Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
NEL PD SONO 50 GLI ANTI-PREMIER
Ieri sera la cena di Raffaele Fitto con i suoi parlamentari.
Lunedì a porte chiuse Massimo D’Alema riunisce i fedelissimi alla fondazione Italianieuropei.
Gli ex democristiani del Pd si sono già contati martedì sera vicino al Pantheon con qualche ora di anticipo sulle dimissioni di Giorgio Napolitano. Erano 57. «Ma ne mancavano 4 o 5», aggiunge Beppe Fioroni.
Come dire: non facciamo nomi ma siamo una sessantina abbondante, Renzi dovrà fare i conti anche con noi.
È un calendario dell’avvento molto particolare. La data finale non è quella di Natale ma il giorno della prima seduta per l’elezione del capo dello Stato, il 29 gennaio.
È il calendario delle cene, degli incontri segreti, delle riunioni di corrente.
Per contare di più al momento della scelta, per sedersi al tavolo di chi decide un protagonista assoluto della politica. Per ben 7 anni.
Luca Lotti, per aggiornare il pallottoliere dei grandi elettori ed evitare i rischi del voto segreto, deve monitorare anche questi appuntamenti.
Sapere chi c’era e chi non c’era, quanti erano i partecipanti e quanti i curiosi, quale indirizzo è stato deciso.
Per fare il punto, due giorni fa, Lotti ha organizzato a sua volta una cena.
Numeri piccoli: erano lui, il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini e il braccio destro di Franceschini Ettore Rosato.
La corrente del ministro della Cultura (che da qualche giorno nella sede del dicastero organizza incontri con vista Quirinale) vanta un buon numero di parlamentari, conosce bene i meccanismi che regolano i gruppi del Pd e gli equilibri per piazzare il nome giusto.
Renzi ha affidato a questo terzetto un mandato preciso: lavorare sull’ascolto dei grandi elettori, «stavolta non si scherza, non possiamo sbagliare».
Lotti ha tirato fuori la sua lista, l’hanno guardata assieme. La conclusione: si calcolano 50 dem sicuramente pronti ad andare contro il governo e contro il premier, 20 in bilico ma recuperabili.
La verità però è che neanche le correnti scoprono le carte sui candidati. Esattamente come fa Renzi. Lasciano che trapeli il peso delle rispettive truppe, ma non avanzano proposte.
«Non ci impicchiamo per avere un cattolico », dice per esempio Fioroni. «Basta che sia autorevole». E condiviso dal gruppetto degli ex Popolari, questo il sottinteso. Loro spingono per un cattolico come Sergio Mattarella. Senza dirlo però.
Tra i renziani pesa anche l’incognita dell’atteggiamento che terranno i bersaniani. Tolti i “turchi”, che si sono riuniti martedì sera al ristorante davanti al teatro Quirino (con il ministro Orlando) e di nuovo ieri sera, i seguaci dell’ex segretario Pd si vedranno oggi in vista della direzione.
Cesare Damiano, esponente dell’ala più dialogante, invita il premier a non forzare: «Se si dimostra flessibilità su alcuni temi, come i capilista bloccati nella legge elettorale, qual- che ritocco alla riforma costituzionale, alcune cose ancora aperte sul Jobs Act – riflette Damiano in Transatlantico – allora anche sul Quirinale Renzi potrà correre su un tappeto rosso. Se invece ci si irrigidisce…».
Di sicuro peserà anche la partita della legge elettorale, dove lo scontro è a livelli preoccupanti.
Miguel Gotor già preannuncia un voto contrario all’Italicum se resteranno i cento capolista bloccati voluti da Berlusconi.
E sulle sue posizioni sono attestati 40 senatori, tanto che senza il soccorso azzurro difficilmente la legge elettorale vedrà la luce.
Anche Berlusconi ha iniziato a muovere le sue pedine. Ieri sera a palazzo Grazioli una prima riunione dedicata proprio al Quirinale ha visto insieme, allo stesso tavolo, sia i forzisti che Gal e i popolari di Mario Mauro.
«La prima mossa la deve fare Renzi – spiega Mauro uscendo dal vertice – ma abbiamo deciso di coordinarci per mettere tutto il nostro peso sulla stessa mattonella». Renzi aspetta.
La riunione dei dalemiani è un passaggio di svolta. Si capirà quante truppe ha ancora l’ex premier in Parlamento.
Il coordinamento dei dissidenti Francesco Boccia, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina e Pippo Civati è sempre attivo. E oggi Angelino Alfano batterà un colpo riunendo Ncd, Udc sotto la sigla Area popolare. Se Renzi vuole arrivare al traguardo deve fare i conti anche con loro.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI TEME AGGUATI E PROPONE SCHEDA BIANCA AI PRIMI TRE TURNI
Da un lato, Matteo Renzi posticipa a lunedì l’assemblea con i senatori del Pd prevista per domattina.
Dall’altro, il senatore bersaniano Miguel Gotor annulla la conferenza stampa sul suo ‘bellicoso’ emendamento contro i capilista bloccati dell’Italicum, firmato da ben 37 senatori di minoranza.
Nel giorno in cui Giorgio Napolitano lascia il Quirinale, tutto si muove e tutto si sospende nel Pd. Renzi e Bersani, ovvero i players principali della partita sul nuovo presidente della Repubblica, si posizionano ai blocchi di partenza.
Palla al centro. Obiettivo: stanarsi.
Almeno da parte di Bersani, che non a caso mette allo scoperto i suoi interrogativi: “Se c’è la volontà di arrivare ad una intesa con tutti che sia con tutti, perchè aspettare la quarta votazione e lasciar perdere la prima, la seconda e la terza?”, domanda l’ex segretario del Pd a sera.
E’ il campanellino che a Palazzo Chigi conferma il nuovo allarme nato in giornata: l’incubo dei primi tre scrutini con tutte le trappole anti Patto del Nazareno che possono comportare.
Pippo Civati non fa mistero del fatto che sta tentando di mettere su l’operazione Romano Prodi insieme a Sel.
Cioè candidare il professore bolognese ai primi tre scrutini, contando anche sui voti degli ex grillini più di sinistra, magari anche gli altri pentastellati o forse lo stesso Beppe Grillo se decide, magari i fittiani.
Quanto ai bersaniani, vero ago della bilancia nel Pd sul Quirinale, Civati specifica: “Io sono favorevole ad un’iniziativa politica comune, ma Bersani non mi sembra si sia ancora deciso. Con lui, comunque, devo ancora parlare…”.
Insomma, per Civati “Prodi è il miglior presidente possibile: se riusciamo a fargli prendere un bel pacco di voti nei primi tre scrutini, come si può ritirarlo dalla corsa alla quarta votazione, quella ‘buona’?”.
E’ questa terribile congiuntura tra minoranze che Renzi vuole spezzare sul nascere.
La mission è impedire che riescano a compiere il miracolo di ritrovarsi insieme contro il segretario nella partita sul Quirinale.
Per ora, il premier è convinto che Bersani giochi una partita diversa e distinta dai civatiani sul Quirinale: prova ne è la collaborazione offerta al governo sul Jobs Act dall’ala bersaniana del partito prima di Natale.
Da parte sua, però, l’ex segretario lavora per stanare il segretario del Pd, far venir fuori le sue reali intenzioni, i perchè dei suoi no a questo o quello, svelare i bluff del capo del governo.
E’ per questo che i suoi al Senato alzano il prezzo sulla legge elettorale, pur avendo appreso dai renziani che sull’Italicum il premier non è disposto a trattare.
Piuttosto, l’idea del capo del governo è di convincere Bersani e le sue truppe parlamentari facendo leva sul “senso di responsabilità verso l’unità del Pd e verso il Paese in un momento così delicato…”.
Chissà se basterà . Anche perchè di candidati ‘anti Patto del Nazareno’ ne girano altri, oltre a Prodi.
Per esempio, l’ex ministro della giustizia Paola Severino, autrice della legge che rende Berlusconi incandidabile per via della condanna per frode fiscale. Anche Severino riscuote consensi nella minoranza Pd.
Il punto per il premier è fare in modo di arrivare senza trappole e insidie alla quarta votazione, quella a maggioranza assoluta di 505 voti, quella per la quale Renzi ha promesso il suo nome che prima passerà per una “rosa di nomi che proporrò al Pd”. Così ha assicurato oggi nella riunione di segreteria al Nazareno.
Insomma, Renzi punta a fare in modo che il grosso dei Dem — a parte i civatiani considerati “irrecuperabili” e magari anche Stefano Fassina, segnalano dal quartier generale renziano – rispetti l’indicazione di votare scheda bianca ai primi tre turni, quelli a maggioranza dei due terzi, ovvero ben 672 voti.
In questo Parlamento non ce ne sono così tanti intorno ad un unico nome. “Bersani propone di votare il Presidente della Repubblica dal primo scrutinio. Visti i precedenti, questa volta meglio prediligere ascolto, sicurezza e coesione vera…”, taglia corto il senatore renziano Andrea Marcucci su twitter.
Non succederà mai il miracolo che, segnalano i renziani, nella storia è avvenuto solo per due presidenti: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, entrambi eletti al primo scrutinio.
Ed è proprio per questo che la domanda serale di Bersani suona tendenziosa dalle parti del premier. E scatta l’allerta: iniziano i giochi.
E poi c’è anche che, fanno notare nei circoli renziani, il premier-segretario non può che proporre scheda bianca ai primi tre scrutini.
Perchè non può correre il rischio di farsi bocciare dall’aula, non è più il libero rottamatore del Pd che alle presidenziali del 2013 lanciava liberamente i suoi assi per giocare la partita da Firenze.
Successe per esempio con il nome di Sergio Chiamparino e non solo. Tutto questo oggi non è possibile. E poi, spiegano i renziani, “votare scheda bianca è un modo per controllare che la disciplina di partito venga rispettata: chi tradisce, si ferma a scrivere un nome nell’urna e si vede”.
“Prodi è un candidato pericoloso…”, ammette un renziano fedelissimo a taccuini chiusi. “Non possiamo candidarlo perchè non avrebbe i voti, verrebbe affossato di nuovo come nel 2013: non si può…”.
Ma non si può soprattutto perchè il professore bolognese resta escluso da quella rosa di nomi che Renzi vuole proporre al Pd all’assemblea dei grandi elettori, a ridosso dell’inizio delle votazioni il 29 gennaio.
Prodi non è tra i ‘graditi’, troppa storia alle spalle, troppo peso, ti spiegano i Dem di maggioranza, soprattutto non sarebbe gradito a Silvio Berlusconi.
E Renzi è interessato a difendere con le unghie il Patto del Nazareno, croce e delizia della sua ascesa politica.
Ma nemmeno quello di Walter Veltroni è una carta certa tra i Dem. “Ha troppi nemici nel Pd: magari dicono di sì e poi lo affossano dietro il voto segreto, come è successo con Prodi”, spiega un renziano di rango.
Un ragionamento che, al di là dei nomi e dei cognomi, segnala quanto sia fragile il terreno sul quale il premier deve muoversi nelle prossime due settimane.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
AVANZA L’IPOTESI DI ANNULLARE LE PRIMARIE NEL TIMORE DI SCORRIBANDE
Il caso Liguria potrebbe essere la pietra tombale delle primarie Pd in Campania. Primarie che di rinvio
in rinvio sono slittate al 1 febbraio e solo il cielo sa se si svolgeranno.
È convinto di no un renziano doc che preferisce l’anonimato: “Renzi le annullerà , non può permettersi un altro scandalo e il rischio che qui ricapitino casini è troppo alto. Fa ancora male il trauma delle primarie 2011 di Napoli vinte da Cozzolino e annullate per i presunti brogli”.
Inoltre c’è una novità importante: il fronte antiprimarie, finora acquattato nelle riunioni carbonare, è uscito allo scoperto e ha prodotto un documento e un nome per andare oltre le candidature di Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Angelica Saggese.
Il nome è quello di Gennaro Migliore, l’ex pupillo napoletano di Bertinotti, carriera rapidissima nelle gerarchie interne del Pd per uno che si è iscritto solo il 22 ottobre 2014.
Su Migliore convergono un gruppo di renziani guidati dal senatore Vincenzo Cuomo, dall’ex capogruppo regionale Peppe Russo e dai deputati Simone Valiante, Salvatore Piccolo e Luigi Famiglietti.
Nelle ultime ore si sono aggiunti tre parlamentari di peso dell’Area Riformista: Guglielmo Epifani, Umberto Del Basso De Caro e Massimo Paolucci.
Russo trova dai fatti genovesi nuovi argomenti per cancellare definitivamente l’appuntamento del 1 febbraio.
Riassunte in un tweet sarcastico: “Le primarie: tra selezione politica ed integrazione etnica”.
Poi spiega meglio: “La vicenda ligure dimostra che se le primarie non vengono disciplinate e non diventano un elemento costitutivo del Pd, con l’istituzione degli albi degli elettori, saranno esposte sempre a scorribande. In mancanza di una platea di elettori certa, ogni candidato tenderà a ‘costruirsi’ la sua”.
Poi quelle ‘platee’ finiscono nei fascicoli giudiziari.
Un’inchiesta a Napoli, pm Pierpaolo Filippelli, sulle primarie cittadine 2011 e sulla compravendita di voti della manovalanza camorristica nei quartieri ghetto.
Un’altra inchiesta a Salerno, pm Vincenzo Montemurro, sul boom di Renzi nella città del suo sponsor De Luca. Inchieste ancora aperte. Cozzolino e De Luca, è bene chiarirlo, non sono indagati.
E di voti ne raccolgono tanti pure nelle elezioni vere: il primo fu il consigliere regionale Ds più votato nel 2005 e poi è stato eletto europarlamentare due volte, il secondo è diventato sindaco di Salerno con il 75% al primo turno.
Secondo Cozzolino, se Migliore vuole essere il candidato Governatore della Campania deve passare per le primarie e vincerle: “Sarebbe un suicidio una scelta diversa, evocando preventivamente rischi, come se ci fosse una parte del gruppo dirigente del Pd che sta già lavorando per inquinare le primarie”.
Il renziano Tommaso Ederoclite dà una spiegazione solo politica sul no alle primarie tra Cozzolino e De Luca: “Costituirebbero uno scontro tra micronotabili, una conta per regolare questioni rimaste aperte negli ultimi 20 anni”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
A BOLOGNA IL PD SI GIOCA LA CARTA DELLE PROMOZIONI PER TAMPONARE IL CALO DEGLI ISCRITTI
Sconti a teatri, musei e cinema per chi si iscrive al Pd.
Si gioca questa carta, il Pd di Bologna, per uscire dalla crisi del tesseramento, fermo a un meno 20% di tesserati rispetto al 2013 a livello regionale, e a meno 25% sotto le due Torri.
L’idea, che nasce dalla responsabile cultura del Pd bolognese Isabella Angiuli, è quella di firmare convenzioni con enti culturali pubblici e privati e di concedere quindi un benefit ai tesserati dem, proprio come fanno le coop o le grandi liberie, per aumentare il numero dei propri associati.
Un’idea che in poco tempo consentirebbe a molti iscritti di risparmiare ben più di quel che costa fare la tessera (circa 15 euro l’anno) e che potrebbe dunque dare una spinta a una campagna iscrizioni in forte flessione.
Dopo il tracollo della partecipazione alle regionali di novembre, con una affluenza al 37%, i riflettori sono infatti puntati sugli iscritti.
Nel 2014 i tesserati a Bologna sono infatti appena 14mila, con poche speranze di raggiungere entro la chiusura della campagna tesseramento, a febbraio, i 19mila del 2013.
Sotto di 15mila iscritti anche il Partito democratico regionale, fermo a 60mila tesserati contro i 76mila dell’anno precedente.
Una situazione che preoccupa molto Pier Luigi Bersani, ieri a Bologna per partecipare all’inaugurazione di un nuovo stabilimento della Granarolo, insieme al premier Matteo Renzi.
«I dati sul tesseramento in Emilia Romagna non sono soddisfacenti – dice l’ex leader dem – e anche se qui va comunque meglio che altrove, vale quel che dico sempre: serve un partito, senza grandi forze collettive non c’è democrazia».
Lancia l’allarme anche il sindaco di Bologna Virginio Merola che rivela come negli ultimi cinque anni, dal 2010 in poi, gli iscritti si siano quasi dimezzati in città .
La soluzione suggerita da Angiuli, già discussa nel forum cultura del partito, è dunque quella degli sconti per i tesserati.
Un’idea che però rischia di creare intrecci poco trasparenti, visto che gli enti pubblici – spesso controllati da istituzioni governate dal Pd – dovrebbero concedere convenzioni speciali a un partito per fare sconti ai propri iscritti.
Una questione delicata su cui il centrodestra promette battaglia, che tuttavia la Angiuli ha liquidato nei giorni scorsi con semplicità , invitando anche gli altri partiti a ipotizzare anche per i loro associati gli stessi sconti.
Silvia Bignami
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA RENZIANA PAITA VINCE PER 4.000 VOTI, PERDEVA DI 6.000 VOTI A GENOVA… CASI INCREDIBILI AD ALBENGA E PIETRA LIGURE DOVE LA PAITA VIENE VOTATA DAL 95% DEGLI ELETTORI E RECUPERA 2.000 VOTI
La “renziana” Paita alla fine delle primarie ha ottenuto 28.916 voti, contro i 24.827 di Cofferati e
gli appena 687 di Tovo: a votare sono andate circa 55mila persone.
Poco fa un Sergio Cofferati tutt’altro che rassegnato ha parlato di «un livello alto di partecipazione dei liguri e non solo» e ha detto soprattutto che «non considero concluse queste Primarie» e che «non riconosco i risultati».
Ancora: «Chiedo che la commissione di garanzia esamini tutte le segnalazioni, ci sono segnalazioni su cui dovrebbe intervenire la Procura. Un partito deve avere come obiettivo la buona politica, molto importante è il giudizio sulle modalità con cui questo voto è avvenuto»
A fare discutere è però il caso di Albenga, dove la Paita ha raccolto quasi 1300 voti e Cofferati appena 200, con testimoni che hanno parlano di numerosi cittadini stranieri, in particolare di origine marocchina, che avrebbero ricevuto i 2 euro per votare: «Se quanto descritto è vero, il voto di quel seggio va annullato», ha detto il segretario del Pd di Genova, Alessandro Terrile.
Cofferati ha denunciato il “voto eterodiretto” di intere comunità di stranieri e la partecipazione al voto di elettori di centrodestra “pilotati” da esponenti locali .
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
QUARANTA: “SERVIREBBERO PERSONE AL SERVIZIO DELLE IDEE, NON IDEE AL SERVIZIO DEL POTERE”
“Quello che è successo in questi giorni è il risultato di ciò che è accaduto nei mesi precedenti. Le primarie cui ho sempre partecipato io prevedevano prima un giudizio sull’amministrazione uscente, e questo non è stato possibile, e poi definire i confini della coalizione. Non ho mai partecipato a primarie con alleanze variabili a seconda dei candidati”: così Stefano Quaranta, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà , commentano l’esito delle primarie.
“Servirebbero persone al servizio delle idee. Quando le idee sono al servizio delle persone, quando ci sono persone già candidate a 8 mesi dalle primarie c’è qualcosa che non va. Se sono buoni anche i voti della destra non mi stupisco più di nulla”, prosegue Quaranta, che precisa: “Mi riferisco a Raffella Paita, la candidata che non sosterremo mai alle elezioni”.
Sulle presunte irregolarità il deputato Sel attacca: “Per fare le primarie così… Dove c’è un voto di opinione c’è un risultato. Dove c’è l’esercizio del potere che deriva dal tuo ruolo, c’è un altro risultato. Questo sistema non ci vedrà mai coprotagonisti.”
(da “Primocanale”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
PRESIDI ESTERNI DI ESTRANEI, FILE DI STRANIERI, VOTO INQUINATO, METODI DA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA: LA DENUNCIA DEL CENTRO DEMOCRATICO
“Le notizie che arrivano dai seggi delle primarie del centrosinistra in Liguria sono sconcertanti”. 
E’ quanto afferma Angelo Sanza, responsabile dell’ufficio di presidenza nazionale di Centro Democratico, che candida Massimiliano Tovo alle primarie liguri per il candidato alla presidenza della Regione Liguria
“Tra file di cinesi e marocchini, persone che chiedono agli imbarazzati scrutatori dove possono ritirare il compenso che gli è stato promesso per il voto, noti esponenti del centrodestra ai seggi, viene da chiedersi con quale coraggio si continuino a demonizzare le preferenze visto che durante le elezioni politiche esistono controlli e garanzie che non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai controlli fai da te delle primarie”, ha sottolineato Sanza.
“Ma davvero – ha concluso – dopo gli scandali che hanno riguardato tutte le regioni, vogliamo continuare ad affidare la scelta dei governatori delle regioni stesse a carnevalate come quella in corso in Liguria?”.
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
PAITA E COFFERATI: ULTIMA LITE IN TV…. A RISCHIO IL RISULTATO DI OGGI… SUL VOTO DECISIVI GLI SCAJOLIANI
“Maleducata, tu hai disprezzo per le persone”, attacca Sergio Cofferati. 
“Non voglio ridurre la Liguria come Genova amministrata da Marco Doria”, ribatte Raffaella Paita.
Davanti allo schermo dell’emittente Primocanale migliaia di liguri allibiti: il confronto tra i candidati alle primarie Pd di domenica si rivela uno scontro senza quartiere.
Molto più aspro di un faccia a faccia tra partiti opposti.
È solo l’ultimo capitolo. Come Il Fatto ha rivelato settimane fa, le primarie rischiano di non essere decise dagli elettori di centrosinistra, ma da scajoliani ed ex An scesi in campo per sostenere Paita (candidata sponsorizzata da Claudio Burlando): alcuni indagati per voto di scambio o con frequentazioni tra famiglie calabresi al centro di inchieste.
Una situazione che ha costretto a intervenire big nazionali come Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani: “Quanto sta accadendo in Liguria è molto preoccupante e grave. La pesante intromissione del centrodestra nelle primarie liguri — sostiene Cuperlo — snatura e mina la legittimità delle primarie stesse”.
Ma Burlando replica: “Ben vengano nuovi elettori. Ci siamo sempre lamentati quando scappavano gli elettori e ora ci lamentiamo perchè ne vengono di nuovi?”.
Ma anche gli altri sono in preda ai travagli.
Con il M5S che, sotto la superficie, è diviso: da una parte i fedeli a Grillo, alle regionarie. Dall’altra chi intravvede la possibilità di vincere, di voltare pagina dopo sessant’anni di centrosinistra.
“È un’occasione irripetibile. Possiamo salvare questa terra. Abbiamo in mano il biglietto della lotteria, ma ho il terrore che lo cacceremo nel cesso”, sospira Paolo Putti, capogruppo M5S in comune.
Ecco la Liguria di oggi. Divisa su tutto, lo ha mostrato il dibattito tv.
Con passaggi al limite del surreale, come quando Cofferati rimprovera a Paita l’appoggio di scajoliani ed esponenti di destra. E lei che risponde: ma tu sei appoggiato da Sel.
Il confronto-scontro tv è stato molto più di un dibattito elettorale locale.
Pare una fotografia perfetta del Pd nazionale in pezzi. “Sergio, calmati, sei nervoso”, ripeteva Paita mentre anche a lei tremavano le mani e ingoiava un bicchiere d’acqua dopo l’altro.
E Cofferati che cercava di mostrarsi mite mentre la insultava: “Maleducata”. “
Appena ho dato il via alla trasmissione è stato come suonare il gong tra due pugilatori. Sono volati gli stracci”, sorride Luigi Leone, direttore di Primocanale.
Uno scontro tra mondi diversi, su ogni tema. A cominciare dalle grandi opere.
Con Paita che vuole vestire i panni della decisionista. E Cofferati che, pure favorevole ai progetti, parla di “dibattito pubblico”.
Volano parole grosse: “Tu disprezzi la gente”, dice lui. “Non voglio amministrare come Doria”, ribatte lei. Chissà cos’ha pensato il sindaco Marco Doria che, in teoria, sarebbe sostenuto dallo stesso centrosinistra di Paita e che sente la sua poltrona scricchiolare.
Le eventuali candidature di indagati? “Dipende… sono garantista”, apre uno spiraglio Paita muovendosi sul confine sottile tra accontentare gli “amici” di centrodestra e perdere gli elettori di centrosinistra.
E Cofferati? “No, è una questione di opportunità ”.
Uno spettacolo che ha fatto tremare tanti dirigenti Pd. “Il partito non esiste più. Quello che ci unisce ormai è solo una cosa: il potere”, allarga le braccia un pezzo grosso dell’ex Pci che preferisce non essere citato.
Aggiunge: “Per onestà intellettuale dovremmo separare le nostre strade. Ma troppi di noi tacciono perchè hanno paura di perdere il cadreghino”.
Ma chi voncerà domenica? “Dipende dall’affluenza alle urne. Che rischia di essere bassissima, perchè la gente non ne può più. Da una parte c’è Paita, un’imprenditrice di se stessa; dall’altra Cofferati, un notabile che fa da foglia di fico”, sostiene il politologo Pierfranco Pellizzetti. Pronostici? “Se l’affluenza sarà bassa, credo sarà favorita Paita che può contare su cricche e cordate di apparato”.
Il riferimento è al partito e al sistema di potere fedele a Claudio Burlando, primo sponsor di Paita e signore del centrosinistra da decenni.
Conclude Pellizzetti: “Sarà decisiva Genova. Se nel capoluogo voteranno in pochi, vinceranno le province”.
Come La Spezia e Imperia, dove Paita ha incassato gli appoggi di ex scajoliani ed ex An.
“La faida nel Pd apre praterie per i Cinque Stelle”, conclude Leone. Già , i grillini.
Che proprio ieri hanno cominciato a selezionare online i candidati consiglieri regionali. Ma ancora devono scegliere il presidente. “Abbiamo delle regole precise, dobbiamo rispettarle . Sennò diventiamo come gli altri”, sostengono i fedeli al leader.
Ma c’è chi ribatte: “Così perderemmo un’occasione storica per salvare la nostra terra. Non solo: faremmo da tappo all’opposizione e alla fine saremmo i garanti della vittoria di burlandiani e scajoliani. La responsabilità sarà nostra”.
Su una cosa sembrano tutti d’accordo, Pd, scajoliani e Cinque Stelle: nei prossimi tre giorni si gioca il futuro della Liguria.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
“ADESSO CI VUOLE UN CANDIDATO CHE NON SIA FIGLIO DEL PATTO DEL NAZARENO”
La norma salva-Silvio sta spostando gli equilibri dentro il Pd e può far sentire i suoi effetti nella partita del Quirinale.
«Adesso ci vuole un candidato che non sia figlio del patto del Nazareno. Che incarni la lotta all’illegalità e a favore della massima trasparenza», dicono i bersaniani.
Ed è questa l’aria che si respirava all’assemblea dei deputati Pd con Renzi, convocata per parlare di riforma costituzionale.
Romano Prodi è il solito nome che corre di bocca in bocca quando si parla di un papabile non berlusconiano, ossia costruito fuori dal recinto stretto del rapporto del premier con l’ex Cavaliere.
Ma ci sono anche Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Raffaele Cantone e qualche altra figura che per il momento rimane coperta.
È il clima che si respirava ieri pomeriggio nell’auletta dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
Perchè le varie minoranza non hanno avuto alcuna risposta sulla mossa renziana di rinviare al 20 febbraio la correzione del decreto fiscale.
«Quasi una provocazione di Matteo – sottolinea Pippo Civati – che fissa una data successiva al 15 quando Berlusconi finisce di scontare la pena dei servizi sociali ».
Il bersaniano Alfredo D’Attorre ha avvertito il premier: «Stai compromettendo il dialogo con le varie componenti del partito. E se allunghi un’ombra sulle riforme e sull’elezione del presidente della Repubblica senza fare chiarezza il rischio è di inciampare in entrambi i casi ».
Parole riprese e rilanciate da Gianni Cuperlo: «La situazione ci sta sfuggendo di mano. Dobbiamo fare al più presto un’assemblea meno surreale di questa. Che parli del lavoro, dei decreti del Jobs act, delle norme sul fisco, della legge elettorale e del Quirinale».
Che questo tipo di attacchi arrivino a 20 giorni dalla convocazione delle Camere in seduta congiunta non è un buon segno per Renzi.
Il premier ha affrontato a modo suo l’atmosfera difficile di ieri.
Ha rivendicato la sua «manina » nel testo della norma per la depenalizzazione delle frodi fiscali.
Una manina che non ha trovato un muro nel consiglio dei ministri perchè, come ricorda Graziano Delrio, «l’articolo 19 era nella cartellina consegnata ai ministri, si è discusso a lungo di soglie di non punibilità penale, sono intervenuti in tanti e nessuno ha portato critiche sul merito o politiche».
Dice Civati: «Sicuramente è andata così. E peggiora la situazione. Significa che l’intero esecutivo è succube di Berlusconi».
Forse l’assemblea e i suoi tempi non erano giusti per dirlo. Ma Civati e altri come lui si aspettano nei prossimi giorni che qualche big della minoranza rilasci un’intervista che fa saltare il banco mettendo nero su bianco che un candidato uscito dall’asse Renzi-Berlusconi non può passare, che bisogna fare scelte diverse.
Poi si vedrà come si spostano davvero gli equilibri nel Pd, come reagiranno anche i più leali degli oppositori.
«Se Prodi o un profilo simile crescesse nelle prime votazioni, il Pd si troverebbe di fronte a un bel dilemma», pronostica Civati.
“Non c’entriamo con Berlusconi, con l’evasione fiscale, con i suoi guai giudiziari. Basta che lo dica qualcuno che ancora conta nella base e la partita del Quirinale si può aprire. «Il Pd – spiega D’Attorre – ha fra le sue ragioni costitutive il lavoro e la lotta ai grandi evasori. Se mancano questi pilastri si smarrisce l’identità . E non è una buona premessa per affrontare questo mese tanto difficile»
Bersani ha già fatto sentire la sua voce sul decreto fiscale ma non ha parlato all’assemblea.
Ha taciuto anche Francesco Boccia quando ha visto che Renzi doveva correre via per altri impegni. Però c’è un’area del dissenso che può crescere dopo il pasticcio della norma salva-Silvio. Uno scivolone e non a caso dalle fonti vicine a Giorgio Napolitano si precisa che il capo dello Stato «non ne sapeva niente».
Che le mille componenti antirenziane possano costruire una candidatura alternativa e un dissenso organizzato è tutto da verificare.
Su queste divisioni interne contano molto gli incaricati del premier sui numeri, Luca Lotti e Lorenzo Guerini.
E sul sostegno di Forza Italia perchè a molti appare chiaro che Renzi si fida più del rapporto con Berlusconi che del dialogo con la minoranza. «E chi pensava che Matteo avrebbe lanciato un messaggio distensivo sul Quirinale all’indomani del pasticcio fiscale, è rimasto deluso. Ma lui è così. Non gioca in difesa, va sempre all’attacco», dice Civati.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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