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L’AGENDA MONTI SI DIMENTICA DEGLI IMMIGRATI: PAGANO LE TASSE, SOSTENGONO LE CASSE DELL’INPS, SONO IL 10% DELLA FORZA LAVORO, MA NEANCHE UN RIGO NEL PROGRAMMA CENTRISTA

Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile

I NUOVI ITALIANI SONO ORMAI UN ESERCITO DI 5 MILIONI DI ESSERI UMANI, IN AUMENTO A SCUOLA E TRA GLI IMPRENDITORI CHE PRODUCONO RICCHEZZA NEL NOSTRO PAESE: E’ ORA DI RICONOSCERE LORO DIRITTI, NON SOLO DOVERI

Pagano le tasse e sostengono le casse dell’Inps. Cresce il loro numero tra i banchi di scuola e tra gli imprenditori attivi. Oggi costituiscono il 10% della forza lavoro.
Sono i “nuovi italiani”: un esercito di cinque milioni di migranti che vive e lavora nel nostro Paese.
Ebbene? Nelle venticinque pagine dell’Agenda Monti non una riga, nè una parola è dedicata loro.
Riforma della cittadinanza? Diritto di voto? Revisione della Bossi-Fini? Niente di niente.
L’argomento pare non rientrare tra le priorità  di governo del Professore.
L’immigrazione in campagna elettorale.
Eppure il tema immigrazione è tornato d’attualità  nella campagna elettorale. Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, lo ha promesso con chiarezza: “La prima norma che il nostro governo farà  sarà  sulla cittadinanza: chi nasce e cresce qui è italiano”.
Sul fronte opposto ha risposto Silvio Berlusconi, rispolverando i vecchi allarmi cari alla destra: “Non vorremmo assistere, con l’avvento della sinistra al potere, al proliferare di matrimoni gay e all’apertura delle nostre frontiere agli emigranti irregolari, i quali poi otterrebbero il diritto di voto per votare prevalentemente per la sinistra stessa”.
E Monti che dice? Per ora, nulla.
Il “buco” dell’Agenda Monti.
Nelle 25 pagine dell’Agenda Monti non si trova un accenno agli immigrati.
Va detto che nella premessa Mario Monti avverte che non si tratta di “un programma di lavoro dettagliato e non vuole avere carattere esaustivo”.
Eppure, la lacuna ha fatto storcere il naso a molti.
L’associazione interetnica Mondita scrive: “Per Monti e i suoi collaboratori l’Italia del 2013 sembra composta da 60 milioni di persone tutte bianche e di ordinarie origini nazionali, senza alcun problema o caratteristiche di multietnicità . I 5 milioni di cittadini di origine straniera, il quasi milione di giovani, i 700mila studenti figli di immigrati o coppie miste, gli oltre 300mila imprenditori stranieri, i 2 milioni e mezzo di lavoratori stranieri, i 7 miliardi e mezzo di risparmi annuali, i miliardi di Pil prodotti, i miliardi di euro pagati in contributi, tutti questi numeri per Monti & co. non esistono, non valgono nulla, non meritano menzione nè come problemi relativi nè come ricchezza del Paese?”.
L’immigrazione non esiste.
E il portale Stranieriinitalia aggiunge: “In venticinque pagine non trova spazio l’immigrazione. Eccezion fatta per un accenno indiretto all’inizio, quando si dice che “il rifiuto del populismo e dell’intolleranza, il superamento dei pregiudizi nazionalistici, la lotta contro la xenofobia, l’antisemitismo e le discriminazioni sono il denominatore comune delle forze europeiste”.
E in Italia, con gli immigrati, che bisogna fare?
Chissà , forse prima o poi Monti ce lo dirà .

Vladimiro Polchi
(da “la Repubblica”)

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NOTABILI E CONVERTITI DELL’ULTIMA ORA: ECCO CHI RISCHIA LA BOCCIATURA DI MONTI

Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile

BOCCHINO: “IO HO DIRITTO PIU’ DI TUTTI”…A RISCHIO TASSONE (UDC) E FLAVIA PERINA (FLI), SI RIPARLA DI SOFIA VENTURA E ALESSANDRO CAMPI IN QUOTA FINI (MA NON ERANO ANDATI A VOTARE PER RENZI ALLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA?)

La “tosatura” dei candidati sarà  consistente. Monti non vuole assalti alla diligenza. Neppure ritrovarsi con una lista civica, quella di Montezemolo e Riccardi, dove ci siano candidati con qualche conflitto d’interesse.
Ancora meno, avere in lizza tutti i vecchi arnesi di Udc e Fli.
Il Professore vuole il ricambio.
A Enrico Bondi ha affidato il compito di vagliare, valutare, sconsigliare.
Montezemolo ad esempio, ha già  detto che non si candida.
Se mai ci avesse pensato, sarebbe toccato a Bondi fargli comprendere che qualche conflitto di interesse in piedi ce l’ha, in quanto presidente della Ferrari, vice presidente di Unicredit e, benchè non ne sia più presidente, come fondatore di Ntv. Non avrebbe insomma superato l’esame-Bondi.
Nel gruppo “Verso la Terza Repubblica”, attenzione quindi a non mettere in campo imprenditori che abbiano interessi dalla Sanità  alle telecomunicazioni.
Molti nomi si fanno e si disfano in queste ore.
A sorpresa, i ministri Andrea Riccardi e Corrado Passera non si candidano, mentre viene data per certa la candidatura di Anna Maria Cancellieri, l’ex prefetto che Monti ha voluto come ministro dell’Interno.
Tra i centristi di Casini si accettano scommesse.
Vengono dati per candidati sicuri Roberto Rao, Giampiero D’Alia, Gian Luca Galletti e Antonio De Poli.
Però un ricambio anche l’Udc dovrà  metterlo in campo. Casini lo sa.
Ha portato a casa una lista autonoma alla Camera (il listone sarà  solo al Senato), ma deve pensare a una qualche forma di rinnovamento.
Non può rimettere in lista i “dinosauri”, chi ha cioè carriere politiche trentennali, come Mario Tassone che in Parlamento ci sta da 34 anni e che a chi gli chiede se intenda ancora candidarsi risponde: «Dipende dal partito».
In piena fibrillazione è Fli, il partito di Fini.
Nei giorni scorsi si parlava di una lista unica Udc-Fli: Casini in quel caso si sarebbe detto disponibile a caricarsi non più di quattro-cinque persone, incluso Fini.
Ora Fli si allarga.
Italo Bocchino ha convocato ieri una riunione del partito per cominciare a raccogliere le firme. A metà  pomeriggio – quando ancora il vertice con Monti è in corso e per Fli siede al tavolo Benedetto Della Vedova – racconta di essere sommerso dalla modulistica per le sottoscrizioni.
Sostiene, Bocchino, di essere abbastanza sicuro della propria candidatura.
Nel passato c’è stata qualche ombra, la storia con l’ape regina di Berlusconi, Sabina Began, condita di sms e pettegolezzi?
Bocchino replica: «Non c’è ragione perchè non ci sia una mia candidatura. Dopo Fini, sono quello che ci ha messo più passione e impegno nel sostenere il Professore e che ci ha rimesso di più. Sono in attesa di remunerazione da Monti».
In bilico Flavia Perina, ex direttore del Secolo d’Italia, finiana della prima ora.
Al contrario, Giulia Bongiorno, la presidente della commissione Giustizia, è data per certa.
Potrebbero essere candidati anche Sofia Ventura e Alessandro Campi, in quota Fini o forse in lista civica.
E poi ci sono i transfughi dal berlusconismo.
Soprattutto, il gruppo dei dieci, capitanati dall’eurodeputato Mario Mauro: Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella, Alfredo Mantovano, Giorgio Stracquadanio, Fabio Gava, Giustina Destro, Roberto Antonione.
Hanno lasciato il Pdl da quel dì.
Stamani si riuniscono per decidere il da farsi.
Hanno scritto una lettera aperta nella quale sostengono che aprire al popolo del centrodestra fa la differenza.
«Se si vuole creare un polo dei moderati, crediamo di potere essere utili», commenta Bertolini.
Tra loro, c’è l’ex ministro Franco Frattini. Monti lo stima, ma i finiani non hanno dimenticato quando l’allora responsabile della Farnesina in Parlamento dedicò una informativa alla vicenda della “casa di Montecarlo” e al caso Santa Lucia.
Fini se l’è legata al dito.
Nel listone al Senato, il presidente della Camera non gradirebbe certo Frattini.
Quasi certa la candidatura di Alfredo Mantovano, ex sottosegretario alla Giustizia e anche quella di Beppe Pisanu, presidente della Commissione Antimafia.
Porte chiuse per quanti invece – da Sacconi a Roccella – abbiano sperato nella federazione montiana come approdo.
Avance ai montiani da Alessandro Cattaneo, il “formattatore” del Pdl, sindaco di Pavia.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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NEL CONVENTO DELLE SUORE DI SION CASINI VINCE IL PRIMO DUELLO CON PASSERA

Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile

BOCCIATA LA LISTA UNICA ALLA CAMERA… IL MINISTRO: PRONTO A FARE UN PASSO INDIETRO… RICCARDI APPOGGIA L’UDC. PER VINCERE CI VOGLIONO PIU’ LISTE IN CAMPO

«Signori siamo partiti: andiamo a conquistare quel 40 per cento di italiani che non vanno più a votare».
La voce di Mario Monti rimbomba sotto le volte del refettorio del convento delle suore di Sion, una location appartata nel cuore del Gianicolo, messa a disposizione grazie ai buoni uffici del fondatore della Comunità  di Sant’Egidio, e ministro, Andrea Riccardi.
Un posto perfetto per sfuggire alla caccia serrata dei giornalisti, per tenere a battesimo il nuovo centro e siglare quello che uno dei protagonisti definisce scherzando il «Patto dei sionisti».
Un passo avanti definitivo di Monti, che ha annunciato persino di concedere il suo nome come capo della coalizione.
Una decisione che al Quirinale, al momento, non trova commenti ufficiali, nonostante siano note le riserve del capo dello Stato rispetto a un impegno in prima linea del premier in campagna elettorale.
Dal Colle trapela una linea di assoluta neutralità . Verso Monti non ci sono «nè viatici, nè veti».
Ma la prima riunione «operativa » del nuovo soggetto politico è anche l’occasione per il primo scontro al vertice.
E sarà  ricordata per quella che potrebbe esserne la prima vittima: Corrado Passera, a un passo dal ritirarsi dalla corsa.
Dopo una prolusione di Monti, il vertice si apre infatti dando la parola ai due “campioni” delle opposte visioni sul tavolo: dare vita a una lista unica anche alla Camera – come vorrebbe appunto Passera, ma anche Nicola Rossi, Benedetto Della Vedova, Pietro Ichino – , oppure procedere separati, come chiedono sia l’Udc che i montezemoliani?
Passera espone il suo punto di vista, vuole la lista unica.
Ha persino portato dei bozzetti per il simbolo che mostra e poi ripone subito in una cartellina. «Dobbiamo noi per primi dare prova che vogliamo lasciare le vecchie case d’appartenenza – spiega il ministro dello Sviluppo – e costruire una cosa nuova. Dar vita a una lista Monti sarebbe un segno di determinazione e coerenza ».
Casini non è d’accordo: «I voti che possiamo prendere separatamente non si sommano ». Su questo i rappresentanti di Italia Futura, Andrea Romano e Carlo Calenda, la pensano allo stesso modo.
Con questo ragionamento: «Chi vuole votare una lista civica come la nostra non accetta che ci siano dentro anche politici di professione».
Vengono elencate questioni pratiche – come la par condicio che garantisce più presenze in tv a chi si presenta con più formazioni – o la difficoltà  – è ancora Casini a parlare – di «procedere a un rinnovamento delle candidature imposto dall’esterno ». Il leader dell’Udc punta i piedi: «Se c’è qualcuno che ha dato una mano a questo governo, fin dal primo giorno, siamo noi. Non possiamo essere penalizzati per questo».
Tra opposte visioni il confronto si fa serrato.
Le suorine che, discretamente, passano nel convento sentono alzare la voce. Anche Andrea Riccardi è del parere che in fondo andare con una formazione a più liste sia la cosa più ragionevole. «C’è una pluralità  di mondi che guardano a Monti con interesse – osserva il ministro dell’Integrazione – e quindi anche le liste dovrebbero riflettere questi criteri: coralità , apertura e pluralità ».
Passera è isolato e Monti alla fine accetta la linea maggioritaria.
Oltretutto presto potrebbero arrivare altre adesioni al progetto.
Ci sono gli ex Pdl che oggi si vedranno per provare a dar vita a una loro “lista per Monti”.
Ci sono le associazioni cattoliche finora rimaste alla finestra – dal Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli a Rinnovamento dello Spirito e poi i focolarini, Retinopera, Scienza e Vita – che si riuniranno per decidere il 10 gennaio.
Una lista civica di cattolici doc non è esclusa.
Il ministro dello Sviluppo prende atto di aver perso la battaglia: «Io resto a disposizione di Monti ma ho sempre lavorato a una lista unica. Se si prende un’altra strada io faccio coerentemente un passo indietro».
A questo punto Passera potrebbe anche non candidarsi, a meno che il premier non lo ripeschi.
Non saranno invece in lista Montezemolo e Riccardi, ma questo si sapeva da qualche giorno.
Presa la decisione più importante, quella di procedere con più formazioni – per ora tre: Udc, Fli, Lista civica – nella lunga riunione si passa a parlare d’altro.
Della campagna elettorale, per esempio. Monti non farà  comizi come un politico tradizionale, d’accordo.
Ma se ci sarà  un confronto tv all’americana, con Berlusconi, Bersani e Grillo, anche il premier non si sottrarrà .
Si decide poi di dar vita a una cabina di regia, ci sarà  un «codice etico» per le candidature, a Montecitorio si farà  comunque un gruppo parlamentare unico.
E il censore Enrico Bondi vaglierà  non soltanto le fedine penali ma anche i conflitti di interesse e le situazioni patrimoniali.
Ci si dà  quindi un nuovo appuntamento per oggi, con la stessa formazione, anche se Monti non sarà  della partita (si è preso due giorni di riposo a Venezia con la moglie). Della questione politica di fondo – quale rapporto con il Pd, probabile vincitore – tutti assicurano che non si sia parlato.
Ma la convinzione di Monti è che il dopo elezioni debba passare per un accordo di governo con Bersani.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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MONTI DETTA LE REGOLE: “LISTA UNICA AL SENATO, COALIZIONE ALLA CAMERA, VIGILANZA STRETTA SULLE LISTE”

Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

“AGENDA MONTI PER L’ITALIA” A PALAZZO MADAMA E FEDERAZIONE TRA UDC, FLI, SOCIETA’ CIVILE E ALTRI GRUPPI IN ARRIVO A MONTECITORIO

Agenda Monti per l’Italia al Senato. E una coalizione di liste alla Camera con Mario Monti a capo.
Questa la decisione più importante emersa dall’incontro durato quattro ore tra il premier dimissionario e i rappresentanti di centro: il segretario dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, il titolare dello Sviluppo economico Corrado Passera, i rappresentanti di Italia Futura, l’associazione fondata da Luca Cordero di Montezemolo, il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova e l’ex deputata Pd, poi Api e ora nel gruppo misto Linda Lanzillotta.
“Ho riscontrato nella riunione odierna un consenso ampio, convinto e credibile che mi induce a dare il mio incoraggiamento a queste forze in occasione delle imminenti elezioni politiche — ha esordito Monti in conferenza stampa — L’iniziativa non è contro questo o contro quello, ma per prolungare nel tempo, intensificare nel passo ed estendere negli obiettivi quella modalità  di governo che ha consentito nell’ultimo anno di affrontare l’emergenza finanziaria“.
Del resto, insiste Monti “l’emergenza non è affatto finita: dopo quella finanziaria abbiamo davanti emergenza dell’occupazione, soprattutto giovanile”.
Il professore spiega nel dettaglio il progetto politico delineatosi durante la riunione: ”Non immaginiamo alleanze con gli uni o gli altri, questa è un’operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana che deve avere un giorno vocazione maggioritaria“.
Non si tratta tuttavia di creare un nuovo partito, sottolinea Monti che non ci sta a passare per “l’uomo della provvidenza“, una definizione che Don Verzè aveva dato all’amico Silvio Berlusconi nel luglio 2010 e che oggi, con un post sul suo sito, Beppe Grillo attribuisce al Professore riferendosi all’endorsement ricevuto da parte dei due principali quotidiani cattolici, l’Osservatore Romano e l’Avvenire.
“Non ho mai pensato di creare un nuovo partito, non sono l’uomo della provvidenza”, ha detto Monti spiegando che “ci sarà  un rassemblement e uno statuto ma non un nuovo partito”.
Ma come funzionerà  esattamente?
“Anche per la Camera i partecipanti alla riunione mi hanno offerto la loro disponibilità  ad accettare una lista unica — dice Monti — ma ho pensato che rifiutando il personalismo nella politica, fosse più opportuno e più significativo avere una lista dell’Udc, in particolare, una forza politica che ha visto per prima i limiti del bipolarismo combattivo. Così ci sarà  quella lista, ci sarà  una lista civica, non so se ce ne saranno altre, e ci sarà  una coalizione di queste liste”.
Secondo alcune indiscrezioni, al vertice si è scontrata la linea di coloro (Passera, Della Vedova, Ichino) che sostenevano con forza le ragioni della lista unitaria con quella che poi ha prevalso: Pier Ferdinando Casini (“al vertice per l’Udc e per se stesso”, ha osservato sardonico il premier in conferenza stampa”), Andrea Riccardi e Luca Cordero di Montezemolo hanno portato il premier sul loro terreno, quello di liste separate alla Camera per avere un profilo distinto tra società  civile e buona politica (salvaguardando lo scudocrociato dell’Udc), il doppio dei candidati, più spazi in tv per la campagna elettorale.
Ai centristi Monti concede il “brand”, ma con paletti ben piantati, tanto che scandisce bene le parole quando dice che “vigilerà ” sulle liste e quando parla di “regole di governance molto esigenti”.
Non basta: Enrico Bondi farà  la “due diligence” su ciascun candidato, “conformità  dal punto di vista penale e su possibili conflitti di interessi”, cosa che il premier blinda sostenendo che “a partire da Casini tutti si sono detti d’accordo”.
Monti pensa “non a una alleanza con gli uni o gli altri, ma ad un’operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana, che può e deve avere opzione maggioritaria”.
Musica per le orecchie del centristi, che davvero oggi possono sperare, come il premier più volte ripete in conferenza stampa, che l’Agenda Monti per l’Italia possa “essere mobilitante”, “rompere” i vecchi schemi bipolari, avere a breve i “risultati significativi” che indicano i sondaggi.
Ma ciò che conta è che il Prof sia in pista, che l’adesione delle forze in campo sia stata giudicata dal premier “ampia, convinta e credibile” e che il progetto parta in fretta.
Entro l’11 gennaio deve esserci un simbolo, programma e candidato premier, solo dieci giorni dopo candidature e firme e tra meno di due mesi le elezioni saranno il banco di prova.
Riepilogando: alla Camera la coalizione di Monti deve raggiungere l’8% di consensi in tutte le Regioni: all’interno della coalizione poi, i singoli partiti dovranno conseguire almeno il 2% per ottenere una decina di deputati.

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“PER L’AGENDA MONTI”: SCELTO IL SIMBOLO, MA DUBBI SULLE LISTE

Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

OGGI AL VIA I COLLOQUI DECISIVI TRA I PARTITI E MONTI

A giudicare dalle apparenze, Monti non sembra così voglioso di tuffarsi nella cucina elettorale, dove a loro agio si trovano soprattutto gli «chef» di professione.
Ieri l’hanno avvistato con la consorte a Venezia, tra Rialto e Piazza San Marco, come una distinta coppia di turisti a passeggio, con la scorta tenuta a debita distanza.
Oggi Monti tornerà  a Roma, però non è detto che voglia partecipare di persona alle trattative per la lista (o le liste) ispirate alla sua Agenda.
Al riguardo, i collaboratori sono parecchio dubbiosi.
Non è riserbo, spiegano, semplicemente tutto cambia di ora in ora, è uno scenario in divenire.
Si dà  per scontato che il premier dimissionario riceverà  Passera e Riccardi, i quali però hanno il rango di ministri e in quanto tali a Palazzo Chigi sono di casa.
È possibile che Monti dia loro istruzioni da riferire nel summit organizzativo delle ore 13 con Italia Futura, Udc, Fli (sempre nel caso che lui non vi voglia andare).
Ed è plausibile che sia comunque una giornata di grandi chiarimenti «vis-à -vis» o per telefono tra tutti i protagonisti, dal momento che certe decisioni vanno pur prese, in quanto a sinistra sono parecchio avanti nei preparativi, e pure a destra il Cavaliere non scherza.
Esempio numero uno: come verrà  richiamato Monti sul simbolo? In qualità  di candidato premier o che altro?
La prima soluzione metterebbe in urto il Prof con Napolitano, dal quale sono giunti privatamente precisi «caveat».
Lo stesso Pd potrebbe sollevare obiezioni formali come già  ha lasciato intendere il capogruppo Franceschini.
Inoltre fioccherebbero accuse di protagonismo, malattia infantile del berlusconismo… Insomma, non va. Ecco dunque tornare in auge la formula che Montezemolo aveva già  illustrato in una intervista al «Corsera» tre mesi fa: «Per l’Agenda Monti», sarà  scritto nel simbolo.
Dove il premier verrà  apertamente evocato, però attraverso il suo programma.
E nessuno avrà  da obiettare, specie ai piani alti della Repubblica.
Manca solo l’okay del premier, oggi potrebbe essere l’occasione buona.
L’altra decisione che Monti tiene in sospeso (qualcuno a Roma sospetta un’astuta strategia del Prof, «temporeggia per decidere quando non ci sarà  più il tempo per fare diversamente») riguarda le liste: una o due?
Per il Senato non si discute, la soglia di sbarramento è tale da non consentire dispersione di voti.
Ma per la Camera l’asticella è al 4 per cento anzichè all’8, dunque c’è margine per differenziare l’offerta.
Si sa che Monti predilige la lista unica, lui vorrebbe diluire i partiti nella società  civile, e soprattutto gradirebbe nascondere i (pochi) politici di professione in mezzo ai tanti «tecnici» (corre voce che possano salire in campo pure Terzi e la Cancellieri). Senonchè Monti deve mediare con la realtà  e fare i conti con le considerazioni pratiche di chi, come Casini, ha sulle spalle parecchie campagne elettorali, dunque ne capisce.
In queste ore specie dall’Udc cercano di far presente che 1) quindici milioni di italiani voteranno in contemporanea per le amministrazioni regionali in Lombardia, nel Lazio e in Molise, dunque un certo radicamento territoriale potrà  fare da traino alle Politiche; 2) due liste significano il doppio dei candidati disposti a battersi per raccogliere voti, circostanza da non disprezzare; 3) rinunciare allo Scudo crociato significherebbe regalare un 2-3 per cento a qualcun altro, magari a quel signore che sta di casa ad Arcore; 4) due liste anzichè una soltanto garantirebbero il 100 per cento in più di spazio televisivo durante la «par condicio», buttalo via…
Poi ci sono, si capisce, le resistenze degli apparati, i calcoli di chi già  proietta lo sguardo al dopo elezioni, quando in caso di lista unica ci sarà  un solo gruppo parlamentare e, forse, un solo partito, con nuovi vertici e facce più giovani.
Ma il tono del dibattito, garantisce un diretto protagonista, è «civilissimo e molto meno ruvido di quanto certe montature polemiche farebbero immaginare».

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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MONTI: “VORREI LA LISTA UNICA MA NON SO SE CE LA FARO'”

Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile

L’OSTACOLO E’ CASINI CHE PUNTA A OTTENERE LA META’ DEI CANDIDATI

Ora è Mario Monti ad attendere un convincente endorsement da parte dei partiti. Certo, per come si sono messe le cose e anche per quel tweet così impegnativo, è molto difficile che il Professore oramai possa negarsi un impegno personale in una operazione che ha già  un logo pronto (”Monti per l’Italia”), ma è pur vero che in certi dettagli potrebbero nascondersi insidie.
A cominciare dalla questione delle liste, che si profila più intricata di quanto appaia in superfice.
Al punto che Mario Monti, confidandosi con uno dei suoi interlocutori politici, ha espresso così il suo pensiero: «Vorrei fare una lista unica, ma non so se ci riuscirò».
Un’istantanea che racconta due cose interessanti.
La prima: Monti sta decisamente dentro all’operazione, al punto da preoccuparsi di questioni pratiche e non solo di massimi sistemi.
Secondo: se neppure Monti, che è una sorta di Papa di questa area, non sa se ce la farà  a far passare la sua linea, questo significa che le resistenze sono forti. Resistenze di due tipi: c’è chi preferisce più liste.
Ovvero: pur sposando quella unica, c’è chi punta a garantirsi un ruolo preminente.
E’ il caso di Pier Ferdinando Casini: nelle trattative informali con i maggiorenti delle altre anime (Monti, Riccardi, Montezemolo, ex Pdl), il leader dell’Udc lo ha fatto capire: noi puntiamo ad avere il 50 per cento dei candidati.
Un modo per alludere alla successiva richiesta: anche metà  dei posti sicuri nel listino devono andare all’Udc.
Una richiesta che Casini fonda su ragioni politiche ed organizzative che non sembrano aver convinto i suoi interlocutori.
Tra i promotori si agitano molte pulsioni tra loro contrapposte, anche all’interno dei singoli partiti.
Nell’Udc, dove Casini non disdegnerebbe la lista unica ma contro l’opinione di Lorenzo Cesa, che è il “capomacchina” e il referente di tanti notabili del territorio. Stessa dialettica nel piccolo di Fli di Gianfranco Fini: l’Udc non lo vuole nella stessa lista.
I finiani sembrano costretti a contarsi e a fare liste che rischiano qualche sguardo occhiuto da parte dei partner.
Anche alla luce di una considerazione più generale di Andrea Romano, “player” di “Italia Futura”: «L’offerta elettorale dovrà  essere molto esigente rispetto alle persone candidate».
In definitiva la scelta dipenderà  da Mario Monti, anche per effetto di un superpotere che è lo stesso Casini a definire, quando attribuisce alla presenza del Professore un «valore aggiunto enorme».
Ieri sera la soluzione più accreditata prevedeva la coesistenza di quattro liste: una di società  civile Monti-Montezemolo-Riccardi, una Udc, una Fli e una sostenuta dagli ex Pdl in uscita o già  usciti.
La decisione finale di Monti in qualche modo sembra legata anche alla natura della sua ambizione, che ancora oggi resta oggetto di domande senza una risposta univoca. Una personalità  come la sua può correre, rinunciando in partenza a vincere?
E se invece si contentasse di un “piazzamento”, cosa lo muove?
«Un personaggio come lui – sostiene il capogruppo Fli Benedetto Della Vedova, che col premier ha avuto di recente un incontro – è mosso dall’etica calvinista di chi si mette in gioco e non accetta “regali”, allo scopo di contribuire a salvare l’Italia e di segnare la storia d’Europa: questi obiettivi si possono raggiungere vincendo le elezioni e in via subordinata, anche realizzando una “media-coalizione” col Pd.
Se non altro per una ragione: non si governa un Paese come l’Italia col 35% dei consensi, anche se si hanno i numeri parlamentari».
E dalle prime mosse, la culla del montismo potrebbe rivelarsi la Lombardia.
Non soltanto perchè Monti è lombardo, ma perchè in questa regione insistono diversi personaggi destinati a moltiplicare i consensi: la candidatura di Gabriele Albertini (amico del premier e allievi dello stesso liceo) a presidente della Regione Lombardia “contro” il Pdl sta riscuotendo significativi riscontri nei sondaggi; lombardi sono alcuni dei montiani già  in politica: Pietro Ichino, l’ala ciellina che appoggia Mario Mauro, il finiano Della Vedova, alcuni di coloro che sono già  usciti dal Pdl (Gaetano Pecorella e Giorgio Stracquadanio), mentre nei prossimi giorni sono destinati a moltiplicarsi gli appelli per il Professore da parte della Milano che conta.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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PER LA NUOVA LISTA MONTI UN BADGET DA 15 MILIONI: ECCO GLI IMPRENDITORI PRONTI A FINANZIARLA

Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile

LA FONDAZIONE DI MONTEZEMOLO SARA’ LO ZOCCOLO DURO DEL MOVIMENTO

Ci vorranno 10-15 milioni di euro per la campagna elettorale della lista Monti.
Soldi che solo in parte arriveranno dal finanziamento pubblico ai partiti, quello al quale possono accedere l’Udc di Pier Ferdinando Casini e Fli di Gianfranco Fini, ma non ancora Italia Futura di Luca di Montezemolo con le altre associazioni della società  civile di Verso la Terza Repubblica.
Una parte importante delle risorse, dunque, sarà  raccolta tra i privati.
Tra chi, imprenditori in testa (ma con il limite di 10 mila euro come prescrive la nuova legge sul finanziamento ai partiti), deciderà  di sostenere il nuovo movimento, che sorgerà  dalle ceneri da Italia Futura, nata think tank tre anni fa e divenuta quasi movimento politico.
Dopo l’anomalia di Forza Italia nel 1994, quello Luca di Montezemolo, Andrea Riccardi, Andrea Olivero e Raffaele Bonanni è il nuovo tentativo (esclusi il Movimento, anch’esso anomalo, di Beppe Grillo e prima quello dell’Idv dell’ex pm Antonio Di Pietro) in circa un ventennio della seconda Repubblica, di presentare alle elezioni un nuovo partito, con ambizioni di governo, che non rappresenti un maquillage di uno già  esistente.
E che quindi non erediti risorse, strutture organizzative, immobili, personale e vantaggi
competitivi come quello di non dover raccogliere le firme per la presentazione delle liste.
Servono soldi, quindi. «Ma non tantissimi. Non faremo una campagna elettorale miliardaria», dicono dalla sede di Italia Futura nel quartiere borghese romano di Prati. Senza aggiungere per ora nulla di più.
Perchè tutto dipenderà  da come l’alleanza per Monti andrà  alle elezioni: con una sola lista, che avrà  il pregio pure di dimezzare i costi, dal momento che sarà  più facile veicolare un unico messaggio; oppure con più liste, nel quale caso gli investimenti per i nuovi arrivati sono destinati ad aumentare.
A Italia Futura dicono di essere pronti, ma non danno alcun’altra informazione, nemmeno sulle attuali disponibilità  finanziare della Fondazione movimento e sui suoi principali sostenitori.
Ma i conti sono stati fatti se uno dei promotori del nuovo partito stima, off the record, in «dieci, quindici milioni» le risorse necessarie.
Considerando che sarà  una campagna elettorale piuttosto breve e soprattutto in un contesto recessivo.
Benzina e manifesti saranno le spese principali, tenendo conto pure che gli spazi con più appeal (quello delle grandi stazioni ferroviarie, per esempio) sono già  stati prenotati dai vecchi partiti, Pd in particolare.
E non costerà  usare i social network come dimostra la recente “salita” del senatore Monti su twitter.
Italia Futura sfiora i 70 mila iscritti. La quota minima di iscrizione è di 20 euro annuali, 100 per il cosiddetto aderente, 500 per il sostenitore.
Di certo in tanti, soprattutto imprenditori, hanno sborsato molto di più. In tutte le convention in giro per l’Italia, Montezemolo ha raccolto finanziamenti.
Italia Futura è il nocciolo duro del nuovo partito perchè nè Olivero, che si è dimesso da presidente in vista della sua prossima candidatura, nè Bonanni, che ha ormai fatto un passo indietro e non parteciperà  personalmente alla campagna elettorale, possono schierare rispettivamente le Acli e la Cisl.
Singoli militanti e iscritti ci saranno, ma è evidentemente un’altra cosa.
Discorso identico per la Comunità  di Sant’Egidio di Riccardi.
E le risorse per questo che appare un nuovo partito trasversale della borghesia, tanto più dopo l’abbraccio tra Sergio Marchionne (la Fiat è proprietaria della Ferrari di cui è presidente Montezemolo) e Monti davanti agli operai della fabbrica di Melfi, arriveranno soprattutto da imprenditori.
Ce ne sono alcuni già  in prima fila, altri più defilati, tra questi in molti indicano il patron di Tod’s, Diego Della Valle, che però ha sempre smentito.
Certo c’è Gianni Punzo presidente dell’Interporto campano di Nola, e socio di Montezemolo, insieme, tra gli altri, allo stesso Della Valle, in Ntv, il treno ad alta velocità .
C’è poi Maria Paola Merloni, deputata Pd, ora presidente di If Marche e figlia di Vittorio Merloni, ex presidente di Confindustria, presidente onorario della Indesit.
C’è il proprietario e presidente della Ferrarelle, Carlo Pontecorvo che presiede If della Campania; Salvatore Matarrese, costruttore, presidente dell’Ance pugliese, che guida If Puglia; Cinzia Palazzetti, imprenditrice del settore edile, già  presidente degli industriali di Pordenone; Federico Vecchioni, imprenditore agricolo, dimessosi recentemente da coordinatore di If dopo essere stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa dalla procura di Grosseto.
Insomma, «i soldi non sono proprio un problema», sintetizza uno degli esponenti della Fondazione che entro la fine di questa settimana si trasformerà  formalmente in movimento politico, con i vincoli di legge in termini di democrazia interna e di trasparenza dei finanziamenti.

Roberto Mania
(da “La Repubblica”)

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ALFREDO MANTOVANO LASCIA IL PDL: “PASSO NELLA LISTA MONTI E SPERO CHE MOLTI ALTRI COLLEGHI MI SEGUANO”

Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile

NEI VARI PARTITI AUMENTANO I RUMOR SU CHI STA VALUTANDO IL PASSAGGIO ALLA COALIZIONE DEL PREMIER USCENTE

Alfredo Mantovano, ex An ed ex sottosegretario del governo Berlusconi, ha deciso: «Passo nella lista Monti. E spero che molti altri colleghi mi seguano».
Dall’altra parte, dopo il caso di Pietro Ichino, c’è un altro piccolo drappello che studia il da farsi, aspettando di capire se avrà  una poltrona garantita o se dovrà  giocarsi la partita pericolosa delle primarie.
Nell’attesa che Mario Monti e i suoi alleati sciolgano gli ultimi dubbi su come si presenteranno – se con una lista unica o più liste separate – gli ex parlamentari fanno i conti con la propria coscienza, con le proprie opinioni politiche (spesso mutevoli) e con la speranza di essere ricandidati (e il timore di non farcela).
Monti confida in una squadra che contenga anche un drappello di ministri: si parla tra gli altri di Renato Balduzzi e Mario Catania (forse in quota udc).
Nel Pdl, invece, il quadro sembra abbastanza chiaro.
Hanno deciso di abbandonare il partito riberlusconizzato Franco Frattini (che però si ricandiderebbe solo in una lista montiana separata, non con Casini e Fini), Giuliano Cazzola e Beppe Pisanu.
Insieme a loro, sono pronti a indossare la casacca montiana gli ex an Mantovano e Gennaro Malgieri. Ma anche l’eurodeputato Mario Mauro, uno degli uomini più potenti di Cl, che avrebbe già  depositato due simboli: «Italia popolare» e «Costituente popolare».
Un modo per non dover raccogliere le firme ed essere pronti, nel caso (improbabile) che si optasse per una lista di ex pidiellini.
La pattuglia dei dirigenti pdl che sembrava irrequieta – Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi e Raffaele Fitto – si è invece ricompattata con il Cavaliere.
Gianni Alemanno non ha sciolto la riserva ma sembra intenzionato a restare.
Cazzola la vede così: «Ho l’impressione che Berlusconi abbia calamitato tutti. Io pensavo di non ricandidarmi, poi è arrivata questa novità  di Monti che mi ha attizzato».
Curiosità  che deve convivere con la perplessità : «Mi chiedo se Monti si renda conto di cosa voglia dire presentarsi in tutte le circoscrizioni. Ho l’impressione che ci sia scarsa organizzazione. Tra l’altro mi pare che non ci siano ancora referenti stabili, è tutto per aria».
Nel Pd, la fuoriuscita di D’Ubaldo (e di altri tre parlamentari) ha accresciuto i sospetti che non sia finita qui tra i popolari: «Ho sentito Enrico Letta usare la sgradevole espressione “campagna acquisti”: davvero volgare. Mi sembra del tutto legittimo per noi popolari scegliere. Nel Pd ci sentivamo quasi ospiti: ci stavamo come risposta emergenziale al berlusconismo. Ora si è sciolto il ghiaccio della cortina di ferro. Monti ha fatto una grande operazione: ha costruito un’alternativa democratica, tenendo ben fermo il confine a destra».
a non sfugge a nessuno che qualche tentazione riguardi una questione meno ideale: la poltrona sicura.
I garantiti, cioè i parlamentari nominati dalla segreteria del Pd, saranno solo un centinaio. Gli altri dovranno cavarsela con le primarie.
In molti casi – se non hanno appoggi sul territorio o non sono in sintonia con la maggioranza del partito – sono battaglie perse in partenza.
Perchè non provare con Monti? «So che alcuni ci stanno pensando – conferma D’Ubaldo – ma facciano attenzione a dare motivazioni serie».
Bosone ha deciso di non ricandidarsi: «Vedo che c’è il tana liberi tutti, ma io resto presidente di Provincia e non cerco poltrone. Anche perchè mi chiedo come si faccia a conciliare l’economicismo montiano con il solidarismo cattolico».
C’è un’altra pattuglia sotto osservazione: i renziani.
Stefano Ceccanti, uno dei deputati più attivi, confida nella segreteria: «Spero che il Pd voglia utilizzare ancora le mie competenze».
Se non fosse tra i garantiti, andrebbe con Monti? «Se non servissi al Pd, tornerei all’università . Credo che convenga anche a Bersani che nel partito ci sia una minoranza che faccia da trait d’union con Monti».
Quanto agli altri, Giorgio Tonini è quello che ha le maggiori chance di essere inserito nel «listino»: anche perchè, essendo uomo di Veltroni oltre che deputato molto attivo, dopo l’addio di Walter sarebbe uno sgarbo non ricandidarlo.
Enrico Morando resterà  fuori un giro, mentre Salvatore Vassallo, deputato prezioso al Pd anche per le sue competenze tecniche, ha deciso di combattere la battaglia delle primarie: «Voglio essere legittimato dai cittadini».

Alessandro Troncino
(da “Il Corriere della Sera“)

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MONTI SPINGE PER LA LISTA UNICA: IN UN SONDAGGIO CONSENSI AL 20%

Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile

I CAPI CORRENTE DEL’UDC IN SUBBUGLIO PER LA PAURA DI ESSERE TAGLIATI FUORI… OGGI MONTI A COLLOQUIO CON CASINI E FINI

Ufficializzata la «salita» in politica con un tweet mandato in rete quasi allo scoccare della mezzanotte, la sera di Natale, dopo una cena milanese con figli e nipoti, Mario Monti entra nel vivo dell’organizzazione.
Il premier è meticoloso, sta pianificando la campagna elettorale, le sue uscite in tv, e sa bene che il primo compito, urgentissimo, è dare forma compiuta al suo movimento. Anche perchè entro metà  gennaio qualcuno si dovrà  presentare al Viminale con le liste complete di firme.
La linea la detta al telefono in attesa del rientro questo pomeriggio nella capitale: «Servono serietà  e coerenza».
L’appuntamento decisivo è invece per domani, quando Monti incontrerà  a palazzo Chigi i ministri più direttamente coinvolti nell’operazione elettorale — da Riccardi a Passera — e, successivamente, chiamerà  a raccolta anche Casini e i rappresentanti di Italia Futura.
Di fatto il primo vero summit del «Movimento per l’Agenda Monti». Montezemolo, in partenza per l’estero, non potrà  essere presente ma ha in programma per oggi un colloquio con il leader dell’Udc e con Fini.
Tutti si sentono, in una girandola di incontri e telefonate che dovrebbe portare domani a una decisione definitiva sull’assetto di battaglia: una lista unica? Più liste federate tra loro? La questione resta aperta.
Si sa che Monti sta spingendo perchè ci sia un’unica lista sia alla Camera che al Senato. «Solo così — ha spiegato — daremmo un vero segnale di rinnovamento e di forza».
Ma è chiaro che l’Udc e, in misura minore, anche Italia Futura, non vedono di buon occhio questa soluzione.
Non c’è soltanto il vantaggio elettorale di presentare più simboli. Il problema principale è anche stabilire in base a quali quote dividersi i posti in lista, quali ruoli distribuire nel neonato movimento.
Inoltre, visto che le Politiche saranno abbinate alle Regionali, l’Udc e Fli non intendono rinunciare ai loro simboli nelle regioni.
Anche tra i “terzorepubblicani” di Montezemolo e Riccardi l’idea di mescolarsi con i “politici” non suscita grandi entusiasmi. Tanto più che la previsione unanime è che, in caso di lista unica, «scorrerà  molto sangue» e le liti interne non sarebbero un buon viatico per tenere a battesimo la nuova creatura.
Insomma, più si avvicina l’ora delle decisioni e più la situazione si fa pesante.
Tanto più che nell’Udc, il partito più grande e che avrebbe più da perdere da una fusione indistinta, in molti stanno facendo pressione su Casini per evitare lo scioglimento.
E, tra questi, alcuni capi locali con consistenti doti elettorali: da Pasquale Sommese in Campania a Luciano Ciocchetti nel Lazio, da Angelo Cera in Puglia a Mario Tassone in Calabria.
Tutte teste che potrebbero rotolare se si andasse a un filtro stretto affidato a Monti. Così proprio nell’Udc sta maturando una proposta da sottoporre al premier.
Una formula che faccia salve le diverse liste, con la sottoscrizione di un patto per formare un gruppo parlamentare unico e l’impegno a dar vita a un unico soggetto politico. Insomma un fidanzamento in vista di un futuro matrimonio.
Ma è difficile, fa notare chi parla spesso con il premier, che Monti possa accettare una soluzione al ribasso.
Piero Ichino, il senatore (ex) Pd che è diventato l’ideologo del movimento, ieri ha messo in guardia chi volesse tentare l’assalto alla diligenza: «Sarà  una forza nuova con alcune figure che vengono dalla scorsa legislatura, ma saranno poche e attentamente filtrate dal presidente Monti».
Il premier, ha detto Ichino al Tg4, avrà  un ruolo attivo «per il solo fatto che sarà  lui a controllare la composizione di queste liste e a dare il suo consenso solo alla lista che risponda ai criteri che ha enunciato in modo netto in conferenza stampa».
Ormai Monti, scegliendo di impegnarsi e rischiare in prima persona, ha il coltello dalla parte del manico.
Tanto più che un sondaggio riservato, commissionato da Montezemolo e arrivato caldo caldo il 24 sera (quindi successivo alla conferenza stampa di Monti), assegna al neonato movimento una forza notevole, con una forchetta dal 19 al 21 per cento. Insomma, la lista del premier sarebbe già  oggi il secondo partito, prima del Pdl e di Grillo.
La lista unica avrebbe il 20 per cento, la formula con liste multiple appena l’un per cento di più.
Ma c’è un altro dato che ha fatto sorridere i seguaci del Professore.
Di questo 20 per cento di elettori disposti a votare Monti, la quota in arrivo dal Pdl è pari al 9-12 per cento.
La metà  insomma dei futuri elettori montiani è composta da cittadini delusi dal Cavaliere. «Deve essere per questo — ironizzano nel quartier generale del premier — che Berlusconi ha dato ordine di attaccare a testa bassa usando il ciclostile».
Nei piani alti del movimento circolano anche i bozzetti del simbolo, che saranno esaminati domani nel vertice a palazzo Chigi.
Molti contengono la parola «centro», altri la dicitura «per l’agenda Monti».
Ieri Ichino l’ha chiamato «movimento per l’agenda Monti».
E chissà  che non stesse dando una notizia.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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