Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile
COME AVEVAMO PREVISTO: L’AUTORE DEL MANIFESTO “FUORI LE BR DALLE PROCURE” DOPO AVER SCRITTO A NAPOLITANO CHE SI SAREBBE RITIRATO DALLA LISTA PDL DELLA MORATTI, HA GIA’ CAMBIATO IDEA… ORA E’ CHIARO CHI E’ IL MANDANTE DEL KILLERAGGIO E CHI SONO I SUOI COMPLICI
“Io voto Moratti e Lassini” è lo slogan della campagna con cui il Giornale dei Berlusconi invita il Pdl a ricompattarsi in vista delle comunali, dopo il bisticcio fra sindaco e vertici del partito sui poster “via le Br dalle Procure”.
Ma soprattutto è lo stesso Roberto Lassini, a “Porta a porta”, a rivelare di aver ricevuto una telefonata da Silvio Berlusconi nella quale il premier gli ha espresso la sua solidarietà .
Una cosa ripugnante: un presidente del Consiglio che solidarizza con un diffamatore e un istigatore all’odio verso la magistratura.
Attorno al 45enne avvocato di Turbigo, indagato per vilipendio per la campagna di affissioni anti-toghe e candidato per il Pdl, si sta insomma creando un vero e proprio movimento, che ora gode della benedizione del presidente del Consiglio in prima persona.
Il “partito Lassini”, nato all’ombra del silenzio del premier sul caso, ha fra gli attivisti Daniela Santanchè, che Lassini lo ha anche invitato a casa, e Tiziana Maiolo, anti-giudici da sempre e nemica della Moratti.
Ha l’appoggio del parlamentare Giorgio Stracquadanio, che si tiene un passo indietro, e conta su agguerriti consiglieri di zona che corrono a iscriversi alla ‘Associazione dalla parte della democrazia’ che Lassini presiede.
Tutti pronti ad aiutare l’uomo che ha paragonato i magistrati ai brigatisti.
Il movimento è pronto a dirottare l’attesa valanga di preferenze su Lassini e sul capolista Silvio Berlusconi che, peraltro, parlando di “brigatismo giudiziario” ha ispirato i manifesti che hanno indignato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Il sindaco Letizia Moratti, che si dichiara “incompatibile con Lassini”, ha tentato la pace con il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani, padrino politico di Lassini e pontiere fra il partito e il movimento anti-giudici.
È lui che arringa la folla dei manifestanti pro-Silvio che si raduna a palazzo di giustizia a ogni udienza di processi in cui sia indagato il premier.
In 20 minuti di faccia a faccia Mantovani ha assicurato che Lassini, qualora dovesse essere comunque eletto, non metterà piede in consiglio comunale.
Ma dopo un’ora l’interessato ha chiarito: “Non dico se rinuncerò o meno, si rispetterà la volontà dei milanesi”.
Più chiara ancora la Maiolo: “Lasciare dopo l’elezione è assurdo”.
La Santanchè ripete che lei sta “con Lassini contro i giudici politicizzati”.
A Stracquadanio toccherà il compito di mettere in pratica, assieme alla parlamentare pdl Paola Frassinetti, l’ultima delle promesse fatte dal partito alla Moratti: provare fino all’ultimo a sfilare il candidato dalla lista.
Oggi i due, in qualità di fiduciari e garanti delle 1.400 firme che accompagnano la lista, chiederanno agli uffici elettorali un’ultima verifica sulla possibilità di ritirare la candidatura.
Ma sanno tutti che è solo una sceneggiata, in quanto è impossibile, sono fuori tempo massimo.
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
D’ALTRONDE LASSINI NON AVEVA CHE RIPETUTO IL CONCETTO DI “BRIGATISMO GIUDIZIARIO” A LUI CARO, DIVENTANDO DI FATTO IL SUO MANDANTE MORALE… BOSSI AVVERTE: “TROPPI ERRORI, COSI’ IL GOVERNO CADE”
“Quel Lassini avrebbe fatto bene a non dimettersi, fosse dipeso da me…”. 
Chi entra ed esce da Palazzo Grazioli e ascolta il presidente del Consiglio ringrazia il cielo che non ripeta in pubblico cosa ne pensi di tutta questa storia. Dei manifesti di Milano.
Di chi lo difende “e finisce sulla graticola”.
E del monito senza precedenti del presidente della Repubblica Napolitano.
Ecco, non è un caso se su quella lettera dai toni assai ultimativi il Cavaliere ha fatto calare una cappa di silenzio, fanno notare i più fidati consiglieri.
“Il capo dello Stato è stato prontissimo a bollare come ignobile provocazione i manifesti sulla procura – tuona Berlusconi al cospetto di ministri e avvocati – ma nessuno si è sognato di intervenire o di aprire un’indagine su Asor Rosa che ha progettato un golpe sulla prima pagina di un giornale”.
D’altronde, per capire gli umori di Palazzo Chigi è bastato ascoltare i toni della filippica di Giuliano Ferrara a “Radio Londra” ieri sera, dedicata al “gentile presidente della Repubblica: lei non può ignorare…” e giù con “golpe”, “eversori” e tutto l’armamentario antigiudici già sfoderato dal premier nel week end.
Ha evitato di aggiungere dell’altro, il Cavaliere.
Ma certo non si pente di quanto detto.
Eppure, ieri per la prima volta la Lega ha preso pubblicamente le distanze su questo modo di gestire i rapporti col Quirinale ma soprattutto sulla piega che ha preso la campagna elettorale a Milano.
Lo ha fatto, con l’apprezzamento del capogruppo Marco Reguzzoni alle parole di Napolitano.
Bossi non vede nè sente Berlusconi da parecchi giorni. Le cose a sentire il Senatur non vanno come dovrebbero.
La decisione del premier di investire tutta la campagna milanese sul nodo giustizia e sui processi personali dell’imputato Berlusconi non piace affatto in via Bellerio.
Oltre a essere considerato un rischio, alla luce dei sondaggi che non offrono alcuna garanzia di un successo della Moratti.
Bossi ai suoi lo ripete con tono grave da qualche giorno: “Se vince Pisapia a Milano, noi apriamo la crisi”.
E il Carroccio è già in stato d’allerta.
La parola d’ordine in campagna elettorale intanto è distinguersi dai berlusconiani. Nei toni ma anche nei contenuti.
“Noi la imposteremo su altre basi, la giustizia non sarà il nostro traino” dice chiaro Reguzzoni in Transatlantico.
Su quella linea, come dire, loro non ci stanno.
Di più.
È stato proprio su input dei leghisti che ieri, durante il vertice di maggioranza tra capigruppo e Guardasigilli Alfano a Montecitorio, è stato messo nero su bianco l’impegno di portare avanti la riforma della giustizia nel suo complesso, assieme alle legge che stanno più a cuore al premier.
Norme ad personam sì, ma dentro una cornice più “presentabile” per gli elettori leghisti.
Berlusconi va per la sua strada, consapevole anche lui di giocarsi tutta la partita delle amministrative a Milano.
È lì che sta spendendo d’altronde la sua “faccia”, come ama dire.
Alle amministrative del 2006 il centrosinistra ha conquistato 27 centri, dopo cinque anni – stando ai suoi calcoli – ne confermerebbe non più di 15.
Numeri alla mano, dunque, il premier potrà comunque dire di aver vinto.
Ma se perderà nell’unica piazza in cui è “sceso in campo” da capolista, se anche dovesse andare al ballottaggio la Moratti, questo segnerebbe l’inizio del suo declino anche elettorale.
Con l’alleato più fedele pronto a presentare il conto.
“Sarebbe – ammonisce il Senatur – la fine del berlusconismo”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELLA BONINO E DI PANNELLA ERA STATO ESCLUSO PER LE FIRME INSUFFICIENTI… 800 LE FIRME FALSE SULLE 3.500 NECESSARIE PER PRESENTARE LA LISTA… CHIESTA LA DECADENZA DI TUTTI I CONSIGLIERI, DECIDERA’ A MAGGIO IL CONSIGLIO DI STATO
Ottocento firme false e 14 indagati tra consiglieri e sindaci del Popolo delle Libertà . Il
tutto per portare Roberto Formigoni al vertice della Regione Lombardia, per la quarta volta.
L’inchiesta del procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha smascherato il gigantesco raggiro interrogando uno per uno i firmatari “dubbi” della “Lista Formigoni per la Lombardia”.
E uno dopo l’altro hanno messo a verbale davanti ai carabinieri che quella firma non è la loro.
Ne servivano almeno 3.500 per accedere alle elezioni, ne sono state raccolte oltre 3600, ma quasi 800 sono risultate false.
Nel registro degli indagati sono finiti alcuni consiglieri provinciali di Milano (Massimo Turci, Barbara Calzavara, Nicolò Mardegan e Marco Martino), insieme a quelli di altre province lombarde, nonchè sindaci e consiglieri eletti nel Pdl, tutti pronti a convalidare il falso in nome della ragione di partito.
Alcuni più solerti di altri sono arrivati a convalidare da soli oltre cento firme.
La procura contesta loro l’articolo 479 del Codice penale: «Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici», un reato che prevede pene da tre a dieci anni. Come viene spiegato nell’invito a comparire notificato agli indagati, i consiglieri avrebbero agito «in concorso con altre persone allo stato non identificate».
Gli inquirenti stanno cercando di individuare chi materialmente ha trascritto le firme, poi autenticate dai consiglieri.
Per i falsi firmatari è ipotizzabile l’accusa di falso materiale mentre i consiglieri sono accusati di falso ideologico.
Gli accertamenti eseguiti dalla procura di Milano potranno essere disponibili per un eventuale utilizzo in sedi amministrative o civili per chiedere la verifica della regolarità delle elezioni, ma solo quando il fascicolo penale verrà chiuso. Serviranno soprattutto ai Radicali (estromessi dalle Regionali per non aver raggiunto il numero sufficiente di firme) che presentarono fin da subito ricorso in Tribunale.
Presto, il 17 maggio prossimo, il Consiglio di Stato dovrà valutare un ricorso presentato dal partito, nel quale si chiede la decadenza di tutti i consiglieri regionali eletti in Lombardia, proprio sulla base della falsità delle firme. «Formigoni chieda scusa ai cittadini ai quali ha mentito e ancor più a quelli a cui è stata falsificata la firma», è l’invito che ieri il radicale Marco Cappato ha rivolto al governatore della Lombardia.
«La giustizia faccia il suo corso, sperando che non intervenga una leggina ad hoc per sanare la falsità materiale e ideologica commessa. Ma se i magistrati sostengono che quella lista è stata presentata in modo errato vuol dire che anche la candidatura non è stata presentata in modo corretto e quindi deve essere ripetuta dichiarandone la decadenza», ha aggiunto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.
Guido Podestà , all’epoca coordinatore regionale del Pdl, che nei giorni scorsi aveva scaricato ogni responsabilità sulle spalle di una segretaria della sede del partito, ieri ha bollato come «balla stratosferica» la notizia secondo cui il rifacimento in extremis del listino fosse dovuto all’inserimento di Nicole Minetti. Ma tra le varie anime del Pdl milanese è già guerra tutti contro tutti, alla vigilia delle Comunali nelle quali Letizia Moratti rischia la poltrona di sindaco.
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
PARLA IL CANDIDATO DEL PDL AL COMUNE DI MILANO, INDAGATO PER I MANIFESTI “FUORI LE BR DALLE PROCURE”…INVITATO UFFICIALMENTE A RITIRARE LA PROPRIA CANDIDATURA, DISPONE DI “VALIDI ARGOMENTI” PER NON FARLO…LA FOTO CON GHEDINI
Roberto Lassini, presidente dell’associazione che ha ideato i manifesti “via le Br dalle procure”, come reagisce al fatto che il Pdl le ha chiesto di non presentarsi alle elezioni comunali a Milano?
Mario Mantovani, coordinatore del partito in Lombardia, è un vecchio democristiano come me. Mi ha solo chiesto di “fare un passo indietro”, e può significare molte cose.
Per la verità il messaggio pare chiaro.
Sono pronto a resistere. E se mi arrabbio ho tanto da raccontare.
Suona come una minaccia…
Semplicemente, non voglio fare da capro espiatorio. Mi escludono perchè sono indagato per un presunto reato di opinione, mentre in Parlamento ci sono ladri condannati. Non parlo solo del Pdl, ma di tutti i partiti. Io sono stato assolto dopo cinque anni di processo ai tempi di Mani Pulite e vengo messo alla gogna.
A stigmatizzare i manifesti è stato anche il presidente Napolitano: non pensa di avere esagerato con quello slogan?
Mi sono assunto la responsabilità di quanto fatto dai militanti della “Associazione dalla parte della democrazia”. Quello slogan è forte, è vero, ma riprende quanto detto da Silvio Berlusconi sul “brigatismo giudiziario” di certi magistrati.
L’azienda che avrebbe attaccato i manifesti dice che era lei a pagare le affissioni, almeno per una prima serie di poster a fondo azzurro. È così?
È corretto.
Lei conosce Silvio Berlusconi?
Gli ho stretto la mano a un pranzo elettorale. Tutto qui.
È vero che lei era sindaco di Turbigo quando ha conosciuto Mantovani, come lui ha raccontato in un’intervista?
Siamo amici di famiglia, ci conosciamo da una vita. E abbiamo una comune storia politica nella Dc. Io ho seguito le evoluzioni del partito, oggi sono consigliere a Turbigo eletto con l’Udc.
È stato Mantovani a chiederle di entrare nella lista del Pdl a Milano?
Mi sono proposto io e lui mi ha sostenuto.
Quando è successo?
Le rispondo da democristiano: in tempi utili.
A Turbigo si dice che lei sia l’avvocato di Mantovani. È vero?
No. L’anno scorso lui mi ha procurato un paio di piccoli lavori come legale per il Comune di Arconate, di cui è sindaco. Roba da mille euro a causa. È stato un gesto da amico, ne avevo bisogno, non sono milionario e ho anche debiti.
Lei è comparso vicino a Mantovani in una manifestazione “anti-pm” a Palazzo di giustizia. Il coordinatore ha avuto un ruolo anche nella contestata campagna di affissioni?
Non parlo dei manifesti, c’è un’indagine in corso. E ripeto: è l’iniziativa di alcuni militanti della mia associazione.
Perchè i file dei primi manifesti, a tema “Silvio resisti”, sono sul blog del coordinatore della campagna elettorale del Pdl?
Non parlo dei manifesti, c’è un’indagine in corso.
Qual è il suo sentimento in questi giorni di bufera?
Mi spiace che la Moratti mi abbia chiesto di uscire dalla lista, questo è ovvio. Ma non ho nulla contro il sindaco nè contro il partito. Rivendico solo il mio diritto di opinione».
Franco Vanni
(da “La Repubblica“)
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
SI CHIAMA ROBERTO LUSSINI, CANDIDATO PDL ALLE COMUNALI, EX DC, CHE NEL 1993 SI FECE 45 GIORNI DI CARCERE PER POI ESSERE ASSOLTO…SI AUTOACCUSA IN UNA INTERVISTA A “IL GIORNALE”: HA ATTESO 18 ANNI PER MANIFESTARE IL SUO DISSENSO? O VUOLE SOLO COPRIRE QUALCUNO PIU’ IN ALTO?…HANNO TROVATO IL “MARTIRE” ADATTO, INFATTI LO LASCIANO PURE NELLA LISTA DELLA MORATTI
Mentre a Roma il premier paragona la magistratura a una “associazione per delinquere a fini eversivi”, a Milano la Digos si avvicina al committente dei manifesti apparsi ieri nel capoluogo lombardo, in cui i magistrati vengono accostati alle Br.
E come spunta il primo indagato, tempestivamente e stranamente Il Giornale “smaschera” il presunto autore dell’iniziativa: Roberto Lassini che si prende tutta la responsabilità dell’iniziativa: “Solo una provocazione dice”.
E il coordinatore lombardo del Pdl, Mario Mantovani, conferma la fiducia in Lassini: “Rimarrà in lista, giudicheranno gli elettori”.
Lo stesso Mantovani che ieri aveva minimizzato sul testo dei manifesti. “Io non ne so nulla, non li ho neanche visti. Non c’entrano niente con noi. Le Br? Saranno le ‘brutte racchie’”, aveva detto.
Ma la vicenda non si chiuderà così semplicemente.
C’è un’inchiesta per vilipendio dell’ordine giudiziario in cui già una persona appare iscritta tra gli indagati.
Ieri la Digos dopo aver individuato il tipografo dei manifesti, gli agenti sono risaliti alle società che ne curano la distribuzione e l’affissione: quattro dipendenti sono stati ascoltati, per capire chi ci sia dietro alla firma ‘Associazione dalla parte della Democrazia’.
All’interno di due magazzini perquisiti, gli uomini della Digos hanno trovato e sequestrato i manifesti su cui campeggia in bianco, su sfondo rosso, la scritta ‘Via le Br dalle procure’, insieme ad altri firmati allo stesso modo.
Già a febbraio, la stessa sigla aveva distribuito in città dei grandi cartelloni con la scritta ‘La sovranità popolare è sacra! Silvio resisti, salva la democrazia” o ancora ‘La giustizia politica uccide la libertà . Volete cacciare Berlusconi? Prima vincete le elezioni’.
Stamani dalle pagine de Il Giornale è arrivata la strana autodenuncia di Lassini.
“Via le br dalle procure? Uno slogan esagerato, senza intenzioni offensive”, ha detto definendosi l’autore dei manifesti.
Ex sindaco dc, in carcere per 42 giorni nel ’93 e assolto con formula piena dopo 5 anni di processi.
Una storia personale che gli fa sentire vicina la battaglia di Berlusconi sulla giustizia, dice, ed è “per dare manforte al premier” che è stata creata, due mesi fa, l’associazione “Dalla parte della democrazia” della quale lui è il presidente.
I manifesti, allora: “E’ stata una provocazione. Esagerata ma tale. Sono certo che l’obiettivo non fosse mancare di rispetto alle vittime del terrorismo”.
Ora Lassini è candidato Pdl a Milano. E rimarrà tale.
“Sceglieranno i milanesi — ha detto Mantovani -se sia opportuno o meno votare e far eleggere Lassini. La sua mi sembra una provocazione forse eccessiva, ma leggendo le sue parole sul Giornale di questa mattina ho apprezzato il suo rispetto per la buona magistratura”, ha detto il coordinatore regionale del Pdl.
”Noi condanniamo la lotta armata — ha aggiunto Mantovani — ma la lotta a colpi di avvisi di garanzia e di manette che certa magistratura utilizza non è certo da esaltare”.
E Letizia Moratti bolla i manifesti come “una azione da condannare, sono sicura che il partito stigmatizzerà questa azione”.
Ma certo non chiede che Lassini ritiri la sua candidatura, nonostante sia in una lista che fa riferimento a lei.
Secca, invece, la bocciatura da parte di Maurizio Lupi. “Il manifesto affisso a Milano ha la ferma condanna mia personale, del partito nazionale e locale. Non c’è giustificazione nè legittimazione”, ha detto il vicepresidente della Camera.
Alla kermesse è presente anche Roberto Lassini, ideatore dei cartelli in cui si chiede di mettere fuori da palazzo di Giustizia le Br.
Lassini è infatti nella lista del Pdl alle comunali di Milano, una presenza su cui “valuteremo” ha spiegato Lupi.
“Le lista sono depositate — ha sottolineato — ma ci può essere un gesto personale. Può chiedere scusa, oppure ci può essere una autosospensione. Altrimenti valuteremo”
Qualcosa non quadra in questa ricostruzione de “il Giornale”.
In primo luogo i manifesti sono stati commissionati da una presunta associazione e non da un singolo personaggio e fanno parte di una catena di manifesti con la stessa firma e gli stessi caratteri che sono stati affissi nelle precedenti settimane.
Non si tratta quindi di manifesti abusivi, in quanto sono stati attaccati negli spazi del Pdl e dei suoi fiancheggiatori: infatti non sono stati rimossi a seguito di denuncia del Pdl, mai pervenuta.
Mentre si dava per imminente l’emissione di quattro avvisi di garanzia, ecco spuntare Lassini che si autoaccusa, non alla Digos, ma a Sallusti.
Con una classica storia personale di “perseguitato dalla giustizia” capace di commuovere i cuori dei berluscones e giustificarne ogni azione delittuosa.
Un martire, un prigioniero politico, un uomo di cui non vergognarsi nel candidarlo a Palazzo Marino.
Il tutto mentre molti media stavano invece collegando i manifesti, come mandante, all’on. Palmieri, responsabile Pdl per internet, sul cui sito erano stati ospitati i precedenti manifesti della associazione.
Un uomo politico che da 18 anni organizza le campagne elettorali per Berlusconi, tanto per capirci.
In ogni caso aspettiamo i risultati delle indagini della Digos e della Magistratura: valgono qualcosa in più di quelle di Salllusti.
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
A MILANO MALATI DI MENTE HANNO AFFISSO MANIFESTI “VIA LE BR DALLE PROCURE”…SONO FIRMATI DALL’ASSOCIAZIONE “DALLA PARTE DELLA DEMOCRAZIA”, VICINA AL PREMIER… IL PROCURATORE INDIGNATO: “LE BR CI SONO STATE DAVVERO, MA PER ASSASSINARE I MAGISTRATI”… ORMAI LE MALEODORANTI FOGNE PIDIELLINE SONO A CIELO APERTO
Venerdì mattina a Milano, negli spazi riservati alla propaganda elettorale, è stato
affisso un manifesto che recita «Via le Br dalle Procure».
I manifesti, rossi con scritte bianche, recano la firma «Associazione dalla parte della democrazia», la stessa associazione priva di un sito Internet e di qualunque riferimento che ha firmato in passato una serie di manifesti pro-Berlusconi apparsi a Milano.
Il fatto ha provocato l’indignazione del Procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati: «Rammento che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati», è il suo commento.
«Nei giorni scorsi – si legge nella nota firmata dal Procuratore della Repubblica di Milano – nella città di Milano sono stati affissi, negli spazi riservati alla propaganda elettorale, vistosi manifesti su fondo rosso a firma “Associazione dalla parte della democrazia” con espressioni critiche nei confronti della magistratura».
Oggi, prosegue la nota, «sempre negli spazi riservati alla propaganda elettorale, è stato affisso» sempre a firma della stessa associazione «questo manifesto “Via le Br dalle procure”».
Bruti Liberati risponde rammentando «che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati».
Il procuratore ha allegato al suo comunicato anche la fotocopia di una foto del manifesto attaccato a un cartellone.
Anche se la fantomatica «Associazione dalla parte della democrazia» non ha un suo sito Internet, esiste però una pagina Facebook dalla quale è possibile scaricarle i manifesti: www.governoberlusconi.it.
E la pagina fa riferimento, come autore, al blog www.ilquadernoazzurro.info, opera del deputato Pdl Antonio Palmieri, che si occupa della comunicazione su Internet per il premier.
Sulla pagina Facebook appaiono, nella sezione «manifesti e banner», diversi manifesti contro i magistrati: «La giustizia politica uccide la libertà », «Riformare la giustizia è bene per tutti» e diversi altri.
Ormai la maleodorante fogna pidiellina è a cielo aperto: o si emana un trattamento sanitario obbligatorio o si fa accomodare qualcuno a San Vittore.
La misura è colma.
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO MESI DI CAMPAGNA ACQUISTI LA MAGGIORANZA E’ SEMPRE FERMA A 314 VOTI, INVECE DEI 316 NECESSARI E DEI 330 ANNUNCIATI… ORA SARANNO IMPORTANTI LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DOVE IL CASTELLO DI CARTA DEL PREMIER POTREBBE CROLLARE
Era il 14 dicembre 2010: viene votata la sfiducia al governo. 
Votano a favore della maggioranza in 314, contro in 311.
Nei giorni precedenti si era assistito a uno squallido mercato di compravendita di voti in Parlamento per permettere al premier di non dover presentarsi in tribunale senza più immunità .
Non a caso i provvedimenti in tema di giustizia nei mesi seguenti sono stati tutti caratterizzati dall’obiettivo di assicurarsi l’immunità giudiziaria, nel caso qualcuno avesse avuto dei dubbi.
Nasce il governo Berlusconi-Scilipoti & soci, ma il premier annuncia da subito che “altri seguiranno, saremo in 330, Fli si sfascerà , c’è la ressa per rientrare nel Pdl”.
Lasciamo parlare i fatti.
26 gennaio, sfiducia a Bondi, maggioranza prende 314 voti
13 febbraio, caso Ruby, maggioranza sale a 315 voti
25 febbraio, fiducia sul Milleproroghe: maggioranza scende a 309 voti
2 marzo, federalismo municipale, maggioranza risale a 314 voti
24 marzo, risoluzione sulla Libia, maggioranza riscende a 300 voti
5 aprile, conflitto di attribuzione, maggioranza risale a 314 voti
13 aprile, processo breve, maggioranza ferma a 314 voti
In pratica da dicembre il governo non ha mai raggiunto, su un provvedimento, la maggioranza richiesta di 316 deputati su 630.
Nonostante i tentativi vergognosi di comprare deputati con promesse, posti di governo e di sottogoverno, garanzia di ricandidature.
Nulla, da quota 314 Silvio non si è smosso.
E quella quota la raggiunge solo con tutti i ministri precettati e presenti in Aula, senza missioni, malattie e impegni vari.
Cosa che può sostenere solo programmando le votazioni, non certo nel normale iter parlamentare dove andrebbe spesso sotto.
Per questo il Parlamento è fermo, per non correre rischi.
Ma questa era solo la doverosa premessa, peraltro necessaria per rendere evidente il bluff permanente del premier.
Da qui discende in molti la domanda: ma questo governo resisterà fino a fine legislatura?
Il premier è intanto finora riuscito a distribuire pochi posti di governo e, avendone altri a disposizione, ha giocato con gli “aspiranti” a nascondino, trattenendoli sulle spine.
Non potevano così non sostenerlo, confidando nella mancia promessa.
Ora che dovrà accogliere le loro richieste, è chiaro che qualche scontento emergerà .
Ma più di questo aspetto, conterà l’esito “fuori dal Palazzo” ovvero il consenso elettorale.
Se venisse meno questo, il Pdl imploderà da sè.
Sono quindi fondamentali gli esiti delle elezioni amministrative tra un mese: dovesse cadere la Moratti a Milano, tanto per capirci, e il Pdl perdesse ovunque diversi punti in percentuale, va da sè che i “riposizionamenti interni” porterebbero sull’orlo della crisi.
E qualcuno comincerebbe a guardare ad un’alternativa per non essere tagliato fuori dai giochi futuri.
In conclusione avere la maggioranza risicata in Parlamento può fare sopravvivere, ma non averla nel Paese porta solo ai funerali di Stato.
E allora neanche l’agopuntura di Scilipoti può fare miracoli.
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Aprile 12th, 2011 Riccardo Fucile
MAL SOPPORTATO DAI GENERALI COSI’ COME PERALTRO IN PASSATO DAI MILITANTI MISSINI, PER GLI AMERICANI E’ SOLO UN “GRAN CHIACCHIERONE”…L’ASSE STORICO DELLA SUA FAMIGLIA CON IL COSTRUTTORE LIGRESTI, IL CLAN MILANESE, I PARENTI PIAZZATI OVUNQUE
Il giorno del primo attacco alla Libia, Ignazio La Russa sembrava Atlas Ufo Robot: come il
Goldrake dei cartoni animati urlava in diretta tv nomi di armi portentose per scacciare Gheddafi.
Poi la mattina dopo si è presentato ad annunciare che i nostri stormi avevano neutralizzato le difese di Tripoli.
In realtà l’unico ad essere abbattutto è stato il pilota dell’Aeronautica che ha professionalmente spiegato i fatti: non era stato lanciato alcun missile.
Lo hanno mandato via a velocità supersonica, per evitare che i sogni fantabellici di Ignazio ministro d’acciaio venissero spazzati via.
Ma chi negli Stati Maggiori deve convivere con La Russa ormai è alla disperazione, costretto a fare i conti con proclami in libertà , iniziative pasticciate e una profonda ignoranza per le questioni militari.
Ama le parate, le tute mimetiche, i voli dannunziani ma si annoia nei vertici operativi e mostra insofferenza per i summit internazionali, aspettando solo il coffee break per mettersi a fumare e incollarsi al cellulare per parlare del partito.
Eppure La Russa si era imposto come l’unico titolare della Difesa con un trascorso da ufficiale.
Per l’insediamento avevano pensato di diffondere il suo stato di servizio in pompa magna, poi quando hanno recuperato il fascicolo si è deciso che era meglio riseppellirlo negli archivi.
“Diciamo che aveva servito la patria poco e male…”, sussurrano nel palazzone di via XX settembre.
Un documento top secret, in cui lo si vede recluta nella scuola di Ascoli, dove gli istruttori faticano a metterlo in riga: “Sono entrato un po’ disordinato ma mano mano ho acquisito una consapevolezza nuova”.
Quindi lo mandano a Genova e di corsa lo avvicinano a Milano, dislocandolo a Bergamo.
Ma nella caserma Montelungo lo vedono poco, tra permessi a casa e un addio alle armi molto rapido.
La voce sul servizio militare “agevolato” del ministro della Difesa viene raccolta anche da uno che lo aveva conosciuto e frequentato parecchio, Tomaso Staiti di Cuddia, missino della prima ora, consigliere comunale a Milano nei caldi anni Settanta, deputato per tre legislature, oggi aderente a Futuro e Libertà : “Quando l’ho visto in televisione parlare dei Tornado mi è venuto in mente del suo congedo anticipato, ho chiesto a un amico e me lo ha confermato”.
Forse è nel suo plotone missilistico che La Russa ha imparato a spararle grosse perchè – come rivela un cablo di WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva – nel 2008 agli emissari del governo americano ha detto “di avere svolto il breve servizio militare nei paracadutisti della Folgore e che per questo aveva cercato l’incarico di ministro della Difesa”.
Quel file riservato del 23 maggio 2008 descrive il primo incontro tra un rappresentante di Washington e il politico prossimo alla nomina nel governo Berlusconi.
Le sue priorità ? Tutte rimaste sulla carta, tranne un capriccio che gli sta particolarmente a cuore: la mini-naja “per diffondere un senso di orgoglio civico”.
Come? “D’estate le caserme devono aprire le porte ai giovani per trenta giorni. Lui spera che questo spinga alcuni verso la carriera militare ma diffonda anche un senso di identità nazionale e di servizio al Paese. Ha detto che il programma può indirettamente contribuire per combattere la microdelinquenza e il consumo di droga tra i ragazzi”.
La sua biografia trasmessa a Washington recita: “E’ un gran chiacchierone (talkative), energetico e ama fare battute per illustrare il suo punto di vista. E’ una personalità teatrale (flamboyant) e ammette apertamente che gli piace stare sotto i riflettori”.
La Russa racconta che già nel 2001 Berlusconi gli aveva offerto una poltrona ma lui aveva preferito restare alla guida del gruppo parlamentare di An: “Io sono innamorato della politica. Mi sono divertito all’opposizione ed è stato estremamente gratificante mettere in luce le debolezze del governo”.
Agli americani Ignazio promette che sui piani per l’espansione delle loro basi “non ci sarà da preoccuparsi” e si “descrive letteralmente come filostatunitense. Fa risalire il suo coinvolgimento nel movimento giovanile dell’Msi negli anni ’60 come un esempio dei suoi sentimenti filoamericani. Dice che il movimento era diviso in due: chi stava con i palestinesi e chi stava con gli Usa (e con Israele). Lui sostiene di essere stato un esponente di punta dei secondi”.
La carriera politica di La Russa, all’apice tra la responsabilità di un ministero e la cogestione della segreteria Pdl, in questi giorni ha raccolto frutti abbondanti anche con le nomine pubbliche.
Se alla Terna resta Flavio Cattaneo, da sempre considerato in buoni rapporti con lui (quando l’Inter gioca in trasferta loro due vanno a vedere la partita da Ligresti), due nuovi ingressi sono nel segno del ministro: Giovanni Catanzaro, già manager del gruppo Ligresti e presidente della Consip è entrato nel consiglio Finmeccanica, mentre Roberto Petri debutta all’Eni.
Peccato che martedì il ministro abbia dovuto prendersi una censura dalla Camera per il “vaffa” al presidente Fini (che gli rispose “deve essere curato”, con un’allusione a un vizietto del quale si chiacchiera molto a Roma e Milano).
Che la sua sia una condotta spesso sopra le righe lo dimostra anche da giovane militante, quando la sua scalata nel Msi si interrompe bruscamente nell’aprile 1973.
Lui ha 25 anni, barba e capelli lunghi, è il leader cittadino del Fronte della Gioventù e organizza un corteo non autorizzato che finisce con l’uccisione dell’agente Marino colpito da una bomba a mano: è la scena con cui si apre “Sbatti il mostro in prima pagina”, film girato in quei giorni da Marco Bellocchio.
Giorgio Almirante, che già ama poco quel leaderino troppo esagitato, scioglie la federazione di Milano e La Russa sparisce per una decina d’anni.
Riappare alle elezioni regionali del 1985.
Con una curiosa coincidenza temporale, ricorda Staiti di Cuddia, 79 anni, che all’epoca aveva pessimi rapporti con Fini e oggi sostiene alle amministrative milanesi la futurista Barbara Ciabò: “Raffaella Stramandinoli, già coniugata De Medici e poi diventata donna Assunta Almirante, aveva un figlio reduce da qualche difficoltà economica e in quel periodo riuscì a trovargli un’agenzia della Sai a Roma. Il merito fu naturalmente di Antonino La Russa, grande amico (direi quasi padrone) di Salvatore Ligresti”.
Da quel momento tutto si rappacificò e Ignazio fu messo capolista scavalcando l’uscente Benito Bollati “obbedendo al principio della famiglia”, aggiunge Staiti, “che non è importante partecipare, ma vincere. Ancora prima che il Comitato centrale del partito avesse formalizzato la candidatura, Milano era tappezzata di 100 mila manifesti con scritto Ignazio La Russa. E la campagna la diresse il padre”.
L’asse storico La Russa-Ligresti nasce dalla parentela con Michelangelo Virgillito, cognato del vecchio La Russa.
Tutti sono di Paternò, nel catanese. Virgillito arriva a Milano nel 1921. Si dà molto da fare anche se con alterne fortune tra immobili, cinema e finanza. Con l’aiuto di La Russa conquista la Lanerossi e poi la Liquigas che gira al suo delfino Raffaele Ursini, ma dopo qualche anno entra in gioco alla grande Salvatore Ligresti.
Ben tre generazioni di La Russa si sono intrecciate con gli affari dell’Ingegnere.
Capostipite a parte, è coinvolto in primo luogo il figlio Vincenzo, fratello maggiore di Ignazio, già deputato e senatore democristiano e autore di tre biografie da Almirante a Scelba e Fanfani, avvocato civilista, consigliere di amministrazione della Fondiaria Sai e da un anno della Metropolitana milanese.
Ora c’è in pista anche Geronimo, uno dei tre figli di Ignazio, consigliere Premafin, di alcune collegate e della Gilli, l’azienda del lusso di Giulia Ligresti. Da poco è anche vicepresidente dell’Aci di Milano.
Il terzo fratello, Romano, è assessore lombardo alla Protezione civile.
Ma l’allargamento a macchia d’olio del clan familiare va oltre.
Marco Osnato ha sposato Maria Cristina “Cri Cri” La Russa, figlia di Romano, ed è il coordinatore vicario del Pdl milanese, nonchè consigliere comunale e dirigente dell’Aler, l’ex istituto delle case popolari.
Osnato è tra i soci fondatori, assieme al suocero, di “Fare Occidente”, associazione culturale di ex aennini che ha conquistato un po’ di notorietà quando in gennaio alcuni militanti hanno oscurato un cartellone in difesa del made in Italy sul quale è raffigurato Gesù in croce.
Altri due larussiani doc sono il vicesindaco De Corato e l’emergente Marco Clemente.
Il primo, veterano del consiglio comunale, fu reclutato da Ignazio in Regione Lombardia (“Faceva anche il baby sitter di suo figlio Geronimo” ironizza Staiti) e si ricandida alle amministrative del 15 maggio, numero due dietro Berlusconi.
Il “clan di Paternò” cresce. Negli affari nazionali e locali.
E non sarà certo una censura alla Camera a fermare la lunga marcia su Roma.
Gianluca Di Feo e Claudio Lindner
(da “L’Espresso“)
argomento: Costume, denuncia, Esteri, Europa, governo, la casta, Milano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA GIOVANE CONSIGLIERA DI CIRCOSCRIZIONE DEL PDL CHE HA RACCOLTO LE FIRME ANTI-MINETTI A MILANO SI SCHIERA CON FUTURO E LIBERTA’…”NELLA VITA CONTANO I VALORI” E SCEGLIE I VERSI DI FABRIZIO DE ANDRE’: “LE ACCIUGHE SONO LE PERSONE ONESTE CHE SI DIFENDONO DAL PESCECANE DELLA CORRUZIONE E DEL CLIENTELISMO”
“Le acciughe fan pallone…e sotto c’è l’ala lunga, se non butti giù la rete non ne prendi neanche
una…”.
Ha scelto i versi di Fabrizio De Andrè Sara Giudice per presentare la sua candidatura per il Nuovo Polo per Milano, una candidatura che arriva dopo una scelta coraggiosa e provocatoria: raccogliere firme contro la consigliera regionale Nicole Minetti, candidata ‘solo’ perchè igienista dentale del Premier Sivio Berlusconi.
In 12.000 hanno sposato la sua battaglia e con il progetto ‘Milano Merita’ Sara Giudice ha deciso di scendere in campo per dare voce a tutti quelli che credono in una politica sana e pulita, che premia il merito, la creatività , il lavoro e la capacità di saper pensare al futuro.
“Oggi nasce l’Alleanza del Merito perchè nella vita contano i valori che trasformano le strategie in idee concrete, con ingenuità e consapevolezza di essere dalla parte giusta. Sono contenta e orgogliosa di mettere questi valori a disposizione di un progetto coraggioso che combatte contro un’amministrazione che ha fallito, da un lato, e contro una forza politica che offre obiettivamente poco per Milano, dall’altro”.
Non è un caso che la Giudice abbia scelto la metafora delle acciughe per presentarsi e presentare il suo progetto ‘Milano Merita’, un laboratorio permanente per giovani che vogliono ‘fare’ politica in maniera pulita e onesta, perchè le acciughe sono proprio le persone oneste che si difendono dal pescecane della corruzione e del clientelismo (e il grande Faber sapeva sempre quel che scriveva…).
E per questo bisogna saper scegliere i compagni di viaggio giusti per attuare una trasformazione che, partita da Milano, dovrà estendersi a tutta l’Italia.
E la compagnia giusta scelta è quella del Nuovo Polo per Milano.
“Sara Giudice ha fatto una battaglia per la trasparenza, la stessa che ha ispirato la nascita di Fli — ha commentato il senatore Giuseppe Valditara – poteva scegliere di candidarsi nel Pdl ma ha preferito condividere una battaglia civile e avere coraggio. Da sempre la trasparenza è un grande valore del centrodestra che, però, è stato dimenticato”.
Fiero di avere al suo fianco una venticinquenne battagliera e propositiva il candidato sindaco per il Nuovo Polo per Milano, Manfredi Palmeri.
“E’ riduttivo considerare Sara come ‘anti’ qualcosa, le sue sono battaglie ‘per’, è la situazione che si è creata che non va bene. Sono stati costruiti santuari forti e chi ha provato a toccarli è stato indebolito ma è giusto che vengano premiati i meccanismi puri della politica”.
Entusiasta della candidatura l’europarlamentare di Fli Cristiana Muscardini che ha visto nel suo gesto la voglia di rappresentare una città libera e non più condizionata da interessi personali o da gruppi di potere.
“Sara è una giovane donna coraggiosa — ha sottolineato — che i in prima persona ha osato denunciare l’arroganza dei potenti e il loro disprezzo per la democrazia. Insieme riporteremo la correttezza, la trasparenza e il merito al centro delle scelte per Milano”.
Raffaella Bisceglia
da (il “Patto sociale“)
argomento: destra, elezioni, Fini, Futuro e Libertà, Giustizia, governo, Milano, Politica, radici e valori | Commenta »