la forza lavoro viene collocata in uno stato di perenne transizione. Si pensi ai contratti a zero ore.
Contratti a zero ore?
Sì, in Gran Bretagna ne sono stati stipulati circa un milione. Zero ore per zero soldi. Il lavoratore firma un contratto che lo mette a disposizione dell’impresa che lo può chiamare con un sms anche per poche ore. Il lavoro diventa una sorta di rubinetto da aprire e chiudere a piacimento.
Cosa pensa dei mini-job tedeschi?
Parliamo di contratti da 15 ore alla settimana a 450 euro al mese. Se ne collezioni almeno due riesci a raggiungere un reddito che si colloca sulla soglia di povertà .
L’obiezione ricorrente è che è sempre meglio di niente.
È una brutta obiezione, perchè sarebbe come dire che se hai contratto una brutta malattia in realtà  potresti stare peggio. La forza della Germania, il suo export, si fonda sull’impennata della produttività  senza aumenti retributivi. Il successo tedesco si fonda sulla pelle dei lavoratori.
La sua idea per contrastare la precarietà  e creare lavoro?
Riportare la finanza al servizio dell’economia produttiva, creare occupazione assumendo direttamente su progetti ad hoc. Con investimenti pubblici si possono ristrutturare ospedali, interventi idrogeologici, etc.
Un modello keynesiano classico?
Abbiamo l’acqua non più alla gola, ma sopra gli occhi. Occore fare qualcosa urgentemente.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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