Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile
PASSA IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA, IL CUPERLIANO OLIVERIO
Non è ancora ufficiale ma dai dati che stanno pian piano affluendo nella sede del Partito Democratico emerge
chiaramente che è Mario Oliverio, commissario della Provincia di Cosenza ex deputato ed uno dei principali esponenti dell’area Cuperlo, a vincere le primarie aggiudicandosi la candidatura a Presidente della Regione Calabria per il centrosinistra.
Oliverio ha vinto la sfida con il renziano sindaco di Pizzo (Vibo Valentia) Gianluca Callipo, mentre al terzo posto si sta attestando il primo cittadino di Lamezia Terme ed esponente di Sel, Gianni Speranza.
La differenza di voti tra Oliverio e Callipo rendono ormai difficile una possibile rimonta del candidato renziano.
Oliverio ha vinto con un ampio margine nelle province di Catanzaro e Cosenza, primo, anche se con uno scarto inferiore, risulta anche nel crotonese.
Nel vibonese i due maggiori contendenti pareggiano quasi i conti.
Nel reggino Oliverio vince nei comuni della provincia ma perde terreno nel capoluogo di provincia.
Sull’esito del voto, almeno per il momento, bocche cucine da parte di tutti e tre i candidati i quali attendono di conoscere i dati ufficiali.
È molto positivo, contrariamente a quanto avvenuto in Emilia Romagna, il dato sull’affluenza che vede superare di gran lunga le 110 mila persone che hanno espresso il loro voto alle primarie.
Nel 2010, in occasione delle primarie di coalizione vinte da Agazio Loiero, il dato dell’affluenza fu di poco inferiore alle 100mila persone.
La grande festa delle primarie è stata turbata anche da alcune polemiche su presunte irregolarità ed un ipotetico «inquinamento» del voto da parte di esponenti del centrodestra.
A dar fuoco alle polveri è stato Gianni Speranza il quale ha denunciato episodi «gravi – ha detto – di seggi mancanti, esponenti del centrodestra al voto per le primarie del centrosinistra e irregolarità nelle procedure di voto da diverse parti della regione». Altra polemica è scoppiata a Sibari dove l’associazione «Essere Sinistra per la Calabria» ha denunciato la mancata apertura di un seggio.
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Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
“C’E’ UN HOTEL CON QUEL NOME, LA FAREMO A FEBBRAIO”
Un tempo la Leopolda era l’incontro della minoranza Pd capitanata da Matteo Renzi, ma oggi che il popolo
renziano è diventato maggioranza e per il quinto anno rinnova l’appuntamento, questa volta senza più la sindrome della minoranza, chi farà una manifestazione contro l’establishment del partito?
Ci penserà Gianni Cuperlo. E se il premier nel 2010 aveva lanciato la fortunata Leopolda, perchè così si chiama la vecchia stazione di Firenze dove ogni anno si tiene la manifestazione, lo sfidante replica con l’appuntamento del Leopoldo: un hotel a tre stelle di Castiglioncello.
Il nome di questo albergo, in provincia di Livorno, ha dato l’idea all’ex candidato alla segreteria, eterno sfidante di Renzi, di una contro manifestazione.
Non sarà un faccia a faccia a distanza Leopolda vs Leopoldo: la prima è già fissata dal 24-26 ottobre, mentre la seconda è ancora “in fase di costruzione, ma ci sarà . Lo abbiamo deciso ieri durante l’assemblea”, garantisce Cuperlo.
E sarà “nel mese di febbraio. Prima di quella data però faremo tanti altri incontri.
Il Leopoldo sarà un appuntamento di due giorni in cui si parlerà del partito e si consoliderà SinistraDem che – chiarisce – è un’associazione, non una corrente o una componente del Pd, è qualcosa che rivolgiamo a tutti, lo abbiamo infatti chiamato ‘Campo aperto'”.
Intanto la battaglia imminente del popolo del Leopoldo sarà quella sul lavoro e poi tutti pronti per organizzare la due giorni di febbraio, quando il premier Renzi, per la teoria dei corsi e dei ricorsi della storia, dovrà tener conto di una pattuglia di dissidenti che non si fa chiamare Leopolda – a lui tanto cara – ma che lo sfida con un gioco di vocali.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
A DICEMBRE QUALCOSA POTREBBE ACCADERE
La Ditta e il Ragazzo. La luna di miele era per i fotografi, in verità una tregua armata. Estranei erano ed
estranei sono rimasti.
Al Partito (quello novecentesco, quello delle tessere che non ci sono più) il Ragazzo non è mai piaciuto: un’altra tradizione politica, tutta quella spregiudicatezza, occhiolino alle telecamere e nessuna gratitudine verso i padri.
Alle Frattocchie lo avrebbero messo a rilegare atti del congresso, così si calma. Ma il Ragazzo le Frattocchie sa a malapena cosa siano, e poi quello era il Pci.
A Renzi, d’altra parte, la Ditta è servita soprattutto come mezzo di trasporto: capolinea Palazzo Chigi.
Come legittimazione, anche: vuoi mettere l’aura che ti dà essere alla guida del primo partito del centrosinistra europeo in confronto, mettiamo, a una lista civica.
Difatti pazienza se non si iscrive più nessuno, “contano gli elettori”, ha ripetuto venerdì.
Pazienza se nemmeno in Emilia vanno più a votare alle primarie, “nessuno ha interferito”, se la Ditta è in liquidazione perchè “un partito senza iscritti non è più un partito”, parola di Bersani.
Renzi: “Io parlo agli italiani, non ai dirigenti del Pd. Ogni volta che D’Alema apre bocca mi regala un punto”. Ecco, questo.
Dall’ultima direzione Pd è cambiato il mondo: ora è finalmente chiaro a tutti.
Esistono due partiti dentro il Pd, anzi tre.
Il partito di Renzi, la vecchia Ditta, la sinistra di Civati.
Guardate i video su Youtube. Osservate come si muovono, ascoltate cosa dicono.
La velocità , la quantità di parole per minuto. Lo schema di gioco: i vecchi in difesa, il Ragazzo all’attacco.
I verbi al passato, i verbi al futuro. Bersani, D’Alema, i dirigenti venuti dal Pci hanno patito, irriso, combattuto Matteo Renzi – un boy scout scaltro e ambizioso, un democristiano 2.0 fissato con Twitter, ridevano – fino a che non ha vinto: le primarie prima, le europee dopo con un risultato da lasciare tutti muti. Il 40, e zitti.
In mezzo la partita del Quirinale, che senza i 101 e rotti “traditori” avrebbe potuto davvero cambiare le sorti del Paese, ma non è accaduto e ancora resta da spiegare come, perchè, per mano di chi.
Ora preparano la fronda. D’Alema riunisce i suoi parlamentari a cena, Bersani parla con Pippo Civati il quale a sua volta parla con Vendola.
Ieri erano insieme in manifestazione in piazza Santi Apostoli: Vendola, Civati, Landini. Un’altra sinistra possibile, ancora una. La scissione è il tema del momento. Subito? A dicembre? Non appena mancheranno i voti al Senato, magari per la legge di Stabilità ?
Ora: a chi vive nel mondo reale è piuttosto chiaro che quel che accade dentro il Pd interessa ormai solo a chi lo abita.
Agita curve sempre più esigue. Interessa pochissimo anche Renzi, infastidito dalle diatribe delle minoranze interne almeno quanto Berlusconi lo era dal dibattito parlamentare.
Una zavorra: “Se decidono di uscire fanno il 5, e andiamo più veloce”, ha detto l’altro giorno a uno dei suoi tre uomini di fiducia – di tre persone sole si fida davvero. Fanno il 5, dice di Civati e del possibile “nuovo soggetto politico” che si è affacciato ieri dal palco di Sel.
“E’ troppo presto, ora, per rompere”, dice rientrando verso casa Felice Casson, senatore civatiano e possibile candidato sindaco per Venezia.
“Con l’articolo 18 in aula si andrà per le lunghe. Lo stesso governo non ha chiesto, in conferenza di capigruppo, di contingentare i tempi del dibattito: segno che il governo per primo non ha fretta”.
Il governo non ha fretta di arrivare al voto finale.
Civati ragiona sui tempi: “Mi chiedono di uscire dal Pd per strada, in treno, al bar mentre prendo un caffè”. Ma è presto, ripete. “Non prima di dicembre di sicuro, deve passare dicembre”.
Dicembre è il mese chiave.
Perchè se il riposizionamento dei Giovani turchi e le strategie di Area democratica (se Roberto Speranza in Direzione si astiene, se Andrea Orlando vota a favore e D’Attorre contro) sono ghiottonerie solo per i feticisti della materia è anche evidente che si tratta di segnali che annunciano una partita più grande.
Fuori dal Pd c’è il campo esteso del centrosinistra, il destino del governo e delle istituzioni supreme, presidenza della Repubblica in testa.
Civati guarda allo spazio politico di Sel, vampirizzata alle europee dalla lista Tsipras. Lavora intanto al fianco dei ‘movimenti’ storicamente diffidenti verso la Ditta, diffidenza ampiamente ricambiata, e cerca sponda nel sindacato pronto a scendere in piazza il 25 ottobre.
Un’area che va da Landini a Rodotà , Zagrebelsky, Libertà e Giustizia, Sel, i verdi rimasti.
“Più o meno un dieci per cento dell’elettorato”, stima Civati raddoppiando la valutazione di Renzi.
Quanti siano nel Paese si vedrà al momento del voto: intanto è interessante sapere quanti sono al Senato, e se per caso la loro defezione al momento di votare le riforme possa portare, appunto, al voto anticipato e quel che ne consegue.
Ecco il nodo di dicembre.
I sondaggi danno il Pd in lieve crescita rispetto al 40.
Al Presidente del Consiglio – che non è passato da un voto politico ma ha avuto una legittimazione per così dire postuma, con le europee – converrebbe andare a votare al più presto, lo sa e lo dice.
Per liberarsi dalla zavorra del dissenso interno e ricalibrare le forze rispetto a Forza Italia e a Berlusconi, in declino – quest’ultimo – personale e di consensi.
C’è tuttavia il vincolo del patto del Nazareno che prevede, tra l’altro, un accordo per l’elezione del prossimo Presidente da farsi con questo Parlamento. Giorgio Napolitano ha fin dalla rielezione immaginato di dimettersi per i suoi 90 anni, a giugno.
Renzi vorrebbe “che fosse lui ad inaugurare l’Expo 2015”.
Ma neppure il presidente del Consiglio sa con certezza se a maggio ci sarà questo o un altro Parlamento.
Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme, renziano: “Ai dissidenti non conviene andare a votare, parecchi metterebbero a rischio la propria rielezione. E’ piuttosto triste, inoltre, assistere ad un’alleanza fra D’Alema e Civati in chiave anti-renziana. D’Alema e Bersani incarnano una sinistra conservatrice: operaista fuori tempo massimo, tutta schiacciata a garantire un mondo in estinzione, il loro mondo. Non li abbiamo mai visti in piazza a difendere le finte partite Iva dei giovani senza garanzie, nè dei precari. Hanno governato, non hanno fatto quel che potevano e dovevano.
Civati, mi duole dirlo, finisce per ingrossare le fila di quella sinistra minoritaria e identitaria, quella che sta sempre e solo all’opposizione felice di occupare una riserva indiana in cui tutti sono puri e sono amici, si conoscono. La polemica lessicale dell’altro giorno in direzione – se gli imprenditori siano ‘padroni’ o ‘datori di lavoro’ – sembrava una riedizione dello scontro fra Occhetto e Berlusconi”.
Padroni che sfruttano i lavoratori, diceva Fassina.
Datori di lavoro che partecipano al destino dei loro dipendenti, insisteva al contrario Renato Soru.
Pippo Civati: “Partirei da Soru, che ha avuto problemi col fisco e siede al Parlamento europeo mentre i lavoratori dell’ Unità di cui era editore sono in cassa integrazione: fossi in lui parlerei d’altro, non di rapporti societari e aziendali. Quanto al rischio scissione: certo che esiste. Oggi è il lavoro, domani sarà la legge di stabilità : che cosa facciamo, continuiamo a votare contro, restiamo dentro in dissenso dalle scelte fondamentali? Non mi pare possibile”.
Sull’altro fronte, quello della Ditta, due sono i livelli di frattura con Renzi.
Quello evidente della vecchia guardia, D’Alema e Bersani ostili. Poi quello generazionale e “ministeriale”: i giovani ex dalemiani, figli di quegli anziani padri, oggi al governo del paese e del partito – ministri, capigruppo, presidenti – che proiettano su Renzi la loro personale traiettoria politica.
Orfini, Orlando, Speranza, Martina. Il Ragazzo e la sua capacità di vincere trascinano nell’orbita renziana i più giovani della Ditta.
Queste le divisioni cellulari interne al Pd. Più seria e più grave, tuttavia, è l’unica divisione di cui Renzi dovrebbe aver timore: il solco che si è creato fra il vertice del partito che dirige e la sua base, quel che ne resta nell’emorragia di iscritti.
Esiste il mondo della direzione del Pd, esiste il mondo di Twitter e Facebook, poi esiste il mondo fuori.
C’è un’Emilia in cui vanno a votare alle primarie solo i politici di professione, una Puglia che fa accordi con il centrodestra incomprensibili ai militanti.
Una Toscana che ha lasciato Livorno ai Cinquestelle, c’è Venezia commissariata, il sindaco eletto dal Pd travolto dagli scandali.
C’è un Pd che si sfalda, sul territorio, una disillusione che cresce nell’ironia feroce e nella rabbia.
Renzi parla al Paese, non al partito. In questo senso l’unico che davvero, per ora, ha mostrato di potere e volere “uscire dal Pd” è stato lui.
Concita De Gregorio
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Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile
“SENZA UNA STRUTTURA FORTE DEMOCRAZIA A RISCHIO: E’ COLPA DELLE PRIMARIE”
”Emanuele Macaluso, cosa ha pensato quando ha letto che il Pd ha ormai appena 100mila tesserati?
«Non mi sono stupito. L’attuale dirigenza del resto non è interessata a costruire un partito che sia presente nella società . Ma questo annacquamento non è figlio del renzismo, ma nasce negli anni in cui si decise di fare le primarie per l’elezione del segretario. Se il leader non lo elegge l’iscritto ma anche il cittadino, l’iscritto che ci sta a fare? E infatti non si iscrive».
Renzi pone questo dilemma: preferivate un partito con 400mila iscritti, ma fermo al 25%. La convince?
«No, è una falsa alternativa. Perchè le due cose non dovrebbero coesistere? Avere il 41% e 600mila iscritti? La verità è che a Renzi non interessa avere uno strumento che orienti la comunità ».
Ma il segretario non orienta la società da Palazzo Chigi?
«Sì, ma è un orientamento individuale, non collettivo. Un partito – un partito vero, dico – deve avere un progetto politico che coinvolga migliaia di persone che a quelle idee si ispirano. Un luogo permanente di confronto articolato, di formazione del pensiero, di dibattito. È il tema su come incidere sulla cultura di massa. Per il Pd non è un problema vedo. Ma così si amministra solo l’esistente. Non c’è il progetto, perchè non c’è l’elaborazione».
L’onorevole Bonafè lo rivendica chiaramente: il partito di massa è morto con il Novecento. Non ha ragione?
«No, dice una stupidaggine. I problemi oggi sono enormi, come del resto nel ‘900, e coinvolgere e conquistare le persone attorno a un’idea, a una visione del mondo, attiene al modo di concepire la democrazia: ieri come oggi».
Nel suo ultimo libro “Santuari” lei sostiene che i partiti di massa salvarono la democrazia negli anni della strategia della tensione. In che senso?
«Pensi al ruolo che svolse il Pci nei confronti del terrorismo. Fu anzitutto una battaglia culturale. Non solo di ordine pubblico: cul-tu-rale. Le Brigate Rosse non andavano semplicemente sconfitte sul piano della repressione. Questo fece il Pci, la parte migliore della Dc e i socialisti come Pertini. Infatti il terrorismo fu sconfitto nelle fabbriche».
Nel saggio afferma che un’Italia di partiti deboli corre un rischio enorme. In che senso?
«Nulla è neutrale nella formazione dell’opinione pubblica. E con partiti e sindacati così malmessi è inevitabile che alla lunga tornino a prevalere forze opache. Del resto l’articolo 49 della Costituzione, “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, non fu messo lì a caso, perchè il rischio di influenze esterne, di circoli, o super circoli, che condizionino la vita pubblica, è un problema eterno della storia nazionale, che si pose già all’indomani dell’Unità d’Italia».
Lei era scettico su Renzi premier. Che giudizio dà dopo 8 mesi al governo?
«Ha dimostrato di avere intelligenza politica, e anche una buona dose di scaltrezza, ma non ha saputo mettere insieme un vero governo del Paese. Mi pare un limite non da poco».
Vuol dire che il governo è debole?
«Molto. Renzi accentra, ma il premier non ha un retroterra tale per poter fare a meno di una buona squadra. Ne avrebbe bisogno anche lui».
Concetto Vecchio
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile
L’ANALISI SPIETATA DEL COMPAGNO TESORIERE DEI DS: “IL PARTITO PERSONALE NON CREA ISCRITTI”
«Il PdR, il Pd di Renzi? Il partito personale non crea iscritti». Ugo Sposetti, il compagno tesoriere dei Ds, senatore dem, fa un’analisi spietata
Sposetti, pochi iscritti dem, di chi è la colpa?
«Lo chieda agli attuali dirigenti. A me fa pure male saperlo, mi dà sofferenza. Ma la responsabilità è evidentemente di chi dirige. E comunque il Pd non è più un partito».
Lei è della “vecchia guardia”.
«Vecchia guardia saranno loro! È un modo spregiativo usare toni come questo, ovvio che scompaiono i militanti. Un partito è un’altra cosa. Un partito senza iscritti, senza risorse, senza rispetto della vita democratica interna, cos’è?».
Cos’è?
«Non lo so, ma di certo non è più un partito».
Servono ancora i partiti?
«I partiti sono stati scuola, comunità , famiglia. Poi nella Prima Repubblica è successo quel che è successo, ma dovrebbe esserci il senso di comunità ».
Quindi cosa resta?
«Non resta più niente se, ad esempio, uno esprime dissenso come hanno fatto alcuni dirigenti nell’ultima Direzione del Pd sull’articolo 18, e chi dovrebbe tenere insieme tutti, fa attacchi abbastanza volgari. Ecco quindi che un partito non diventa più una comunità : è un’altra cosa. È come se in una famiglia uno non potesse esprimere più un pensiero che … pah, gli arriva uno schiaffone».
La minoranza, di cui lei fa parte, nell’ultima direzione è stata asfaltata?
«Asfaltata?! Ma chi ha fatto marcia indietro sull’articolo 18 è il presidente del Consiglio. Tutti al Senato aspettiamo l’emendamento al governo che corregge il governo, cioè quell’emendamento che recepisce le modifiche della Direzione. Siamo in trepidante attesa».
Lei vuole bene al Pd?
«Guardi, hanno cambiato il nome alle feste dell’Unità sette anni fa, e io dissi: “È un errore. vi pare che si cambia il marchio alla Nutella?”. Non fui ascoltato. Ora il brand Festa dell’Unità è stato riscoperto. Allora si è posto il problema del logo. Ma se non ci fosse stato un idiota che risponde al nome di Ugo Sposetti, che ha registrato e pagato per sette anni il dominio Festa dell’Unità , non si sarebbe potuto usare. Il Pd sta in 1.800 circoli di proprietà del famigerato Pci-Pds-Ds, e non paga nè Tarsu nè Imu nè condominio. Sono sedi che vengono dal lavoro e dalla fatica di centinaia di militanti comunisti. Non mi sembra che a dirigere il Pd oggi ci siano grandi manager che possano gestire questo patrimonio. Quindi le cose restano come sono».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
SPOSETTI REPLICA: “BEN 1.800 CIRCOLI DEL PD SONO OSPITI GRATUITI DELLE SEDI EX DS, COSA VOGLIONO DI PIU’?
«Ugo Sposetti potrebbe fare un atto di generosità e rendere disponibile al Pd il patrimonio immobiliare dei Ds, che è dei nostri elettori» (quali elettori? quelli Ds non erano certo renziani…n.d.r.)
Matteo Orfini sollecita il tesoriere ds.
Son tempi duri, i finanziamenti pubblici scarseggiano e i venti di scissione soffiano (ma Orfini smentisce qualunque ipotesi al riguardo), con qualche maligno che pensa che il «tesoretto» immobiliare dei vecchi Ds, morti ma ancora giuridicamente in vita, possa venir utile.
L’attuale tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, concorda: «Sono perfettamente d’accordo con Orfini, questo patrimonio dovrebbe essere a nostra disposizione. Ho pranzato con Sposetti e Fassino e sono sicuro che con Ugo si possa trovare un modo per lavorare insieme».
Positività che non si riscontra in Sposetti: «Quale tesoretto, qui ci sono solo debiti e persone in cassa integrazione. Mi dà fastidio questa disattenzione alla gente. Il 4 agosto ho dovuto mettere delle persone in cassa integrazione e loro pensano agli immobili. Ma 1800 circoli ospitano già aggratis sedi del Pd, cosa vogliono di più?». Vorrebbero fossero ceduti o messi a disposizione effettiva del Pd
«Prima si devono conoscere le cose, poi parlarne. Son ragazzi. Ma poi non stavano parlando dell’articolo 18? Che c’entra Sposetti?».
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
MENO 400.000 TESSERE IN UN ANNO… BERSANI: “SENZA ISCRITTI ADDIO PARTITO”
Dopo i dati diffusi da Repubblica sul tesseramento nel Pd, la vecchia guardia del partito passa all’attacco.
Prima il duro commento di Pierluigi Bersani; poi, a prendere una posizione forte sulla gestione del Pd, è stato Stefano Fassina: “Temo che il Partito Democratico stia scivolando, lentamente e surrettiziamente, verso una forma più vicina a quella di un comitato elettorale – ha dichiarato all’Agi – Bisogna convocare subito una assemblea nazionale dei coordinatori di circolo e mettere in cantiere una assemblea di partito per mettere mano alla struttura e all’organizzazione”, continua Fassina.
“Basta girare un pò per i circoli, come faccio io ogni giorno, per rendersi conto dello stato di semi abbandono in cui versano tante realtà . Non tutte per fortuna”.
‘Non c’è”, continua ancora l’esponente della sinistra dem, “un lavoro sistematico fatto dalla direzione nazionale o quella attenzione al partito che ci dovrebbe essere. D’altra parte il segretario è più attento ad organizzare la Leopolda invece di concentrarsi sul partito che vive un momento di grande difficoltà . Siamo”, conclude Fassina, “in un passaggio delicatissimo, in cui si discute della identità del Pd. Tema che sta a cuore a tutti i nostri iscritti. Di fronte a tutto questo, non ci si può stupire del calo nel tesseramento”.
Un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito.
Parola dell’ex-segretario democratico, Pier Luigi Bersani. “Lo statuto dice che il Pd è un partito ‘di iscritti e di elettori’. Ovviamente – dice Bersani all’Adnkronos – se diventasse solo un partito di elettori diventerebbe un’altra cosa. Uno spazio politico e non un soggetto politico. Ma non siamo a questo e – assicura – non finiremo lì”.
I dati. Meno 400 mila iscritti in un anno. La base del Pd, nell’anno in cui il partito ha vinto le elezioni Europee con quasi il 41 per cento dei voti, cala vertiginosamente con meno di 100 mila tesserati. Nel 2013 erano 539.354. È quanto riporta un articolo di Goffredo De Marchis pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”.
Il quadro, regione per regione, presenta alcuni buchi neri assoluti. Il tesseramento non è praticamente partito in Sicilia, Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia. E mancano solo tre mesi alla fine dell’anno. In Campania idem. Nel 2013 Napoli e le altre province contavano 70 mila iscritti. Oggi le tessere, raccontano, si possono calcolare nell’ordine delle centinaia, nemmeno migliaia.
La mutazione genetica del partito nasce così. Ci si apre alla società , ma i circoli (7.200 in Italia, 89 all’estero) languono e la militanza scompare. (…). A Torino e provincia gli iscritti erano 10 mila lo scorso anno, oggi sono appena 3 mila. A Venezia partecipavano all’attività delle sezioni 5.500 persone nel 2013, scese a 2 mila nel 2014. In Umbria si è passati da 14 mila tesserati a poco meno della metà , anche se le stime sono molto provvisorie. Se tutto va bene, dicono a Perugia, si toccherà il traguardo dei 10 mila prima di dicembre, il 40 per cento. Soffrono anche i luoghi dello zoccolo duro, dove la sinistra non perdeva mai iscritti.
Le primarie in Emilia, il tonfo del tesseramento sono però sintomi di un problema che coinvolge identità e ruolo del Pd, dei partiti in generale.
Tanto più quando la crisi della militanza si accompagna alla progressiva morte del finanziamento pubblico.
Il Pd riceverà nel 2014 12,8 milioni. Nel 2011 erano 60.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL PD AZZERATO DA RENZI… EMILIA E TOSCANA PERDONO ISCRITTI
Cambiano gli uomini, cambia la geografia e i colori. 
Quando si diceva delle città rosse: oggi sono di un color pastello non più identificabile, uccise dalla loro storia. Livorno e Bologna sono due casi diversi, ma emblematici di quella curva che porta a crescere la popolarità di Matteo Renzi e a crollare quella del partito.
In tempi recentissimi Livorno aveva ancora un compagno segretario. Lo chiamavano così.
Fatti a pezzi i numeri, le falci e i martelli che i portuali si facevano montare dall’orefice e portavano al collo come qualcosa da esibire, il nome compagno ha resistito oltre misura. Compagne e compagni addio.
Oggi Livorno, dopo la batosta presa alle elezioni comunali vinte dal candidato del Movimento 5 stelle, Filippo Nogarin, non ha più un partito.
Il Pd, nei suoi vertici, è stato completamente azzerato e dio fatto commissariato dalla segreteria regionale. Non c’è un segretario, l’ordinaria amministrazione non è più di potere, dunque non merita di essere seguita.
Le sezioni erano già barcollanti da tempo, oggi sono semivuote. Anche i nostalgici se ne vergognano.
Prima erano circoli. Nella sezione di Antignano, quartiere che mescolava piccoli arricchiti e inquilini di case popolari, il circolo funzionava come punto di ritrovo.
Se non altro organizzavano cene e partite a carte.
L’ultimo compagno segretario degno di cotanto nome è stato Raldo Ferretti, professione barbiere. Quando è morto lui la sezione ha iniziato a perdere i pezzi
Non meglio è andata a quella centrale.
Era in piazza della Repubblica, voleva dire il potere. Oggi in quelle stanze c’è lo studio di un fisioterapista.
Una metamorfosi che ha portato all’intero azzeramento. Testa china e andare avanti.
Segno di cattiva amministrazione, anche: l’ultimo sindaco del Pd, Alessandro Cosimi, non ha brillato per dinamismo.
Se lo chiedete ai livornesi ve lo racconteranno in altri termini, molto più feroci.
Eppure in quella città il Partito comunista era nato. E non fu assolutamente un caso che la scissione si consumò lì, al vecchio teatro San Marco: Livorno non era rossa, era comunista più di ogni altra città .
Anche negli anni di massima espansione, anche quando i portuali guadagnavano quanto gli ingegneri e lavoravano la metà . Altri tempi. Oggi ansima.
Nogarin si è trovato a governare le briciole rimaste dal passato.
Ci mette del suo, fino a oggi ha chiacchierato molto e risolto poco, ma non ha nessun tipo di opposizione.
Il Pd a fare l’opposizione della città che si erano tramandati di padre in figlio non si sporca. Ricostruire vorrebbe dire scavare nuove fondamenta e lo sconforto della sconfitta è ancora lontano.
La situazione non va meglio a Bologna.
Il loro Nogarin c’è già stato, si chiamava Giorgio Guazzaloca, ma i risultati delle primarie per il governo della Regione non sono confortanti.
Sono andati a votare l’86 per cento in meno delle passate consultazioni. E, come dice il professor Romano Prodi, questo non promette nulla di buono.
Tanto è che il vincitore assoluto, Stefano Bonaccini, consapevole di aver incassato una vittoria alla buona, ha chiesto aiuto allo sfidante, Roberto Balzani. “Anche lui deve aiutarmi adesso, altrimenti gli astenuti saranno più della metà degli aventi diritto al voto”.
Piacerebbe sapere per colpa di chi, visto che Bologna era Bologna, rossa e papale, accogliente e godereccia, ferita, ma capace di rialzarsi. Passato remoto.
Oggi il partito in provincia è in mano a Raffaele Donini, uno della generazione post comunista. Non ha battuto ciglio di fronte alla mancanza della sua gente.
Alla Bolognina, la sezione storica dove il partito smise di essere comunista, la frattura si era già consumata quando Prodi venne tradito sulle scale del Quirinale.
La loro storia finì già lì, il segretario si dimise, il resto è stata una resa al renzismo dilagante. Consapevoli tutti che il partito avrebbe decretato la propria fine.
“Accettammo di perdere il comunismo, faremo a meno anche di questa cosa strana che si chiama Pd”, dicono.
“Ce l’aspettavamo. Quando il Pd nacque i valori erano già renziani prima che Renzi spegnesse le candeline: la sinistra era già morta”.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
EFFETTO RENZI: PD SENZA BASE, SOLO 100.000 TESSERE, IN UN ANNO PERSI 400.000 ISCRITTI
Nel Pd è sparita la base. Gli iscritti, i militanti, quelli che si facevano autografare la tessera plastificata dal
segretario e dai dirigenti alle feste dell’Unità .
Gli elettori ci sono, tantissimi, fino a raggiungere la cifra record del 40,8 per cento delle Europee. Le tessere non più.
L’allarme è scattato dopo il flop di affluenza alle primarie dell’Emilia Romagna, la storica regione rossa: solo 58 mila elettori ai gazebo.
Ma il dato non ha sorpreso chi conosce i numeri segreti del Nazareno: siamo sotto quota 100 mila iscritti in tutta Italia, 5 volte meno del 2013 quando i tesserati erano 539.354.
Nei corridoi, forse per colpa del panico, si diffondono voci ancora più catastrofiche. Qualcuno parla infatti di 60 mila iscritti. Significherebbe che poco più di un militante su 10 ha rinnovato la sua fede nel Partito democratico.
Come dire: la spina dorsale del Pd non esiste più.
Il quadro, regione per regione, presenta alcuni buchi neri assoluti.
Il tesseramento non è praticamente partito in Sicilia, Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia.
E mancano solo tre mesi alla fine dell’anno. In Campania idem.
Nel 2013 Napoli e le altre province contavano 70 mila iscritti. Oggi le tessere, raccontano, si possono calcolare nell’ordine delle centinaia, nemmeno migliaia. Qualcuna nel capoluogo, qualcun’altra a Salerno dove l’attivismo dell’eterno sindaco Vincenzo De Luca mette una pezza. Fine.
I circoli sono tristemente deserti anche nei quartieri delle percentuali bulgare per Valenzi e Bassolino: Ponticelli, Barra, San Giovanni.
Era molto affollata invece la Fonderia delle idee, un’iniziativa organizzata lo scorso week end dall’eurodeputata Pina Picierno per lanciare la sua candidatura alla regione. Però in quella sede non compariva un solo simbolo del Pd. Neanche piccolo piccolo.
La mutazione genetica del partito nasce così.
Ci si apre alla società , ma i circoli (7200 in Italia, 89 all’estero) languono e la militanza scompare.
Un modello che a destra conoscono bene, dalla discesa in campo di Berlusconi.
Ma che per l’altra parte rappresenta ancora uno choc. La “base” è stata la storia e la memoria della sinistra, come raccontò l’indimenticabile documentario di Nanni Moretti La Cosa ( 1990). Adesso non più.
È l’altra faccia dell’effetto Renzi. Il leader carismatico, attivissimo, presente su tutti i media compresi i social, capace di traghettare i democratici al record del 41 per cento ha come contraltare la debolezza della struttura.
La ditta ha molti clienti ma un solo poliforme trascinatore. E le tessere crollano.
A Torino e provincia gli iscritti erano 10 mila lo scorso anno, oggi sono appena 3000. A Venezia partecipavano all’attività delle sezioni 5500 persone nel 2013, scese a 2000 nel 2014.
In Umbria si è passati da 14 mila tesserati a poco meno della metà , anche se le stime sono molto provvisorie.
Se tutto va bene, dicono a Perugia, si toccherà il traguardo dei 10 mila prima di dicembre, il 40 per cento. Soffrono anche i luoghi dello zoccolo duro, dove la sinistra non perdeva mai iscritti.
Altri tempi, certo. E la crisi delle “vocazioni” a sinistra non è una novità dell’ultimo anno. In fondo, il partito liquido è un’idea di Walter Veltroni datata 2007, ormai 7 anni fa.
Ma il dato di 100 mila fa lo stesso impressione. Matteo Renzi ha un modello di partito completamente diverso dal passato.
La Fonderia delle idee non è altro che l’epigono meridionale della Leopolda, l’appuntamento dei renziani a Firenze, anche quello rigorosamente svuotato dalle simbologie del Pd.
Anche quest’anno il premier risponderà alla manifestazione dei sindacati sull’articolo 18 dalla Leopolda anzichè da una barbosa conferenza sul lavoro targata Partito democratico.
L’identificazione presidente del Consiglio-segretario porta poi il primo a oscurare il secondo.
Il capo temporaneo accentra su di sè attenzioni e responsabilità mentre la macchina partitica passa decisamente in secondo piano.
Se il crollo degli iscritti non è voluto, è dunque messo nel conto, sviluppo naturale di un’idea diversa della rappresentanza politica, forse più al passo della storia.
Semmai gli oppositori osservano: «Non c’è più il partito, ma c’è la disciplina di partito». Oppure: «Se chi vuole discutere è sempre un gufo o un rosicone, i circoli si svuotano».
I renziani obiettano: «Ma le urne sono piene» e lo testimoniano gli 11 milioni e 200 mila voti delle Europee.
Le primarie in Emilia, il tonfo del tesseramento sono però i sintomi di un problema, che coinvolge identità e ruolo del Pd, dei partiti in generale.
Tanto più quando la crisi della militanza si accompagna alla progressiva morte del finanziamento pubblico.
Il Pd riceverà nel 2014 12,8 milioni. Nel 2011 erano 60.
Le casse quindi sono in sofferenza. Ieri il tesoriere Francesco Bonifazi ha spedito una mail a tutti i parlamentari settentrionali. Oggetto: “Cena del Nord”.
Ognuno deve portare 5 imprenditori, che pagheranno 1000 euro a testa, a un evento in programma a novembre. Dove la star ovviamente sarà Renzi.
Obiettivo: raccogliere 1 milione. Si chiama fundraising, il modello sono gli Usa, Obama.
La rottamazione è anche di sistema, non solo delle persone.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »