Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile
ALL’ACCADEMIA DEI LINCEI UNO DEGLI ULTIMI DISCORSI DEL PRESIDENTE… UN DURISSIMO ATTO D’ACCUSA ALLA POLITICA, MATTEO INCLUSO
“Après moi le dèluge!”. “Dopo di me il diluvio”. 
È questo e solo questo il cupo, sorprendente senso finale del discorso che il capo dello Stato ha svolto ieri ai Lincei, di fronte ad accademici e studiosi.
Quaranta minuti devastanti, in tutto venti cartelle, che a caldo hanno fatto notizia per l’antipolitica definita “patologia eversiva”.
Una durissima critica interpretata unilateralmente come il solito, scontato attacco al Movimento 5 Stelle.
Ma nella prolusione di Giorgio Napolitano, tenuta alle classi riunite dell’Accademia dei Lincei, cioè la classe di scienze morali e quella di scienze fisiche, c’è molto di più.
Un’analisi densa da vecchio comunista che lega la fine del suo secondo e breve mandato ai destini tragici del Paese. Dopo di me il diluvio, appunto.
Le speranze, le allusioni (e poi le lacrime)
La prima sorpresa si trova alla fine ed è per questo che l’intervento va letto a ritroso.
Qui, infatti, il presidente della Repubblica infila la sua delusione per il renzismo, prima dilagante adesso appannato.
Non è un caso che in questo passaggio, l’ottantanovenne Napolitano si ferma e si commuove per ben due volte. La voce si smorza fino al silenzio, che la platea interrompe con un lungo applauso.
Il capo dello Stato cita il filosofo Paolo Rossi Monti, morto due anni. E riprende una stroncatura dell’amico filosofo che non c’è più, di qui il tono che si spezza e si ferma, dall’operetta Speranze: “Egli stroncò sia i senza speranze sia i banditori di smisurate speranze e indicò, con grande sapienza storica, la strada maestra delle ragionevoli speranze”.
Chiosa Napolitano: “Mi auguro siano risultate tali quelle ricavabili dalle mie considerazioni sulla politica, tenendoci ben lontani sia dai senza speranze sia dai banditori di smisurate speranze”.
Com’è tradizione, il presidente non nomina nessuno. Allude in maniera autorevole. Tra i senza speranze colloca gli apocalittici Beppe Grillo e Matteo Salvini, ultimo arrivato.
Il banditore invece è uno solo, a fronte del crepuscolo berlusconiano. Il premier, naturalmente.
La certezza si radica con le righe successive: “In questo inaspettato prolungamento del mio impegno istituzionale ho avuto la fortuna di incontrare molti giovani all’inizio della loro esperienza parlamentare e di governo, cui sono giunti spesso senza alcun ben determinato retroterra”.
Banditori di smisurate speranze per giunta senza alcun ben determinato retroterra.
Le minacce in Parlamento e il retroterra che non c’è
Il riferimento al “retroterra” si collega all’analisi che impegna gran parte dell’intervento di Napolitano sul “ruolo insostituibile dei partiti”.
Il capo dello Stato rievoca il suo antifascismo e la sua lunghissima militanza nel Pci e rimpiange la formazione novecentesca dei partiti pesanti.
Di qui “l’impoverimento culturale dei politici e dei partiti” di oggi, cui ha fatto seguito “l’impoverimento morale” e la perdita dei valori.
Questo è il filo che per Napolitano tiene tutto: “la routine burocratica”, “il carrierismo personale”, “la miserevole compravendita di favori”, “il torbido affarismo e la sistematica corruzione”, “le infiltrazioni criminali” emerse dai “clamorosi accertamenti della magistratura nella stessa Capitale”.
Un quadro impietoso che ingloba la patologia eversiva dell’antipolitica, dal “decadimento” e dalla “faziosità ” della politica al più generale “degrado sociale”.
Al punto che di nuovo “rischiamo, nella fase attuale, il logoramento e la perdita delle conquiste del periodo di riscatto e di avanzamento conosciuto dall’Europa” dopo la tragedia del nazifascismo.
Il capo dello Stato ritorna al ’92 e ammette il bisogno di pulizia della politica simboleggiato dal pool di Mani Pulite ma poi insiste più sugli effetti della corruzione, l’antipolitica, che la corruzione stessa.
I grillini, ovviamente non nominati, sono i protagonisti in negativo di una stagione che vede in Parlamento “metodi e atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità , e in sostanza tentativi sistematici ed esercizi continui di stravolgimento e impedimento dell’attività politica e legislativa di ambedue le Camere”.
Unica soluzione sarebbe una “larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e a mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell’antipolitica”.
La Casta e il Corriere: ”Nel fango senza scrupoli”
Nella critica all’antipolitica, Napolitano include il Corriere della Sera e il filone della Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.
È la seconda novità dopo il Renzi “banditore di smisurate speranze”.
Dice il capo dello Stato sulla critica della politica e dei partiti “degenerata in antipolitica: “Di ciò si sono fatti partecipi infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion makers lanciatisi senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo”. Ingiustizie, malessere e la violenza che si accende
A differenza, infine, di altre fasi storiche recenti, stavolta il presidente scorge dietro l’eventuale fallimento di Renzi, e quindi delle riforme, l’abisso della violenza, il vuoto dell’apocalisse. Non più il boom elettorale dell’antipolitica.
È la terza e ultima novità del cupo pessimismo di Napolitano (altro che “ragionevoli speranze”). Il capo dello Stato ha ben presente le vacue promesse del “banditore”, la fragilità del patto tra lui e il Condannato, finanche la crisi che ha investito il Movimento 5 Stelle.
Ergo, dopo aver citato Isaiah Berlin: “Esiste un rischio nel nostro Paese, di focolai di violenza destabilizzante, eversiva, che non possiamo sottovalutare, evitando allo stesso tempo l’errore di assimilare a quel rischio tutte le pulsioni di malessere sociale, di senso dell’ingiustizia, di rivolta morale, di ansia di cambiamento con cui le forze politiche e di governo in Italia debbono fare i conti”.
In quaranta minuti, a partire dalle cinque della sera, il capo dello Stato condensa un discorso feroce, ancora più cattivo di quello del giorno del suo secondo insediamento. E lo fa meno a un mese dalle sue dimissioni annunciate.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
PAURA DIMISSIONI: INCONTRO AL COLLE PER STABILIRE CHE FARE ADESSO
È arrivato al Colle in tarda mattinata all’apparenza spavaldo e sicuro come al solito, Matteo Renzi.
A Napolitano, ancora una volta, è andato a dire che lui ha intenzione di andare avanti fino al 2018.
Ma i 30 deputati Dem che non hanno votato il Jobs act martedì sera e il crollo di Forza Italia sono elementi di destabilizzazione. E di preoccupazione.
Per Napolitano che teme per la tenuta della legislatura. E per Renzi che si trova in un cul de sac. Il governo rischia la palude progressiva e le riforme il rimando alle calende greche.
E allora, il premier, accompagnato dal ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi è salito al Colle a chiedere una mano.
Le dimissioni imminenti del Capo dello Stato (non si va oltre fine anno o inizio dell’anno nuovo, continuano a ribadire i più vicini al Presidente) rischiano di far fermare chissà fino a quando il percorso.
E allora, sullo sfondo resta la richiesta che sta sempre lì sul tavolo, a Napolitano di restare almeno un altro po’. Magari fino a metà febbraio.
Fino a quando l’Italicum non sarà in sicurezza. Re Giorgio continua a dire di no.
La situazione è complessa. Senza Italicum, l’arma del voto anticipato è spuntata: è quello il sistema che gli permette di prendere tutto.
Ieri al Tg 1, dopo giorni cruciali di inusuale sotto-esposizione mediatica, che rivelano la difficoltà a trovare una strategia sicura, ha ribadito: “Il presidente non ha bisogno di essere rassicurato. Sa perfettamente che se il Parlamento fa le leggi lavorando il sabato e la domenica, e se raggiunge gli obiettivi fissati arriverà alla scadenza naturale del 2018”.
Il punto è esattamente questo: fare le leggi, e farle presto. Un obiettivo che non è proprio semplice.
Ieri Luigi Zanda ha chiesto al presidente del Senato Grasso che sull’Italicum si possa andare avanti anche durante la Stabilità . Per arrivare all’approvazione a Palazzo Madama entro fine anno (o gennaio, nuova scadenza che s’è dato il premier sempre al Tg1) i tempi tecnici, seppur strettissimi, ci sono.
Ma non c’è l’accordo politico. Perchè nessuno vuole regalare a Renzi l’arma perfetta per andare al voto e vincere tutto.
Allora, Napolitano ieri ha chiesto al premier di sgombrare il campo dai sospetti di voto, un’ipoteca sulla legislatura, che rischia di avvelenare il clima. Non a caso la nota del Quirinale parla di un percorso “che tiene conto di preoccupazioni delle diverse forze politiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra legislazione elettorale e riforme costituzionali”.
La soluzione potrebbe consistere nell’entrata in vigore del neo-Italicum solo dopo l’approvazione definitiva della riforma del Senato (che richiederà alcuni mesi).
Ieri Calderoli ha presentato un odg che va in questa direzione e la minoranza bersaniana pure.
Ma a Renzi questo quanto conviene? Vuol dire avere un’arma spuntata.
E dunque, si lavora a un’intesa sulla cosiddetta “clausola di salvaguardia” della legislatura.
Da Palazzo Chigi continuano a ribadire che si può votare con l’Italicum alla Camera e Consultellum al Senato.
Quello che può concedere il premier è un accordo politico, più che una legge. Qualcosa che sia vincolante, ma non del tutto. Le elezioni con il Consultellum sono l’ultima ratio.
Convengono più ai piccoli, magari agli scissionisti che a lui. Ma quando tutto diventa ingovernabile, il premier potrebbe pure dimettersi e rischiare il tutto per tutto.
Sullo sfondo, la partita delle partite, quella del Colle: se il patto del Nazareno regge sulla legge elettorale, Berlusconi può restare in gioco anche su questo.
Renzi può provare a scommetterci. Ma regge con Fi a pezzi? E basta, con i giochi di corrente nel Pd?
Le grandi manovre sono già in atto. Anna Finocchiaro è pronta a non mettersi di traverso sull’Italicum per poter ambire al Colle; ieri a lavorare per Romano Prodi sono arrivati a Montecitorio Arturo Parisi e Pierluigi Castagnetti; il nome di Gentiloni torna tra i renziani doc; non è tramontato neanche quello di Graziano Delrio.
Sullo sfondo Walter Veltroni, Dario Franceschini. Ognuno avrà il suo candidato. Vietnam garantito. Perchè, come sintetizza un senatore dem, “Renzi è ancora vincente, ma non onnipotente”.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 11th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE SE NE VA E NESSUNO SA COSA METTERSI
Oddio, Napolitano se ne va e nessuno sa cosa mettersi.
Come se non bastassero tutte le cause fisiologiche che fanno fibrillare la politica italiana, se ne aggiunge una patologica: i boatos sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Non si tratta del solito gossip dei retroscenisti appostati nei corridoi dei palazzi: a scrivere che entro fine anno, o al massimo a gennaio, Re Giorgio annuncerà o addirittura rassegnerà le dimissioni sono stati non solo il Fatto (notoriamente poco gradito sul Colle più alto), ma anche due fra i giornalisti più introdotti al Quirinale: Stefano Folli su Repubblica e Marzio Breda sul Corriere.
Domenica, dopo 24 ore di silenzio, è arrivata la “nota del Colle”, al solito sibillina e fumantina. “Nè si ha da smentire nè da confermare” alcunchè, ma sia chiaro che “le decisioni che riterrà di dover prendere” sono “esclusiva competenza del capo dello Stato”.
Quindi è tutto vero, ma Napolitano non gradisce che se ne parli adesso ed è furibondo con i giornali e le tv che danno “ampio spazio a ipotesi e previsioni sulle eventuali dimissioni”.
E a cosa dovrebbero dare ampio spazio, di grazia?
Sta per accadere un fatto mai visto prima: le dimissioni di un presidente (e che presidente: il monarca padrone dell’esecutivo, delle Camere, del Csm e ogni tanto della Consulta, che da 8 anni e mezzo fa e disfa i governi a prescindere dagli elettori e dà ordini e moniti a tutto su tutti) appena un anno e mezzo dopo la sua elezione, destinate a terremotare per mesi e mesi la vita politica con una serie di ripercussioni a catena prevedibili e già tangibili sul governo, sul Parlamento, sulla nuova legge elettorale, sulla nuova Costituzione, sulla “riforma” della giustizia, sulle alleanze fra i partiti, sulle tentazioni di elezioni anticipate, sulla Borsa, sui rapporti internazionali.
E di che dovrebbe parlare la stampa? Di Balotelli che torna in Nazionale? O di Razzi che va all’Isola dei famosi?
Vengono rapidamente al pettine i nodi che — in beata solitudine — il nostro giornale evidenziò fin da subito, all’indomani della precipitosa rielezione di Napolitano il 20 aprile 2013 per scongiurare l’ascesa al Colle di un vero cultore della Costituzione come Stefano Rodotà , tradire l’ansia di rinnovamento uscita due mesi prima dalle urne e imbalsamare l’eterno inciucio fra il centrosinistra e Berlusconi.
Tralasciando le bugie di Napolitano, che per un anno aveva detto e ripetuto che mai e poi mai avrebbe accettato la riconferma, scrivemmo che il suo discorso di reinsediamento a Montecitorio poneva ufficialmente sia lui sia la Repubblica fuori dalla Costituzione.
Il Ripresidente disse infatti che sarebbe rimasto “fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”.
E solo a patto che Pd e Pdl si mettessero subito insieme per fare ciò che avevano giurato agli elettori di non fare: un governo di larghe intese per le cosiddette “riforme”, cioè per manomettere la seconda parte della Costituzione e anche la giustizia.
Espropriando il Parlamento, unico titolare del potere legislativo, il Presidente Monarca espose alle Camere il suo personale programma politico e le minacciò di andarsene se non avessero obbedito: “Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Dunque il governo e i partiti dovevano ripartire dai “documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo”: i 10 fantomatici “saggi” extraparlamentari che, alle dipendenze del Quirinale e senz’alcuna legittimazione popolare, avevano scritto il programma del nuovo governo prim’ancora che nascesse.
Insomma, in barba alla Costituzione che prevede un mandato pieno e incondizionato (art. 85: “Il Presidente della Repubblica è eletto per 7 anni”), Napolitano fece sapere che il suo era “a tempo” e “a condizione”.
E quando il suo ex portavoce Pasquale Cascella si lasciò sfuggire a La Zanzara che se ne sarebbe andato ben prima della scadenza del settennato, Re Giorgio con l’aria di smentirlo confermò quel che era chiaro a tutti: “Ho legato la mia rielezione al raggiungimento dell’obiettivo delle riforme e anche alla capacità delle mie stesse forze. Ma nessuno certo è in grado di prevederne la durata, sia per l’uno che per l’altro aspetto”.
Quell’albero marcio, trapiantato un anno e mezzo fa su un Paese ansioso di cambiare, produce oggi i frutti marci che tutti possono vedere a occhio nudo.
Napolitano e chi lo rielesse sapevano benissimo che il suo secondo mandato sarebbe finito presto, per ovvi motivi anagrafici.
Ma la fregola di mummificare il sistema contro ogni cambiamento fu più forte di ogni buonsenso. E anche dello spirito e della lettera della Costituzione (quella vera, quella del 1948) che, precisa come un cronometro svizzero, prevede un ordinato e sereno funzionamento delle istituzioni, con tempi certi e scadenze prevedibili.
Il presidente dura in carica 7 anni perchè si deve sapere quando inizia e quando finisce: negli ultimi sei mesi (il semestre bianco) non può sciogliere le Camere (a meno che la sua scadenza coincida con quella della legislatura) affinchè il Parlamento sia libero di prepararne la successione senza condizionamenti, con la dovuta calma e serenità .
Strano che l’unico presidente ad aver giurato due volte sulla Costituzione non lo sappia, o se ne infischi. Infatti fa sapere che se ne va quando vuole lui e ce lo farà sapere quando pare a lui. Niente semestre bianco, e Parlamento sotto ricatto fino all’ultimo giorno.
La bomba a orologeria delle sue dimissioni anticipate seguiterà a ticchettare per settimane, forse per mesi, ben nascosta sotto le istituzioni, destabilizzandole vieppiù con uno stillicidio di indiscrezioni, moniti e finte smentite.
Intanto l’Italia resterà appesa agli umori e ai malumori di un vecchietto bizzoso e stizzoso che cambia idea a seconda di come si sveglia.
Nessuno, tranne lui, sa quando finirà il toto-Quirinale. Forse finirà soltanto quando Sua Maestà avrà qualche finto successo da sbandierare (una legge elettorale, una riforma della Costituzione, del lavoro e della Giustizia purchessia) per mascherare il misero fallimento del suo bis; e magari anche la garanzia che il suo successore sarà un suo clone e non farà nulla per riportare l’Italia dalla monarchia alla Repubblica. Solo allora abdicherà e, quando lo farà , sarà sempre e comunque troppo tardi.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
L’INCERTEZZA DEL RE
L’uomo del Colle non conferma e non smentisce. Precisa che “la questione delle eventuali dimissioni è nota
da tempo”. Ricorda che il secondo mandato l’aveva accettato ponendo “limiti e condizioni”, ossia la realizzazione delle riforme.
Rivendica di essere “nella pienezza delle funzioni”. Ma la partita del Quirinale ormai è iniziata.
E si intreccia a quella per la nuova legge elettorale.
Lo conferma indirettamente il Renzi che ripete per la milionesima volta: “Dureremo fino al 2018”.
Lo ribadisce soprattutto Il Mattinale, voce di Forza Italia, che va in frontale proprio contro di lui, Giorgio Napolitano: “Mette in atto un ricatto morale, vuole subito la legge elettorale. Ma allora si può dimettere adesso”.
Dopo un sabato di silenzio, Napolitano risponde con una nota alle anticipazioni giornalistiche che raccontavano di un presidente stanco, con sfibranti fastidi fisici, pronto a lasciare tra poche settimane: al massimo entro gennaio.
“I giornali — scrive il Quirinale — hanno dato ampio spazio a ipotesi e previsioni relative alle eventuali dimissioni del Presidente della Repubblica. Ma Giorgio Napolitano , alla sua rielezione, indicò i limiti e le condizioni — anche temporali — entro cui accettava il nuovo mandato”.
Il Colle “ non smentisce e non conferma nessuna libera trattazione dell’argomento”. E rimette i paletti: “Restano esclusiva responsabilità del Capo dello Stato il bilancio di questa fase di straordinario prolungamento, e di conseguenza le decisioni che riterrà di dover prendere, delle quali offrirà ampia motivazione”.
Non vuole farsi tirare per la proverbiale giacchetta, Napolitano.
Neppure dal Pd, che lo vorrebbe ancora in sella almeno per qualche mese.
Il suo addio all’inizio del 2015 rimane più che probabile. L’ennesimo indizio può essere un altro passaggio del comunicato: le condizioni poste a inizio del mandato “non hanno impedito e non impediscono al presidente di esercitare nella loro pienezza tutte le funzioni attribuitegli dalla Costituzione, tenendo conto anche della speciale circostanza della Presidenza italiana del semestre europeo”.
Presidenza che, appunto, scade il prossimo primo gennaio.
La certezza è che Napolitano non vuole sentirsi un presidente dimezzato, indebolito. I ripetuti riferimenti a funzioni e prerogative sono un chiaro avviso ai naviganti. A margine, le voci.
Quelle secondo cui Napolitano “non si dimetterà senza un accordo di massima sul suo successore”.
Pesano certamente di piu le reazioni alla nota. Palazzo Chigi che ufficiosamente esprime “massima riconoscenza e rispetto” a Napolitano, “garante e presidio”.
Sulla linea inversa Il Mattinale, la nota politica dello staff di Forza Italia.
Che accusa Napolitano di “ricatto morale”: ovvero di minacciare le dimissioni per sbloccare la trattativa sull’Italicum. Un attacco nero su bianco: “In quale articolo della Costituzione è scritto che il presidente può esercitare una pressione su tempi e temi dell’azione del governo e del lavoro del Parlamento?
La fretta nel volere ora la riforma elettorale subito e per il comodo del Pd nasce da questo super-annuncio. Allora si dimetta ora, adesso”.
Non a caso, in serata Renzi fa sapere: “Noi andiamo avanti con urgenza e determinazione sulle riforme, sapendo che l’orizzonte del governo è il 2018”.
Ossia, sull’Italicum si va di fretta. Ma le urne a breve, l’eterno timore di Berlusconi, non sono previste.
In parallelo, Graziano Delrio: “Quando sarà , noi auspichiamo la massima convergenza di tutte le forze politiche per il successore”.
Un altro segnale a B: apri sull’Italicum, e noi non “strapparemo sul Colle”. Ma il prossimo presidente non è solo un affare da patto del Nazareno.
Ieri sul Fatto Giuseppe Civati si è rivolto ai Cinque Stelle: “Una convergenza con loro sarebbe più naturale di quella con Fi, se il fronte dei grillini diventa serio potremmo tornare su Prodi”. Ma il senatore Nicola Morra sbarra la porta: “Forse Civati potrebbe comprare il coraggio politico su eBay, visto che parla sempre contro Renzi ma non ne trae le conseguenze. Prodi? Mi sembra anche lui da vecchia politica, anche se fu tra le indicazioni dei nostri iscritti”.
Ma l’M5S come si regolerà questa volta? “Ci sono tanti nomi nel nostro mondo. Dario Fo? Perchè no, è un padre culturale”.
Il metodo della Consulta è replicabile per il Colle? Di Maio dice di sì. “Di certo noi vogliamo portare il confronto in pubblico, in Parlamento”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
“ORMAI VIVIAMO IN UN MANICOMIO E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NE E’ IN FONDO IL DIRETTORE”… “CI VORREBBE UN SIGNOR NESSUNO, MA IN POLITICA SI SELEZIONA SOLO LA STUPIDITA'”
Un anno fa ci eravamo lasciati con la sua analisi spietata: questo è un paese di malati di mente.
Adesso il paese dei malati di mente deve trovare un nuovo presidente.
E lo psichiatra Vittorino Andreoli rimette idealmente l’Italia sul lettino, ma non vede sintomi di miglioramento: “Sembra la storia di Peter Pan, che fugge dal mondo che c’è per cercare quello che non c’è. Napolitano se ne va e noi andiamo a cercare il presidente che non c’è. Ricordiamoci che nell’isola Peter Pan ha trovato Capitan Uncino, gli indiani e i ragazzi abbandonati… ma è proprio sicuro che vada via?”.
Così sembra, professore.
“E’ un bel dramma. In questo paese malato, dove tutti fanno sciopero. Ma contro chi? Guardi che non penso al sindacato. Penso alla realtà delle cose”
L’ultima spiagga?
(ride) “Ma no, qui c’è sempre la speranza del miracolo, di qualcosa o qualcuno che venga a risolvere tutti i problemi. E’ proprio la visone adulta di Peter Pan. Si è scontenti del mondo e si va a cercare l’isola che non c’è. Va benissimo, allora fantastichiamo. Facciamo venire giù il Padreterno, l’angelo salvatore… i santi ci sono”.
Forse un po’ troppi.
“Guardi, in un paese serio uno prima dovrebbe cercare quali potrebbero essere i possibili successori. Invece, no. Noi prima lo mandiamo via, poi vediamo cosa fare. E’ un po’ come è stato con i manicomi. Li abbiamo chiusi, ed era giusto chiuderli, ma non ci siamo preoccupati di quello che sarebbe successo dopo e di cosa avevamo bisogno. Insomma, diciamocelo, ormai viviamo in un manicomio. E il presidente della Repubblica è il direttore”.
Così non ne usciamo, professore. Se la qualità politica è sottozero, è inutile cercare il sostituto di Napolitano.
“Cosa vuole che le dica? Questo paese è diviso in due. Da una parte c’è il potere, che è completamente idiota. E dall’altra ci sono i Nessuno, con la N maiuscola. Persone che valgono, e in Italia ce ne sono tante, ma sono appunto dei Nessuno. Come se non ci fossero. Nella Prima, Seconda e Terza Repubblica si è selezionata solo la stupidità . Allora, se permette, mi tengo Napolitano con tutti i suoi difetti”.
Non possiamo chiedergli di rimanere altri vent’anni.
“E allora cambiamolo e finiamo come con i manicomi”.
Proprio sicuro che non ci sia un’alternativa?
“Ma sì, qualcuno c’è di sicuro”.
Dove lo andrebbe a cercare?
“Io tra i Nessuno. Ma come si fa? Non riusciamo nemmeno a trovare chi deve andare al Consiglio superiore della magistratura… Io quello non lo voglio. Ma lo conosci? No, ma non lo voglio. Così a forza di escludere, finisce che scegliamo persino chi non è all’altezza del compito. Figuriamoci quando si dovranno mettere d’accordo per eleggere un presidente della Repubblica. Facciamo scendere il Padreterno. Oppure, diamo un doppio incarico a Papa Francesco”.
Papa Francesco presidente della Repubblica è una bella provocazione.
“Beh, è una brava persona. Diamogli un incarico ad interim fino alla fine del mandato di Napolitano. Ah, poi c’è anche un Papa emerito che non ha niente da fare…”.
Sta scherzando?
“Drammaticamente, sì. Ma è un’ironia malinconica. Però è lei che mi ha dato una cattiva notizia. Perchè se è vero che il capo dello Stato se ne va, il problema è irrisolvibile. Ma capisco. Il suo desiderio era di dare un assetto più tranquillo a questo Paese. E non c’è riuscito”.
Quindi, bisogna convincere Napolitano a restare un altro paio d’anni?
“Io spero che facciano così. Perchè non siamo nemmeno in democrazia. Non c’è la possibilità di un’elezione democratica. La costituzione prevedeva un’elezione con una maggioranza di due terzi del parlamento perchè si immaginava che di fronte a certe decisioni si dimenticasse la logica dei partiti e l’unica attenzione fosse rivolta al problema del Paese. Invece si è dimostrato che tutto questo non esiste. Esistono i partiti e dentro i partiti esistono gli ominetti…”.
Ha detto “ominetti”?
“Il termine corretto sarebbe omuncoli, ma è già stato usato dagli antropologi. Ominetti mi sembra più appropriato” (ride).
Posto che questo presidente se ne vada?
“Verremo commissariati da un segretario della Merkel”.
Allora meglio Papa Bergoglio, lei dice. Non come capo spirituale ma come uomo di buona volontà .
“Io mi occupo solo di uomini e sono affascinato da un uomo straordinario che si chiamava Gesù di Nazareth. E devo dire che Bergoglio gli somiglia abbastanza. E’ uno che non ama il potere, i cortei con le auto, non è come questi che tagliano tutto del dieci per cento a occhi chiusi. Insomma, mi piacerebbe un uomo che non risponda ai partiti ma all’umanesimo, al fatto che siamo in una situazione di grande pericolo e salvi il Paese. Mi accontenterei di una persona saggia. Ma purtroppo questa parola è stata cancellata anche dallo Zingarelli”.
Lei ci andreebbe a fare il presidente, professore
“Ma io sono Nessuno. E per cortesia lo scriva con la N maiuscola”.
Appunto.
“Beh, senta, bisogna anche avere un po’ di autostima. Sì, forse sarei un po’ meglio di tutti questi che verranno candidati dai vari gruppi. Se non altro saprei distinguere i matti e li curerei per dovere costituzionale”.
La candido?
“No, perchè non ho l’età , visto che sta passando il principio che sopra i 45 anni l’unica alternativa sia il suicidio. E’ che fanno l’errore di scambiare il prodotto della testa con quello dei testicoli, e secondo loro sopra una certa soglia non si è più utili. Però sia chiaro: io amo l’Italia che non si vede. Quella che si vede non la sopporto più. E nell’Italia che non si vede molto di buono esiste. Non andrei a cercare l’isola che non c’è e il presidente che non c’è. Cercherei dentro la realtà , tra i Nessuno, con buona pace di Peter Pan. Che è una bellissima storia, ma con un finale che non mi piace”
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
I LEADER, LE DONNE, GLI OUTSIDER: ECCO I NOMI
I leader, le donne e gli outsider. È in una di queste tre categorie che il Pd starebbe cercando il proprio candidato al Quirinale per il dopo Napolitano – il quale, secondo indiscrezioni, sarebbe pronto a dare le dimissioni entro la fine dell’anno, magari annunciandole durante il tradizionale messaggio di fine anno.
Secondo quanto scrive oggi La Repubblica, a Palazzo Chigi ci sarebbe “una cartellina ben nascosta”, nella quale si compongono i tre identikit del futuro capo dello Stato.
Tra i leader ci sarebbero anche tutti gli ex segretari del Partito democratico o ex premier, da Bersani a Prodi, da Amato e Fassino fino a Franceschini e Veltroni, sebbene, scrive il quotidiano, “non siano tutti sullo stesso piano”.
Lista corta, invece, per il capitolo donne: sul tavolo di Chigi ci sarebbero i nomi di Roberta Pinotti, Anna Finocchiaro e Marta Cartabia, giudice della Consulta.
Sul fronte outsider l’elenco si fa più corposo: si va da Sergio Chiamparino al neo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, da Casini a Padoan, da Delrio a Zanda.
Più outsider degli outsider sarebbero il presidente del Senato, Pietro Grasso e il presidente della Bce, Mario Draghi
Il desiderio di Renzi, in realtà , resta quello di rinviare l’inizio di questa partita:
Continua a sperare di poter convincere Giorgio Napolitano “a resistere nel suo incarico fino al primo maggio”. Una data scelta non a caso.
Contiene in se un valore politico ed uno simbolico. Per quel giorno spera che le Camere abbiano già approvato la delicata riforma elettorale, vero spartiacque di questa legislatura: “Ed io vorrei che fosse lui a firmare quella legge”.
Le grandi manovre per il Colle, però, sono già partite, e a questo punto appare difficile una frenata in corso.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAPO DEL GOVERNO SI AFFANNA INVANO: “NAPOLITANO È E RESTA UN’ASSOLUTA GARANZIA PER QUESTO PAESE”… MA PARTE LA CACCIA ALL’IDENTIKIT “GRADITO”: UN DEBOLE O UN FORTE COME VELTRONI?
“Giorgio Napolitano è e resta un’assoluta garanzia per questo Paese e un punto di riferimento molto importante”.
Matteo Renzi sulle probabili imminenti dimissioni del capo dello Stato è nettissimo. In privato più di una volta gli ha chiesto di restare. Raccontano che abbia smesso solo recentemente, visto che il presidente è deciso a lasciare.
Ma ancora spera che cambi idea.
Contro le previsioni della vigilia, l’inquilino del Colle per lui è stato un alleato prezioso: l’ha assecondato sulle questioni principali, è intervenuto dove lui non arrivava, gli ha persino corretto provvedimenti scritti in maniera confusa.
Certo, ogni tanto qualcosa il giovane Matteo ha dovuto cedere. Ma molto meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.
Il punto, però, non è il presente, quanto il futuro.
Eleggere il successore toccherà a questo Parlamento. Che è ingovernabile, come hanno dimostrato le venti fumate nere per l’elezione dei giudici della Consulta.
Il prolungarsi del voto per il Quirinale ha varie controindicazioni: prima tra tutte, rischia di far chiudere a Renzi la finestra elettorale di primavera.
Tra le caratteristiche, il neo presidente deve avere quella di essere pronto a sciogliere le Camere appena eletto. Mica poco.
Il rischio Vietnam è dietro l’angolo: nei tre giorni che portarono alla rielezione di Napolitano, furono bruciati due candidati dipeso (Marini e Prodi) e il segretario Pd, Bersani, dovette dimettersi.
Sui 101 traditori esiste una vasta letteratura, ma ancora nessuna certezza.
Renzi sa bene che le fronde sono pronte a scatenarsi. L’elezione (regolata dall’articolo 83 della Costituzione) avviene dal Parlamento in seduta comune e per scrutinio segreto, a maggioranza di due terzi dell’assemblea.
Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.
All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione (la Valle d’Aosta ne ha uno solo).
Gli scenari sono variabili e tutti aperti.
Intanto, si tratta di capire con quale maggioranza si procederà . Nonostante le scaramucce sulla legge elettorale, l’asse privilegiato resta il patto del Nazareno.
Con incognita: quanto B. tiene Forza Italia?
Renzi potrebbe anche tentare lo schema opposto, quello di votare con i 5 Stelle. Ipotesi remota. Dopo l’elezione della candidata alla Consulta del Pd con i voti del M5s, Di Maio ha aperto a un accordo sul Quirinale. Prontamente sconfessato dai suoi. Variabile centrale, la vecchia guardia dem: potrebbe approfittare del voto segreto per vendicarsi del segretario-premier e far fuori un po’ di candidati.
Per ora, poi, non è chiaro neanche quale debba essere l’identikit del futuro presidente, nelle intenzioni del premier, che darà le carte.
Un grande vecchio? Una figura malleabile? Un outsider? Raccontano che per una volta abbia la tentazione di scegliere un nome meno ad effetto, ma più di peso. Autorevole, da spendere in Europa per dire.
Difficile pensare a una figura come Giuliano Amato (che potrebbe andare bene a B.) o Prodi (che potrebbero votare anche i grillini).
Chi lo conosce bene dice che “Matteo è molto arrabbiato” con il Professore, perchè ha accreditato la tesi che ad armare i 101 contro di lui fosse stato anche l’allora sindaco di Firenze.
Poi, c’è l’ipotesi opposta, ovvero un presidente debole, pronto ad obbedire.
In quest’ottica, è girato molto il nome di Roberta Pinotti. Che però sembra più uno specchietto per le allodole. Restano gli outsider. Torna Anna Finocchiaro.
Sulla legge elettorale e la riforma del Senato fino a qui è stata molto fedele. Come Violante, potrebbe andar bene alla minoranza Dem. E come Violante, per questo potrebbe essere impallinata da alcuni renziani.
“Non è roba questa da decidere con lo schema della donna in testa”, pare che Renzi abbia detto a un’interlocutrice interessata in prima persona alla questione.
Ci spera ancora Graziano Delrio. La coabitazione tra i due a Palazzo Chigi non è andata benissimo, ma il suo trasferimento al Quirinale potrebbe ancora servire, secondo la regola del “promuovere per rimuovere”.
E ci sarebbe un presidente abbastanza affidabile, ma anche relativamente esperto. Sullo sfondo rimane Walter Veltroni, che sembrerebbe il coronamento di un percorso politico.
Lui è più autorevole che potente. Ma potrebbe far ombra al giovane Matteo.
Mai escludere il coniglio dal cilindro. Magari svelato il giorno prima.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
A SAN SILVESTRO L’ANNUNCIO: LA DATA DELLA FINE ENTRO FEBBRAIO
Ormai è sempre più chiaro, come racconta chi conosce gli umori e i pensieri del capo dello Stato, che Giorgio
Napolitano è entrato nell’ultima fase del suo secondo e brevissimo mandato, iniziato nell’aprile del 2013.
Il punto di partenza di ogni ragionamento sulla gestione della “sua uscita” è l’articolo 86 della Costituzione: “In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione”.
I tempi ristretti per l’iter parlamentare Il termine della convocazione dell’elezione entro quindici giorni è decisivo.
Se infatti Napolitano dovesse annunciare la firma delle dimissioni nel messaggio tv di fine anno, secondo un’accreditata ipotesi giornalistica, si aprirebbe un problema di tempi per i grandi elettori che i consigli regionali dovrebbero eleggere nel periodo delle festività natalizie.
Il messaggio avrebbe infatti un valore formale e a quel punto partirebbero le procedure previste dalla Costituzione.
La questione è già stata affrontata ed è per questo che chi ha consuetudine con Napolitano spiega: “Di preciso sulle date ancora non c’è nulla, la riflessione è aperta e non dimentichiamo che ci sono ancora gran parte di novembre e tutto dicembre. Il presidente valuterà tutto sino alla fine e deciderà forme e sostanza di come dirlo nel messaggio della sera di San Silvestro”.
È probabile, dunque, che il capo dello Stato faccia quella sera una sorta di pre-annuncio, senza l’indicazione di una data.
Per questa, in ogni caso, non si andrà oltre gennaio, al massimo ai primi di febbraio. Nelle due settimane che precedono la convocazione dell’elezione del nuovo capo dello Stato, la supplenza andrà al presidente del Senato, Piero Grasso, che è anche uno degli aspiranti alla successione e che ieri ha certificato, unico a farlo, la decisione di Napolitano: “Il presidente della Repubblica sono certo darà , come ha fatto e continuerà a fare, il massimo per essere utile al nostro Paese, in qualsiasi modo e con qualsiasi funzione”.
Parole per certi versi clamorose, a differenza degli altri esponenti politici che, in modo disperato e ipocrita, hanno continuato a tirarlo per la giacchetta, come già nella primavera fatidica del 2013.
Il crollo di stanchezza e le premure della moglie
A dare l’accelerazione alle dimissioni di Napolitano sarebbero state innanzitutto la preoccupazione e le premure della moglie Clio.
Fino a qualche settimana fa, complici le telefonate a Barroso e Draghi, si era formata tra alcuni collaboratori del capo dello Stato la convinzione che il presidente potesse restare fino a febbraio-marzo, con la speranza di vedere l’approvazione della legge elettorale concordata da Renzi e Berlusconi nel patto del Nazareno.
Uno spin messo in circolazione soprattutto dagli ambienti renziani.
Ma la situazione sarebbe precipitata dall’ultima settimana di ottobre. Napolitano avrebbe avuto “un crollo di stanchezza” e la vigilanza della moglie sarebbe diventata sempre più pressante.
Il periodo coincide con quello che il capo dello Stato considera un macigno nel bilancio finale dei suoi circa nove anni di mandato: la deposizione sulla trattativa fra Stato e mafia.
La salute è il primo motivo delle dimissioni. Napolitano, il prossimo 29 giugno, compirà novant’anni.
Al premier: “Me ne vado.Basta, non insistete”
Il secondo motivo, non meno importante, riguarda l’attuale quadro politico. Da Renzi al berlusconiano Giovanni Toti, ieri molti hanno invocato Napolitano come “garante” per ancora un po’ di tempo.
Eppure, Napolitano, per l’ennesima volta, paga lo scotto di una forte delusione. La prima per lo stesso Renzi. Proprio al premier, tra l’altro, il presidente avrebbe ripetuto in due diverse occasioni lo stesso concetto, di fronte alle insistenze di Renzi: “Non insistete e non sperate, io a gennaio me ne vado, non resto oltre”.
Di qui il drammatico vertice del Nazareno di mercoledì scorso tra “Matteo” e “Silvio”, che ha messo in evidenza il tatticismo berlusconiano per allungare i tempi sull’Italicum e magari conservare il Consultellum, ossia il Porcellum riformato dalla Consulta.
La legge elettorale era la seconda condizione per lasciare con soddisfazione il Quirinale, ma a questo punto il capo dello Stato non aspetterà più.
Decisiva anche la voglia di elezioni a Palazzo Chigi La delusione per Renzi dipende però da un altro fattore. Il togliattiano Re Giorgio ha capito che a Palazzo Chigi c’è una forte voglia di elezioni anticipate e per non assecondare un disegno che non ha più le forze fisiche per contrastare preferisce andarsene.
Per la serie: “Non sarò io a sciogliere le Camere”. La questione passa al suo successore che sarà eletto da questo Parlamento, quello dei 101 di Prodi.
In quel momento, la domanda da farsi sarà questa: il primo atto di un presidente appena eletto sarà di sciogliere le Camere?
Per molti, un’ipotesi “irrituale”.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
LA RIVELAZIONE DI “LA REPUBBLICA”: LA DATA E’ GIA’ STATA DEFINITA
Il presidente della Repubblica non fa mistero della sua intenzione di concludere in tempi brevi il suo secondo
mandato.
La data nella sua mente è già ben definita: la fine dell’anno, allo spirare del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea.
È un percorso di cui si mormora da tempo nei palazzi della politica romana e adesso c’è anche la certezza che la decisione del presidente è presa.
Tuttavia lo stato d’animo del presidente non è quello con cui, fino a qualche mese fa, egli guardava alla conclusione del suo incarico.
Aveva sperato a lungo di legare questa scadenza al successo delle riforme istituzionali e della legge elettorale.
Con gli amici che vanno a trovarlo o gli parlano al telefono Giorgio Napolitano lascia trasparire in questi giorni un duplice sentimento.
Da un lato è soddisfatto per l’energia e la determinazione messe in mostra dal presidente del Consiglio, Renzi.
Gli sembra che il dinamismo e la volontà di affrontare i problemi siano i fattori politici di cui il Paese ha bisogno in questa fase drammatica.
La legislatura ha bisogno di un motore e Renzi dimostra di possedere il temperamento adatto a incarnare lo spirito dei tempi.
Dall’altro lato il presidente della Repubblica non fa mistero della sua intenzione di concludere in tempi brevi il suo secondo mandato.
La data nella sua mente è già ben definita: la fine dell’anno, allo spirare del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. Le ragioni sono legate alla fatica del compito, sempre più estenuante per un uomo che nel prossimo mese di giugno festeggerà i novant’anni.
Napolitano è stanco e ritiene di aver diritto di esserlo. Rispetta gli impegni con puntualità , quelli interni e quelli internazionali, ma sta diradando l’agenda, se si tratta di allontanarsi dal Quirinale.
Fra qualche giorno, il 17, sarà all’Università Bocconi per assistere al ricordo di Giovanni Spadolini a vent’anni dalla morte.
Poi un paio di appuntamenti europei, di cui uno a Torino, utili a ricordare che il destino italiano si compie in Europa e non altrove. Infine il messaggio di Capodanno agli italiani, l’ultimo dei nove pronunciati a partire dal 31 dicembre 2006.
Nel 2015 Napolitano seguirà le vicende italiane dallo studio di Palazzo Giustiniani che è già pronto ad accoglierlo quale presidente emerito.
Aveva sperato a lungo di legare questa scadenza al successo delle riforme istituzionali e della legge elettorale. Soprattutto quest’ultima, che non richiede, come è noto, una revisione della Costituzione, gli è sempre parsa la più adatta a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra: proprio perchè, nella condizione del Paese, si tratta di una legge di sistema, destinata a garantire l’assetto generale delle istituzioni.
Dunque una legge sfrondata dagli elementi di incostituzionalità che avevano provocato il naufragio della precedente norma a opera della Consulta.
E al tempo stesso un modello in grado di rassicurare l’opinione pubblica circa il fatto che il confronto politico si sviluppa entro argini ben definiti e se possibile tra forze che tendono a riconoscersi l’un l’altra come pienamente legittimate, in grado cioè di scambiarsi i ruoli di governo e opposizione in un quadro di stabilità .
In fondo era solo su questa base che Napolitano aveva accettato il secondo mandato.
E chi ricorda il discorso d’insediamento davanti alle Camere riunite, il 22 aprile 2013, rammenta anche il tono aspro, quasi sferzante con cui il capo dello Stato appena rieletto aveva richiamato i parlamentari alle loro responsabilità .
Era in gioco allora come oggi la corretta funzionalità delle istituzioni e una prospettiva politica capace di rendere salde le radici europee della dialettica interna.
Nel mosaico immaginato da Napolitano c’era molto di più: il riassetto del sistema bicamerale, la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia e altro.
Ma la nuova legge elettorale appariva quasi un pegno urgente da offrire agli italiani per convincerli che la stagione dell’eterna transizione era davvero alle spalle.
Come chiunque può notare, oggi lo scenario non è quello sperato e Napolitano non nasconde la sua delusione.
È chiaro che alla fine dell’anno non avremo la riforma del voto, ma è altrettanto certo che il presidente della Repubblica non aspetterà i tempi dei partiti.
Non intende farsi condizionare dai ritardi e della solita pratica del rinvio.
Su tale passaggio si mostra molto deciso con i suoi interlocutori. Quindi viene meno il nesso tra riforme e dimissioni.
E non ci sarà l’inaugurazione di Expo 2015, come vorrebbe il premier Renzi.
L’uscita dal Quirinale sarà il compimento di una missione personale, il cui bilancio sarà dato dalla gran mole di atti compiuti in oltre otto anni e mezzo.
Ma se le forze politiche non sono state in grado di dare forma conclusa a un nuovo capitolo della storia repubblicana, il presidente le lascia alle loro responsabilità .
Non le asseconderà al solo scopo di coprire lacune e debolezze di un sistema rinnovato solo in piccola parte.
Ora prevalgono le ragioni di salute, per cui ogni giorno trascorso nel palazzo costa un sacrificio di cui non tutti sono consapevoli.
Napolitano è sicuro di aver superato in modo brillante la prova più dura sul piano psicologico, la testimonianza davanti ai magistrati e agli avvocati del processo di Palermo. Ma l’intera vicenda, come è noto, lo ha ferito.
Ripete spesso due punti che gli stanno a cuore.
Primo, non intende trovarsi a gestire una nuova crisi politica e di governo, non se la sente più di reggere gli sforzi fisici e mentali già sopportati nel recente passato.
A maggior ragione – ed è il secondo aspetto sottolineato – egli non porterebbe mai il paese a nuove elezioni anticipate.
Non ci sarà più uno scioglimento delle Camere da lui firmato. Toccherà eventualmente al successore decidere in merito.
E il presidente ritiene che in democrazia il Parlamento deve essere pronto e capace in ogni momento di eleggere un’altra figura al vertice istituzionale.
Questo è il sentiero prefigurato al Quirinale.
I partiti hanno quindi poco tempo per affrontare il problema ed evitare che la scelta del successore di Napolitano, di qui a poche settimane, si trasformi in un altro episodio di logoramento istituzionale.
Tuttavia il copione non è stato ancora scritto. Non esiste un’ipotesi reale di accordo su un nuovo nome. Ci sono in campo tre soggetti maggiori, il Pd, Forza Italia e i Cinque Stelle.
Più altri soggetti minori suscettibili di giocare una loro partita, come i leghisti.
Se e come i fili saranno annodati, attraverso quali intese trasparenti o sotterranee, per ora non è dato sapere.
Ma tutti sanno che il tempo stringe.
Stefano Folli
(da “La Repubblica”)
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