Aprile 19th, 2018 Riccardo Fucile
IN PASSATO IL M5S L’AVEVA ADDIRITTURA INFAMATA DICENDO CHE ERA COLLUSA CON LA MAFIA, ORA FANNO FINTA DI NON CONOSCERE GLI SPADA
Federica Angeli, giornalista di Repubblica presa di mira dalla mafia di Ostia, ha testimoniato oggi in
tribunale nel processo a carico degli esponenti del clan Spada. E oggi in Aula c’era anche una presenza necessaria: la sindaca di Roma Virginia Raggi.
La prima cittadina durante l’udienza ha tirato fuori belle parole nei confronti della giornalista: “Sono qui perchè le istituzioni non devono mai lasciare soli i cittadini soprattutto quando si tratta di lottare contro la mafia. Sono qui come sindaca della città per lanciare un messaggio forte e duro contro la malavita. Gli Spada sappiano che Roma non ha paura”.
Ma ha anche aggiunto qualcosa di discutibile: “Oggi siamo qui vicino a Federica che ha il coraggio di testimoniare e siamo vicini a tutti quei cittadini che sono in prima linea
come Giuliana Di Pillo (presidente del Municipio di Ostia), Paolo Ferrara (capogruppo M5S in Campidoglio), i carabinieri, le forze dell’ordine e i tanti cittadini onesti, gli imprenditori onesti di Ostia e del territorio”. Ecco, il riferimento ai componenti del M5S di Ostia è inopportuno, perchè se è arrivata in più occasioni la solidarietà personale della sindaca a Federica Angeli, non risulta che il gruppo M5S abbia fatto lo stesso.
Prima la storia della falsa «relazione antimafia desecretata» e poi le accuse a lei, Alfonso Sabella e Don Ciotti, oltre alla bufala della candidatura nel PD
Forse non è stato un caso che la Raggi sia andato oggi in udienza visto quello che aveva scritto proprio la Angeli in risposta al tweet di solidarietà della sindaca: “Pensavo al suo tw. Per “opinioni non sempre coincidenti” intende il dossier antimafia in cui il 5S ha accusato me di essere collusa con la mafia di Ostia? O l’alloggio che il 5S ha dato a uno Spada? Io ieri ero in aula contro Spada. Non a chiacchiere, ero lì, a testa alta Sindaca“.
Di certo c’è che la dichiarazione di oggi della Raggi sulla Angeli non è stata finora pubblicata, come d’abitudine, sulla pagina Facebook della sindaca di Roma. E i motivi di questo ritardo è facile intuirli. Purtroppo.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 19th, 2018 Riccardo Fucile
“IL PREFETTO DI ROMA MI ASSEGNO’ LA SCORTA ‘ DICENDOMI CHE IN 40 ANNI NON ERA MAI SUCCESSO CHE UNO DI OSTIA DENUNCIASSE GLI SPADA”… MA DOVE SONO I CULTORI DELLA LEGALITA’ A PAROLE?
“Hanno provato in tutti i modi a privarmi della mia libertà e sono riusciti a privarmi di quella fisica
perchè ho la scorta ma sicuramente io alle loro regole non ci sto e oggi posso dirvi che mi sento libera, è una bellissima sensazione. Non ho paura”.
Sono le parole della giornalista Federica Angeli, sentita oggi come testimone nel processo a car ico di esponenti del clan Spada.
Nel corso dell’udienza la cronista di Repubblica ha ricordato che vive sotto scorta da 1736 giorni. “In questi anni – ha raccontato – ho ricevuto minacce dirette e indirette, insulti sui social, avvertimenti. Anche mio figlio quando aveva 8 anni venne preso di mira da Carmine Spada che gli fece il segno della croce. Ricordo quando vennero sotto casa mia a brindare due imputati di questo processo che erano stati scarcerati. Vivo blindata, non posso neppure affacciarmi sul balcone di casa, da cui vidi le fasi del conflitto a fuoco”.
Angeli ha ricostruito quanto avvenuto il 17 luglio del 2013, giorno nel quale assistette ad un tentato duplice omicidio. “Carmine Spada intimò alle persone che si erano affacciate alla finestra di rientrare dentro -ha ricordato davanti ai giudici- Disse: ‘Che cazzo state guardando, lo spettacolo è finito. Tutti dentro!’. In quel momento ho sentito le tapparelle abbassarsi. Io sono rimasta lì, anche se mio marito mi diceva di rientrare. Non eseguo gli ordini di uno Spada”.
E ancora: “poche ore dopo aver denunciato a quanto assistito, fui chiamata dal Prefetto di Roma che mi disse che mi sarebbe stata assegnata una scorta perchè in 40 anni non era mai successo che qualcuno a Ostia denunciasse gli Spada. E io un mese e mezzo prima avevo denunciato Armando Spada durante la mia inchiesta giornalistica sugli stabilimenti
CALABRESI: “NON VA LASCIATA SOLA”
“Federica non può essere lasciata sola. Quando raccontava dei fatti di Ostia sembrava quasi che enfatizzasse i fenomeni: oggi è invece chiaro, anche da quanto sta emergendo dalle inchieste, che in quella parte di Roma c’è un grumo di criminalità e comportamenti omertosi che possono essere definiti mafiosi. Ad Ostia c’è un clima e una realtà che non possono essere sottovalutati”.
Lo afferma il direttore de La Repubblica, Mario Calabresi, a margine dell’udienza. “I cittadini e i giornalisti devono essere compatti e sostenere chi con coraggio ha saputo raccontare prima degli altri cosa succedeva e continua a succedere sul litorale romano”, ha concluso Calabresi.
E al fianco di Federica si è schierata anche la Regione Lazio. “Angeli in questi anni con rigore e professionalità ha continuato ad illuminare con le sue inchieste giornalistiche un territorio devastato dalle mafie come Ostia. E’ doveroso da parte delle Istituzioni e dei cittadini che credono nella libertà – si legge ancora – accompagnare Federica Angeli questa mattina nell’aula del tribunale quando si troverà a raccontare quell’episodio davanti agli esponenti del clan Spada. Un clan che grazie alle forze di polizia e Direzione distrettuale antimafia il 6 giugno prossimo verrà processato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Un clan che come scrivono i magistrati ‘ha provocato un profondo degrado sul territorio, consentendo il dilagare di reati gravissimi e lesivi di beni primari’.
Il crescendo di minacce e intimidazioni a giornalisti come Federica Angeli non può non suscitare allarme sull’esercizio della libertà di cronaca e sul diritto dei cittadini di essere informati. La mafia ricerca il consenso, per questo per lei è importante influenzare l’opinione pubblica”.
Nell’aula Vittorio Occorsio c’è anche una delegazione di rappresentanti degli organismi di stampa in tribunale per riproporre la “scorta mediatica” alla giornalista e a tutti i colleghi minacciati per via del loro lavoro. A ricordarlo, in una nota, è la Federazione nazionale della stampa.
L’iniziativa, promossa da Fnsi, Usigrai, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e associazione Articolo21, con la partecipazione di Associazione Stampa Romana, Ordine dei giornalisti del Lazio, rete NoBavaglio, Libera e Libera Informazione, arriva all’indomani di un’altra udienza, nell’ambito di un diverso procedimento sempre relativo alle infiltrazioni della criminalità organizzata sul litorale romano, durante la quale uno degli imputati ha ribadito di aver “consigliato” alla cronista, apostrofata come “giornalaia”, di “pensare alla famiglia”, invece di fare interviste.
Fnsi e Cnog sono parte civile nel procedimento.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2018 Riccardo Fucile
UN IMPUTATO LEGATO AI CLAN: “UNA MADRE DI FAMIGLIA DEVE STARE ATTENTA A SCRIVERE CERTE COSE”
Le disse: “Federì, sei giovane, hai una famiglia”. Ma non era una minaccia, secondo lui. Solo un
consiglio. Eppure, è stato lui stesso, Paolo Riccardo Papagni, socio e fratello del presidente di Assobalneari, sentito come imputato nel processo per tentata violenza privata ai danni della giornalista di Repubblica Federica Angeli, a raccontare della volta in cui, nel tentativo di bloccare un’intervista, le disse quelle spaventose parole.
E all’avvocato di parte civile che lo incalzava chiedendo cose volesse dire con quelle parole, Papagni ha risposto: “Nulla. Non sono abituato a minacciare io. Era solo un consiglio. Un con-si-glio!”.
Consiglio che, però, suona come qualcosa di ben più spiacevole. Anche perchè ripetuto in un’aula di tribunale.
“Non volevo dire nulla. Volevo soltanto dire che una madre di famiglia deve stare attenta a scrivere certe cose”.
Poi, ancora, “quando le ho detto che non era con questa intervista che avrebbe fatto carriera, volevo dire quello che ho detto. Lo si dice tante volte: non sarà questo che ti fa fare carriera”. Così anche sui millantati rapporti con i vertici delle forze dell’ordine: solo un modo per dire che lui era una persona perbene.
Sono state queste le ultime, concitate, battute della deposizione di Papagni nel processo che, fino a ieri, lo vedeva imputato insieme ad Armando Spada, quest’ultimo accusato di minacce sempre ai danni della giornalista.
Da ieri i procedimenti si separano: il giudice ha deciso per lo stralcio. I fatti risalgono al maggio del 2013. E il tono con il quale Papagni li ha ripercorsi era sicuro, forse in maniera ostentata.
Il balneare ha rivendicato ogni frase, ogni parola delle conversazioni per le quali, poi, la giornalista di Repubblica ha sporto denuncia. Il racconto si apre con un voluto lapsus: Papagni chiama Angeli “giornalaia” per poi correggersi immediatamente “giornalista”.
E tutta la deposizione mira a svilire la professionalità della parte offesa: solleva dubbi sul fatto che Angeli sia laureata quando viene chiamata “dottoressa” e in un passaggio la definisce “signora perchè per me non è una giornalista”. Durante l’esame, Papagni ha anche ammesso di avere gestito, molti anni fa, un giro di scommesse clandestine.
Poi, le domande sono tornate sul giorno dell’intervista. L’imputato ha ripercorso quell’incontro durante il quale “Angeli mi chiese anche se era vero che ero andato in America per assoldare un sicario per far uccidere Carmine Fasciani. Una cosa assurda”. E quando l’avvocato di Angeli gli chiede quali siano i suoi rapporti con Carmine Fasciani, il boss di Ostia condannato in via definitiva per 416bis, lui spiega: “Ci conoscevamo da piccoli. Sono lavoratori, credo che il padre facesse il panettiere”. A quel punto Vasaturo lo esorta: “Lei sa che è stato condannato per mafia?”. “Da ragazzetti – questa la risposta – forse hanno fatto qualche furtarello, poi quello che ha fatto non mi riguarda”.
D’altronde a Ostia la mafia non c’è.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 12th, 2018 Riccardo Fucile
“ARRESTIAMO OGNI SETTIMANA DIECI PERSONE PER MAFIA, E’ UN POSTO DI GUERRA, BISOGNA VENIRE QUI CON UNA MENTALITA’ DI GUERRA”
“La signora spiega il suo stato d’animo”. Da Rotterdam, dove la Dea e il procuratore nazionale olandese
lo hanno invitato all’International Drug Enforcement Conference (la conferenza internazionale antidroga), il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri non ha nessuna intenzione di parlare dell’inchiesta sull’autobomba esplosa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dove è stato ucciso il quarantaduenne Matteo Vinci ed è stato ferito il padre Francesco, ancora ricoverato all’ospedale di Palermo. “Ci sono indagini in corso e non posso fare nessun commento sull’inchiesta che il mio ufficio sta coordinando per fare luce sull’attentato”.
Il magistrato ha ascoltato le parole di Rosaria Scarpulla, la madre di Matteo Vinci che, intervistata poche ore dopo l’esplosione della Ford Fiesta, ha puntato il dito contro la famiglia di Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi, con la quale da anni si scontra per questioni di vicinato.
Soprusi, angherie, denunce, aggressioni e pestaggi. Tutto per un pezzo di terra che, stando a quanto raccontato dalla signora Scarpulla, la sua famiglia non ha mai voluto cedere ai parenti dei boss. Si è arrivati addirittura ad arresti per rissa (dei Vinci), ricoveri in ospedale e a procedimenti civili con i Mancuso sempre a piede libero. “Eravamo noi i galeotti” è stato lo sfogo della donna davanti alla telecamera de ilfattoquotidiano.it.
“Sono parole forti ma ci sono tante cose che non posso dire perchè ci sono indagini in corso”. Il procuratore Nicola Gratteri parla solo in generale.
Se ci sono state omissioni da parte delle forze dell’ordine o collusioni da parte degli enti preposti a far rispettare le leggi, lo stabilirà l’inchiesta sulla quale, al momento, c’è il massimo riserbo. Se le omissioni sono state della magistratura, invece, non sarà la Dda di Catanzaro a occuparsene ma quella di Salerno per competenza.
Una cosa è certa per Gratteri: “Se siamo a questo stadio ad oggi è perchè non tutti si sono impegnati a fare il loro dovere. E questo riguarda la magistratura, le forze dell’ordine, il giornalismo e tutte le istituzioni”.
Un concetto che poche ore fa il magistrato calabrese ha spiegato anche a Rai Radio1. Durante la trasmissione La radio ne parla ha tirato in mezzo anche la politica: “La gente — dice Gratteri — non si fida perchè negli anni molti di noi e delle forze dell’ordine non sono stati degni di essere uomini delle istituzioni. La ‘ndrangheta sta sul territorio, la politica no. Si fa vedere solo 20 giorni prima del voto. E invece la politica dovrebbe avere il coraggio e la libertà di creare un sistema giudiziario proporzionato alla gravità della situazione italiana. Quindi cambiare le regole del gioco al punto che non dovrebbe essere più conveniente delinquere”.
“Da quando sono alla Dda di Catanzao — aggiunge Gratteri — ogni settimana arrestiamo almeno 10 persone indagate per mafia. In un anno e mezzo ho ricostruito questo ufficio, dal punto di vista numerico e motivazionale. Qui non è un posto di pace, ma un posto di guerra. Bisogna venire qui con la mentalità di guerra. La gente si preoccupa dei migranti e di lavoro ma non capisce quanto la mafia impedisca lo sviluppo delle imprese. Si calcola che la presenza della mafia in Calabria incida sulla mancata crescita del pil regionale per il 9%”.
Parole che, nonostante non facciano riferimento alle indagini sulla morte di suo figlio, Rosaria Scarpulla si aspettava di sentire. E torna in mente l’appello della “mamma coraggio” a margine dell’intervista fatta l’indomani dell’autobomba che le ha ucciso il figlio: “Ho fiducia in questo giudice. Lo sento parlare molto al popolo. Lui è un combattente. Altri giudici non lo fanno perchè non si immedesimano nella popolazione”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
I TERRENI DELLA VITTIMA ERANO CONFINANTI CON QUELLI DELLA SORELLA DEL BOSS MANCUSO…L’ALLARME DEGLI INQUIRENTI: “COSCHE ALZANO IL LIVELLO”… MA LA POLITICA STA A PENSARE A “DIFENDERE I CONFINI” QUANDO I CRIMINALI LI HA IN CASA
Un boato che squassa il silenzio della campagna vibonese. E poi le fiamme, che rapide divorano l’auto. È morto così Matteo Vinci, candidato alle ultime elezioni comunali, ucciso oggi pomeriggio da un’autobomba che mani anonime hanno piazzato sotto la sua auto a Cervolaro, nei pressi di Limbadi, nel cuore dell’entroterra vibonese.
Con lui era presente il padre settantenne, rimasto ferito nello scoppio e attualmente ricoverato in ospedale. Vinci invece non ce l’ha fatta.
Secondo le prime ricostruzioni, l’ordigno gli avrebbe fratturato le gambe, impedendogli di uscire dall’auto, nel giro di pochi minuti completamente consumata dalle fiamme.
A dare l’allarme è stato il padre dell’uomo, che dopo l’esplosione ha chiamato la moglie chiedendole di avvertire i soccorsi. Sul posto sono immediatamente arrivati i Vigili del fuoco e i carabinieri. E i primi rilievi non hanno lasciato dubbio alcuno.
A far esplodere l’auto, una Ford Fiesta a metano, non è stato un malfunzionamento nell’impianto di alimentazione, ma una bomba. Un messaggio chiaro.
Un messaggio di ‘ndrangheta. Per questo sul posto è immediatamente arrivato il pm Mancuso, della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha preso in mano il coordinamento delle indagini.
Per ore sul posto sono andati avanti i rilievi e gli accertamenti dei tecnici e degli artificieri, mentre gli investigatori sono riusciti a fare solo qualche domanda all’anziano rimasto ferito, prima che venisse trasferito nel centro grandi ustioni.
Per un interrogatorio più approfondito, bisognerà attendere i prossimi giorni. Da lui, sperano di poter ricavare qualche elemento utile riguardo il possibile movente o il mandante di un attentato dal significato inequivocabile.
Ex rappresentante di medicinali, Vinci non era mai incappato in indagini di mafia. Aveva qualche precedente, ma solo per una banale rissa.
Ma con il potentissimo clan Mancuso ha finito per averci a che fare. Sara Mancuso, sorella dei boss dell’omonimo casato mafioso, è proprietaria degli appezzamenti di terreno confinanti con il suo campo e secondo alcune fonti, su quelle poche zolle che i Vinci avevano nelle campagne di Cervolaro gli uomini del clan avevano messo gli occhi. Ma i Vinci non avevano intenzione di cedere. Frizioni che nel tempo sono aumentate di intensità .
Nel novembre 2017, una lite fra il padre e i vicini è degenerata. L’anziano è stato ferito gravemente con un’arma da taglio, da lì è nata una lite che ha fatto finire dietro le sbarre sia Vinci, sia Sara Mancuso. Entrambi sono stati poi rilasciati ma il caso è finito all’attenzione della procura antimafia.
Se tali trascorsi siano da ricollegare all’attentato di oggi però non è dato sapere. Al momento nessuno si sbilancia. Da tempo l’intero vibonese è una polveriera dai contorni ambigui. Nella zona, gli equilibri dei clan stanno cambiando.
Registi da sempre dell’architrave del sistema criminale, i Mancuso stanno a guardare mentre nell’ala operativa della feroce ‘ndrangheta vibonese i nuovi assetti si forgiano nel sangue delle faide. Solo nell’ultimo mese, la procura antimafia di Catanzaro è stata costretta per tre volte a procedere con dei fermi per impedire che venissero commessi degli omicidi.
Ma l’intera provincia, da sempre fucina di killer giovani e spietati, rimane in ebollizione. Sfrontate, ci sono nuove leve che cercano spazio e senza paura si fanno largo sullo scenario criminale. Ne fanno le spese i clan rivali, ma anche chi alla ‘ndrangheta cerca di resistere e oggi vede i pochi simboli di resistenza oltraggiati da mani anonime. È successo alla stele commemorativa eretta per ricordare Filippo Ceravolo, diciannovenne ucciso per errore nel corso di un agguato. La notte scorsa qualcuno l’ha intenzionalmente danneggiata. Anche questo — si commenta in ambienti investigativi — è un messaggio inequivocabile.
Tutti episodi che hanno spinto il prefetto Guido Longo a convocare d’urgenza un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
ARRESTATI A REGGIO QUATTRO IMPRENDITORI, RIFERIMENTO DEL CLAN TEGANO
Per tutti erano noti imprenditori, nomi di peso nel mondo dell’edilizia reggina. In realtà Carmelo Ficara,
Francesco Andrea Giordano, Michele Surace e il figlio Giuseppe erano i palazzinari di riferimento del clan Tegano, per conto del quale hanno cementificato la città e la provincia di Reggio Calabria.
Per questo motivo, per ordine della procura antimafia della città calabrese dello Stretto sono stati fermati questa mattina dai carabinieri. A vario titolo, sono accusati di associazione mafiosa, fittizia intestazione di beni e autoriciclaggio.
Sempre attenti a tenere un basso profilo e a non farsi mai notare, i quattro imprenditori fin dagli anni Ottanta hanno lavorato come braccio imprenditoriale del clan.
A loro sono riconducibili due delle più importanti società di costruzioni attive a Reggio Calabria e provincia, ma i Surace e Giordano controllano da sempre anche l’unica sala bingo della città , trasformata da anni in una straordinaria lavatrice dei soldi dei clan.
Ad affermarlo non sono solo tre importanti pentiti di ‘ndrangheta, Giovambattista Fracapane, Enrico De Rosa e Mario Gennaro, ma anche le straordinarie intercettazioni audio e video registrate all’interno del bingo, che documentano, anticipa il procuratore vicario Gaetano Paci, il continuo passaggio di denaro dai titolari agli uomini del clan. “Questa operazione affonda le radici nel cuore economico e finanziario della ‘ndrangheta reggina ed è straordinariamente importante – spiega il magistrato – perchè mostra il profilo imprenditoriale di alto livello del clan Tegano”.
Un dato che emerge in maniera plastica dall’immenso patrimonio finito sotto sequestro.
Questa mattina, i carabinieri hanno messo i sigilli a beni, società e attività commerciali del valore di oltre 50 milioni di euro. Ufficialmente erano tutti riconducibili ai quattro imprenditori, ma in realtà , dicono i magistrati, erano parte del patrimonio di uno dei clan più importanti del panorama criminale di Reggio Calabria, che dei quattro imprenditori era il reale dominus.
Un rapporto ai più sconosciuto. Nomi di peso dell’imprenditoria reggina, titolari di imprese importanti e dal volume d’affari invidiabile nell’asfittico panorama economico della città calabrese dello Stretto, Ficara, Giordano e i Surace sono sempre stati attenti a tenere un basso profilo. In passato erano stati lambiti da qualche indagine antimafia, ma ne erano sempre usciti puliti.
Per Ficara, lo scivolone giudiziario risale agli anni Novanta. All’epoca, era impegnato nella cementificazione della costa di Bocale, piccolo centro dell’hinterland sud di Reggio Calabria, coperto di villette costruite fin troppo vicino alla spiaggia.
Per questo l’imprenditore era finito nel mirino della task force anti-abusivismo, in quella zona guidata dall’agente della municipale Giuseppe Macheda, ucciso in un agguato sotto casa.
Un omicidio di cui Ficara per lungo tempo è stato considerato il mandante, ma il processo a suo carico, affrontato dall’imprenditore da latitante, si è concluso con una piena assoluzione. E da allora, Ficara è sempre stato attento a non farsi notare.
Identico atteggiamento hanno avuto per anni Giordano e i due Surace, titolari non solo di una nota impresa di costruzioni, ma anche dell’unica, enorme sala bingo di Reggio Calabria, nel quartiere di Archi, feudo storico dei Tegano.
Un affare che qualche tempo fa hanno tentato di replicare nell’hinterland milanese, a Cernusco sul Naviglio. È lì che sono finiti nella rete tesa dagli investigatori milanesi che stavano indagando sulla rete di affari della ‘ndrangheta reggina sotto la Madonnina.
Arrivato al Nord, prima di aprire la propria attività , Surace senior si era infatti premurato di chiedere “il permesso” al clan Martino, imparentato con i De Stefano, storici alleati del clan Tegano.
E sempre a loro ha chiesto la cortesia di dare fuoco alla sala bingo per poter coprire con il risarcimento dell’assicurazione le perdite causate da un business sbagliato e incapace di decollare.
Circostanze che all’imprenditore sono costate qualche guaio giudiziario, poi prescritto, mentre quel risarcimento ha continuato ad affiorare in altre indagini. Secondo quanto svelato di recente dall’inchiesta Martingala-Vello d’oro, Surace non si sarebbe limitato
a incassare un risarcimento non dovuto, ma avrebbe anche tentato di far sparire quei soldi in Svizzera, grazie al “sistema Scimone”, la rete di società fittizie e scatole cinesi che ha permesso ai clan di tutta la provincia reggina di lavare centinaia di milioni di euro.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
VERSO IL PROCESSO UN FUNZIONARIO E DUE SOTTUFFICIALI, CONTESTATO IL REATO DI CALUNNIA
Prima degli interrogatori, suggerivano le dichiarazioni. Dopo, le aggiustavano. 
Un funzionario di polizia e due sottufficiali – simboli dell’antimafia in terra di Sicilia – sono accusati di aver costruito ad arte il pentito fantoccio Vincenzo Scarantino, la gola profonda che prometteva di svelare tutti i segreti della strage in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta.
La procura di Caltanissetta ha chiuso l’indagine sul colossale depistaggio che ha tenuto lontana la verità per tanti anni e si appresta a chiedere un processo per il dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, per l’ispettore Fabrizio Mattei e per Michele Ribaudo (all’epoca era agente scelto).
E’ la prima volta che uomini delle istituzioni vengono messi sul banco degli imputati per i misteri che ancora avvolgono le indagini sulla strage di via d’Amelio, avvenuta a Palermo il 19 luglio 1992.
L’anno scorso, era stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lanciare un appello per la verità : «Troppe sono state le incertezze e gli errori – aveva detto al Csm — e tanti gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto». Parole che raccoglievano l’amarezza dei figli del giudice Paolo.
«Sono stati buttati via 25 anni a costruire falsi pentiti con lusinghe e con torture», ha detto Fiammetta Borsellino davanti alla commissione parlamentare antimafia. «Ci vorrebbe un pentito nelle istituzioni». Ma nessuno ancora ha infranto il muro dell’omertà . I magistrati non si sono arresi.
La procura di Caltanissetta, oggi diretta da Amedeo Bertone, ha fatto un lavoro certosino in questi anni.
Prima, ha svelato il grande imbroglio, scagionando nove innocenti, grazie alle rivelazioni del pentito (vero) Gaspare Spatuzza, lui e non Scarantino aveva rubato la Fiat 126 trasformata in autobomba.
Poi, è stato istruito il processo ai veri esecutori della strage (i mandanti di mafia erano già stati individuati).
Adesso, si apre il capitolo del depistaggio di Stato. I tre poliziotti sono accusati di calunnia dal sostituto procuratore Stefano Luciani e dai procuratori aggiunti Gabriele Paci e Lia Sava. E ci sarebbe stato anche un altro imputato nella lista, ma è deceduto nel 2002: è l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, che coordinava il gruppo di indagine “Falcone-Borsellino” sulle stragi del 1992.
In un primo tempo, era stata invece archiviata la posizione di Bo e di altri due funzionari, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera. Ma le indagini sono andate avanti. «Chiederemo una nuova audizione – dice l’avvocato Nino Caleca, che assiste Mario Bo – ribadiremo quanto già detto al primo giudice, che aveva archiviato. E solleciteremo una nuova archiviazione».
I VERBALI AGGIUSTATI
«Mi davano i verbali con degli appunti scritti a penna», ha raccontato Scarantino. «Mi facevano studiare anche il libro di Buscetta, che spiegava le regole dell’affiliazione a Cosa nostra e altri argomenti che non conoscevo». Dopo gli interrogatori con i magistrati, i tre poliziotti tornavano dal falso pentito, per fare il punto sulle contraddizioni emerse nei verbali. Erano sempre tante. Venivano corrette nelle successive audizioni.
«Nessuno cercava conferme alle mie parole — ha accusato ancora Scarantino — bastava che facessi i nomi. Mi veniva detto: “Tu dichiara questo e stai tranquillo”. E se c’erano dei dubbi sulle cose da dire ai pm, sarebbe bastato chiedere di andare in bagno. Lì, avrebbe trovato i poliziotti a suggerire. In un altro caso, Bo sarebbe intervenuto con modi sbrigativi quando Scarantino annunciò la sua ritrattazione con un’intervista a Studio Aperto: nel giro di poche ore, il pentito fu convinto a ritrattare la ritrattazione. I tre indagati si difendono, negano qualsiasi pressione e fanno capire che era il superpoliziotto La Barbera l’unico vero dominus dell’indagine Scarantino.
I MISTERI CHE RESTANO
Ma davvero la spaventosa macchina delle menzogne fu solo iniziativa dell’ex capo della squadra mobile La Barbera e di alcuni suoi fedelissimi? Davanti alla commissione antimafia Fiammetta Borsellino ha chiesto che si faccia luce anche sui magistrati che si occuparono del caso. Durante il nuovo processo Borsellino, il quater, il pentito Scarantino ha chiamato in causa l’allora sostituto procuratore Anna Palma, ma sono rimaste accuse generiche, che non hanno portato all’apertura di un fascicolo (competente è la procura di Catania).
Un’altra questione: cosa avrebbe spinto validi investigatori a mettere in piedi questa grande messinscena? L’ipotesi dell’inchiesta di Caltanissetta è che La Barbera sia stato spinto da una smodata ansia di trovare un colpevole a tutti i costi.
Ma la strage Borsellino è ancora un buco nero: non sappiamo chi rubò l’agenda rossa del giudice nell’inferno di via d’Amelio; e neanche Spatuzza conosce il nome del misterioso uomo che il giorno prima della strage caricò la 126 di esplosivo, nel garage di via Villasevaglios 17, poco distante dal luogo dell’attentato.
Si continua a indagare. I pm di Caltanissetta stanno cercando di dare un nome anche a un altro uomo del mistero, «l’amico che mi ha tradito», confidò in lacrime Paolo Borsellino ai suoi giovani colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa. Era l’inizio di luglio.
C’è poi il mistero del dialogo fra il pentito Santino Di Matteo e la moglie, avvenuto dopo il rapimento del figlio, il piccolo Giuseppe, poi strangolato e sciolto nell’acido. Era il dicembre 1993. La donna parlò di «qualcuno della polizia» che era «infiltrato». Faceva riferimento alla strage Borsellino, disse che aveva paura. Chi era l’infiltrato? E perchè il capo della Mobile Arnaldo La Barbera era anche a libro paga dei servizi segreti? Anche questo hanno scoperto i magistrati di Caltanissetta.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
“LA MAFIA VUOLE UCCIDERMI, LA POLITICA MI FA FUORI, QUALCUNO OGGI HA BRINDATO”… UNA PAGINA INDECOROSA PER IL CENTRODESTRA
I mafiosi volevano ammazzarlo alla vecchia maniera: i massi piazzati in mezzo a una strada di montagna, l’auto blindata costretta a fermarsi e un commando di killer che spunta dai boschi per fare fuoco a colpi di fucile. Gli è andata male. Anzi malissimo. Perchè da quell’agguato Giuseppe Antoci è uscito illeso.
E da quel giorno di maggio 2016 della battaglia solitaria condotta dal presidente del parco dei Nebrodi hanno cominciato a parlare tutti. In tutta Italia.
Michele Emiliano lo ha scelto come numero due alle primarie del 2017. Matteo Renzi lo ha voluto prima alla Leopolda e poi al vertice del dipartimento Legalità del Pd. Doveva essere uno dei volti nuovi dei dem al Sud. La faccia antimafia di un partito che combatte la cosche.
Parole. Perchè alla fine il suo nome non è stato nemmeno incluso nelle liste per le politiche del prossimo 4 marzo.
Nel collegio di Messina gli hanno preferito il rettore Pietro Navarra, nipote di Michele, considerato lo storico boss mafioso di Corleone.
“Io non avevo ambizioni personali ma certo, dopo averne tanto parlato, la mia mancata candidatura ha fatto brindare un po’ di gentaglia”, dice Antoci al fattoquotidiano.it.
Un brindisi che adesso sarà con tutta probabilità replicato. Sì, perchè, il governo regionale di Nello Musumeci ha commissariato il parco dei Nebrodi.
Tradotto: Antoci è stato rimosso.
La logica è quella dello spoils system: via manager e dirigenti nominati dal vecchio governo di centrosinistra, dentro quelli nuovi, fedeli alla destra. Come negli Stati Uniti d’America.
Ma i Nebrodi non lontanissimi dall’America. Qui la cacciata di Antoci è un segnale chiaro, netto, evidente. Che ha fatto arrabbiare 22 sindaci dei comuni della zona. “Siamo preocupati, perchè dopo anni di commissariamenti abbiamo finalmente visto ripartire l’ente che è diventato volano di sviluppo e attrattiva turistica”, hanno scritto al governatore.
“Cosa nostra vuole uccidermi, ma per adesso non ce l’ha fatta. La politica, invece, mi ha fatto fuori. Questo è un messaggio. Mi chiedo indirizzato a chi”, dice invece Antoci.
“Sapevo che mi avrebbero cacciato. Io non sono interessato a incarichi o poltrone: da presidente del parco dei Nebrodi ho un rimborso mensile da 700 euro. Mi chiedo solo se capiscono che così mi espongono. Espongono me e la mia famiglia“, spiega nel giorno in cui la giunta regionale si è riunita per azzerare i vertici degli organismi pubblici vigilati dagli assessorati.
“Ringrazio il presidente Musumeci che, attraverso la mia rimozione mi ha fatto comprendere, in maniera inequivocabile, da quale parte sta”, commenta pochi minuti dopo la sua cacciata. Il suo incarico sarebbe scaduto tra sei mesi, ma hanno deciso di defenerstrarlo in anticipo.
“Mi chiedo che fretta ci fosse“, sorride amaro l’ormai ex presidente del parco.
“Non c’è nessun caso Antoci. Abbiamo commissariato tutti i presidenti dei parchi utilizzando la legge sullo spoils system varata dal precedente governo di centrosinistra. Se ho ringraziato Antoci per il suo lavoro? Ho ringraziato tutti gli ex direttori con apposito comunicato”, replica Musumeci sentito da ilfattoquotidiano.it.
E il protocollo di legalità inventato dall’ex numero uno del parco dei Nebrodi che polverizzato gli affari miliardari di Cos nostra coi terreni demaniali? “Ha fatto bene a vararlo: adesso lo utilizzeremo anche noi”, promette il governatore.
D’altra parte non potrebbe che essere così visto che il 26 settembre scorso quel regolamento è diventato legge dello Stato. Dati alla mano, si tratta probabilmente della più importante legge antimafia dopo quella approvata nel 1982 su input di Pio La Torre. Il deputato comunista aveva capito che per fare male ai boss bisognava togliergli le “roba“, cioè confiscargli le ricchezze accumulate: un’intuizione fondamentale. Pagata con la vita. Lo stesso conto che Cosa nostra voleva presentare al presidente del parco dei Nebrodi, colpevole di aver avuto un’idea semplice ma efficace quasi quanto quella di La Torre.
Il protocollo Antoci, infatti, altro non è che un accordo stipulato nel 2014 con l’allora prefetto di Messina, Stefano Trotta. Una norma che prevede l’obbligo per i concessionari dei terreni demaniali — cioè gli affittuari degli appezzamenti di proprietà delle Regioni — di presentare il certificato antimafia. Sembra una cosa ovvia, ma fino a quel momento nessuno lo aveva mai chiesto, soprattutto per i terreni che valgono meno di 150mila euro.
Risultato? La Regione Siciliana ha scoperto che almeno 4mila ettari dei suoi terreni erano in mano a soggetti riconducibili alle più importanti famiglie di Cosa nostra: migliaia di metri quadrati di boschi e pascoli affittati da decenni a personaggi vicini ai clan.
“Il nostro protocollo — spiega Antoci — ha mandato in fumo affari per 5 miliardi di euro ai boss. E soltanto in Sicilia. Ora che è applicato nel resto d’Italia polverizzerà 40 miliardi di profitti per le mafie”. Sì perchè quella che è stata stata ribattezzata “mafia dei pascoli” di arcaico ha mantenuto solo il nome. Da anni gestisce enormi appezzamenti di terreno pubblico, ma per guadagnarci si è specializzata nei progetti europei. Quei terreni di proprietà della Regione siciliana, infatti, hanno fruttato nel frattempo circa due milioni e mezzo di euro di fondi europei all’anno: in pratica un affare a sette cifre con un margine di rischio praticamente minimo e senza un euro d’investimento.
È in questo modo che in passato, e cioè prima che venisse richiesta la certificazione antimafia anche per i terreni che valgono meno di 150mila euro, Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò, è riuscito ad incassare 40 mila euro di fondi targati Bruxelles, mentre Salvatore Seminara, considerato il reggente di Cosa nostra ad Enna, si è visto riconoscere una sovvenzione pari a 700mila euro.
Grazie al protocollo di Antoci, insomma, Cosa nostra si è vista chiudere i rubinetti da Bruxelles. Mentre le indagini sui sequestri sono diventate più snelle.
“Il prefetto di Messina salutando la città , diceva che in un anno e mezzo ha firmato 57 interdittive antimafia. Tutto grazie al nostro protocollo. Ed è sempre grazie al nostro protocollo che le richieste di sequestro sono diventate molto più veloci: basta sommare le false dichiarazioni antimafia ai curriculum dei concessionari dei terreni e il gioco è fatto”, racconta l’ormai ex presidente del parco dei Nebrodi. È per questo motivo che i boss lo vogliono morto. Per il momento non ci sono riusciti.
A farlo fuori, invece, è arrivata la politica: dal Pd che non lo ha candidato, al centrodestra di Musumeci che lo ha rimosso.
Le larghe intese anti antimafia in Sicilia funzionano benissimo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 5th, 2018 Riccardo Fucile
SALVATORE MAZZEI “RIFERIMENTO DELLA ‘NDRANGHETA”… ANCHE I GENERI CITATI NELLA RELAZIONE DELLA DDA DI CATANZARO… MA CHE BELLE LISTE “PULITE”
Un impero da 200 milioni di euro da oggi passa nelle mani dello Stato. 
Un tesoro strappato di mano al “re” della Salerno-Reggio Calabria, l’imprenditore calabrese Salvatore Mazzei che proprio ai lavori di rifacimento dell’autostrada ha legato la sua ascesa economica.
Un provvedimento che riguarda i beni di tutta la famiglia potrebbe avere ripercussioni anche a livello politico.
I due generi dell’imprenditore, infatti, sono entrambi candidati per le elezioni del prossimo 4 marzo.
Domenico Furgiuele correrà per la Camera per la lista “Noi con Salvini”, Massimo Cristiano invece è il candidato di Casapound per il collegio di Catanzaro.
Entrambi inoltre sono citati nella relazione sul recente scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme.
Per la Dda di Catanzaro Salvatore Mazzei avrebbe avuto un ruolo centrale nella realizzazione della nuova Autostrada del Mediterraneo.
Non solo era lui a fornire, per la gran parte dei cantieri, il cemento estratto dalla sua cava, un cratere che domina su Lamezia Terme, ma l’imprenditore sarebbe stato soprattutto parte integrante «di un vero e proprio sistema criminale finalizzato al controllo delle estorsioni, dei subappalti e delle forniture».
Mazzei e le sue imprese sarebbero stati per oltre un decennio il punto di «riferimento delle cosche mafiose dominanti nei territori calabresi interessati dall’esecuzione di costose opere pubbliche».
In pratica i clan della ‘ndrangheta avrebbero imposto alle grosse ditte vincitrici di subappaltare parte dei lavori e le forniture all’imprenditore lametino.
Nei cantieri dell’autostrada era così che si pagava il pizzo, grazie alle fatture gonfiate dalle imprese di Mazzei.
Un meccanismo di sovrafatturazione che permetteva guadagni sicuri e garantiva tranquillità ambientale.
Secondo quanto si legge nel decreto di confisca emesso dal Tribunale di Catanzaro, l’imprenditore ha fatto da tramite con «significativa sistematicità » tra «l’impresa aggiudicataria dell’appalto e le organizzazioni criminali territorialmente competenti all’imposizione e alla riscossione delle estorsioni».
Queste somme «inquinate», secondo la ricostruzione del Tribunale, sarebbero poi finite nelle aziende di famiglia di Mazzei e fatte fruttare anche grazie a una evasione fiscale a sei zero. Per i giudici l’intera galassia societaria sarebbe servita per una «programmata e colossale operazione di autoriciclaggio».
La confisca, è stata preceduta da un sequestro richiesto dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, diretta dal procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri e coordinata dall’aggiunto Giovanni Bombardieri nell’ambito di una precisa strategia investigativa, finalizzata alla sottrazione di beni riconducibili a soggetti collegati, o contigui, ad organizzazioni di ‘ndrangheta.
Questa mattina i carabinieri del Noe di Catanzaro, guidati dal maggiore Gerardo Lardieri, hanno apposto i sigilli a 26 società , 67 fabbricati, 176 appezzamenti di terreno, 13 autocarri, 5 autovetture, 10 macchine operatrici per cantiere e un motociclo.
(da “La Stampa”)
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