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MILANO: SALA IN PICCHIATA, SPUNTA LA VICE PISAPIA

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

LA CANDIDATURA DEL MANAGER SCENDE, PRENDE QUOTA IL “MODELLO PISAPIA” E LA BALZANI

La candidatura a Milano di Giuseppe Sala, il fuoriclasse dell’Expo tanto apprezzato da Matteo Renzi, finisce nel congelatore.
La svolta nelle ultime ore: da un lato il sindaco Pisapia ha rotto gli indugi, è sceso in campo con tutto il suo peso e ha lanciato la sua vice Francesca Balzani.
Dall’altro il manager ha escluso di poter prendere qualsiasi decisione sulla sua candidatura “prima della fine di dicembre”.
Sembra quasi l’antipasto del definitivo passo indietro, anche se la prossima settimana Sala incontrerà  il premier e da quel summit potrebbe arrivare l’ennesima svolta di questa infinita telenovela milanese.
Già  oggi il segretario cittadino Bussolati sarà  a Roma per un incontro con i vertici nazionali del Pd.
Ad ora però l’ipotesi Sala appare in picchiata. “In tempi non sospetti ho detto che se la politica è in grado di esprimere un candidato forte io non solo lo rispetto ma credo che debba avere la priorità ”, ha spiegato lui stesso a margine di una cerimonia di premiazione dei vigili urbani che hanno prestato servizio a Expo.
“Probabilmente la ricerca di candidature alternative può nascere anche da questo”, dalla necessità  di una figura che non “divida” la coalizione, ha detto Sala, “ed è effettivamente giusto. Io non vorrei assolutamente essere divisivo. Su una cosa come questa la mia ambizione personale conta veramente poco”.
“Se c’è qualcuno che non è divisivo credo che sia giusto che si faccia avanti”.
Nessun endorsment per la candidata proposta dal sindaco. Anzi, Sala torna a chiedere a Pisapia di correre in prima persona.
“Lui rappresenta questa capacità  di tenere insieme tutti. Non è che io non mi sento in grado, ma spesso dalle osservazioni che nascono appare che io posso non essere in grado. Quindi da questo punto di vista senz’altro lui è meglio di me. Per questo mi augurerei che ci ripensasse”.
Un augurio che contiene anche un retrogusto polemico. Che nasce dalla delusione del manager che contava su un sostegno più esplicito da parte del sindaco uscente.
E’ stata un’altra lunga giornata per il centrosinistra milanese.
In mattinata Pisapia ha incontrato i segretari del Pd di Milano e della Lombardia, Pietro Bussolati e Alessandro Alfieri. I tre hanno ribadito che la data del 7 febbraio per le primarie è confermata.
“Eventuali modifiche possono essere decise solo all’unanimità  dalla coalizione”. “Non ci possono essere indicazioni dall’alto”, ha spiegato il sindaco.
Un ulteriore freno per Sala. La raccolta delle firme infatti si svolgerà  dal 7 dicembre al 7 gennaio. Ma se il manager fino a dicembre non intende sciogliere la riserva, diventa molto difficile che lui possa essere della partita, senza un significativo spostamento della data, magari al 20 marzo come proposto da Renzi per tutte le città .
La mossa di Pisapia ha terremotato la situazione, che sembrava evolvere verso una sfida ai gazebo tra Sala e l’assessore Pd Pierfrancesco Majorino, ben radicato a sinistra.
Ma di fronte alle esitazioni del manager, e al rischio assai concreto che la coalizione arancione saltasse per aria, il sindaco ha deciso di “riprendere in mano la palla” per salvare il suo modello milanese, a partire dal perimetro delle alleanze.
Ma ha scelto anche di non essere più solo un semplice arbitro. Ha lanciato la sua vice, ribadendo che in ogni caso ci devono essere le primarie. Balzani, classe 1966, indipendente Pd, già  europarlamentare, assessore al Bilancio dal 2013 e da pochi mesi vicesindaco, non si è ancora candidata ai gazebo.
Ma Pisapia, nell’elogiarla, ha ribadito che quel percorso rimane: “Ci saranno le primarie, saranno i cittadini milanesi del centrosinistra a decidere chi sarà  il candidato sindaco”.
Il sindaco ha escluso che Balzani sia un’alternativa a Sala ma ha speso parole di grande sostegno: “E’ un ottimo vice sindaco altrimenti non l’avrei scelta. E’ persona rappresentativa, conosciuta, che è riuscita a essere in più occasioni soggetto di condivisione di obiettivi, superando anche difficoltà  e divisioni in certi momenti. E questo per me è elemento sicuramente importante”.
Poi ha aggiunto: “Non c’è un nome o l’altro, ma i nomi possibili di coloro che si presenteranno alle primarie e alla fine saranno i milanesi a decidere e non il sindaco nè le segreterie dei partiti. Io posso dare la mia opinione ma non voglio influenzare i cittadini”.
Fatto sta che, dopo mesi alla finestra, Pisapia è sceso in campo.
A questo punto lo schema delle primarie potrebbe complicarsi. Majorino rischia di essere oscurato sul fianco sinistro dalla Balzani, e potrebbe ritirarsi per comporre un ticket con lei.
Sul fronte renziano, con l’appannarsi dell’ipotesi Sala torna in auge la candidatura del deputato milanese Emanuele Fiano, che era stata autocongelata: “Io sono tra coloro che da tempo ha dato la propria disponibilità  a candidarsi e mantengo questa disponibilità . Chi ha volontà  di candidarsi lo dica, con tempi che permettano a tutti di fare le proprie scelte e di costruire poi, in un tempo utile, la campagna elettorale”, è il messaggio rivolto in primo luogo al manager Expo.
Il dato politico di queste ultime ore è che, dopo alcune settimane di apparente calma, lo scontro tra il “modello Pisapia” e il “modello Sala” voluto da Renzi ormai è scoperto.
Tra la coalizione arancione del 2011 e il candidato apprezzato anche da Lupi e Formigoni, nel segno del “partito della Nazione” prima o poi l’ambiguità  doveva essere sciolta.
In mezzo, come un vaso di coccio, i vertici locali del Pd. Che devono rispondere a Renzi ma non possono rompere con Pisapia.
La tensione sembra destinata a durare ancora a lungo.
E potrebbe anche concludersi, ormai nessuno lo esclude, con un clamoroso ritorno in campo del sindaco-avvocato.

(da “Huffingtonpost”)

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CONFALONIERI PROMUOVE SALA SINDACO DI MILANO: “MI PIACE, HA ESPERIENZA COME MANAGER”

Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

GELO SU SALLUSTI: “LO CONOSCO COME GIORNALISTA, COME POLITICO NON SO”

Fedele Confalonieri, intervistato nel corso della giornata “zero” di “Hackathon”, festival globale dell’economia ai tempi del digitale voluto dal deputato Pd Francesco Boccia e organizzato al Castello Svevo di Trani, in Puglia, non si è tirato indietro di fronte alle domande del giornalista Antonello Piroso.
Richiestogli un parere sul premier Renzi risponde:   “Apprezzo il lavoro che sta facendo il governo e come si è mosso Matteo Renzi in questi mesi, come ogni cittadino italiano che tiene al suo Paese”.
Ma dopo aver ricordato vari aneddoti che lo legano fin dall’infanzia a Silvio Berlusconi, gli viene chiesto un giudizio sulle candidature a sindaco della città  meneghina: e qui il presidente di Mediaset spiazza tutti.
“Sala? Mi piace, ha esperienza come manager. Paolo Del Debbio? Mi piace, ma non vuole e ha ragione. Alessandro Sallusti? Lo conosco come giornalista, come politico non so”.
Da sottolineare che mentre Del Debbio merita un “mi piace”, a Sallusti neanche quello e neppure una definizione di “buon” giornalista.
Con la gelida chiosa finale “come politico non so”.
In fondo Confalonieri rappresenta il malessere di tanti esponenti di Forza italia che dissentono dalla scelta operata dai vertici del centrodestra o presunto tale.

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LA MANOVRA DEL GOVERNO PER NASCONDERE IL BUCO DI EXPO

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

UNA PERDITA DI ALMENO 400-500 MILIONI CHE VERRA’ COPERTA DALLA CASSA DEPOSITI E PRESTITI, OVVERO DAI CONTRIBUENTI… 150 MILIONI IN MENO DEL PREVISTO DAI BIGLIETTI (6 MILIONI DI VISITATORI IN MENO)… E I TERRENI COMPRATI DAI PRIVATI PER DIECI VOLTE IL LORO VALORE ORA NON LI VUOLE NESSUNO

Il piano per il dopo-Expo col genoma, i Big Data, i ricercatori?
Al momento, sembra più che altro il piano per occultare i buchi di bilancio dell’evento: i conti, per ora, sono ancora segreti, ma secondo fonti contattate dal Fatto Quotidiano, si parla di uno sbilancio di gestione che oscilla tra i 400 e i 500 milioni di euro, al netto del costo dei terreni e di ulteriori extracosti.
Su questo, però, non è possibile avere un confronto pubblico: l’Esposizione milanese deve essere un successo, Giuseppe Sala — o, come dicevan tutti,“Beppe”- il salvatore della patria, Matteo Renzi il conquistatore di Milano.
Per ottenere questo risultato il governo sta predisponendo il decreto per il dopo-Expo (andrà  in Consiglio dei ministri domani), utile soprattutto a buttare un po’ di polvere sotto il tappeto: oggi i vertici di Expo Spa (che ha gestito l’evento) e di Arexpo Spa saranno a Roma per discutere con l’esecutivo come tirarsi fuori dai casini.
Arriva Cdp, le promesse a Regione e Comune     Il primo problema sono i terreni. Arexpo li ha comprati (a debito) dai privati a dieci volte il prezzo di mercato (Fondazione Fiera di Milano è il maggior venditore e pure socio di Arexpo).
A bilancio valgono 300 milioni, ma quando ha provato a venderli a 315 l’asta è andata deserta.
I soci — Regione, Comune e Fiera — cominciavano a preoccuparsi: gli era stato detto che i privati avrebbero fatto a gara per comprarseli e invece niente.
Roberto Maroni e Giuliano Pisapia non hanno i soldi per creare da soli il futuro Polo tecnologico, nè per valorizzare l’area e poi venderla.
Quasi tutte le infrastrutture del sito hanno collaudi scaduti al 31 ottobre: bisognerà  rifare quasi tutto da capo, nonostante lo Stato abbia già  speso 1,3 miliardi a fondo perduto per le opere.
Regione e Comune, però, sono state rassicurate da Palazzo Chigi.
I soldi li metterà  Cassa depositi e prestiti, probabilmente rilevando le quote di Fondazione Fiera.
Il veicolo per fare tutto questo non è ancora chiaro e anche di questo si discuterà  oggi: la soluzione più razionale (e veloce) sarebbe trasformare Arexpo — che doveva essere smantellata dopo l’Esposizione — in soggetto attuatore del piano per il “dopo” con relativa annessione di Expo Spa.
La tentazione del governo, però, è la creazione di una società  ex novo in cui far confluire tanto Expo Spa che Arexpo.
Il vantaggio? Occultare il buco dell’Esposizione, cioè il conto che si scaricherà  sui cittadini.
Soprattutto quello di Expo Spa, la società  (di Tesoro, Regione e Comune) che ha gestito l’evento sotto l’illuminata guida di Giuseppe Sala: dei suoi conti ad oggi non si sa nulla, ma secondo fonti qualificate il bilancio di gestione fa segnare un rosso da mezzo miliardo.
Bonifiche, visitatori,     bilanci e altri misteri
Per spiegarsi servono un po’ di numeri: la gestione dell’evento costa 840 milioni secondo Expo Spa, ma il conto sale a 960 milioni se, come segnala la Corte dei Conti, vengono correttamente riclassificate alcune poste di bilancio.
Nel business plan iniziale i ricavi da biglietti valevano 530 milioni (24 milioni di ticket a un prezzo medio di 22 euro). Sala, dopo i primi mesi un po’ negativi, ci ha ripensato: 380 milioni (19 euro medi per 20 milioni di biglietti).
Ora ci dicono che gli “ingressi” a Expo sono stati 21,5 milioni circa, cifra a cui si arriva contando pure i 14mila addetti al sito che entravano ogni giorno: i visitatori veri sono stati circa 19 milioni.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“VAI AVANTI, SALVINO”: FORZA ITALIA LO SPINGE A SINDACO DI MILANO, MA LUI HA PAURA DI PERDERE. UNA TRAPPOLA?

Novembre 11th, 2015 Riccardo Fucile

SICURI CHE AMBIENTI FORZISTI E MARONI NON LO SPINGANO VERSO IL BARATRO? … UNA SCONFITTA PROPRIO A MILANO CONTRO   SALA PER SALVINI SAREBBE LA FINE

Gliel’aveva detto mesi fa e gliel’ha ripetuto domenica dopo la manifestazione di Bologna: «Devi candidarti a sindaco di Milano, Matteo».
«Giovanni, ma come posso fare insieme tre cose…», ha risposto Salvini.
C’è un motivo però se il leader della Lega non ha potuto respingere con nettezza l’ennesima sollecitazione del forzista Toti: sta nella consapevolezza che l’argomentazione usata dall’alleato è fondata, «perchè – come spiega il governatore della Liguria – se è vero che l’obiettivo di Salvini è costruire un nuovo modello di coalizione, allora è opportuno investire le migliori energie nel progetto».
È una sorta di regola politica, «una forma di determinismo» come la definisce l’ex ministro La Russa, che – al pari di Toti – caldeggia la candidatura del segretario del Carroccio e in questo senso rilancia l’idea di un ticket alle Comunali: «Se c’è Salvini a Milano, allora c’è la Meloni a Roma».
Il capo della Lega e la leader di Fratelli d’Italia potranno anche scorgere rischi (e trappole) dietro questo disegno, ma non potranno evitare di fare i conti con l’offerta che di sicuro verrà  formalizzata, e che è conseguenza della loro azione politica.
In fondo Salvini, quando domenica dal palco ha attaccato Alfano, ha inteso anzitutto spezzare il disegno di Maroni, quel «modello Lombardia» (con Ncd nell’alleanza) che il governatore leghista voleva in prospettiva proiettare (da regista) a livello nazionale, partendo dalla candidatura a Milano dell’ex ministro Lupi.
Al segretario del Carroccio, che si è intestato la «rottamazione» dei vecchi equilibri, viene a questo punto chiesto di portare a compimento la missione. E insieme alla Meloni di essere i protagonisti dello start-up alle Amministrative.
Salvini e Meloni, che certo potrebbero anche respingere l’offerta, dovrebbero però poi fronteggiare la mossa successiva: perchè un loro «no» alla candidatura aprirebbe la strada a Milano come a Roma a una soluzione civica, quel modello che non piace a Salvini ed è osteggiato dalla Meloni: «Sono contro la retorica della società  civile».
È in questo puzzle da comporre che Berlusconi può tentare di recuperare nell’alleanza un ruolo da protagonista.
Sarà  una lunga partita di poker, che forse finirà  dopo le feste di Natale.

(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI-SALA-PISAPIA ACCORDO FATTO

Novembre 10th, 2015 Riccardo Fucile

IL SUPERMANAGER FARA’ LE PRIMARIE CON L’APPOGGIO ANCHE DELL’EX SINDACO

“Dico grazie a Beppe. Non posso dire altro per ovvi motivi…”.
Al Piccolo di Milano, dove parla dei progetti del governo sull’area Expo, Matteo Renzi non si sbilancia su Giuseppe Sala, il manager dell’esposizione universale che il premier ringrazia insieme a tutti coloro che hanno lavorato per l’evento milanese, da Letizia Moratti a Romano Prodi nessuno escluso per non fare gaffe.
Ma il non detto di oggi su Sala suona come l’investitura mancante alla candidatura del manager a sindaco della città  meneghina.
Renzi non si cura dei mal di pancia di Sinistra Italiana che si sta mettendo fuori dall’alleanza di centrosinistra a Milano contestando la candidatura di Sala.
Perchè può contare sul patto con il sindaco uscente Giuliano Pisapia: Sala si candidi pure ma faccia le primarie del centrosinistra. Gli basta.
Quello di Pisapia è il timbro che gli serve per evitare che Sala venga descritto come il candidato che piace a Formigoni, Lupi, Comunione e liberazione e i poteri vicini all’ex sindaco berlusconiano Letizia Moratti.
Cosa peraltro vera, come dichiara lo stesso Formigoni oggi in un’intervista a La Stampa.
Ma Renzi vuole costruire intorno alla figura di Sala, manager che stima davvero, l’aurea del sindaco del ‘modello Milano’, il modello vincente di Expo, insomma il ‘suo modello’ senza bandiere ideologiche.
L’asso piglia tutto della nuova politica pragmatica, che pesca molto a centro e poi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Per far questo, Sala deve avere anche la benedizione del primo cittadino uscente, che non a caso fin dall’inizio chiede le primarie, già  convocate per il 7 febbraio.
Dunque Sala deve fare le primarie, anche lui non è uomo da gazebo e infatti inizialmente aveva del tutto escluso l’idea.
Sono queste le condizioni di Renzi. E per correre a Milano Sala ha bisogno della ‘copertura’ di un premier forte come Renzi, che pure non è mai stato un fan delle primarie per le prossime amministrative, a Milano come altrove.
Ora invece il segretario del Pd è il primo sostenitore di questo schema: se saltasse, Pisapia si sfilerebbe.
Per la verità , nella cerchia del premier indicano anche uno schema alternativo alle primarie: vale a dire un ticket tra Sala e una personalità  vicina all’attuale sindaco, la vice sindaco Francesca Balzani o l’assessore Cristina Tajani.
Voci che le dirette interessate smentiscono seccamente: si lavora sullo schema delle primarie, punto.
E allora tutti mobilitati. In Transatlantico raccontano che per Sala alle primarie sono mobilitati fin da ora le aree di centrodestra più vicine al manager Expo, da Cielle in giù.
Il tutto per evitare il rischio più temuto da Sala, cioè non vincere bene contro l’avversario di sinistra, l’assessore Pierfrancesco Majorino, l’unico rimasto in gara dopo il ritiro del Dem Emanuele Fiano.
Majorino oggi attacca, prendendo ad esempio un articolo uscito sull’edizione milanese del Corriere della Sera, non smentito da Sala.
“Oggi sul Corriere — dice Majorino – Sala detta le sue condizioni. Rottura con la sinistra (“Non sono Pisapia”) e liste civiche moderate. Il tutto, negli articoli, con tanto di commenti positivi di Formigoni e chiacchierata con Lupi. Io penso il contrario. A Milano deve proseguire l’alleanza di centrosinistra. E Formigoni non va imbarcato. Vale per oggi e vale per domani”.
A Roma, intanto, Sinistra italiana, il nuovo gruppo nato da Sel ed ex Pd, usa lo stesso esempio di Majorino per concludere che con Sala non si va da nessuna parte, anche se il manager accetta di l’investitura delle primarie: “E’ in discontinuità  con Pisapia e lo ammette anche lui, non lo diciamo solo noi”, spiegano a taccuini chiusi.
Fosse per loro, lo strappo potrebbe dirsi consumato: non solo con Sala e Renzi, ma, a questo punto, anche con Pisapia e i suoi.
“Sono altro da noi”, sussurrano prendendo le distanze. Oggi ne hanno parlato in una riunione con gli inviati milanesi, che ufficialmente si è conclusa con un rinvio. Della serie: aspettiamo di vedere se Sala davvero si candida alle primarie.
Le firme per correre andranno raccolte dal 7 dicembre al 7 gennaio. C’è tempo.
La tentazione di rompere c’è tutta. Ma ufficialmente Fassina fa sforzo di cautela perchè il passaggio è di quelli che pesano: meglio andarci coi piedi di piombo. “Su questa questione la competenza è del territorio — dice Fassina – ma la mia opinione è che una candidatura Sala non consentirebbe di portare avanti la pluralità  culturale e di interessi rappresentata da Pisapia”.
Oggi intanto al Piccolo di Milano il premier ha evitato colloqui a tu per tu con Pisapia e con lo stesso Sala.
Troppi riflettori accesi, troppa attesa delle mosse del presidente del Consiglio, che ha trovato conveniente non aggiungere pesi da novanta sull’intera faccenda, ben consapevole dello spiccato senso di autonomia degli ambienti che contano a Milano. Le investiture dall’alto qui non piacciono e Renzi se ne guarda bene.
Per cui Renzi vola alto, cita Paolo Grassi e Giorgio Strehler per sottolineare il “rapporto fertile a Milano tra cultura e identità ”, Expo come “simbolo di chi non si rassegna”.
Esatto, è proprio la sua mission per le amministrative: giocare tutte le carte su Milano, città  dove il suo Pd può vincere, mentre a Roma e Napoli non si mette per niente bene e Torino e Bologna sembrano ‘condannate’ al ballottaggio con il M5s o la destra. Perdere anche Milano sarebbe un dramma.
Testa china e al lavoro, quindi, senza perdere nessuna occasione.
Come il pranzo oggi da Cracco con il ceo di Apple, Tim Cook, venuto nel capoluogo lombardo per l’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi.
Con lui Renzi si è anche un po’ distratto dalle beghe della politica quotidiana parlando amabilmente di vini italiani.

(da “Huffingtonpost“)

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EXPO, IL PADIGLIONE RUSSO NON PAGA LE DITTE ITALIANE

Novembre 6th, 2015 Riccardo Fucile

“ABBIAMO PAURA CHE SE NE VADANO SENZA SALDARE”…LE NOVE AZIENDE DEVONO ANCORA OTTENERE 950.000 EURO

Expo ha chiuso i battenti, gli operai da qualche giorno stanno già  smantellando gli allestimenti interni, ma c’è chi sta ancora aspettando il pagamento per i lavori di realizzazione dei padiglioni, completati più di sei mesi fa.
In queste ore sta tornando alla ribalta il contenzioso tra la Rt-Expo srl (società  del colosso Rostekh che aveva in gestione il padiglione Russia) e nove ditte italiane che hanno lavorato alla sua costruzione.
La questione è vecchia di mesi, già  a giugno era diventata di dominio pubblico, quando Catena Services, Coiver Contract, Ges. Co. Mont, Idealstile, Elios Ambiente, Mia Infissi, Vivai Mandelli, Sech costruzioni e Sforazzini avevano minacciato azioni legali per riuscire ad ottenere pagamenti per 950 mila euro.
I responsabili del padiglione hanno continuato a lamentare difetti nella realizzazione, rifiutandosi di pagare anche quando una perizia tecnica del tribunale di Milano ha accertato che i lavori erano stati “eseguiti a regola d’arte”.
Rt-Expo ha chiesto un arbitrato internazionale e i tempi si sono ulteriormente dilatati. La faccenda si è così trascinata di settimana in settimana fino ad oggi, a manifestazione conclusa.
Il timore delle aziende italiane coinvolte è che i russi levino le tende in fretta e furia senza aver onorato il pagamento e senza essere riusciti a far porre sotto sequestro nemmeno una vite.
Un timore che è diventato sospetto quando squadre di operai sono state viste al lavoro attorno al grande padiglione russo: “In questi giorni — spiega Marco Castiglioni della ditta Mandelli, che ha curato il verde per diversi padiglioni — noi siamo riusciti ad entrare nell’area con pochi mezzi e pochi uomini, ma davanti al padiglione russo c’erano già  mezzi pesanti pronti a caricare materiale e diverse squadre di operai al lavoro”.
In effetti in questi giorni l’area Expo è accessibile solo per piccoli lavori.
Ai gestori dei singoli padiglioni è stato chiesto di provvedere prima allo smontaggio di arredi, allestimenti interni e componenti tecnologiche, per poi iniziare, dopo metà  novembre, con i lavori sulle strutture.
Fino a quel momento Expo non ha autorizzato l’accesso a mezzi pesanti.
Un divieto che, stando ai rilievi delle ditte italiane, i russi starebbero aggirando: “Ieri abbiamo chiesto l’intervento dell’Asl — continua Castiglioni — sono arrivati, ma oggi i lavori erano già  ripresi”.
Della vicenda si è interessata anche la politica. In particolare la parlamentare Pd Laura Puppato si è fatta portavoce delle aziende trevigiane coinvolte nella vicenda, portando la questione all’attenzione del ministro Maurizio Martina: “Il ministro ha detto che se ne occupa e cercherà  di capire quali sono i termini della vicenda — ha dichiarato la senatrice dem al quotidiano La Tribuna di Treviso -. Non possiamo, dopo il successo di Expo, lasciare l’amaro in bocca alle ditte italiane che hanno contribuito al miracolo lavorando giorno e notte, anche se la vicenda è colpa della Russia”.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)

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EXPO: MA QUANTO HA RESO DAVVERO?

Novembre 4th, 2015 Riccardo Fucile

SUGLI INCASSI L’INCOGNITA DEGLI SCONTI… LAVOCE.INFO FA LE PULCI A COSTI E BENEFICI

L’Expo 2015 ha chiuso i battenti, con ampia soddisfazione dei molti che l’hanno visitata, una macchina organizzativa funzionante e un target di visitatori apparentemente raggiunto.
Il lavoro svolto con dedizione dall’èquipe di Expo ha consentito all’Italia di evitare la figuraccia che diversi avevano temuto.
Cosa possiamo dire invece dei benefici economici?
Già  in fase di candidatura avevo espresso i miei dubbi sulle aspettative che si erano delineate. Le previsioni prospettavano, infatti, importanti ricadute in termini di spesa dei visitatori: 3,5 miliardi destinati ad attivare da 4 (Certet 2010) a 4,3 miliardi di valore aggiunto (Sda 2013); un contributo al Pil complessivo per l’Italia da 10 (Sda) a 30 miliardi (Certet).
Pur mettendo da parte qui le critiche metodologiche formulate in altre sedi, possiamo ora valutare le stime di previsione alla luce di alcuni risultati preliminari di un nostro studio, basato su una raccolta dati realizzata tra i visitatori di Expo
Per quanto riguarda la biglietteria, l’attenzione si è focalizzata sul superamento della soglia dei 20 milioni.
Tuttavia, oltre alla discussa trasparenza dei dati, si è assistito a uno slittamento fra obiettivo in termini di visitatori e quello in termini di visite (da 24 a 29 milioni nel dossier di registrazione).
E l’obiettivo delle presenze ha sostituito quello del ricavo, con numerosi sconti.
Le previsioni erano di ricavi per 520 milioni di euro con 29 milioni di visite (prezzo 2015, p. 364 del dossier di candidatura), con tariffa piena a 42 euro e “prezzo medio di 18 euro” (cap. 13) — ipotesi sostanzialmente confermata nel dossier di registrazione (p. 417) nonostante le mutate condizioni economiche.
La variabile chiave per sapere se gli obiettivi sono stati raggiunti sarà  dunque il ticket medio — di cui finora si è poco discusso.
Più importante della biglietteria è però la spesa addizionale dei visitatori.
La Lombardia è probabilmente quella che ha guadagnato di più da Expo, perchè ha attivato flussi delle altre regioni.
Ma per l’Italia nel suo complesso?
Su questo punto, si possono esprimere varie perplessità .
In primis, la proporzione di stranieri è stata inferiore a quella prevista. Risultati preliminari indicano un 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro previsioni tra il 20 e il 30 per cento, secondo un’indagine Eurisko del 2013.
I non-europei, cinesi o altri, raggiungono quote insignificanti.
L’Expo ha per lo più captato domanda nazionale o addirittura regionale (38 per cento di lombardi) e non i flussi internazionali.
Ancor più importante è il fatto che, nei benefici, deve essere contabilizzata solo la componente addizionale della domanda, ovvero chi non sarebbe venuto in Italia senza l’Expo (o chi ha prolungato il suo viaggio in Italia per la manifestazione).
Esistono diversi metodi utilizzati in ambito internazionale per valutare tali fenomeni. Sulla loro base, il nostro studio mostra che solo il 50,5 per cento delle presenze straniere (e l’1 per cento di quelle italiane) appaiono addizionali.
Mentre la spesa addizionale sarebbe di 960 milioni di euro per gli stranieri e di non più di 30 milioni per gli italiani, per un totale stimabile in circa 1 miliardo, con effetti indiretti e indotti fino a 1,36 miliardi di valore aggiunto, contro i 4 pronosticati.
Ai risultati ridotti rispetto alle aspettative della spesa privata, si aggiungono poi interrogativi sugli effetti rispetto alla spesa pubblica, che pure dovranno essere approfonditi.
Il beneficio economico dei visitatori dell’Expo si riassumerebbe dunque negli 1,3 miliardi di valore aggiunto generati dalla spesa turistica addizionale.
Potrebbe apparire come un buon risultato, ma si tratta di un impatto lordo da confrontare con il costo sostenuto e un bilancio economico realistico sfida le facili interpretazioni. Già  la nozione di costo dell’evento non è univoca: non ci sono infatti solo i costi d’organizzazione, si possono considerare anche gli investimenti per il sito o per le opere connesse; oppure, come purtroppo si fa raramente, aggiungere tutti i costi nascosti di tali eventi, come sicurezza, esenzioni fiscali concesse per l’evento e altri ancora
Il dopo Expo
Anche i benefici post Expo sono in forse. Se si guarda a numerosi megaeventi passati, l’impatto sul turismo è incerto.
Stessa cosa per l’investimento diretto estero.
Per non parlare dell’aumento dei prezzi immobiliari, prospettato da diversi studi (Certet 2010, Sda 2013) come un beneficio dell’Expo, ma del quale sarà  difficile convincere i milanesi.
Grazie all’impegno di chi ci ha lavorato, l’Expo, è stato un discreto successo, almeno in termini operativi e di immagine.
Tuttavia, il beneficio economico appare difficile da stabilire: i flussi economici addizionali sono inferiori a quelli previsti, mentre i costi reali sono di difficile quantificazione.
L’impatto lordo è comunque molto inferiore (fino al 95 per cento) a quello prospettato in fase di preparazione.
Non appare comunque una chiara appetibilità  economica di questo tipo di eventi. Purtroppo, in questi casi l’analisi economica produce spesso studi “di circostanza”, commissionati dagli organizzatori, che, anche quando realizzati in buona fede, tendono a sopravalutare i benefici.
Una situazione che deve far riflettere, anche in vista di future candidature come quella alle Olimpiadi con Roma 2024.

Jerome Massiani
(da “LaVoce.info“)

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MILANO, IL PD ACCELERA SUL NOME DI SALA: “CI PENSO, MA NON DIPENDE SOLO DA ME”

Novembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile

LA SPERANZA CHE IL NOME SIA CONDIVISO… PRESSING SU FIANO

L’accelerata potrebbe avvenire già  nella prima metà  di questa settimana.
Incontri e telefonate per iniziare a delineare un quadro nitido delle candidature e per capire come gestire il capitolo delle scelte.
Con un primo obiettivo: ridurre la rosa dei nomi in campo.
Per questo il Pd romano sta lavorando in questi giorni con uno dei possibili candidati, il deputato Emanuele Fiano: a lui verrebbe chiesto un impegno sul fronte nazionale, che di fatto vorrebbe dire l’uscita di scena dalle primarie previste a febbraio.
E questo, inevitabilmente, servirebbe al Pd per mettere in campo il progetto che è sempre più chiaro: quello di una candidatura ‘civica’ di Giuseppe Sala.
Chiusa Expo, infatti, nel centrosinistra c’è la sensazione che il tempo dei rinvii sia finito, per tutti. Sala – pur restando in carica fino al 31 dicembre come commissario – ha ‘chiuso’ la pratica Expo.
E, quindi, diventa a tutti gli effetti un possibile candidato.
Lui, ormai, non si nasconde più e, pur assicurando di non essere vicino a una decisione, è chiaro nel suo messaggio: “Posso solo dire, come si è ampiamente capito, che io ci penso, ma non tutto dipende da me, non è solamente un problema di una mia decisione, bisogna verificare anche che ci siano le condizioni, dobbiamo far maturare un altro po’ le cose”.
Insomma: Sala ha messo sul piatto una disponibilità  di massima, ma aspetta una mossa decisiva dei dem
Che il commissario non abbia grande voglia di fare le primarie è ormai chiaro, ma non è detto che il Pd voglia e riesca a ‘smontare’ il meccanismo sostenuto invece dal sindaco Giuliano Pisapia, da Sel e da altri pezzi della coalizione, compresa quella parte di Pd che sostiene già  Pierfrancesco Majorino.
Ma, ragionano nel partito, “bisogna capire se si riescono a creare le condizioni per una candidatura condivisa”, con l’alternativa di primarie “che non si trasformino in un rodeo”.

(da “La Repubblica”)

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EXPO TRA DEBITI E BANCHE ALLE COSTOLE

Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile

IL BUIO OLTRE LE CODE: IL BOOM FINALE NON COPRE NE’ I DEBITI NE’ LE PREVISIONI SBALLATE

“Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino.
Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?
Il successo di un grande “camouflage”
Se al di là  della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sè uno strascico di problemi irrisolti.
Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori.
È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”.
Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite.
Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già  partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze.     La festa coi soldi   degli altri
Il risultato è che la manifestazione peserà  sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora , 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già  censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati — giusto per ricordare come è partita l’operazione     — dieci volte il prezzo di mercato.
I dati sulla spesa sono provvisori, visto che sono in corso i contenziosi per gli extracosti chiesti da tutte le principali imprese che hanno lavorato sul sito: solo per il Padiglione Italia, prima trattativa conclusa, ammontano a 29 milioni.
Ed è di questi giorni la notizia che per la bonifica dell’area, rivelatasi gravemente inquinata solo dopo che era stata comprata a peso d’oro, c’è un conto da 72 milioni. La faccenda ha dato l’avvio a un tragicomico balletto in cui Expo spa, Arexpo (proprietaria dei terreni) e gli ex proprietari (tra cui la Fondazione Fiera Milano, che però è anche socia di Arexpo) si rimpallano le responsabilità , in uno scaricabarile in cui non è difficile immaginare su chi ricadranno, ancora una volta, i costi.
Storia di una voragine finanziaria    
I costi di gestione dell’Expo si sarebbero dovuti pareggiare, secondo le dichiarazioni di Sala, con i ricavi da biglietti più quelli da sponsorizzazioni, royalties e via dicendo. Il pareggio si sarebbe raggiunto vendendo 24 milioni di biglietti a un prezzo medio di 22 euro e ricavando circa 300 milioni dalle altre voci.
Visti gli scarsi afflussi iniziali, tali che la società  si è rifiutata per i primi tre mesi di fornire dati, in estate è stato offerto al volo un nuovo conteggio: sarebbero bastati 20 milioni di biglietti a 19 euro di costo medio; il resto lo avrebbero fatto i ricavi diversi, aumentati chissà  come.
Già  così, si sarebbe chiuso con un deficit di gestione da 200 milioni di euro. Il problema è che per arrivare ai 20 milioni di ingressi promessi, con annessi titoloni di giornali, si è messa in campo una politica di omaggi e prezi stracciati . Sconti da saldo alle scolaresche, praticamente precettate dal ministero, ai dipendenti delle aziende sponsor, alle parrocchie, alle coop, agli ordini professonali e a qualsiasi organizzazione che potesse portare a Rho flussi consistenti.
Biglietti a 5 euro dopo le 18, ingressi regalati ai pensionati, ai titolari di bassi redditi, a chi parcheggiava per la visita serale nelle aree di sosta del sito.
Il rivenditore ufficiale della manifestazione nelle ultime settimane faceva il 70 per cento di sconto.
Expo, pur sollecitata da questo giornale, non fornisce alcun dato sul prezzo medio di vendita: ma non ci vuol molto a capire che sarà  molto inferiore alla soglia di 19 euro. Vale a dire che il deficit di gestione sarà  ben maggiore dei 200 milioni previsti.     Volano     e fantasia
La retorica con cui si cerca di mascherare la perditaa economica è soprattutto quella   sull’“indotto” e sull’eredità à  dell’Expo; ritorni economici che giustificherebbero gli 1,3 miliardi d’investimento a fondo perduto nel sito.
Qui si entra direttamente nel campo della fantasia. Gli studi con cui si cerca di far passare Expo per un volano economico sono quelli preparati da un gruppo di accademici della Bocconi finanziato da Expo.
Si parla di 3,5 miliardi di spesa complessiva dei visitatori, tali da generare, per l’effetto moltiplicatore (per cui ogni euro speso genera ulteriori spese a cascata), una produzione aggiuntiva per il Paese da 10 a 30 miliardi e 191 mila nuovi occupati l’anno dal 2012 al 2020, con un picco tra il 2013 e il 2015.
È l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli dove per ogni euro sotterrato se ne ritrovano 3, o anche 10.
Solo che la stima ignora il costo delle risorse usate, in termini di tasse o tagli ad altre voci del bilancio pubblico.
Qualsiasi investimento valutato in quel modo darebbe un risultato positivo.
Per Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università  di Brescia, esperto di infrastrutture, “qualche effetto moltiplicatore la spesa generata da Expo ce l’avrà , ma stimarlo è pura fantasia. Inoltre, un conto è costruire infrastrutture che restano, un altro è un investimento di pura edilizia, come l’Expo, che dopo sei mesi chiude”.
Sui mirabolanti effetti occupazionali, basti dire che nel 2013, nel 2014 e fino al primo semestre 2015 (ultimi dati Istat disponibili) gli occupati in Lombardia sono stati in calo.
Alla ricerca dei cinesi perduti    
L’arrivo di turisti stranieri è stato al di sotto delle previsioni. Secondo uno studio dell’Università  Ca’ Foscari di Venezia, coordinato da Jèrà’me Massiani, i risultati preliminari indicano una quota del 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro il 25 per cento previsto.
All’Expo sono andati soprattutto i lombardi (quasi il 40 per cento dei visitatori), mentre i non europei, compreso l’atteso milione di cinesi, hanno raggiunto quote irrisorie.
Peccato, perchè la spesa degli stranieri è quella che determina il saldo positivo per il Paese creato da Expo.
A patto che, fa notare Massiani, “nei benefici per l’economia sia contabilizzata solo la componente addizionale della spesa dei turisti”. Vale a dire quella di coloro che non sarebbero venuti in Italia se non ci fosse stata l’esposizione.
Per gli esercenti milanesi e lombardi non sembra proprio che Expo sia stata una manna. Qualcuno certo ci ha guadagnato, ma per molti, come i locali del centro di Milano che hanno visto la movida serale trasferita a Rho, l’effetto è stato quello di un boomerang.
Gli ultimi a manifestare la propria delusione, questa settimana, sono stati i commercianti bresciani: “Qui si perdono quattro imprese al giorno”, ha scritto un report di Confesercenti, “Expo a Brescia non si è proprio fatto sentire”.
Carta di Milano, fiera di buoni propositi    
Dovrebbe essere il grande lascito morale di Expo. Sembra invece più che altro un esercizio d’ipocrisia.
La Carta di Milano raccoglie indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo. Firmata da tutti i capi di Stato, ministri, politici, funzionari, delegati passati da Expo e da milioni di cittadini, è stata consegnata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al segretario dell’Onu Ban Ki-moon.
Peccato che non sia altro che un elenco di buone intenzioni, senza vincoli nè verifiche, destinata a restare lettera morta una volta spenti i riflettori sull’Expo.
Nata negli uffici della multinazionale alimentare Barilla, è stata bocciata dalle più importanti organizzazioni non governative.
“Abbiamo partecipato ai lavori preparatori, ma abbiamo deciso di non firmarla perchè non tocca alcuni nodi: la proprietà  dei semi, l’acqua come bene comune, i cambiamenti climatici”, ha dichiarato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, l’organizzazione fondata da Carlin Petrini, che aggiunge: “Non prevede impegni concreti per governi e multinazionali, è generica, tra i firmatari ci sono anche alcune multinazionali e capisco che il governo italiano non abbia potuto osare di più”. Oxfam, network internazionale di organizzazioni non governative attive in 17 Paesi, l’ha definita “lacunosa” su temi fondamentali come le politiche per l’agricoltura contadina, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, l’espropriazione delle terre e il consumo di suolo agricolo”.
Il giudizio più duro arriva però da Caritas Internationalis: “È una carta scritta dai ricchi per i ricchi”, dichiara il segretario generale Michel Roy, “un testo parziale, per i destinatari e i contenuti. Non si sente la voce dei poveri del mondo, nè di quelli del Nord, nè di quelli del Sud”.
Perchè “indica un problema — la fame nel mondo — tutto sommato noto, ma non mette a fuoco le cause e quindi le soluzioni”, ha continuato Roy.
“Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, diffusione degli ogm, perdita della biodiversità , clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”.
Aggiunge Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede: “Siamo stati chiamati a partecipare alla sua stesura, ma dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti, probabilmente per salvaguardare certi equilibri”.

Gianno Barbacetto e Marco Maroni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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