Dicembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
ASSEGNATO DA ASSOCAMUNA E RITIRATO DA UN DELEGATO DEL GRUPPO CHE NELLA VALLE HA TRE STABILIMENTI
Il patron dell’Ilva Emilio Riva e il figlio Nicola sono agli arresti domiciliari con l’accusa di disastro ambientale; l’altro figlio è fuggito all’estero, forse a Miami.
Eppure la sera del 29 novembre a Darfo Boario Terme, nel cuore della Valcamonica (dove il gruppo ha tre stabilimenti) avrebbero dovuto ritirare il premio «imprenditore dell’anno» assegnato loro dall’Assocamuna Vallecamonica.
A ritirarlo, al loro posto, nella cerimonia all’Hotel Rizzi di Boario, un delegato del gruppo Ilva.
Un premio in odor di polemiche
Ma come è possibile che mentre governo, istituzioni e l’Italia intera si interrogano su tempi e modi della bonifica dell’Ilva, su come installare presidi d’abbattimento degli inquinanti per scongiurare la chiusura dello stabilimento, i Riva vengano eletti «imprenditori dell’anno»?
Luigi Buzzi, cofondatore di Assocamuna (l’associazione degli imprenditori della Vallecamonica, Sebino, Valcavallina e Val di Scalve) ha risposto a Bsnews.it: «Non ho preso io la decisione, ma si tratta di una scelta che ho condiviso: in questa vicenda sto decisamente con Riva e contro le azioni della magistratura, fuori tempo, dannose e persecutorie».
Pietro Gorlani
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGGE AUTORIZZA LA PRODUZIONE ED ESCLUDE I CUSTODI…LA PROCURA DI TARANTO PENSA AL RICORSO ALLA CONSULTA
Il decreto “salva-Ilva” non è una sorpresa per la Procura di Taranto. 
I magistrati che indagano i vertici aziendali per disastro ambientale lo avevano messo in conto. Non esprimono opinioni ufficiali, ma qualche commento trapela nei corridoi del tribunale di via Marche.
A sollevare le maggiori perplessità è il fatto che il provvedimento legislativo, se approvato, possa annullare di fatto il pericolo “attuale e concreto” che incombe sugli operai e sui cittadini di Taranto.
Un pericolo per il quale la magistratura ionica ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso, confermato dal Tribunale del Riesame e contro il quale non è mai stato depositato ricorso in Cassazione.
Un provvedimento giudiziario, quindi, divenuto definitivo che viene cancellato da un colpo di mano del governo, ormai palesemente alleato dello stabilimento siderurgico.
La diffusione incontrollata di polveri dal parco minerali, ad esempio, non diminuirebbe, ma diventerebbe legale per 24 mesi in attesa che l’azienda realizzi la copertura dell’area.
Chi tutelerebbe quindi gli operai e gli abitanti del quartiere Tamburi colpiti ogni anno da 668 tonnellate di polveri?
Non la Procura, perchè “la responsabilità della conduzione degli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto” è, secondo quanto si legge nella bozza del decreto, imputabile “esclusivamente all’impresa titolare dell’autorizzazione all’esercizio degli stessi sotto il controllo dell’autorità amministrativa competente”.
Più semplicemente: controllare le emissioni inquinanti e le eventuali conseguenze per lavoratori e cittadini, è un compito che non compete più alla magistratura penale.
Se il governo, quindi, dovesse approvare il decreto autorizzando “la prosecuzione dell’attività ” l’Ilva riprenderebbe a produrre e, quindi, a inquinare favorendo il protrarsi di emissioni che, secondo i periti del Tribunale, diffondono malattia e morte.
Il governo, giuridicamente, consentirebbe alla fabbrica di reiterare il reato.
L’autorizzazione integrata ambientale rilasciata il 26 ottobre scorso allo stabilimento, una volta assorbita dal decreto, si trasformerebbe in un pericoloso “lasciapassare” che per due anni esporrebbe i cittadini e gli operai a un inquinamento temporaneamente legalizzato.
Non solo.
Il provvedimento passerebbe sopra alcuni principi costituzionali, come il diritto alla salute, tutelato dall’articolo 32 e sacrificato a Taranto sull’altare dell’iniziativa economica privata.
A rischio sarebbe anche l’obbligatorietà dell’azione penale dei pm che, ad esempio, non potrebbero intervenire all’interno dello stabilimento per violazioni di norme ambientali.
Per questo la Procura, quando arriverà la richiesta di dissequestro, potrebbe ricorrere alla Consulta.
Aspetti che forse il ministro dell’ambiente Corrado Clini ha ritenuto di secondaria importanza rispetto alla necessità di garantire all’Ilva la capacità produttiva.
“La chiusura dell’Ilva di Taranto — ha infatti dichiarato il ministro — ha effetti sociali enormi: è da irresponsabili, in questo momento, lasciare senza reddito 20mila famiglie, per la maggior parte nel sud d’Italia”.
Per risolvere la questione Taranto, secondo Clini, “ci vorranno circa 3 miliardi di euro” secondo il piano presentato dall’Ilva e approvato dal ministro che, però, ha aggiunto “ci aspettavamo che il piano di interventi cominciasse ad essere efficace due giorni fa, lunedi scorso”.
La possibilità di ricorrere al decreto “salva-Ilva” ha suscitato la reazione di alcuni parlamentari. “A causare il rischio di chiusura degli impianti è stata la gestione illegale della famiglia Riva — ha commentato Felice Belisario, dell’Idv — che ha messo il profitto davanti agli interessi dei cittadini. La magistratura è intervenuta per fermare il disastro ambientale e sanitario di Taranto, mentre Clini si preoccupa solo di offrire un salvacondotto all’azienda”.
Duro anche Angelo Bonelli dei Verdi secondo il quale “il governo si sta dimostrando insensibile rispetto all’emergenza sanitaria della città : per chi si ammala e muore, per i bambini che nascono già con i tumori o per la diossina nel latte materno che si trasforma in veleno non ci sono stati Consigli dei ministri straordinari o decreti”.
Bonelli ha parlato di “un golpe nei confronti della legislazione ambientale” per “cancelare i reati” e “modificare il codice di procedura penale”.
Un fatto non nuovo, comunque, nel Paese delle leggi ad personam che ora vanta anche le leggi “ad Ilvam”.
Francesco Casula
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
ESPLODE LA POLEMICA SULLA SICUREZZA, ANNULLATA LA MANIFESTAZIONE A ROMA
Alle proteste per la chiusura dell’area a freddo dell’acciaieria, questa mattina si è aggiunto un altro incidente a complicare la drammatica situazione all’Ilva di Taranto. Una violenta tromba d’aria si è abbattuta sulla città causando il crollo di due ciminiere, quella dell’altoforno 5 e un’altra in una zona dismessa.
Il bilancio provvisorio è di 38 feriti e un operaio disperso. Il lavoratore è finito in mare dopo il crollo della gru su cui lavorava.
Le ricerche del corpo continuano.
Subito scoppia la polemica sulla sicurezza. Aldo Ranieri, del comitato “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” che nell’agosto scorso bloccarono il comizio dei vertici sindacali nazionali durante lo sciopero cittadino, ha parlato di «responsabilità precise» nella morte del lavoratore disperso.
Su quelle gru è installato un anemometro, dispositivo che con avverse condizioni meteo blocca la macchina.
«Perchè il mio collega si trovava su quella gru? Per manutenzione o per scaricare materiali? E perchè non è sceso quando il vento ha cominciato a soffiare forte? Forse l’anemometro era fuoriuso o era stato reso inefficace».
Dopo la tromba d’aria di forte intensità che ha avuto come conseguenza decine di feriti e un disperso oltre a ingenti danni nello stabilimento Ilva e nel tarantino Fim, Fiom e Uilm hanno deciso di confermare lo sciopero di 8 ore di tutto il gruppo di domani ma di annullare la manifestazione prevista a Roma mantenendo un presidio sotto la Presidenza del Consiglio in concomitanza con l’incontro previsto.
Tra l’altro l’area portuale è posta da diversi anni sotto sequestro, ma la Procura ha concesso la facoltà di utilizzarla all’Ilva.
A causa del forte vento sono crollati anche un capannone, la torre faro e una delle gru situate sopra un pontile.
Un fulmine caduto sulla ciminiera ha provocato il distaccamento di alcuni pezzi di cemento che si sono riversati su due tralicci dell’alta tensione.
Attualmente è bloccata la linea ferroviaria Bari-Taranto e i passeggeri di un treno sono in attesa di trasbordo su autobus per raggiungere la città . Traffico in tilt anche nelle strade adiacenti al p0lo siderurgico, ingombre di lamiere sollevate dal tornado, che ha causato anche un incidente stradale sulla provinciale verso Statte.
Il pericolo di un’esplosione ha reso necessaria l’evacuazione dell’area circostante allo stabilimento, che ricopre complessivamente un’area di circa 15 chilometri quadrati. L’Ilva ha precisato che «non c’è stato alcun incendio», ma che le fiamme visibili dall’esterno sono “pilotate” dalle candele di sicurezza proprio per far bruciare il gas e scongiurare così il rischio di una deflagrazione. Tutta l’area ghisa sarebbe sotto controllo.
Un dipendente, che stava lavorando su una gru posta su una banchina dell’area portuale dell’acciaieria, risulta disperso. Probabilmente è finito in mare.
Squadre di sommozzatori sono al lavoro per cercarlo in acqua.
In un primo momento il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, aveva parlato di tre vittime, ma la notizia è stata smentita.
«Lo stabilimento – scrive in una nota l’Ilva – sta mettendo in atto tutte le procedure che in questi casi di emergenza generale vengono adottate e gli impianti sono, come da procedura d’emergenza generale, presidiati».
Di sicuro «ha subito gravi danni strutturali ancora da quantificare». Intanto, sono stati messi in circolo tutti i bus aziendali per raccogliere il personale non addetto alla gestione dell’emergenza generale, per accompagnarlo alle portinerie e ai punti di incontro dell’azienda.
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
FORZATO L’INGRESSO ALLO STABILIMENTO… CORTEO DI PROTESTA ANCHE A GENOVA
Tensione all’Ilva dopo la decisione assunta ieri sera dall’azienda di bloccare l’attività
dell’area a freddo.
Stamattina, in concomitanza con il primo turno, diverse centinaia di persone hanno fatto pressione sugli ingressi della portinerie A e B e, alla fine, per evitare incidenti, la vigilanza ha deciso di aprire.
Ma la situazione più tesa è quella alla portineria D, dove centinaia di lavoratori hanno prima forzato i varchi dello stabilimento e poi sono entrati anche nella direzione del siderurgico occupandola.
Per decisione aziendale, sarebbero dovuti entrare soltanto gli addetti alla manutenzione dell’area a freddo quelli dell’area a caldo e non anche i lavoratori addetti a quei reparti che da ieri sera sono stati fermati per decisione dell’Ilva.
Ieri sera Fim, Fiom e Uilm hanno respinto il provvedimento aziendale, definendolo una “serrata”, nonchè una “rappresaglia” nei confronti dei lavoratori, e hanno deciso che questa mattina tutti si sarebbero comunque presentati sul posto di lavoro. Attualmente un migliaio di persone circa è nell’area della direzione dell’Ilva, tra interno ed esterno dell’edificio.
Le strade adiacenti allo stabilimento non sono per il momento bloccate.
L’Ilva nel pomeriggio di ieri ha deciso di fermare i settori che producono tubi, coil e lamiere a seguito del sequestro disposto dalla Procura disposto in mattinata, assieme all’ordinanza di custodia cautelare per sei persone fra vertici dell’Ilva ed ex dirigenti. Il gip, Patrizia Todisco, ha sequestrato i prodotti in uscita dallo stabilimento e in procinto di essere spediti ai clienti che li avevano ordinati, in quanto ritenuti “profitto di un’attività ritenuta illecita penalmente”.
Di fatto, come ha spiegato ieri il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, nel corso di una conferenza stampa, l’Ilva, dopo il sequestro del 26 luglio per disastro ambientale dell’area a caldo, non ha più la facoltà d’uso produttiva degli impianti della stessa area, ovvero cockerie, altiforni, acciaierie.
Il fatto che l’Ilva in questi quattro mesi abbia regolarmente continuato a produrre coil, lamiere e tubi, costituisce secondo i giudici il “provento dell’attività penalmente illecita”. Da qui, appunto, il sequestro.
Gli altri stabilimenti
Sono circa ventimila le persone interessate dalla chiusura decisa dall’azienda.
Ai 5mila operai che lavorano nello stabilimento di Taranto, infatti, vanno sommate le altre 15mila persone che lavorano negli altri stabilimenti del gruppo e nell’indotto che dipende dal siderurgico tarantino.
Come quello di Genova, dove gli operai sono scesi in corteo.
Dopo pochi minuti di assemblea, le tute blu si sono mosse dallo stabilimento di Cornigliano in direzione ponente, verso la rampa autostradale dell’uscita di Genova Aeroporto.
Secondo i sindacati, gli operai in manifestazione sarebbero circa 1500.
Il traffico è bloccato.
In corteo anche una dozzina di motrici di mezzi pesanti delle ditte appaltatrici dell’Ilva.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
DIPENDENTI DIRETTI E INDOTTO: I TIMORI DELLE CONSEGUENZE SULL’INTERO SETTORE
Se chiude l’Ilva di Taranto, scompare l’ultimo grande impianto in Italia per la produzione di acciaio a ciclo integrale, dall’altoforno ai laminati, ai tubi.
Per il gruppo Riva, quarto in Europa nella siderurgia, sarebbe un colpo durissimo.
Per l’economia italiana un danno a catena, che colpirebbe, innanzitutto gli altri stabilimenti del gruppo (Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica), quindi l’indotto (oltre ai 12 mila dipendenti diretti, ce ne sono tra i 5 e i 7 mila che vivono dei servizi che ruotano intorno al megastabilimento, il più grande d’Europa, e i clienti, che vanno dal distretto metalmeccanico di Brescia all’industria degli elettrodomestici, dai cantieri navali al settore dell’auto, dall’edilizia al comparto dell’energia.
Tanto che Federacciai-Confindustria ha quantificato in una cifra oscillante tra 5,7 miliardi e 8,2 miliardi di euro le ripercussioni negative sull’economia nazionale.
Cioè qualcosa che può valere mezzo punto del prodotto interno lordo.
‘acciaio serve per fare viti, chiodi, bulloni e chiavi, dei quali l’Italia è grande produttrice.
Ma anche per costruire navi, altro settore nel quale, nel segmento crociere, primeggiamo nel mondo, piattaforme offshore, caldaie e impianti industriali.
Le lamiere d’acciaio danno forma alle lavatrici, alle automobili e ai treni, che oltretutto corrono sui binari.
Gasdotti e oleodotti necessitano dei grandi tubi che escono dagli stabilimenti siderurgici.
Le costruzioni e le ristrutturazioni vivono sull’acciaio: dai ponteggi esterni sui quali si muovono gli operai ai tondini per il cemento armato alle travi che sorreggono strutture e ponti.
Le macchine industriali, altra leadership italiana nel mondo, non si muovono senza alberi di trasmissione e altri componenti in acciaio.
Taranto ha prodotto l’anno scorso circa 8 milioni di tonnellate di nastri e lamiere d’acciaio, ma negli anni che l’economia tirava ne ha sfornati anche 9-10 milioni, pari a più del 40% della produzione nazionale.
Degli 8 milioni di tonnellate circa 5 sono andati a rifornire il mercato nazionale, da colossi come Fiat e Fincantieri alle piccole imprese dei distretti metalmeccanici.
Tre milioni di tonnellate, invece, sono state esportate, la gran parte, 2,5 milioni, in Europa, dove la Germania è prontissima a prendere il nostro posto, e mezzo milione nel resto del mondo, dove la concorrenza cinese è sempre più agguerrita.
Se l’Italia dovesse importare i 5 milioni di tonnellate di acciaio che ora prende da Taranto, stima Federacciai, l’esborso verso l’estero oscillerebbe tra 2,5 miliardi e 3,5 miliardi, dipende dalle condizioni di prezzo e dalla congiuntura.
Stessa cosa vale per le esportazioni, dove si perderebbero tra 1,2 e 2 miliardi di euro. Il danno per la bilancia commerciale andrebbe da un minimo di 3,7 miliardi a un massimo di 5,5 miliardi. A questi si devono aggiungere fra 750 milioni e 1,5 miliardi che gli attuali clienti dell’Ilva dovrebbero sopportare di maggiori costi per la logistica e gli oneri finanziari.
Un altro miliardo andrebbe considerato per gli ammortizzatori sociali e 250 milioni per il calo dei consumi conseguente al tracollo dei redditi in tutta l’area di Taranto.
Totale, appunto: minimo 5,7 miliardi, massimo 8,2 miliardi.
Secondo Rocco Palombella, segretario della Uilm, che all’Ilva di Taranto fu assunto nel lontano 1973, questi calcoli, oltretutto, non tengono conto del dramma sociale che si aprirebbe, «anche perchè l’età media dei dipendenti è intorno ai 35 anni» e quindi non c’è ammortizzatore sociale che possa bastare.
Dovrebbero trovare un altro lavoro.
«Ma quale in quella zona?», si chiede il sindacalista.
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
“I CONNAZIONALI CHE SI SPOSTANO QUI LO FANNO PER INVESTIMENTO, PER AMORE O PERCHE’ SI FERMANO DOPO L’ERASMUS
“Mi hanno vista arrivare proprio come una disperata con la mia valigetta, catapultata in Ungheria quasi per caso”.
Virginia Puglisi, 31 anni, è un chiacchierona, e racconta la sua storia con ironia e schiettezza.
Qualche anno fa ha chiuso l’università in bellezza con un semestre a Cuba per la sua tesi in scienze politiche a indirizzo storico, tema “Uso dei mezzi di comunicazione di massa nei primi anni della rivoluzione cubana”.
Poi, all’ufficio orientamento al lavoro dell’università Statale di Milano, ha chiesto di continuare ad occuparsi di storia, preferibilmente all’estero, meglio se in un paese di lingua spagnola.
Il giorno dopo, la proposta: “Mi hanno chiamato ridendo, avevano un’offerta di lavoro assurda dall’Ungheria, da una città sconosciuta dove chiedevano qualcuno che fosse così matto da volersi trasferire lì per insegnare storia in italiano in un liceo pubblico”.
Detto fatto, Virginia si è trasferita a Debrecen, nella Grande Pianura Settentrionale, 200mila abitanti.
“All’inizio è stata dura, nonostante i miei colleghi fossero diventati come una seconda famiglia. Freddo, buio, altro che Cuba. A scuola un disastro, gli unici testi di storia in italiano erano fermi al 1989. Mi sono messa a riscriverli io, anche a seconda del livello linguistico delle classi”.
Dopo due anni, il trasferimento a Budapest: “Non ero andata via da Verona per fermarmi a Debrecen, anche se è stata un’esperienza utilissima, lì ho conosciuto la vera Ungheria”.
L’aria della capitale, più vivace e dinamica, propone a Virginia una nuova sfida: “I primi sei mesi ho insegnato italiano nelle aziende, all’istituto italiano di cultura e all’università calvinista. Lì mi è successa una cosa strana: l’università offriva la possibilità di fare un esame di lingua italiana per ottenere una certificazione in italiano religioso, — racconta ridendo — quindi ho dovuto preparare gli esami cercando materiale religioso, registrando anche i brani per le prove audio in cui io ho fatto la suora e il mio fidanzato il papa…”.
Ora Virginia ha un lavoro stabile presso una grande multinazionale con sedi in tutto il mondo: “Ho trovato questo lavoro tramite un’agenzia interinale. Ho iniziato con il servizio clienti dedicato a Italia e Spagna, per la conoscenza delle lingue. Ora, grazie ad un concorso interno, sono nel team di supporto al centro, mi occupo di efficienza, di progetti: se c’è un’idea nuova per lavorare in modo più veloce cerco di scoprire cos’è, oppure se una procedura è troppo lunga cerco di capire come farla più corta”. La multinazionale per cui lavora Virginia si occupa di chimica, ma in Ungheria non ha centri di produzione, solo assistenza clienti.
In un paese dove la vita e il lavoro costano relativamente poco è più facile investire, e non è raro che le aziende si spostino nell’est Europa.
“Gli stranieri sono quasi parte del paesaggio, tanti sono. Gli italiani che si spostano qui sono al 90% maschi, e lo fanno per tre ragioni: per investimento, per amore, o perchè si fermano dopo l’Erasmus”.
In un paese dove i contratti a tempo indeterminato esistono ancora e il costo della vita è abbordabile, gli stranieri trovano nuove chances: “Il fatto di sapere inglese, spagnolo e italiano qui è un valore aggiunto. Non so come sia per un ungherese, ma per un italiano le possibilità ci sono eccome. Alla fine, l’importante è non avere paura, andare all’estero non è impossibile. E poi, Budapest è lontana da Milano quanto Lecce, quindi…”
Lanciarsi, osare, anche senza grossi agganci o garanzie. Virginia coltiva la sua esperienza e progetta nuovi viaggi: “Mi piacerebbe provare a cambiare paese, però non escludo neppure di fermarmi qui, insomma mi piace pensare che la porta sia sempre aperta. Dall’Italia non sono fuggita, non ho neppure provato a cercare lavoro lì, nè contemplo di tornarci, almeno per ora. Del resto italiano lo sei per sempre: è un modo di pensare, di fare, che ti porti dentro. Nel frattempo, è bello conoscere qualche altro angolo di mondo”.
Mariangela Maturi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
A CROTONE TASSI MEDI ALL’ 8,21% CONTRO IL 3,91% DI BOLZANO… IN CALO ANCHE LA QUANTITA’ COMPLESSIVA DEI FINANZIAMENTI
Il costo del denaro non è lo stesso in tutta Italia. Una realtà facilmente
sperimentabile e che ora è stata «certificata» da una ricerca della Confartigianato.
Al Sud infatti un prestito può costare fino al doppio che al Nord.
SPREAD
Confartigianato ha calcolato infatti lo spread dei tassi d’interesse legato alla geografia: più penalizzate le aziende del Sud (a Crotone i tassi medi proposti ai piccoli imprenditori svettano all’8,21%, con un aumento di 161 punti base tra giugno 2011 e giugno 2012), rispetto al Nord. A Bolzano i tassi si fermano al 3,91% (+76 punti base annui).
Non va bene neppure agli imprenditori di Vibo Valentia (a pari merito dei crotonesi con tassi d’interesse dell’8,21% ma cresciuti addirittura di 257 punti base in un anno) o di Cosenza, con tassi al 6,97% aumentati di 199 punti base.
All’opposto invece Trento, con un costo del denaro al 4,52% cresciuto di 105 punti base tra il 2011 e il 2012, e anche a Cuneo (4,60%, + 107 punti base in un anno).
A Crotone, quindi il credito per un’impresa è due volte più costoso rispetto a Bolzano, con un divario di 430 punti base.
A conferma di uno spread sempre più elevato tra le diverse aree del nostro Paese.
FINANZIAMENTI
Il rapporto di Confartigianato mette anche in evidenza il calo della quantità di finanziamenti alle imprese, diminuita del 4,5% tra agosto 2011 e agosto 2012.
Le più penalizzate sono le piccole imprese con meno di 20 addetti, i cui finanziamenti si sono ridotti del 4,9%.
A «soffrire» ancora di più il razionamento del credito sono le imprese artigiane: da giugno 2011 a giugno 2012 lo stock dei finanziamenti è diminuito del 7,2% e si attesta a 53,3 miliardi.
A livello regionale, la maggiore flessione di finanziamenti alle imprese tra agosto 2011 e agosto 2012 si è verificata in Sardegna (-10,8%), Molise (-7,7%) e Calabria (-71,%).
MAGLIA NERA
Se il credito cala, i tassi di interesse sono sempre più alti.
A settembre 2012 il tasso medio alle imprese applicato in Italia si è attestato al 3,46%, ma sale al 4,42% per i prestiti fino a 1 milione di euro e arriva al 4,86% per i prestiti fino a 250.000 euro.
Con questi valori, l’Italia è al primo posto per i più alti tassi d’interesse sui finanziamenti registrati nell’area Euro a 17, dove la media dei tassi si ferma al 2,56%, con uno spread di 80 punti base tra il nostro Paese e la media Ue.
Siamo maglia nera in Europa anche per il maggiore rialzo dei tassi: 28 punti base in più tra aprile 2011 e settembre 2012.
Nello stesso periodo, invece, nel resto d’Europa il denaro è diventato meno costoso: i tassi d’interesse sono infatti diminuiti in media di 56 punti base, e addirittura in Germania il calo è stato di 95 punti base.
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
RIGUARDA I CONTRATTI A TERMINE: 43.500 NEGLI ENTI LOCALI, 33.000 NEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, 2.000 NELLA RICERCA, 4.000 TRA MINISTERI ED ENTI PUBBLICI VARI
Rischia di essere un Capodanno amaro quello in arrivo per i precari della Pubblica amministrazione. 
Secondo le stime della Cgil e della Uil sono 80 mila i contratti a termine in scadenza entro il 31 dicembre del 2012 e al momento rinnovo e proroga sono soltanto ipotesi. Ieri la questione è stata discussa al ministero della Pubblica amministrazione nel corso di un incontro con i sindacati.
Il ministro Filippo Patroni Griffi non c’era, impegnato nella partita per il riordino delle Province.
Ma i dirigenti dell’amministrazione hanno messo sul tavolo i primi dati del monitoraggio avviato sul fenomeno.
Al primo giugno del 2012 i contratti a termine o di collaborazione in essere nel settore pubblico risultavano 5.700.
Ma è solo una fetta della torta, perchè considera solo i ministeri, e lascia fuori non solo Regioni e gli enti locali ma anche la sanità e la scuola che negli ultimi anni sulla flessibilità hanno fatto molto affidamento.
Da qui il contromonitoraggio della Cgil che conta gli 80 mila contratti in scadenza alla fine dell’anno: 43.500 tra Regioni ed enti locali, 32.931 nel Servizio sanitario nazionale, 2.120 negli enti pubblici non economici, 2 mila nella ricerca, 1.600 nei ministeri.
«C’è il bisogno urgente di una proroga» dice il segretario confederale della Cgil Nicola Nicolosi, con una richiesta che ieri sera è stata avanzata anche dal segretario generale Susanna Camusso al presidente del Consiglio Mario Monti nel corso dell’incontro sulla produttività .
La stessa proposta fatta dalla Uil con il segretario confederale Paolo Pirani che ricorda come un intervento del genere fosse previsto nell’intesa raggiunta a maggio tra i sindacati e il ministro Patroni Griffi.
La Cisl, con Gianni Baratta, si dice preoccupata per i «tempi stretti rimasti per trovare le migliori soluzioni». Mente l’Ugl fa un passo in più e con Fulvio Depolo chiede la stabilizzazione, cioè l’assunzione a tempo indeterminato, per chi ha contratti a termine da almeno tre anni.
Dall’incontro di ieri non sono arrivate risposte.
I dirigenti del ministero si sono concentrati sull’ipotesi di un accordo-quadro che riscriva le regole per il futuro e che potrebbe vietare i contratti a termine nella Pubblica amministrazione con l’eccezione della sanità e della ricerca, peraltro i settori dove sono più diffusi.
Dei contratti in scadenza se ne riparlerà la prossima settimana quando è in calendario un altro incontro.
Ci sono margini per una soluzione?
La strategia generale del governo, ormai chiara a tutti, è quella di una progressiva riduzione del peso della Pubblica amministrazione.
La spending review ha previsto anche il taglio della pianta organica, con la riduzione del 10% dei dipendenti e del 20% dei dirigenti, un’operazione che pochi giorni fa lo stesso Patroni Griffi ha quantificato in almeno 4 mila eccedenze da gestire con pensionamenti, prepensionamenti e mobilità .
Possibile che in un contesto del genere arrivi un segnale di tendenza opposta, con la proroga di quei contratti a termine che spesso tengono in piedi la macchina pubblica e i servizi che deve erogare?
«Soluzioni miracolistiche non ne abbiamo», aveva detto poche settimane fa lo stesso ministro della Pubblica amministrazione.
Aggiungendo però che «vista la delicatezza del tema, anche dal punto di vista sociale, è doveroso cercare delle risposte».
ll problema è trovare anche i soldi.
Ma con la campagna elettorale alle porte, il mondo della scuola in piazza, una soluzione o almeno un segnale potrebbe arrivare.
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
QUANTO AI PARI DIRITTI, SUPERANO L’ITALIA ANCHE KENIA E BRASILE… PER ANNULLARE LE DIFFERENZE DI STIPENDIO LE DONNE DEVONO IMPARARE A “TRATTARE”
«Essere donna in Italia è motivo di differenziazione, è un ostacolo oggettivo», dice il ministro Elsa Fornero agli italiani durante la trasmissione «Porta a Porta”.
E la conferma è in tutte le cifre pubblicate.
Le ultime arrivano dai dati Inps presenti in un’analisi del coordinatore generale statistico attuariale dell’istituto, Antonietta Mundo.
Nel 2011 la retribuzione media annua lorda dei dipendenti privati (esclusa l’agricoltura) è stata di 21.678 euro per le donne contro i 30.246 euro degli uomini. Quasi un terzo in meno, lo svantaggio è del 28,3%, come è stato sottolineato durante il convegno sulle «Donne al lavoro» promosso dal Centro studi Progetto Donna, in collaborazione con Abbott e il patrocinio del ministro del Lavoro e delle politiche sociali con delega alle Pari opportunità .
Non è l’unico dato inquietante.
Secondo il Global Gender Gap 2012 del World Economic Forum pubblicato un mese fa, le donne italiane si piazzano all’ottantesimo posto su 135 Paesi, vivendo peggio persino delle donne del Ghana e del Bangladesh e perdendo 6 posizioni rispetto al 2011, quando erano al 74mo posto.
Il declino italiano è cronico: dal 67esimo posto del 2008, al 72esimo del 2009, con una lieve ripresa nei due anni successivi: nel 2010 e 2011 si è classificato 74esimo.
Il risultato è ancora più drammatico se andiamo a considerare la partecipazione economica e le opportunità presenti: il nostro Paese è al 101mo posto con donne penalizzate nella carriera oltre che con salari più bassi rispetto ai colleghi.
Tra i Paesi industrializzati solo Giappone e Malta ottengono risultati peggiori.
Per quel che riguarda gli uguali diritti uomo-donna superano l’Italia Paesi come Kenya, Brasile, Colombia e Vietnam.
Il primato spetta al Nord Europa, in particolare all’Islanda, che ottiene la prima posizione in quanto a pari opportunità , seguita da Finlandia, Norvegia, Svezia.
Ma non va per nulla bene anche da un punto di vista di rappresentanza politica. Il rapporto sottolinea la limitata presenza di donne all’interno del governo, ad esempio.
Il divario è particolarmente forte per quel che riguarda i salari di lavori uguali ma affidati a uomini e donne: l’Italia si piazza 126esima.
Come ricorda ancora Antonietta Mundo citando dati Inps, solo un terzo della popolazione femminile fa parte della forza lavoro mentre fra gli uomini è la metà a farne parte. Un unico dato positivo riguarda l’incremento tendenziale dello 0,4% dell’occupazione femminile accompagnato da un leggero calo dell’occupazione maschile.
Ma – ricorda l’esperta – «l’82% dei lavoratori a tempo parziale è rappresentato da donne».
I lavori delle donne sono i meno importanti, quasi tutti in posizioni basse e intermedie.
Le donne sono il 57% degli impiegati e i vertici in gran parte sono occupati da uomini.
Tra i dirigenti e professionisti dove non sono previsti avanzamenti di qualifica sono assunti soprattutto uomini mentre le donne si fermano al 40%.
Una tendenza che però sembra lentamente invertirsi.
Nei tre anni che vanno dal 2009 al 2011 c’è stata una crescita delle donne quadro dell’8,3% e delle donne dirigenti del 4.4%.
Aumentano anche le operaie del 3,1% al contrario di quanto accade per gli uomini.
Le differenze riguardano anche le pensioni.
Le donne rappresentano il 47% dei pensionati eppure percepiscono il 34% dell’importo complessivo.
Una pensionata su tre prende meno di mille euro al mese. E, in generale, nel pubblico la pensione media per le donne è di 18.400 euro lordi un terzo in meno degli uomini che sono su una media di 26.900 euro.
L’80% delle pensioni integrate al minimo sono erogate alle donne. Una donna su due ha meno di 20 anni di contribuzione nel settore privato.
Nel pubblico, invece, il 40% delle donne hanno più di 30 anni di anzianità contributiva.
Flavia Amabile
(da “la Repubblica”)
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