Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
VINCE LA LINEA DI DE LUCA E COZZOLINO
Chi la dura la vince. E stavolta, salvo un assai improbabile ribaltone last minute, l’hanno vinta i due vecchi leoni del Pd campano, Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino: le primarie per il candidato governatore dunque si faranno il primo marzo, nonostante tutto. E in effetti le primarie campane, ancor prima dell’apertura dei seggi, sono già in cima al podio delle primarie più folli nella breve storia del Pd.
Dovevano tenersi a metà dicembre, sono state rinviate cinque volte, e anche dopo averle fissate al primo marzo, circa una settimana fa, gran parte del partito locale (con robuste sponde a Roma, visto che Renzi non gradisce nessuna delle due candidature di De Luca e Cozzolino) ha tentato in ogni modo di farle saltare.
Riunioni su riunioni, pressing, telefonate, sono servite a poco o nulla.
I tentativi di Renzi di convincere il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone sono caduti nel vuoto, e anche l’ipotesi di schierare il ministro della Giustizia Andrea Orlando sono naufragati.
Per non parlare dei numerosi tentativi per indurre il sindaco di Salerno al ritiro, dopo la condanna per abuso d’ufficio e le clausole della legge Severino, che ne farebbero, in caso di vittoria alle regionali, un governatore più che dimezzato.
Ci ha provato Lorenzo Guerini, Luca Lotti ha ricevuto il sindaco a Palazzo Chigi.
Lo stesso Renzi ci ha messo del suo. Niente da fare.
Impermeabile a ogni pressing in queste settimane De Luca ha sparso veleno a piene mani sui vertici del Pd, definendo la telenovela primarie un “circo equestre”, dicendosi “disgustato” dal partito e spiegando che “per farmi ritirare mi devono sparare in testa”. Nel suo comitato, poi, le date delle primarie cancellate sono state giocate al lotto.
Più sobrio il rivale Andrea Cozzolino, che di passi indietro non ne ha fatti, ma si è mantenuto su binari più ordinari, senza assalti alla diligenza.
E comunque ha sempre continuato, come del resto De Luca, a fare campagna elettorale in tutta la regione con “il passo del montanaro”.
Il terzo candidato sarà Gennaro Migliore, ex capogruppo di Sel poi folgorato sulla via del renzismo.
Era proprio lui, qualche settimana fa, l’uomo proposto dai renziani in Campania come candidato unitario per superare le primarie.
Ma la proposta è naufragata, e così Migliore si è dovuto mettere in corsa per le primarie con lo slogan “Vai mò”.
Ma la sua campagna è iniziata pochi giorni fa, e sconta un ritardo pesantissimo, tanto che i bookmakers lo danno dietro Cozzolino e De Luca con ampi margini di distacco.
Alle primarie, che sono di coalizione e non del solo Pd, corrono anche il socialista Marco di Lello e Nello Di Nardo dell’Idv.
Nel fine settimana, e fino a domenica sera, il gruppone che voleva far saltare le primarie (che comprende renziani, parte dei bersaniani, uomini di Franceschini e Frioroni, ex lettiani) le ha provate praticamente tutte.
Prima una riunione fiume giovedì pomeriggio alla Camera sotto la regia di Guglielmo Epifani (capolista Pd in Campania alle ultime politiche), poi un altro vertice domenica sera in un hotel di Napoli.
E ancora questa mattina, un altro vertice fiume, mentre ormai il tempo era evidentemente scaduto.
Il gruppone, che sulla carta conta su più del 60% delegati (quota necessaria per indire una assemblea Pd e far saltare le primarie), alla fine non ha trovato la quadra tra chi voleva come candidato “unitario” il presidente del Cnr ed ex ministro Luigi Nicolais e che insisteva per Migliore.
Da Roma, poi, nel fine settimana è venuta meno la necessaria copertura politica per una operazione molto ardita, come sarebbe quella di cancellare le primarie a cinque giorni dalla convocazione dei gazebo e con Napoli già piena di enormi manifesti che invitano i cittadini alle urne.
Una situazione da teatro dell’assurdo, e infatti alla fine Renzi e Guerini hanno deciso di starne fuori.
“Sulle primarie in Campania deciderà il partito campano”, ha messo a verbale la vicesegretaria Debora Serracchiani.
“Servono regole chiare, che non debbano essere interpretate. Per il resto, a fronte di alcune criticità non è il caso di buttare l’acqua sporca con il bambino visto che abbiamo fatto un grande passo avanti con le primarie”.
E del resto sia De Luca che Cozzolino avevano fatto presente al premier segretario cosa sarebbe successo se la vecchia Ditta, pochi giorni prima delle primarie vinte dal rottamatore, avesse fatto saltare tutto con qualche escamotage regolamentare.
“Hanno capito che qui in Campania si rischiava di creare un precedente molto pericoloso”, spiega Cozzolino ad Huffpost. “Le primarie non sono superabili”.
In caso di cancellazione, sia lui che De Luca sarebbero pronti ad andare per le vie legali, statuto alla mano.
Per non parlare dello spettacolo di una assemblea regionale per lanciare un candidato unitario che rischierebbe di trasformarsi in una corrida, a beneficio delle telecamere.
E del resto, trattandosi di primarie di coalizione, difficilmente può bastare per annullarle un pronunciamento del solo Pd.
E così, ormai anche i pasdaran del no alle primarie, preoccupati dal rischio di replicare quanto successo a gennaio in Liguria, si sono rassegnati: “La speranza è l’ultima a morire. Io ho sempre auspicato una sintesi e il superamento delle primarie con l’accordo su un nome condiviso. Ma oggi è lunedì e mi sembra che la speranza sia quasi equivalente al periodo ipotetico del terzo tipo”, dice Umberto Del Basso De Caro, deputato Pd campano e sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti.
Così anche il segretario regionale Assunta Tartaglione: “Al momento non è pervenuta nè alla segreteria regionale nè all’ufficio di presidenza del partito alcuna richiesta di convocazione dell’Assemblea del Pd. La segreteria regionale sta lavorando per garantire lo svolgimento delle primarie, che restano fissate al primo marzo, dopo l’ultimo rinvio che è avvenuto per motivi tecnici”.
Con la conferma delle primarie, sembra sfumare l’ipotesi di un allargamento della coalizione a spezzoni di Ncd, che si erano detti pronti a convergere sulla candidatura di Nicolais.
Quanto ai pronostici, nello staff di Cozzolino si respira un certo ottimismo, visto che la vicenda della condanna ha comunque appannato l’immagine di De Luca.
Ma il sindaco di Salerno, secondo un sondaggio Digis commissionato dai socialisti, sarebbe in testa con il 47%.
Numeri giocoforza ballerini, visto che, a sei giorni, non c’è ancora la certezza ufficiale che le primarie si terranno.
E gli elettori Pd, più ancora che in Emilia, potrebbero reagire allo spettacolo di questi mesi disertando le urne.
Sullo sfondo, il fantasma delle primarie napoletane del 2011, vinte da Cozzolino e poi annullate per varie irregolarità dai vertici nazionali Pd.
In quel caso, nel mirino c’era anche il grande numero di immigrati ai seggi.
Un rischio che stavolta dovrebbe essere escluso, visto che per 16enni e immigrati si è scelta la pre-registrazione. E, in tutto, si sono iscritte non più di 50 persone.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2014 SONO STAI 2.531 I ROGHI DI RIFIUTI
Un filo di fumo sottile che taglia come una lama l’azzurro del cielo.
Passa un minuto e il filo diventa una coltre grigia. Pochi minuti dopo si vede un enorme fungo nero e denso.
L’aria diventa acre e l’ex ministro per i beni culturali Massimo Bray, dal terrazzo della reggia di Carditello, nella provincia di Caserta tossisce e non può fare a meno di girarsi: è uno dei famosi e velenosi roghi della terra dei fuochi.
È bastato sostare qualche minuto in più in un posto dalla visuale ampia per vederne spuntare uno.
«È il dramma di questo bellissimo territorio» — spiega Bray che nonostante le minacce per il suo impegno per la salvaguardia e la valorizzazione di queste zone e in particolare per il recupero di quella reggia, si trovava a Carditello per una intervista alla trasmissione Crash della Rai.
«I roghi identificano troppe volte il paesaggio intorno a Carditello. È necessario che questo tema sia una priorità . Lo ha detto anche con parole chiarissime papa Francesco quando è venuto a Caserta. Questa denuncia il papa l’ha fatta con forza. Ha detto che se vogliamo ridare fiducia, se vogliamo dare speranza non può più accadere quello che accade in questa meravigliosa terra dove appiccano di continuo roghi tossici».
Le cifre
Secondo un dossier di Legambiente redatto proprio ad un anno dall’entrata in vigore delle norme sulla terra dei fuochi del febbraio 2013, nel 2014 nelle province di Napoli e Caserta sono stati censiti 2.531 roghi di rifiuti ma ci sono stati solo 45 arresti di cui 31 per il nuovo delitto di combustione illecita di rifiuti entrato in vigore proprio col decreto, 210 sequestri di veicoli impiegati per il trasporto illegale di rifiuti e 245 sequestri di aree interessate da scarico abusivo e combustione di scarti e immondizia.
Amianto a Caivano
Girando per la terra dei fuochi non è difficile trovare cumuli di rifiuti carbonizzati: a Caivano, per esempio, rintracciamo uno spazio in cui sono stati sversati chili e chili di amianto.
«Prima dell’estate grazie all’attenzione mediatica che c’era stata sulla terra dei fuochi — spiega Enzo Tosti, uno dei leader del coordinamento dei comitati – il fenomeno dei roghi si era un po’ ridimensionato, ora invece sembra non solo che sia ripreso ma che forse sia addirittura aumentato. In realtà la tipologia dei roghi era cambiata: il fenomeno dei roghi era un po’ parcellizzato nel senso che facevano piccoli sversamenti. Poi però quando hanno capito che comunque controlli non ce ne sono, si è ritornati al vecchio metodo: grossi sversamenti e ovviamente grossi roghi. Secondo noi che monitoriamo di continuo queste zone, la situazione è addirittura peggiorata. Chi ha buttato qui l’amianto ha messo a rischio la propria vita e quella di tutte le persone che abitano qui perchè in queste condizioni è impensabile che sia innocuo».
I controlli
Sulla questione dei controlli è scoppiata la polemica tra il movimento Cinque Stelle e il governo: i grillini hanno denunciato che oltre nove milioni di euro previsti per il pattugliamento della Terra dei fuochi, sono stati «spostati» e quindi destinati alla sorveglianza dell’Expo di Milano.
Il governo nega, i comitati chiedono invece che quei soldi siano utilizzati per le bonifiche o per dei controlli efficaci.
Secondo i comitati per provare a fermare i roghi tossici bisognerebbe cominciare a rintracciare chi produce i rifiuti che poi vengono abbandonati nelle campagne e dati alle fiamme diventando veleno.
«Il famoso decreto dello scorso febbraio sulla Terra dei fuochi colpisce l’ultimo anello della catena criminalizzandolo, e fa bene, ma non si occupa della filiera, non si occupa tracciabilità del rifiuto che viene incendiato. Non colpisce chi produce questa tipologia di rifiuto.
La tracciabilità non esiste proprio, invece basta dare uno sguardo e ci si rende conto che ci sono tanti elementi per tracciare chi ha sversato: basta leggere sui sacchi, sugli involucri: ci sono aziende, piccole imprese calzaturiere, tessili, opifici che lavorano per i marchi di lusso e ditte, molte delle quali provviste di regolare autorizzazione, che si occupano della rimozione e smaltimento di amianto».
Il bitume
In uno dei siti che abbiamo visitato e che si trova al centro di distese di campi coltivati, c’era tanto bitume.
Questo materiale mantiene i roghi accesi per ore e produce tantissimo inquinamento. Lì era stato appiccato un grosso incendio e per spegnerlo, ci spiega Tosti, ci sono volute tre autobotti.
«Questo sito è stato segnalato già da tanto tempo dagli stessi agricoltori perchè qui vengono sempre a sversare ma nessuno controlla, nessuno fa niente. Loro coltivano zucchine che dovrebbero essere vendute e che invece non possono essere messe in vendita perchè sono piene di diossina. Questo è inaccettabile. Vediamo che accanto ai rifiuti bruciati ci sono altri materiali e molto amianto. Significa che dopo il rogo hanno fatto altri sversamenti. E qual è stata la risposta? Hanno messo in sicurezza l’amianto con della plastica arancione (che ormai è a terra). Mi sembra evidente che non c’è nulla veramente “in sicurezza”. Sarebbe ridicolo se invece non ci fosse da piangere».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 14th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO E’ LA CARTA PER USCIRE DALL’IMPASSE E LIBERARSI DI DE LUCA, MA E’ ORIENTATO A DIRE NO
È diventato simbolo dell’ultima soluzione, via d’uscita contro un’altra prevedibile implosione da primarie.
Matteo Renzi ha avuto il primo riservatissimo colloquio con Raffaele Cantone sul tema elezioni regionali in Campania.
Obiettivo: sondare, ed eventualmente pressare in via definitiva, la disponibilità dell’attuale capo dell’Anticorruzione ed ex pm napoletano ad assumere il ruolo di candidato “unitario” alla Regione.
Un dialogo franco e cordiale, ma senza fumata bianca.
Cantone, semplicemente, non ha intenzione di lasciare il lavoro all’Anticorruzione. «Non sarebbe serio – aveva detto in passato, e sembra lo abbia ripetuto – mollare tutto adesso, e cominciare un lavoro da governatore».
Intorno al carico di responsabilità e istanze che ormai investono l’Anac, l’ex pm ha organizzato un lavoro-monstre che riguarda i più importanti cantieri e progetti in corso nel paese.
Nonostante questo, Renzi insiste: «Il tuo è l’unico nome che spingerebbe tutti i concorrenti a fare un passo indietro».
Ergo: a far saltare le primarie dei veleni, consultazioni che il Pd campano ormai si appresterebbe a rinviare per la quarta volta pur di frenare la corsa di Vincenzo De Luca, ex sindaco ormai decaduto di Salerno che non vuol rinunciare alla competizione, in cui si misurano anche l’europarlamentare Pd ed ex assessore regionale bassoliniano, Andrea Cozzolino, e il deputato renziano Gennaro Migliore (ex Sel) – inizialmente proposto come soluzione terza -, oltre ai più recenti Marco Di Lello del Psi e Nello Di Nardo dell’Idv.
Sfida che si ridurrebbe a un’altra muscolare resa dei conti, nonostante pesi su De Luca quella condanna in primo grado, di un mese fa, per abuso d’ufficio: che comporterebbe, pur nel caso di elezione alla poltrona di governatore, una sicura sospensione per effetto della legge Severino.
È la prospettiva di un drammatico deja-vu, il bis degli scontri sulle primarie delle amministrative napoletane del 2011, le stesse che spalancarono la strada a de Magistris, a spingere Renzi in persona a incalzare Cantone.
Al quale, forse, non sfugge che il presidente del Consiglio con quel “sì” risolverebbe il rompicapo campano: a guidare l’Anac potrebbe arrivare infatti il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, pm antimafia che il premier avrebbe voluto come Ministro della Giustizia.
Il contatto diretto tra il premier e il magistrato risale a qualche giorno fa.
Il nome dell’attuale presidente dell’Anac resta infatti l’unico di fronte al quale perfino lo scatenato De Luca è pronto a rinunciare.
Forse, ragionano i diffidenti, perchè sa che Cantone non accetterà mai?
Il magistrato avrebbe comunque opposto anche al premier il suo tondo: «No, grazie». Secondo alcuni, non avrebbe mai smesso di chiedersi, in queste ore, da perfetto ex ragazzo di provincia preoccupato dalla coerenza delle scelte: ma che figura faremmo?
E quale immagine daremmo delle priorità ?
Una regione, per quanto importante, è più rilevante del lavoro in Anticorruzione?
Intanto lunedì, in direzione nazionale, potrebbe tornare il tema Campania.
A nulla sono valsi gli inviti recapitati direttamente dal vicepresidente Guerini e dal sottosegretario Lotti a De Luca affinchè si ritirasse. Per tutta risposta, oggi, in un cinema napoletano, l’aspirante governatore illustra al popolo Pd «le dieci idee da realizzare nei primi cento giorni di governo regionale».
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
E IN ALTRE ZONE D’ITALIA NON VA MEGLIO
Se un amico di Napoli vi confida che vuole emigrare in Polonia, non chiedetegli se è diventato matto: per
come vanno le cose l’idea potrebbe quasi avere senso.
Secondo i dati dell’ Istituto di statistica europeo, aggiornati al 2011, il reddito medio dei napoletani è ormai inferiore a quello dei polacchi.
Nei primi si ferma a 16.100 euro l’anno, mentre per i secondi è più alto di 300 euro. L’area d’Europa con il PIL più alto è invece la parte occidentale di Londra, cuore finanziario della Gran Bretagna, dove la media supera i 150mila euro.
Ma in Italia c’è chi è messo ancora peggio.
Nella provincia di Medio Campidano, in Sardegna, il reddito è di 11.200 euro l’anno: poco meno che in Bulgaria.
Seguono Caserta e Agrigento, intorno ai 13mila e qualche centinaio di euro in più rispetto a un abitante medio della Romania.
Resta forte la divisione nord-sud, anche se in quest’ultimo spicca la provincia di Catanzaro che supera i 20mila euro l’anno — fatto praticamente unico nel meridione —, mentre al centro si distingue Rieti; chi vi abita ha in media un reddito più basso di quello dei vicini.
Roma è un caso a parte. Essere il centro della burocrazia italiana, con il relativo carico di retribuzioni elevate, non può che portare a risultati maggiori: un elemento che in qualche misura sposta i redditi — ma non per forza quanto poi si produce davvero — verso l’alto.
Al nord invece i milanesi hanno un reddito medio di 45.600 euro, quasi il doppio della media europea.
Un valore senz’altro elevato, ma forse neppure troppo per quello che dovrebbe essere il centro della borghesia produttiva italiana.
Senza neppure arrivare a Londra, in cui i tanti stranieri della City finanziaria renderebbero il confronto poco sensato, basta andare in Francia o in Germania — a Monaco, Parigi o Bonn — per trovare diverse aree in cui il reddito si aggira o supera i 60-70mila euro a persona.
I dati non considerano solo quanto le persone producono, ma tengono in conto anche il diverso costo della vita.
Affitti più alti e beni più economici, servizi a buon mercato o meno: tutti fattori che nella vita concreta contano almeno quanto lo stipendio che riceviamo.
Si tratta del modo più accurato per capire qual è il reale tenore di vita delle persone in un regione piuttosto che in un’altra.
Come succede di consueto quando si calcola il PIL, è inclusa anche una stima (più o meno accurata) dell’evasione fiscale.
Eppure basta tornare qualche anno indietro per capire come i problemi italiani siano tutt’altro che nuovi.
La crisi non ha fatto che pesare su un sistema già affaticato — in alcune zone più che in altre.
Basilicata, Puglia e Calabria, per esempio, già prima della recessione del 2008 crescevano poco — meno dell’1% l’anno.
Emilia Romagna, Marche e Lazio avevano invece un ritmo più elevato, intorno al 2%. Il motore pare inceppato da tempo: già intorno al 2002-2003 in diverse regioni il reddito ha fatto un salto indietro, per poi calare a picco dal 2008.
In Molise la recessione ha fatto più danni: fino al 2011 l’economia è decresciuta in media del 2,9% l’anno; meno in Campania, con una caduta dell’1,8%.
Seguono Calabria (-1,7%), Sicilia e Basilicata (-1,6%).
Quando gli altri cadono — magra consolazione — anche restare fermi è un segnale positivo. È il caso di Lombardia e provincia di Bolzano, dove invece le cose sono rimaste stabili oppure la diminuzione è stata minima.
Guardando a come vanno le cose provincia per provincia abbiamo un quadro più dettagliato, ma anche meno recente — per il momento i dati arrivano solo al 2011.
Che napoletani e siciliani abbiano recuperato qualcosa, nel frattempo?
L’unico modo per farsi un’idea è guardare a come sono andati i paesi nel loro complesso.
Anche così, però, l’Italia resta quella che fa peggio. Non solo l’economia non recupera quanto aveva perso dall’inizio della recessione, ma continua a cadere ancora.
Nel 2012 e 2013 la crescita media è stata molto negativa: la Spagna arretra ma meno, Francia e Germania crescono — molto poco — mentre nel Regno Unito va abbastanza meglio.
Nulla di impressionante, certo, eppure nel regno dei ciechi l’orbo è re.
Dunque è ancora vero che i napoletani guadagnano meno dei polacchi?
Una cosa è certa: negli ultimi due anni questi ultimi sono andati avanti, mentre l’Italia è tornata ancora più indietro. Non solo il divario potrebbe essere rimasto, ma ci sono buone ragioni per pensare che sia aumentato
Chi più in fretta, chi trascinando i piedi, resta il fatto che diversi paesi stanno cominciando a uscire dalla crisi.
Molti, ma non l’Italia.
Chissà che l’amico napoletano non abbia tutti i torti.
(da “L’Espresso“)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
I COMITATI: “QUESTO PENSA CHE SIAMO SCEMI”
Lancio di uova e fuochi di artificio per protestare contro il movimento «Noi con Salvini» che si
è riunito in un hotel del centro.
Le uova sono state lanciate contro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
I manifestanti hanno bloccato via Galileo Ferraris e intonato cori contro il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.
Dopo i fuochi d’artificio, i manifestanti si sono allontanati e non ci sono stati incidenti.
Il leader Matteo Salvini non c’è – la scorsa volta a piazza Carlo III era stato accolto piuttosto male con tanto di lancio di pomodori -, stavolta ha preferito mandare in avanscoperta il senatore Raffaele Volpi, coordinatore per il Sud.
Raffaele Volpi, vicepresidente di Noi con Salvini, nel capoluogo campano per la presentazione del progetto, fa sapere che si sta «stabilendo un calendario per fare un tour in tutte le regioni».
Ma, viene chiesto, provate imbarazzo a fare campagna elettorale in Campania e al Sud? «Abbiamo chiesto anche scusa per quello che è stato detto», ha risposto. e, «in ogni caso, ora la Lega Nord ha un nuovo corso.”
Il sindaco de Magistris in giornata aveva sottolineato che Napoli è «una città inclusiva e che accoglie tutti», affermando che «ci può stare che arrivi qui il suo movimento, ma noi non abbiamo nulla a che vedere con Salvini».
Dentro, nella piccola sala, volti poco noti, fatta eccezione per Gianluca Cantalamessa, del Pdl, trombato alle ultime comunali, il padre Antonio, vecchio notabile della destra napoletana e Pippo Capaccioli, l’ex sindaco di Caivano, detto Bin Laden per via della barba lunga e grigia.
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
NAPOLI: LA LOGICA DEL RE E DEL MASANIELLO DI TURNO
“C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta. Masaniello è cresciuto. Masaniello è
tornato!” Così, tra le altre cose, “recita” una canzone di Pino Daniele.
Tutte le volte in cui l’ho ascoltata mi ha sempre comunicato sensazioni diverse.
Alcune volte mi è sembrata come una sorta di inno irriverente.
Altre volte come un gesto di scherno al sistema.
Altre volte ancora come una critica alla stessa anima del mio popolo.
Anzi, negli ultimi giorni, è proprio quest’ultima sensazione che mi ha del tutto pervaso, perchè è come se quelle frasi volessero descrivere, quasi immortalandole in un’irripetibile fotografia dall’inveitabile messaggio, l’immagine di una Napoli ricca di possibilità e di potenzialità , da un lato, ed i Napoletani, un popolo ricco di sfumature ma difficilmente “scaldabile”, dall’altro.
Quando ragiono o mi confronto con gli “amici dell’area liberale” mi ostino a ripetergli sempre un concetto: se davvero volete conoscere cosa sia realmente il liberismo, anche dal punto di vista della “libertà cosmopolita” ampiamente intesa, non vi rinchiudete in una biblioteca a studiare i grandi pensatori dell’oggi o del passato, ma venite a vivere almeno una settimana a Napoli.
Ma non nella “Napoli bene”.
Andate in quella dei quartieri popolari, delle “bettole” e delle zone abbandonate.
La sì che vi si troverete un’autentica pulsione liberale. Là sì che vi troverete valori che nei libri di scuola e nelle erudizioni accademiche si possono soltanto immaginare. Là sì che vi imbattereste in quella spinta emotiva e ideale che solo chi vive intensamente può avere. E andate soprattutto nelle Palestre, in primo luogo in quelle di Scampia.
Vi troverete tutto quello che incarna una vita “spinta” verso il sogno, verso l’ambizione e nella direzione di un domani diverso, perchè proprio in quelle zone è come se la spinta emozionale e lo stesso in sè della legittima rivalsa, della pregnante reazione e dell’imperitura voglia di dire no a un destino fatto di tristezza, di miseria e di disperazione, come la stessa voglia di dire no alla Camorra, al mal costume o alla malavita, diventassero “reazione fisica”: quella di chi disciplina il proprio corpo, la propria mente, la propria passione e la propria energia verso un domani fatto di combattimenti autentici, di passione sincera e di lotta senza freni e senza limiti.
Napoli è una terra meravigliosa e la stessa “napoletanità ” non ha eguali.
Questa terra è capace di vivere emozioni forti, di trascinare e di farsi trascinare.
Ha ingegno. Passione. Capacità artistica. Ironia. Pregnante predisposizione alla sintesi.
Eppure è come se vivesse sempre condizionata “dall’ideale necessità di un re”.
E’ come se avesse sempre bisogno “di un punto di riferimento” per “scaldarsi”, “cementarsi”, battersi e combattere.
Sia esso Maradona, Achille Lauro, Massimo Troisi, Pino Daniele o Lavezzi, “quel re” ideale la unisce, la unifica e le dà una dimensione.
Mi chiedo cosa saremmo noi napoletani, e cosa sarebbe mai la stessa Napoli, l’intera Campania e l’Italia tutta, se riuscissimo a superare la “logica del re o del Masaniello di turno”.
Sono certo che potremmo cambiare addirittura il mondo, a farlo diventare tutto azzurro, pieno di sole, ricco di un irriverente e ardito sogno: quello di una grande terra che viene da lontano per dipingere il presente e costellare il futuro…
“Masaniello è cresciuto. Masaniello è tornato…”
Salvatore Castello
Right Blu – La Destra liberale
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ERA IL 14 DICEMBRE: “NESSUN RIMPIANTO, FACCIO E DIMENTICO”…”IL MIO VERSO PIU’ BELLO? DEVO ANCORA SCRIVERLO”
Sull’orlo dei sessant’anni garantisce che ancora tiene la cazzimma sufficiente.
“Qualche volta devo tirarla fuori perchè questa società ti costringe a difenderti, specie nel mio ambiente in cui le persone a modo sono una minoranza. Ma poi neanche esiste più un ambiente musicale: ogni dieci anni cambia tutto radicalmente e tu devi attaccarti alle cose che non ti fanno deragliare. Rinunciare è più facile che stare in gioco. Se sono ancora qua forse è perchè non mi sono mai considerato un cantautore ma un musicista che suona, e i musicisti che suonano non hanno età . La musica ti tiene in vita fino all’ultimo giorno”.
Lo cantava fin dal principio, “la musica è tutto quel che ho”, in Nero a metà , l’album che portò duecentomila napoletani in piazza del Plebiscito, il 19 settembre del 1981, e che ancora oggi dà il titolo alla nuova versione del disco e al tour di Pino Daniele e della sua band, la stessa di allora.
Riempita l’Arena di Verona a settembre, ha fissato altre sei tappe invernali: ieri era a Roma, martedì e mercoledì la rimpatriata blues sarà di scena a Napoli e poi a Milano il 22 dicembre. Imponente in uno dei tanti giubbotti mimetici in stile militare della sua collezione, ci accoglie nel suo ufficio romano, un piano seminterrato che odora di nuovo nel quartiere Prati.
La tazzulella ‘ e cafè è nel bicchierino di plastica, gli onori di casa li fa Alessandro, il maggiore dei cinque figli avuti da due mogli. Nero a metà , Pino, lo è ancora. Artista in chiaroscuro.
Gentile e ombroso, cordiale e riservato, loquace finchè si parla di musica ma geloso del privato e del passato.
Semplicemente, non gli importa e non si dà importanza. Si è sempre definito “napoletano atipico” in quanto sedicente “antipatico” (“Ho sempre combattuto lo stereotipo del napoletano fanfarone simpatico a tutti i costi” ha spesso dichiarato).
Rimase famosa, perchè ripresa dalla Rai, la sua risposta live a quello che dal pubblico lo aveva stuzzicato con affetto: “Non sai parlare”. “L’importante è che saccio sunà “. E cosissìa.
Non ama i bilanci, non ama troppo raccontarsi, celebrarsi, storicizzarsi, enfatizzarsi, analizzarsi.
Lui è qui e ora. Vai mo’. “Io faccio e dimentico. Il verso più bello forse lo devo ancora scrivere”.
Non può ragionare diversamente uno che alle superiori buttò giù un album struggente e altissimo come Terra mia e una poesia in musica come Napule è, destinata all’immortalità al pari di tanti altri capolavori della tradizione partenopea.
Poteva pure fermarsi subito lì, dove tanto nessuno lo avrebbe raggiunto. “Non lo so se è un capolavoro, di sicuro non me n’ero accorto quando l’abbiamo composta a casa di Rino Zurzolo, lui aveva quattordici anni e suonava il contrabbasso, io sedici e mi arrangiavo da autodidatta con la chitarra. Eravamo tutti e due innamorati di Luigi Tenco, ci scambiavamo poesie per divertimento, scritte in italiano, tra i banchi di scuola, all’Istituto tecnico commerciale Diaz. Dià z, come si dice a Napoli. Se ci sta il genio e fai qualcosa che rimane, te ne rendi conto solo dopo, quando vedi che una canzone come quella entra nella vita delle persone, nel quotidiano, e non ne esce più. Io allora non pensavo che avrei fatto il cantante e tanto meno che avrei inciso un disco. La certezza che questa passione sarebbe potuta diventare un mestiere l’ho avuta solo dopo il secondo elleppì, dopo il successo di Je sò pazzo. Lì ho capito che potevo guadagnarmici da vivere. Solo a quel punto ho anche iniziato a studiare seriamente la chitarra. E non ho ancora finito”.
La prima elettrica, una Eco X27, la portava a spasso nel cuore storico popolare di Napoli, dov’è cresciuto, tra il Pallonetto, il Monastero di Santa Chiara e piazza del Gesù; dopo il diploma, Giuseppe Daniele suona in un gruppo chiamato Batracomiomachìa, come il poemetto greco del VI secolo avanti Cristo (battaglia tra topi e rane, la traduzione), accompagna Jenny Sorrenti, la sorella di Alan, Gianni Nazzaro, va in tour con Bobby Solo.
“Esperienza breve e divertentissima con un grande professionista, un vero innamorato, nonchè profondo conoscitore, del rock. Andammo a fare serate in Belgio e Francia. A quei tempi c’erano molte più opportunità , più occasioni per imparare sul campo. Quattro strumenti e si andava, oggi ci sono ragazzi che incidono il secondo disco senza essere mai saliti su un palco”. Ma Pino Daniele, per come poi lo conosceremo, nasce dall’incontro con James Senese.
“La sua band, Napoli Centrale, nella quale entrai come bassista, fu la scintilla per iniziare a pensare cose diverse. Erano tempi di disagio e di denuncia. La musica aveva una funzione sociale che oggi non ha più, sfruttava la sua forza per veicolare un messaggio, stimolare il pensiero e gli stati d’animo, sfogare una rabbia”.
Masaniello è cresciuto, Masaniello è tornato. Coi capelli corti e il toscano tra le labbra.
Ma Pino Daniele non è stato solo Masaniello. È stato, nell’arco di quarant’anni e ventritrè album, un po’ di tutto: lazzaro felice, musicante, uomo in blues, scarrafone, boogie man.
Dopo aver inventato un sound e un linguaggio ha poi esplorato, ricercato, rimaneggiato tra Africa, Mississippi, Brasile, Medioriente e Mediterraneo.
Qualche volta scoprendo sentieri, altre disorientando perfino i seguaci più fedeli: può essere la stessa persona quella che ha concepito versi come ” ‘ a vita è nu muorzo ca nisciuno te fa dà ‘ ncopp’a chello ca tene” (e cento altri inarrivabili) e quella che canta “che Dio ti benedica, che fica” o “punta dritto verso il cuore se vuoi vincere in amore/ come un lampo a ciel sereno sei arrivata come un treno”.
Ecco. Con tutto il rispetto. “Rifarei tutto il percorso. Di solito non mi riascolto, ma sì, qualcosa ho fatto che, dopo, mi dico “Oh Signore, ma che è?”.
L’esperienza serve a poco se non a capire la cosa più importante, e cioè che il come conta più del quando e del quanto.
Si deve acquisire un metodo e non inseguire il mercato, non fare cose che non ti appartengono. Ci sono stati periodi in cui mi sono fatto condizionare. Il successo ti cambia, ti stranisce.
Si emoziona un bambino alla prima comunione, figuriamoci un ragazzo che si ritrova duecentomila persone davanti ad ascoltarlo”.
E forse non è facile nemmeno ritrovarsene un giorno appena tremila, sotto il palco, dopo aver riempito gli stadi o i templi come l’Apollo a New York e l’Olympia di Parigi. “Magari sempre tremila, ci farei la firma… Ogni stagione ha il suo clima. Bisogna anche saper tornare alla normalità , all’intimità “.
La lista delle collaborazioni e dei duetti è infinita, ma sul serio: da spalla di Bob Marley a San Siro a Biagio Antonacci, da Gigi D’Alessio a Eric Clapton. Wikipedia ne conta centocinquantuno.
Anche qui nessun rimpianto, nessuna delusione: “Le collaborazioni servono a capire. Io ho sempre cercato gli altri per “messaggiare” la mia creatività . Mi sono sempre divertito molto con tutti, anche se coi grandissimi ho trovato difficoltà “tecniche” per stare al passo: parlo di gente del livello di Clapton o Al Di Meola, Pat Metheny, Wayne Shorter, Chick Corea, Gato Barbieri. Non ho mai tenuto la contabilità per sapere se alla fine ho dato più di quel che ho preso”.
Ma alla fine, gira e rigira, si torna in scena coi “compagni di vita”. Zurzolo, Senese, Marangolo, Di Rienzo, Esposito, De Piscopo, Vitolo, Cercola…
“E si torna ragazzini nonostante l’età . Siamo una macchina che cammina spedita, basta poco per riavviarla ogni volta. Abbiamo vissuto tournèe bellissime, ci conosciamo a memoria, qualche volta ci siamo scazzati come accade tra amici, ma quando ci ritroviamo è tutto come trentacinque anni fa. Le canzoni di allora hanno un vestito nuovo, non si possono fare uguali. Ma ha un senso farle sentire a chi non le ha conosciute prima, senza malinconia nè nostalgia”.
Nè troppe spiegazioni: “Non sono cambiato, sul palco parlo sempre poco. Io non faccio l’intrattenitore, non sono uno showman. Quando uno studia e si sacrifica tutti i giorni, il palco è un momento di grande serietà e rispetto per la musica. Giudicatemi per quello”
Emilio Marrese
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DURANTE IL CONCERTO DI CAPODANNO A NAPOLI IL CANTANTE MINIMIZZA L’EMERGENZA AMBIENTALE DI UNA TERRA DEVASTATA: A CHE PRO?
Non adoro le feste di Piazza, soprattutto quando i fondi pubblici sono sempre di meno ed i disagi
per i cittadini, proprio a causa delle reiterate e continuate omissioni dovute alla carenza di liquidità , diventano sempre più crescenti, pregnanti e insostenibili. Insomma, spendere soldi pubblici per organizzare un “Capodanno in Piazza” mentre ci sono persone che dormono per strada – proprio per mancanza di fondi e di strutture ricettive che possano ospitarli, e nonostante il gelo di questi giorni – o interi quartieri sono abbandonati a loro stessi da lustri e bilustri, la trovo una cosa assurda oltre che indegna
Nel caso del Capodanno organizzato dal Sindaco di Napoli, questo naturale ed istintivo “ri-sentimento” si è accresciuto ancora di più perchè “il tutto” ha sempre più assunto le sembianze, non soltanto della farsa scientificamente data, ma della beffa vera e propria ai danni della verit�
Altro che ipotetico momento di “gioia”. Il concerto di fine anno è stato utilizzato come una sorta di strumento privilegiato per consumare una mera propaganda di maniera e per lanciare spot pseudo-elettorali a detrimento di quel sentimento di sana ribellione che vive invece in ogni napoletano che ama la propria terra e la propria gente.
Dal palco di Piazza del Plebiscito, Gigi D’Alessio, col sicuro benestare del Sindaco, del Governatore della Campania e dello stesso Capo del Governo, ha affermato: 1) che solo l’ 1% della “Terra dei Fuochi” sarebbe inquinata: 2) che gli abitanti ed i medici per l’ambiente dovrebbero stare sereni; 3) che l’aumento della mortalità per tumori non esisterebbe; 4) che i reali d’ Inghilterra verrebbero a comprare frutta e verdure a Caivano (travisando completamente una notizia che riguarda l’aumento di esportazioni con la Gran Bretagna); 5) che la Campania, non sarebbe più la “Terra dei Fuochi”; ma la terra “dei suoni e dei cuori”.
Come sia possibile che un napoletano, da un palco collocato proprio nel cuore della città , in diretta nazionale – e non solo – assuma e diffonda certezze anzichè ribadire dubbi e “gridare” l’appassionata e fervente istanza di intensificazione degli interventi, proprio non è dato capirlo.
In ogni caso la cosa fa davvero tristezza perchè, mentre l’emergenza ambientale persiste, la Regione Campania ha pensato bene di investire milioni di euro per pagare calciatori e cantanti per una sterile attività di marketing sulla nostra terra, dimenticandosi del tutto delle bonifiche e delle attività di screening.
Come sia possibile dire che la Campania non sia più la “Terra dei fuochi”, ma la “terra dei suoni e dei cuori” resta un mistero.
Proprio come la cecità di chi ci governa. A Napoli, la raccolta dei rifiuti è pessima, soprattutto in alcuni quartieri come quello di Fuorigrotta, e in buona parte della periferia, compresi i Comuni limitrofi, sono reiterati e continuati, sia i roghi tossici che le attività di sversamento illegale dei rifiuti.
Possono anche sbizzarrirsi nel raccontare “le favolette”. Possono anche “cantarcela” e “suonarcela” come vogliono.
La verità è che “terra dei fuochi” esiste ancora, purtroppo, e che necessita di interventi seri, ivi compresa l’occupazione del territorio da parte dello Stato per combattere, sia eventuali attività di speculazione economico-strumentale da parte della malavita e dell’eventuale connivenza politico-affaristico-malavitosa, che per annientare quel senso di inciviltà che alberga in chi offende quotidianamente la propria terra col menefreghismo sistematico e che soltanto l’uso della forza legale potrà seriamente riequlibrare.
E non si preoccupino nè D’Alessio, nè il Sindaco, nè il Governatore della Campania, nè tantomeno Renzi: questa terra è davvero la “terra dei cuori e dei suoni”, ma solo per l’amore della gente che ci vive.
Forse, un giorno non lontano, un po di cuore ce lo metteranno anche i politici…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
PRIMARIE DI NUOVO RINVIATE AL 1 FEBBRAIO, IN ATTESA DELLA SENTENZA SU DE LUCA
Un Vietnam che è sul punto di esplodere, questa è la fotografia del Pd in Campania, alla vigilia della corsa per le elezioni regionali di maggio
Ieri lo specchio di questo Vietnam è stata la direzione regionale del partito, che ha votato a maggioranza il secondo rinvio delle primarie, indette per il 14 dicembre, poi slittate all’11 gennaio, e ieri al primo febbraio.
Il problema ovviamente non è tecnico, è un partito squassato in correnti e sottocorrenti (racconta un dirigente che «per una corrente si arrivano a contare fino a sei sottocorrenti»).
In questo quadro Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, è pronto a correre, peraltro con la mannaia di una sentenza in arrivo (guarda caso, attesa il 22 gennaio: col paradosso di un Pd garantista che spera nei giudici per toglierselo di torno), sfidando Andrea Cozzolino, europarlamentare, gran signore delle tessere.
Una corsa a dir poco ancien regime, che non entusiasma molti.
Cozzolino va dicendo che «se ci sono ragioni tecnico organizzative un rinvio è accettabile, ma altre ipotesi mi sembrerebbero delle forzature al processo democratico». Il problema è che è evidente a tutti che non si tratta di «ragioni tecnico organizzative».
Il dilemma è strategico, prima che locale-campano: può il Pd di Renzi – l’homo novus che ha scalato il partito proprio grazie alle primarie – sancire che, «se non ci sono le condizioni», le primarie non si fanno? Chi decide le condizioni?
A Napoli c’era stata un’esperienza stile-Leopolda, la Fonderia: ma la sua candidata possibile, Pina Picierno, è stata subito stoppata dai veti incrociati.
E a Roma riprende quota la carta meno compromessa: Gennaro Migliore.
A Francesco Nicodemo, il napoletano più vicino a Renzi, non dispiacerebbe: Migliore è estraneo a vent’anni di beghe campane, sostanzialmente è un esterno al Pd, quindi (forse) non avrebbe grossi veti addosso.
Raccontano che, secondo l’Underwood renziano, Luca Lotti, su Migliore potrebbe esserci il via libera di Renzi.
Anche perchè, volente o nolente, sfumato Cantone, nomi salvifici non se ne vedono, e con questi chiari di luna Caldoro rischia persino di rivincere.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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