Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
LA CASSA INTEGRAZIONE RIGUARDA MEZZO MILIONE DI PERSONE…IN CRISI I SETTORI DELL’AUTO, DEGLI ELETTRODOMESTICI, DELLA SIDERURGIA E CANTIERISTICA
La situazione dell’industria italiana vede la seconda manifattura d’Europa, dopo la
Germania, soffrie una crisi di sistema e di prospettiva.
La cassa integrazione complessiva riguarda mezzo milione di persone. Nei settori industriali ballano circa 300 mila posti di lavoro.
A guidare la crisi è il settore dell’auto.
La produzione di vetture, infatti, si è fermata a 390 mila unità . Solo qualche anno fa, Fiat arrivava a un milione di auto.
La cassa integrazione nel 2012 è stata di decine di milioni di ore.
Ma la crisi del Lingotto si porta dietro quella dell’intero “automotive” che occupa 1,2 milioni di lavoratori e “contribuisce per l’11,4% al Pil”.
È Federauto a denunciare il rischio di perdere 220 mila posti di lavoro in aziende che portano i nomi di Lear, Johnson, Bosch, multinazionali che in Italia “sono vincolate ai modelli Fiat”.
Nella “ricca” Toscana si giocano il posto circa 3 mila persone in aziende come Trw, Gkm o Continental.
Il secondo settore manifatturiero, dopo l’automobilistico, è quello degli elettrodomestici. La crisi ha i nomi di marchi come Electrolux, Indesit , Candy, Whirlpool o Merloni.
La perdita di posti è stimata nel 30% per i grandi gruppi e nel 50% per le aziende minori in un settore da 130 mila addetti.
Uno smantellamento progressivo che per marchi come Electrolux o Indesit significa spostare le produzioni in Polonia o Ungheria.
Non va meglio nella siderurgia dominata dal caso Ilva, ma in cui si muovono, più silenziose e altrettanto gravi, i casi della ex Lucchini o della Thyssen.
In Europa “la sovracapacità produttiva è di circa il 30%” il che vuole dire che un impianto su tre non serve.
Alla ex Lucchini/Severstal di Piombino sono circa 2500 le persone che rischiano e altri 700 sono in ballo a Trieste.
All’Ilva circa 6000 lavoratori sono in cassa integrazione. E altri esuberi sono già annunciati dal gruppo Marcegaglia.
A fare peggio è il settore dell’alluminio in cui si verifica il paradosso di una produzione interna che copre il 12% del fabbisogno con l’unico produttore nazionale, l’Alcoa (1000 lavoratori compreso l’indotto) che invece è stato chiuso e se n’è andato in Arabia Saudita. La crisi si affaccia anche nel settore del rame — 70 mila addetti con l’indotto — in cui l’Italia produce i due terzi delle barre di rame prodotte nel mondo.
Tra le grandi produzioni presenti in Italia c’è anche la Kme che però ha annunciato 300 esuberi su 1500 dipendenti.
A risentire di politiche industriali nazionali assenti o distratte è il grande colosso italiano Finmeccanica.
Il gruppo è indebolito dalla crisi globale ma anche dal susseguirsi delle inchieste.
La crisi colpisce soprattutto, per via della riduzione di commesse pubbliche, il settore della Difesa.
Ma Finmeccanica, che pure “si trova in condizioni di vantaggio” nel settore civile, ha finora programmato la dismissione di aziende come Ansaldo Energia, Ansaldo Breda o Breda Menarinibus.
E l’altro ieri al sindacato è stata prospettata la cessione di Ansaldo Sts.
Con la riorganizzazione dell’Aeronauta un anno e mezzo fa sono stati persi circa 2000 posti. Ora ce ne sono altrettanti nel settore elettronico (Selex) e 5000 potrebbero liquefarsi in caso di svendita del civile ferroviario. Sono 10 mila posti su 42 mila complessivi in Italia, circa un quarto.
à‰ di oltre un terzo, invece, la quota di lavoratori che stanno per essere abbandonati da Fincantieri che ha rappresentato, con 8500 addetti, l’eccellenza mondiale dell’industria navale.
Dallo scorso anno i dipendenti in cassa integrazione sono stabilmente 1500 ogni anno con la possibilità di arrivare a 3500.
Un altro segnale di declino su cui non si vede traccia nel dibattito politico.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL PD DISERTA, GELO TRA LANDINI ED EPIFANI… COFFERATI: “E’ SBAGLIATO NON ESSERCI OGGI”… IL NEOSEGRETARIO PD: “SERVONO RISPOSTE, NON CORTEI”
È il lavoro, non l’Imu, la vera priorità . E al Pd dovrebbe far più paura il fatto di essere al Governo con Berlusconi piuttosto che scendere in piazza con i metalmeccanici della Cgil.
Così, in una piazza San Giovanni che ha raccolto un corteo di decine di migliaia di manifestanti, il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha indicato la vera emergenza e ha bacchettato il partito guidato da Guglielmo Epifani per aver disertato un’iniziativa che ha voluto essere “per” e non “contro”.
La Fiom – ha ricordato Landini – aveva «invitato tutti», ma alla manifestazione ha aderito solo il Sel con Nichi Vendola, ha partecipato un gruppo di esponenti M5S e si sono visti, sparsi, solo pochi uomini Pd, fra i quali l’ex ministro Fabrizio Barca che ha salutato Landini all’inizio del corteo, Sergio Cofferati («avrei sperato che il mio partito ci fosse»), Pippo Civati, Corradino Mineo e Matteo Orfini.
E in piazza San Giovanni il numero uno della Fiom non ha esitato a rimarcare certe assenze.
Invitando «a non avere paura della piazza», dopo che si è trovato il coraggio di «governare con Berlusconi».
Al lungo corteo dei metalmeccanici si sono uniti anche studenti, esodati e pensionati. Insieme hanno voluto lanciare un messaggio chiaro al Governo Letta.
«Senza discontinuità » rispetto alle politiche targate Monti e Berlusconi – ha detto Landini – «il governo non avrà vita lunga».
E sicuramente non avrà gioco facile, visto che il segretario generale della Fiom si è detto pronto a mettere in campo «ogni iniziativa» per determinare un cambio di rotta. Per il sindacato serve dare risposte alle tante vertenze ancora in piedi: dall’Ilva, di cui Landini ha ricordato le vittime, alla Fiat, per la quale la Fiom torna a richiedere un tavolo.
Stavolta la manifestazione non si è unita ad uno sciopero, come era accaduto nel marzo del 2012. Da allora il bilancio della crisi si è aggravato, con tanti operai diventati cassaintegrati o disoccupati. Ma la piazza non ha rinunciato a invocare «lo sciopero generale».
Parole non pronunciate dal segretario, che però sulla rappresentanza ha evidenziato, come nell’intesa con Confindustria «sarebbero inaccettabili limitazioni al diritto di sciopero».
Ma sono i temi di queste ore, Imu e Cig, ad aver tenuto banco nel corso di tutta la manifestazione.
L’Imu – ha detto Landini – «non è una priorità », perchè al primo posto delle cose da fare ci sono i temi del lavoro.
Il «problema non è cancellare l’Imu per tutti», ma «tassare la ricchezza per ridistribuirla», «fare investimenti pubblici», dare il via «a un piano straordinario per l’occupazione» ed arrivare «al reddito di cittadinanza».
Il rifinanziamento della Cig, che ha avuto il via libera venerdì dal CdM, «è un fatto positivo, ma non è detto che quel miliardo sia sufficiente e, comunque bisogna andare oltre l’emergenza».
«Quando una forza politica sostiene un governo, il suo primo imperativo è dare risposte alle persone che pongono problemi. Esattamente ciò che ha fatto il governo. Oggi in piazza si è detto “ripartire dal lavoro”, il governo è ripartito esattamente da quello».
Così ha risposto il neo-segretario del Pd Epifani in merito alla sua assenza al corteo.
Il primo provvedimento che ha preso – ha proseguito – è stato il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga per un miliardo, la proroga dei contratti dei precari nelle pubbliche amministrazioni, il ripristino dei contratti di solidarietà . Queste misure parlano della condizione del lavoro, soprattutto nei settori più esposti della società , pmi e precari».
(da “La Stampa”)
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Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
PER AVERE I PRIMI STANZIAMENTI SERVIRONO DUE ANNI, POI FU FALCIDIATO DAI TAGLI DEL GOVERNO… LE INIZIATIVE FINANZIATE NON SONO MONITORATE
Un fondo per i giovani che non ha più fondi, gestito in modo caotico e opaco, che premia progetti a volte misteriosi e spesso non rendicontati.
E che in cinque anni ha visto scivolare via oltre 500 milioni di euro.
E’ il ramo secco dello Stato su cui Enrico Letta punta per legittimare ulteriormente il suo governo di larghe intese, con tanto di impegno pubblico a fare dell’occupazione giovanile la sua “ossessione”.
Le radici le ha proprio in ufficio, nella presidenza del Consiglio, titolare del “Fondo politiche giovanili”, una cassa di finanziamento falcidiata dai tagli e da cui più soggetti hanno attinto.
C’è, ad esempio, la Compagnia delle Opere che si fa finanziare un progetto, spende meno del previsto, e si tiene la differenza.
Ci sono le domande di partecipazione a un bando da un milione di euro che nessuno si è premurato neppure di aprire e restano lì, sigillate, a invecchiare come il vino.
Un museo che organizza master per under 30 ma ci mette le sue guide e ci realizza un cofanetto promozionale.
E poi c’è un sito, giovaneimpresa.it, che doveva diventare il punto di riferimento per tutte le iniziative pubbliche di sostegno all’imprenditorialità giovanile.
Ma, in realtà , è divenuto l’emblema di come vanno le cose quando la politica mette il cappello sui giovani: è costato 350mila euro, attinti sempre dal fondo di cui sopra, ma è un relitto nella rete che totalizza 200 visitatori in dieci mesi, 20 al mese, meno di uno al giorno.
Tutto con il logo della Presidenza del Consiglio, quella che — in continuità tra centrosinistra e centrostra — ha formalmente elevato il tema dell’occupazione giovanile, issandolo come una bandiera sul tetto di Palazzo Chigi.
Enrico Letta era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio quando Romano Prodi, il 17 giugno del 2006, un mese dopo l’insediamento, istituiva il primo fondo.
Per due anni, però, rimase dormiente: i decreti attuativi arrivarono tardi, quando il governo dell’Unione si era già polverizzato.
Nel 2008 Berlusconi se li ritrovò predisposti e pensò bene di crearci attorno perfino una delega ad hoc, quella di Giorgia Meloni, rigorosamente senza portafoglio.
Tutti, sinistra e destra, a dire che l’importante è investire sui giovani.
Ma i numeri dicono il contrario, raccontano un’altra storia: i fondi per le politiche giovanili sono stati via via svuotati e tagliati negli anni fino a lasciare le briciole.
Molti programmi, in nome dei vincoli di spesa e dell’austerità , dovranno presto limitarsi a utilizzare i residui passivi delle gestioni precedenti, altri non riceveranno più un euro.
Nel complesso la “dote” giovani è calata di due terzi in quattro anni.
Il capitolo di missione dedicato allo sport e al servizio civile, ad esempio, è sceso da 173 a 71 milioni (nella nota di previsione del 2013 a 64) con un taglio del 60%.
Tanto che è appena stata depositata un’interrogazione per chiederne l’integrazione. Scorrendo poi le singole voci del bilancio della Presidenza si capisce meglio cosa intendesse Mario Monti quando un anno fa parlava di una “generazione perduta sulla quale mi chiedo se valga la pena investire”.
Già nella nota di bilancio 2011 si spiegava che sul “Fondo di credito ai giovani” (cap. 848) “non è possibile allocare alcuna nuova disponibilità ”.
Idem per il “Fondo di garanzia per l’acquisto prima casa” (cap. 893), istituito nel 2008, che tre anni dopo non sarà neppure finanziato.
Stesso destino per il “Fondo per le comunità giovanili” (cap.884).
La Corte dei Conti, a marzo, ha cercato di capire come sono stati spesi i soldi per il “Fondo per le politiche giovanili”.
I magistrati contabili rilevano alcune “criticità ” evidenti , sia in ordine ai progetti finanziati, sia alla loro successiva gestione e rendicontazione, perlopiù sparpagliate su diversi ministeri, enti locali e di diritto pubblico come Invitalia o l’Agenzia nazionale per i Giovani.
Il fondo, questo è certo, sta toccando il fondo: nel 2008 erano stati stanziati 150 milioni, che sono divenuti 100 l’anno successivo, poi 81 e infine 12 per il 2011. Insomma, l’investimento sui giovani anche per questo capitolo è decisamente in picchiata.
Le iniziative finanziate sono spesso opache e a volte del tutto “disallineate” agli scopi del finanziamento.
Alcuni esempi?
Un bando del 30 dicembre 2008 da 4,8 milioni ha finanziato un portale (www.giovaneimpresa.it) che alla fine della fase di test non ha superato i 200 accessi in 10 mesi ma è costato la bellezza di 350mila euro. “In seguito — scrivono i magistrati — si è fermato per la mancanza di ulteriori fonti di finanziamento, ed il portale è diventato, in sostanza, uno strumento ad uso della Comunicazione istituzionale del Ministro della Gioventù”.
Una scatola vuota “il cui quadro complessivo evidenzia una sostanziale incorenza anche per la falcidia che ha subito nel tempo il Fondo per le politiche giovanili, il cui stanziamento per il 2012 è limitato a 8 milioni di euro”.
Un altro bando sotto la lente è quello del 23 gennaio 2008 per la “legalità e crescita della cultura sportiva”.
Importo, 1 milione di euro.
L’amministrazione non ha mai trasmesso il decreto di approvazione dell’iniziativa alla Corte in quanto “irreperibile”, con buona pace della legalità in calce al bando. Si scoprirà che non era mai stato emanato.
Le domande di partecipazione erano però arrivate in plichi sigillati, numerate e catalogate.
Alla fine vengono ammessi 55 progetti, ma quelli che hanno ricevuto il finanziamento, a tempo scaduto, saranno solo due.
“Manca un reale monitoraggio”, infine sui cofinanziamenti per 19 milioni di euro gestiti in compartecipazione con sei regioni. “I progetti si concludono con una mera presa d’atto delle relazioni che ne indicano la conclusione”.
Tra questi il progetto della Compagnia delle Opere da 710mila euro dal nome emblematico: “Potter — Progetto e occasione per tessere trame educative”.
I soldi servono a finanziare esperienze di lavoro e attività extrascolastiche.
La nota si chiude con un rilievo non da poco: tra le fonti di finanziamento e la spesa effettiva c’è uno scostamento significativo, ma la quota pubblica che doveva essere pari al 70% non è stata rimodulata sulla spesa effettiva e la restituzione della somma eccedente non è mai avvenuta. In pratica la Cdo ha messo a carico del pubblico quanto avrebbe dovuto finanziare in proprio.
Tanto pagano i giovani.
I 465mila euro messi a disposizione della Fondazione Centro Studi G.B. Vico per giovani imprenditori si scoprirà che sono andati a beneficio di un’altra categoria.
Con quei soldi la Fondazione pagherà l’instradamento a 47 potenziali guide turistiche per il proprio museo vichiano (oltre a un confanetto promozionale sul filosofo di cui porta il nome).
“Evidente che l’attività realizzata dal soggetto attuatore si focalizzano su tematice e azioni legate ai propri interessi che non ripondono a quelli del bando”.
Anche per l’età dei destinatari della formazione: il bando indicava una fascia d’età compresa tra i 15 e i 30 anni, delle 47 unità che hanno ricevuto formazione, 21 superano i 30 anni ed in alcuni casi i 50 “e comunque non si forniscono notizie circa gli ulteriori sviluppi sotto il profilo dell’inserimento lavorativo dei soggetti coinvolti nella formazione”.
Li chiamavano giovani.
E gli sottraevano il futuro.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile
IL MERCATO DEL LAVORO TEDESCO GODE DI OTTIMA SALUTE: MERITO DI UN SISTEMA DI ISTRUZIONE CHE DA’ MOLTA IMPORTANZA ALLA FORMAZIONE PRATICA
Oltre cinque milioni e mezzo di giovani europei sono senza lavoro. 
Nei paesi del sud Europa colpiti dalla crisi sta crescendo un’intera generazione dalle scarse prospettive: un giovane spagnolo o greco su due è senza lavoro.
In Italia e in Portogallo tra gli under 25 anni la media sale a uno su tre.
Per loro la Germania deve sembrare il paese della cuccagna: lì la disoccupazione giovanile è inferiore all’8 per cento.
In nessuno degli altri 27 paesi membri dell’Ue la media è così bassa, e soltanto l’Austria vi si avvicina con un 8,9 per cento.
“Come faranno?”, si chiedono i cittadini dei paesi europei confinanti, che spesso partono in pellegrinaggio per la Germania per comprendere questo fenomeno.
Quello che scoprono è il nostro duplice sistema di formazione professionale: qui si studia (la teoria) e si lavora (la pratica) contemporaneamente, e non consecutivamente. Per la maggior parte degli europei si tratta di una novità assoluta: imparare e lavorare, invece di imparare per poi lavorare.
La Commissione europea ha lodato il modello tedesco, definendolo una “garanzia contro la disoccupazione giovanile e la penuria di manodopera qualificata”.
Perfino il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’unione del 2013 ha applaudito il modello tedesco: “Paesi come la Germania puntano a far laureare i loro studenti delle scuole superiori con l’equivalente di un diploma tecnico rilasciato da uno dei nostri community college, così che siano pronti ad affrontare il mondo del lavoro”.
Per molto tempo altri paesi hanno criticato la Germania per questo approccio: l’Ocse infatti ci rimprovera sistematicamente perchè il numero dei nostri laureati è troppo basso. Secondo molti esperti l’istruzione universitaria — semplice laurea triennale, laurea specialistica o dottorato — è la misura di tutte le cose.
E la certificazione tedesca di “Meister” (master) è alquanto rara.
La formazione pratica è considerata di gran lunga inferiore alla formazione universitaria.
Per molti europei è del tutto inconcepibile mettere sullo stesso piano il diploma di apprendista e quello liceale, oppure considerare un diploma di master alla pari con una laurea triennale.
Poco alla volta, però, si sta spargendo la voce che la capacità innovativa dell’industria tedesca — il cui successo si misura da quello dei suoi prodotti in tutto il mondo — potrebbe avere qualcosa a che vedere proprio con la solida formazione che ricevono gli operai tedeschi.
Anche in Germania c’è chi critica questo sistema.
Si sente spesso dire che la formazione è troppo specializzata, troppo su misura rispetto alle esigenze specifiche di certe industrie, e che il numero delle diverse specializzazioni (oltre 300) tra cui un giovane può scegliere il suo tirocinio è decisamente troppo alto.
C’è anche chi esprime dubbi sulla reale possibilità che le qualifiche di questo duplice sistema riescano a stare al passo con la rapida evoluzione dell’era di Internet.
Il sistema è stato messo particolarmente sotto pressione una decina di anni fa, quando la disoccupazione in Germania era altissima e decine di migliaia di giovani non avevano la possibilità di ricevere un’adeguata formazione pratica.
Nel 2004 il governo verde-rosso formato dai socialdemocratici e dai Verdi spinse per l’arruolamento in massa di apprendisti, per costringere l’economia a creare più possibilità per la formazione.
Ma nel giugno 2004 il governo tedesco si accordò con i datori di lavoro e le associazioni delle aziende per far approvare il Patto di formazione professionale e scolastico, che ha contribuito a ribaltare la situazione: adesso l’offerta supera la domanda.
La crisi economica globale ha trasformato il modello tedesco in un successo da esportare.
La Germania ha firmato un accordo di cooperazione per la formazione con sei paesi dell’Ue e le aziende tedesche fanno da apripista nella formazione pratica del personale nelle loro società affiliate all’estero, che seguono il modello tedesco.
Polo d’attrazione
Le aspettative sono alte, anche per i tedeschi stessi.
La Germania, infatti, non ambisce soltanto a esportare un modello vincente, ma spera che gli europei del sud più dinamici e motivati occupino tutti i posti a disposizione per l’apprendistato, e una volta perfezionate le loro qualifiche non tornino a casa, ma restino in Germania per sopperire alla crescente carenza di manodopera qualificata. Gli scettici sottolineano vari problemi, per esempio le barriere linguistiche, e dubitano che i migranti possano effettivamente ricoprire un ruolo determinante nel porre rimedio alla penuria di apprendisti tedeschi.
È anche vero che il periodo attuale non è l’ideale, dato che il sistema tedesco dipende strettamente dall’economia. In definitiva è il mercato, non gli esperti di istruzione, a decidere il numero dei tirocini disponibili. Sono le aziende a decidere quante posizioni richiedano qualifiche delle quali si avrà bisogno in futuro.
Questa è la premessa per il numero dei posti disponibili per i tirocini.
Di conseguenza, il grande vantaggio dell’approccio alla formazione professionale tedesca è al tempo stesso anche il suo inconveniente maggiore.
Il sistema è strettamente collegato all’economia e nei tempi sfavorevoli, come quelli che stanno attualmente vivendo i paesi europei assillati dalla crisi, la domanda di apprendisti sarà inevitabilmente minore.
Il fatto che gli europei del sud stiano cercando una risposta studiando il nostro sistema di doppia formazione dimostra quanto siano disperati.
Non soltanto sono privi di aziende capaci di creare posizioni per i tirocinanti, ma sono anche privi di pazienti maestri in grado di trasmettere le loro conoscenze ai loro tirocinanti. Inoltre sono privi di istituzioni e di quella cooperazione stretta e assidua che è indispensabile tra datori di lavoro, dirigenti politici, sindacati e altri attori per realizzare il sistema della doppia formazione.
Del resto, perfino in Germania, dove tale collaborazione è ormai solida, il sistema non è immune da problemi, come il conflitto sul Patto di formazione o la resistenza dei sindacati.
Gli europei del sud che adottano il sistema tedesco hanno intrapreso una strada molto ambiziosa.
Ma è sicuramente meglio spingere per riforme strutturali coraggiose che optare per soluzioni più semplici come dare ai giovani disoccupati una formazione professionale inutile soltanto per tenerli impegnati e tranquilli.
Questo sforzo merita il nostro pieno sostegno.
Come lo meritano i giovani europei del sud che lasciano le loro case e i loro paesi per venire qui in Germania a trovare lavoro o a ricevere una formazione professionale. Noi dovremmo accoglierli a braccia aperte.
Stefan von Borstel
Die Welt
(da Presseurop)
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Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile
ALTRO CHE INCIUCI E SCENEGGIATE GRILLINE, OCCORRONO INTERVENTI CONCRETI NEL SOCIALE E SOSTEGNI ALLE AZIENDE CONDIZIONATI AD ASSUNZIONI… SONO 495.000 AL SUD, 303.000 AL NORD, 157.000 NEL CENTRO ITALIA
Quasi un milione di famiglie è senza reddito da lavoro.
Tutti i componenti ‘attivi’ che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati.
E’ quanto emerge da dati Istat sul 2012.
Nel dettaglio sono 955 mila le famiglie con tutti i membri appartenenti alle forze lavoro in cerca di occupazione, in rialzo del 32,3% sul 2011.
In un solo anno le famiglie ‘senza lavoro’ sono aumentate di 233 mila.
Ed ecco come sono ripartite: 234 mila single, 183 mila monogenitore, 74 mila coppie senza figli e 419 mila coppie con ‘prole’ a cui se ne aggiungono 45 mila che l’Istat definisce di “altre tipologie”.
A livello territoriale oltre la metà (51,8%), 495 mila, si trova nel Mezzogiorno, seguono il Nord (303 mila) e il Centro (157 mila).
In generale si tratta di famiglie con seri problemi di disoccupazione e quindi di disagio economico.
Case dove non c’è alcun reddito, o ci sono entrate che però non arrivano dal lavoro dipendente o autonomo, come possono essere le rendite da pensione.
In altre parole nuclei dove regna la disoccupazione assoluta, tutti sono a caccia di un posto, o dove alla disoccupazione magari si associa la pensione o un’altra rendita ad esempio può essere il caso di una famiglia dove il padre è pensionato, la madre casalinga con uno o più figli disoccupati; o dove uno o entrambi i genitori sono alla ricerca di un impiego e i figli ancora piccoli vanno a scuola; o ancora tutti i membri soffrono la mancanza di un posto.
Non si esclude ci possa essere qualche caso più fortunato di chi può permettersi di vivere senza lavorare, contando su rendite immobiliari o da capitale, i cosiddetti rentier.
Ma con tutta probabilità , non è la condizione che associa questo milione di casi.
Un numero lievitato durante gli anni di crisi.
Basti pensare che nel 2007 le famiglie che corrispondevano all’identikit di nuclei con tutte le forze lavoro in cerca di occupazione erano solo 466 mila.
Ecco che in cinque anni la loro cifra è più che raddoppiata (+104,9%).
(da “La Repubblica“)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
NEI QUARTIERI DELL’ACCIAIERIA L’AFFLUENZA PIU’ BASSA: PREFERISCONO MORIRE DI TIMORE
Non serviva agitarsi più di tanto. 
Quel referendum da fissare «a una data più lontana possibile», come nel 2010 ordinava la famiglia Riva – intercettata al telefono – al sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, non era niente di cui l’Ilva avrebbe dovuto preoccuparsi.
La prova è arrivata ieri dalle urne: il Comune ha chiesto ai tarantini se volessero la chiusura dello stabilimento siderurgico e, se sì, della sola area a caldo (quella più inquinante).
E i tarantini hanno scelto di non scegliere, restando a casa.
Alle 22, a urne chiuse, aveva votato al referendum soltanto il 19,51 per cento degli aventi diritto, lontanissimi dal quorum del 50 per cento necessario perchè la consultazione fosse valida.
Ancora più emblematici i dati dei quartieri a ridosso del siderurgico, dove alle urne si sono recati meno di un elettore su dieci.
Il referendum, spiegano in città , era lo strumento sbagliato: non si può chiedere ai cittadini di scegliere tra il diritto alla salute e quello al lavoro.
Deve essere la politica a dare una risposta.
Se fosse stato raggiunto il quorum, il Comune avrebbe dovuto in qualche maniera tenere conto dell’indicazione dei cittadini e il sindaco Stefano – che ieri ha votato, ma senza dichiarare come: «Una giornata importante, si decide il futuro della città » – in qualità di autorità sanitaria avrebbe dovuto emettere un provvedimento di chiusura dello stabilimento.
«Fantapolitica» hanno spiegato i partiti nei giorni scorsi, segnalando che la consultazione costava all’amministrazione 400 mila euro.
E tutti i partiti hanno snobbato il referendum, dando libertà di voto.
Allo stesso modo hanno fatto i sindacati.
Avevano indicato di votare «sì» soltanto il MoVimento 5 stelle («ma troppo timidamente » hanno protestato ieri i comitati organizzatori, con il leader dei Verdi Angelo Bonelli che se la prende con «Grillo muto »), Radicali e Sel (sul secondo quesito).
«Con queste premesse – spiega Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione ambientalista Peacelink – era impossibile immaginare un risultato diverso. Risultato che non ci ha affatto deluso: quasi trentamila persone che vanno alle urne in piena autonomia sono un fiume, un esercito. Oggi nessuno potrà fare a meno di un cittadino su dieci che chiede di chiudere l’Ilva».
Inutile l’appello al voto agli operai: pochissimi quelli che si sono messi in fila per esprimere la preferenza.
«Se avessi votato per la chiusura dello stabilimento – dicono fuori all’Acciaieria numero 5 – avrei cancellato il futuro mio e dei miei due figli».
Meglio la morte, certo.
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
AUMENTI BLOCCATI, PERSONALE SCESO DI 200.000 UNITA’… POTERE D’ACQUISTO EROSO DEL 7,2%
Per la prima volta dopo 31 anni di crescita continua nel 2011 e nel 2012 sono calate le retribuzioni dei dipendenti pubblici ed è scesa la spesa per gli stipendi nella Pubblica amministrazione: lo annuncia l’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, anticipando un’ulteriore diminuzione per il 2013.
Quando si parla di compensi statali si affronta un capitolo consistente della spesa pubblica: 170 miliardi, pari a poco meno dell’11% del Pil.
Per cui anche una riduzione dell’1,6%, come quella registrata per la prima volta nel 2011, significa esibire una spending review di svariati milioni.
E le stime disponibili per il 2012 confermano un ulteriore ribasso (all’incirca dell’1%) con uscite complessive ferme a 165,36 miliardi.
Un dato che arriva dopo anni e anni, soprattutto il decennio 80 – 90, in cui le retribuzioni degli statali si sono moltiplicate di 4-5 volte, salendo anche più dell’inflazione.
In soldoni, un dipendente pubblico percepiva in media circa 34 mila e 500 euro all’anno lordi nel 2011 (28.800 di base per contratto e i restanti 7.000 accessori), cifra che è scesa a 34.137 l’anno dopo, con un calo effettivo delle retribuzioni medie dello 0,8%.
Ma come si è arrivati all’inversione di tendenza?
Non solo con il blocco delle retribuzioni, ma anche «grazie alle misure di contenimento varate negli ultimi anni, in particolare il blocco dei contratti e i vincoli al turnover che stabiliscono che non si può assumere più del 20% del personale uscito e della spesa per questo personale», spiega il presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini.
Tant’è vero che il numero di occupati nelle amministrazioni pubbliche è passato da circa 3,6 milioni (nel 2007) a meno di 3,4 milioni nel 2012, con un calo di poco più del 6%.
In particolare, ci sono «265 mila posti di lavoro in meno negli ospedali, nelle scuole materne e in generale nel sistema dei servizi ai cittadini», contestano i sindacati Fp-Cgil, Fp-Cisl, Uil-Fpl e Uil-Pa, per i quali la reale erosione del potere d’acquisto degli statali è «ben più gravosa, al 7,2%».
Valentina Santarpia
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA BOLDRINI CI METTE LA FACCIA: “AVEVO IL DOVERE DI ESSERCI, TROPPO FACILE ANDARE SOLO DOVE TI ACCOLGONO CON APPLAUSI. LORO HANNO DIRITTO A ESSERE INDIGNATI”
La cittadina marchigiana non solo piange i suoi morti. Grida anche. 
Quando nella Chiesa di San Pietro e Paolo di Civitanova Marche sono arrivati i feretri dei tre anziani che si sono tolti la vita per difficoltà economiche, la folla presente ha cominciato a urlare: “Questo è un omicidio di Stato”, “Omicidio della politica”, “Ladri”, “Vergogna”, “Neanche gli animali sono trattati così”.
Una donna ha detto: “Non è vero che non hanno chiesto aiuto, non glielo hanno dato”, “Abbiamo persone in condizioni di indigenza”.
I segnali c’erano stati già la mattina.
In visita per incontrare i familiari di Romeo Dionisi, Anna Maria Sopranzi e del fratello Giuseppe, il presidente della Camera Laura Boldrini è stata contestata.
Perchè la ferita del triplice suicidio che ha colpito Civitanova Marche è aperta.
Dallo Stato e da chi, ora, lo rappresenta. “Boldrini, hai paura a parlare con noi? Eppure sei una marchigiana”, ha detto un uomo rivolgendosi alla terza carica dello Stato mentre stava entrando nel palazzo comunale per incontrare il sindaco.
Qualcuno tra le persone radunate fuori l’ha anche applaudita. “Faceva meglio a non venire”, ha detto la sorella di Romeo Dionisi.
Dopo aver partecipato alla cerimonia in Comune, la presidente della Camera ha fatto visita alle tre salme, presso la sala mortuaria dell’ospedale cittadino.
Si è raccolta in silenzio di fronte alle bare e si è intrattenuta a parlare, per qualche minuto, con alcuni parenti, tra i quali Gianna Dionisi, sorella di Romeo.
“Ci tenevo ad essere qui, è una tragedia immensa. Bisogna stare vicino alle persone e passare ai fatti, dando risposte ai bisogni concreti”, ha detto Boldrini senza fermarsi a parlare con i giornalisti.
Davanti al comune un capannello con diverse persone. “Non ce la facciamo più”, “Non c’è futuro per i giovani” dicevano.
Al suo arrivo nella cittadina dove è in corso una riunione aperta in memoria, ad attenderla c’era il sindaco Tommaso Claudio Corvatta.
Non si è accorta della contestazione. Il presidente della Camera ha invece rivendicato in una nota inviata dopo la visita “il primo dovere delle istituzioni” ad “esserci, a metterci la faccia, tanto più nei momenti duri. Sarebbe troppo comodo, e per quanto mi riguarda inaccettabile, scegliere di essere presenti soltanto dove è garantito l’applauso”.
“Non mi sono accorta di alcuna contestazione, nè all’ingresso, nè all’uscita dal Comune di Civitanova”, ha scritto Boldrini.
“E comunque – spiega ancora nella nota – chi sopporta il peso di queste tragedie ha tutto il diritto di esprimere come ritiene il suo dolore e la sua indignazione, che non hanno niente a che vedere con le strumentalizzazioni politiche imbastite da qualche frangia estremista. A maggior ragione dopo aver incontrato i familiari delle vittime, che inizialmente avevano espresso qualche perplessità sulla mia presenza, e la comunità di Civitanova, ritengo che fosse giusto venire qui oggi, come cittadina di questa Regione e come presidente della Camera”.
I conoscenti però ripetono che nessuno aveva capito il loro dramma: “Li ha uccisi la dignità “.
“Ti vergognavi di essere caduta in povertà “, ma non dovevi essere tu a vergognarti”, ha letto durante la cerimonia un’amica di Anna Maria Sopranzi a nome di tutte le altre amiche.
“Ciao Anna, ci mancherà tanto il tuo sorriso buono, ti ricorderemo quando leggevi le riviste sul terrazzo. Non dimenticheremo – ha detto ancora l’amica – l’onestà , l’umiltà e la tua discrezione. Il tuo sorriso ci accompagnerà sempre, stacci vicino perchè abbiamo ancora bisogno di te”.
Anche il cognato di Dionisi, Giuseppe Giudici, ieri aveva espresso la propria rabbia: “Tanto è inutile girarci attorno, lo sanno tutti chi li ha uccisi: l’Inps, che inseguiva Romeo da quattro anni. Ma anche Equitalia. Insomma lo Stato. Vale per loro ma anche per tanta altra brava gente. Romeo e Anna non volevano chiedere aiuto ed erano terrorizzati”, ha aggiunto l’uomo davanti all’obitorio dove sono stati portati i corpi.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è molto provato”, ha riferito il presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca a cui il Capo dello Stato ha affidato un messaggio di cordoglio da portare ai familiari delle tre persone morte suicide.
“Il presidente della Repubblica – ha detto Spacca, presente ai funerali – mi ha chiesto di portare alle famiglie il suo cordoglio e il senso profondo di dolore per questo dramma che rappresenta il dramma che vive la comunità nazionale”.
(da “la Repubblica”)
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Marzo 23rd, 2013 Riccardo Fucile
I FUNZIONARI: “SIAMO UNA RISORSA DELLA DEMOCRAZIA”… L’OBIETTIVO DEI PRESIDENTI E’ QUELLO DI DIMEZZARE I COSTI
Quando, martedì sera da «Ballarò», la presidente della Camera Laura Boldrini ha parlato di
«chiedere sacrifici anche ai dipendenti, perchè qui gli stipendi sono molto alti», sul telefonino di Cristiano Ceresani hanno cominciato a fioccare sms interrogativi di colleghi. Lui, da quattro anni segretario dell’Associazione consiglieri parlamentari, 41 anni, entrato alla Camera 14 anni fa, ieri in Transatlantico si limitava a sorridere: «La presidente ha detto di voler fare tutto con la collaborazione dei sindacati. Aspettiamo sereni di incontrarla, con la massima apertura, anche noi vogliamo innovare».
È così: non solo deputati e senatori, nel clima di rinnovamento anticasta ci finiscono pure loro, i dipendenti dei Palazzi
I neo presidenti, Boldrini e Grasso, l’hanno già annunciato: si tagliano i propri stipendi del 30%, e propongono l’obiettivo di portare il risparmio dei costi della politica fino al 50%.
Buoni propositi su cui però Beppe Grillo, dal suo blog, chiede chiarimenti ulteriori («quale stipendio? Si tratta di quello da parlamentare o dell’indennità aggiuntiva per i presidenti di Camera e Senato? ») e passi avanti ancora più decisi: «Chiedete il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la rinuncia dei rimborsi elettorali».
Questione da tempo dibattuta, quella dei costi dei Palazzi, macchine complicate con un bilancio che si aggira sul miliardo di euro per Montecitorio e circa 500 milioni per il Senato.
Nel bilancio preventivo del 2012 della Camera si prevedevano circa 88 milioni per le indennità dei deputati, circa 75 per i rimborsi spese: lo stipendio mensile per ciascun eletto è composto di varie voci, oltre all’indennità (5mila euro netti circa), c’è la diaria (3500), il rimborso spese per l’esercizio del mandato (3690), più altri soldi attribuiti per viaggi e trasporti (3323 ogni tre mesi per chi abita entro 100 km da un aeroporto, 3995 per chi abita più lontano), e una quota annuale per le spese telefoniche di 3mila euro.
Ma nel bilancio ci sono anche 241 milioni previsti per il personale.
Così, anche le oltre 1500 persone che lavorano a Montecitorio, avverte la presidente, dovranno fare sacrifici.
Figure che sono le più varie, e che hanno stipendi iniziali anche molto diversi: un consigliere parlamentare parte da 2920 euro netti, un documentarista da 1876, un assistente parlamentare, più spesso impropriamente definito «commesso» da 1690, un operatore tecnico da 1491.
Ma con ritmi di crescita negli anni che, ammette un ex questore che le cifre le conosce bene, il Pd Gabriele Albonetti, «sono più alte che nel resto della Pubblica amministrazione».
Per questo, già avevano pensato a intervenire.
«Nella scorsa legislatura avevamo preparato una delibera per tagliare del 20% le curve degli stipendi, d’intesa con l’Ufficio di presidenza del Senato, che però non ha mai deliberato», spiega Albonetti. «Basterebbe che il nuovo Ufficio di presidenza di Palazzo Madama la approvasse».
A Montecitorio, per ora nessuno commenta il rischio di nuovi tagli.
Sono una decina le sigle sindacali: oltre a Cgil, Cisl e Uil, ce ne sono varie di categoria. Ceresani, che guida l’associazione dei consiglieri, più o meno 190 persone con competenze giuridiche ed economiche, non vuole dichiarare nulla sul futuro, ma ci tiene a sottolineare come «segnali» siano già stati dati in passato: «Abbiamo fatto due riforme pensionistiche, abbiamo applicato il contributo di solidarietà e lo abbiamo esteso fino al 2015, bloccato gli adeguamenti retributivi sempre fino al 2015 — elenca tagliato del 10% le indennità di funzione e contenuto il personale di ruolo: da 1950 persone a 1550 circa. Molti di noi avevano vinto concorsi all’Avvocatura dello Stato, al Tar, in magistratura, e hanno rinunciato per stare qui», ricorda. Ora, potrebbero arrivare nuovi provvedimenti. Se dovranno adeguarsi ai tagli, si vedrà . Di certo, non amano sentirsi definire casta. «Non ci riteniamo un costo della politica, ma una risorsa della democrazia»
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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