Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DI TORINO APRIPISTA A TANTE ALTRE… STORIE DI DISCARICHE, ACCIAIERIE E IMPIANTI CHIMICI CHE HANNO DANNEGGIATO TERITORIO E SALUTE DELLA GENTE….OLTRE 5 MILIONI DI PERSONE INTERESSATE
“Quando moriva qualcuno, in una fabbrica in cui tutti sapevano che prima o poi sarebbe
successo, negli anni Ottanta veniva condannato l’addetto alla sicurezza. Negli anni Novanta le sentenze sono arrivate a punire il direttore dello stabilimento. Ora tocca ai top manager e ai proprietari”.
Rino Pavanello, da 25 anni segretario dell’associazione Ambiente e lavoro, riassume così il percorso che ha portato alla sentenza contro l’Eternit per disastro colposo.
La notizia ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo e ora sembra destinata a rilanciare centinaia di vertenze sull’impatto sanitario dei vecchi colossi della chimica, delle acciaierie monstre, delle grandi discariche abusive.
Stabilito il principio delle responsabilità legate non a un incidente catastrofico tipo Seveso ma a uno stillicidio di veleni somministrati quotidianamente per anni, le industrie a rischio sanzione si moltiplicano.
I dossier sulla minaccia chimica messi a punto dalla Legambiente e dal Wwf mostrano un panorama costellato di richieste di risarcimento.
Sul banco degli accusati ci sono soprattutto i grandi poli dell’industria pesante che hanno devastato il territorio negli anni del boom economico. E i giudici ascoltano con attenzione.
“Il salto che si è determinato con la sentenza del tribunale di Torino, anche se siamo ancora al primo grado di giudizio, è netto”, osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.
“Nel caso dei grandi incidenti del passato, da Seveso a Bhopal, si è trattato di un episodio, sia pure gravissimo: e il giudizio della magistratura ha riguardato quelle specifiche responsabilità .
Ma le conclusioni del processo Eternit ribaltano questo punto di vista e spostano l’attenzione sulle responsabilità per la routine quotidiana, quando questa routine comporta un rischio inaccettabile per chi vive dentro le fabbriche, per chi abita vicino agli impianti a rischio e, molto spesso, anche per milioni di altre persone che possono venire in contatto con oggetti pericolosi”.
Dunque si passa da una valutazione sulla pericolosità legata a un incidente alle considerazioni sugli effetti di lungo periodo prodotti da merci dannose o da situazioni ambientali pericolose.
E Patrizia Fantilli, responsabile dell’ufficio legale del Wwf, ricorda che, a questo punto, il discorso della richiesta di risarcimenti si allarga ad altre situazioni critiche.
Ad esempio al poligono di Quirra, in Sardegna, dove sono stati interrati rifiuti militari (bombe, parti di missile, batterie, pneumatici) contenenti sostanze tossiche tra cui amianto e uranio.
O alla discarica di Bussi (Pescara), considerata una delle più inquinanti d’Europa: dagli anni Sessanta ai Novanta qui sono state smaltite abusivamente grandi quantità di sostanze chimiche che hanno contaminato per oltre 25 anni le falde idriche che arrivano ai pozzi utilizzati da 400 mila persone.
Una situazione complessiva che lascia una traccia pesante anche dal punto di vista epidemiologico.
Secondo lo studio Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità , che analizza i punti in cui il rischio chimico è più alto, ci troviamo di fronte a un quadro decisamente allarmante.
La mortalità per cause ambientali in questi siti è in media del 14% superiore alla norma.
Il record è nelle sei località inquinate dall’amianto, dove i casi di tumori della pleura sono stati quattro volte superiori alla norma nel periodo 1995-2002.
Le vittime in eccesso, uccise dall’inquinamento, sarebbero circa 10 mila su una popolazione interessata di 5,5 milioni di persone.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ABROGAZIONE DELLA LEGGE 188 HA PERMESSO IL RITORNO A RICATTI OCCUPAZIONALI, COLPENDO SOPRATTUTTO IL DIRITTO DELLE DONNE ALLA MATERNITA’ E LASCIANDO SPAZI A IRREGOLARITA’ DI TRATTAMENTO
Altra iniziativa di “Liguria Futurista”: questa volta si tratta di un volantinaggio nei quartieri del ponente genovese per sensibilizzare la cittadinanza contro la prassi delle lettere di dimissioni in bianco, fatte firmare al lavoratore all’atto dell’assunzione.
Un pratica favorita dall’abrogazione della legge 188 da parte del precedente governo.
La legge del 17 Ottobre 2007 n. 188 recitava infatti che la lettera di dimissioni volontarie, volta a dichiarare l’intenzione di recedere dal contratto di lavoro, e’ presentata dalla lavoratrice e dal lavoratore, su appositi moduli predisposti e resi disponibili gratuitamente dalle direzioni provinciali del lavoro e dagli uffici comunali, nonche’ dai centri per l’impiego.
I moduli riportano un codice alfanumerico progressivo di identificazione, la data di emissione, nonche’ spazi, da compilare a cura del firmatario, destinati all’identificazione della lavoratrice o del lavoratore, del datore di lavoro, della tipologia di contratto da cui si intende recedere, della data della sua stipulazione e di ogni altro elemento utile.
I moduli avevano validita’ di quindici giorni dalla data di emissione ed erano disponibili anche on line, da scaricare dal sito del Ministero del Lavoro e dell’Inps.
Questa legge aveva introdotto un principio semplice, il divieto di far firmare preventivamente dimissioni n bianco al lavoratore e alle lavoratrici.
Le dimissioni in bianco sono una piaga sociale che soprattutto al sud, ma anche nelle regioni del nord, rappresenta un’arma di ricatta verso tutti quei lavoratori che pur di lavorare, subisco vessazioni contrattuali e irregolarità di trattamento rispetto ai contratti collettivi nazionali.
E’ una piaga sociale che limita l’accesso al mondo del lavoro delle donne e le ricatta costantemente rispetto all’evoluzione della loro vita famigliare.
“Ti assumo ma se rimani incinta ti licenzio, se fai sciopero ti licenzio, se non fai quello che dico io ti licenzio”.
Purtroppo questo malcostume è dilagante soprattutto nelle piccole aziende, soprattutto nel settore manifatturiero, soprattutto in quelle aree del Paese depresse dove criminalità e sommerso la fanno da padroni.
Il governo Berlusconi con la legge 133 del 06 agosto 2008 art.39 comma 10 ha abrogato la legge 188/07, completamente.
Chiediamo al ministro Fornero di ripristinarla.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ULTIMA RILEVAZIONE DI EUROSTAT CONFERMA LA TENDENZA IN ATTO: IL NOSTRO PAESE AL DODICESIMO POSTO DIETRO A GRECIA, IRLANDA E SPAGNA….LA RETRIBUZIONE MEDIA E’ DI 23.000 EURO
I lavoratori italiani sono tra i meno pagati d’Europa. 
Meno degli spagnoli, ciprioti e irlandesi, che pure non se la passano meglio di noi.
E la metà di tedeschi e olandesi.
Una situazione che pesa sempre di più sulle famiglie.
Tanto da meritare immediatamente la reazione del ministro del Walfare, Elsa Fornero: “In Italia abbiamo salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività “.
Anche per questo sostiene il ministro è urgente trovare un accordo con il sindacato e si dice “fiduciosa” sulla possibilità di un’ampia intesa sulla riforma del mercato del lavoro e sull’articolo 18, ma mette in guardia le parti sociali: “Il tema va affrontato in maniera laica, senza levate di scudi”.
Lo si sapeva, tanto è vero che il tema del costo del lavoro è scomparso da tempo dai radar delle doglianze di Confindustria.
I cui esponenti ormai si lamentano solo del carico fiscale, o al massimo della minor produttività , ma non certo di quanto pesa la busta paga sui bilanci.
Ulteriore conferma è arrivata ieri da Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Unione Europea. Secondo i dati del 2009, lo stipendio medio dei lavoratori italiani è al dodicesimo posto nella classifica dell’area euro, nonostante il nostro paese sia ancora (ma per quanto?) la terza “potenza” industriale del Vecchio Continente.
Entrando nel dettaglio, cosa dicono i numeri?
In Italia, il valore dello stipendio annuo (con almeno 10 dipendenti) è pari a 23.406 euro, ovvero la metà di quanto si guadagna in Lussemburgo (48.914), Olanda (44.412) o Germania (41.100).
Ma meglio di noi fanno anche, paesi in cui la crisi ha colpito molto duramente come Irlanda, Spagna, Cipro e persino la bistrattata Grecia (ma con i tagli agli stipendi dell’ultimo anno scenderà molto in classifica con le prossime rilevazioni).
Guardando ai cosiddetti Pigs, l’Italia riesce a superare solo il Portogallo.
Anche per quanto riguarda l’aumento delle retribuzioni, l’Italia risulta tra i paesi in cui il potere di acquisto ha retto di meno: in quattro anni (dal 2005) il rialzo è stato del 3,3%, molto distante dal +29,4% della Spagna, dal +22% del Portogallo.
E anche i Paesi che partivano da livelli già alti hanno messo a segno rialzi rilevanti: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%) e Francia (+10,0%) e Germania (+6,2%).
Una buona notizia per l’Italia, invece, arriva dalle differenze di retribuzioni tra uomini e donne, quello che Eurostat chiama “unadjusted gender pay gap”, l’indice utilizzato in Europa per rilevare le disuguaglianze tra le remunerazioni.
Ma è solo un’illusione.
La Penisola, infatti, con un gap che supera di poco il 5% (con riferimento al 2009) si colloca ampiamente sotto la media europea, pari al 17%, risultando il paese con la forbice più stretta alle spalle della sola Slovenia.
Ma c’è poco da vantarci: a ridurre le differenze di stipendio in Italia contribuiscono fattori come il basso tasso di occupazione femminile e lo scarso ricorso (a confronto con il resto d’Europa) al part time.
Non a caso tra i Paesi che vantano una minor divario ci sono anche Polonia, Romania, Portogallo, Bulgaria, Malta, ovvero tutti stati con una bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Il fenomeno, ovviamente, ha anche altre implicazioni.
La prima, già messa in evidenza dagli studi legati all’immigrazione, ci dice che con il livello delle retribuzioni attuali, il nostro paese attira sempre meno manodopera qualificata e stranieri con un basso livello di istruzione.
Il secondo fenomeno è legato alla fuga delle competenze: tra i paese europei – soprattutto tra quelli con un basso indice demografico – si fa sempre più ricorso a laureati provenienti da altre nazioni.
Non a caso, anche in Italia è sempre più frequente il caso di agenzie di recruiting che lavorano per conto di ditte tedesche: in Germania c’è carenza di medici e ingegneri.
Luca Pagni
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL 13,5% DELLE AZIENDE TRASLOCA OLTRE CONFINE… CORRUZIONE, TASSAZIONE, BANCHE, BUROCRAZIA E INFRASTUTTURE INADEGUATE LE CAUSE PRINCIPALI DELL’ABBANDONO
Sergio Marchionne ventila l’ipotesi di chiudere due stabilimenti Fiat in Italia che, evidentemente, sarebbero sostituiti da produzioni all’estero.
Non importa come e dove: non necessariamente negli Stati Uniti, ma magari in Serbia o in Cina.
Pochi gli ricordano che negli ultimi dieci anni i posti di lavoro persi in Italia dal gruppo Fiat a causa del fenomeno delle delocalizzazioni sono stati ben 20 mi-
la.
Cinquemila quelli dei call center altrettanti nella telefonia.
Delocalizzazioni come quella della Omsa fanno perdere all’Italia 400 posti di lavoro, mentre la Dainese di Molveno, la casa delle tute sportive e motociclistiche che rifornisce anche Valentino Rossi, sposta tutto in Tunisia, dove impiega già 500 persone, salvando solo 80 lavoratori su 250.
E poi, ancora, il caso di Bialetti, Omsa, Rossignol, Geox e la complessa situazione del nord-est dove il fenomeno della delocalizzazione nei settori del tessile e abbigliamento e calzaturiero è stata devastante con le perdite, solo nel distretto tessile veneto (Verona, Vicenza, Padova e Treviso) di decine di migliaia di posti con un impatto sui piccoli laboratori artigiani che facevano da sub-fornitori alle imprese medio-grandi.
Prendendo come base della propria ricerca le imprese italiane dell’industria e dei servizi italiani con più di 50 addetti, l’Istat ha rilevato che nel periodo 2001-2006, circa 3.000 imprese, pari al 13,4 per cento delle grandi e medie imprese industriali e dei servizi, hanno avviato processi di questo tipo. L’internazionalizzazione ha interessato maggiormente le imprese industriali (17,9 per cento) rispetto a quelle operanti nel settore dei servizi (6,8).
Ad attirare di più le imprese italiane nel periodo 2001-06 è stata l’Europa, verso la quale si è indirizzato il 55 per cento delle imprese internazionalizzate. Nel resto del mondo si distinguono Cina (16,8) e Usa e Canada (complessivamente 9,7), seguiti da Africa centro-meridionale (5) e India (3,7). Le previsioni per il periodo 2007-09 segnalano invece una forte crescita degli investimenti in India, Africa e nei paesi europei extra Ue.
Secondo i dati dell’European Restructuring Monitorprogetto che monitora i processi di ristrutturazione aziendale nei 27 paese Ue più la Norvegia, la percentuale di incidenza dei paesi asiatici è al 25 per cento.
La motivazione fondamentale di questa scelta è scontata, la riduzione del costo del lavoro e degli altri costi di impresa.
Nelle brochure di consulenti aziendali come la Pricewaterhouse si può leggere che le opportunità della delocalizzazione sono date dalla crescita dei paesi emergenti, dal formarsi di una nuova classe media, dallo sviluppo delle infrastrutture e dall’emergere di sempre nuovi paesi (non solo est europeo ma anche Asia, Cina, Vietnam e Thailandia).
Riguardo all’impatto sui posti di lavoro, secondo i dati dell’Erm, il 6,4 per cento dei posti di lavoro persi in seguito a ristrutturazioni aziendali è “imputabile a iniziative di delocalizzazione”.
Numero che, per il 2009-10 significa circa 34 mila posti persi.
All’Italia va un po’ meglio di altri paesi europei che soffrono perdite maggiori: il 6,6 per la Francia, il 6,9 per la Germania e, addirittura, l’8,9 per cento per la Gran Bretagna.
I comparti maggiormente colpiti sono quello tessile, l’abbigliamento e calzaturiero, la meccanica e le apparecchiature, industriali e per ufficio, la meccanica elettrica e il settore automobilistico (la Fiat in Serbia insegna).
Un ultimo sguardo sul fenomeno lo offrono i dati dell’Istituto per il commercio estero secondo i quali il numero di investitori italiani (gruppi industriali o imprese autonome) attivi sui mercati internazionali ammonta a quasi 5.800 unità , per un totale di 17.200 imprese estere partecipate a vario titolo con un numero di dipendenti totali all’estero pari a 1.120.550 unità per un fatturato realizzato dalle affiliate estere nel 2005 di quasi 322 miliardi di euro.
Per contro, le imprese italiane partecipate da società estere sono circa 7.000, con l’intervento di quasi 4.000 imprese investitrici, un totale di dipendenti in Italia di quasi 860.000 unità .
Un saldo negativo di 260.000 posti di lavoro.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
PER GLI ISPETTORI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE L’AZIENDA FARMACEUTICA AVREBBE SPOSTATO I PROFITTI NELLE CASSE DI UNA CONSOCIATA NEL PARADISO FISCALE DI MADEIRA….E INTANTO 570 LAVORATORI SONO A RISCHIO LICENZIAMENTO
Ricordate i dipendenti della Sigma Tau che hanno fermato il pullman della Roma calcio facendo scendere Francesco Totti?
La ricerca di visibilità alla vertenza, dopo che l’azienda ha aperto la procedura di cassa integrazione per 569 dipendenti, era il frutto della rabbia e della disperazione di chi ha sempre contestato che i conti fossero in rosso e che l’azienda non potesse rilanciarsi seriamente.
A confortare quella radiografia provvede ora il “Processo verbale di constatazione” che l’Agenzia delle Entrate ha redatto nella sede della società farmaceutica, la seconda per importanza in Italia, il 30 luglio 2010, oggetto della trasmissione Presadiretta di Riccardo Iacona.
Un documento poderoso, 117 pagine, e nel quale gli ispettori del fisco contestano alla Sigma Tau una procedura di evasione fiscale non solo particolarmente sofisticata, per quanto comunemente diffusa, ma tale da pregiudicare i bilanci del gruppo e giustificare, così, la cassa integrazione.
La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima.
Ma se la consorella estera è collocata in un paradiso fiscale il guadagno è notevole.
Sigma Tau è il secondo operatore farmaceutico in Italia e ha consociate in Francia, Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, India, Stati Uniti e Sudan.
Insomma è un colosso che oltre a produrre direttamente i farmaci li commercializza in Italia e all’estero.
Ma è proprio sugli affari realizzati con le consociate che si sono concentrati i riflettori degli ispettori fiscali.
La consociata portoghese, Defiante, ha infatti sede nell’isola di Madeira, territorio portoghese anche se situato 900 chilometri più a sud nell’Oceano Atlantico, noto paradiso fiscale.
Si tratta di una società che si occupa prevalentemente di acquistare licenze e brevetti per poi rivenderli.
Per la Defiante, la Sigma Tau ha svolto anche l’attività di produzione e rivendita di prodotti (il Bentelan o il Betnesol per esempio) assumendosi costi e rischi che sarebbero dovuti essere adeguatamente compensati.
Gli ispettori si sono chiesti se “le determinazioni dei prezzi di trasferimento siano conformi alla normativa in materia di transfer pricing” stabilite dalla legge.
La risposta è stata negativa perchè secondo i verbalizzanti “la Sigma Tau avrebbe erroneamente quantificato (…) i componenti di reddito derivante dalle transazioni intercorse con diverse società appartenenti al medesimo Gruppo”.
Facendo un confronto con società comparabili si scopre, ad esempio, che mentre il livello medio di profittabilità dell’attività in questione è del 6,6 per cento, la Sigma Tau nel 2007 subisce una perdita del 16, 1 per cento.
“I prezzi di vendita applicati alla Defiante non permetterebbero di far fronte ai rilevanti costi di produzione” in contro tendenza rispetto ai risultati ottenuti con le altre consociate.
Facendo i raffronti con società analoghe e comparabili gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco.
I minori ricavi del 2007 sono già la metà delle denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro.
Defiante, inoltre, come mostrano gli approfondimenti fatti da Presadiretta moltiplica tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro.
Nello stesso periodo il patrimonio dell’azienda italiana, passa da 123 a 34 milioni di euro.
Solo che a Madeira, sede della Defiante, praticamente non si pagano le tasse e solo recentemente sono state introdotte aliquote dell’ 1, 2 e 3 per cento.
L’Iva, invece, è al 13 per cento, la più bassa d’Europa.
In Italia, invece, Sigma Tau ha avviato una ristrutturazione pesante con la cassa integrazione e il ridimensionamento del centro di ricerca.
“Che ne dice il governo e il ministro Passera?”, chiede Riccardo Iacona.
Il caso vuole che Passera sia tirato in ballo in più aspetti.
Non solo perchè come ministro è incaricato di gestire le crisi aziendali, ma anche per il suo passato da banchiere.
È stata la “sua” Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è sembrato l’avvio di uno spostamento all’estero (negato decisamente dall’azienda).
Banca Intesa possiede poi il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa.
Infine, il teatro di questa probabile “furbata” è il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità , superiore a 10 milioni, parcheggiata in attesa di impieghi più redditizi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IN UN MONDO INCENTRATO SULL’OCCUPAZIONE STABILE, IL WELFARE LO FA LA FAMIGLIA
I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi. 
La domanda rilevante è: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettività ?
Un fatto spesso ignorato è che questo costo non è nullo anche per chi il posto fisso già ce l’ha.
A parità di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento.
L’imprenditore, infatti, privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione.
Se è disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorrà pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilità di licenziamento.
La differenza è una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.
Un contratto di lavoro con salario fisso e sicurezza del posto è in qualche misura anche un contratto assicurativo.
Ovviamente più i rischi economici per l’impresa salgono, più l’impresa vorrà far pagare ad alto prezzo questa assicurazione e più basso sarà il salario di un lavoratore con il posto fisso.
In periodi turbolenti come questo, quindi, il posto fisso costa molto al lavoratore, perchè offrire assicurazione costa di più alle imprese.
Ma allora perchè in Italia sembra che i lavoratori precari abbiano non solo un posto insicuro ma anche una retribuzione inferiore?
Perchè i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i 15 dipendenti, sono difesi dai sindacati mentre i giovani precari no.
A loro sono lasciate le briciole in una specie di sala d’attesa in cui il giovane invecchia aspettando che qualche lavoratore protetto vada in pensione e liberi il posto sicuro. Per farsi un’idea dell’entità del premio assicurativo che grava sul lavoratore con posto fisso basta pensare al diverso costo orario, al netto di tasse e ammortamento attrezzi, del lavoro di un idraulico dipendente a tempo indeterminato e del lavoro dello stesso idraulico quando lo consultiamo in veste di artigiano.
Più in generale, per un lavoratore metalmeccanico, la stima di Piero Cipollone e Anita Guelfi (Banca d’Italia, Temi di discussione 583/2006) è compresa tra il 5 e l’11 per cento.
Tuttavia, se il costo fosse solo questo non ci sarebbero problemi: ognuno deve essere libero di stipulare il contratto che vuole, sopportandone le conseguenze.
E infatti un’indagine recente di Renato Mannheimer dimostra che l’84% dei giovani italiani sarebbero disposti a guadagnare di meno pur di avere un posto fisso. Nell’attuale situazione di apartheid invalicabile che divide i lavoratori super protetti dai “paria” privi di qualsiasi tutela o welfare statale, chi potrebbe dare loro torto?
La soluzione che propone il sindacato è semplice: diamo a tutti il posto fisso.
Ma è un’utopia pensare che si possa mantenere costantemente un’occupazione sicura ed elevata per l’intera forza lavoro in questo modo.
Il tentativo (vano) di garantire il posto fisso a tutti ha invece dei costi considerevoli per la collettività (oltre a quelli individuali) di cui pochi nel dibattito italiano sembrano voler tener conto.
Un mondo incentrato sul posto fisso è un mondo in cui il welfare lo fa la famiglia, con le risorse guadagnate dal padre (tipicamente unico a godere della sicurezza) e distribuite ai familiari dalla madre che spesso lavora in casa, con nonni e figli adulti che vivono insieme e si assistono gli uni con gli altri.
Un mondo in cui lo Stato non offre assicurazione sociale se non con le pensioni e con la certezza, appunto, del posto fisso per un membro della famiglia. Il tutto richiede una legislazione del lavoro che ingessa il mercato, impedisce l’allocazione ottimale dei lavoratori nelle imprese e mantiene un esercito di giovani precari.
È un mondo che attrae trasversalmente molti italiani e che ha una sua coerenza, fondata sull’avversione al rischio, e il rifiuto del cambiamento anche quando tutto cambia intorno a noi.
Gli italiani vogliono sicurezza e votano chi promette sicurezza (tipicamente senza evidenziarne i costi).
Sia ben chiaro: la famiglia italiana ha dei benefici enormi di cui dobbiamo andare orgogliosi.
Ma se deve sostituire un welfare pubblico che non funziona, le conseguenze non sono tutte desiderabili.
Un sistema di welfare basato sulla famiglia riduce la mobilità geografica e sociale e ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese.
Per poter godere del welfare familiare, che aiuta anche a trovare un impiego grazie ai contatti dei genitori più che alle reali capacità , i giovani promettenti frequentano università mediocri sotto casa o non si allontanano per trovare un posto di lavoro migliore e più adatto alle loro caratteristiche.
La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi anche perchè le imprese possono imporre condizioni retributive peggiori non dovendo temere che i lavoratori si spostino altrove se trattati male.
Il vecchio governo ci aveva promesso che questa struttura sociale ci avrebbe fatto superare la crisi meglio di altri Paesi. Non è stato così.
Ma il problema vero è che sono gli italiani a volere questa struttura sociale perchè non ne hanno ancora compreso i costi. Il differenziale di gravità della crisi italiana, rispetto a quella di altri Paesi, non è colpa della finanza pericolosa che ha colpito tutti i Paesi. Dei costi aggiuntivi siamo responsabili noi.
La discussione sul posto fisso e su un sistema di welfare impostato sulla famiglia, quindi, va ben al di là di una riforma del diritto del lavoro.
Tocca al cuore la mentalità e l’organizzazione sociale degli italiani. La soluzione più facile è continuare a non affrontare il problema.
Oggi, perlomeno, ci si sta provando.
Alberto Alesina e Andrea Ichino
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL TAVOLO TRA IL MINISTRO E LE PARTI SOCIALI: APPLICARE LA FORMULA MALUS-BONUS AI CONTRATTI PRECARI…CONFINDUSTRIA: MENO FLESSIBILITA’ IN ENTRATA MA PIU’ SUI LICENZIAMENTI
Contratti a termine con la formula originale del malus-bonus. 
Costeranno di più all’azienda ma una volta trasformati in contratti a tempo indeterminato l’aggravio sarà del tutto restituito. E diventerà un incentivo alla stabilizzazione. Esclusi, per ovvie ragioni, i tipici contratti a tempo, quelli per i lavori stagionali o per le sostituzioni.
È la proposta che ha presentato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, alle parti sociali al tavolo di Palazzo Chigi.
Una carta contro gli abusi, a favore della “flessibilità buona”, come la chiama il ministro, e giocata all’inizio del negoziato per spegnere qualsiasi possibile principio di incendio.
Una mossa che è piaciuta ai sindacati (“dopo tre anni bui – ha detto per esempio il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – questo governo dice che la precarietà va combattuta”) ma che ha spiazzato la Confindustria.
Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, subito dopo l’incontro plenario, ha chiesto, insieme agli altri rappresentanti delle imprese, di poter parlare alla Fornero.
“Noi – ha sostanzialmente detto il leader di Viale dell’Astronomia – siamo pronti a ragionare su tutte queste questioni. Però manca un pezzo: quello della flessibilità in uscita. La nostra risposta, dunque, arriverà solo quando sul tavolo ci sarà l’una e l’altra”.
Perchè questo è lo scambio destinato ad andare in scena: meno flessibilità in entrata in cambio di più flessibilità in uscita.
Insomma, meno precarietà per i giovani e ritocchi (si vedrà quali) all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
E per come ha impostato il negoziato il governo (“di articolo 18 si parlerà alla fine”, ha detto la Fornero), l’obiettivo dei sindacati è quello di incassare il più possibile prima per poter cedere il meno possibile dopo.
Una trattativa complessa dalla quale però nessuno ha intenzione di tirarsi fuori. E anche questa è una novità dopo anni di intese separate e poco efficaci.
C’è ormai un abuso dei contratti a termine.
Nel quinquennio 2005-2010, secondo un’indagine dell’Istat pubblicata un paio di settimane fa, il 71,5 per cento delle assunzioni è avvenuto con un contratto a tempo determinato.
È del tutto evidente che una quota non marginale di queste assunzioni non sia legata a esigenze produttive, a picchi stagionali, o a un’impennata improvvisa della domanda di mercato.
Si tratta di abusi, piuttosto.
Si ricorre ai contratti a termine, con rinnovi al limite della legge o aggirando la legge, perchè comunque il rapporto di lavoro ha una data di conclusione certa.
Da qui la proposta Fornero. Che intende aggravare il peso dei contributi sui contratti a tempo determinato, così da recuperare le risorse per pagare loro il sostegno al reddito nei momenti di disoccupazione.
Ma una volta che il contratto a termine verrà trasformato in un’assunzione senza scadenza i maggiori contributi saranno restituiti attraverso una forma di sgravio.
Malus-bonus, appunto.
Ma l’operazione Fornero contro la precarietà non si ferma ai contratti a tempo. Il ministro è stata tentata di intervenire con “l’accetta” (ha proprio detto così) nei confronti della false partite Iva e dei falsi associati in partecipazione.
Sono almeno 800 mila, secondo alcune stime, dietro i quali non ci sono professionisti autonomi, bensì veri e propri lavoratori subordinati con tutti i vincoli (dall’orario a un rapporto gerarchico) che questo prevede.
Qui, anche se il ministro non ha ancora precisato come, l’intervento sarà robusto in particolare a favore di coloro che sono mono-committenti, cercando di non penalizzare i giovani al primo rapporto di lavoro.
Il “job on call” (il lavoro a chiamata) è destinato, tanto più che non ha avuto successo, ad essere relegato a un ruolo marginalissimo, previsto solo in alcuni casi. Saranno riportati alle origini, e quindi ridotti alla stagionalità e all’occasionalità , i lavori che potranno essere retribuiti con i voucher.
Ci saranno più paletti anche per il part time.
La crisi ha costretto molti lavoratori (soprattutto donne) ad accettare di passare dal tempo pieno a quello parziale.
Che, invece, deve tornare volontario.
La Fornero punta a incentivare i controlli per scoprire il lavoro sommerso ma anche gli abusi di lavoro precario. È questa è davvero una svolta.
Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA ROMANA BLASOTTI PAVESI, PRESIDENTE DEL COMITATO FAMILIARI DELLE VITTIME
“Chissà se il signor Stephan Schmidheiny che si picca di essere un filantropo ci hai mai pensato davvero
a tutti i morti che ha fatto la sua azienda. Me lo chiedo ogni giorno, in particolare ogni volta che al nostro comitato arriva la notizia che hanno scoperto un nuovo malato o che qualcun’altro se n’è andato, ucciso dall’amianto…” dice Romana Blasotti Pavesi, 83 anni, presidente del Comitato Familiari Vittime dell’Amianto di Casale e Cavagnolo.-
Pensi che nell’83 non solo io ma neanche il mio medico di famiglia sapeva che cosa fosse il mesotelioma pleurico. E ora invece a Casale sono arrivati persino dal Giappone per capire come fare le bonifica per eliminare questa peste del polverino…”.
Che cosa le ricorda il 1983?
“E’ l’anno in cui ho perso Mario, mio marito. Aveva lavorato nello stabilimento dell’Eternit per 18 anni. Quando si ammalò era in pensione da due mesi. Il mesotelioma l’ha ucciso prima che potesse compiere sessantuno anni. La sua morte è stata solo l’inizio. Nel 2000 è mancata mia sorella, nel 2003 suo figlio che aveva solo 50 anni e una mia cugina e nel 2004 mia figlia che non ha superato la cinquantina. E nessuno di loro aveva mai lavorato nello stabilimento”.
Si dice che le vittime dell’amianto siano così tante da non poterne fare un elenco preciso. E’vero?
“Si. In più nonostante la ricerca che ormai va avanti da anni è ancora impossibile capire la reale fisionomia di questo maledetto mesotelioma. Non c’è un caso che assomigli all’altro, ogni malato ha una storia particolare. Di certo si continua a morire d’amianto qui a Casale. Nel 2011 tra malati e vittime abbiamo contato 58 casi. Negli anni scorsi eravamo sempre rimasti sotto la soglia dei cinquanta. Ora abbiamo registrato questa impennata…”.
Nonostante la bonifica?
“La fabbrica è stata aperta nel 1907 ed è rimasta in funzione sino al 1986. Si immagini quanto tempo ha avuto per avvelenare l’ambiente. La bonifica è iniziata nel 2000 e si è conclusa nel 2006 ma, a mio parere, ha ripulito soltanto il cinquanta per cento della città . Un anno fa in una scuola superiore dove già erano stati eseguiti dei lavori di bonifica sul tetto si è scoperto per caso che l’amianto era ancora sotto i pavimenti. Per anni la gente, ignorando il pericolo, ha fatto le vacanze su una spiaggia sulla parte destra del Po che era in realtà il deposito delle scorie di lavorazione scaricate nel fiume”.
L’ultima sua battaglia è stata contro la decisione della giunta di accettare il risarcimento proposto dal signor Schmidheiny. Perchè l’amministrazione comunale in un primo momento aveva deciso di accettare quei soldi?
“Non sono mai riuscita a capirlo. So solo che il nuovo sindaco quando ha deciso di farlo mi ha avvisato e quel giorno mi ha detto che fortunatamente l’amianto aveva risparmiato la sua famiglia. La giunta però aveva preso una decisione che andava contro quello che voleva la città . In tutti questi anni non ho mai pensato una sola volta al risarcimento: come tutti coloro che a loro spese hanno capito la pericolosità dell’amianto ho avuto un unico obiettivo, quello di far capire al mondo il rischio di certe produzioni industriali”.
Dopo una vita passata a lottare che cos’ha imparato?
“Che la vita è il bene più prezioso che ci sia. E che non c’è nulla che possa giustificare uno stillicidio di morti come è accaduto a Casale. Non ci sono profitti, non ci sono soldi che possano rendere comprensibile la strage che ha fatto quella fabbrica dove avevano appeso cartelli che vietavano il fumo perchè “cancerogeno”. Ecco cosa ho imparato…”.
Meo Ponte
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL TRIBUNALE ATTESA DAI FAMILIARI DI 3.000 VITTIME, IN AULA GRIDA, LACRIME E APPLAUSI… RISARCIMENTO DI 30.000 EURO PER OGNI FAMILIARE
Il Tribunale di Torino ha condannato a 16 anni di carcere ciascuno il miliardario svizzero Stephan
Schmidheiny, 65 anni, e il barone belga Louis De Cartier, 91 anni. La procura chiedeva 20 anni per ognuno dei due imputati che furono a capo della multinazionale Eternit.
I due rispondevano di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche.
Il tribunale ha anche stabilito un risarcimento di 30mila euro per ogni familiare di vittima dell’amianto al processo Eternit.
La sentenza è stata pronunciata dal giudice Giuseppe Casalbore. In aula alla lettura della sentenza grida, lacrime e applausi dei familiari delle vittime. La maxi aula era piena fino all’inverosimile.
Il dispositivo fa però una distinzione tra gli stabilimenti italiani, dichiarandoli colpevoli per quanto riguarda Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino), mentre il reato sarebbe estinto per prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera, in Emilia Romagna, e Bagnoli, in Campania.
Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier erano entrambi ex manager ai vertici della multinazionale dell’amianto. Il Presidente del Tribunale Giuseppe Casalbore è passato poi ad elencare gli indennizzi a favore delle parti civili, che sono alcune migliaia
L’aula era pienissima di giornalisti, di fotografi, videoperatori.
Al palazzo di giustizia di Torino sono arrivati 26 pullman, non solo da Casale Monferrato, dove si è registrato il maggior numero di vittime, colpite dal mesotelioma pleurico o dall’asbestosi, ma dal resto del paese e dalla Francia, dove si sono verificate tragedie analoghe.
Tre maxi aule sono state aperte per ospitare le oltre mille persone arrivate per ascoltare il verdetto del più grande processo mai celebrato in Italia, e non solo – 160 le delegazioni da tutto il mondo – per l’amianto.
Le parti civili erano 6392, quasi tremila i morti e i malati per la fibra killer, almeno 2300 le vittime negli stabilimenti italiani, a partire dal 1952, di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Millecinquecento sono i morti a Casale, lo stabilimento più grande in Italia, chiuso nell’86.
Il pool dell’accusa, composto da Raffaele Guariniello, Gianfranco Colace e Sara Panelli, in 62 udienze, dal 2009, ha dimostrato, secondo i giudici di primo grado, come i capi della Eternit, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De Cartier De Marchienne, avessero continuato – pur sapendo che l’amianto uccide – a mantenere operative le fabbriche per fare profitto.
E che avrebbero omesso di far usare tutte quelle precauzioni – come l’uso delle mascherine o dei guanti – per evitare che migliaia di persone si ammalassero di tumore al polmone o di absestosi.
Durante l’arringa finale Guariniello ha chiesto 20 anni per ognuno dei due imputati, che non si sono mai presentati al processo.
La loro difesa, rappresentata dagli avvocati Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva per Stephan Schmidheiny, e da Cesare Zaccone per Louis De Cartier, sosteneva che entrambi sono innocenti, che all’epoca dei fatti non si sapeva quanto fosse nocivo l’eternit e che, infine, troppi anni sono passati da allora affinchè oggi si possa preparare una difesa equa: mancherebbero i documenti e le testimonianze.
Secondo l’accusa il gruppo svizzero della famiglia Schmidheiny fu ai vertici della Eternit dal 1972 al giugno dell’86, dal ’52 al ’72 invece l’azienda faceva capo – secondo i pm – alla famiglia Emsens e al barone Louis de Cartier, formalmente presente nel consiglio di amministrazione dal ’66 al ’72.
«Comunque vada è un processo storico» aveva detto il pm Raffaele Guariniello, appena arrivato nella maxi aula uno.
«È il più grande processo – ha aggiunto – nel mondo e nella storia in materia di sicurezza sul lavoro. C’è stato un grande interesse da parte di tutti i paesi in cui si è lavorato l’amianto. Questa è la dimostrazione che si può fare un processo. Bisogna lavorare per fare giustizia, noi abbiamo avuto aiuto da tutte le istituzioni».
argomento: Giustizia, Lavoro | Commenta »