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CERCASI ANTI-BASSOLINO: IL PD A CACCIA DI SFIDANTI, TRA START UP E CLINICHE

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

NEL PARTITO IN POLE MIGLIORE E NICODEMO…TRA GLI ESTERNI SCALELLA O CONDORELLI

Ora chiedono tempo. E, soprattutto, «società  civile».
Il Pd alla ricerca (moderata) di un piano B per battere Antonio Bassolino ormai inesorabilmente nel ring delle primarie, dopo l’autogol dell’annuncio sul presunto cambio di regole per eliminare dalla competizione gli ex sindaci.
Sei nomi sotto osservazione. Tre sono dirigenti renziani. Gli altri, su cui si va con più convinzione, appartengono al mondo delle start-up, dei professionisti, delle cliniche.
I vertici del Nazareno sperano di sfiancare innanzitutto anche con il rinvio dei tempi – primarie non più il 7 febbraio, ma il 20 marzo, elezioni a giugno – il maratoneta di varie stagioni, ex sindaco ed ex governatore che in perfetta solitudine s’incammina a sessantotto anni lungo la sfida, lunga, frastagliata e già  molto accesa, delle amministrative di Napoli.
È il Bassolino dal proverbiale fiuto che ieri, per tutta risposta, manda a dire a Roma, dallo studio di Floris a La 7: «Capisco che Renzi punti tutto sul referefendum, però queste amministrative saranno molto importanti. A Roma, ad esempio, c’è la situazione più difficile per il Pd. E i 5 Stelle, nella capitale, rischiano di vincere perfino a prescindere dal profilo che metteranno in campo. A Napoli, invece, la sorte dei grillini dipenderà  dalla forza del candidato che sceglieranno ».
Ma nella capitale del sud, oltre all’imbarazzo dello stesso gruppo regionale per la scivolata dei vicesegretari nazionali, c’è posto solo per un lavoro improvvisamente serrato su nomi, profili e strategie.
Sei nomi, oltre a quello ricorrente e mai definitivo di Umberto Ranieri, già  sottosegretario agli Esteri, amico di Giorgio Napolitano e avversario di lunghissima data di Bassolino. Ranieri non ha ancora rotto formalmente gli indugi, anche se per molti sta già  preparando la discesa in campo per un duello che ricalca le prove muscolari tra ingraiani e miglioristi e che i più giovani dirigenti renziani bollano drasticamente: «Bella partita: gli anni Ottanta contro gli anni Novanta ».
Ma sono tre, le storie che piacciono di più a Roma.
Sono i profili di Dario Scalella, cinquantenne imprenditore e campione di start-up, l’uomo che con pochi ingegneri temerari ha dato vita all’elicottero superleggero K4A, un gioiellino che ha conquistato cinesi e arabi, e per il quale già  due anni fa si scomodò il premier Renzi, visitando l’officina al’estrema periferia orientale di Napoli dove questo sogno ha visto la luce; in pista c’è anche Celeste Condorelli, manager, proprietaria di una nota clinica cittadina e anche donna impegnata nel sociale.
Dettaglio non irrilevante: tra i suoi sostenitori più accesi vi sarebbe proprio quell’Andrea Cozzolino, europarlamentare Pd nonchè ex potente assessore regionale fedelissimo a Bassolino (e candidato delle primarie scandalo del 2011), che in questa tornata troverebbe politicamente una sponda nel governatore De Luca per “uccidere” politicamente il vecchio padre.
L’altra opzione porta all’avvocato Claudio Botti, penalista e intellettuale di sinistra.
Nomi che seguono ai rifiuti già  opposti sia dal presidente degli industriali di Napoli, Ambrogio Prezioso, sia di Paolo Siani, il pediatra fratello del giornalista ucciso dalla camorra, Giancarlo, che oggi guida la Fondazione regionale che si occupa di vittime innocenti della criminalitò organizzata.
Meno probabile che si peschi tra i dirigenti interni: anche se con insistenza ricorrono i nomi del deputato Gennaro Migliore, del renzianissimo Francesco Nicodemo e dell’altro parlamentare Leonardo Impegno.
Ma un peso nella partita lo avrà  il governatore De Luca, momentaneamente indebolito dalle ricadute politiche dell’inchiesta della Procura di Roma che lo vede indagato.
«Ma è naturale che qualunque nome – sostengono ora nella rinnovata segreteria regionale – debba passare attraverso la condivisione di Vincenzo».

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A BASSOLINO: “NON PENSO A LISTE CIVICHE, RESTO CANDIDATO ALLE PRIMARIE”

Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

“UNO INTELLIGENTE COME RENZI NON CAMBIA LE REGOLE DEL GIOCO QUANDO IL TRENO E’ PARTITO”

«Mi chiede se penso a una lista civica? E perchè? Io sono candidato alle primarie del centrosinistra. Io non mi faccio fuorviare. Io resto calmo. Anche perchè non credo che ci sia un politico bravo come Renzi dietro questa idea, singolare, di cambiare le regole del gioco quando il treno è già  partito. Le frasi della Serracchiani sono sbagliate, infatti. Penso davvero che la saggezza del segretario nazionale, che è un figlio delle primarie, alla fine imprima una correzione».
Le 17, buio, pioggia, periferia orientale di Napoli.
Ma nella ex fabbrica, oggi centro sociale invaso da ragazzini e volontari, dal quale Antonio Bassolino sceglie di far partire la sua terza campagna da candidato sindaco, arde fuoco vivo. Fiamme alte nel bel camino della onlus “Figli in famiglia”.
E nello scontro diretto con i vertici Pd
Bassolino, i vicesegretari nazionali le mandano a dire che non c’è posto per lei.
«Io penso che certe cose facciano un grave danno al Pd, non a me. Tanti incoraggiamenti: “sono autogol, ti rafforzano”. Invece io non gioisco di eventuali autogol. Perchè io ho a cuore questa creatura che è il Pd ,e che ho contibuito a fondare. Io non ci sono arrivato pochi mesi fa, nel partito. E perchè il Pd a Napoli sta già  messo davvero molto male, io mi augureri che non aggiungessimo altro male. Inoltre, bisogna avere rispetto per questa città ».
Andiamo al cuore del problema. La Serracchiani dice: la regola di non candidare ex sindaci varrebbe per tutti, anche per Renzi. Sarebbe un metodo per rinnovare.
«Francamente, leggevo il giornale e stentavo a credere che certe cose fossero state dette sul serio. Innanzitutto: se si volevano regole diverse, si aveva il dovere di discuterne e di deciderlo mesi fa. Prima che il treno si fosse messo in cammino. Poi: di cosa parliamo davvero? Il sindaco Bianco sta lì (a Catania). Il sindaco Orlando sta lì (a Palermo). Dice che varrebbe per gli ex sindaci, ma quali, quelli di ieri o di oggi? E che “anche Renzi non potrebbe candidarsi a Firenze”». Ride. «E meno male: sta a Palazzo Chigi». Poi tira fuori un foglietto. «Renzi, era solo qualche mese fa, ha detto: non cambieremo le regole delle primarie. Ecco la dichiarazione».
Però è stato subito chiaro che non fosse gradita la sua candidatura.
«Ma in quali termini? Facciamo chiarezza. Io attendo per mesi, rispettosamente, che la direzione provinciale maturi le sue decisioni, aspetto che vengano decise le primarie e fissate per il 7 febbraio. Questo accade venerdì scorso. Bene, il sabato mattina, io faccio una cosa che più renziana-bassoliniana non si potrebbe: cioè scrivo sui social “mi candido”. Gioco aperto, leale. Si facciano avanti gli altri. E a sera cosa succede? Che delle “fonti anonime” fanno sapere che io non sarei il candidato di Renzi? Ma le fonti anonime non sono roba di un grande partito. Se tu non condividi una proposta chiami un’agenzia, ti qualifichi: sono Gennaro Esposito e non sono d’accordo. E io dico: bravo. Ma le fonti anonime no. Avevamo i calzoni corti quando combattevamo contro le fonti anonime. Poi passa un altro giorno ed ecco l’idea di cambiare le regole» Il tema classe dirigente e rinnovamento resta. Il renziano Gennaro Migliore dice a Repubblica: «Non è tempo di Maradona, ci vuole un Sarri».
«Eccomi, sono io Sarri. Migliore diceva anche che io facevo “tattica”, nei mesi scorsi. Invece io aspettavo. Ma io sono Sarri. Come centravanti di sfondamento ho già  dato. Io voglio fare solo un mandato, se ci riesco. E poi largo ai ragazzi, ai giovani, alle forze nuove».
Possibile che non ci sia stato nessun contatto e confronto con Roma, in questi mesi in cui appariva evidente il suo ritorno in campo?
«Assolutamente no. E quando questa estate si parlava di nomi di candidati contattati dal partito, io mi chiedevo ma coloro che li contattano a nome di chi parlano? Di quale decisione unitaria del Pd?. Intanto, qualcuno si domandava perchè non chiamassero anche me. Se da Roma mi avessero chiesto una mano a cercare, io avrei detto: volentieri. Ma nessuno l’ha fatto. E mentre loro chiamavano altri, la città  ha chiamato me. Tanti sostenitori, anche di Renzi, come lo sono io d’altro canto, mi chiamavano per dirmi di non perdere tempo e buttati».
Lei avrà  contro parte del Pd, come l’area del governatore De Luca. Saranno ancora primarie al veleno?
«Io chiedo e sto lavorando perchè siano un gioco aperto, limpido, di vittoria democratica. E poi a me piace vincere. Mi dispiace per chi vuole perdere».
La sua candidatura imbarazza o fa paura?
«Nessuna delle due. Ma strano stia succedendo tutto questo: io non ero così inviso, a Napoli?»

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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CASO BASSOLINO, CAOS NEL PD: “NON SI CAMBIANO LE REGOLE IN CORSA”

Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

LA MINORANZA: “NIENTE RAGGIRI BUROCRATICI”…IN SOCCORSO A BASSOLINO ANCHE IL RIVALE RANIERI…E RENZI PRENDE TEMPO

Il limite dei due mandati consecutivi non basta. Per il Pd uno che ha già  fatto il sindaco non può più candidarsi.
E se non ha altre cariche politiche, sta nel partito, sì, ma magari darsi alla bocciofila, allo scopone scientifico.
E la scelta “dal basso”, la partecipazione popolare, il grido di dolore che si levò per avere “primarie aperte“? Niente, via tutto.
“La proposta della segreteria, che sarà  discussa nelle prossime settimane, prevede che chi è già  stato sindaco non potrà  candidarsi alle primarie” dice Debora Serracchiani, vicesegretario del partito.
E così non ci vuole quella gran dose di malizia per pensare che sia una norma pensata nel fine settimana per rispondere alla candidatura ufficializzata da Antonio Bassolino a Napoli.
E, incidentalmente, una regola che farebbe strike con Ignazio Marino, un altro che ha “minacciato” di ricandidarsi alle primarie per Roma, nonostante tutto.
E quindi si profila una sfida aperta tra l’ex sindaco e ex presidente della Regione Campania da una parte e il segretario e presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha proposto una moratoria del dibattito sulle primarie fino a gennaio.
Però un colpo di mano lo tenta di sicuro, proponendo in direzione la data del 20 marzo come election day nazionale “per fare le primarie”.
Sconfessando così la decisione del Pd di Milano ma anche di Napoli che avevano fissato le elezioni di primo livello al 7 febbraio.
Bassolino: “Renzi disse che le regole non cambiavano”
Bassolino sfida direttamente il segretario del partito, Matteo Renzi: “Sono d’accordo con lui — dice l’ex presidente della Campania — Le regole non si cambiano, l’ha detto il 21 ottobre scorso”.
In effetti il capo del Pd e del governo, in un’intervista del 21 ottobre (un mese fa) a Otto e mezzo su La7, aveva assicurato che le regole sarebbero rimaste le stesse.
“Non cambieremo le regole per le primarie”.
D’altra parte, precisa Bassolino, nel primo incontro pubblico della sua campagna elettorale, “Renzi stesso è figlio delle primarie. Bersani, segretario in carica, fu un signore a fissare regole che hanno consentito a Renzi di candidarsi e vincere”.
E in suo sostegno arriva ora la minoranza del Pd.
“I problemi politici si affrontano con la politica, non cambiando le regole” dice Roberto Speranza.
E’ “una decurtazione delle libertà  personali — aggiunge Nico Stumpo — Servono soluzioni politiche, non raggiri burocratici”. “Non si cambiano mai le regole in corso di gioco ma ben prima e a Napoli è stata già  fissata la data del 7 di febbraio. E poi io in generale penso che sono giuste le regole che tengono a includere e ad aumentare la partecipazione, non ad escludere” aveva detto alla Telefonata di Belpietro, su Canale 5. Il suo obiettivo, ha precisato più volte, è far terminare quello che definisce “l’isolamento” di Napoli avvenuto con l’amministrazione di Luigi De Magistris.
Serracchiani: “Non è una regola contro di lui
No, precisa la Serracchiani, non è una regola contra personam perchè “varrebbe anche per Renzi a Firenze e Delrio a Reggio Emilia“, anche se la differenza che il primo è presidente del Consiglio e il secondo ministro dei Trasporti verosimilmente fino al 2018.
Ma la Serracchiani precisa: “È solo un modo per dire che quando un’esperienza si è chiusa, si è chiusa per davvero. Nulla di strano: lui ha già  dato”.
Certo, la vicesegretaria concede a Bassolino di “decidere liberamente di fare qualunque scelta, ma non potrà  correre alle primarie del Pd”. Ad ogni modo ci saranno “le stesse regole ovunque. Chiare, per tutti: da Aosta a Marsala“.
Guerini: “Quando un’esperienza è chiusa, è chiusa”
Ma è chiaro che il messaggio arriva in modo concentrico. Le stesse parole, quasi in fotocopia, le pronuncia infatti l’altro vice di Renzi nel partito, Lorenzo Guerini, intervistato dalla Stampa: “Tanto per cominciare, le amministrative non possono essere occasione di rivincite personali ma devono essere collegate ad un progetto condiviso” dice. E ribadisce, quasi da copione: “Chi ha già  fatto il sindaco per due mandati, anche in tempi lontani, è bene lasci il testimone ad altri. Quando un’esperienza è chiusa, è chiusa. Varrebbe per Delrio a Reggio Emilia, per Renzi a Firenze o per me stesso se pensassi di ricandidarmi a Lodi”. Stessi esempi, anche se in situazioni diverse.
Ranieri, l’eterno rivale: “Non si cambia in corsa
E in sostegno di Bassolino, arriva Umberto Ranieri, rivale storico di Bassolino e rivale di Andrea Cozzolino (candidato bassoliniano) alle primarie del 2011, quelle annullate e finite con la scelta dall’alto del prefetto Mario Morcone (poi sconfitto alle Comunali).
“Le regole non si cambiano in corsa” dice Ranieri, parlamentare dal 1994 al 2008, ex sottosegretario agli Esteri e ritenuto vicino a Giorgio Napolitano. “Non ho condiviso la scelta di Antonio Bassolino di candidarsi alle primarie per il sindaco di Napoli del centrosinistra — spiega Ranieri — ho sostenuto una strada diversa: una personalità  espressione delle forze vitali e delle energie che animano la società  napoletana, in ogni caso lavorerò perchè una nuova generazione entri in campo. Considero tuttavia inaccettabili le discriminazioni verso Bassolino e l’adozione di misure che ne impediscano la partecipazione alle primarie”.
Anche per il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta è una “norma ad personam”: “Gli si dica di non candidarsi e basta”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MOSSA PD CONTRO BASSOLINO: “NON SI PUO’ CANDIDARE CHI E’ GIA’ STATO SINDACO”

Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile

PRIMARIE VIETATE PER L’EX SINDACO DI NAPOLI: “LIBERO DI FARE ALTRE SCELTE”

Non si potrà  candidare sindaco chi già  lo è stato.
La proposta della segreteria Pd vale per Matteo Renzi, vale per Graziano Delrio, ma certamente vale soprattutto per Antonio Bassolino, che ha annunciato la candidatura a primo cittadino di Napoli, 21 anni dopo la sua prima elezione a sindaco.
“È solo un modo per dire che quando un’esperienza si è chiusa, si è chiusa per davvero. nulla di strano: lui ha già  dato” afferma alla Repubblica Debora Serracchiani, vice segretario del Partito Democratico.
Quanto ad Antonio Bassolino, “non è in cima ai miei pensieri” confida la Serracchiani, aggiungendo che “può decidere liberamente di fare qualunque scelta, ma non potrà  correre alle primarie del Pd”.
Primarie che saranno “aperte a tutti i cittadini. Mentre per i ruoli politici, ad esempio le segreterie locali, stiamo ragionando se far votare solo gli iscritti”.
In merito all’impatto che questa tornata di elezioni amministrative di primavera potrà  avere sul Governo Renzi, Serracchiani risponde che “il governo sta affrontando temi delicati, facendo un lavoro straordinario. Sono due cose assolutamente distinte, non ci vedo alcuna relazione. Il Pd non ha paura di Grillo. Piuttosto: gli italiani hanno paura del M5S? Perchè li ho ascoltati in tv, ho sentito dire che per risolvere le drammatiche vicende di questi giorni bisogna dialogare con l’Isis, tagliare i fondi alla Difesa per finanziare il reddito di cittadinanza e riaprire l’ambasciata in Siria. Vi sembrano risposte all’altezza del problema?”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL RITORNO DI BASSOLINO: DAL PCI A RENZI, LA LUNGA MARCIA DEL COMPAGNO ANTONIO

Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

OGGI L’ANNUNCIO: “MI CANDIDO A SINDACO DI NAPOLI”

Rieccolo. Due semplici parole per ufficializzare quello che ormai già  si sapeva da tempo: “Mi candido”. Con un annuncio diramato su Facebook. Roba moderna, da politica 2.0, perchè non si dica nè si pensi che ad Antonio Bassolino“di Afragola”, come specifica nel suo profilo, manchi quel tocco di modernità  in grado di farlo competere alla pari con i più freschi dirigenti che il Partito democratico eventualmente metterà  in campo nella corsa delle primarie, se mai ci saranno, per scegliere il candidato sindaco di Napoli.
O con i giovani leoni del Movimento 5 Stelle che anche all’ombra del Vesuvio non fanno mistero della grande abilità  con la quale utilizzano la Rete.   Tutti avvertiti, dunque.
Rieccolo. Sarà  stato il 1977 o giù di lì.
Trentotto anni fa, un’altra era geologica. Napoli esplodeva per la questione del lavoro. Come sempre, d’altra parte. Paralizzata ogni giorno dai cortei che bloccavano le vie del centro e non solo, la città  soffocava quando i manifestanti si materializzavano intorno alla stazione Centrale.
Imperversavano i disoccupati organizzati, movimento spontaneo cresciuto al di fuori del controllo dei grandi partiti di massa della sinistra e dei sindacati. Un’eresia per quei tempi. C’era da capire. Chi erano costoro, chi li guidava, quali gli obiettivi?
Se ti capitava di essere mandato dal tuo giornale a raccontare quegli eventi, oltre ad immergerti nel movimento per tirarne fuori leader e personaggi, tappa obbligata erano dirigenti politici e personaggi vari della città , a cominciare dagli intellettuali più o meno in vista che potevano illustrare l’inedito fenomeno.
Parlavano, parlavano, questi onorevoli, consiglieri, scrittori. Ma alla fine tutti consigliavano di andare a fare visita ad Antonio Bassolino per raccoglierne spunti e analisi.
Bassolino? Sì, proprio lui, Antonio, l’uomoche oggi ha annunciato la sua candadatura a sindaco di Napoli. A Roma quasi nessuno lo conosceva, all’ombra del Vesuvio era già  un leader ossequiato e potente. Che, con il suo eloquio sommesso (solo in apparenza) e balbuziente, ti riceveva nella scarna sede comunista illustrandoti l’universo mondo
1977: un’era geologica è passata. E anche politica, se è per questo.
Nell’Unione sovietica regnava il compagno Leonida Breznev, negli Stati Uniti presiedeva Jimmy Carter. In Italia, presidente della Repubblica era Giovanni Leone, capo del governo Giulio Andreotti, bersaglio di improperi per il suo attaccamento alla poltrona e al potere.
Tra i più critici, militanti e dirigenti del Partito comunista, proprio il Pci che in Campania aveva in Bassolino il suo segretario regionale.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Breznev e Carter sono morti o dimenticati dai più. Anche Andreotti è trapassato e se ne comincia a perdere memoria. E’ sparita la Dc, dal oltre un ventennio dopo Breznev s’è dissolta anche l’Urss, abbiamo riunificato le Germanie, seppellito pure il Pci.
Bassolino invece è ancora qui, in corsa per il municipio di Napoli dopo una lunga e brava carriera e quello che nel 2010 era addirittura suonato come un vero addio all’attività  politica: consigliere regionale (1970), segretario della federazione di Avellino del Pci (1971), segretario della Campania (1976), membro nel comitato centrale del partito (1972), responsabile per il Mezzogiorno e successivamente per il Lavoro. E ancora, membro della Camera dei deputati (1987) sindaco di Napoli (1993), ministro del Lavoro (1998), ancora sindaco di Napoli rieletto, quindi presidente della Regione Campania (2000) gratificato dalla riconferma (61 per cento) nella tornata successiva (2005) e fino al 2010 quando, sepellito dalle contestazioni e dai guai giudiziari, s’era fatto infine da parte salutando le alte cariche.
Rieccolo, invece, più renziano che mai dopo essere stato comunista, ingraiano e forse dalemiano, ripartire alla carica con una nuova candidatura a sindaco di Napoli nonostante l’età  (68 anni) e la lunga lista di guai giudiziari collezionati tra municipio e Regione e che parevano averlo azzoppato a tal punto da convincerlo a togliere il disturbo: rinvio a giudizio per presunti reati commessi (2000-2004) come commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania; un altro per truffa ai danni dello Stato, abuso di ufficio, falso: un’altro ancora per peculato, senza contare una condanna per danno erariale.
Quanto basta per stroncare un cavallo, seppure di razza. E difatti proprio così andò o sembrò andare, con Bassolino bastonato dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro (“Deve dimettersi”) e impietosamente scaricato persino dal suo antico sodale comunista e segretario Pd Walter Veltroni che, senza tanti giri di parole, lo invitò, “di fronte a vicende così amare”, ad “affidarsi alla sua coscienza civile”.
Un funerale in piena regola sembrava, proprio un vero funerale con sepoltura (solo politica, per fortuna) del caro estinto, nonostante l’interessato rivendicasse l’innocenza: “Ho le mani pulite”, dichiarava Bassolino, “non ho fatto nulla di male”. Infatti, rieccolo, dopo cinque anni più pimpante che mai nonostante qualche incidente sanitario. E mentre l’ingrato Veltroni è relegato fuori dalla scena politica a confezionare film e documentari, lui, uscito nel frattempo assolto da tutti i processi, orgogliosamente è lanciato alla riconquista di quello per cui si sente da sempre tagliato: “Fare il sindaco di Napoli”.
Un’autentica rivincita. Sulla scia della quale, annunciata l’intenzione a competere, è partita la campagna con sortite pubbliche, dichiarazioni, manifestazioni d’affetto degli antichi amici e tanti articoli su organi di stampa e web.
Nel frattempo, lui parla da autentico capopartito e candidato in pectore. Anche se aperto alla competizione interna, va da sè. A Milano si vota il 7 marzo? Bassolino ci pontifica: “E lì siamo al governo, mentre a Napoli , dove tutto è più difficile, una data non c’è”. Una ragione di più per accelerare: “Indicato il giorno del voto e ribadito che quella delle primarie è la strada naturale per scegliere il candidato”, ammonisce, “ognuno deve essere pronto alla competizione, vale anche per me”.
Questi i toni, quelli di chi sente di avere la strada aperta. Vero che composita e potente appare anche la compagnia di coloro non proprio entusiasti della sua ridiscesa in campo. A cominciare dal governatore della Campania Vincenzo De Luca (“Lui candidato? Dobbiamo fare una scelta unitaria”, ha detto tempo fa) e, naturalmente, dagli altri aspiranti sindaci che scalpitano nelle file democratiche in vista delle primarie: il suo antico collaboratore e parlamentare europeo Andrea Cozzolino, per esempio, che si dichiara pronto alla discesa in campo.
E il più giovane Gennaro Migliore, sbarcato nel Pd da Sinistra ecologia libertà : dopo il ripensamento dell’ultima campagna elettorale per le regionali quando prima annunciò la candidatura salvo poi ritirarsi di fronte alle forze strabordanti di De Luca, vorrà  magari anche lui prendersi la rivincita.
Ma per Bassolino sembra spirare decisamente un’aria amica. Anche da Palazzo Chigi i segnali sembrano propizi.
I vecchi assertori della rottamazione, infatti, pare abbiano cambiato registro e non avere alcuna preclusione per il vecchio Bassolino. Basta avventure, meglio andare sul sicuro, magari puntando sull’usato garantito.
E chi meglio di lui? Dal 1993, dal suo esordio in una competizione elettorale, non ne ha persa una. Anzi, si è sempre ripetuto aumentando i consensi. Performance che nell’entourage del premier sembrano avere annotato con grande diligenza. “Dobbiamo vederci”, gli ha detto Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Verrò a Napoli a trovarti”. La posta politica è troppo importante, addirittura vitale per il premier desideroso di evitare passi falsi. Perchè rischiare, perciò. Meglio andare sul sicuro, no?

Primo Di Nicola
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“BASTA BUGIE, DE LUCA FA MALE AL PD”: RESA DEI CONTI NEL PARTITO

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

STRAPPO DELLA CORRENTE DI BASSOLINO: “USCIAMO DALLA SEGRETERIA”…L’EX SINDACO E L’IPOTESI DI CORRERE DA SOLO

«Dobbiamo ricostruire il rapporto con i cittadini, oggi confusi da questa vicenda che è stata gestita malissimo sul piano della comunicazione e si è abbattuta come una folgore sul partito creando un forte danno d’immagine al Pd».
Il segretario campano Assunta Tartaglione, sponsor e alleata di Vincenzo De Luca, riunisce parlamentari e consiglieri regionali lanciando un forte atto di accusa che, precisa, «non è contro il buon lavoro che De Luca sta svolgendo in Regione, ma contro la pessima comunicazione relativamente all’inchiesta».
Atto di accusa non per le battute folkloristiche che accompagnano ogni intervento del governatore ma , piuttosto, per le “bugie” raccontate.
A cominciare dal comunicato in cui lunedì scorso la Regione ha annunciato le dimissioni di Nello Mastursi dalla guida della segreteria politica in via Santa Lucia motivandole con l’eccessivo carico di lavoro per poi scoprire, poche ore dopo, che in realtà  il braccio destro di De Luca era stato perquisito il mese scorso e che era al centro dell’inchiesta, in cui è indagato lo stesso presidente, sulle minacce per una nomina nella sanità  campana.
A chiedere la nomina, non andata a segno, era stato Guglielmo Manna, marito di Anna Scognamiglio, uno dei giudici del Tribunale che ha congelato gli effetti della Severino su De Luca.
La Tartaglione è infuriata anche perchè inizialmente Mastursi si era dimesso solo dalla Regione e non dal vertice del partito dove occupava fino a metà  della scorsa settimana la poltrona di capo dell’organizzazione in Campania.
E ora la Tartaglione, dopo averne parlato con il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerni, accusa: «Dobbiamo costruire un rapporto diverso tra il partito e De Luca riportandolo nella dialettica normale che deve esserci tra il presidente e il suo partito. Ci vuole un cambio di passo».
Nei giorni scorsi il segretario Pd, dopo le dimissioni di Mastursi, ha azzerato la segreteria e ha annunciato un nuovo esecutivo più agile con sette componenti anzichè venti e, soprattutto, più autorevole verso la Regione.
L’obiettivo è chiaro: un Pd più forte che possa avere anche un peso maggiore nell’amministrazione regionale. L’ultimo passo prima di un rimpasto che dovrà  portare in giunta alcuni assessori direttamente espressi dal Pd.
Mastursi dopo l’elezione di De Luca, in realtà , non si era praticamente più visto nella sede del partito, ma la Tartaglione ha comunque accelerato l’operazione da cui si sono tirati fuori i bassoliniani targati a Napoli “Giovani Turchi”.
L’eurodeputato Andrea Cozzolino, il parlamentare Valeria Valente e il consigliere regionale Antonio Marciano, ex capostaff di Bassolino in Regione, non hanno partecipato alla riunione nella sede del Pd.
E la Valente ora chiede l’intervento della segreteria nazionale: «Qui non sono in ballo gli assetti interni al Pd. Nel caso di De Luca trasparenza, correttezza ed etica della politica non vanno declamate, ma esercitate con rigore. Occorre dunque una svolta che non può prescindere dal coinvolgimento della segreteria nazionale».
Sullo sfondo le prossime elezioni di Napoli e il ritorno sulla scena di Antonio Bassolino che chiede da tempo le primarie e che potrebbe pensare ad una propria lista.

Ottavio Lucarelli
(da “La Repubblica”)

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IL CORNUTO FELICE

Novembre 13th, 2015 Riccardo Fucile

CASO DE LUCA: INVECE CHE CACCIARLO, RENZI TACE E ACCONSENTE

Un mese fa, appena Matteo Renzi ordinò a Matteo Orfini di ordinare a Ignazio Marino di levare le tende dal Campidoglio perchè aveva mentito sulle note spese di sette cene “istituzionali” (totale 20 mila euro) in base alla parola contraria di ristoratori e commensali, pensammo: “Adesso ci divertiamo”.
E scrivemmo che, certo, in un paese e in un partito normali, una menzogna anche di poco conto basta e avanza a giustificare le dimissioni di un sindaco, di un governatore, di un ministro, di un premier, di un presidente.
Ma, siccome siamo in Italia, se tutti i politici che raccontano balle e/o non fanno chiarezza sui propri scontrini dovessero togliere il disturbo, Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi sarebbero deserti, per non parlare dei palazzi comunali e regionali.
Renzi, nella sua irrefrenabile bulimia di potere, non ci aveva pensato. E i leccapiedi che lo circondano dandogli sempre ragione si erano ben guardati dal metterlo sull’avviso.
Nel breve volgere di quattro settimane, il boomerang scagliato contro Marino gli è già  tornato indietro, sui denti. Non una, ma due volte.
A Firenze il suo sindaco Dario Nardella è costretto alla fuga perenne davanti a giornalisti e telecamere per non rispondere alle domande sugli scontrini suoi e di Renzi, che conserva gelosamente in cassaforte rispondendo picche alle richieste di accesso agli atti di Sel e dei 5Stelle: e così, anche se non avesse nulla da nascondere, autorizza il sospetto contrario.
A Napoli il suo governatore Vincenzo De Luca finisce sotto inchiesta — l’ennesima — per uno scandalo ancora tutto da chiarire per le sue responsabilità  penali, ma già  tutto chiaro per le sue responsabilità  politiche.
Da quel che si legge nelle intercettazioni finora note, tre dei faccendieri di cui si circonda don Vincenzo promisero una promozione nella sanità  regionale a Guglielmo Manna, marito della giudice civile Anna Scognamiglio, per comprare le sentenze da lei redatte il 22 luglio e l’11 settembre che neutralizzavano il decreto di sospensione del governatore firmato da Renzi.
De Luca sostiene che i tre hanno agito alle sue spalle e a sua insaputa.
I pm affermano invece che De Luca ha subìto la minaccia, non l’ha denunciata e anzi ha promesso la nomina chiesta da Manna in cambio della sentenza che gli salvava la poltrona (Manna si reca più volte nella sede della Regione per contrattare il nuovo posto perchè, dice alla moglie, “mi han chiamato in Regione”).
Ma la questione è ancora controversa, anche se è difficile credere che tre fedelissimi nascondano a De Luca un fatto così enorme, e soprattutto considerare una minaccia quella di una sentenza favorevole alla legge Severino e sfavorevole a lui, cioè una sentenza giusta (la norma che sospende gli amministratori condannati è in vigore dal 1990 e mai messa in dubbio dalla Consulta).
L’asino casca definitivamente il 19 ottobre, quando scattano le perquisizioni della Mobile, anche negli uffici della Regione occupati da uno dei due faccendieri, il capo-segreteria di De Luca, Carmelo Mastursi.
Nel decreto di perquisizione c’è scritto che anche De Luca è indagato per induzione (la vecchia concussione).
Il governatore lo sa, ma per tre settimane non caccia Mastursi e non dice una parola.
Quando poi il 9 novembre Mastursi se ne va perchè si dice molto affaticato, De Luca accredita la sua bugia e lo ringrazia vivamente per la preziosa opera svolta.
E quando esce la notizia che Mastursi è indagato, convoca la solita conferenza stampa senza domande per lanciare i consueti insulti e minacce al nostro giornale (“Dovrebbe chiudere”: sì, ti piacerebbe).
Poi racconta un’altra frottola: “In quest’indagine sono parte lesa”.
Invece è indagato e lo sa.
Tornano in mente Marino e lo scandalo menato da tutti i papaveri renziani perchè “è indagato per gli scontrini e non ce l’ha detto”, dunque “ha perso la fiducia nostra e dei cittadini”, dunque tutti dal notaio a firmare le dimissioni.
E per De Luca? Silenzio di tomba.
“Siamo garantisti”. “Enzo spiegherà ”. Certo, come no.
Poi c’è Renzi: il 27 giugno emana il decreto che sospende De Luca in base a un preciso obbligo di legge (la Severino) e se lo vede annullare da una sentenza firmata dalla Scognamiglio che lo prende pure in giro, scrivendo nella motivazione che la sospensione “comporterebbe la lesione irreparabile e irreversibile del suo diritto soggettivo all’elettorato passivo”.
Una porcheria senza ritegno, perchè una legge dello Stato ha già  privato per 18 mesi De Luca dell’elettorato passivo.
Una boiata che De Luca, un’ora dopo il deposito della sentenza, saluta con grande giubilo, facendosi anche lui beffe di Renzi e dandogli dell’analfabeta giuridico: “Sono molto soddisfatto per la decisione del Tribunale di Napoli che ha confermato la sospensione del decreto adottato dal Presidente del Consiglio ai sensi della legge Severino. La grande sensibilità  giuridica del collegio partenopeo ha scritto una bella pagina di giustizia a tutto merito della magistratura napoletana, cui rendo onore”.
Ora Renzi scopre che la sentenza contro il suo decreto, oltrechè vergognosa, era pure comprata (ed era stata anticipata via sms — “Abbiamo finito, è fatta”— dalla Scognamiglio al marito, e da questi all’entourage di De Luca — “È andata come previsto” — subito dopo la camera di consiglio cinque giorni prima del deposito).
E lui che fa? Difende la bontà  della sua decisione e caccia il responsabile politico di quell’immondo mercimonio? No, tace e acconsente.
Cornuto e felice.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)

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RENZI AMMETTE L’ERRORE DI CANDIDARE DE LUCA, MA PER ORA SI VA AVANTI

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

INTERVENIRE COSTA MOLTO

Sostenere Vincenzo De Luca alle regionali in Campania è stato un errore, ma oggi è troppo “costoso” intervenire.
Tutto quello che pensa Matteo Renzi del nuovo scandalo scoppiato intorno al governatore campano è condensato in questa frase, riferita a suoi interlocutori abituali. Il premier si sente stretto in una tenaglia.
Condizione che, per uno come lui, risulta estremamente scomoda.
Renzi è pentito della scelta fatta – o forse subita – alle regionali del maggio scorso. Ma ora, forse, è troppo tardi. Del resto De Luca avverte: “Chi mi assedia riceverà  olio bollente”.
Ricadrà  sui campani che, a suo dire, gli stanno facendo la guerra o tracimerà  fino a Roma?
L’unica cosa che Renzi al momento si sente di fare è non difendere pubblicamente De Luca. E questo è il punto primo che il premier sta religiosamente rispettando da quando è scoppiato il nuovo guaio giudiziario intorno al governatore, indagato per corruzione.
Con De Luca non ha neanche voluto parlare al telefono. Nemmeno oggi che è tornato in Italia dal vertice europeo di Malta. Il segretario del Pd cerca di tenersi alla larga dal caos scoppiato a Napoli. E questo è il punto secondo.
Punto tre: lasciar trapelare tutta la rabbia in ebollizione tra Palazzo Chigi e Nazareno. Con il vicesegretario Dem Guerini su tutte le furie, il ministro Orlando delusissimo, parte del Pd campano che vorrebbe mollare De Luca. Ma Renzi per ora non apre il fuoco, pur masticando amarissimo.
Il premier è furioso. Il suo fedelissimo David Ermini, responsabile Giustizia del Pd, descrive il clima in questi termini: “Ma è possibile che abbiamo dati positivi in economia, c’è la ripresa, abbiamo fatto le riforme e dobbiamo parlare di De Luca?”. Già . Il capo del governo si aspetta un chiarimento da De Luca.
Ma a sera non gli basta quello fornito dal governatore nel lungo forum al Mattino online. Il presidente della Regione sostiene che non era a conoscenza delle minacce arrivate al suo ex capo di gabinetto, Nello Mastursi.
Non gli era stato fatto presente che tra le mille richieste di raccomandazioni e pressioni che possono arrivare ad un potente di turno come lui c’era anche quella di Guglielmo Manna, che minacciava una sentenza sfavorevole sul ricorso del governatore contro la legge Severino.
Sentenza che lo avrebbe sospeso dalla carica. Sentenza emessa dalla moglie di Manna, Anna Scognamiglio, che invece ha accolto il ricorso di De Luca senza che Manna, legale in un ospedale pubblico, sia stato promosso a manager delle Asl, come aveva chiesto.
Sì però a Palazzo Chigi queste spiegazioni risultano insufficienti.
Renzi non riesce a capire perchè De Luca non abbia denunciato la cosa settimane fa, quando è venuto a conoscenza dell’inchiesta.
Eppure il 29 ottobre ha chiesto di essere sentito dai magistrati, sapendo di essere indagato. Eppure il 9 novembre Mastursi si è dimesso dalla Regione, pur mantenendo l’incarico di responsabile Organizzazione del Pd Campano, ruolo che ha lasciato solo ieri quando il caso è scoppiato sui media.
Gli ‘eppure’ sono tanti in questa storia, che anche il presidente Pd Matteo Orfini definisce “oscura”. Ma Renzi fa sforzo di massima cautela, in attesa di capire bene il quadro.
Se sarà  necessario, muoverà  le sue ‘truppe’ contro il ‘governatore sceriffo’. Con i suoi, teme sviluppi inconfutabili dell’inchiesta.
Ma se si troverà  schiacciato all’angolo, preso a pugni da nuovi dettagli o magari intercettazioni, Renzi uscirà  per scaricare il governatore.
Ma sa già  che potrebbe costargli tanto. Potrebbe costargli i legami con i senatori verdiniani campani – affiliati a quelli eletti in Campania con De Luca – che gli tengono su la maggioranza in Senato?
Nel Pd circolano anche queste voci, velenosissime per il premier. Che per ora aspetta. Sperando di non essere costretto a usare l’artiglieria pesante contro il governatore.
Il prezzo sarebbe altissimo. Anche se, già  così, rischiano di costare tanto anche le prossime amministrative.

(da “Huffingtonpost”)

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NELLE NUOVE INTERCETTAZIONI SPUNTA IL “PATTO”: “IO NON FARO’ IL DG, MA LUI PERDE LA REGIONE”

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

IL MARITO PROTESTA CON IL LEGALE DI DE LUCA PER GLI ACCORDI NON RISPETTATI

“Io non faccio il direttore generale e va bene, però tu non farai il presidente della Giunta regionale. Io perdo 5 tu perdi 100”.
Così Guglielmo Manna, marito della giudice Anna Scognamiglio, si esprimeva in una intercettazione ambientale in un’auto parlando con l’avvocato Gianfranco Brancaccio, uno degli indagati, il 20 agosto.
Nella nuova intercettazione spunta dunque il ‘patto’ tra il marito della giudice (una dei componenti del collegio chiamato a decidere sulla sospensione di De Luca) e lo staff del governatore.
Manna, come spiegano gli investigatori, fa riferimento alla decisione favorevole al presidente della Regione del 17 luglio.
“Aveva fatto quello che avevano chiesto loro – è la sintesi degli investigatori della squadra mobile – senza ottenere fino a quel momento alcuna controprestazione e che adesso, con questa seconda occasione (a proposito di un nuovo ricorso contro De Luca presentato da un gruppo di ex consiglieri del centrodestra assegnato al collegio di cui fa parte la moglie) voleva risposte certe altrimenti lui non avrebbe fatto il direttore generale, ma Vincenzo De Luca non avrebbe fatto il presidente della Regione Campania”.
Questo il passaggio della intercettazione:
“Che io non faccio il direttore generale e va bene, però tu non farai il presidente della della giunta regionale, mi pare il discorso è un poco… e io perdo, io perdo 5 e tu perdi 100”. Secondo gli inquirenti, Manna aspirava a un incarico di rilievo nel settore della sanità  campana
Nella stessa conversazione, Manna accenna al nuovo ricorso di cui dovrebbe occuparsi la Scognamiglio. Spiega che una collega di lei “ha fatto in modo di gestire le carte in modo che ad Anna (Scognamiglio, ndr) tocca praticamente il ricorso abbinato come relatore e praticamente Anna già  adesso la settimana prossima deve fissare l’udienza sul giudizio principale”.
Per un’intercettazione che spunta, un’altra pare venir meno.
Non trova riscontro in Procura a Roma l’intercettazione, riportata oggi dai quotidiani, tra la giudice Scognamiglio, del tribunale di Napoli, e il marito Guglielmo Manna.
Negli ambienti giudiziari di piazzale Clodio viene spiegato che quella intercettazione non esiste negli atti al vaglio della magistratura romana.
“Abbiamo finito, è fatta”. Questa la frase che, secondo quanto pubblicato da alcuni quotidiani, che citano un’intercettazione del 17 luglio scorso, la giudice Scognamiglio avrebbe rivolto al marito, l’avvocato Manna, dopo aver scritto la sentenza che consente al governatore di rimanere in carica, mentre è ancora in camera di consiglio.
Sempre secondo le intercettazioni riportate dai quotidiani, Manna avrebbe replicato: “Credi di essere intelligente solo tu e invece anche io sono furbo”. Dopo qualche minuto l’uomo avrebbe fatto partire un sms nei confronti di un componente dello staff di De Luca nel quale scrive: “è andata come previsto”.

(da “Huffingtonpost”)

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