Agosto 31st, 2016 Riccardo Fucile
IN PROVINCIA I FAVOREVOLI SALGONO AL 55,2%, I CONTRARI SCENDONO AL 25,1%
Il Censis rende noto il risultato di un sondaggio secondo il quale il 50,2% dei romani si dichiara
favorevole alla realizzazione delle Olimpiadi e delle Paraolimpiadi nella capitale nel 2024.
E’ contrario il 36,2%, l’11,3% è indifferente e il 2,3% non è in grado di dare una risposta.
Nel resto della provincia la quota di favorevoli sale al 55,2%, i contrari scendono al 25,1%, gli indifferenti sono il 17% e coloro che rispondono “non saprei” il 2,7%.
Si tratta di una maggioranza “trasversale”, in cui più favorevoli sono le persone in cerca di prima occupazione (65,2%), gli anziani (58,9%), coloro che hanno la licenza media (57,8%), i residenti nei comuni della provincia (55,2%) e i maschi (52,7%).
Le ragioni del sì: Il 48,5% dei cittadini del comune di Roma favorevoli alle Olimpiadi pensa che sarebbero una occasione per fare nuovi investimenti sulla città e migliorarla, il 45,8% è convinto che darebbero una spinta positiva all’occupazione e al reddito della città , il 33,8% sottolinea il positivo impatto che avrebbero sull’afflusso di visitatori, il 33,5% richiama il contributo al miglioramento dell’immagine di Roma nel mondo e il 20,4% pensa che darebbero orgoglio e senso di appartenenza ai romani.
I residenti dei comuni della provincia insistono di più sui benefici costituiti dall’incremento dei visitatori (39,5%) e dal rilancio dell’immagine della città nel mondo (38,4%).
(da agenzie)
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Agosto 31st, 2016 Riccardo Fucile
“E’ UNA OPPORTUNITA’: NO AL MODELLO EXPO E GRANDI OPERE, SERVONO INTERVENTI STRUTTURALI”
Quante cose si possono fare con 5 miliardi? Sono i soldi che pioverebbero su Roma, dal Cio e dal governo, se dovesse strappare alle avversarie le Olimpiadi del 2024. Soldi che potrebbero dare una mano a chi vuole offrire un nuovo volto alla Capitale e invece si trova a contare ogni spicciolo, come Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica nella giunta di Virginia Raggi, il primo a uscire allo scoperto e a spiegare al telefono che a «certe condizioni», «ribaltando la prospettiva», senza inseguire «la logica delle grandi opere», il sì alle Olimpiadi è possibile.
Anzi: «Può essere una grande occasione».
Sulle Olimpiadi, è in corso un dibattito nel M5S, sulla carta compatto a dire no ai Giochi, ma con posizioni più sfumate al suo interno.
Da una parte Raggi e il vicesindaco Daniele Frongia sono in trattativa con il presidente del Coni Giovanni Malagò che a sua volta cerca sponda in Luigi Di Maio, considerato tra i più dialoganti sulla candidatura.
Dall’altra ci sono i più intransigenti, come Alessandro Di Battista e Paola Taverna, contrarissimi ai Giochi.
Berdini è un «alieno», come si definisce, non è un 5 Stelle, e ha la libertà di chi parla per competenza e necessità
Assessore, il messaggio del Coni sembra chiaro: i soldi li mettono il Cio e il governo. La giunta non spende un euro, Roma ne trae solo vantaggi. Se così è, perchè dire di no?
«Certo che per l’assessore Berdini, che tutti i giorni verifica la mancanza di finanziamenti, per la cura della città e per le sue infrastrutture, avere a disposizione delle risorse è una bella prospettiva. Ma per le Olimpiadi bisogna ribaltare l’ottica»
Cioè?
«Non dobbiamo ragionare con la logica e la cultura delle grandi opere come si è fatto in tutti questi decenni. Le Olimpiadi possono essere un’occasione, da verificare nella sua praticabilità . Ed è compito dell’amministrazione farlo».
Raggi è stata un po’ ambigua a riguardo. E’ sembrata più possibilista solo quando ha detto che ben vengano i soldi per 160 impianti che versano in condizioni disastrose. È così?
«Se all’interno del progetto Olimpiadi inseriamo, non dico tutti, ma 80 di quegli impianti, con la regia del Comune a garanzia, è un’occasione da mettere nero su bianco».
Il primo impianto che le viene in mente?
«Lo Stadio Flaminio, che è in condizioni vergognose».
Il M5S e la Raggi però sono stati chiari in campagna elettorale: «No alle Olimpiadi, a Roma servono interventi ordinari».
«Infatti: Olimpiadi non più come evento straordinario ma dell’ordinarietà , da cui può partire una nuova cultura urbana che servirà da esempio per i Giochi del futuro, lontano dal solito modello, ormai fallito».
Olimpiadi sì, quindi, ma a certe condizioni? Quali?
«Che le opere non siano il trionfo dell’incompiuto, com’è successo con Expo che è stata una devastazione. Perchè, chiusi i sei mesi di circo Togni, non hanno saputo che fare dei 120 ettari urbanizzati a vuoto. Servono opere strutturali che parlino con la città »
Niente grandi opere?
«Può esserci spazio per una grande opera, ma al servizio della città e dei cittadini. Senza scartare il “gioiello”, come a Rio, devono essere le Olimpiadi di Roma, cioè delle linee metro, della messa in sicurezza degli impianti sportivi. Cambiando la prospettiva sarebbe un’iniezione di futuro per la città a partire da un evento che prima era solo dissipativo».
Pensa ci siano ancora possibilità per convincere Raggi a dire sì?
«Certo, in una decina di giorni decideremo. Io dico: utilizziamo le Olimpiadi come occasione per dare un nuovo volto alla città . Se sono Olimpiadi che cambiano la vita delle persone e opere che portano benessere, non vedo perchè dire di no».
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Agosto 30th, 2016 Riccardo Fucile
CONTATTI CON MALAGO’ SULLE OLIMPIADI A ROMA, LA SINDACO HA PAURA DEL REFERENDUM TRA I ROMANI, MARONI FA FINTA DI CANDIDARE MILANO
Se c’è ancora una speranza per le Olimpiadi a Roma è grazia a una triangolazione tra Andrea Malagò,
Virginia Raggi e Luigi Di Maio.
Protagonisti istituzionali di una trattativa che sembra lasciare più spiragli di quelli che ci si immagina a sentire i giudizi grillini sui Giochi.
Il presidente del Coni ha chiesto a Raggi tempo fino a settembre. La sindaca vuole rispettare il timing e di fronte agli atleti paralimpici in partenza per Rio, accolti in Campidoglio, ribadisce che darà una risposta definitiva solo dopo l’incontro con Malagò.
Il presidente del Coni nel frattempo ha sentito via telefono il vicepresidente della Camera Di Maio, considerato la sponda più dialogante del Movimento e la voce più ascoltata dalla sindaca di Roma.
Il no alle Olimpiadi non è scalfito nel granito, anche all’interno del M5S. Anzi. Qualche dubbio comincia a insinuarsi tra i vertici pentastellati.
Sia chiaro: Beppe Grillo e il direttorio sono contrari. Raggi, sulla carta, pure. Ma sia lei, sia Di Maio sono consapevoli che la partita non sarà così semplice. Per una serie di motivi che il Coni è pronto a elencare alla sindaca, quando la tenterà con quella offerta «irrinunciabile» che Raggi si è detta pronta a ricevere.
La prospettiva di Di Maio è la stessa, attendere e dare la parola a Malagò.
Senza far precipitare le cose con un «no» netto, come chiedono dalla base e come vorrebbe il resto del direttorio a partire da Carla Ruocco e Alessandro Di Battista.
Il Coni è pronto a impacchettare una proposta che farà leva sui soldi, sgraverà il Campidoglio dalle spese e aiuterà il risanamento di molti impianti e aree urbane della città .
Parliamo di 1,6 miliardi che arriveranno dal Cio e oltre 3 dal governo.
«A quel punto perchè Raggi dovrebbe dire di no?» è il ragionamento che fanno al Coni. Intanto, Palazzo Chigi non esclude come exit strategy di inviare comunque la documentazione per la candidatura entro il 7 ottobre, di fatto aggirando il Campidoglio.
Esclusa invece la possibilità di sostituire Roma con Milano, nonostante il governatore lombardo Roberto Maroni l’abbia rilanciato con un referendum. Sia il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, sia il Coni fanno sapere che è impossibile.
Ma il supplemento di riflessione della sindaca è motivato anche da un’altra ragione economica.
Approvato il bando delle periferie, ora, dopo attenta valutazione dei progetti, devono arrivare i soldi dal governo . «Sono sicura che saranno imparziali» ha risposto a chi le chiedeva se temesse che da Chigi avrebbero vincolato le risorse al sì alle Olimpiadi. Di certo nel pacchetto offerto ai 5 Stelle ci dovrebbero essere rassicurazioni sui nomi meno graditi ai grillini, tra quelli coinvolti sia nel comitato promotore sia tra gli imprenditori interessati.
«Virginia devi dire di no, altrimenti aiuterai Caltagirone» l’hanno incalzata gli attivisti l’altro ieri durante la festa del Fatto. E quello del costruttore romano è uno dei nomi su cui il Movimento ha posto il veto.
Ma nelle chat dei militanti che più sospettano dei tentennamenti di Raggi, è anche rispuntato il tema del referendum sulle Olimpiadi, a suo tempo evocato da Malagò ma sostenuto davvero solo dai Radicali italiani che ora accusano la sindaca di tradire i principi di democrazia partecipata del M5S, lo stesso partito che aveva esultato per la parola al popolo data da Alexis Tsipras in Grecia e con la Brexit a Londra.
«Adesso capiamo perchè Raggi non ha mai risposto alle nostre lettere ufficiali» racconta il segretario radicale Riccardo Magi che svela la missiva datata 28 luglio 2016, nelle quali poneva la questione della mancanza di autenticatori, e le chiedeva «di attivarsi per permettere ai cittadini di firmare il referendum».
Ma da Raggi, contraria alla consultazione, silenzio assoluto.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
DIANA BIANCHEDI CONTRO LA RAGGI: “LA CAMPAGNA ELETTORALE E’ FINITA, CI DIA UNA RISPOSTA CHIARA”
Archiviata Rio 2016, subito al lavoro per Roma 2024. 
Diana Bianchedi, plurimedagliata olimpica con la squadra di fioretto femminile, oggi ricopre l’incarico di coordinatrice del Comitato Roma 2024 e affila le armi in vista dell’incontro con la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che guida il fronte degli scettici sull’opportunità che sia la Capitale a imbarcarsi nell’avventura olimpica fra 8 anni.
“Ci andrò con la grande forza che ci viene dalla trasferta di Rio” dice la Bianchedi in un’intervista al Corriere della Sera.
“Le dirò che la campagna elettorale è finita e che ci diano una risposta chiara”. Al più tardi il 7 ottobre il Campidoglio si dovrà esprimere: “Direi che si va avanti – dice la Bianchedi – Altrimenti finirà davvero, ma per i prossimi 50 anni…”.
“A Rio ci siamo trovati di fronte a persone che, da tre mesi, leggono che Roma è morta. Ma con l’impegno profuso dai miei ragazzi, che ho ringraziato con una lettera, in 35 workshop, abbiamo dimostrato che da febbraio siamo andati più avanti degli altri”.
Un lavoro svolto in assenza del Campidoglio, che non ha inviato il dirigente incaricato, dicendo di voler mettere un freno alle spese comunali.
“Penso che per il Comune sia stata un’occasione persa. A parte che la trasferta la pagava il Comitato, ma in tutti gli incontri tecnici il Campidoglio avrebbe potuto fare tutte le domande del caso”.
Bianchedi respinge due affermazioni che spesso vengono rivolte al Comitato organizzatore
“La prima: che si dica che queste sono le Olimpiadi di Montezemolo. Tutti i contratti e le cariche del Comitato promotore scadono, e decadono, il 14 settembre 2017 quando verranno assegnate le Olimpiadi. Dopodichè governo, Comune, Regione possono scegliere chi vogliono loro”
“La seconda è che si arrivi a una riposta tipo “no perchè no”, come si fa con i bambini. Spero che venga fatta un’analisi accurata sul progetto, consegnato alla sindaca a metà luglio. Se ci chiedono modifiche siamo pronti”.
“Il mio posto è a disposizione. Come in pedana, se altri possono farci vincere la gara sono pronta a farmi da parte”.
Uno dei punti più discussi del progetto è il villaggio atleti a Tor Vergata, che secondo M5S è una speculazione edilizia a favore di Francesco Gaetano Caltagirone…
“Spero proprio che Raggi mi faccia questa domanda… Se trovano un’altra area di proprietà pubblica, senza vincoli ambientali, con un ente come l’Università che si fa carico della legacy, facciano pure…”
Giovanni Malagò al Resto del Carlino: “Con la Raggi parleremo con calma”.
“Ci incontreremo, parleremo con calma. Il confronto con il Comune è previsto da tempo. La mia, la nostra posizione la conoscete. Lo sport italiano considera l’Olimpiade una straordinaria opportunità per Roma, le opere e le infrastrutture necessarie per ospitare i Giochi sono esigenze della città . Vedremo. Qui a Rio ci siamo mossi nel modo giusto. Tra i membri del Cio che voteranno a Lima tra un anno stiamo riscontrando simpatia e complicità .
A Rio è emerso quanto lo sport sia un elemento costitutivo delle nostre comunità . Per questo, nei primi giorni di settembre il governo illustrerà misure di rilancio per oltre cento milioni di euro in molti impianti sportivi delle città “.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile
E’ L’AZIENDA AUSTRALIANA CHE FORNISCE LE SUPPELLETTILI CHE ARREDANO I VILLAGGI DEGLI ATLETI A CURARE LA VENDITA
Le Olimpiadi sono finite, le luci si spengono su Rio de Janeiro, ma intanto un’azienda australiana sta già pensando a come dare una seconda vita alla sedia che ha accolto la campionessa nera di ginnastica artistica Simone Biles e al lettino dove sono stati massaggiati i polpacci del campione di nuoto Michael Phelps dopo aver vinto il suo ventitreesimo oro alla fine della staffetta mista.
Venduti in stock, insieme, a tutte le altre suppellettili dei giochi, grazie a un sito di aste online. Insomma, per assicurarsi la sedia di un campione, bisogna comprare l’intero contenier.
A mettere in vendita il materiale è la Rgs Events, azienda di Melbourne, Australia, che poi è la stessa che lo fornisce dal 2000, cioè dalle Olimpiadi di Sidney quando vinse per la prima volta il bando di fornitura.
Grazie ad un accordo con l’americana B-Stock Solutions – azienda che collabora con grandi aziende come Walmart e Amazon proprio per liquidare i materiali rimasti nei magazzini.
Che già dalla settimana scorsa ha avviato le aste online.
Quattordici audizioni che in tre giorni (sono terminate ieri) hanno fatto piazza pulita di ogni materiale contenuto nel 3604 alloggi dove hanno vissuto i 18 mila atleti, accuratamente divisi in 40 diversi container.
A essere venduti sono 1 milione e trecentomila oggetti divisi in lotti.
Tutto, ma proprio tutto è insomma già pronto a sparire. A essere vendute sono infatti le 135 mila sedie usate dagli atleti, ma anche 350 lettini da massaggi, 20 mila letti, 102 mila lampade, 10 mila armadietti, 42 mila tavoli e perfino 2500 cestini della carta straccia: ma anche schermi televisivi, megafoni, ombrelloni, cassaforti, asciugamani, lenzuola, usati esclisavamente durante i 17 giorni dei giochi.
Le offerte sono arrivate da tutto il mondo e chi ha comprato ha fatto dei veri affari: come gli ignoti compratori di un lotto di 4mila sedie bianche vaultato 76 mila dollari che si è accaparrato per appena 5136 dolari (l’offerta più alta dell’asta) il malloppo, di fatto pagando ogni sedia appena 1 dollaro e 28 centesimi.
A fare le offerte sono state soprattutto aziende americane, ma non solo: a registrarsi all’asta c’erano infatti contendenti di 36 paesi, soprattutto responsabili di grandi alberghi, organizzatori di eventi, scuole, e rivenditori di oggetti di seconda mano. Quel che resta di invenduto, sarà donato ad altri eventi sportivi: come i giochiolimpici giovanili di Buenos Aires.
I materiali venduti, invece, saranno consegnati a settembre, subito dopo la fine dei giochi paraolimpici, il 18 settembre.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BENE I TIRI E LE SQUADRE, DISASTRO ATLETICA E PUGILATO
Restiamo nel G10 dello sport. Il verdetto di sedici giorni olimpici ci regala ancora un posto nell’èlite
mondiale grazie agli 8 ori conquistati (gli stessi di Londra e Pechino): le medaglie sono 28, un bottino totale uguale a quello di Londra, una in più di otto anni fa.
I Giochi di Rio confermano dunque la nostra dimensione, noni nel medagliere. Che tradotto nei premi pagati dal Coni fa 5 milioni e 400 mila euro lordi.
Le premesse alla seconda settimana, storicamente in salita per l’Italia, questa volta ci avevano ingolosito, invece, dopo l’ultimo oro arrivato a Ferragosto con Viviani, più nulla («l’ultima giornata è stata un po’ la fotografia della nostra Olimpiade, ma io sono soddisfatto, abbiamo fatto una bella figura” chiosa il presidente del Coni, Giovanni Malagò), anche se c’è la soddisfazione di aver portato tre squadre su quattro a podio e due di queste (volley maschile e Setterosa) fino all’argento.
E proprio il rendimento delle squadre rimarrà uno dei vanti di questa spedizione (la migliore dopo Atene 2004, dove però partecipavano otto squadre. Formidabile quell’anno).
Russia e Cina hanno perso in tutto 50 medaglie, noi siamo rimasti lì, attaccati alla nostra cifra. Gli sport dell’acqua e i tiri sono stati la nostra miniera, un soffio indietro che la scherma, deludente in un paio di punte. Patrinieri e Campriani i fenomeni indiscutibili.
E questa è la cornice. Poi c’è da avvicinarsi e scoprire le tinte che, insieme, danno il quadro. Siamo andati a medaglia in undici discipline, quattro in meno di Londra, due in meno di Pechino. Dal paniere olimpico sono usciti arco e canoa, ma sono entrati beach volley e lotta.
Rispetto al 2012 non abbiamo avuto ricambi per ginnastica, boxe, atletica e taekwondo.
Il taekwondo a Rio non aveva convocati, il buco nero è lo zero alle voci pugilato, ginnastica e atletica.
Soprattutto dal ring non sono venute le risposte che aspettavamo, è il peggior risultato da Atlanta 1996 e non aver assicurato un ricambio alla generazione d’oro (Russo, qui peraltro il migliore), Cammarelle e Valentino ci presenta il conto.
Sette pugili e neanche un podio, forse la più grande delusione di questa spedizione.
L’Italia della ginnastica è difficile da criticare, il quarto posto di Vanessa Ferrari è figlio di un suo errore, quello delle Farfalle sta più negli umori dei giudici che con noi, guarda un po’, sono sempre nerissimi.
Ci è mancato Tamberi
E poi c’è il vuoto assordante dell’atletica. Era dal 1956 che non arrivava uno zero. Cinque finalisti su 47 discipline sono una miseria se paragonati ai 38 convocati.
Oddio, a Londra ci salvò il bronzo di Donato, 37 anni, qui l’assenza di Tamberi ci ha tolto pure l’unica chance di salire sul podio.
I conti non tornano: siamo alle solite, i Giochi non sono una gita premio e se nessuno dei presenti ha migliorato il proprio personale (tolti le staffettiste della 4×400 e Giupponi nella marcia) significa che molto è da rifare, se non tutto.
La danese Petersen ha vinto l’argento nei 400 ostacoli femminili e la Danimarca ha tanti pregi, ma quanto a tradizione è messa peggio di noi. Con la tradizione ormai, però, non vai da nessuna parte, mica basta il Colosseo per stare al passo con il mondo.
Il presidente federale Giomi parla finalmente di cambio generazionale dal prossimo giro, il miglior risultato è della marciatrice Palmisano (quarta) e lei, in effetti, è una di quelle che ha il futuro in mano.
Il mondo dell’atletica non finisce mai di allargarsi, emergere è un’impresa.
Affondare però, per un Paese come l’Italia, anche.
Paolo Brusorio
(da “La Stampa”)
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Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile
LA MEDAGLIA D’ARGENTO A RIO HA FATTO IL GESTO DELLE MANETTE PER DENUNCIARE LA POLITICA DEL SUO GOVERNO
La maratona è da sempre la gara principe delle Olimpiadi, la più ambita e la più seguita dal pubblico di tutto il mondo.
Quale migliore occasione, allora, per mostrare al mondo le proprie opinioni, le proprie rivendicazioni, i propri ideali?
Un ragionamento molto simile deve aver fatto Feyisa Lilesa, l’atleta etiope che ha scelto la 42 chilometri di Rio 2016 per supportare una causa politica inerente al suo Paese. Ma la sua rimostranza potrebbe costargli la galera.
Arrivato secondo al rush finale della gara, Lilesa ha aspettato proprio l’arrivo al traguardo per alzare le braccia e incrociarle nel classico gesto delle manette, così come ha poi replicato durante la cerimonia di premiazione.
Un segno apparentemente innocuo ma che ha un significato politico profondo.
Si trattava infatti di una decisa protesta verso gli usi del governo dell’Etiopia, che sta uccidendo molti membri della minoranza etnica degli Oromo.
Gli stessi Oromo, che nei mesi passati si sono resi protagonisti di numerose manifestazioni di protesta, hanno eletto come lo simbolo il gesto delle manette, utilizzato dal maratoneta d’argento in mondovisione.
Del resto, è stato lo stesso Lilesa a sciogliere la riserva sul segno delle mani incrociate: “Il governo etiope sta uccidendo la mia gente, per cui ho incrociato le mani a X”
“I miei parenti sono in prigione e se si mettono a parlare di diritti democratici verranno ammazzati” ha continuato poi l’atleta.
Che ha aggiunto: “Se torno in patria, rischio la vita. E se non vengo ucciso, potrei finire in prigione. Non ho ancora deciso cosa fare, ma forse andrò direttamente in un altro Paese”.
L’opportunità di scappare dall’Etiopia era stata presa in considerazione da Lilesa già in passato.
Ora, però, sembra un passo inevitabile.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’INTERESSE DI INVESTITORI E IMPRENDITORI HA OBBLIGATO I RESIDENTI ORIGINARI DELLA ZONA AD ANDARSENE
Il porto di Rio de Janeiro di questi tempi è un immenso cantiere colorato, punteggiato di gru e operai impegnati ad assemblare, una rotaia dopo l’altra, la nuova linea ferroviaria leggera che sfreccia attraverso la Zona Sud.
Tutti gli edifici sono in ristrutturazione, oppure sul punto di cadere a pezzi. Su alcuni sono apparsi cartelli con la scritta “alugo”, in affitto, ma i più sembrano solo abbandonati. Tra questi c’è casa di Paulo.
Nato a Rio nella favela di Rocinha 61 anni fa, da tre Paulo Cezar De Paula vive con la moglie Damiana e il figlio undicenne Izac in una baracca di otto metri quadri, costruita all’interno di uno dei tanti depositi dismessi.
Il suo hangar azzurro si trova a pochi passi dalla Cidade do Samba, dove carri colorati aspettano tutto l’anno il carnevale, e a due fermate di tram da Praà§a Maua, il cuore della città olimpica, dove sorge il nuovo Museo del Domani, disegnato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava.
«Vivere qui nella zona portuaria è come stare in una miniera d’oro» spiega Paulo, che di lavoro fa il parcheggiatore.
«La mia famiglia e io viviamo qui dentro per evitare che qualcuno da fuori venga e occupi lo stabile al posto nostro».
Nel 2013, i De Paula e altre 120 famiglie furono sfrattati dall’edificio abbandonato che occupavano da sette anni, dopo che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti D’America, Donald Trump, svelò il progetto di costruire cinque Trump Towers da 38 piani nel quartiere in cui si trovavano, Porto Maravilha (il Porto Meraviglioso.)
Le torri erano parte del ben più ampio piano di riqualificazione urbana da 2.2 miliardi di euro previsto dalla città per la zona del porto – determinante nella scelta di Rio come futura città ospite dei Giochi del 2016.
Come spesso avviene nelle grandi città , l’interesse di investitori e imprenditori edili ha obbligato i residenti originari della zona ad andarsene, perchè sfrattati o incapaci di far fronte all’aumento degli affitti, lasciando così spazio all’arrivo di classi più alte.
Le quotazioni immobiliari nella zona di Gamboa, dove dovevano essere costruite le Trump Towers prima che il progetto entrasse nell’attuale fase di stallo, è salito del 400% dopo il lancio del piano urbano Porto Maravilha nel 2009, stando ai dati raccolti dall’organizzazione non governativa brasiliana ComitઠPopular da Copa e das Olimpiadas do Rio de Janeiro.
L’edificio che i De Paula e le altre famiglie occupavano prima di essere sfrattati era stato abbandonato dalla segreteria del porto di Rio più di 20 anni prima.
«Ci sono così tanti edifici abbandonati là fuori, e così tanta gente che ha bisogno di una casa» continua Paulo. La loro esperienza era durata sette anni ed era stata un successo: gli abitanti dell’edificio lo avevano rimesso a posto e se ne prendevano cura, e avevano stabilito alcune regole rigide – come il divieto di consumare alcol – che ne facevano un posto sicuro anche per i più piccoli. «Ma con l’arrivo di tutti questi nuovi progetti e uffici hanno dovuto cacciarci via».
Più di 670 famiglie in totale sono state rimosse con forza dalle loro case da quando il progetto di rinnovo della zona del porto è cominciato.
Nonostante le proteste, e le numerose pressioni affinchè i Giochi Olimpici lascino un’eredità positiva nelle città che li ospitano, la ristrutturazione del porto di Rio sembra destinata a diventare solo l’ennesimo spinoso esempio di quali tensioni siano generate dallo sforzo per conservare il passato e investire nel futuro.
«C’è una connessione diretta tra progetto di riqualificazione urbana di Porto Maravilha e il progetto Olimpico. Le Olimpiadi servono come elemento catalizzatore di risorse per il piano di riqualificazione e legittimano queste trasformazioni» osserva Orlando Santos Jàºnior, professore di pianificazione urbana all’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ). «Ogni cosa è giustificata dalle Olimpiadi».
Per alcune delle città che hanno ospitato le Olimpiadi ci sono state delle conseguenze positive: una decisiva spinta democratica a Seoul, un miglioramento della rete dei trasporti a Pechino – con un aumento di capacità per quattro miliardi e mezzo di persone – e un piano di riqualificazione urbana rivoluzionario a Barcellona, da tanti oggi ancora considerata l’Olimpiade modello.
Nonostante la corsa contro il tempo e una pioggia di critiche da parte dei media, impegnati soprattutto a lanciare l’allarme sui rischi di contaminazione per gli atleti che dovevano gareggiare nell’inquinata baia di Guanabara o sull’eventualità di contrarre il virus Zika, Rio è di fatto riuscita a completare le enormi sedi sportive destinate a ospitare le gare e alcuni musei di prim’ordine, a ristrutturare l’aeroporto, e a costruire strade e una rete ferroviaria leggera che aiuti a sveltire gli interminabili spostamenti tra il centro della città e le periferie.
L’eredità più importante – e più controversa – dei giochi, però, sarà quasi sicuramente la ristrutturazione multi-miliardaria del porto.
Un’area storicamente popolare, il porto è stata la culla del patrimonio afro-brasiliano del paese, dove, secondo le ultime stime, sono sbarcati tre milioni di schiavi Africani tra il 16esimo e il 19esimo secolo.
Il piano di riqualificazione urbana era già stato incluso nella candidatura di Rio a Cidade Olimpica nel 2016.
Quando venne lanciato nel 2009, diventò il primo accordo pubblico-privato del paese, nel quale il governo brasiliano si trovava in associazione con un consorzio di tre imprese locali che comprendeva Odebrecht e OAS – entrambe coinvolte nel gigantesco scandalo di corruzione della compagnia statale Petrobras, costato al Brasile, secondo le stime, tra i 7.9 e i 11.4 miliardi di euro.
La “rivitalizzazione”, come l’hanno chiamata gli ideatori del progetto, includeva l’abbattimento del Perimetral, la leggendaria circonvallazione sopraelevata che percorreva la costa della città per un chilometro, e prevedeva la costruzione di tunnel e il rinnovo di strade, marciapiedi, e di 700 chilometri di impianti idrici e fognature.
«L’area portuale aveva bisogno di investimenti» afferma Clarissa da Costa Moreira, una ricercatrice specializzata in pianificazione urbana. «Ma in ogni città del mondo si è obbligati a includere una percentuale di alloggi sociali, non ho mai visto una cosa del genere».
Negli anni ’90, Moreira lavorò con il comune di Rio per elaborare un programma pilota di ristrutturazione e riabilitazione di edifici in disuso prima di restituirli ai loro residenti originari. Il programma pilota non fu poi portato avanti, e Moreira sostiene che il progetto di riqualificazione urbana sia stato dato in mano a imprese edilizie con poca attenzione ai bisogni della classe operaia e delle fasce della popolazione che tradizionalmente abitavano il quartiere. «Il progetto esiste dal 2009, e hanno presentato un piano per costruire alloggi sociali solo a causa delle forti pressioni sociali e mediatiche nel 2015, sei anni dopo».
Proprio nel 2009 fu deciso che 380 famiglie sarebbero state rimosse da Morro da Providàªncia, la collina che sorge alle spalle del porto e che ospita la più vecchia favela della città , perchè la zona era stata dichiarata ‘a rischio geologico’.
Altre 291 sarebbero state sloggiate per far spazio a una funicolare che avrebbe facilitato i trasporti. In totale, un terzo degli abitanti di Morro da Providàªncia fu minacciato di perdere la propria casa.
Un’agguerrita campagna mediatica e una conseguente azione legale riuscirono a mettere temporaneamente in pausa il progetto del governo, fino a oggi ancora in sospeso, ma nel frattempo 140 famiglie erano già state sfrattate, secondo uno studio del ComitઠPopular. La vicenda ora è in attesa di giudizio.
Anche le famiglie come quella di De Paula, che hanno perso la propria casa per fare spazio alle Trump Towers nel 2013, hanno trovato un accordo con il comune di Rio, dopo lunghe trattative che hanno visto coinvolti pubblici ufficiali della città , attivisti dei diritti umani e residenti.
Questi ultimi potevano scegliere se ricevere un compenso economico per lo sfratto o essere trasferiti in alloggi sociali.
«Ci hanno offerto di trasferirci in quartieri periferici, lontani dal centro», ricorda Roberto Gomes do Santos, 49 anni, che aveva preso parte alle trattative con il comune subito dopo gli sfratti. «Ma noi abbiamo combattuto molto per ottenere questo edificio nel centro, così che i più poveri, che hanno costruito questa parte della città con il proprio sudore, non ne vengano cacciati».
Mentre i gruppi collettivi più organizzati sembrano trovare un modo di rispondere alle pressioni del governo della città , un’altra comunità nativa dell’aera portuaria è sempre più a rischio.
I caseggiati popolari più tradizionali di Rio – che di solito ospitano piccoli monolocali autonomi con bagno e cucina in comune, abitati da un massimo di sei persone ciascuno – sono una testimonianza della storia della città .
Furono costruiti nei primi anni di vita del porto, per alloggiare lavoratori della zona e discendenti degli schiavi africani liberati. Conosciuti da tutti come cortià§os, questi caseggiati non sono però riconosciuti dal governo della città di Rio, che in questo modo ne esclude i residenti da qualsiasi tipo di trattativa.
Questo è il caso di Luis Carlos Rodrigues, che vive da solo in un caseggiato popolare nel vivace centro di Porto Maravilha.
Affitta una delle 59 stanze singole a disposizione nell’edificio a due piani, per poco meno di 100 euro al mese. I residenti, quasi tutti uomini e lavoratori – e per la maggior parte brasiliani, eccetto qualche immigrato – condividono la cucina sul ballatoio e un bagno.
Per tutti, l’ubicazione dell’edificio è la sua qualità più importante. Rodriguez per esempio, che è un venditore ambulante, deve essere il più vicino possibile alle arterie commerciali del centro, per vendere Coca Cola, biscotti, noccioline e, quando piove, ombrelli.
«Questo tipo di abitazioni è legale a San Paolo ma non a Rio» racconta il professore universitario Orlando Santos Junior, che attualmente è impegnato in uno studio approfondito su questi caseggiati popolari, il primo nel suo genere.
«L’illegalità automaticamente mette gli abitanti dei cortià§os in una situazione molto precaria. I proprietari degli immobili non garantiscono loro delle condizioni di vita adeguate, perchè sanno che queste case potrebbero essere chiuse da un momento all’altro».
Il governo sostiene di avere un potere limitato sugli interventi di natura sociale previsti dal piano di riqualificazione urbana, dato che il denaro investito non viene direttamente dai suoi conti. Secondo la città – e il CDURP, la Companhia de Desenvolvimento Urbano da Regià£o do Porto do Rio de Janeiro, ovvero l’ente creato per rappresentare il governo nelle lunghe trattative con il consorzio vincitore – le quote di denaro pubblico investite nell’accordo pubblico-privato derivano dalla vendita di diritti sull’aria degli immobili nella zona del porto, dove le imprese edili non avevano il permesso di costruire oltre una certa altezza. I ricavati delle vendite di questi diritti sull’aria dovrebbero poi essere investiti nel progetto di Porto Maravilha, insieme a capitali privati.
L’offerta però non ha suscitato l’interesse che il governo sperava.
Nel mezzo di una profonda crisi finanziaria, pochi investitori hanno comprato diritti sull’aria per portare avanti progetti immobiliari nella zona del porto, facendo sì che una grande quantità – pari a quasi un miliardo di euro – fosse alla fine comprata dalla Caixa Econà’mica Federal, la banca di proprietà del governo.
Il denaro usato per comprare i diritti sull’aria veniva dal fondo di indennità della banca, creato negli anni ’60 per proteggere dipendenti licenziati senza una giusta causa. Alcuni critici del progetto sostengono che l’uso di fondi federali lo renda un investimento pubblico.
«Per loro è importante sostenere che sia un investimento privato e non pubblico, così da evitare che l’opinione pubblica prenda parte nella vicenda» sostiene Renata Neder, consigliere per i diritti umani di Amnesty International in Brasile.
Altri sostengono anche che il porto nella sua forma odierna sia un’estensione della terraferma costruita artificialmente dal governo e di conseguenza, in quanto suolo pubblico, debba avere a cuore gli interessi di tutta la popolazione.
Ma Rio sembra aver preso una strada diversa.
«Il dibattito su questi progetti è stato completamente rimosso dalla sfera pubblica e le Olimpiadi sono servite come giustificazione», conclude Santos, «nulla viene discusso perchè tutto serve alle Olimpiadi».
Caterina Clerici, Diane Jeantet
(da “La Stampa“)
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Marzo 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LA DIA METTE I SIGILLI A IMMOBILI PER RICICLAGGIO DEI PROFITTI DEL NARCOTRAFFICO…OTTENUTE COMMESSE PER GRANDI OPERE: GIOCHI INVERNALI, TAV, PORTO DI IMPERIA
Sorveglianza speciale e confisca milionaria per la ‘ndrangheta imprenditrice in Piemonte, Lombardia e Calabria.
La Direzione investigativa antimafia di Torino ha posto i sigilli su terreni, ville, abitazioni, locali adibiti ad esercizi commerciali, fabbricati in provincia di Torino, Cuneo, Asti, Milano (Legnano) e in Calabria (Caulonia e Riace) e contanti (un tesoretto di 150 mila euro) per un valore superiore ai 10 milioni di euro.
I beni confiscati sono riconducibili a Ilario D’Agostino e Francesco Cardillo, secondo gli inquirenti esponenti della ‘ndrangheta incaricati di riciclare negli appalti e nel settore immobiliare i soldi sporchi del narcotrafficante calabrese Antonio Spagnolo, boss di Ciminà .
Nell’ottobre 2009, alla data del loro arresto nell’ambito dell’operazione Pioneer, in cui è stata sequestrata la società Ediltava, “cassaforte” del gruppo, il Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ha parlato della “più importante operazione antiriciclaggio mai realizzata in Piemonte”.
Secondo le ricostruzioni della Dia, il gruppo è riuscito a riciclare milioni di euro anche in importanti commesse pubbliche inserite tra le opere realizzate per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, la Tav e il porto di Imperia.
La “lavatrice” era azionata attraverso il lavoro nero e un sistema di false fatturazioni: gli operai, per la stragrande maggioranza calabresi legati alle famiglie della ‘ndrangheta, venivano prima assunti regolarmente e poi licenziati perchè continuassero a lavorare in nero, mentre le fatture “gonfiate” venivano emesse all’interno di un reticolo che metteva in relazione le società paravento del gruppo con altre società satellite.
Un modello complesso che richiedeva la consulenza di un colletto bianco, il commercialista Giuseppe Pontoriero, che imputato con Cardillo e D’Agostino nel processo Pioneer, per i fatti relativi alla confisca odierna, ha scelto la via del patteggiamento.
I beni confiscati sono riconducibili alle società Ediltava srl, Italia costruzioni srl e Domus Immobiliare srl, tutte facenti capo a Ilario D’agostino e al nipote, Cardillo, considerato una “consapevole” spalla degli affari imprenditoriali e immobiliari dello zio.
Ma chi è l’imprenditore D’agostino, capace in Piemonte di penetrare gli appalti “blindati” delle Olimpiadi invernali?
Ilario D’agostino, attualmente in carcere con l’accusa di associazione mafiosa in seguito a Minotauro, la maxi operazione contro la ‘ndrangheta del giugno scorso, già arrestato (e assolto) nel 1988 in Calabria per sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali e detenzione illegale di armi, indagato dalla Procura di Torino per narcotraffico nel 1994 (poi archiviato), ha intrattenuto comprovati rapporti con il boss calabrese Rocco Lopresti, deus ex machina dell’edilizia in Val di Susa e all’origine dello scioglimento del Comune di Bardonecchia nel 1995 per condizionamento mafioso.
Condannato nel 2002 dalla Corte d’Appello di Torino alla pena di tre anni e 4 mesi di reclusione per l’importazione di 250 chilogrammi di hashish dalla Spagna, è stato rinviato a giudizio per riciclaggio, aggravato dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta, insieme al nipote Francesco Cardillo e al commercialista Pontoriero.
Secondo gli inquirenti D’Agostino coltiva numerosi legami con esponenti dalla ‘ndrangheta, a partire da Antonio Spagnolo, boss di Ciminà , di cui secondo le ricostruzioni degli inquirenti è incaricato di riciclare il denaro. Ma anche con Bruno Polito, Pietro Guarnieri, Nicola Polito, Pasqualino Marando, Cosimo Salerno, Peppe Aquino e soprattutto Cosimo Barranca, uno dei capi riconosciuti della ‘ndrangheta milanese.
Secondo il pentito Rocco Varacalli «è il contabile di Antonio Spagnolo, è affiliato alla ‘ndrangheta di Ciminà ed è un imprenditore edile». Le sue imprese servirebbero «per far girare e riciclare i soldi di Spagnolo e coprirne il lavoro sporco».
“Questa confisca arriva dopo un lungo dibattimento — spiega il procuratore aggiunto Alberto Perduca — dimostrazione che le misure di prevenzione hanno oggi valore ed efficacia come strumento per colpire i patrimoni di origine sospetta, posseduti da persone socialmente pericolose e fortemente sospettate di appartenere a sodalizi criminali. La Procura di Torino si è attrezzata con un pool apposito. Nel 2011″, continua Perduca, “sono state presentate 25 proposte di prevenzione, di cui la metà per misure patrimoniali, con un sostanziale incremento rispetto al passato. Destinato ad aumentare ulteriormente”.
argomento: mafia, olimpiadi, Politica | Commenta »