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LA SERRACCHIANI E L’INVENZIONE DELL’AGGRAVANTE ETNICA DEL REATO

Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile

SI E’ ISCRITTA IN RITARDO AL PARTITO DELLA CASTRAZIONE SE LA VIOLENZA E’ COMMESSA DA UNO STRANIERO, DERUBRICATA A PALPATINA SE FATTA DA UN ITALIANO (AMICO, DATORE DI LAVORO, VICINO DI CASA)

La Presidente del Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani sul suo sito si presenta come “semplicemente democratica”.
Debora Serracchiani è anche avvocato quindi dovrebbe sapere che il Codice Penale italiano non prevede l’aggravante etnica per i reati commessi dagli stranieri nel nostro Paese.
Stando a quello che ha dichiarato due giorni fa in merito allo stupro avvenuto martedì a Trieste sembra proprio di no.
Il Codice Penale secondo Debora Serrachiani
In un comunicato pubblicato sul sito della Regione la Serracchiani ha commentato lo stupro ai danni di una ragazza a Trieste dicendo che un reato già  di per sè odioso è reso ancora più moralmente inaccettabile dal fatto che è stato commesso da una persona “ospite” del nostro Paese.
La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese.
La Serracchiani proseguiva rincarando la dose e spiegando che di essere convinta «che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza». Si potrebbe ribattere che un italiano che commette uno stupro allora viola un patto ancora più importante, quello che lo rende cittadino.
Ma è un gioco stupido che fanno solo le persone con una visione politica molto miope.
Varrebbe la pena di spiegare a Serracchiani che l’obbligatorio senso di giustizia si esercita nei confronti di chiunque commetta un reato.
Lo stupro è un reato atroce sia che a commetterlo sia un italiano, un turista, un immigrato o un richiedente asilo.
Per la Presidente del Friuli-Venezia Giulia una volta scontata la pena il colpevole deve essere espulso dal nostro Paese e “se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare”.
Dal momento che Govand Mekail, iracheno di 26 anni, è un richiedente asilo e che il reato è stato commesso nei confronti di una minorenne il Testo Unico sull’Immigrazione prevede già  che in base all’articolo 2 della legge 3 agosto 1988, n. 327 quella persona possa essere espulsa dal nostro paese.
Ma non è questo il punto. Perchè quello che Serracchiani dice e twitta è che per lo stupro e la violenza sessuale esiste un’aggravante etnica che lo rende moralmente più inaccettabile.
In realtà  lo stupro e la violenza sessuale sono già  di per sè moralmente inaccettabili. Quello che fa Serracchiani invece mette in gioco un’altra questione: il razzismo.
E dal momento che come per lo stupro non esistono sfumature di razzismo anche il razzismo è socialmente e moralmente inaccettabile.
La Presidente del FVG sembra rincorrere Salvini sul suo stesso terreno. Un conto è chiedere più sicurezza per i cittadini e pene certe per i colpevoli. Un’altra è dare fiato alle trombe di chi dice che “le risorse” non solo ci costano ma sono anche degli ingrati.
Al di là  delle numerose critiche che sono piovute addosso alla Serracchiani c’è una cosa che va fatta notare.
Non è la prima volta che il Partito Democratico sceglie di inseguire populisti e razzisti sul suo stesso terreno usando le loro stesse argomentazioni. Si va dall’antieuropeismo strisciante di Renzi alla inutile e ridicola legge sulla legittima difesa “di notte”.
Allo stesso modo quella della Presidente del Friuli è una dichiarazione politica. Il PD che da qualche giorno dichiara di ispirarsi a Emmanuel Macron sembra non aver capito la lezione: le destre, i razzisti e i populisti si battono proponendo un’alternativa non cercando di sdoganare “a sinistra” concetti propri di un’altra parte politica.
Perchè a quel punto gli elettori preferiscono votare l’originale, quelli che propongono misure ancora più drastiche come ad esempio la castrazione, se la violenza è commessa da uno straniero e la derubricano a “palpatina” se è fatta da un italiano.

(da “NextQuotidiano”)

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PRIMARIE PD, I VIP CHE VOTANO RENZI, EMILIANO E ORLANDO

Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile

ALBANO E SCAMARCIO STANNO CON EMILIANO, COSTANZO E VERGASSOLA CON ORLANDO, RENZI SI PRENDE IL PRESIDENTE DELL’ISTITUTO GRAMSCI

Le primarie del Partito Democratico che andranno in scena il 30 aprile sono anche l’occasione per gli endorsement dei vip.
Dimmi chi voti alle primarie e ti dirò chi sei: racconta oggi Tommaso Ciriaco su Repubblica che tanti nomi prestigiosi si stanno schierando.
Come ad esempio Al Bano Carrisi, che ha detto che voterà  per Michele Emiliano, così come Mauro Corona ed Erri De Luca (che però non voterà ) e l’attore Riccardo Scamarcio.
Orlando, invece, ha mobilitato quanti più vip possibile: Dario Vergassola e Gherardo Colombo, don Tonino Palmese e l’olimpionico di scherma Salvatore Sanzo. E ancora, Alberto Melloni, Luciano Violante, Fabrizio Barca e Gad Lerner, il tastierista dei Nomadi Beppe Carletti.
Il Guardasigilli ha fatto presa anche tra i padri nobili. Non su Walter Veltroni, che ha scelto il silenzio, ma sui prodiani: stanno tutti con Orlando. Il Professore non parla, ma invita a pranzo proprio il Guardasigilli.
E che dire di Enrico Letta? Defenestrato dall’ex segretario, preferisce l’ex diessino: «Per la sua capacità  di unire». È lunga, la lista dei delusi “celebri” del renzismo. Tra gli intellettuali, Emanuele Macaluso, che considera esaurita la spinta propulsiva del leader di Rignano. Come pure Giorgio Napolitano, amico e big sponsor del capo dei Giovani Turchi.
Ma ci sono anche defezioni illustri (si fa per dire):
Uno su tutti, Jovanotti. Nel 2009 aveva sposato la causa di Dario Franceschini, nel 2012 quella di Renzi. Perdendo sempre, tanto da commentare: «Oh, io in politica non ne azzecco una». Stavolta, fanno sapere, è in piena fase creativa ed eviterà  di schierarsi. E ancora, che fine hanno fatto gli endorsement di Sabrina Ferilli e Claudio Amendola, o di tante altre celebrità  “in sonno”? La verità  è che si è sfoltita soprattutto la nutrita pattuglia di renziani.
Del grande freddo con Alessandro Baricco si è scritto molto. Voterà  Renzi il professor Arturo Parisi, regista dell’Ulivo.
Basso profilo e silenzio da parte di Roberto Benigni, assai schierato per il Sì al referendum.
Resiste al fianco del vecchio amico Oscar Farinetti: «Voterò per Matteo. La sua storia non finisce qui. Anche Churchill fu richiamato».

(da “Huffingtonpost”)

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CHI SONO I VERI SCONFITTI DELLE PRIMARIE PD

Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile

BERSANI E D’ALEMA SONO SCOMPARSI DAI RADAR…. E L’OBIETTIVO 10% SEMBRA UNA CHIMERA

Tra i tanti esercizi di retorica sulle primarie Pd, la palma del trionfalismo va di diritto a Debora Serracchiani, che le celebra come una «festa della democrazia».
Mentre l’Oscar del giudizio più prevedibile e scontato se lo merita Massimo D’Alema. Il quale non poteva certo cantare le lodi del partito che ha da poco lasciato, in quanto l’avrebbero subito portato in un Tso.
Per cui ha descritto il voto dei 266 mila iscritti come una conta tra «capibastone», attratti dal potere e proni ai voleri del leader che ha rotto con la tradizione della sinistra e presto li porterà  all’abbraccio con Berlusconi.
L’aiuto involontario
Quello però su cui «Baffino» non si sofferma è l’aiuto che lui, insieme con tutti gli altri fuoriusciti, ha recato senza volere alla causa renziana.
Perchè è probabile che, senza la scissione a sinistra e il conseguente addio della «Ditta», Matteo avrebbe faticato a raccogliere il 68 per cento nelle sezioni; e di sicuro il suo competitor Andrea Orlando avrebbe fatto un po’ meglio.
A essere maligni, si potrebbe perfino sostenere che Bersani e D’Alema hanno confezionato un bel regalo a Renzi, il quale guarda caso non ha mosso un dito per trattenerli.
La delusione dei sondaggi
E’ ancora presto per i bilanci che si faranno alle elezioni, nel 2018. Di qui ad allora gli ex-Pd riusciranno forse a ottenere quel 10 per cento di cui da qualche parte venivano accreditati.
Ma intanto, a meno di due mesi dall’addio, nei sondaggi oscillano tra il 4 e il 6, comprendendo pure il movimento di Pisapia e i resti di Sinistra Italiana.
Sono di gran lunga al di sotto delle attese. Quel che è peggio, di loro non si parla quasi più. Come sempre accade in questi casi (la cronaca politica trabocca di esempi) la minoranza che se ne va è oggetto di intense amorevoli attenzioni mediatiche destinate, però destinate a durare giusto il tempo del divorzio.
Dopodichè gli esuli finiscono nel cono d’ombra dell’irrilevanza.
Mdp per ora non fa eccezione.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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SONDAGGIO: RENZI 62%, ORLANDO 20%, EMILANO 18%

Marzo 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO DI SCENARI POLITICI CONFERMA CHE NON C’E’ PARTITA

Sorpasso.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando supera nei consensi il Governatore della Regione Puglia Michele Emiliano.
Lo rivela un sondaggio di Scenari Politici per l’Huffington Post che riporta come, nell’elettorato del Partito Democratico, in fase congressuale dopo le dimissioni da segretario di Renzi, sia in ascesa il Guardasigilli.
Attualmente, infatti, Orlando avrebbe il 20% dei consensi.
Due punti percentuali in più rispetto al presidente di Regione Emiliano, che invece resta fermo al 18%.
Tuttavia resta abissale il divario tra i due sfidanti rispetto al segretario uscente.
L’ex premier Matteo Renzi infatti sembra al momento irraggiungibile, con il suo 62% dei consensi tra gli elettori democratici.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGIO DEMOPOLIS: CROLLO AFFLUENZA PRIMARIE, PD PAGA EFFETTO CONSIP”

Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile

AI GAZEBO ANDREBBERO MENO DELLA META’ DEGLI ELETTORI RISPETTO AL 2013, UNO SVANTAGGIO PER EMILIANO E ORLANDO

Netto calo dell’affluenza alle primarie. E non è una buona notizia nè per Michele Emiliano nè per Andrea Orlando.
Gli sfidanti di Matteo Renzi infatti hanno bisogno di mobilitare forze nuove e diverse per sperare di recupero lo svantaggio rispetto al segretario uscente.
Se ai gazebo andranno soprattutto i militanti di un partito che si è modellato a immagine e somiglianza del suo ex leader, le possibilità  di rimonta si riducono.
Secondo il sondaggio Demopolis infatti il numero di elettori che andrà  il 30 aprile a votare per la scelta del segretario dem toccherà  quota 1 milione e mezzo.
Circa la metà  degli elettori che scelsero nel 2013 tra Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati (furono 2.815.000).
Si potrebbe allora parlare di primarie flop, ma il Pd anche di fronte a queste cifre, ha gioco facile a dire che la partecipazione ormai è garantita solo nel suo campo.
A destra non si fanno congressi da anni e le votazioni online del Movimento 5stelle raggiungono livelli infinitesimali rispetto al milione e mezzo pronosticato dall’istituto di sondaggi
Meno positive per Renzi sono le altre due tabelle.
La scissione, i risultati della sua segreteria portano al 52 per cento la soglia di “preoccupati” tra i sostenitori del Pd per quanto è successo nelle ultime settimane.
I fiduciosi sono il 40 per cento. Ma poi ci sono anche i disorientati e i delusi.
L’inchiesta sulla Consip condizionerà  l’esito delle primarie per il 56 per cento.
Insomma influenzerà  le scelte nei gazebo. Mancano però 1 mese e 20 giorni all’ora X.
E’ un tempo in cui i renziani sperano che le nuvole giudiziarie possano diradarsi.

(da “La Repubblica”)

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EMILIANO CHIEDE LE DIMISSIONI DI ORLANDO

Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile

IL CHE GUEVARA DEL TAVOLIERE LO ACCUSA DI CONFLITTO DI INTERESSI… MA LUI LE DIMISSIONI DA MAGISTRATO NON LE HA DATE

Il Che Guevara del Tavoliere (cit.) Michele Emiliano oggi in un colloquio sulla Stampa firmato da Amedeo La Mattina chiede le dimissioni di Andrea Orlando da ministro della Giustizia, definendolo in conflitto d’interessi per la sua corsa alla segreteria del Partito Democratico:
Michele Emiliano definisce la sua candidatura «rivoluzionaria, fuori dagli schemi, di totale rottura». Altro che il balletto di Andrea Orlando che, ricorda il governatore pugliese, è stato sempre seduto in Consiglio dei ministri, ha votato e condiviso tutte le scelte dei «1000 giorni che hanno rovinato l’Italia».
Tra l’altro, secondo Emiliano, Orlando sarebbe in conflitto di interessi tra la casacca di ministro della Giustizia e quella di candidato, con la vicenda Consip entrata in maniera prepotente nelle dinamiche del congresso.
Il Guardasigilli come può essere contemporaneamente parte politica e istituzionale, dovendo garantire il controllo super partes della giustizia? Orlando dovrebbe dimettersi da ministro, come Luca Lotti anche per altri motivi? Si rimette alla loro sensibilità . Orlando dice che è un errore trasformare le primarie in un «referendum contro Renzi».
La posizione di Emiliano è curiosa, soprattutto in relazione al fatto che il CSM ha aperto un procedimento disciplinare su di lui perchè ha violato la norma che vieta alle toghe di fare vita attiva nelle formazioni partitiche.
Ma il governatore della Puglia sembra piuttosto concentrato su altro:
Ma Emiliano sente odore di sangue, spera che alle primarie ci sia l’effetto «4 dicembre» quando al referendum costituzionale molti andarono a votare contro il premier. E che questi voti contro Renzi siano tutti per lui.
«Sento crescere attorno a me una grande attenzione, soprattutto tra la gente comune, non certo dei sepolcri imbiancati. Vengo accusato di sposare alcune posizioni simili a quelle dei 5 Stelle, ma io le ho sempre condivise».
Ne ha per tutti. Anche per i «cosiddetti big» del Pd che si sono schierati con Renzi e Orlando, i vari Franceschini, Martina, Delrio, Poletti, Letta, Cuperlo, Finocchiaro, Zingaretti. «E’ tutto l’establishment che mi vede come la peste nera. Hanno paura di me perchè non sono omologabile».
Emiliano non vuole tromboni e screditati. Ha sei deputati e due senatori della sua parte.

(da “Huffingtonpost”)

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PRIMARIE E CONGRESSO NON SI RIMANDANO

Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile

ORFINI, GUERINI E FRANCESCHINI SMENTISCONO L’IPOTESI DI UNO SLITTAMENTO DELLE DATE

Tirare dritto su primarie e congresso. Questa la prima reazione di diversi esponenti del Pd dopo l’idea, di alcuni Dem vicini a Franceschini e Fassino , di ragionare su un possibile slittamento di date: con il Pd impelagato fra il caso delle tessere comprate in Campania e costretto alla difensiva dalla vicenda Consip “forse sarebbe il caso di rimandare” scriveva ad esempio la Stampa citando in un retroscena alcuni membri del Pd.
Proposta rimandata indietro al mittente.
“Il congresso si celebrerà  nei tempi e nei modi previsti dal regolamento approvato dalla direzione del Pd” dichiara Lorenzo Guerini, presidente della commissione congresso, smentendo ogni ipotesi di rinvio delle primarie del Partito democratico-
L’ipotesi di far slittare il congresso e le primarie del Pd “non esiste” aggiunge senza mezzi termini il presidente e reggente Dem Matteo Orfini.
A smentire l’ipotesi è poi lo stesso Franceschini. “Mai proposto il rinvio delle primarie. Normalmente non passo le giornate a smentire i retroscena fantasiosi che escono puntualmente per seminare zizzania, ma questa volta voglio farlo con chiarezza per evitare che parta un dibattito su una cosa inventata e attribuita a me e a Fassino, che ho sentito questa mattina e ha manifestato lo stesso stupore mio dopo aver letto la rassegna stampa”. Lo dichiara il ministro Dario Franceschini, interpellato dall’Ansa sull’ipotesi di rinvio delle primarie del Pd a seguito delle vicende degli ultimi giorni.
“Mi sembra difficile ipotizzare un rinvio delle primarie” dice infine il candidato alla segreteria PD e ministro della Giustizia Andrea Orlando, che a Repubblica Tv aggiunge:”iIn ogni caso fornisco il massimo della disponibilità  a gestire insieme questo passaggio difficile. Non ho alcun interesse a speculare”
IL MESSAGGIO DI RENZI
“Il congresso – con le primarie del 30 aprile – saranno una grande occasione per decidere insieme quale Italia vogliamo in Europa e come il Pd dovrà  essere motore del cambiamento. Nessun alibi per rinviare la discussione, dunque” scrive Renzi su Facebook per rimarcare il concetto.

(da “Huffingtonpost”)

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ALBERI, OSSIMORI E UN TOCCO DI ITALIANITA’: QUANDO IL PARTITO SCIVOLA SUL NOME

Febbraio 27th, 2017 Riccardo Fucile

L’ULTIMO NATO E’ DEMOCRATICI E PROGRESSISTI: IL PD AL CONTRARIO

Le bizzarrie sono già  state sottolineate. E cioè, chiamare un nuovo partito Dp, in semplice inversione delle lettere del partito da cui ci si è scissi, il Pd.
E chiamarlo come Democrazia proletaria, la creatura di rimpatrio di cento sigle comuniste nata nel 1975, di cui il sessantottino Mario Capanna fu leader nella fase finale.
Non è soltanto la collocazione ideologica rievocata, senza molti altri appigli, e il successo di consenso, visto che quella Dp si barcamenò per un decennio fra lo 0.2 e l’1.6 per cento: fosse tutto qui, saremmo in zona strano ma vero.
È il nome in sè, Democratici e progressisti, a denunciare la stanchezza e la vaghezza delle idee diffuse nella politica italiana.
Da tempo anche le fonti battesimali sono sempre le stesse, secondo l’usanza: c’è stato il tempo dei vegetali (querce, margherite, ulivi), il tempo ancora attuale del centro orfano della Dc (Centro cristiano democratico, Unione di centro, Centro democratico), e il tempo che non finisce mai in cui ci si vergogna di usare il termine «partito», come se definirsi altro fosse di per sè una garanzia di estraneità  alla palude.
E così i Democratici e progressisti non sono un partito ma un Movimento, come i Cinque stelle ma anche come il Movimento italiani all’estero e il Movimento la Puglia in più, tutti così presi dalla folgorazione movimentista da dimenticarsi il progenitore toponomastico: il Movimento sociale italiano, erede del fascismo.
Altra moda è la doppietta: Democratici e progressisti, come Civici e innovatori (dalla frantumazione di Scelta civica), come Libertà  e diritti (partito arcano del Gruppo misto), e soprattutto Conservatori e riformisti (dalla scissione di Raffaele Fitto da Forza Italia), che più di altri portano l’evidenza dell’ossimoro: conservare e riformare.
E se non c’è ossimoro, sembra esserci la necessità  di ampliare la proprie ambizioni, in realtà  smisurate, per darsi un tono.
Libertà  e diritti non vuole dire assolutamente niente di quello che si è e si vuole propugnare: la libertà  e i diritti stanno a cuore a chiunque; sarebbe stato già  più interessante un partito – pardòn, movimento – che si fosse chiamato Libertà  e doveri. Democratici e progressisti è un carta d’identità  senza confini in una democrazia in cui, per di più, c’è il Partito democratico, la Democrazia solidale, il Centro democratico.
È che nascono formazioni una settimana sì e una settimana no, figlie di divisioni incomprensibili (per fortuna, perchè quando le si comprende è peggio), che si buttano nell’anagrafe partitica prendendo una parola qui e una là , sempre le stesse: Area popolare, Azione popolare, Alleanza liberalpopolare, Alleanza nazionale, Alleanza per l’Italia, di modo che è diventato impossibile per chiunque, persino per topacci di palazzo, ricordare chi appartenga a un gruppo e in che si distingua dagli altri.
Ultimamente va molto forte la dichiarazione di italianità , che per un partito italiano dovrebbe darsi per acquisita: da Forza Italia a Fratelli d’Italia, oltre ad Alleanza per l’Italia, passando da Insieme per l’Italia, Centristi per l’Italia e naturalmente Sinistra italiana che apre l’infinito capitolo del titolo Sinistra, in mano per tutta la legislatura a Sinistra ecologia e libertà .
Ma negli anni abbiamo avuto il Partito democratico di sinistra, i Democratici di sinistra, Sinistra democratica, Sinistra arcobaleno, e mille sinistre ancora.
Insomma, oggi se si fonda un partito e si cerca di passare inosservati, è necessario prendere un paio dei seguenti termini – sinistra, Italia o italiano, democrazia, libertà , popolo o polare, progressisti o riformisti – associarli più o meno a caso – Popolo riformista, Democrazia e libertà , Italia progressista, Progresso popolare – e sperare che il copyright non sia già  stato depositato. È proprio questo il punto: se non sai chi sei non riesci a definirti, e se sei nato a caso ti definisci a caso.

Mattia Feltri
(da “La Stampa”)

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DEMOCRATICI E PROGRESSISTI NON SI PUO’ USARE: IL SIMBOLO E’ DEL RENZIANO CARBONE

Febbraio 26th, 2017 Riccardo Fucile

E’ STATO DEPOSITATO ALLA CAMERA NEL 2014 CON RELATIVO SIMBOLO… POSSIBILI AZIONI LEGALI

Un divertentissimo problemone legale potrebbe abbattersi a breve su Articolo 1 Democratici e Progressisti, il nuovo movimento presentato ieri da Roberto Speranza, Enrico Rossi e Arturo Scotto che riunisce gli ex del Partito Democratico e gli ex di Sinistra Italiana: il nome Democratici e Progressisti è stato già  depositato alla Camera nel 2014 con relativo simbolo e appartiene, tra gli altri, al renzianissimo Ernesto Carbone, noto per il “Ciaone” al referendum e per la mancata promessa di lasciare la politica in caso di no al referendum.
Racconta il Fatto
Era stato usato per una lista presentata alle elezioni regionali della Calabria di tre anni fa, a sostegno dell’allora candidato alla presidenza Mario Oliverio.
I detentori del simbolo sono alcuni esponenti del Pd: il deputato Ernesto Carbone, appunto, il suo collega Ferdinando Aiello e il consigliere regionale Giuseppe Giudice Andrea.
I tre, che hanno depositato nome e simbolo a Montecitorio, starebbero ora valutando azioni legali per difenderne la primogenitura e impedire a Bersani e agli altri di usarlo per battezzare il neonato movimento.
Il consigliere regionale Giuseppe Giudiceandrea è andato a cantargliele di persona sulla questione:
Gentile onorevole,
oggi le testate giornalistiche e televisive stanno parlando del nuovo soggetto politico che ha creato, assieme ad altri, dopo la fuoriuscita dal PD.
Tengo a specificare, in qualità  di responsabile della comunicazione del gruppo Democratici e Progressisti Calabria, che questo soggetto esiste già , è ben strutturato nella nostra Regione, è parte del PD e politicamente vicino al segretario Matteo Renzi. Il gruppo conta numerosi consiglieri comunali e provinciali sul territorio calabrese ed è rappresentato da ben 3 consiglieri regionali.
Sono sicuro che vorrà  tenere conto dell’incresciosa situazione; l’utilizzo del nome Democratici Progressisti potrebbe ingenerare equivoci e confusione.

(da “NextQuotidiano”)

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