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SALVINI COMBATTE LA MAFIA TUFFANDOSI IN PISCINA CON 20 FOTOGRAFI A RIPRENDERLO MENTRE ANNASPA PER 10 METRI

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

DOPO CHE IERI ERA USCITA LA SUA FOTO CON IL BOSS MAFIOSO AUTORE DI 72 OMICIDI OGGI CHI GLI CURA L’IMMAGINE HA CONSIGLIATO AL FIGHETTO PADANO DI INTERPRETARE IL RUOLO DELL’ANTIMAFIA PER COMPENSARE GLI EFFETTI NEGATIVI

In un video del Tirreno, si vede Matteo Salvini concedersi un tuffo in piscina in un bene confiscato alla mafia a Suvignano, in provincia di Siena.
Certo, fa caldo, ma le persone normali si ritagliano una mezzora di privacy e ammesso che sappiano la differenza tra stare a galla e nuotare si concedono un bagno senza scocciatori intorno.
Il video del Tirreno evidenzia la sceneggiata padana: Salvini che procede verso la piscina con venti foto-operatori convocati per l’occasione che si contendono i bordi della location, il ministro che scende incerto la scaletta, prima mette i piedi a bagno e poi si immerge e procede con stile “molto libero” per ben dieci metri, arriva sulla sponda e si ferma .
Il motivo della farsa va ricercato nella foto apparsa ieri che lo ritrae in un ristorante con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, un boss pentito autore di 72 omicidi (per sua stessa ammissione).
Quindi oggi doveva interpretare la parte dell’antimafia (ruolo peraltro per cui è pagato come ministro dell’Interno) e quale migliore location di un’azienda di Suvignano, nel comune di Monteroni d’Arbia, in provincia di Siena, confiscata a un imprenditore di Cosa Nostra nel 2007 (con annessa piscina)?
Dichiarazioni roboanti contro la mafia (“Dobbiamo lasciare questi signori in mutande, perchè l’unico modo di combattere la mafia è sequestrargli tutto”) poi un tuffo in piscina e amici come prima.
Anche oggi lo spot è servito dai maggiordomi di regime.

(da agenzie)

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LOTTA ALLA MAFIA: QUEI SEGNALI AMBIGUI DEL GOVERNO LEGA-M5S, SOLO ANNUNCI E PROCLAMI

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

DICHIARAZIONI CONTRO I GIORNALISTI SOTTO SCORTA E DI NINO DI MATTEO SI SONO DIMENTICATI

Per alcuni siciliani, come per alcuni calabresi, più che le parole conta capire cosa c’è dietro. Possono discuterne per giorni interi.
Per i mafiosi, poi, interpretare i segni o le azioni, fatte o mancate, è un’autentica ossessione, soprattutto da quando l’intreccio di interessi con i politici è diventato più stretto.
I segnali che usano per comunicare tra loro sono comunque i più difficili da comprendere dall’esterno.
Dunque, questo governo che messaggi manda contro la mafia? E cosa farà  di concreto per combattere i boss?
Occorre fare un passo indietro e partire dalla kermesse di Ivrea del 7 aprile scorso, quando il Movimento 5 Stelle ha organizzato un meeting per ricordare Gianroberto Casaleggio, il Fondatore.
Ospite e oratore il magistrato Nino Di Matteo. Mentre parlava tra gli applausi scroscianti e chiedeva si facesse chiarezza sulle stragi del ’92 e del ’93 (per quest’ultima è ancora indagato a Firenze Silvio Berlusconi), Davide Casaleggio, l’imperatore del Movimento, in un angolo era concentrato a mostrare la cover del proprio telefonino ai suoi più fidi collaboratori.
Poi, ogni tanto, si lasciava andare a un battito di mani destinato all’ospite che tanto infiammava la platea degli attivisti grillini.
In quella occasione pubblica Casaleggio jr è apparso più interessato alla psicologa Maria Rita Parsi e ai suoi video sui bambini, rispetto al pm antimafia che i militanti del Movimento portavano in palmo di mano.
Non era interessante la sostanza dell’azione giudiziaria di Nino Di Matteo. L’importante era mostrare.
Così durante la campagna elettorale il nome del magistrato del processo alla trattativa Stato-mafia è stato fatto circolare come potenziale ministro della Giustizia. Ma quando il governo si è formato dopo l’accordo con la Lega, in via Arenula è arrivato Alfonso Bonafede e allora Di Matteo è stato candidato ad altro, la guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), un ruolo importante e operativo.
Un punto sensibile per comprendere umori e azioni dei clan criminali.
La notizia di un probabile arrivo al Dap di Di Matteo è stata accolta con malumore da tutti i detenuti mafiosi che hanno iniziato a lamentarsi, prevedendo nuove strette carcerarie.
E così, dal carcere dell’Aquila a quello di Novara, dove si trovano pericolosi capimafia, gli agenti del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria hanno registrato decine di conversazioni che riguardavano Di Matteo e i timori per una gestione rigorosa delle carceri. Un segnale positivo per la legalità .
Note di servizio sono state inviate alla Procura nazionale antimafia. Uno dei boss dice: «Zio Carme’, questi ci vogliono di nuovo chiudere come i topi, qui c’è scritto che vogliono fare a Di Matteo capo delle carceri, chisti su pazzi».
O ancora: «Questi riaprono la Pianosa… dobbiamo chiedere aiuto alla magistratura di sorveglianza».
Insomma l’azione concreta che il Movimento annuncia di mettere in atto contro i boss mette paura ai capimafia. Una paura concreta.
Cosa fa il neo ministro della Giustizia? Nomina al vertice del Dap un altro magistrato, il procuratore aggiunto di Potenza, Francesco Basentini. Sicuramente un bravo magistrato. E così gli animi dei mafiosi si sono tranquillizzati. Tutto come prima. Un gesto, un segnale.
Bonafede, contrariamente a quello che è stato propagandato dal Movimento contro la mafia, si sta servendo al Dap delle stesse persone che hanno smantellato l’alta sicurezza nelle carceri.
E fra i movimenti ipotizzati c’è anche quello di spostare l’attuale vice capo Dap a direttore generale detenuti.
C’è pure la polemica tra Anm e il Guardasigilli sul decreto legge che sospende fino al 30 settembre i termini processuali e di prescrizione e i processi penali senza detenuti a Bari a causa della inagibilità  del Tribunale.
Per il presidente dell’Anm, Francesco Minisci «la sospensione dei termini è un accessorio rispetto al tema principale».
Un altro segnale di questo governo è anche quello lanciato la scorsa settimana dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, parlando di Roberto Saviano e della valutazione della sua scorta .
Puntare il dito – soprattutto se lo fa un uomo delle istituzioni – contro chi è impegnato a denunciare le mafie, chi ne svela la potenza e le collusioni, rischia di fare il gioco delle cosche. Rischia di essere loro complice ed esporre a seri pericoli una persona perchè il messaggio che passa è di aver isolato il loro nemico, di averlo abbandonato.
E si rimane esterrefatti a leggere le dichiarazioni del Guardasigilli Bonafede, dopo le esternazioni di Salvini: «Non commento. Non è il ministro della Giustizia quello competente in materia. Non ho gli elementi per valutare e non commento questa dichiarazione perchè l’ha fatta il ministro dell’Interno e lui è competente a fare le dichiarazioni».
Eh no, ministro Bonafede, quello che le viene chiesto non è un giudizio tecnico sulla scorta, ma un giudizio politico, sociale.
Come ha ricordato nei giorni scorsi Liana Milella sul suo blog : «Chi è responsabile di un ministero dove ha lavorato Giovanni Falcone, dove c’è la sua immagine lungo le scale che portano alla stanza del ministro, non può tacere».
E anche questo è un segnale, che purtroppo non va contro le mafie.
Cosa vale quello che si è visto nell’aula del Senato, la standing ovation, con tanto di coro, per il presidente del Consiglio, quando Giuseppe Conte ha parlato di lotta alla mafia e di aggressione alla sua economia. I senatori di Lega e M5s sono scattati in piedi scandendo lo slogan «fuori la mafia dallo Stato».
E poi? Il ministro Salvini durante un comizio a Viterbo ha parlato dei Casamonica indicandoli come un clan mafioso. Ci potrebbe pure stare. Anche se – volendo restare nell’ambito giudiziario – gli affiliati a questa famiglia criminale non sono mai stati processati e quindi mai condannati per mafia.
A questo punto, se si resta nell’ambito romano, è interessante conoscere il pensiero del ministro Salvini sul clan che invece ha influenzato attraverso il metodo mafioso, nell’ultimo decennio, l’economia di gran parte della Capitale, la politica della città  e l’ha fatta da padrona. Parlo del clan di Massimo Carminati, l’uomo nero, e di mafia Capitale.
Visto che il responsabile del Viminale si lancia giustamente contro i Casamonica come mai non dice nulla sul clan del Cecato? Non lo ha fatto in passato, potrebbe approfittare adesso che i giudici delle misure di prevenzione di Roma hanno ordinato la confisca del tesoro di Carminati e compagni per un valore di circa 35 milioni di euro. Chissà  come potrebbero prenderla una sua dichiarazione gli amici della destra romana.
Però adesso che Salvini dice di rafforzare l’agenzia dei beni confiscati può essere l’occasione per assegnare subito i beni sottratti al “mondo di mezzo”.

(da “L’Espresso”)

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LA FOTO DI SALVINI CON IL BOSS PENTITO DELLA MAFIA PUGLIESE, REO CONFESSO DI 72 OMICIDI

Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

CHE BELLE AMICIZIE HA IL MINISTRO DEGLI INTERNI: ECCOLO CON SALVATORE ANNACONDIA, DETTO MANOMOZZA

Il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi ha pubblicato su Twitter un post in cui si vede uno scatto che ritrae il leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini insieme a Salvatore Annacondia detto Manomozza, boss pentito della mafia pugliese e reo confesso di 72 omicidi.
Per la serie #MafiosiLaPacchiaèFinita ecco la #foto in esclusiva del ministro @matteosalvinimi con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, #boss pentito della #mafia pugliese, già  affiliato a #CosaNostra e reoconfesso di 72 #omicidi
La storia di questa foto è stata raccontata nel libro Nazitalia dello stesso Berizzi e da alcuni articoli usciti nel maggio scorso:
È il 2015, anno di elezioni. Il segretario della Lega giunge nella località dove vive Manomozza. Il quale, al netto del suo status di collaboratore di giustizia, non sembra condurre una vita ritirata.
Conosciuto e apprezzato per la sua attivitaÌ€, che lo porta a contatto con la gente, da sempre rispettato nella regione dove ha deciso di vivere lontano dalla sua Puglia, l’ex boss mafioso sul territorio non fa mistero del suo passato ingombrante. Lo raccontano diverse persone che lo hanno conosciuto.
Salvini partecipa a una cena e a quella cena spunta Annacondia. I due si fanno fotografare insieme: uno accanto all’altro, sorridenti.
Se non fosse che, per motivi diversi, sono due volti noti, sarebbe un’immagine banalissima, come tante.
Salvini ha una polo nera e la solita barba lunga, Annacondia una camicia azzurra. Alle loro spalle c’eÌ€ un giardino curato.
Non è dato sapere chi e perché abbia presentato Annacondia a Salvini, forse, anzi, quasi certamente, quella sera stessa.
Né è possibile ricostruire se ed eventualmente quale rapporto si fosse instaurato tra i due prima della fotografia scattata insieme: potrebbero raccontarlo, volendo, i due interessati.

(da “NextQuotidiano”)

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CHI HA PAURA DI ROBERTO SAVIANO?

Giugno 22nd, 2018 Riccardo Fucile

UNA DELLE POCHE MENTI LIBERE RIMASTE NEL NOSTRO PAESE, UN ONORE PER L’ITALIA E LA SUA CULTURA

La risposta di Roberto Saviano non si è fatta attendere. E non è stata conciliante. Grande coraggio, questo ragazzo. Una delle poche menti libere rimaste nel nostro Paese.
Silenzio.
Chi non ha neanche il coraggio di avere una sua opinione personale non deve permettersi di parlare di Saviano. Lui il coraggio lo ha avuto.
Se un vicino un po’ corpulento e brusco vi fa un dispetto non avete neanche il coraggio di affrontarlo. Ecco, lui ha affrontato con coraggio il male assoluto, quello che ti fa tremare dentro.
E allora, silenzio. C
he lo si condivida o meno (io sono spesso d’accordo con lui, non sempre, ma molto spesso), un esempio di coraggio e civiltà  contro le mafie e la violenza come il suo non può essere altro che riconosciuto e onorato.
Vi siete mai chiesti come sarebbe il nostro Paese senza Roberto Saviano? Sarebbe un Paese ancora più decadente.
Il coraggio di dire, scrivere, dopo aver studiato, cercato, ricordato, con sprezzo della propria vita (sotto scorta da quando aveva 28 anni… ma ve lo immaginate cosa vuole dire?) è un onore per l’Italia e la sua cultura.
Tutto il mondo ce lo riconosce. Una diga contro il menefreghismo intellettuale, contro la cialtroneria dei salotti letterari, contro l’ignoranza incipiente della gente, di tutti noi.
Il nostro ministro dell’Interno pensa che una scorta sia un privilegio. Non riflette sul fatto che invece è la triste evidenza che il lavoro del ministero dell’Interno non è sufficiente contro i violenti e i mafiosi, che arrivano a minacciare negozianti che si ribellano al pizzo, collaboratori di giustizia che rischiano tutto per consentire indagini, e addirittura uno scrittore per aver aperto il vaso di Pandora che loro vogliono resti sempre chiuso.
Lavori sull’ordine pubblico e sulla sicurezza, Salvini, contro le cosche e contro la malavita, invece di fingersi primo ministro per mera ambizione e minacciare censimenti vetero-totalitari
Visto l’abbandono in cui viviamo in moltissime parti del nostro Paese, oggi l’hashtag dovrebbe essere #SalviniVaiALavorare, soprattutto, e #SalviniVergognati.
A chi fa paura Saviano, se non alla malavita?
A me, che mafioso non sono, fa paura?
E anche non condividessi quel che dice o scrive Saviano, che problema c’è nel fatto che uno scrittore dica la sua?
Qualcuno segue o fa quel che gli scrittori dicono, in questo Paese? Mica siamo nella Francia di Sartre!
E allora, come mai l’attacco a uno scrittore? Salvini è così attento alla comunicazione, sa che queste boutade hanno un effetto, mandano un messaggio.
E in questo momento, con la sua base tutta in brodo di giuggiole per il machismo politico che sta esprimendo, non ha neppure bisogno di ulteriori arroccamenti. Dunque perchè? La risposta che mi viene, l’unica a cui riesco ad arrivare, non voglio neppure pensarla.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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FICO CONTRO SALVINI: “CHI LOTTA CONTRO LE MAFIE DEV’ESSERE PROTETTO DALLO STATO”

Giugno 21st, 2018 Riccardo Fucile

UNA DICHIARAZIONE CHE ROMPE IL SILENZIO DEL M5S E DEL SERVO DI MAIO

Aspetta dodici ore, Roberto Fico.
Non è il suo ruolo fare da controcanto alle uscite scomposte di alcuni esponenti del governo. Ma le frasi di Matteo Salvini sulla scorta di Roberto Saviano sono troppo gravi per lasciar correre.
Così, il presidente della Camera – nel giorno in cui si formano le commissioni parlamentari, mettendo finalmente Camera e Senato in condizione di lavorare – affida alla sua pagina Facebook un pensiero chiarissimo nella sua nettezza: “L’Italia è il Paese che ha nel suo ventre tre fra le più grandi organizzazioni criminali internazionali: mafia, camorra, ‘ndrangheta. Tutti i cittadini, gli imprenditori e gli intellettuali che hanno avuto il coraggio di denunciare e opporsi alla criminalità  organizzata devono essere protetti dallo Stato”. Parla di Roberto Saviano e di tutti gli altri. Parla di uno Stato che non può permettersi di abbassare la guardia su fenomeni che sono tutt’altro che superati.
“Spero che al più presto questo male che rovina la vita a migliaia di persone, si infiltra nell’economia e talvolta nelle istituzioni, possa essere definitivamente sradicato – continua il leader dell’ala ortodossa del Movimento – diventando così solo un brutto ricordo. In questo modo nessuno dovrà  più essere scortato perchè finalmente libero”.
Poche parole con cui la terza carica dello Stato chiarisce a chi finge di non saperlo che la scorta non è un privilegio, ma una privazione di libertà . Parole che risuonano forti perchè avvolte dal silenzio di tutto il resto del Movimento 5 stelle.
In imbarazzo per le parole di Salvini, ma incapace di contrastarle.
Anzi, impegnato – dopo uno sguardo ai sondaggi – nell’inseguimento dei toni del leghista su migranti e ong
Dieci giorni fa, di ritorno dalla visita alla baraccopoli di San Ferdinando, su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta in Calabria, Fico aveva detto al presidente di una cooperativa aderente a Libera: “Bisogna lavorare perchè questi fenomeni scompaiano. Creare le condizioni per svuotare il bacino della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra”.
Poi aveva raccontato a don Pino De Masi, uno dei preti antimafia della zona: “Ricordo il giorno in cui decisi da che parte stare. Ero nel salotto di casa davanti alla televisione che mostrava la strage di Capaci. Lì capii quale sarebbe stata la mia strada. Ed è una scelta che a Napoli ho ribadito ogni giorno della mia vita. Non bisogna più mirare ad indebolire le mafie, al contrasto delle mafie. Dobbiamo puntare alla sconfitta”.

(da agenzie)

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LA RISPOSTA DI SAVIANO A SALVINI: “BUFFONE E MAFIOSO, NON HO PAURA DI TE. SEI IL MINISTRO DELLA MALAVITA”

Giugno 21st, 2018 Riccardo Fucile

“SEI STATO ELETTO IN CALABRIA, AI TUOI COMIZI IN PRIMA FILA UOMINI DELLE COSCHE BELLOCCHIO E PESCE”… “LEGA PARTITO DI LADRI, HA RUBATO 58 MILIONI AGLI ITALIANI”

Dopo che il leader del Carroccio ha annunciato di voler dare avvio a verifiche sulla scorta dell’autore di Gomorra, Saviano gli ha risposto con un video che ha pubblicato su Facebook: “E secondo te, Salvini, io sono felice di vivere così da 11 anni? Da più di 11 anni. Ho la scorta da quando ho 26 anni, ma pensi di minacciarmi, di intimidirmi? In questi anni sono stato sotto una pressione enorme, la pressione del clan dei Casalesi, la pressione dei narcos messicani. Ho più paura a vivere così che a morire così. E quindi credi che io possa avere paura di te? Buffone” è l’inizio del messaggio rivolto al ministro.
“Le parole pesano, e le parole del Ministro della Malavita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia. Il 17 marzo, subito dopo le elezioni, Matteo Salvini ha tenuto un comizio a Rosarno. Seduti, tra le prime file, c’erano uomini della cosca Bellocco e persone imparentate con i Pesce. E Salvini cosa fa? Dice questo: “Per cosa è conosciuta Rosarno? Per la baraccopoli”.
Perchè il problema di Rosarno è la baraccopoli e non la ‘ndrangheta. Matteo Salvini è alla costante ricerca di un diversivo e attacca i migranti, i Rom e poi me perchè è a capo di un partito di ladri: quasi 50 milioni di euro di rimborsi elettorali rubati.”

(da agenzie)

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UN MINISTRO DEGLI INTERNI CHE IN SICILIA NON TROVA IL TEMPO PER PARLARE DI MAFIA

Giugno 7th, 2018 Riccardo Fucile

BASTA FARLA SPARIRE DAI SOCIAL E NON PARLARNE E SI ARRIVA ALLA CONCLUSIONE CHE LA MAFIA NON ESISTE… RENDE DI PIU’ ISTIGARE ALL’ODIO

Ci sono molti modi per dire “la mafia non esiste”. C’è il modo diretto dell’alto prelato palermitano negli anni 60. C’è il modo, più subdolo, che consiste nel considerarla questione di criminalità  comune, come voleva la vulgata dei notabili della DC, e non solo, fino agli anni 70.
C’è un terzo modo, molto social, che consiste semplicemente nel farla sparire. Nel non parlarne. Ed è il modo più pericoloso.
Soprattutto quando viene alimentato da chi governa o, addirittura, assume l’incarico di ministro degli Interni.
Capiamoci, spesso della parola “mafia” si è fatto abuso. Ed ugualmente si è fatto abuso, e spesso scudo, della parola “antimafia”, basti leggere le recenti cronache.
Un comizio “antimafia” oramai non fa quasi notizia, una dichiarazione in ciclostile di solidarietà  e apprezzamento dopo la “brillante operazione delle forze dell’ordine” ancora meno. Ma non è questo che si chiede, direi si pretende, da chi alloggia momentaneamente al Viminale.
Al ministro, qualsiasi sia il suo cognome, si chiede e si pretende di non cancellare la parola “mafia” dall’agenda della politica e delle sfide di governo.
Un ministro che decide di fare la sua prima uscita in Sicilia e non trova tempo e modo di dire nulla sulla mafia, sulla pervasività  che ancora quest’ultima esercita nella vita economica e sociale di questa regione lancia un segnale pessimo e pericoloso.
In quest’isola nel 2017 sono stati 79 — lo dice nel suo rapporto avviso pubblico — gli amministratori locali minacciati. In quest’isola le mani delle cosche sulla gestione dei rifiuti — è scritto nero su bianco nella relazione finale della commissione di inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti — sono ancora forti e determinano anomalie ambientali ed economiche devastanti.
Sono o no emergenze per il ministro degli Interni?
E non è un attentato alla sicurezza ben maggiore di qualsiasi sbarco di migranti?
Eppure non una parola, un cenno, un gesto.
La mafia “non esiste” nella continua propaganda del ministro. Scompare. O almeno non è una priorità . La priorità , il messaggio da lanciare, è rivolto ad altri. Oltre lo stretto di Messina.
La Sicilia diventa solo una scenografia creata dalla posizione geografica. I migranti sono l’emergenza, i migranti sono il problema sicurezza. Lo dice lo stesso accordo di programma Lega-M5s dove al tema delle mafie è riservato un capitoletto di tre righe mentre il binomio migranti-sicurezza compare praticamente sempre.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA FOTO DI MATTEO SALVINI CON L’AMICA DEL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA UMBERTO CRISTELLO

Giugno 1st, 2018 Riccardo Fucile

MARTA PRATO, ATTIVISTA DELLA LEGA IN BRIANZA, E’ VICINA ALL’ESPONENTE DEL CLAN… SUO AMICO E’ ANCHE QUEL VICE-SINDACO LEGHISTA DI SEREGNO COSTRETTO A DIMETTERSI PER FAVORI A UN COSTRUTTORE CALABRESE…OTTIME FREQUENTAZIONI PER UN MINISTRO DEGLI INTERNI

Lei, con i capelli biondi a caschetto, si chiama Marta Prato. È un’attivista della Lega. E nel suo piccolo ha contribuito al successo del partito: eccola in fotografia, durante l’ultima campagna elettorale, accanto a Matteo Salvini, allora segretario federale e oggi ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.
L’altro nella foto è l’amico di entrambi, Giacinto Mariani, che in provincia di Monza e Brianza è l’ambasciatore del leader leghista.
Ma sempre lei, la signora Prato, è ugualmente molto amica di Umberto Cristello, esponente di una famiglia ai vertici della ‘ndrangheta al Nord. Uno che, come ha scritto la Direzione distrettuale antimafia di Milano, faceva arrivare bancalate di cocaina: eccoli insieme a una festa all’aperto, Umberto e la bionda attivista sorridenti con il bicchiere di birra in mano, oppure nella discoteca di cui è comproprietario Mariani, o seduti al ristorante, con il boss calabrese cresciuto in Lombardia che si nasconde dietro a un calice di vino
Le immagini le trovate sulla pagina Facebook di Marta Prato, finora accessibile a tutti. Basta cliccare l’album fotografico e sulla stessa schermata vedrete: lo scatto con Salvini, lei di nuovo con Cristello, poi abbracciata all’amico Mariani, a cena con l’europarlamentare Angelo Ciocca e il deputato Paolo Grimoldi, segretario nazionale della Lega Lombarda.
E ancora Marta Prato con il cartello blu “Salvini premier”. Oppure accanto all’allora presidente della Regione, Roberto Maroni, o bene in vista con l’attuale vicepresidente lombardo, Fabrizio Sala di Forza Italia, immortalati il 5 febbraio, un mese prima del voto regionale.
Ed eccola perfino con Ilaria Cerqua che ancora non è sindaco, ma solo la candidata di destra alle prossime amministrative del 10 giugno a Seregno: la cittadina di mobilieri vicina a Monza è il collegio elettorale brianzolo che il 4 marzo ha dato quasi il 30 per cento alla Lega e il 49 per cento alla sua coalizione.
Marta Prato fotografa con il telefonino. E pubblica tutto su Facebook. La mania dei selfie ci rivela così una Lega a due facce: Salvini, neo ministro dell’Interno, che all’anniversario della strage di Capaci scrive «la mafia mi fa schifo e se avrò l’onore di andare al governo, la combatterò con ogni sforzo e con ogni mezzo» e, contemporaneamente, il suo ambasciatore abbracciato all’amica di un esponente della famiglia Cristello.
A Seregno Giacinto Mariani, 53 anni, è stato due volte sindaco e poi vicesindaco. Fino allo scandalo di cinque mesi fa.
Lo scorso autunno la giunta si è dovuta dimettere in blocco perchè con Mariani, l’allora sindaco Edoardo Mazza e altri amministratori sono finiti sotto inchiesta per presunti favori a un costruttore calabrese, Antonino Lugarà , che nel frattempo è stato intercettato in Brianza mentre chiede altri favori al nipote del boss della ‘ndrangheta, Giuseppe Morabito, il famoso Peppe Tiradrittu.
La fotografia con Matteo Salvini risale all’inizio della campagna elettorale.
La sera del 5 settembre 2017 il leader è in Brianza a diffondere il suo slogan: «Salvini premier». E Marta Prato lo incontra con Mariani, che in quei giorni, gli ultimi prima della retata della Procura di Monza, è ancora vicesindaco.
Seguendo il diario delle immagini, il 26 agosto l’amica di Mariani passa la serata con Umberto Cristello, 51 anni, già  condannato due volte, originario della provincia di Vibo Valentia, ma da tempo residente con tutta la famiglia patriarcale tra Seregno e Mariano Comense, nel cuore della Brianza.
Il primo settembre la signora e l’esponente della famiglia ai vertici della ‘ndrangheta si rivedono e festeggiano la fine dell’estate al Molto Club di Carate Brianza, discoteca di cui è comproprietario proprio l’ambasciatore di Salvini.
Il 4 settembre, Giacinto Mariani e l’amica di Cristello accompagnano alla festa della Lega a Seregno l’allora presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni. Il 5 arriva Salvini.
La sera del 6 settembre Prato, Mariani e il segretario nazionale della Lega Lombarda, il deputato Paolo Grimoldi, partecipano insieme alla campagna per il sì al referendum sull’autonomia regionale. Il 24 settembre lei pubblica un’altra foto di Cristello.
Gli amici politici si rivedranno, tranne Salvini, alla cena del primo dicembre in un ristorante, sempre a Seregno: ecco Mariani, ormai indagato, l’onorevole Grimoldi, rieletto il 4 marzo, l’europarlamentare Ciocca. E l’immancabile Marta Prato.
Il 22 dicembre l’amica sente il bisogno di pubblicare una nuova immagine di lei con Umberto Cristello. Questa volta sono al ristorante Dorsia di Seregno, altro locale i cui proprietari sono soci di Mariani nella discoteca Molto Club.
Si avvicina domenica 4 marzo e il segretario-onorevole-candidato Grimoldi chiude la sua campagna elettorale al Noir, nightclub della zona di cui sono titolari altri soci di Mariani nella sua discoteca. Il luogo, però, non è famoso per questo: ma perchè in passato offriva champagne e serate gratis ai boss della ‘ndrangheta, poi arrestati nell’operazione Infinito.
Il partito del ministro dell’Interno non ha trovato di meglio per incontrare i suoi elettori a 36 ore dall’apertura dei seggi.
Oltre a Salvini, anche Grimoldi, Sala, Ciocca, Mariani e Cerqua, fino a prova contraria, sono ignari delle frequentazioni dell’attivista.
Ma il sottofondo politico qualche domanda la impone. Umberto Cristello, interpellato anche sulle pendenze giudiziarie per una condanna in primo grado per associazione mafiosa, risponde così: «Non sono affari suoi».
Marta Prato: «Non devo rendere conto a nessuno. Quindi, cortesemente, ti chiedo di pensare alla tua vita e non alla mia». Giacinto Mariani: «La diffido formalmente dal proseguire questo atteggiamento fortemente provocatorio nei miei confronti».
Umberto Cristello e la sua famiglia riempiono decine di pagine nelle operazioni Infinito, Ulisse, Tenacia e Quadrifoglio.
«I Cristello», racconta il collaboratore Antonino Belnome rivelando il ruolo di Umberto, «erano i numeri uno della zona. All’epoca io ho visto portare bancalate di cocaina».
Ci sono poi le indagini concluse con l’arresto di Paolo De Luca, 48 anni, accusato di essere il riferimento in Lombardia del clan Mancuso di Limbadi, presunto capo della cosca di Seregno schierata proprio contro i Cristello.
Secondo gli accertamenti De Luca, con il fratello Giuseppe, in Brianza avrebbe il monopolio della sicurezza sui locali: sarebbero loro a proteggere bar e discoteche come il Noir. Ma Umberto Cristello fa paura. Il 29 giugno 2016 l’amico di Marta Prato esce dal carcere in libertà  vigilata. E il pubblico ministero Paolo Storari, della Direzione distrettuale antimafia di Milano, trascrive questa breve conversazione intercettata ai telefoni: «Umberto è uscito, lo sai? Non ti devi fidare mai tutto di lui. Che dei Cristello è il più pericoloso».
Aggiungono i magistrati della Dda di Milano: «Cristello Umberto ha due precedenti penali per reati tipici di chi opera in contesti mafiosi, ovvero:   una condanna per detenzione e porto di una pistola con il relativo munizionamento e una successiva condanna a dieci anni di reclusione… relativa a un’attività  continuata di spaccio».
La sua amica Marta Prato nel frattempo conferma il suo sostegno a Salvini.
Lunedì 28 maggio, dopo il momentaneo stop al governo Lega-5 Stelle, ha postato su Facebook il monologo del leader contro il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
E se il segretario della Lega è ora ministro dell’Interno, bisogna riconoscere il ruolo della base: l’amica del boss, l’ambasciatore e tutti gli altri non hanno mai smesso di avere fiducia in lui.

(da “L’Espresso”)

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“SENZA BASI GIURIDICHE”: COSTITUZIONALISTI SMONTANO SENZA PIETA’ L’IMPEACHMENT CONTRO MATTARELLA

Maggio 28th, 2018 Riccardo Fucile

“HA ESERCITATO I SUOI POTERI COSTITUZIONALI, NEI SUOI CONFRONTI UN ATTO DI INTIMIDAZIONE”

Mancano le basi giuridiche che diano sostanza a una procedura di messa in stato d’accusa contro il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preannunciata dal Movimento 5 Stelle dopo lo stop al Governo.
I costituzionalisti interpellati sono sostanzialmente concordi.
La Costituzione disciplina il tema all’articolo 90:
“Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri”.
La sentenza è affidata alla Corte Costituzionale
MASSIMO LUCIANI: “NON CI SONO PRESUPPOSTI, HA ESERCITATO I SUOI POTERI COSTITUZIONALI”
“La situazione è molto complessa. Ma sarebbe opportuno rimuovere ogni equivoco possibile sulla legittimità  dell’azione e delle scelte del presidente della Repubblica” dice Massimo Luciani, docente di diritto costituzionale alla Sapienza, in una intervista al Corriere della Sera.
“Non ci sono i presupposti per la violazione dell’articolo 90. Perchè il presidente Mattarella ha esercitato i suoi poteri costituzionali”.
E vi rientra il veto sul ministro dell’Economia “perchè l’articolo 87 prevede atti controfirmati dal presidente del Consiglio, ma firmati dal capo dello Stato. E’ ovvio che debbano essere condivisi. Altra cosa è l’opportunità . Per qualcuno può esserlo stato. Ognuno è libero di valutare”.
UGO DE SIERVO: “DA LEGA E M5S UN’INTIMIDAZIONE”
La reazione di Lega e Movimento 5 Stelle alla decisione del Capo dello Stato è “un’intimidazione, è l’unica spiegazione tecnica che si può dare. In realtà  Mattarella ha esercitato più che correttamente, anche se in una situazione difficile, una facoltà  che la Costituzione dà  al Presidente della Repubblica. Reagire così, sinceramente, è sconcertante se non anche un po’ scandaloso” dice l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo intervistato dalla Stampa.
“L’articolo 1 della Carta dice che la sovranità  popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La norma sulla formazione del governo dice che il Presidente della Repubblica nomina i ministri su proposta del presidente del Consiglio. Non è solo un ruolo notarile, è un potere che non risultava pubblicamente perchè il sistema politico accettava le regole del gioco. Non è possibile che le forze politiche vogliano imporre al Presidente della Repubblica di fare quello che hanno deciso loro, annullando il potere presidenziale”.
GAETANO AZZARITI: “ACCUSE DEL TUTTO INFONDATE”
“Tutta la formazione del governo M5S-Lega è stata condotta al di fuori delle prassi e dei precedenti costituzionali”, spiega Gaetano Azzariti, ordinario alla Sapienza. “Ma ora bisogna evitare che lo scontro istituzionale si avviti: in gioco c’è la democrazia del nostro Paese, si rischia che saltino tutte le regole”. Mattarella “è stato troppo debole all’inizio — per aver consentito una serie di strappi alla prassi, innanzitutto sulla definizione del programma di governo in termini privatistici, prima che il premier venisse incaricato — e troppo rigida dopo”. Ma la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica “la ritengo ancor più infondata dei tentativi precedenti nei confronti di Cossiga e Scalfaro, che si sono subito arenati in Parlamento”, perchè “l’art. 90 della Costituzione non riguarda una generica responsabilità  politica del presidente della Repubblica, ma espressamente i più gravi reati del nostro ordinamento: l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione. Sono legittime tutte le critiche a Mattarella, ma configurarne il comportamento come un colpo di Stato mi sembra francamente espressione del nervosismo dei tempi”.

(da agenzie)

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