Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
A FINIRE IN MANETTE ANCHE IL SINDACO DI TORTORICI, DECAPITATI I CLAN MAFIOSI DEI NEBRODI, 150 AZIENDE SEQUESTRATE
I carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza hanno arrestato 94 persone nel corso del più
imponente blitz mai messo a segno contro i clan mafiosi messinesi dei Nebrodi. Oltre 600 i militari coinvolti nell’operazione che è stata coordinata dalla Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia.
L’inchiesta ha portato anche al sequestro di 150 imprese. Decapitati i clan mafiosi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
Gli indagati sono in tutto 194. Delle 94 misure emesse 48 sono provvedimenti di custodia cautelare in carcere, le altre di arresti domiciliari.
In cella sono finiti i vertici delle famiglie mafiose dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, gregari, estortori e “colonnelli” dei due clan storici dei Nebrodi. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, truffa aggravata, intestazione fittizia di beni, estorsione, traffico di droga.
L’indagine coinvolge anche imprenditori e professionisti insospettabili come un notaio accusato di concorso esterno in associazione mafiosa
Il gip di Messina che ha emesso l’ordinanza, Sergio Mastroeni, ha analizzato oltre 30mila pagine di atti giudiziari. L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Ros, del comando provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare e dai Finanzieri del Comando provinciale di Messina.
Le mani dei clan sui fondi Ue.
A fiutare l’affare milionario sono stati i clan storici di Tortorici, paese dei Nebrodi, i Batanesi e i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (CCA) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, hanno incassato fiumi di denaro. I due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni.
“Ciò, – scrive il gip che ha disposto gli arresti su richiesta della Dda di Messina- con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”.
La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi” (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei CCA che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.
“La percezione fraudolenta delle somme – scrive il gip – era possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell’A.G.E.A., un notaio, responsabili dei centri C.A.A., che avevano il know-how necessario per procurare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli”.
Gip: “Società rassegnata”.
“La mafia è una specie di classe sociale, contrastabile ma non eliminabile come categoria, nonostante decine e decine di operazioni e processi. Un riscatto completo, la liberazione del territorio, difficilmente sarà ottenuta solo con l’intervento giudiziario. Le misure non arrestano un mondo rassegnato alla deriva mafiosa, una sventura per mafiosi e famiglie”. Lo scrive il gip di Messina Salvatore Mastroeni che, accogliendo la richiesta della Procura della Città dello Stretto guidata da Maurizio de Lucia, ha disposto l’arresto di 94 tra boss, gregari ed estortori dei clan tortoriciani dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
L’inchiesta, che ha svelato la nuova frontiera del business mafioso – le truffe all’Ue – ha ricostruito gli organigrammi delle cosche e rivelato una fitta rete di complicità di professionisti insospettabili. “Il riscatto di intere popolazioni – aggiunge il giudice nella ordinanza di custodia cautelare di oltre 1700 pagine – richiederà di più. Quando la mafia si incunea, altera il mercato, depreda risorse, il contrasto penale si impone. Ma il dato penale diventa insufficiente quando non si trovano strutture che portano ricchezza alla gente e al territorio e anzi arriva la sensazione tragica di ulteriore impoverimento”. Il gip parla di una “criminalità che ingurgita profitti milionari. Profitti che spariscono e niente lasciano alla gente”.
Storicamente ritenuta “minore” rispetto a Cosa nostra palermitana e catanese, tanto da far meritare alla provincia di Messina l’appellativo di “babba”, ingenua. Una visione assolutamente in contrasto con quello che emerge dall’indagine della Procura di Messina che ha disarticolato i clan mafiosi dei Nebrodi, arrestando 94 persone, e ha scoperto una truffa milionaria all’Unione Europea messa a segno dai boss, grazie alla complicità di insospettabili professionisti.
La mafia è tornata alla terra, ma non è più la “mafia dei pascoli”: siamo di fronte piuttosto a una organizzazione imprenditoriale al passo coi tempi che sfrutta le potenzialità offerte dall’Ue all’agricoltura e riesce a intascare fiumi di denaro. Le cosche tortoriciane dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, disarticolate dall’inchiesta, avevano rapporti anche con Cosa nostra palermitana, con le “famiglie” catanesi e con esponenti mafiosi di Enna e Catenanuova
Dall’indagine, condotta dai carabinieri del Ros e dalla Finanza, viene fuori che i boss non hanno dismesso le tradizionali attività illecite – estorsioni, traffici di droga -, ma i taglieggiamenti spesso sono finalizzati all’accaparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari; “settore, questo, – scrive il gip che ha disposto gli arresti – che costituiva il principale, moderno, ambito criminale di operatività delle famiglie mafiose, unitamente ad un’attività di narcotraffico organizzato grazie ad una rete di contatti in ambito regionale, e nel cui settore venivano reimpiegate, con ogni probabilità , le ingenti somme depredate attraverso le truffe”.
Gli inquirenti hanno anche accertato che il denaro illecito transitava spesso su conti esteri per, poi, “rientrate in Italia, attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a farne perdere le tracce”. “Le organizzazioni mafiose in questione, – conclude il giudice – grazie all’apporto di professionisti, presentano una fisionomia dinamica, muovendo dal controllo dei terreni, forti di stretti legami parentali e omertà diffusa (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia), mirano all’accaparramento di utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari, praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico, presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti”.
I protagonisti dell’inchiesta.
Sono due i clan coinvolti nella maxi- inchiesta dei pm di Messina: quello dei Bontempo Scavo e quello dei Batanesi, entrambi storici e radicati nella zona di Tortorici, sui Nebrodi. Tutte e due le cosche hanno base familiare: l’inchiesta “colpisce” infatti interi nuclei familiari. Secondo gli inquirenti i Batanesi e i Bontempo Scavo avrebbero scelto di non farsi la guerra ma di spartirsi gli affari: come quello delle truffe all’Ue attraverso false intestazioni di decine di terreni da utilizzare per avere i contributi per l’agricoltura. Le due famiglie sarebbero dunque in una fase di tregua armata, “anche se sotto la cenere cova sempre la voglia di fare piazza pulita del concorrente”, scrivono i magistrati.
I personaggi di spicco dell’indagine sono, per i batanesi, Sebastiano Bontempo detto il guappo, Giordano Galati detto Lupin, Sebastiano Bontempo, “il biondino” e Sebastiano Mica Conti. Tutti hanno scontato condanne pesantissime per mafia, Mica Conti anche per omicidio. Dopo aver espiato le pene, sono stati scarcerati e sono tornati al vertice del clan. I vertici della “famiglia” dei Bontempo Scavo coinvolti sono: Aurelio Salvatore Faranda e i fratelli Massimo Giuseppe e Gaetano.
Nell’inchiesta sono finiti anche imprenditori e alcuni insospettabili: come il notaio, Antonino Pecoraro, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fatto falsi atti per far risultare acquisiti per usucapione una serie di terreni la cui titolarità serviva alle “famiglie” per chiedere i contributi Ue, e i titolari di una serie di Centri Commerciali Agricoli della zona.
Il Protocollo Antoci in contrasto con gli interessi dei clan.
“Emerge un contesto di significazione probatoria e chiavi di lettura dell’attentato Antoci che si è posto in contrasto con gli interessi della mafia”. Lo hanno specificato i magistrati. I reati contestati ruotano difatti attorno al lucroso affare dei Fondi Europei per l’Agricoltura in mano alle mafie combattuto con forza con il cosiddetto “Protocollo Antoci” ideato e voluto dall’Ex Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, sfuggito a un agguato grazie agli uomini della sua scorta, e dal 27 settembre 2017 Legge dello Stato. Un meccanismo interrotto proprio dal quel Protocollo che Antoci ha fortemente voluto.
In manette anche il sindaco di Tortorici.
In carcere, nella maxi operazione che ha portato all’arresto di 94 tra boss, gregari ed estintori dei clan tortoriciani, imprenditori e professionisti, c’è anche il sindaco di Tortorici Emanuele Sardo Galati, 39 anni. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: da responsabile di uno dei Centri Commerciali Agricoli coinvolti nell’inchiesta avrebbe consentito ai clan la commissione di una serie di truffe all’Ue. Gli operatori dei CCA indagati avallavano la regolarità delle domande di pagamento dei contributi europei facendo risultare finti trasferimenti dei terreni per cui chiedere le sovvenzioni europee dai proprietari ai beneficiari delle domande. I terreni risultavano intestati a prestanomi dei boss.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
I NOMI: MAIETTA E CALANDRINI (FDI) E ADINOLFI (LEGA) COLORO CHE AVREBBERO RICEVUTO L’APPOGGIO DEI CLAN… GLI ACCUSATI NEGANO
Agostino Riccardo è un ex esponente del clan dei Di Silvio (imparentati con i Casamonica), arrestato nel 2018 nell’ambito dell’inchiesta Alba Pontina sulla mafia sinti di Latina che il 12 giugno del 2018 portò all’arresto di una ventina di membri del clan.
Da tempo Riccardo collabora con i magistrati, in particolare facendo rivelazioni sui rapporti tra la politica e i clan della zona. Lo scorso aprile Clemente Pistilli su Repubblica riportava una delle dichiarazioni del pentito riguardo alla spartizione tra i clan per la campagna elettorale: «Abbiamo operato l’affissione dei manifesti il giorno prima delle elezioni contravvenendo al divieto. In tal modo, il giorno dopo a Terracina e a Latina, dove avevamo il partito Noi con Salvini, le città erano tappezzate dei manifesti dei candidati che sponsorizzavamo».
Qualche giorno fa il pentito durante un’udienza ha fatto i nomi dei politici che sarebbero stati aiutati dai Di Silvio, fino ad ora coperti da omissis.
«Ci hanno pagato per comprare voti, e ci hanno pagato sapendo bene quali erano i nostri metodi» ha dichiarato Riccardo. I partiti quindi non si sarebbero serviti della criminalità di origine nomade solo per l’attacchinaggio dei manifesti elettorali ma anche per garantirsi pacchetti di voti.
Ad esempio in occasione delle elezioni regionali del 2013 Riccardo sostiene che 500 voti provenienti dalla curva del Latina Calcio sarebbero stati “dirottati”- su richiesta dell’allora patron Pasquale Maietta — sull’ex PdL e ora senatore di Fratelli d’Italia Nicola Calandrini. Quei voti, secondo la ricostruzione del pentito, sarebbero dovuti andare a Gina Cetrone (ora con Cambiamo! di Giovanni Toti) ma Maietta decise di spostarli Calandrini.
Da parte sua Calandrini invece nega di aver mai chiesto voti ai tifosi del Latina o di aver mai avuto incontri con loro.
Al Messaggero l’esponente del partito di Giorgia Meloni ha dichiarato «Se Maietta ha chiesto voti per un collega dello stesso partito non credo sia un’ipotesi di reato. Di certo io non l’ho mai saputo nè ho incontrato gente strana, io queste persone non le ho mai conosciute».
E proprio Maietta — eletto alla Camera nel 2013 per Fratelli d’Italia — è secondo il pentito Riccardo uno dei politici che si sarebbero avvalsi dell’aiuto dei clan: «La mia prima campagna elettorale abbiamo fatto diventare noi Travali [un altro clan NdR] a Pasquale Maietta assessore al comune di Latina. Fu candidato e prese mille voti».
Riccardo ha poi rivelato che alle elezioni politiche del 2013 gli uomini del clan avrebbero minacciato l’attuale vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli (sempre di FdI) che era secondo in lista nel suo collegio al fine di fargli optare per un’altra circoscrizione al fine di consentire , secondo il pentito, l’elezione di Maietta (che era terzo in lista dopo Rampelli e Meloni) al Parlamento.
Il deputato Rampelli nega di aver mai subito intimidazioni da parte di Riccardo o che ci siano state pressioni di alcun tipo dopo la sua elezione.
Ma secondo Agostino Riccardo i clan non aiutarono solo gli esponenti di Fratelli d’Italia. Il pentito ha tirato in ballo anche la Lega e il partito di Salvini Noi con Salvini.
È la storia dell’attacchinaggio dei manifesti. Il nome è quello di Matteo Adinolfi, attualmente eurodeputato della Lega e ex AN e già coordinatore provinciale del Carroccio a Latina.
Secondo Riccardo alle elezioni comunali del 2016 l’organizzazione portò al leghista «sia visualizzazione che voti. Prese 500 voti». Sempre stando alle dichiarazioni del pentito a pagare per la campagna di Adinolfi sarebbe stato l’imprenditore Raffaele Del Prete, del quale l’europarlamentare era commercialista.
Gia nell’aprile scorso era venuto fuori il nome di Adinolfi e di Del Prete. Secondo Riccardo fu proprio l’imprenditore a contrattare con lui l’attacchinaggio dei manifesti e l’acquisto dei voti, che sarebbero stati pagati 100-150 euro l’uno.
Il pentito aveva anche rivelato che alcuni esponenti del clan di cui faceva parte avrebbero partecipato allo spoglio nella «sede della lista elettorale Noi con Salvini».
Il nome di Del Prete era emerso anche nelle rivelazioni del primo pentito dell’inchiesta Alba Pontina: Renato Pugliese.
Pugliese parlando di Del Prete aveva dichiarato agli inquirenti «abbiamo fatto anche la campagna di Noi con Salvini che ci pagava… perchè se avessero vinto le elezioni, l’appalto sui rifiuti sarebbe andato verosimilmente tutto alla sua impresa».
L’onorevole Adinolfi ha però nettamente smentito di aver avuto alcun rapporto con Riccardo e anche di aver organizzato l’affissione dei manifesti elettorali durante quella campagna: «attacchinaggio per me non ne hanno fatto di certo, io non ho fatto i manifesti elettorali nel 2016, ho solo affittato una vela e messo un cartellone a Borgo Piave. Per quanto riguarda i manifesti di Noi per Salvini non ero il segretario del partito e non ne so nulla» ha dichiarato al Messaggero.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 30th, 2019 Riccardo Fucile
LA REPLICA DI UN GRANDE SINDACO: “INFORMO GLI AUTORI DEL GESTO CHE QUELLA FRASE VE LA IMPRIMEREMO IN TESTA, DAVANTI ALLA VOSTRA CASA, OGNI GIORNO DELLA VOSTRA ESISTENZA”
Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto (Ba) dal 2012, vicesindaco della città metropolitana di
Bari dal 2016 e tra i fondatori di Italia in Comune, ha raccontato poco fa sulla sua pagina facebook che qualcuno ha avuto la bella idea di distruggere la targa di Peppino Impastato e prendere a sassate l’insegna luminosa con la frase “la mafia uccide, il silenzio pure” ieri sera nella sua cittadina.
Stanotte, mentre i nostri tecnici installavano le frasi e i nomi degli autori che sono morti per combattere le mafie in vista
dell’inaugurazione di stasera, in via San Luca ignoti dalle teste disabitate hanno deciso di aggredire a sassate la frase “LA MAFIA UCCIDE, IL SILENZIO PURE”. Riuscendo a distruggere il nome e cognome dell’autore, il grande Peppino Impastato
Ma Abbaticchio non sembra aver voglia di desistere: “Informo i gentilissimi, visto che abbiamo evidentemente colto nel segno, che le iniziative culturali si ripeteranno ossessivamente proprio dove dimostrate che vi stiamo dando fastidio. Quelle frasi ve le imprimeremo in testa, davanti alla vostra casa. Continuate pure e vi ricorderemo, per ogni giorno della vostra esistenza, cosa significa la porcheria al quale avete consegnato la vostra vita”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 24th, 2019 Riccardo Fucile
ORGANIZZATA DA “LIBERA” DOPO IL MAXI-BLITZ CON CUI LA PROCURA DI CATANZARO HA DECAPITATO LA ‘NDRANGHETA VIBONESE
Una folla enorme, eterogenea, colorata. In migliaia questa mattina hanno invaso le strade di
Vibo Valentia per la “marcia per la legalità ” convocata dall’associazione antimafia “Libera”.
Un’iniziativa, pensata dopo il maxi-blitz “Rinascita-Scott” di giovedì scorso, con cui la procura di Catanzaro ha decapitato la ‘ndrangheta vibonese, e voluta – hanno spiegato gli organizzatori – per esprimere “vicinanza e gratitudine agli uomini e alle donne dello Stato che quotidianamente sono in trincea per l’affermazione dei principi della legalità e della democrazia nel nostro territorio”.
In pochi, nelle ore precedenti alla manifestazione, si azzardavano a fare previsioni sulle adesioni. In una terra in cui troppo spesso boss e latitanti sono stati omaggiati con applausi, inchini e baciamano, nessuno sembrava pronto a scommettere su una partecipazione oceanica ad una manifestazione contro la ‘ndrangheta, il giorno di Vigila di Natale per di più. Ed invece Vibo Valentia ha sorpreso se stessa e forse anche la Calabria.
In piazza si sono fatti vedere attivisti, vittime di mafia, testimoni di giustizia, familiari di vittime di “lupara bianca”, le decine di donne e uomini assassinati dai clan e sepolti in tombe senza nome, ma soprattutto centinaia di giovani e semplici cittadini che hanno voluto materialmente riappropriarsi delle strade, delle piazze, della città .
Gente di Vibo, ma anche delle zone limitrofe e delle altre province calabresi, che hanno voluto testimoniare “#ancheiosonoStato”, l’hashtag scelto per la manifestazione. “Gratteri rappresenta il padre e la madre dei ragazzi calabresi” dice una donna, mentre un’altra ringrazia la procura “perchè finalmente possiamo passare un Natale libero dalla ‘ndrangheta, almeno qui a Vibo”.
Libertà , speranza, cambiamento, le parole che a più riprese i manifestanti hanno gridato per le strade colorate dalle bandiere di Libera e da cartelloni e striscioni scritti a mano.
Fra la folla, anche amministratori, sindaci, politici, fra cui il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, che cita Pasolini e fa appello a tutte le forze politiche che a breve depositeranno le liste per le imminenti regionali
“Il casellario giudiziario non basta, i candidati scelti siano tutti specchio una specchiata moralità . Qualcuno ha parlato di inconsapevolezza, ma esiste — ancor più in politica — il dovere della prudenza. Soprattutto in questi territori: Certe frequentazioni vanno evitate. Chi rappresenta il potere democratico deve tenersi lontano da determinati ambienti affinchè si possa avere un vero cambiamento”
“L’operazione Rinascita-Scott — ha detto il coordinatore di Libera, Giuseppe Borrello, sotto il comando provinciale dei carabinieri dove si è simbolicamente conclusa la manifestazione – nei giorni scorsi “ha liberato territori, come Limbadi, Piscopio, Vibo, Sant’Onofrio dove sono state messe in luce connivenze e collusioni che per troppo tempo hanno determinato il degrado sociale e culturale sofferto dalle comunità che oggi sentono forte la possibilità di spezzare le catene”. E adesso – ha aggiunto – è ora di ripartire, rinascere.
“Ognuno si assuma la propria quota di responsabilità e decida da che parte stare”, scrive il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, che da lontano si è rivolto ai tanti che sono scesi in piazza, invitando i cittadini a “rivendicare i diritti senza scadere nella contraddizione del favore. È arrivato il momento per i commercianti di rompere le catene dell’usura e del racket”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SE NON COMMENTAVA LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE ERA MEGLIO: CENTINAIA DI PERSONE ASSASSINATE DAI MAFIOSI NON SONO MORTE “PER UN ATTEGGIAMENTO”. LA MAFIA E’ UN CRIMINE
Scambiare le conseguenze per le cause. È molto curioso il parere che Luigi Di Maio ha consegnato ai
social dopo la sentenza della Corte di Cassazione su quella Mafia Capitale che, secondo i giudici, era un’associazione a delinquere, ma senza il famoso stampo mafioso.
Secondo il leader del Movimento 5 Stelle, che prima dice di rispettare la sentenza e subito dopo solleva dubbi, la mafia è un atteggiamento che deve venire ancora prima dei profili giudiziari.
Gli effetti, dunque. Il discorso fatto dal ministro degli Esteri, nella ristrettezza dei caratteri concessi da Twitter, non è del tutto sbagliato. Ma la consecutio è completamente invertita rispetto allo scorrere del tempo e degli episodi.
A Roma, secondo i giudici della Cassazione, non c’era nessuna Mafia Capitale, ma un sistema di criminalità organizzata che ha tenuto le redini della Città Eterna attraverso bandi pilotati e fondi sottratti alla normale gestione amministrativa, a scopo di interessi personali.
«Le sentenze si rispettano, ma restano i dubbi, le perplessità . E non solo: resta una ferita profonda per Roma e per i romani. Per me la mafia, prima ancora dei profili giudiziari, è un atteggiamento».
Una semplificazione troppo facile per un ministro.
Le centinaia di persone morte per mano della Mafia, non hanno perso la vita per colpa di un atteggiamento. La mafia è crimine allo stato puro, violenza inaudita e senso di onnipotenza sopra ogni legge.
Cause ed effetti
L’atteggiamento mafioso — come quello contestato dalla Procura nel processo di Mafia Capitale, ma respinto dalla Cassazione — è solamente una conseguenza di un sistema marcio che si inserisce nel mezzo (non a caso si parla di Mondo di Mezzo a Roma) delle lacune politico-amministrative e legislative. Non può essere considerato un atteggiamento e basta, senza parlare di profili giudiziari. Anche se a dirlo è un ministro della Repubblica italiana.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SECONDO IL PENTITO RIGGIO FU OPERA DI UN EX AGENTE CHIAMATO “IL TURCO”
C’è un nuovo tassello che si aggiunge ai tanti misteri sulla strage di Capaci. A rivelare un altro dettaglio è un ex agente della polizia penitenziaria e mafioso del clan di Caltanissetta, che dal 2009 collabora con la giustizia.
L’agente ha parlato di un ex poliziotto che avrebbe messo dell’esplosivo sotto l’autostrada di Capaci che il 23 maggio 1992 uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta.
Come scrive oggi Repubblica, il pentito ha chiesto di tornare nuovamente davanti ai magistrati che indagano sulle stragi Falcone e Borsellino. Il suo nome è Pietro Riggio, 54 anni, uno dei pentiti che hanno parlato anche del leader di Confindustria Antonello Montante.
Adesso parla di un ex poliziotto che veniva chiamato il “turco”.
“Mi ha confidato di aver partecipato alla fase esecutiva delle strage Falcone – ha messo a verbale Riggio davanti ai pm di Caltanissetta – si sarebbe occupato del riempimento del canale di scolo dell’autostrada con l’esplosivo, operazione eseguita tramite l’utilizzo di skate-bord”
“Ma perchè non ha mai parlato prima di questo ex poliziotto?”, gli hanno chiesto il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco, il 7 giugno dell’anno scorso.
Riggio ha risposto: “Fino a oggi ho avuto paura di mettere a verbale certi argomenti, temevo ritorsioni per me e per la mia famiglia. Ma, adesso, i tempi sono maturi perchè si possano trattare certi argomenti”.
Anche la Procura nazionale antimafia ha parlato, nel corso di una riunione top secret, del collaboratore. I verbali sono stati depositati alcuni mesi fa al processo bis per la strage di Capaci.
(da agenzie)
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Ottobre 16th, 2019 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO INDAGATO E LA FAIDA TRA CORRENTI ALL’INTERNO DEL PARTITO IN CAMPANIA RISCHIANO DI PREGIUDICARE LE ELEZIONI REGIONALI… QUANDO IMBARCHI CANI E PORCI PER OTTENERE CONSENSI, QUESTA E’ LA FINE
Matteo Salvini è molto arrabbiato per Avellino. L’inchiesta sul clan Partenio che ha portato all’indagine nei confronti del segretario provinciale della Lega Sabino Morano ha mandato su tutte le furie il segretario del Carroccio, racconta oggi il Mattino:
La rabbia del «Capitano» è dettata da quanto accaduto ad Avellino, dove il coordinatore provinciale del Carroccio, Sabino Morano, è finito indagato in un’inchiesta sul clan Partenio per scambio elettorale politico mafioso. L’esponente avellinese si è autosospeso dalla Lega per chiarire la sua posizione con i magistrati, ma gli strascichi nel partito campano restano. Nessuno dei big nazionali e campani vuole commentare l’inchiesta: bocche cucite.
Un colpo forte per la Lega che proprio in Campania voleva marcare un profilo di discontinuità rispetto agli altri partiti
Già a Ferragosto nel partito erano cominciati i malumori. L’allora ministro dell’Interno aveva deciso infatti di tenere a Castelvolturno il consueto appuntamento ferragostano in cui il Viminale diffonde le statistiche relative alla sicurezza:
A margine del Comitato di sicurezza pubblica era previsto anche un tour sulle spiagge del Casertano che però fu suggerito a Salvini di rimandare proprio per non venire a contatto con esponenti malavitosi della zona. Da un lato cautele necessarie, dall’altro polemiche strumentali interne al partito per accrescere il proprio potere di influenza verso il capo del Carroccio.
Il partito in Campania è infatti dilaniato da guerre intestine tra chi punta anche a farsi candidare alla presidenza in vista delle prossime regionali per Palazzo Santa Lucia. Proprio per evitare ulteriori strascichi, Salvini negli ultimi mesi sta ricercando personaggi della società civile da buttare nella mischia in vista delle elezioni, tra questi cresce sempre più il profilo del direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano.
Il Carroccio è come se non avesse le ruote. Fermo, per paura di commettere altri errori.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 15th, 2019 Riccardo Fucile
NEL 2018 ELETTO IN CONSIGLIO ANCHE IL FIGLIO DI UN BOSS: FU IL PIU’ VOTATO DELLA LEGA
L’accusa mette sul piatto il voto di scambio politico-mafioso.
Sarebbe questo il motivo dell’apertura di un’indagine a carico di Sabino Morano, candidato Lega Avellino per la carica di sindaco nel 2018, segretario provinciale della Lega in Irpinia.
La sua corsa, stando a quanto riportato dagli inquirenti, sarebbe stata supportata da un clan mafioso, quello dei Partenio, che avrebbe fatto pervenire una quota di voti ingenti.
Cosa avrebbe ottenuto in cambio? Secondo gli investigatori della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli il candidato leghista — che adesso si è autosospeso dal partito — avrebbe effettuato una politica piuttosto permissiva in materia di concessioni edilizie.
Il quadro che emerge sarebbe a questo punto molto serio: ci sarebbero altri 12 indagati e, dal lato dei clan, si contano 23 arresti.
Il voto di scambio politico-mafioso che si staglia sullo sfondo di questa vicenda che ha segnato le sorti della vita amministrativa della città di Avellino. Il capoluogo di provincia campano, infatti, nel corso di quella tornata elettorale, portò alla guida del comune il Movimento 5 Stelle: una sindacatura piuttosto effimera, dal momento che — dopo poco tempo — perse la sua maggioranza.
Alle elezioni del 2019, dopo il commissariamento del comune, la lotta per la carica di sindaco — infatti — è stata tutta appannaggio delle forze del centrosinistra, con un candidato civico che ha avuto la meglio su quello appoggiato dal Partito Democratico.
A pesare è stato senz’altro il commissariamento del comune, ma anche la presenza — nel vecchio consiglio comunale, come rappresentante della minoranza — di Damiano Genovese, il più votato della lista della Lega.
Figlio di un boss, quando fu eletto andò in carcere a Voghera a trovarlo per comunicargli che «eravamo entrati in consiglio comunale».
E tra le cose da chiarire sulla Lega e la camorra ad Avellino ci sarà anche una pagina del decreto di perquisizione del segretario di Avellino della Lega in cui si riporta l’intercettazione ambientale di un colloquio in carcere a Voghera del 28 giugno 2018 tra l’ex consigliere comunale di Avellino della Lega, Damiano Genovese, indagato per lo stesso reato (ai domiciliari da qualche settimana perchè gli hanno trovato a casa una pistola), e il padre Amedeo Genovese, fondatore del clan Partenio, recluso con fine pena mai al 41 bis per omicidio e associazione camorristica.
Damiano Genovese: “…Ho vinto, stiamo al Comune”.
Amedeo Genovese: “…ma con i 5 Stelle? No?”;
Damiano: “eh… andiamo insieme a loro! Dobbiamo stare, però io sto con la Lega … a me Di Maio non mi piaceva! Di Maio…eh… a parte che tutti e due stanno contro i detenuti! Però non fa niente!”.
Damiano: “…ora ci serviamo noi per fare la maggioranza! Hai capito?”.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2019 Riccardo Fucile
23 ARRESTI PER ASSOCIAZIONE CAMORRISTICA DEL “CLAN PARTENIO”
C’è anche il segretario provinciale della Lega, l’imprenditore Sabino Morano, tra le 17 persone indagate a
piede libero nell’inchiesta della Dda di Napoli e della Procura di Avellino che all’alba ha portato all’arresto per associazione camorristica di 23 persone di Avellino, Mercogliano e Monteforte, del “Nuovo Clan Partenio”.
L’abitazione di Morano è stata perquisita dalle forze dell’Ordine.
Nello scorso mese di agosto, alcune auto in uso all’esponente politico, vennero incendiate nei pressi del suo domicilio avellinese. Nei suoi confronti vennero anche disposte alcune misure di tutela personale.
Secondo la Dda di Napoli, Morano e gli altri indagati sono considerati “ricollegabili, anche per interposta persona, al gruppo delinquenziale”. Nei loro confronti è stato emesso un sequestro preventivo-probatorio anche per turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio. Tra le perquisizioni effettuate anche quella presso lo studio di un avvocato avellinese.
L’indagine ha ricostruito atti intimidatori ed episodi che si sono verificate di recente ad Avellino, e che ha al centro il nuovo clan Partenio che si sta affermando nel capoluogo Irpino e in altri comuni della provincia.
I carabinieri di Avellino hanno arrestato all’alba 23 persone per associazione per delinquere di tipo mafioso. L’operazione è scattata dopo una serie di episodi avvenuti nelle scorse settimane nel capoluogo irpino: attentati a imprenditori culminati con l’aggressione all’assessore alla Sicurezza del Comune di Avellino, Giuseppe Giacobbe.
Sono in corso perquisizioni da parte dei carabinieri e della Guardia di Finanza di Napoli in abitazioni, uffici, sedi di società e aziende che sarebbero collegate, per interposta persona, al gruppo criminale.
(da agenzie)
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