Ottobre 4th, 2012 Riccardo Fucile
IL DOPPIO FILO CON LA MAUGERI: COSI’ LA CODANNA DEL FACCENDIERE SVELA IL SISTEMA FORMIGONI
Di lui, all’inizio dello scandalo, il presidente Formigoni diceva: «Mi pare faccia il
consulente nel settore della Sanità ».
Poi emersero cinque lussuosi capodanni insieme. Yacht con equipaggio messi a disposizione. Cene senza limiti, eventi, feste.
Da ieri sull’ex semisconosciuto Pierangelo Daccò sono piovuti 10 anni di carcere.
Cinquantasei anni, residenza in Svizzera ma dalla metà del novembre 2011 detenuto a Opera, assiduo della Regione, del “capo casa” di Formigoni Alberto Perego, dello stesso presidente che ha beneficiato per vari milioni di euro, Daccò è stato dunque condannato per concorso esterno in bancarotta.
Quella dell’ospedale San Raffaele. Una condanna pesantissima.
Ma occorre dire subito che gli indizi contro Daccò, nell’altra indagine, quella sulla Fondazione Maugeri, in attesa di rinvio a giudizio, sono ancor più copiosi e pesanti: «Noi possiamo fare anche a meno delle sue confessioni, parli o no per le indagini cambia poco», è la frase che trapela al quarto piano del palazzo di giustizia milanese, dove i detective sono certi di aver aperto nel «sistema Daccò» vaste e perenni crepe.
Un retroscena è basilare.
Il suicidio del numero due del San Raffaele, il brillante Mario Cal, aveva sconvolto il bergamasco Danilo Donati, il security manager dell’ospedale. Donati è stato poi arrestato.
Ma aveva incontrato a lungo i magistrati del pool milanese come testimone.
Il primo interrogatorio, cominciato alle 9.30 del mattino, era finito alle 3 di notte.
E altri ne aveva resi. Donati, occupandosi di sicurezza, e quindi anche di proteggere gli incontri, sapeva molto dei contanti che Daccò riceveva da Mario Cal (in cambio delle sue raccomandazioni dentro la Regione per i rimborsi).
È una miniera d’informazioni, è lui a svelare che un costruttore, abituale fornitore del San Raffaele, proprio in quel periodo, aveva dovuto vendere la sua casa di riposo, della Fondazione Ombretta, intestata alla figlia morta, alla Fondazione Maugeri. Come intermediario immobiliare chi c’era?
Il socio di Daccò, Antonio Simone, ciellino, ex assessore alla sanità ai tempi di Tangentopoli, uscito malvolentieri dalla politica attiva per gestirla da sullo sfondo. Solo per quella vendita, Simone incassa una commissione di 5 milioni di euro, finiti all’estero.
Ecco profilarsi il «sistema Daccò».
Uguale per il san Raffaele e per la Maugeri. I pubblici ministeri seguono passo passo le tracce dei soldi pubblici che la Regione versa alla Fondazione Maugeri, eccoli che vengono «ritagliati» da Daccò, il quale intasca percentuali elevatissime.
Prima del 25 per cento sui rimborsi regionali, poi del 12,5, e gira ogni volta la quota che spetta al socio Simone.
La Regione ha assicurato di non avere nulla a che fare con questi maneggi, ma il primario pneumologo che coordina tutti i direttori sanitari della Fondazione Maugeri, il dottor Antonio Spanevello, sottoscrive cinque mesi fa un verbale che smentisce ogni versione minimalista: «Un giorno – ricorda il primario – mi sono incontrato casualmente con Passerino (il direttore generale, ndr), quando il presidente Formigoni era stato appena rieletto alle ultime elezioni regionali. Passerino mi disse di incominciare a pensare a dei progetti innovativi da presentare alla Regione al fine di ottenere nuovi finanziamenti. Egli mi fece chiaramente intendere che il “momento era propizio”».
Vengono quindi inventati tre progetti «in ambito riabilitativo (malattie rare, dolore cronico e trapianto)» e si apre una corsia speciale.
Spanevello incontra infatti a Roma il direttore generale del ministero della Sanità Massimo Casciello, che gli dà i suggerimenti giusti per aggirare ogni barriera: «… Ho di sicuro riscontrato nei miei incontri in Regione Lombardia che sia Lucchina (Carlo, direttore generale sanità regionale), che Alessandra Massei (funzionario regionale, legata a Daccò, ndr), avevano già ricevuto i progetti essendone a conoscenza (…) Ricordo che Passerino mi chiamò nel suo ufficio e mi fece vedere una bozza di lettera (…) Mi si chiede se sia corretto… «.
Corretto?
«Effettivamente – ammette Spanevello – la procedura è stata anomala, anzi devo dire che è illegale (…) Ne parlai più volte al presidente Umberto Maugeri, evidenziando le stranezze della procedura adottata (…) Gli ho detto “per favore queste cose fatele fare a Passerino”».
I magistrati, nell’invito a comparire a Formigoni, puntavano il dito sul «sistematico asservimento della discrezionalità ammini-strativa » della Regione ai bisogni dei faccendieri.
Come negarlo? A che titolo Daccò ha munto 80 milioni di denaro pubblico? È sparito in conti esteri, in parte prelevato in contanti: da dare a chi?
È la domanda per ora senza risposta.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Settembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
I BILANCI SONO CERTIFICATI DALLA CORTE DEI CONTI MA IN REALTA’ NON DICONO NULLA PERCHE’ SONO VOCI AGGREGATE… SE CHIEDI RICEVUTE E SCONTRINI TI SBATTONO LA PORTA IN FACCIA
Peggio che chiedere lo scontrino al bar. Non hanno niente da nascondere in Regione Lombardia ma quando si tratta di mostrare una ricevuta quasi tutti fanno muro.
Tirano in ballo la violazione della privacy e s’attaccano al “diritto alla discrezionalità del consigliere a spendere nell’esercizio delle sue funzioni”.
Al Pirellone funziona così, i soldi sono pubblici quando entrano e privati appena escono.
Anche se annunciano future mozioni bipartisan sulla trasparenza, oggi non resta che credergli sulla parola.
Ma dopo il caso Fiorito in Lazio anche quella vacilla e allora tocca bussare a tutte le porte per capire come i gruppi spendono il loro tesoretto in un pozzo che l’anno scorso ha inghiottito 71 milioni di euro per 26 sedute soltanto.
Certo, nel loro bilancio — che è pure certificato dalla Corte dei Conti — c’è il rendiconto degli 11 milioni spesi: 3,2 tra funzionamento e attività di comunicazione, 7,5 per il personale e così via.
Ma sono voci aggregate: cosa vuol dire che il Pdl ha usato 450mila euro in “spese dei consiglieri per l’espletamento del mandato”?
Come hanno speso 720mila euro in comunicazione?
Si accalora a rispondere il capogruppo Paolo Puccitelli: “Qui non siamo mica alla Regione Lazio, loro sono 71 noi 80 ma a Roma hanno un bilancio di 98 milioni e noi un terzo di meno. E poi noi teniamo tutte le ricevute, le fatture e gli scontrini per cinque anni come dice la legge. Se vuole le mostro tutte le tabelle”.
Grazie, le abbiamo, a questo giro vorremmo vedere le fatture.
“Non esiste proprio — scandisce irritato Puccitelli — Io non tiro fuori un bel niente, ci sono cose che sono riservate, personali. Magari dovrei dirvi anche dove va a cena questo e quel consigliere, cosa mangia e quanto spende… Roba da matti, io non voglio grane e senza l’autorizzazione di tutti e 29 i colleghi non faccio vedere un bel niente”.
Si scende di cinque piani ma la musica non cambia.
Al gruppo del Pd si parla con Stefano Tosi.
“Certo abbiamo l’ufficio contabilità con segretaria e tutto, ecco quello che spendiamo. Non mettiamo i dettagli online perchè i giornalisti potrebbero farne un uso strumentale falsando le informazioni”.
Peccato che sia la solita tabella senza dettagli: 212mila per il mandato dei consiglieri, 120mila per consulenze (a chi?), 72mila in convegni e manifestazioni.
Il resto in trasporto, giornali, spese di stampa fino a sfiorare i 600mila euro nel 2011. Tenete le fatture? “Certo che teniamo tutto, è in un faldone ma non tengo a mente tutte le spese. Se vuole le mostro il bilancio”.
E ci risiamo.
Che ne dice invece di farmi dare una sbirciatina alle ricevute? Così, giusto per provare il brivido del proibito…
“Eh no questo no, non andiamo in giro a distribuire i conti facendoli vedere a questo e a quello. Come i consiglieri gestiscono le loro spese è una scelta discrezionale”. Anche la Lega,fa orecchie da mercante. Sel e Idv, invece, si rendono disponibili a fornire la rendicontazione, fattura per fattura.
Il capogruppo dell’Idv Stefano Zamponi dichiara: “Sentiti i colleghi ho aderito subito all’invito del Fatto Quotidiano sia perchè non abbiamo nulla da nascondere, sia per dare un segnale che la politica non è tutta uguale. Invito gli altri gruppi a fare altrettanto perchè in una situazione che ricorda Tangentopoli, con l’antipolitica che soffia sul fuoco e la competizione elettorale alle porte non si possono lasciare ombre”. Appuntamento lunedì alle 14.30, scontrini e fatture alla mano.
Anche Chiara Cremonesi di Sinistra ecologia e libertà , sentiti i colleghi, ha manifestato analoga disponibilità .
Il capogruppo del Carroccio è lapidario: “Non è possibile farvi vedere nulla e poi non ne vedo proprio il motivo perchè i nostri bilanci sono certificati dalla Corte dei Conti, quando la Lombardia sarà messa come il Lazio ne riparleremo”, dice Stefano Galli.
Sì ma la Corte non vi chiede di giustificare le spese e mostrare le fatture…
“Questo io non lo so, ma chissenefrega. Come spendiamo i nostri soldi sono cazzi nostri. Arrivederci”.
Allora chi controlla che le spese non siano senza controllo?
Tutti e nessuno.
I gruppi si autocertificano spese e rendiconti tramite i propri funzionari amministrativi che entro il 31 marzo depositano i bilanci all’ufficio di presidenza.
Quest’ultimo li ratifica entro giugno.
In realtà la legge (art. 7 LR n. 17 del ’92) gli conferisce il potere di “chiedere chiarimenti, nonchè l’esibizione della documentazione relativa alle spese sostenute dai propri consiglieri”. Potere ma non “dovere”.
E infatti da vent’anni resta un’opzione poco praticata.
“Noi controlliamo la regolarità formale e la coerenza degli importi — conferma un dirigente — non le singole spese; chiediamo spiegazioni se notiamo scostamenti visibilmente anomali”.
E infatti si ricorda un solo caso di spesa riconosciuta illegittima per 700 euro, tutto quello che hanno speso gli altri 79 consiglieri è passato in giudicato e non c’è capogruppo che ricordi una richiesta di accertamento spese.
Anche la Corte dei Conti lavora così, chiudendo la catena della vigilanza nel solco della coerenza contabile e sotto l’insegna inviolabile della privacy degli eletti.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DAGLI AEROPORTI ALLE CITTA’ E ALL’AGENDA DIGITALE: IL PIANO PER RILANCIARE L’ECONOMIA: ECCO GLI INTERVENTI PRINCIPALI
Un Consiglio dei ministri dedicato alla crescita. Il primo dopo la breve pausa estiva,
avrà domani sul tavolo i dossier dei ministri per rilanciare l’economia italiana.
A partire dal secondo pacchetto “sviluppo” che il ministro Passera ha già preparato.
E che prevede sei importanti Piani, da realizzare entro la fine dell’anno: aeroporti, città , energia, digitale, infrastrutture, imprese.
Sullo sfondo, avanza con forza l’emergenza giovani, la “generazione perduta”, come l’ha definita il premier Monti.
E l’esigenza di fare un primo check up alla riforma del lavoro.
Intanto, il viceministro allo Sviluppo, Mario Ciaccia, ha annunciato ieri l’esenzione dall’Iva sulle nuove opere 1infrastrutturali.
Una proposta che sarà valutata, come ha promesso il sottosegretario Catricalà , anche per “la sua compatibilità finanziaria ed europea”.
Ma che per ora riceve il plauso di Confindustria, Ance (costruttori), Autostrade per l’Italia e Cassa depositi e prestiti.
“Calcolando un fabbisogno di infrastrutture pari a 300 miliardi, da qui al 2020 – spiega Ciaccia – la sterilizzazione dell’Iva potrebbe valere 5-6 punti di Pil, ovvero 80 miliardi”, tra investimenti di privati e indotto.
“In pratica, è come sottrarre a quei 300 miliardi i 50 dell’Iva, in media del 18% nel settore delle costruzioni, ma senza togliere un euro all’Erario che poi recupererà in abbondanza dall’opera stessa, generatrice di altra Iva, e dagli stipendi creati”. Il governo punta così a rilanciare le “grandi opere”: autostrade, porti, interporti, rigassificatori.
Il piano città : 2 miliardi per riqualificare i quartieri
Il Piano città da due miliardi per riqualificare le aree urbane degradate è ai blocchi di partenza.
Nei giorni scorsi è stato firmato il decreto attuativo che indica i criteri di scelta dei progetti e sposta al 5 ottobre la scadenza per la loro presentazione da parte dei Comuni interessati. In realtà , molti enti sono già pronti.
Da sole, le proposte delle 16 grandi città valgono 1 miliardo e 250 milioni.
Tra queste, Roma con il piano per Pietralata. Milano con Bovisa Gasometri e Porto di Mare. Napoli per l’area a ridosso del porto. Firenze per una parte della Leopolda. Bologna per una nuova edilizia sociale. E Genova per scuole e zone industriali.
E così via, con asili nido, parcheggi, scuole, ma anche aree di pregio.
I progetti arrivati sinora all’Anci sono 50, ma si potrebbe salire a 100. Il ministero dello Sviluppo intanto ha stanziato i primi 224 milioni.
Altre risorse arriveranno dal programma di risanamento energetico delle scuole (100 milioni) e dal Fia, il Fondo per l’abitare della Cassa depositi e prestiti che ha in dote 1,6 miliardi.
La cabina di regia del Piano, istituita dal decreto, si riunirà per la prima volta il 7 settembre. Ne fanno parte rappresentanti di enti locali, ministeri, Cdp e Demanio e dovranno votare i progetti pubblico-privati.
Agenda digitale. Bonus fiscali per la moneta elettronica
Molto attesa da imprese e cittadini, nonchè spesso annunciata e poi dimenticata, l’Agenda digitale sembra in dirittura d’arrivo.
Il progetto ha bisogno, per partire, tra i 300 e 400 milioni di euro che saranno recuperati dal ministero dello Sviluppo tra fondi regionali e comunitari riprogrammati. L’obiettivo è portare il Paese a velocità digitali compatibili con l’analoga Agenda europea: 2 mega al secondo per il 2013, 30 mega entro il 2020.
Non solo banda larga, però.
Il Piano prevede il rilancio di moneta e commercio elettronico, agevolando gli acquisti su Internet con sconti fiscali, la digitalizzazione di scuole, tribunali, ospedali e di tutta la pubblica amministrazione, l’alfabetizzazione digitale degli italiani.
E ricomprende pure i due progetti sul fascicolo sanitario elettronico e l’anagrafe centralizzata.
Le risorse pubbliche, anche qui, dovranno essere in grado di attirare corposi investimenti privati, stimati dal dicastero di Passera in 3 miliardi.
Parte del Piano è anche la predisposizione di potenti Data center, collocati nel Mezzogiorno a partire dalla Sardegna e finanziati da fondi Ue, che metteranno in comunicazione 7-8 mila server delle amministrazioni statali, per tagliare i costi e accrescere l’efficienza.
I trasporti. Fusioni per bus e treni locali
La novità più interessante del nuovo pacchetto crescita è arrivata ieri dal Meeting di Rimini, dove il viceministro allo Sviluppo, Ciaccia, ha annunciato l’esenzione totale dall’Iva per tutte le nuove opere infrastrutturali.
La proposta, che presto potrebbe diventare provvedimento, ha ricevuto subito il plauso di Confindustria (“Le nuove misure vanno nella giusta direzione”, ha commentato il presidente Squinzi), ma anche dei costruttori dell’Ance, di Autostrade per l’Italia e del presidente della Cassa depositi e prestiti, Bassanini che ha auspicato una sua estensione anche alle tlc.
L’idea è quella di “sterilizzare” l’Iva – in fase di costruzione dell’opera e in una prima fase di gestione – alle imprese che investiranno in “strade, autostrade, porti, interporti, alta velocità , energia, termovalorizzatori”, spiega Ciaccia.
E il tutto “senza sottrarre un euro all’Erario” perchè quelle opere, prive dell’incentivo, non partirebbero proprio. E perchè le entrate successive, “da stipendi e indotto e dall’opera stessa generatrice di Iva”, più che compenserebbero lo “sconto” fiscale.
Allo studio del dicastero, infine, c’è anche un piano sulle società del Trasporto pubblico locale, oltre 600 in Italia, che il ministro Passera vorrebbe concentrare.
I giovani. Sostegno ai tanti senza lavoro
La “generazione perduta” che “paga un conto salatissimo” per “la scarsa lungimiranza” di tanti governi nel passato – così come ha ripetuto il premier Monti, domenica scorsa a Rimini – dovrebbe tornare d’attualità , già a partire dal prossimo Consiglio dei ministri di venerdì.
Ufficialmente non esiste un Piano giovani, ma è chiaro che il governo pensa a qualche misura di sostegno ai tanti senza lavoro.
Così come a migliorare la formazione, valorizzando il merito e aprendo sempre più scuole e università italiane a esperienze all’estero.
Si partirà , a breve, da una prima verifica sulla riforma Fornero del lavoro. E sul suo strumento principe, l’apprendistato.
Il monitoraggio, previsto dalla riforma stessa, è ai blocchi di partenza. Ieri intanto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Catricalà , ha affidato a Twitter un annuncio importante: “È finalmente possibile per i giovani fino a 35 anni costituire una Srl con solo un euro di capitale. Non ci sono spese notarili. Un’opportunità “. Ricordando, così, la pubblicazione nei giorni scorsi sulla Gazzetta ufficiale del modello standard di atto costitutivo e statuto della Srl, che costerà ad un under 35 solo i 168 euro dell’imposta di registro.
Sconto possibile anche per gli over (ma il notaio non è gratis).
L’energia. Petrolio made in Italy e hub del gas
Tempi più lunghi per il Piano energia, il cui debutto è atteso solo a fine anno, al pari del progetto sugli aeroporti.
Il Piano, messo a punto dal ministero dello Sviluppo, poggia su quattro pilastri: efficienza energetica, trasformazione dell’Italia in hub europeo del gas proveniente dall’Africa del Nord e dall’Asia centrale, sviluppo “sostenibile” delle rinnovabili e rilancio della produzione nazionale di idrocarburi, destinata a raddoppiare in pochi anni e assicurare così il 20 per cento dei consumi interni.
A questo scopo, però, la normativa restrittiva sulle trivellazioni, prevista dal primo decreto Sviluppo (limite posto a 12 miglia della costa, lasciato inalterato), potrebbe essere rivista.
La Strategia energetica nazionale, da sottoporre poi al Cipe, conta di aumentare il Pil di mezzo punto e ridurre di 6 miliardi la bolletta energetica degli italiani, spingendo l’occupazione con 25 mila nuovi posti di lavoro, “stabili e addizionali”.
Il governo intende sostenere i progetti di metanodotti dall’Algeria e il “corridoio Sud” nell’Adriatico, oltre ai piani per quattro rigassificatori (approvati o in costruzione). Infine, i permessi per le perforazioni petrolifere saranno più semplici. Mentre gli incentivi sulle rinnovabili subiranno ancora altre potature.
Le aziende. Corsia preferenziale per le start-up
Il pacchetto dedicato alle imprese, uno dei primi a decollare in autunno, ruota attorno a un secondo round di semplificazioni, con il taglio degli adempimenti “extra” rispetto alle direttive comunitarie, e al lancio del Fondo per incentivare nuove start- up.
Il primo obiettivo – su cui lavorano due dicasteri, Sviluppo economico e Funzione Pubblica – mira a tagliare i costi (e i tempi) delle burocrazia.
Solo per fare un esempio, le imprese italiane spendono, per le autorizzazioni ambientali, un miliardo e 300 milioni l’anno.
Intanto, nelle prossime settimane, saranno finalmente operative le misure previste dal Semplifica-Italia che daranno un po’ di fiato alle aziende.
A partire dallo sportello unico per l’edilizia e, appunto, dall’autorizzazione unica ambientale per le pmi (ma sono 80 le norme da semplificare, per le associazioni di impresa).
Per quanto riguarda le start-up, nascerà un Fondo ad hoc con regìa unica che raccoglierà le risorse esistenti, disperse in altri 3 o 4 fondi, e agirà da volano per il venture capital, denari di privati disposti a investire su idee e progetti freschi e redditizi.
Sarà infine attivato uno “sportello” unico per le aziende estere che vogliono investire in Italia, con l’obiettivo anche qui di semplificare e attrarre.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LE INTERDITTIVE EMESSE DALLE PREFETTURE SONO BASATE SUL LAVORO DELLA DIA DI MILANO… SPESSO E’ DIFFICILE INDIVIDUARE I COLLEGAMENTI CON LE COSCHE PER L’UTILIZZO DI PRESTANOME
Nel grande cantiere pubblico, il boss calabrese risulta con un impiego da operaio
semplice, eppure dalla mattina alla sera decide tutto e per tutti: a partire dalle aziende che possono lavorare.
Capita in Lombardia, la regione d’elezione della ‘ndrangheta che punta a infiltrarsi nelle grandi opere.
Il particolare emerge dall’attività degli investigatori della Dia di Milano: gente tosta e preparata che agli ordini del colonnello Alfonso Di Vito, in poco più di due anni di controlli nei cantieri lombardi, ha macinato una montagna di atti.
Risultato: le prefetture hanno emesso 148 interdittive antimafia.
Tradotto: 148 imprese sono state escluse dalle grandi opere pubbliche lombarde per motivi legati alla criminalità organizzata.
Il dato, in testa alla classifica nazionale, da un lato testimonia il grande lavoro degli investigatori, ma dall’altro fotografa un fenomeno allarmante e che i magistrati, ormai da tempo, definiscono una vera colonizzazione della Lombardia da parte delle cosche calabresi.
Colonizzazione tutt’ora in corsa con buona pace dei maxiblitz del 2010.
Numeri e controlli dunque.
Un lavoro titanico solo a mettere in fila le cifre: su un totale nazionale di 123 grandi opere, in Lombardia se ne contano ben 35, esattamente il 30%.
Di più: tra il 2008 e il 2011 gli appalti pubblici hanno toccato il tetto di 16 miliardi di euro.
Senza contare la torta Expo 2015 che mette sul tavolo un budget di 1,4 miliardi e un previsione di investimenti di 2,5 miliardi.
Negli ultimi tre anni, poi, l’antimafia lombarda ha monitorato 4.500 imprese e ben 20mila persone.
Ogni mese circa la Dia opera almeno due controlli distribuiti nelle undici province.
E per ogni accesso gli investigatori devono controllare dalle 300 alle 600 imprese. Queste le cifre che ruotano attorno a una grande opera.
Tra le varie in corso ci sono i cantieri della Tav nella zona di Trevigliato in provincia di Brescia.
Obiettivo del blitz odierno: “Verificare le norme e gli accordi finalizzati a scongiurare possibili infiltrazioni mafiose”. Semplice controllo, viene definito nel comunicato stampa, che ha, però, portato alla raccolta di molti documenti definiti interessanti.
Tante carte e moltissime visure camerali per cercare legami e collegamenti con i clan. Da qui si parte per ricostruire la storia di un’impresa.
E se il titolare o il socio, nel passato, è incappato anche solo in un’ordinanza per 416 bis, tanto basta per stilare quella che viene definita una interdittiva tipica. Il documento vale un’espulsione diretta.
Diverso il caso in cui il titolare della impresa risulta contiguo alla criminalità organizzata o comunque avvicinabile.
L’interdittiva, emessa dal prefetto, viene chiamata atipica e conta come un’ammonizione che, quasi sempre, vale comunque la cacciata da parte dei titolari dell’appalto.
In tutto questo di semplice c’è ben poco.
E la crisi economica increspa ulteriormente le acque, facilitando l’infiltrazione delle imprese mafiose nel tessuto legale.
I padrini in doppio petto dalla loro hanno, infatti, la possibilità di utilizzare lavoratori in nero e di disporre di canali alternativi per racimolare capitali.
Ma sono veramente tantissimi i canali per superare i controlli. La revisione dei camion della terra è uno di questi.
La via preferenziale la si trova in Calabria. Dopodichè il mezzo torna a solcare le strade lombarde a tal punto logorato che un autista di Sondrio, mesi fa, è stato fermato dalla polizia stradale perchè guidava indossando una maschera antigas.
Storie, dunque.
Tra le varie le tante imprese di movimento terra che dopo essere state pizzicate a intrattenere rapporti più o meno diretti con la ‘ndrangheta, sono risultate tutte intestate a donne.
O anche meglio: in molti casi i titolari sono giovanissimi. Figli o nipoti messi lì a far da schermo.
Tutto vale per confondere e sviare. Anche simulare divorzi per affidare l’impresa alla moglie.
Insomma se la mafia attacca, lo Stato, almeno in Lombardia, risponde.
Un lavoro decisivo che serve a scongiurare l’infiltrazione, ma non solo.
Alla base di questi controlli c’è l’obiettivo di monitorare che le grandi opere pubbliche vengano costruite in maniera adeguata e soprattutto con materiali non scadenti.
Come stava avvenendo per il raddoppio della linea ferroviara Milano-Mortara.
In quel caso le cosche di Platì volevano fare i riempimenti accanto alle rotaie con i mattoni traforati.
Fortunatamente un’intercettazione svelò il piano della ‘ndrangheta.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile
DOCCIA GELATA SUL PDL CHE ASPETTA IL PASSO INDIETRO… LA FUGA DI NOTIZIE SUL PRESSING DEL CAVALIERE L’AVREBBE IRRITATA E FARLA INCAZZARE NON CONVIENE… LEI CHIEDE UN PROGRAMMA TV COME INDENNIZZO
Nicole Minetti non molla.
L’ex igienista dentale del San Raffaele eletta nel listino bloccato di Roberto Formigoni e poi coinvolta nel caso Ruby resiste.
Non intende lasciare il Consiglio regionale, almeno per il momento.
La doccia fredda sul Pdl lombardo che, dopo le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sulle pressioni di Silvio Berlusconi, si aspettava di incassare un passo indietro dalla ex velina di Colorado Cafè, è arrivata quando la Minetti, rientrata da Parigi, ha fatto sapere di non aver alcuna intenzione di lasciare il suo posto al Pirellone.
Anzi. Ha confermato che intende presentarsi regolarmente in aula martedì per la seduta dedicata all’Expo 2015.
La fuga di notizie sul pressing del Cavaliere per spingerla a fare un passo indietro (pressing che avrebbe dovuto rimanere riservato almeno fino a dopo l’estate), raccontano alcune fonti pidielline, sembra aver irritato l’ex igienista dentale, che ora avrebbe alzato le sue pretese.
Si vociferava già di una trattativa per farle ottenere un posto di rappresentanza in una Onlus che Berlusconi vorrebbe inaugurare con lo scopo di aprire nuovi ospedali per bambini nel mondo, ma anche di un contratto per la conduzione di un programma televisivo sulle reti Mediaset. Tutto fermo, in attesa che la palla passi di nuovo nelle mani dell’ex presidente del Consiglio., l’unico in grado di ottenere il sì della Minetti.
Alcuni maligni sostengono anche che l’ex velina aspetterebbe ottobre per maturare la porzione del vitalizio che spetta agli ex consiglieri regionali che abbiamo coperto almeno metà della legislatura.
Il capogruppo del Pdl in Regione Paolo Valentini conferma: «Dalla Minetti non ho ricevuto alcuna lettera di dimissioni», ma ammette anche che «si tratta di una scelta personale».
Il consigliere regionale ciellino Stefano Carugo, che nei mesi scorsi aveva confessato pubblicamente il suo disagio a sedere di fianco alla Minetti, invece, preferisce parlare di «una questione di opportunità ».
Anche perchè «Nicole non ha quasi mai partecipato alle riunioni delle commissioni. Nemmeno quando si trattava di esaminare la nuova legge sulla violenza alle donne. Il suo non è l’unico caso, ma se il Pdl vuole ripartire veramente non basta un simbolo nuovo, deve ricominciare da una questione morale di cui una nuova formazione politica non può non tenere conto».
In ogni caso, se la Minetti dovesse dimettersi, le subentrerebbe Francesco Magnano, il geometra di Berlusconi che Formigoni ha fatto dimettere da sottosegretario della sua giunta per far posto a due donne.
Andrea Montanari
(da “La Repubblica”)
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Luglio 4th, 2012 Riccardo Fucile
A MILANO 1.200 RIFUGI IN LEGNO NEI PARCHI PER UTILIZZARE I PEDRATORI NELLA LOTTA AGLI INSETTI CHE CON L’ARRIVO DEL GRANDE CALDO INVADONO LA CITTA’
Si chiama lotta biointegrata. Ovvero, il pipistrello che mangia la zanzara.
Milano prova a lanciare quest’arma finale nelle notti d’estate.
Ecco il bat-box nei parchi: da questa estate verranno posati 1.200 rifugi in legno per pipistrelli nei giardini della città .
E i primi 400 predatori saranno collocati presto in centro ma anche nelle zone 6 e 7. Non del tutto un inedito, il chirottero giustiziere.
Era il 1999 quando l’allora assessore all’Ambiente della giunta Albertini, Domenico Zampaglione, promise la stessa strategia di lotta: il pipistrello come sterminatore di insetti.
L’idea allora non decollò, alla fine non se ne fece niente. Ma lui, Zampaglione, si guadagnò così il soprannome di Bat-assessore.
Se ne tornò a parlare nel 2010, dopo che alcuni Comuni, tra cui anche Saronno, si convertirono alla lotta alle zanzare tramite un riequilibrio naturale che tanto piace agli ambientalisti contrari a forme di guerriglia più chimiche.
Ma anche qui nulla di fatto.
Stavolta il Comune sembra crederci di più: il progetto verrà presentato alla cascina Caldera nel Parco della Cave, presente anche l’esperto del settore Politiche ambientali di Palazzo Marino, Giancarlo Nostrini.
Con l’attuale titolare del settore Ambiente, Piefrancesco Maran, a mettere il sigillo sull’iniziativa dei propri uffici.
«La prima fase è sperimentale – sottolinea Palazzo Marino in una nota – sono state prescelte alcune aree verdi di Milano situate in luoghi non particolarmente rumorosi, dove i pipistrelli possono trovare quindi un habitat favorevole».
La novità si accompagnerà ai tradizionali interventi di lotta contro le zanzare.
Resta da capire però come e con quali lusinghe si convinceranno i predatori a restare in città per guadagnarsi il ruolo di zampirone volante, gratuito e naturale al 100 per cento.
Ilaria Carra
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DI ALTRE NOVE PERSONE, TRA CUI LA COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI
Il 12 ottobre inizierà l’udienza preliminare a Milano per il caso delle firme false presentate
per consentire alle liste Pdl di partecipare alle elezioni amministrative del 2010.
La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà , in qualità all’epoca di coordinatore regionale lombardo del Pdl, perchè sarebbe stato il promotore della presunta falsificazione delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni e di quella provinciale del Pdl per le regionali del 2010.
Il procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, ha chiesto il processo per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all’epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti.
L’accusa per l’attuale presidente della Provincia di Milano è quella di falso ideologico.Le firme, stando alle indagini, sono state riconosciute come fasulle dalle persone il cui nome risultava posto a sostegno della lista, ma che hanno detto agli inquirenti di non avere mai firmato.
L’indagine era stata chiusa a fine aprile quando era emerso il coinvolgimento di Podestà .
L’udienza, per Podestà e alcuni consiglieri, si terrà davanti al giudice Stefania Donadeo.
L’ipotesi accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà .
Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà — Berlusconi per Formigoni”.
La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali.
A mettere nei guai il presidente è stata proprio Strada che ha raccontato come andò. “Podestà mi disse: ‘avete i certificati elettorali usateli’. Del resto sarebbe difficile sostenere il rinnovo dei contratti se ci saranno problemi sulla presentazione delle liste.
Nonostante tutti gli sforzi, giunti verso le 18 non si era raggiunto il minimo di firme necessario per la presentazione delle liste. Non sapendo cosa fare chiamai Podestà , essendo lui il responsabile politico, e gli rappresentai la situazione per la quale mancavano le firme. Podestà mi chiese se io ritenessi vi fosse la necessità della sua presenza in sede, cosa che io gli confermai subito. Venne in sede due ore dopo — è la ricostruzione della ex collaboratrice di Nicole Minetti — intorno alle venti, mentre tutti noi stavamo mangiando qualcosa in sede. Podestà si sedette insieme a me e alle altre persone presenti, chiacchierando. Poi si alzo’ per andarsene. Io lo fermai nel corridoi e gli chiesi indicazioni su cosa fare, poichè non si era raggiunto il numero di firme necessario e non c’era più tempo di farlo, unico motivo per cui gli avevo chiesto di venire in sede. Gli ribadii che ormai avevamo raschiato il fondo del barile delle nostre possibilità e che certamente non eravamo in grado di raccogliere le firme necessarie”. A questo punto, stando al racconto della Strada, Podestà avrebbe consigliato di usare i certificati elettorali, anche in vista dell’imminente scadenza dei contratti dei collaboratori del partito, il 30 agosto 2010.
”Tornai nella sala riunioni dove c’erano gli altri, ivi compresi i consiglieri provinciali rimasti, Mardegan, Martino, Turci e Calzavara. Dissi loro che Podestà aveva detto di usare i certificati elettorali, e a quel punto ciascuno dei consiglieri ha preso gli elenchi, compilandoli con le generalità delle persone e apponendone invece loro le firme e poi autenticandole”.
“Ovviamente — conclude la Strada — a questa compilazione degli elenchi parteciparono anche altri presenti, ma non sono in grado di dire chi, perchè c’era un notevole via vai, mentre io, dopo avere trasmesso ai consiglieri e agli altri le direttive di Podestà , mi sono recata nella stanza del coordinatore regionale per raccogliere gli elenchi che cominciavano ad arrivare dalle altre province”.
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL COMUNE DI MILANO SI RIMANGIA TUTTO, DOPO LE PRESSIONI ECONOMICHE DI PECHINO… IL TIMORE DI RITORSIONI CINESI IN VISTA DELL’EXPO TRAMUTANO PISAPIA IN DON ABBONDIO
E’ stato dietrofront: niente cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama. Le pressioni cinesi hanno prevalso e il consiglio comunale ha preferito desistere.
Ma non sarà una replica dell’ultima visita del leader spirituale buddista al capoluogo lombardo. Allora, era il 2007, anche l’incontro con il sindaco Letizia Moratti avvenne fuori dai crismi dell’ufficialità .
Questa volta invece Giuliano Pisapia ha annunciato che riceverà sua santità Tenzin Gyatso a Palazzo Marino, sede del Comune.
Il massimo del coraggio che si può pretendere dai rivoluzionari borghesi nostrani.
Che la vicenda della delibera per concedere al leader spirituale tibetano le chiavi della città si sarebbe potuta trasformare in un caso diplomatico era nell’aria da tempo.
Tanto che l’iter del suo approdo in aula ha subito rallentamenti e le voci di pressioni si erano susseguite.
Ma la decisione di mettere la proposta firmata da tutti i capigruppo all’ordine del giorno della seduta di oggi era sembrata un segnale di apertura. Niente di più sbagliato.
Così, a cominciare da mercoledì sera, è stato un susseguirsi di incontri urgenti e trattative, fino al voto che ha di fatto cancellato il riconoscimento.
Sedici i voti a favore, 12 i contrari (con l’opposizione anche il radicale Marco Cappato e il pd David Gentili) e tre astenuti, fra cui il sindaco.
L’irritazione cinese si è da giorni scaraventata sull’amministrazione e sul consiglio comunale. Incontri, telefonate e lettere.
Dall’ambasciatore e dal console. Ma non solo: suggerimenti a lasciar perdere sarebbero arrivati anche dagli investitori cinesi.
Sullo sfondo, i timori per possibili ripercussioni su Expo, sull’ ingente investimento cinese per il suo padiglione e sul milione di visitatori attesi per il 2015.
Perciò, dopo una lunga e tesa riunione dei capigruppo, il consiglio si è aperto con la proposta del presidente Basilio Rizzo di “non discutere oggi la delibera, ma di lavorare per trovare una soluzione migliore”, un “omaggio al livello più alto possibile”.
L’idea, su cui ci sarebbe l’ok dei rappresentanti della potenza asiatica ma mancherebbe ancora la risposta del Dalai Lama, è di accogliere il premio Nobel nell’aula di Palazzo Marino per una seduta straordinaria a lui dedicata e durante la quale potrà rivolgersi alla città .
Proteste sono piovute dalle opposizioni.
Il pidiellino Pietro Tatarella ha rifiutato “accordi al ribasso. Mi vergogno oggi – ha attaccato – di essere rappresentante di questo consiglio e di questo Comune che ha paura”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il grillino Mattia Calise, secondo il quale significherebbe “cedere al ricatto della Cina: non lo accetto”.
“Figuraccia mondiale” per il leghista Alessandro Morelli, mentre dalla capogruppo pd Carmela Rozza si è alzato un “no alle strumentalizzazioni” della vicenda.
L’assessore comunale alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, esprime il proprio parere in un post sulla sua bacheca di Facebook: “Non ho ben capito cosa è accaduto in consiglio comunale, dove i consiglieri di maggioranza stanno facendo un lavoro straordinario su tanti fronti, ma la cittadinanza onoraria io la darei. Spero in una soluzione nei prossimi giorni”.
E sempre su Facebook, dove cresce la protesta del popolo arancione di Pisapia, interviene anche il consigliere pd Carlo Monguzzi: “Sono uscito dall’aula e non ho partecipato al voto che chiedeva di rinviare il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Sono convinto che sia giusto, doveroso e bello dare le chiavi della città al vento di libertà che il Dalai Lama ci porta”.
A riportare alla calma, prima del voto, è stato l’intervento di Pisapia il quale ha detto di aver parlato con la console cinese, che “mi ha comunicato che la cittadinanza onoraria sarebbe stata interpretata come un segnale di inimicizia”, e a cui ha risposto comunicandole che “come sindaco di Milano avrei ricevuto il Dalai Lama” a Palazzo Marino, “un impegno che voglio mantenere” e che “credo sia un segnale importante”.
Al contempo però Pisapia ha dato il suo via libera alla sospensiva della delibera e all’invito al Dalai Lama in aula, “una soluzione convincente e ragionevole, un punto di equilibrio”.
Una tipica farsa all’italiana.
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Giugno 13th, 2012 Riccardo Fucile
“EMERGE LA VALENZA GRAVEMENTE OFFENSIVA E UMILIANTE DI TALE ESPRESSIONE CHE HA L’EFFETTO NON SOLO DI VIOLARE LA DIGNITA’ DI GRUPPI ETNICI, MA ANCHE DI FAVORIRE UN CLIMA INTIMIDATORIO E OSTILE”
Zingaropoli. Nei giorni della campagna elettorale per la poltrona di sindaco di Milano Pdl e Lega
evocavano questa immagine nei cittadini per opporsi alla candidatura sempre più forte dell’avvocato Giuliano Pisapia, poi diventato primo cittadino.
In quel periodo i toni era più che accessi e i manifesti elettorali, per esempio quello che poneva sullo stesso piano pm di Milano e brigatisti avevano portato a un’inchiesta penale. In questo caso però è stato il Tribunale civile di Milano ha condannato, dichiarando il carattere “discriminatorio” di quell’espressione, i due partiti di centrodestra.
Il ricorso era stato presentato dal Naga, Associazione Volontaria di assistenza Socio Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti nei confronti di Lega Nord e Pdl per i manifesti affissi e le dichiarazioni fatte da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.
I due partiti dovranno rimborsare le spese di giudizio e la sentenza dovrà essere pubblicata entro trenta giorni sul Corriere della Sera.
“Emerge con chiarezza — scrive nella sentenza il giudice Orietta Micciche’ — la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione che ha l’effetto non solo di violare la dignità dei gruppi etnici sinti e rom, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti”.
La polemica, ormai vecchia di un anno, aveva scatenato un dibattito acceso.
“Per la prima volta in Italia viene depositato un provvedimento giudiziario che condanna dei partiti politici per discriminazione – commenta Pietro Massarotto, Presidente del Naga — è per noi una vittoria molto importante e vorremmo fosse intesa come un messaggio molto chiaro contro la normalizzazione dell’emarginazione e delle pratiche di esclusione sociale a cui purtroppo siamo stati abituati”.
Si sosteneva nel ricorso che non fosse possibile nè legittimo per un partito politico utilizzare slogan e dichiarazioni manifestamente discriminatori.
Speriamo che questo rappresenti un passo verso l’effettiva tutela delle minoranze nel nostro Paese, ma quello che più speriamo è di non dover mai più intervenire per questo genere di discriminazioni istituzionali“.
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