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GRIGLIATE ELETTORALI PER LA MORATTI: SONO TRASCORSI SETTE MESI, MA NESSUNO HA MAI PAGATO IL CONTO

Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile

LA DITTA FORNITRICE PRONTA A RICORRERE A VIE LEGALI PER OTTENERE IL PAGAMENTO DELLA FATTURA DI 22.550 EURO… UN’ALTRA DITTA ASPETTA DI VEDERE SALDATO IL COSTO DEL SERVIZIO AUDIO DI QUATTRO EVENTI

Sono trascorsi più di sette mesi e il comitato elettorale di Letizia Moratti non ha ancora pagato il conto di alcuni fornitori.
L’ex sindaco di Milano, da poco passata con il Fli di Gianfranco Fini, durante la sfida elettorale con Giuliano Pisapia, al secondo turno, aveva infatti tentato il tutto per tutto per assicurarsi la vittoria e riconfermarsi alla guida del capoluogo lombardo.
E in previsione del ballottaggio che si sarebbe tenuto il 29 e 30 maggio con il rappresentante del centrosinistra in vantaggio, decise di organizzare quattro gigantesche grigliate nei quartieri meneghini più periferici.
La prima si tenne il 22 maggio al centro sportivo Arca di Milano (parteciparono, tra gli altri, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, l’eurodeputata Licia Ronzulli, il coordinatore regionale del Pdl Mario Mantovani e l’ex ministro Ignazio La Russa).
Poi predispose altre tre grigliate, rispettivamente il 24 maggio alla società  Aldignana di via Graf, mercoledì 25 alla Macallesi di viale Ungheria e giovedì 26 alla bocciofila Caccialanza di via Padova.
Quattro eventi da oltre cinquecento persone l’uno, che dovevano far conquistare alla Moratti favori e simpatie e avevano reso necessario l’acquisto di parecchie derrate di carne.
Peccato che ad oggi nessuno abbia ancora pagato il conto delle migliaia di salsicce e costolette grigliate cotte in quantità  durante quelle quattro serate.
In fumo, insomma, non è andata solo la vittoria della Moratti – che poi perse sonoramente la sfida con Pisapia nonostante la scorpacciata di salamelle e spiedini -, ma anche i soldi dell’azienda a cui era stato affidato il catering.
Un boccone amaro per la ditta che attende dal 31 maggio 2011 il pagamento della fattura emessa al Comitato della Moratti, che ammonta a ben 22.550 euro.
Uno scoperto non da poco per un piccolo consorzio dell’hinterland che deve pur pagare dipendenti e fornitori e che da gennaio, se nessuno dell’entourage della Moratti pagherà  il conto delle derrate per grigliate, si troverà  costretta a chiedere in Tribunale l’emissione di un’ingiunzione di pagamento nei confronti del comitato dell’ex sindaco azzurro.
Ma non è finita qui.
Perchè in attesa di ricevere il dovuto, per una somma inferiore, è anche una piccola società  che si era occupata dell’audio dei quattro eventi.
E che, per evitare di pagarci pure l’Iva, sta aspettando ad emettere la fattura per le 2.500 euro che le spettano, in attesa che qualcuno del comitato si faccia vivo.
Conclusa la campagna elettorale con una sconfitta, probabilmente Letizia Moratti non solo ha deciso di farsi vedere poco in Consiglio comunale a Milano, ma avrà  anche cercato di dimenticare tutto ciò che l’aveva preceduta.
Con buona pace della ditta che spera almeno con l’anno nuovo di poter vedere i 40 milioni delle vecchie lire che nessuno gli ha ancora versato.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LETIZIA MORATTI INCONTRA FINI: VERSO L’INGRESSO NEL TERZO POLO

Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO DI MILANO DA’ L’ADDIO AL PDL CON CUI ERA SCESO IL GELO DOPO LA SCONFITTA ALLE COMUNALI … PUNTUALE ARRIVA L’ACCUSA DEI BERLUSCONES: “TRADISCE GLI ELETTORI”

La ratifica del divorzio era arrivata qualche settimana fa, con il mancato rinnovo della tessera di iscrizione al Pdl, acquisita soltanto un anno fa direttamente dalle mani di Silvio Berlusconi. Allora, Letizia Moratti era il sindaco di Milano.
Ieri, il primo appuntamento con la nuova fiamma: un incontro a Roma con i vertici di Futuro e libertà .
La Moratti prima ha visto Italo Bocchino e Benedetto Della Vedova, poi ha pranzato con il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Dialogo proficuo, è la versione ufficiale, scambio di opinioni sul nuovo governo e sull’idea condivisa di allargare il bacino di sostenitori e iscritti al Terzo Polo.
Già  fissato il secondo appuntamento, a gennaio.
Pochi, nel suo ex partito, sperano in un ripensamento della donna che, eletta da indipendente, ha poi guidato il centrodestra verso la prima sconfitta sotto la Madonnina negli ultimi venti anni. Molti, invece, quelli che l’accusano di tradimento, soprattutto in Consiglio comunale, dove la Moratti aveva assicurato presenza costante per cinque anni di opposizione: su 39 sedute, finora ha partecipato solo a 14, ed è da inizio novembre che nessuno l’ha più vista in aula, sembra per gli impegni pressanti a San Patrignano.
La decisione di avvicinarsi a Fli (dopo mesi di rumors sul suo interesse per una partita politica al fianco di Luca Cordero di Montezemolo) piace molto al coordinatore lombardo del partito di Fini, il senatore Giuseppe Valditara.
«L’avvicinamento di Letizia Moratti va nella direzione del progetto che stiamo costruendo, e ha a che fare con la scomposizione del Pdl».
Scomporre e ricomporre: questa la strategia finiana in un momento di terremoto nel Popolo delle libertà , accogliendo transfughi e delusi.
Tra questi, proprio la Moratti che – nonostante la sonora sconfitta personale di fine maggio – sembra sia rimasta delusa dalla freddezza del suo partito.
Oggi solo il coordinatore azzurro della Lombardia Mario Mantovani ha parole apparentemente pacate – «Disponibili a riprendere il dialogo con lei, se vuole: siamo comunque grati alla Moratti del suo impegno in una campagna elettorale in cui l’abbiamo fortemente sostenuta» – mentre in Consiglio comunale non usano mezzi termini.
Per tutti, il suo ex vicesindaco Riccardo De Corato: «Se avesse avuto le idee più chiare prima ci saremmo salvati anche noi, ora spieghi ai milanesi che l’hanno votata perchè va con chi ci ha fatto perdere».
Come se lui non avesse contribuito la sua parte.
Nella faccenda c’è poi un risvolto degno di nota: perchè a Milano nella giunta Pisapia c’è un rappresentante del Terzo Polo – il deputato Api Bruno Tabacci, che non si esprime sul possibile nuovo arrivo – mentre l’unico consigliere finiano, Manfredi Palmeri, siede all’opposizione: a maggio lui fu uno sfidante della Moratti come candidato sindaco.
Domani, forse, potrebbe diventare il suo capogruppo in Consiglio comunale.

(da “La Repubblica“)

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“SEI IL PROBLEMA DELL’ANTIMAFIA”

Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

A MILANO IL PDL IN TRINCEA CONTRO L’IPOTESI CHE SIA NOMINATO PRESIDENTE DI UNA COMMISSIONE CONTRO LE INFILTRAZIONI MAFIOSE UN CONSIGLIERE CHE HA DENUNCIATO I RAPPORTI DI UN ESPONENTE PDL CON L’ARRESTATO GIULIO LAMPADA E IL CLAN VALLE

A Milano l’antimafia ha un grosso problema: David Gentili.
È il consigliere comunale del Pd che più si è dato da fare, già  sotto il sindaco Letizia Moratti, affinchè fosse varata una commissione consiliare sulle infiltrazioni mafiose in città .
Ora che il vento è cambiato e che il sindaco Giuliano Pisapia ha dato il via libera all’iniziativa, è il candidato naturale a presiederla.
Ha però ricevuto lo stop dell’opposizione Pdl, che ha bloccato tutto.
La maggioranza di centrosinistra vorrebbe fare la commissione coinvolgendo anche l’opposizione, ma il Pdl dice no: con Gentili non si può.
I più duri in proposito sono stati i consiglieri Giulio Gallera e Carlo Masseroli, seppur in buona e affollata compagnia.
Gentili è “poco equilibrato”. È “giustizialista”. E trasformerebbe la commissione Antimafia in un “tribunale del popolo”.
Ma che cosa ha mai combinato David Gentili per diventare l’ostacolo insormontabile al varo dell’organismo anti-cosche a Milano?
È risultato in contatto con qualche mafioso? Ha partecipato a cene con i boss? Ha fatto affari con gli uomini della ‘ndrangheta? No.
Ha fatto in Consiglio comunale un nome che non doveva fare: quello di Armando Vagliati, che siede con lui in Consiglio, nei banchi del Pdl, ed è più volte citato nelle inchieste antimafia per i suoi rapporti con Giulio Lampada, arrestato il 29 novembre con l’accusa di essere il “braccio politico” del clan Valle della ‘ndrangheta (per chi voglia saperne di più, rimando al libro di Chiarelettere “Le mani sulla città ”). Di Vagliati, Lampada (intercettato) parlava così: “Siamo accreditati, c’è la fiducia, capisci cosa voglio dire. Perchè lui sa che sputazza non ne ho fatto mai e si butta a capofitto. Dice: vuoi questo, facciamo quello che cazzo ti interessa”.
Chiaro? Vagliati conosce bene i Lampada, sa che “sputazza” non ne fanno.
Lui “si butta a capofitto”.
E, secondo gli investigatori, “era pienamente a conoscenza della loro appartenenza al gruppo criminale”.
È anche il firmatario di uno strano emendamento al Pgt di Milano, il Piano di governo del territorio, che ha proposto di rendere edificabile un’area in zona Ripamonti a cui era interessato proprio Giulio Lampada.
Scrivono i carabinieri: “L’attività  investigativa permetteva di accertare che Armando Vagliati costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il Comune di Milano, per la risoluzione delle diverse problematiche di ordine amministrativo che potevano interessare questi ultimi”.
A confermarlo è lo stesso Lampada: “Mi ha fatto capire Armando al telefono che il problema si può risolvere con quelli del Comune. Vedi, non me lo ha detto chiaro, mi ha detto poi ci vediamo, più tardi ne parliamo”.
E gli investigatori annotano: “È importante sottolineare come Vagliati abbia preferito non parlare al telefono, attestando, in tal modo, l’illiceità  dell’operazione”. Attenzione: saranno i processi a scrivere le parole definitive su questa vicenda.
Allo stato attuale, a Vagliati non è addebitato alcun fatto di rilevanza penale. Non risulta neppure indagato. Ma lui, per errore o distrazione, era in contatto con Lampada. Eppure il problema dell’Antimafia, a Milano, si chiama David Gentili.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN MANETTE PER TANGENTI FRANCO NICOLI CRISTIANO (PDL), NUMERO DUE DEL CONSIGLIO REGIONALE .LOMBARDO

Novembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

IL CONSIGLIERE BRESCIANO ARRESTATO ALL’ALBA PER UNA PRESUNTA TANGENTE DA 100.000 EURO…IN MANETTE ANCHE IMPRENDITORI, POLITICI E FUNZIONARI PUBBLICI: L’ACCUSA E’ DI TRAFFICO ORGANIZZATO DI RIFIUTI ILLECITI E CORRUZIONE

Il vicepresidente del Consiglio della Regione Lombardia, il 68enne bresciano Franco Nicoli Cristiani (Pdl), è stato arrestato all’alba dai carabinieri di Brescia.
L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip Bonamartini nell’ambito di un’inchiesta per una presunta tangente da 100 mila euro.
L’arresto del vice presidente del consiglio regionale lombardo rientra in un’operazione dei carabinieri del comando provinciale di Brescia, supportati da personale del Ris e da un elicottero di Orio al Serio.
In manette sono finiti imprenditori, politici e funzionari pubblici.
I reati contestati sono: traffico organizzato di rifiuti illeciti e corruzione.
Sequestrata la cava di Cappella Cantone (Cremona) destinata ad una discarica di amianto, un impianto per il trattamento di rifiuti a Calcinate (Bergamo) e due cantieri della Brebemi a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana Con Sola (Bergamo). L’operazione vede impegnati 150 uomini dell’Arma.
Le indagini, cominciate otto mesi fa e coordinate dai pm Silvia Bonardi e Carla Canaia, hanno portato anche al sequestro di alcuni cantieri della Brebemi in territorio di Milano e Bergamo. Destinatarie di ordinanze di custodia cautelare anche altre nove persone, tra cui un altro bresciano.
Tra gli arrestati, anche il coordinatore degli staff dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) della Lombardia.

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L’UOMO DI LA RUSSA E IL SOSTEGNO ALLA KERMESSE PDL

Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

FILIPPO MILONE, CAPO DELLA SEGRETERIA DI LA RUSSA, CHIEDE UN APPOGGIO “NON COME FINMECCANICA, MA CON UNA SOCIETA’ ESTERNA” PER FINANZIARE LA FESTA DELLA LIBERTA’ A MILANO

C’erano Augusto Minzolini e Gianluigi Paragone, Vittorio Feltri e Nicola Porro.
Il Pdl aveva ancora il vento in poppa e per salire sul palco della Festa della libertà  in quelle giornate del 2010 le firme della destra non si facevano pregare.
All’apertura della convention il coordinatore dell’epoca del partito, Ignazio La Russa prendeva la parola per sottolineare: “Questa è una festa senza sponsor, abbiamo deciso di farla con le sole risorse del Popolo della libertà . Una piccola scelta di etica”. Con un simile plotone di giornalisti pronti a prenderlo in castagna sull’etica, non c’è dubbio che saranno stati i militanti a pagare Ornella Vanoni, Patty Pravo, Giusy Ferreri e Nek, il cabaret e lo spettacolo Si canta, condotto da Pupo e pure l’allestimento della mostra fotografica sulle missioni internazionali del premier Berlusconi.
Anche se a leggere le carte dell’indagine Enav-Finmeccanica un dubbio viene.
Si scopre infatti che pochi giorni prima della convention, il capo della segreteria di Ignazio La Russa, Filippo Milone, in passato presidente della Grassetto di Ligresti, uomo chiave del potere siculo-milanese sull’asse Ligresti-La Russa, implorava Finmeccanica di versare soldi.
La circostanza (senza citare però i nomi, a parte Borgogni) è citata nella richiesta di custodia cautelare contro Lorenzo Borgogni, rigettata dal Gip Anna Maria Fattori perchè questa vicenda non c’entrava nulla con quella per la quale il pm Paolo Ielo aveva chiesto l’arresto del direttore centrale Finmeccanica, auto-sospeso con stipendio garantito dopo l’articolo di domenica del Fatto sui suoi 5,6 milioni incassati da società  legate a Finmeccanica e scudati.
Per il pm Paolo Ielo “vi è una conversazione intercettata dalla quale si evince con solare evidenza come il ruolo di Borgogni dentro Finmeccanica fosse anche quello di occuparsi di contribuzioni illecite ai partiti.
In particolare il 21 settembre 2010…” e Ielo a questo punto riporta la telefonata tra Marco Forlani, direttore affari internazionali Finmeccanica e Lorenzo Borgogni.
Borgogni (B): ciao Marco
Marco Forlani (M): c’hai un secondo Lorenzo?
B: sì.
M: mi ha chiamato Filippo… che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera…
B: di partito?
M: sì.
B: del ministero!
M: parti… eh… bè del Pd… credo sia una cosa del Pdl, no? dice che te ne ha parlato a te pure?
B: no!
M: su Milano… su che di, lui mi ha anche detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica, ma con una società  esterna
B: sì. M: eh.
B: vabbè, ma se ne parla quando torni dai?
M: e no, questo sì, ok. No, perchè lui dice scusami sto all’ultimo con l’acqua alla gola eccetera, perchè lui deve parlare con qualcuno dei nostri tra oggi e domani.
B: dai Marco, maremma puttana Marco.
M: eh lo so! lui mi ha chiamato ora… lo so, lo so.
B: eh?
M: se me lo diceva, lo dicevo a Pigiani (altro dirigente Fin-meccanica, ndr) piuttosto che… che ne so! Eh? Capito
B: ci sentiamo…
Scrive il Gip Fattori, “Se, invero, si tratta di conversazioni su contribuzioni ai partiti che pur provenendo dalla Finmeccanica sarebbero dovuti apparire — cosi disvelando l’illiceità  dei moventi — come provenienti da altra società , tuttavia non solo non contengono alcun elemento atto a ricondurre l’oggetto alla illecita contribuzione all’operazione di acquisto della barca del Milanese, ma presentano un dato temporale che a siffatta ipotesi contrasta”.
Insomma la telefonata è sospetta, ma non c’entra con Milanese e “per tali ragioni la domanda cautelare formulata nei confronti di Borgogni non può essere accolta”. Secondo i Carabinieri del Ros “il successivo scambio di sms tra i predetti non lasciava dubbi circa la preoccupazione di Borgogni nell’affrontare tali argomenti per telefono: alle 17: 28 Forlani invia il seguente sms a Borgogni: “Ma non ho capito, te la sei presa con me? Forse perchè ti parlavo al telefono? “.
Pronta era la risposta di Borgogni alle 17 e 29: “Certo… “; alle 17: 37 Marco concludeva: “Scusa allora, ma non era nulla di delicato, sto sempre attento, son fuori da giovedì e non ti ho mai chiamato su nulla infatti. Mi dispiace”.
Marco Forlani è un dirigente stimato per la sua serietà  e, alla luce dello scambio di sms, è in buona fede, anzi pecca di ingenuità  agli occhi dello scafato Borgogni. Comunque di tutti i protagonisti contattati dal Fatto, Forlani è l’unico a ricordare bene: “Era semplicemente una sponsorizzazione. Me la ricordo perchè è la prima e l’unica volta in cui mi sono occupato di una cosa simile. Il Filippo di cui si parla era Filippo Milone, capo della segreteria dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Con lui mi sentivo spesso per ragioni di ufficio e aveva chiesto a me perchè non trovava Borgogni. Durante un incontro per ragioni istituzionali mi disse di ricordare questa sponsorizzazione e lo feci. Quando tornai a Roma, Borgogni mi disse di lasciar perdere perchè se ne occupava lui”.
Fonti di Finmeccanica confermano: “Era una richiesta di un contributo per la festa del Pdl a Milano che si teneva in quei giorni”.
Sentito dal Fatto Quotidiano l’ex capo segreteria di La Russa, Filippo Milone non ricorda nulla: “Non ho memoria e comunque penso che un domani magari potrei essere chiamato a parlarne con un magistrato”.
Anche Borgogni non ricorda: “Di solito evitiamo di sponsorizzare le feste di partito. Dissi a Forlani di non parlarne al telefono perchè era un brutto periodo per me. Non so poi se il contributo è stato dato”.
L’ex ministro La Russa invece al Fatto replica: “Mi sto provando un abito, non ho tempo per voi”.

( da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PROCURA: “NELLE REGIONALI 2010, BEN 926 FIRME DELLE LISTE PDL E FORMIGONI SONO FALSE”….LA LISTA FORMIGONI AVEVA SOLO 300 FIRME IN PIU’ DI QUELLE NECESSARIE, 618 SONO FALSE

Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile

L’ AVVISO DI CHIUSURA INDAGINE PER FALSO IDEOLOGICO NOTIFICATO A 15 PERSONE, TRA CUI 4 CONSIGLIERI PROV. MILANESI DEL PDL E LA ATTUALE COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI

Lo scrive il procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, nell’avviso di chiusura delle indagini per falso ideologico, notificato a 15 persone, tra cui 4 consiglieri provinciali milanesi del Pdl e Clotilde Strada, collaboratrice di Nicole Minetti e all’epoca responsabile del partito per la raccolta delle firme.
Nell’atto si parla di “firme apocrife”.
In particolare, le indagini degli inquirenti hanno accertato la falsità  di 618 firme presentate per la lista “Per la Lombardia” di Formigoni (a sostegno del listino ne vennero presentate circa 3800 in totale e la quota necessaria per legge è di 3500) e di 308 firme per la lista della circoscrizione provinciale milanese del Pdl.
Secondo gli inquirenti, poi, il sistema di falsificazione delle firme per le elezioni del 28-29 marzo 2010 era già  stato messo in piedi tra gennaio e febbraio.
Clotilde Strada, come si legge nell’avviso di chiusura che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, ha agito “in qualità  di vice responsabile del settore elettorale del Pdl Lombardia, ma in concreto unica effettiva responsabile dell’attività  di raccolta delle firme dei sottoscrittori necessarie per la presentazione delle liste”.
E ha agito in “concorso” con i consiglieri provinciali Massimo Turci e Barbara Calzavara, anche loro indagati, assieme agli altri due consiglieri della Provincia, Nicolò Mardegan e Marco Martino. Strada, stando al capo di imputazione, avrebbe consegnato a Turci e Calzavara, nell’ambito di un “disegno criminoso”, gli “elenchi dei sottoscrittori” delle liste “già  compilati con le generalità  complete e le firme apocrife”.
I consiglieri, che dovevano autenticare le firme in qualità  di “pubblici ufficiali”, attestavano invece “artatamente” di avere “previamente identificato ciascun sottoscrittore con il documento”, quando in realtà  non lo avevano fatto.
E in più, sempre stando all’imputazione, attestavano “falsamente” come “vere, autentiche ed apposte in loro presenza” firme che non lo erano.
Al consigliere Turci è contestato di avere da solo autenticato 536 firme false del ‘listinò di Formigoni e 205 di quello del Pdl.
Tra gli indagati anche il consigliere provinciale di Varese del Pdl Franco Binaghi, il sindaco di Magenta (Milano) Luca del Gobbo, il consigliere provinciale di Pavia Gianluigi Secchi e quello provinciale di Monza Massimo Vergani.
L’inchiesta era nata a seguito di un esposto in Procura dei Radicali di Marco Cappato che, dopo aver dato battaglia nei tribunali amministrativi per chiedere l’annullamento delle elezioni, si erano presentati con tre scatoloni con dentro oltre 500 firme da loro ritenute false.
Nel corso delle indagini era anche stato sentito come teste Guido Podestà , presidente della Provincia di Milano ed ex coordinatore lombardo del Pdl.
Nella primavera del 2010 il   listino dell’attuale presidente della Lombardia, fu momentaneamente escluso dalla competizione elettorale (per essere poi riammesso all’ultimo momento).

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“MALPENSA E’ UN DISASTRO AMBIENTALE”: L’EUROPA METTE SOTTO INCHIESTA L’ITALIA

Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile

APERTA UNA ISTRUTTORIA SULLE CONSEGUENZE ECOLOGICHE PRODOTTE DALL’AEROPORTO SUL PARCO NATURALE DELLA VALLE DEL TICINO

Si addensano nuove nubi su Malpensa.
L’Europa ha un’istruttoria in corso sul “disastro ecologico” prodotto dall’aeroporto sul Parco naturale della Valle del Ticino.
“File status: file open”, si legge nell’archivio telematico della Commissione europea che ha acceso un faro sulle conseguenze che l’espansione di Malpensa ha avuto negli anni sull’area protetta dalle stesse direttive comunitarie (leggi il documento Pilot uno e due).
Per ora è una spia rossa perchè l’Italia è chiamata a fornire spiegazioni e illustrare se e quali misure di tutela del sito di interesse comunitario Brughiera del Dosso e Boschi del Ticino ha intrapreso per limitare il danno.
Ma se le risposte non saranno ritenute sufficienti, Bruxelles avvierà  una procedura di infrazione con la messa in mora dell’Italia obbligandola a far fronte al “devasto ambientale” .
E un’altra incognita grava quindi sul futuro dello scalo varesino, già  alle prese con diversi problemi: continua infatti la fuga dei grandi vettori, gli altri aeroporti del Nord si girano dall’altra parte e fanno network ovunque ma non a Varese, i comuni di sedime (nell’area occupata dall’aeroporto, ndr) sono in causa col gestore per danni ambientali e rivendicano il pagamento della tassa di imbarco dribblato dalla Sea. Ciliegina sulla torta, le previsioni di traffico sono in calo e vanno nella direzione contraria rispetto al piano industriale da 1,6 milioni di euro e al progetto di potenziamento della Terza Pista appena approvato (sulla carta, ora la palla passa a Tremonti).
Così, a un passo dalla quotazione — si è parlato di fine ottobre come prima finestra utile — la Lombardia mette le ali alla sua Parmalat: Sea non produce latte, sposta persone, ma al pari della società  di Collecchio sarà  messa sul mercato borsistico stando ben attenti a non pubblicizzare i rischi per gli investitori e le perturbazioni che potranno scatenarsi a decollo del titolo ormai avvenuto.
Con l’aggravante che a promuovere e gestire il collocamento del titolo non sono manager e finanziarie senza scrupoli ma un ente pubblico che sta in via Marino 1 e possiede l’84,6% delle quote, il Comune di Milano.
Una mossa suicida per la giunta di Giuliano Pisapia, se non fosse che il missile è stato piazzato sulla rampa di decollo dall’amministrazione di Letizia Moratti e che il carburante scarseggia ovunque.
Dall’appuntamento con Piazza Affari, infatti, le casse vuote del capoluogo dovrebbero ricavare 160 milioni di euro.
Su questo fronte l’orientamento dell’assessore al Bilancio Bruno Tabacci sembra quello di proseguire con la fase istruttoria ben oltre ottobre e fino al nuovo anno, con l’ipotesi concreta di spostare al ribasso l’asticella del collocamento, abbassando la quota dal 35 al 25% così da mantenere il controllo della società  (51%).
Se tutto questo è fonte di incertezza si può anche aggiungere l’ipotesi ventilata nell’ultima settimana di bandire una gara per diluire la partecipazione azionaria pubblica e far salire il valore delle azioni.
Per ora all’orizzonte c’è solo un’ipotesi di scalata da parte di Vito Gamberale che nel settore aeroportuale controlla Capodichino e ha apertamente espresso il desiderio di mettere la targa del fondo F21 sui due gioielli della cassaforte del Comune, la Milano-Serravalle e, appunto, la Sea.
Tempo utile anche a sondare la possibilità  di procedere a una Valutazione ambientale strategica (Vas) sul progetto di espansione con Terza Pista, come chiesto in un recente incontro dai comuni sorvolati (Cuv) al Comune.
Perchè l’unica verifica d’impatto attivata è una procedura di Via (il 29 settembre si chiude la raccolta delle osservazioni presso l’apposita commissione ministeriale che è anche chiamata a dare una risposta di merito) che non entrerà  nel merito della reale compatibilità  tra il territorio e il nuovo ampliamento disegnato dal Master Plan Sea. Ai sindaci è sembrato già  un miracolo essere ricevuti a palazzo dopo i niet dell’era Moratti, ma le reali chance di poter condizionare la partita e gli interessi in gioco sono poche.
Così nel microcosmo della politica locale. Perchè allargando lo sguardo oltre il perimetro di palazzo Marino non tira davvero buona aria.
Gli amministratori di Milano, tutti, hanno dimenticato quella questione del danno ambientale che è costato alla Sea una condanna a risarcire 4 milioni di euro (sentenza n. 11169/08 del 22/9/2008) al signor Umberto Quintavalle, proprietario di un’area 220 ettari nel comune di Somma Lombardo, nel Varesotto.
Il Tribunale, per arrivare a sentenza, ha fatto eseguire una perizia che certifica un progressivo degrado dell’area boschiva, protetta da due direttive europee (Habitat/Uccelli), e riconduce il “devasto” proprio all’attività  di sorvolo degli aerei in decollo e atterraggio nel vicino aeroporto di Malpensa.
Sea ha fatto ricorso in appello ma Quintavalle, assistito dall’avvocato Elisabetta Cicigoi che sta anche supportando legalmente diversi comuni di sedime, ha deciso, sempre con l’assistenza della Cicigoi, di fare reclamo a Bruxelles per la violazione delle Direttive Habitat e Uccelli, la cui osservanza avrebbe imposto l’adozione di misure di tutela per evitare il degrado delle aree naturali protette causato da “inquinamento acustico, luminoso e da idrocarburi dovuto anche al sorvolo degli aerei in bassa quota, al mancato rispetto delle quote e delle procedure antirumore”.
E oggi proprio la strada che sembrava più lunga sarà  quella giusta per imporre al gestore aeroportuale l’obbligo di fare i conti con l’ambiente.
Di questa vicenda per ora si sa che il settore Valutazioni del Danno Ambientale dell’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha confezionato per lo Stato italiano un documento (ISPRA) utile alla definizione della questione ambientale.
La relazione riconosce il danno e semmai ne amplia la portata ma esclude la possibilità  che il Ministero per l’Ambiente proceda a una richiesta risarcitoria che sarebbe difficile quantificare.
Piuttosto indica come valida altrenativa quella di imporre “oltre a misure difensive come le barriere acustiche, di ripristino come la ricostruzione delle zone boschive compromesse dall’inquinamento, misure inibitorie come la riduzione del numero dei sorvoli o modifiche alle zone di sorvolo degli aeromobili”.
In pratica Malpensa andrebbe ridotta, non potenziata.
Ma il Comune di Milano e Sea sembrano voler tirare dritto e ignorare tutto questo per andare nella direzione esattamente opposta alla sentenza del Tribunale, alle perizie del Corpo Forestale e ora dall’Ispra e da Bruxelles.
Così Milano sfida l’Europa ed espone l’Italia all’ennesima infrazione.
Chi in Europa ci sta davvero, come le compagnie aeree internazionali, ha capito che qui tira brutta aria.
Le previsioni del piano di espansione Sea si scontrano con i numeri: il piano di potenziamento si basa sulla previsione di 50 milioni di passeggeri l’anno entro il 2030 ma i movimenti nell’ultimo anno sono stati appena 18 milioni quando lo scalo, con le due piste attuali, ha una capacità  pari a 30.
Le compagnie lo sanno e sanno che su di loro graverà  parte del costo di un allargamento dai ritorni incerti se non improbabili. E puntano i loro velivoli altrove. Dopo l’addio clamoroso di Lufhansa anche Air France prepara armi e bagagli e lascia Malpensa per Linate (trascinandosi dietro anche l’olandese Klm).
Alitalia praticamente non c’è più da un pezzo, fa decollare 148 voli settimanali contro i 1.238 del 2007.
Così, senza il francese, l’italiano e il tedesco sarà  più difficile raccontare ai mercati e all’Europa la barzelletta del grande Hub del Nord.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA RUSSA E L’IMPRENDITORE VICINO AL CLAN

Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE CARTE DELL’INCHIESTA “METALLICA” EMERGONO I RAPPORTI SOCIETARI DI IGNAZIO LA RUSSA CON SERGIO CONTI, CONDANNATO PER USURA CON L’AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO… LA NOTIZIA E’ CONTENUTA NEL LIBRO “LE MANI SULLA CITTA'” CHE PARLA DELLE INFILTRAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA

Qui di seguito un estratto del libro “Le mani sulla città ” edizione Chiarelletere
Una brutta storia di usura ed estorsioni che ha per protagonista Pepè Onorato, boss della ‘ndrangheta con un lungo curriculum criminale, e che sfiora Ignazio La Russa, allora deputato di Alleanza nazionale, e un suo fedelissimo, Massimo Corsaro, assessore alla Regione Lombardia e poi deputato Pdl.
La Russa e Corsaro sono soci, almeno fino al 2010, di un imprenditore imputato per estorsione e condannato in primo grado: insieme dividono le quote delle società  che controllano due locali di Milano, il Gibson Bar e l’Enoteca Gibson, che si affacciano ai due angoli di via Ristori con via Castel Morrone.
L’imprenditore è Sergio Conti, ex titolare di garage, che nel 2010 è stato condannato in primo grado nel processo «Metallica» a 6 anni di carcere per estorsione, aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso.
Questa storia inizia nei primi anni 2000, quando «il Gibson Bar − come dice in aula il pm Celestina Gravina − diventa il bar di elezione dell’avvocato, ma già  onorevole, Ignazio La Russa, che lo frequentava con il suo entourage».
Il Gibson «diventa un po’ il luogo di ritrovo di An e quindi ci sono feste e bella gente».
Il titolare del Gibson, Daniele Salton, è pieno di debiti ed è in mano agli usurai.
Dopo qualche tentativo di tornare ad avere il controllo della situazione, è costretto ad abbandonare.
Gli subentrano nuovi soci, tra cui Sergio Conti, che entra in confidenza con gli uomini di An che frequentano il locale, tra cui Massimo Corsaro.
Conti chiede a Corsaro di entrare addirittura in società . L’assessore ci sta e coinvolge nell’affare anche l’amico Ignazio La Russa.
Conti vanta un credito di circa 300.000 euro nei confronti del precedente proprietario e dei suoi due soci, Luigi Ciriello e Claudio Motterlini.
Tenta in tutti i modi di recuperare i soldi, ma non ci riesce.
Salton, Ciriello e Motterlini non pagano: sono «i tre che hanno truffato un bar», come li definisce il collaboratore di giustizia che racconta questa brutta storia, Luigi Cicalese.
Allora Conti si rivolge agli specialisti: il boss Pepè Onorato e i suoi uomini.
Per il recupero crediti entra in azione Emilio Capone, un salernitano che tiene molto all’eleganza, insieme ai luogotenenti di Onorato, Antonio Ausilio e Vincenzo Pangallo detto Jimmy.
L’accordo è che la cifra recuperata, come si fa in questi casi, venga divisa a metà : 50 per cento al creditore, Conti, 50 al gruppo di Onorato.
Daniele Salton, terrorizzato, si nasconde e spedisce la famiglia in una località  segreta. Luigi Ciriello, avvicinato dalla banda di Pepè, decide che è meglio pagare e comincia a versare agli «esattori» di Onorato la sua quota (un terzo del debito totale): a rate, il 10 di ogni mese.
In verità , in questa storia, estorti ed estorsori fanno a gara a chi è più «zanza»: Ciriello infila in una rata anche una banconota da 500 euro falsa.
Ma non gli va dritta: gli uomini di Pepè se ne accorgono e lo obbligano a cambiarla con una vera.
Il terzo debitore, Claudio Motterlini, se la cava facendo un bel patto con gli «esattori»: si vende Salton, rivelando dov’è nascosto, in cambio dell’azzeramento della sua parte di debito.
Così, grazie alla spiata di Motterlini, nel 2008 Salton viene scovato.
Dopo qualche trattativa, Conti gli chiede un incontro, che avviene in piazza Napoli, a Milano, davanti al cinema Ducale.
Non proprio un appuntamento tra galantuomini: entrambi arrivano spalleggiati da «amici», Conti si presenta accompagnato dagli uomini dell’Ebony, il quartier generale di Pepè Onorato, che lo rendono molto più convincente.
La storia s’interrompe poco dopo, l’8 luglio 2008, quando gli uomini della Direzione investigativa antimafia guidati dal maggiore Armando Tadini arrestano Pepè Onorato e tutta la sua banda.
Segue il processo «Metallica», in cui anche Conti viene condannato.
La Russa e Corsaro però non si scompongono: restano in società  con Conti, nella Gibson Vini e nella Gibson Immobiliare.

Gianni Barbacetto e Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COSTI DELLA POLITICA: ALLA REGIONE LOMBARDIA LE FERIE ESTIVE DURANO 50 GIORNI

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

DALL’INIZIO DELL’ANNO SI SONO SVOLTE APPENA 16 SEDUTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, ORA SI TORNA IN AULA IL 20 SETTEMBRE… RINVIATE LE COMMISSIONI, LA LEGGE CHE RIDURREBBE DEL 10% LO STIPENDIO RESTA NEI CASSETTI

Avevano promesso che avrebbero ridotto i costi della politica in Regione.
Nell’attesa, gli ottanta consiglieri regionali lombardi, in barba alla crisi, si sono concessi oltre cinquanta giorni di vacanza.
Tanti sono i giorni che passeranno tra l’ultima seduta che si è tenuta prima della pausa estiva e la prossima, che salvo sorprese dovrebbe essere fissata il 20 settembre.
Una vacanza di oltre 50 giorni, dal 29 luglio al 20 settembre, nonostante le sole 16 sedute effettive fatte dall’inizio dell’anno.
E nonostante lo stipendio che oscilla tra gli otto e i diecimila euro mensili.
Anche le riunioni delle commissioni, che dovevano iniziare già  questa settimana, sono state rinviate alla prossima.
Un record che arriva dopo la pausa forzata di ben settanta giorni tra il 19 aprile e il 28 giugno, in concomitanza con una campagna elettorale, quella per Palazzo Marino, che con il Pirellone non aveva nulla a che fare.
Nel 2010 era andata allo stesso modo, ma almeno, allora, c’era stata la giustificazione della corsa per il Pirellone.
Nel frattempo dal mese di luglio giacciono in attesa di essere discussi ben tre progetti di legge che prevedono, tra l’altro, la riduzione del 10 per cento degli stipendi del consiglieri, l’abolizione dell’assegno vitalizio per gli ex consiglieri, il taglio del dieci per cento delle spese per la comunicazione dell’ufficio di presidenza, degli assessorati e dei singoli gruppi rappresentati nell’aula.
Piovuti dal cielo dopo l’approvazione all’unanimità  di una mozione presentata da Italia dei valori che chiedeva, tassativamente, di tagliare i costi della politica regionale entro quest’anno.
Mentre il governatore Roberto Formigoni, nel frattempo, aveva promesso addirittura di ridurre le spese della sua giunta, ridurre il numero delle Regioni, accorpare i Comuni più piccoli e perfino le Asl della Lombardia.
La nuova legge regionale sui costi della politica deve essere approvata entro ottobre.

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