Destra di Popolo.net

RIFORMA DEL LAVORO: NIENTE DECRETO, IL GOVERNO SCEGLIE LA LINEA MORBIDA

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEL WELFARE FORNERO RIVEDRA’ ANCORA LE PARTI SOCIALI

I contraccolpi del mancato accordo sul lavoro stanno mettendo sotto duro stress il governo.
Per la prima volta dal Pd arrivano esplicite prese di distanze, insieme con l’avvertimento che andare avanti così proprio non si può.
Manco a dirlo, dall’altra parte si schierano con Monti e contro la Cgil.
Cosicchè il passaggio delle prossime ore si annuncia alquanto stretto.
Il presidente del Consiglio ufficialmente non ha rinunciato a varare domani la sua riforma (sebbene il tam-tam politico-sindacale ipotizzi un rinvio a quando tornerà  dal lungo viaggio in Estremo Oriente).
Però un conto è se presenterà  questa riforma alle Camere come un «prendere o lasciare», altra cosa se il Professore si farà  umile e terrà  conto del futuro dibattito in Parlamento.
Dal Pd un po’ gli intimano un po’ lo scongiurano di imboccare questa seconda strada, in modo da apportare con calma le correzioni necessarie, specie sull’articolo 18. Diversi segnali lasciano intendere che alla fine sarà  proprio questa la scelta di Monti.
Dunque niente decreto legge, che verrebbe interpretato a sinistra come una inaccettabile forzatura (lo stesso Napolitano negherebbe la controfirma).
E con ogni probabilità  Monti non opterà  nemmeno per un disegno di legge, dove comunque andrebbe subito inserito nero su bianco il pomo della discordia legato alla cosiddetta «flessibilità  in uscita» (leggi: meno vincoli ai licenziamenti).
Il presidente del Consiglio sembra al momento orientato verso una legge delega. In altre parole, il governo sottoporrà  al Parlamento alcuni criteri di riforma molto generali, altamente condivisibili e politicamente inoffensivi, riservandosi di definire i dettagli concreti attraverso, appunto, i decreti delegati.
Che potranno arrivare in un momento successivo, per esempio una volta scavallate le elezioni amministrative di maggio.
Capiremo meglio stasera, dopo la riunione tra Monti, Fornero e parti sociali.
Il Capo dello Stato fa intendere che, tra tutte le soluzioni sul tavolo, lui preferisce la più dialogante.
L’assedio nei confronti del premier è tale che perfino il ministro Barca (Coesione territoriale) esprime dubbi sulla nuova formulazione dell’articolo 18.
Dal Pd è in atto un vero e proprio martellamento.
Di prima mattina sono scesi in campo i capigruppo Finocchiaro e Franceschini per sbarrare la strada all’eventuale decreto.
Più tardi ha fatto rumore uno sfogo a voce alta, in modo che i giornalisti lo udissero, del segretario Bersani con l’ex-ministro Damiano:
«Se devo concludere la vita dando il via libera alla monetizzazione del lavoro, non lo faccio… Per me sarebbe inconcepibile».
Più tardi il segretario è andato da Vespa a spiegare che ci sarebbero ancora margini di intesa con Cgil, qualora per i licenziamenti dettati da ragioni economiche si usasse lo stesso metro di quelli disciplinari (intervento del giudice).
Ma il vero colpo di avvertimento l’ha sparato a sera Rosy Bindi, presidente del partito: «Il governo e il presidente del Consiglio vanno avanti se rispettano la dignità  di tutte le forze politiche» (altrimenti di strada se ne fa poca, è il sottinteso).
E il Pdl? Con Alfano difende la riforma, «si è trovato un buon punto di equilibrio dal quale non si dovrà  arretrare in Parlamento».
Tuttavia nessuno pretende un decreto, al massimo viene auspicato.
E quasi tutti al vertice Pdl sono ormai rassegnati alla legge delega che, sotto sotto, evita pericolose radicalizzazioni.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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ART. 18: RISCHIO BOOM DI LICENZIAMENTI E CAUSE, FACILE MASCHERARLI CON MOTIVI ECONOMICI

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

SI TEME L’USO INDISCRIMINATO DELLE ESPULSIONI INDIVIDUALI: BASTA RIORGANIZZARE UN REPARTO…CANCELLANDO IL DIRITTO AL REINTEGRO, SI E’ ANDATI OLTRE IL MODELLO TEDESCO….DUBBI NEL GOVERNO: SERVONO PIU’ TUTELE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI

Il rischio è un’impennata di cause. Il pericolo è un caos giurisprudenziale. Il sospetto è l’uso indiscriminato del licenziamento individuale anche per mascherare quello collettivo e disciplinare. L’indennizzo come regola che svuota l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, relegando il reintegro ai soli e più rari casi di discriminazioni (sesso, religione, credo politico), si candida ad essere una vera bomba sociale.
Per la prima volta in Italia, sarà  il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro, come avviene in Germania.
Ma a differenza di Berlino, da noi questo accadrà  solo per i licenziamenti illegittimi per “motivi soggettivi”, cioè i licenziamenti disciplinari (lavori male, non fai il tuo dovere, sei assente ingiustificato).
Compresi – si legge nella bozza della riforma del lavoro – quelli motivati «dall’inidoneità  fisica o psichica del lavoratore» e quelli intimati a dipendenti malati o infortunati perchè superano il periodo di malattia, ad esempio.
Per tutti gli altri casi, ovvero i licenziamenti per “motivo oggettivo”, in pratica i licenziamenti economici, il modello tedesco è di gran lunga surclassato.
Il reintegro non sarà  mai possibile, il giudice deciderà  un indennizzo compreso tra 15 e 27 mensilità , l’azienda non dovrà  aprire uno stato di crisi (come nei licenziamenti collettivi) nè avvertire i sindacati, ma si limiterà  a inoltrare una richiesta di conciliazione alla Direzione territoriale del lavoro e al lavoratore, in cui indicherà  i motivi oggettivi e «le eventuali misure di assistenza alla ricollocazione».
Se la Direzione non convoca azienda e lavoratore entro 7 giorni o se la conciliazione fallisce, si ufficializza il licenziamento.
Se la mediazione funziona, il lavoratore potrà  fruire di un voucher, un buono per il supporto delle Agenzie per il lavoro a trovare un altro posto.
Novità  dell’ultima ora, queste, inserite dal governo per addolcire una pillola che rimane amarissima.
Ne è consapevole lo stesso esecutivo, visto che il ministro per la Coesione territoriale Barca si chiede come fare a distinguere tra licenziamenti discriminatori, disciplinari ed economici.
«Un lavoratore per il quale è stato chiesto il licenziamento per motivi economici come tutelerà  il proprio diritto se invece ritiene di essere stato discriminato? Penso anche ai lavoratori iscritti alla Fiom», chiude a sorpresa Barca che poi, sui nuovi assunti nella Fiat di Pomigliano, di cui nessuno iscritto al sindacato di Landini, dà  una stoccata a Marchionne: «Ci sono aziende che hanno trovato soluzioni non ideologiche e che non aggravano ulteriormente i problemi del Paese».
Venuta meno la deterrenza dell’articolo 18, i licenziamenti saranno obiettivamente più facili.
E gli imprenditori potranno mescolare le carte.
Con buona probabilità , quelli economici saranno disciplinari mascherati: ti licenzio perchè voglio ristrutturare, perchè gli affari vanno male, perchè voglio chiudere un settore, ma in realtà  non ti voglio più in azienda perchè lavori male.
Chi distinguerà ? Il giudice è chiamato solo a decidere sull’entità  dell’indennizzo.
Avrà  anche il potere di qualificare il tipo di licenziamento? In quali tempi?
Un caos.

Valentina Conte –
(da “la Repubblica“)

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CAMBIO AL VERTICE IN CONFINDUSTRIA: OGGI E’ IL GIORNO DELLA SUCCESSIONE ALLA MERCEGAGLIA

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

GIORGIO SQUINZI E ALBERTO BOMBASSEI ALLA VOLATA FINALE… DOPO QUATTRO ANNI L’ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI E’ SPACCATA IN DUE

Una cosa è certa: questa volta non ci sarà  la maggioranza bulgara (126 voti su 132) che quattro anni fa ha portato in viale dell’Astronomia a Roma la prima donna alla presidenza di Confindustria: Emma Marcegaglia.
Questa mattina alle 10, il voto dei 187 componenti della giunta certificherà  comunque uno scenario di profonda divisione fra due schieramenti, guidati rispettivamente da Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei, sino all’ultimo (il direttivo di ieri) l’un contro l’altro armati.
Ed è suspance sino all’ultimo, con Squinzi, amministratore unico della Mapei, apparso fin dalle prime battute forte di un buon vantaggio, ma con Bombassei, presidente della Brembo, fiducioso in un sorpasso in extremis.
I supporter del primo dicono che avrebbe quasi i due terzi dei voti. Quelli del secondo sostengono di avere una quindicina di voti di vantaggio.
E il fatto che si voti a scrutinio segreto non fa che aumentare il clima di incertezza.
Nonostante gli appelli al serrare le fila e al fair play, l’immagine che esce da una competizione carica di veleni è quella di una Confindustria tutt’altro che compatta proprio in un momento particolarmente delicato per il Paese: con una ripresa economica da agganciare, un clima sociale (vedi articolo 18) non propriamente idilliaco e una politica debole.
Oggi, dunque, con il voto della giunta, Confindustria sceglierà  tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi il presidente designato per il dopo-Marcegaglia.
Primo traguardo, decisivo, di un percorso che poi proseguirà  il 19 aprile con la presentazione da parte del presidente designato della squadra dei vice e del programma di attività  per il primo biennio di lavoro.
E terminerà  con l’elezione vera e proprio il 23 maggio durante l’assemblea privata di Confindustria, mentre il 24 ci sarà  l’assemblea pubblica.
I «tre saggi» della commissione di designazione, che per quaranta giorni hanno sondato il consenso del sistema di Confindustria e le aspettative degli industriali, presenteranno i due candidati alla giunta con un appello: che chiunque vinca coinvolga poi l’altro schieramento, al di là  delle diverse visioni sul ruolo dell’organizzazione.
Squinzi, 69 anni, imprenditore chimico con la passione delle due ruote, è il candidato della «continuità  nel cambiamento», in sintonia con Emma Marcegaglia.
Un moderato, che ha più volte sottolineato il valore del dialogo.
Uno che non si considera nè un falco, nè una colomba.
Bombassei, 72 anni, leader nella produzione di freni, è amante delle auto d’epoca ed è considerato un «falco».
Ha incentrato la sua corsa alla presidenza sull’obiettivo di una rifondazione dell’associazione degli industriali, con un programma di netta discontinuità .
Per questo ha avuto il sostegno «esterno» di Sergio Marchionne, l’Ad della Fiat, formalmente uscita da Confindustria a inizio 2012, dopo lo strappo dello scorso anno.
Sfumature diverse fra i due candidati anche sull’articolo 18.
Squinzi: «La licenziabilità  dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi. Io sono per il dialogo con il sindacato».
Bombassei: «Se si toglie il tappo dell’articolo 18, questo vincolo che per altro abbiamo solo noi in Europa, sarà  molto più facile creare posti di lavoro per i giovani. Se non c’è accordo con le parti sociali, il Governo proceda».

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ART.18: SUL WEB DIVAMPA IL DIBATTITO DEL POPOLO DEL PD

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA RIFORMA DEL LAVORO ACCENDE LA DISCUSSIONE NEL PARTITO: CENTINAIA DI INTERVENTI, TRA L’OBBLIGO DI NON FAR CADERE IL GOVERNO E L’ESIGENZA DI DIFENDERE I DIRITTI DEI LAVORATORI

I rapporti con la Cgil. I veti incrociati. La necessità  di risolvere le tensioni interne per garantire la sopravvivenza del partito. La riforma del lavoro annunciata dal governo di Mario Monti accende la discussione nel Partito Democratico.
Dai vertici ai militanti: un confronto che prosegue senza sosta dalla serata di ieri.
E sui social network l’attenzione degli elettori del partito di Pierluigi Bersani è alle stelle.
Le richieste sono tante, difficili da tenere insieme: appoggiare il governo, non retrocedere di un passo sull’articolo 18, modernizzare salvaguardando i diritti dei lavoratori. E in tanti avvertono questo passaggio come decisivo per il futuro del Pd.
I messaggi diretti a Bersani e ai leader dei democratici sono centinaia.
E se in tanti considerano positivi molti punti della riforma Monti-Fornero – “la retribuzione degli stage, il nuovo regime dei co.co.co. sono misure importanti” – il punto dolente è la parziale riscrittura dell’articolo 18.
Il solo indennizzo previsto per i licenziamenti economici non soddisfa gli elettori del Pd.
C’è chi scrive: “Voto Pd da sempre. Ma adesso mi toccherà  spostarmi più a sinistra”. Ancora: “Ma cosa state combinando? Come si fa ad accettare tutto questo? La libertà  di licenziamento avrà  risultati devastanti”.
Certo, c’è chi appoggia il segretario e confida nella “discussione parlamentare”.
Ma non manca chi fa notare differenze di peso politico all’interno della maggioranza che sostiene Monti: “Caro Bersani, il Pdl riesce e vince sui Taxi, sulle Farmacie, sui Notai, sull’asta delle frequenze TV, la responsabilità  dei giudici, le intercettazioni, la concussione, la corruzione. Il Pd, invece, accetta la nuova riforma delle pensioni con la disperazione dei lavoratori che si sono dimessi a pochi anni dal pensionamento, l’aumento delle tasse, la diminuzione del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. E oggi l’articolo 18”.
Sullo sfondo, un interrogativo diffuso: “Ma chi dovrebbe difendere le classi più deboli in questo Governo?”.
In tanti si affidano a slogan. Secchi, decisi.
“Non voterò chi appoggerà  questa riforma”, “Meglio scendere in piazza con la Fiom e la Cgil”, “Speriamo che gli altri partiti di sinistra si sveglino”.
C’è chi immagina spostamenti di consenso verso Sinistra e Libertà  e Italia dei Valori, perchè “almeno loro hanno una posizione chiara”.
Le accuse sono dure: “Vi lascio ai vostri inciuci. Speriamo che Vendola e Di Pietro si sveglino”.
Ancora: “Bersani, vi scongiuro, a questo punto è meglio che non facciate più niente. Ve lo chiede un lavoratore. Detto questo, il mio voto potete dimenticarvelo”.
Sullo sfondo, le due anime del Pd.
C’è chi sottoscrive le parole di Enrico Letta: “Lavoreremo ancora fino alla fine per soluzioni più condivise, ma il nostro voto favorevole non può essere messo in discussione”.
E chi condivide e rilancia quelle dei rappresentanti della sinistra del Partito.
Come Stefano Fassina: “La riscrittura dell’articolo 18 non va bene, perchè rischia di rimanere un guscio vuoto con un notevole allargamento delle possibilità  di licenziamento”.

Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)

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IL VELO STRAPPATO: I DIRITTI DEI LAVORATORI SI TRASFORMANO IN MONETA

Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile

NELLA RIFORMA DELL’ART. 18 C’E’ LA FINE   DELLA CONCERTAZIONE… A UNA ESTENSIONE “DIMENSIONALE” DELLA TUTELA CORRISPONDE UNA LIMITAZIONE DI QUELLA “FUNZIONALE”

“Niente birra e panini al numero 10 di Downing Street”, era il motto di Margareth Thatcher ai tempi della storica vertenza con i minatori inglesi.
Nella Gran Bretagna di Iron Lady con i sindacati non si trattava.
Trent’anni dopo, nell’Italia di Mario Monti le porte di Palazzo Chigi sono aperte: con le parti sociali si tratta, e si è trattato a lungo in questi giorni e in queste settimane.
Ma il risultato pratico è lo stesso.
Se i “corpi intermedi” della società  condividono le scelte, tanto meglio. In caso contrario, il governo va avanti comunque.
Lo strappo si è dunque compiuto.
Il presidente del Consiglio ha deciso di scrivere la sua riforma del mercato del lavoro sacrificando la Cgil.
Un sacrificio pesante, e gravido di conseguenze.
È ancora una volta l’articolo 18 a segnare un decisivo cambio di fase, che modifica strutturalmente non solo le relazioni industriali, ma anche le consuetudini politiche del Paese.
Dietro alla rottura tra Monti e Camusso c’è molto di più di un dissenso sulle nuove norme che regolano i licenziamenti.
C’è la fine della concertazione, che ha scandito i rapporti tra politica ed economia nella Seconda Repubblica.
C’è la fine di una costituzione materiale, che dal 1992 ha affiancato la Costituzione formale nelle fasi più acute della crisi italiana.
Nel passo compiuto dal governo c’è una svolta di merito. Anche nella legislazione giuslavoristica italiana cade quello che tutti consideravano l’ultimo tabù.
L’articolo 18, cioè l’obbligo di reintegrare il lavoratore, resterà  solo nei licenziamenti per motivi discriminatori, e varrà  per tutte le aziende, comprese quelle con meno di 15 dipendenti.
Ma a questa estensione “dimensionale” della tutela corrisponde una limitazione di quella “funzionale”.
Nei licenziamenti per motivi disciplinari soggettivi toccherà  al giudice decidere se applicare la reintegra o l’indennizzo.
E nei licenziamenti per motivi economici oggettivi scatterà  solo l’indennizzo.
Proprio quest’ultima è stata la molla che ha fatto scattare il no della Cgil.
Sarebbe ingeneroso liquidare questo no come il solito riflesso pavloviano di una deriva sindacale massimalista e conservatrice.
La preoccupazione della Camusso, ancorchè non del tutto condivisa da Bonanni e Angeletti, è tutt’altro che infondata.
In questo nuovo schema l’articolo 18, di fatto, non viene “manutenuto”, ma manomesso.
I diritti si trasformano in moneta.
Una forzatura paradossalmente accettabile, in un Paese che cresce a ritmi del 3% e crea un milione di posti di lavoro l’anno, o in un Paese che ha un sistema collaudato e coperto di flexsecurity scandinavo.
Non nell’Italia di oggi, in piena recessione, con una disoccupazione giovanile del 29,7% e un nuovo sistema di ammortizzatori sociali che entrerà  a regime solo nel 2017.
In queste condizioni, la “via bassa” della produttività  e della competitività  scelta finora dalle imprese espone i lavoratori a un rischio oggettivo: qualunque crisi aziendale sarà  regolata con i licenziamenti per motivi economici, al “prezzo” di un indennizzo che costerà  poco più di un qualunque pre-pensionamento.
Questo aspetto non può essere trascurato, in un sistema produttivo che investe assai poco (negli ultimi dieci anni la quota di ammortamenti dell’industria è calato dal 6 al 3,7% rispetto al fatturato) e che già  ora tende a far pagare ai più deboli il conto della crisi.
È un problema serio, che indebolisce il molto di buono che pure c’è nella riforma del governo, dall’introduzione di una tutela universale per chi perde il lavoro al disincentivo alle troppe forme contrattuali che hanno perpetuato finora il massacro sociale del precariato.
E stupisce che il premier giustifichi la decisione di scardinare l’articolo 18 con la necessità  di far cadere un impedimento “vero o presunto” agli investimenti esteri in Italia. Non si comprime un diritto, in nome di una “presunzione”.
Se c’è anche solo un ragionevole dubbio che per le imprese straniere l’articolo 18 sia “un alibi” per non investire, allora le si convince con la forza dei numeri.
E i numeri, oggi, dicono che su 160 mila cause di lavoro pendenti solo 300/500 sono attivate ai sensi di quella norma, che dunque è un falso problema.
Ma nel passo compiuto dal governo c’è anche una svolta di metodo.
Monti lo spiega con una chiarezza esemplare.
Quando riconosce il dispiacere per la rottura con la Cgil, ma aggiunge che il “potere di veto” non è più consentito a nessuno.
Quando racconta di aver cercato fino all’ultimo il consenso di tutti, ma annuncia che al vertice finale di domani “non ci sarà  alcuna firma” delle parti sociali su un documento del governo.
Quando ammette che il dialogo con le parti sociali “è importantissimo”, ma avverte che non può tradursi in una “cultura consociativa” che in passato ha scaricato il costo degli accordi sulla collettività .
La cesura, culturale e politica, è chiarissima: il governo consulta, ma non concerta. Il suo unico interlocutore è il Parlamento, ripete più volte il premier.
È al Parlamento che questo governo risponde, ed è in Parlamento che questo governo si andrà  a cercare i numeri che servono a far passare questa riforma.
È un principio incontestabile.
La sovranità  del potere legislativo non è in discussione.
Neanche (o meno che mai) per un governo tecnico che si regge su una convergenza tripartita, piuttosto che su una maggioranza organica.
Ma anche qui ci sono due domande, che non possono essere evase.
La prima domanda: il governo ha fatto davvero tutto il possibile per imbarcare anche la Camusso nell’intesa?
Il dubbio è legittimo: l’impressione che in una parte del governo e del Parlamento vi siano forze che animate da una rivincita ideologica spingono per “dare una lezione” alla Cgil è forte, e non da oggi.
Come è forte l’impressione che all’esecutivo, in fondo, non dispiaccia presentare a Bruxelles e ai mercati una riforma del lavoro accompagnata dallo “scalpo” del sindacato più importante, da esibire come un trofeo di “guerra”.
La seconda domanda: il governo ha chiare le implicazioni politiche di questo strappo? L’accordo separato che esclude la Cgil riapre una drammatica spaccatura dentro il Pd. Il silenzio di Bersani è assordante, e rivela da solo l’enorme imbarazzo di un partito irrisolto, che sarà  pure attraversato dalla faglia “socialdemocratica”, ma che resta pur sempre l'”azionista di riferimento” del governo Monti.
Il presidente del Consiglio non può non essere consapevole di cosa può accadere nel centrosinistra (e magari anche nella Lega) di qui al voto parlamentare sulla riforma. Caduto un tabù, può cadere anche un governo.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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RIFORMA DEL LAVORO E ART. 18: COSA CAMBIA

Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile

INDENNITA’ DAI 15 AI 27 MESI SUI LICENZIAMENTI DISCIPLINARI… REINTEGRO POSSIBILE PER I CASI RITENUTI DISCRIMINATORI

Modello tedesco per l’articolo 18. Alla fine il governo è andato per la sua strada sul nodo più caldo della trattativa e le conseguenze sono ancora tutte da scoprire.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ieri sera è stato perentorio: «Per il governo la questione sull’articolo 18 è chiusa».
Lo schema scelto sui licenziamenti innova per quanto riguarda quelli disciplinari ed economici, lascia invariata la disciplina dei discriminatori.
Le novità  riguardano tutti i lavoratori, anche quelli attualmente assunti, con decorso dal momento in cui entrerà  in vigore la legge.
Riepilogando, sui licenziamenti ci saranno tre fattispecie diverse.
La prima è quella dei licenziamenti per motivi discriminatori: in qualsiasi tipo di azienda, sotto o sopra i 15 dipendenti, i licenziamenti determinati da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione ad attività  sindacali già  oggi è nullo, indipendentemente dalla motivazione.
In ogni caso c’è il reintegro del lavoratore sul posto di lavoro.
Questa fattispecie non è stata modificata.
Oggi poi, un lavoratore può essere licenziato anche per motivi disciplinari o economici. In questi casi alle imprese che occupano alle proprie dipendenze più di 15 lavoratori si applica l’articolo 18 della legge 300/1970, meglio nota come Statuto dei Lavoratori, marginalmente modificata dalla legge 108 /1990, che assicura la tutela della stabilità  del posto di lavoro
Il giudice allorquando ritenga che il licenziamento non è assistito da giusta causa o giustificato motivo, deve ordinare la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro senza la possibilità  di un’alternativa di tipo risarcitorio ovvero senza alcuna possibilità  di monetizzare la stabilità  del rapporto.
Non solo.
Oltre alla reintegrazione, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore, pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino alla effettiva reintegrazione (e comunque non inferiore a 5 mensilità  di retribuzione).
In sostanza il datore di lavoro potrebbe non reintegrare effettivamente il lavoratore ingiustamente licenziato nel posto di lavoro, ma dovrebbe continuare a pagargli ininterrottamente un’indennità  pari alle retribuzioni correnti.
Solo il lavoratore può liberare il datore di lavoro dalla prosecuzione di tale obbligo risarcitorio chiedendo (in base alla legge 108 /1990) un’indennità  pari a 15 mensilità .
La sentenza di reintegrazione comporta anche l’obbligo di pagare le contribuzioni previdenziali e assistenziali sulla retribuzione globale dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione.
Se il lavoratore, invece, non riprende servizio entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro, o entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, non richiede il pagamento dell’indennità  sostitutiva del reintegro, il rapporto si intende risolto alla scadenza dei termini sopra indicati e i contributi sono dovuti fino a quella data.
Fin qui i licenziamenti individuali.
E’ noto che le imprese che occupano più di 15 lavoratori possono anche licenziare per riduzione o trasformazione di attività .
Se il provvedimento riguarda da 5 lavoratori in su, si applica un’altra normativa, quella dei licenziamenti collettivi «per riduzione di personale», regolata dalla legge 223/1991, che dalla riforma non viene toccata.
Tornando ai licenziamenti individuali, la novità  introdotta dal governo Monti prevede che, in caso di licenziamenti disciplinari, per il lavoratore che vada dal giudice, il reintegro è previsto solo se il motivo è inesistente perchè il fatto non è stato commesso o se il motivo non è riconducibile al novero delle ipotesi punibili ai sensi dei contratti collettivi nazionali.
In tutti gli altri casi di inesistenza dei motivi addotti dal datore di lavoro, il giudice dispone soltanto un indennizzo da 15 a 27 mensilità  e mai il reintegro.
L’altra novità  riguarda i licenziamenti per motivi economici.
Una volta finiti in tribunale, il giudice non potrà  vagliare le motivazioni economiche alla base del provvedimento e non avrà  la possibilità  di reintegrare il lavoratore ma potrà  soltanto stabilire un indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità .
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero ha poi spiegato che ci saranno anche altre novità  per «accorciare la durata del processo», la cui attuale, eccessiva lunghezza viene considerata penalizzante dalle aziende.

Antonella Baccaro
(da “la Stampa“)

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VEDIAMO UN PO’ COME SI LICENZIA IN EUROPA: PIU’ LIBERTA’ ALLE AZIENDE E PIU’ TUTELE AI LAVORATORI

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

SI PARLA TANTO DI ALTRI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, VEDIAMO DA VICINO LA NORMATIVA VIGENTE NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI      

Il nodo al centro della trattativa tra governo e sindacati resta l’articolo 18.
L’esecutivo guarda al modello nord europeo e, in particolare, a quello tedesco.
Ma come si licenzia in Europa?
La formula più accreditata è quella che garantisce più flessibilità , ma anche più tutela ai singoli lavoratori.

GERMANIA
Fra il 2003 e il 2005 è stato profondamente riformato il mercato del lavoro, reso molto più flessibile.
I disoccupati sono molto diminuiti, dai 5 milioni del 2006 ai 2,7 del 2011.
Il sussidio di disoccupazione (67% dell’ultimo stipendio netto) è concesso per un anno dopo la perdita del posto.
Dopo si ricevono altri sussidi: 680 euro per un appartamento (inclusi 374 euro calcolati per vivere) e l’assicurazione sulla salute.
Il licenziamento è più facile per le imprese con meno di 10 dipendenti.
Per le altre va giustificato.
I contratti a tempo determinato possono essere rinnovati fino a due anni e per non più di tre volte.

GRAN BRETAGNA
I contratti di lavoro si dividono in employment (rende il lavoratore un dipendente) e services (regola uno scambio di prestazioni, chi lo firma resta di fatto in proprio).
Non esiste la contrattazione collettiva nel settore privato e sempre meno nel pubblico. Esistono clausole che proteggono dal licenziamento senza giusta causa: il lavoratore può fare ricorso al tribunale e chiedere un indennizzo.
In caso di riduzioni collettive del personale per ragioni economiche, l’azienda deve garantire al lavoratore indennizzi.

FRANCIA
I licenziamenti individuali sono più facili che in Italia.
Il lavoratore cacciato senza giustificato motivo ha diritto solo a un risarcimento (minimo sei mesi di stipendio).
Il licenziamento per motivi economici è possibile solo in caso di chiusura o trasformazione dell’attività , come nel caso di fallimento o di ristrutturazione.
Il datore di lavoro ha però l’obbligo di proporre all’impiegato misure di riconversione e di riqualificazione prima del licenziamento.
Quanto ai sussidi per la disoccupazione, sono finiti i tempi delle vacche grasse.
I beneficiari sono infatti sottoposti a regole molto più stringenti rispetto al passato, con l’obbligo di dimostrare con estrema regolarità  che sono alla ricerca di un lavoro.

DANIMARCA
Il modello della flexicurity (fusione dalle parole inglesi flexibility e security) dà  alle aziende margini più ampi per licenziare i propri dipendenti rispetto al resto dell’Unione, ma offre ai dipendenti una maggiore tutela.
Il lavoratore licenziato percepisce il 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno di disoccupazione, l’80% per il secondo, il 70% per il terzo e il 60% per il quarto.
L’azienda paga il sussidio e aiuta il lavoratore a trovare un nuovo lavoro, con corsi di formazione.
Il modello ha portato la Danimarca ad avere un basso livello di disoccupazione.

SPAGNA
Il dipendente a tempo indeterminato può essere licenziato anche senza giusta causa. L’azienda è tenuta solo a versargli un risarcimento, che la riforma del mercato del lavoro varata dal governo Rajoy in febbraio ha ridotto di molto: 20 giorni invece di 45 per anno di lavoro (per 12 anni al massimo) per le imprese in difficoltà , 33 per le altre (per 24 anni al massimo invece di 42).

(da “Il Corriere della Sera”)

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DA UN ANNO GLI HANNO CHIUSO IL REPARTO: IL PRIMARIO NON LAVORA E PRENDE LO STIPENDIO

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL CASO DI DOMENICO SCOPELLITI:, PRIMARIO DI CHIRURGIA MAXILLO FACCIALE A VILLA BETANIA: “OBBLIGATO A TIMBRARE IL CARTELLINO, MI SENTO UMILIATO”

Otto mesi con lo stipendio da 3.200 euro al mese netti senza lavorare.
Dopo un anno di paziente attesa, Domenico Scopelliti, 50 anni, uno dei più apprezzati esperti di chirurgia maxillo facciale in Italia, è amareggiato: «Basta: non riesco più a sopportare questa umiliazione. Sto pensando di andarmene all’estero: le offerte non mancano».
Il medico ha presentato un ricorso al giudice del lavoro contro la Asl Roma-E e contro la Regione, in attesa che forse la Corte dei conti verifichi se ci siano gli estremi di danno erariale.
Nei prossimi giorni verrà  fissata la prima udienza.
La storia inizia quando Renata Polverini, per arginare il deficit della sanità , il 30 settembre 2010 decreta la chiusura, tra gli altri, del reparto di Chirurgia maxillo facciale di Villa Betania, diretto da Scopelliti.
La struttura fa parte della Asl Roma-E.
Il 12 marzo di un anno fa, dopo due proroghe, il reparto termina l’attività .
«Da allora non sono stato più messo in condizioni di lavorare – taglia corto il medico – ma per oltre 8 mesi mi hanno costretto a timbrare il cartellino e rimanere 6 ore e 20 minuti con le braccia conserte. Volevano farmi fare piccoli interventi ambulatoriali, come eseguire una biopsia o togliere un dente del giudizio, ma ho fatto notare questo non ha nulla a che vedere con il mio lavoro: sono interventi che competono a un dentista. Io mi occupo di altro…».
Infatti Scopelliti, che vanta oltre 40 missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo (come Filippine, Afghanistan, Venezuela, Madagascar, Senegal e Kenya), ha maturato una grande esperienza, oltre che nelle patologie traumatiche e oncologiche sul viso, nelle malformazioni congenite su neonati e bambini, ridando il sorriso a centinaia di ragazzini che, senza il suo aiuto, probabilmente sarebbero rimasti sfigurati per tutta la vita.
Professionalità  che gli viene riconosciuta anche a livello internazionale: è l’unico italiano invitato a parlare a maggio nel congresso mondiale di malformazioni cranio facciali.
«Ma a prendere lo stipendio senza lavorare io non ci sto – sottolinea -. Ho chiesto tante volte alla Asl e alla Regione dove mi avrebbero mandato, ma non mi hanno mai saputo rispondere.
Così dal 15 giugno al 31 ottobre 2011 alla Asl ho fatto domanda di “aspettativa per inattività  forzata”».
Il 7 luglio 2011, però, arriva alla Asl Roma-E una lettera dalla Regione, firmata dal sub commissario Giuseppe Spata che annuncia il trasferimento di Scopelliti e della sua èquipe nel San Camillo dal 1° settembre.
«Pensavo che tutto si stesse sistemando – aggiunge il primario – ma il 31 agosto dalla Regione hanno mandato un’altra lettera che prevedeva il nuovo reparto nel Santo Spirito». Per aprirlo, però, «servono strumenti, personale e uno spazio adeguato – fa notare Scopelliti -. Così la direzione generale della Asl mi commissiona un piano di riorganizzazione. E mi fanno revocare l’aspettativa».
I primi di ottobre il primario consegna alla Asl e alla Regione il piano.
Dopo un mese la Asl sollecita la Regione ricordando che continua a pagare stipendi a tre dipendenti (Scopelliti e due suoi aiuti) senza farli lavorare.
Fino a dicembre non si muove nulla.
Il primario non si dà  pace: «Perchè sono stato privato della possibilità  di curare centinaia di malati? Forse perchè non ho una tessera di partito in tasca…».
Comunque dei 350 pazienti in lista d’attesa per un intervento a Villa Betania, la maggior parte giovani (tra 18 e 30 anni), oltre ai 500 già  operati e ancora da seguire, Scopelliti ha continuato ad assisterne «senza farmi pagare» una piccola parte nel suo ambulatorio privato: «Attraverso “Operation Smile” e grazie a collaborazione con la clinica Sanatrix che ha messo a disposizione sale operatorie e reparto – rivela – ho potuto operare gratuitamente 21 pazienti, quelli più disagiati. Tutti gli altri malati, purtroppo, sono finiti in altri ospedali a ingrossare le liste d’attesa…».

Francesco Di Frischia
(da “Il Corriere della Sera“)

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ART. 18: SARA’ PIU’ FACILE ESPELLERE LAVORATORI SENZA CONSULTAZIONI SINDACALI E MOBILITA’

Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile

I LICENZIAMENTI INDIVIDUALI DIVENTANO PIU’ CONVENIENTI DI QUELLI COLLETTIVI… MOLTE IMPRESE SARANNO TENTATE DALLA POSSIBILITA’ DI MANDARE A CASA FINO A 4 DIPENDENTI OGNI 4 MESI… NEL PIANO FORNERO SCATTA L’INDENNIZZO AL POSTO DEL REINTEGRO IN CASO NON GIUSTIFICATO MOTIVO ECONOMICO

Licenziare un dipendente in caso di crisi – o meglio licenziarne uno alla volta – è più facile, più diretto, più semplice che doverne mandare a casa cinque in un colpo solo.
Nel primo caso basta una lettera che ne dia comunicazione al singolo lavoratore e, in un primo tempo, non è nemmeno necessario che la comunicazione scritta specifichi con chiarezza i motivi di quella scelta (l’informazione va fornita solo su richiesta del lavoratore se ne fa domanda entro 15 giorni).
Se invece il licenziamento è collettivo la procedura si complica: c’è l’obbligo di comunicazione preventiva a sindacati, alle associazioni di categoria e al ministero del Lavoro; e per i lavoratori in esubero è prevista la mobilità .
Tempi, burocrazia, confronti che risultano ridotti, se non aboliti, quando a «saltare» è il posto di un solo dipendente. In quel caso infatti non è necessario nemmeno dichiarare lo stato di crisi aziendale: basta comunicare la fine di una mansione (ma anche il suo affido ad una struttura esterna) o la chiusura di un reparto.
L’unico limite sta nel fatto che non si possono licenziare individualmente più di quattro dipendenti in quattro mesi.
Le differenze fra licenziamenti per motivi economici collettivi (cui possono far riferimento le aziende con più di 15 dipendenti) e licenziamenti per motivi economici individuali (ammessi per tutti) sono notevoli.
Ma se – nel corso della trattativa in corso – passerà  la linea proposta dal governo salterà  quella più pesante: l’obbligo di far rientrare il dipendente al lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
Le due formule fanno capo a due diverse leggi: quella sul licenziamento individuale è la 604/66.
Nei casi di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quindi per le aziende over-15) se dichiarato illegittimo dal giudice, anche il licenziamento individuale oggi è sanato con il reintegro obbligatorio sul posto di lavoro (sarà  semmai il dipendente a decidere per l’indennizzo).
La proposta Fornero elimina appunto questo passaggio e prevede che – anche in caso di illegittimità  – l’azienda sia obbligata al solo indennizzo.
Se passasse questo disegno è chiaro che – soprattutto in caso di aziende non molto grandi – sarebbe più semplice abbandonare la strada del collettivo per seguire quella del licenziamento individuale.
Non solo: come ha denunciato nei giorni scorsi Sergio Cofferati, ex leader Cgil, caduto l’obbligo di reintegro per il licenziamento economico individuale «nessun imprenditore licenzierà  per motivi disciplinari, dirà  sempre che è un problema di costi o di organizzazione».
La proposta del governo infatti, nel caso di motivi disciplinari affida al giudice il compito di decidere fra reintegro e posto di lavoro.
La possibilità  di doversi «riprendere» il lavoratore in quel caso dunque resta: perchè rischiare?
Ora il punto resta uno dei più difficili della trattativa in corso.
E ad oggi la soluzione comune non c’è.
L’obiettivo del governo è chiaro: non facilitare i licenziamenti, ma renderli meno economicamente pesanti per le aziende.
L’obiettivo dei sindacati è altrettanto netto: proteggere l’articolo 18, ma su quali e quanti debbano essere i gradi di protezione la trattativa è aperta.
La Cgil ufficialmente non si muove dalla sua posizione iniziale.
Niente manutenzione sull’articolo 18, solo la disponibilità  a ragionare sui tempi della giustizia (anche se pare che alcuni, nel sindacato, possano aprire alla possibilità  di far decidere, anche in questo caso, al giudice).
Concentrazione totale sulla difesa dello status quo, dunque, anche perchè – precisa Claudio Treves – «questa storia dell’ossificazione del mercato del lavoro non esiste: lo dimostra il fatto che già  oggi i licenziamenti individuali sono molto più numerosi di quelli collettivi».
La Cisl, nei giorni scorsi, aveva proposto una mediazione: «Niente ricorso al giudice, perchè contestare l’esistenza di una crisi è difficile: basta che l’imprenditore dichiari che il magazzino funziona con il carrello magnetico piuttosto che con quello manuale che il posto salta – spiega Giorgio Santini – meglio non esporre il lavoratore alla sconfitta». Semmai la Csil propone l’estensione anche al licenziamento individuale delle norme previste per quello collettivo (legge 223/91).
E in caso di licenziamento illegittimo, rinunciare al reintegro a patto che al lavoratore siano riconosciuti (oltre al normale indennizzo) due anni di mobilità .
Ma il nodo è tutto da sciogliere.

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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