Destra di Popolo.net

MINI RIMPASTO IN VISTA PER LA SEGRETERIA PD

Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile

MA L’ASSIST NON CONVINCE BERSANI

«Sentiamoci domani». Dalle parole ai fatti, Matteo Renzi nel retropalco della Festa dell’Unità  di Bologna dà  appuntamento a Roberto Speranza, leader della corrente “Area riformista” che unisce i bersanian-dalemiani, per mettere a punto già  oggi la segreteria unitaria da varare giovedì.
Ne ha parlato dal palco, un po’ a sorpresa, di unità , dopo gli stracci che erano volati tra i dem nei giorni scorsi.
Le accuse di essere “un uomo solo al comando” lanciata a Renzi da D’Alema, da Bersani, da Fassina e ancora ieri da Cuperlo e da Civati devono avere colpito nel segno.
O forse, come osserva Civati, sa che la litigiosità  e gli scontri nel “suo” partito lo indeboliscono anche nel ruolo di premier. E che la solitudine è una cattiva compagna.
Bersani tra la folla della Festa si commuove solo un po’ meno di Errani, quando il premier ricorda che ha fatto venire «un coccolone» a tutti per via dell’aneurisma cerebrale che l’ha colpito.
Però sa che il PdR, il Pd di Renzi resterà  assai lontano dalla “ditta”, dal modello-partito da lui voluto.
«Io sono sempre stato unitario, la parola “unitaria” mi piace da matti – commenta l’ex segretario che va a stringere la mano al premier alla fine del comizio, ma avverte – bisogna vedere cosa significa…»
Se Renzi non si è fidato della minoranza dem, la minoranza non si fida di Renzi e della promessa di una gestione unitaria del Pd
È vero che ieri è la giornata ecumenica, che Matteo trova il modo di citare e ringraziare tutti i 4 segretari che il Pd ha avuto e annuncia il «tutti insieme in segreteria a patto che non si pongano veti e non si voglia una rivincita» delle primarie. Però «non è facile rimettere insieme i cocci», commenta Nico Stumpo.
Sia Bersani che Cuperlo da Bologna avevano attaccato: «Non basta un uomo solo al comando»; «Le critiche a Matteo non sono lesa maestà ».
Renzi pensa a una segreteria unitaria con Leva, Amendola, Campana, Fiano.
La metafora della collana per cui quel che conta «non sono le perle ma il filo», riguarda i militanti e anche la comunità -partito.
Civati ammette che «Matteo ha cambiato verso sul partito, certo stiamo a vedere cosa accade davvero perchè al tema ha dedicato venti secondi. Il problema di Renzi è trovare le persone giuste per l’organizzazione e gli enti locali.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A BOCCIA: “RENZI SBAGLIA, TROPPI YES-MAN INTORNO”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“NEL PARTITO MANCANO I LUOGHI DI CONFRONTO”… “IL BLOCCO DEGLI STIPENDI NELLA P.A. E’ UN ERRORE”

«Con Matteo ne avevo anche parlato personalmente ma a questo punto, come dirigente del Pd e come cittadino, ho il dovere di non stare zitto e di prendere pubblicamente posizione: il blocco degli stipendi del pubblico impiego è un errore grande come una casa».
La ricetta di Renzi non funziona, onorevole Boccia?
«Abbiamo l’uomo giusto ma un modello anti-crisi completamente sbagliato».
Sembrerebbe una contraddizione.
«Non lo è. Perchè è la conseguenza, il frutto dei tanti, troppi yes-men che girano attorno al nostro premier. Mancano i luoghi di un confronto, vero. Non basta qualche collegamento in streaming, serve la discussione che dura ore, in maniche di camicia, con lo scontro, quando occorre. Come in questo caso. Che invece è stato affrontato con sorprendente superficialità »
Non si discute nel Pd?
«Va bene il rinnovamento, ma non una sorta di pulizia etnica. A gente come D’Alema. Prodi, Veltroni, Bersani, dovremmo almeno rispetto. Ma il problema è più generale, e a tutti i livelli: o pieghi la testa o finisci emarginato. Guerini e Serracchiani sono in gamba ma non possono arrivare in tutti gli angoli del partito».
E senza dibattito arrivano gli errori del governo?
«Siamo in deflazione già  da un anno, anche se ufficialmente ci siamo entrati solo da un mese. Ma continuiamo con lo stesso andazzo di Berlusconi, Tremonti, Monti e poi anche di Letta, pure se il suo fu un approccio più soft: insomma, tagli lineari dal 2008. Il risultato? Il debito è cresciuto. Ergo, così non va e io non ci sto».
E gli statali, in questo quadro?
«Premesso che ad un insegnante o a un poliziotto non toccherei un euro di stipendio per principio, per il ruolo sociale che svolgono, se gli blocchi gli aumenti scateni un ulteriore corto circuito: non possono più comprare nulla, le aziende non vendono, la disoccupazione galoppa, altro che crescita».
Per Renzi c’è grasso che cola nell’amministrazione.
«A me, piuttosto, piacerebbe tanto sapere che fine hanno fato le privatizzazioni del ministro Padoan a cui il premier ha dato lo stop».
Che cosa propone?
«Un aumento concordato del debito pubblico di trenta miliardi, per ridurre sul serio le tasse. Come con gli 80 euro».
Concordato con l’Europa?
«Sì, ma se la Merkel ci dice di no, noi non molliamo».
Linea in rotta di collisione con quella di Renzi?
«Sulla scelta degli 80 euro mi ci ritrovo in pieno. E chi la critica tanto, si rivolga ad una chiromante e consulti una sfera di cristallo, perchè gli effetti si vedranno solo alla fine del prossimo anno. Su questo a Matteo dico: vai avanti, deciso».
E sulle obiezioni sul resto, Renzi che cosa le ha risposto?
«Faremo. Vedremo. Parleremo. Le stesse risposte che immagino dia anche a tanti altri interlocutori. Alla fine, gli ho scritto una lettera aperta da Chicago, dove adesso mi trovo».
In vacanza?
«Lavoro ad un libro con alcuni economisti dell’Università  dell’Illinois sulla web-tax, la tassazione dei giganti del web. In Italia della legge che ho presentato finora è applicata solo una parte. Quella sull’Iva la bloccò proprio Renzi, rinviandola in sede europea. Aspetto che parta».

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A FASSINA: “CONTINUERO’ A LAVORARE NEL PD, PER ADESSO…”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO VA NELLA LINEA DI MONTI”…”LA RIFORMA DEL SENATO NON DA’ GARANZIE DEMOCRATICHE”

“Con i tagli e la cancellazione dell’articolo 18 torniamo all’agenda Monti: stagnazione, debito pubblico alle stelle e disoccupazione peggio ancora. Sono preoccupato. Intendo agire nel Pd per cambiare questa situazione, farò il possibile e per ora non ho un piano B”.
Stefano Fassina — quel Fassina chi? dimesso, ai tempi in cui era viceministro del governo Letta, dalla battuta di Renzi — sente addosso tutto il peso di un partito sfuggito di mano sulla via di Pontassieve (residenza di Renzi) verso una terza via, ma pure quarta, che di socialdemocratico e keynesiano per lui ha davvero poco: “Ci sono molti punti da correggere”.
Fassina, oggi sta con Barroso?
Barroso è un disco rotto, farebbe meglio a tacere considerati i risultati economici e sociali ottenuti dalla commissione europea nella sua gestione.
Quindi, sta con Renzi?
Sono molto preoccupato per la legge di stabilità , per le politiche economiche annunciate da questo governo. Vanno nella stessa direzione rigorista di Monti. Dobbiamo fare di tutto per cambiare rotta. E non solo sulle politiche economiche…
Che altro c’è?
La riforma del Senato non dà  garanzie democratiche. Lo spazio di azione del Parlamento, il potere legislativo, non può essere limitato, ma la direzione mi pare quella invece.
… e poi la legge elettorale, per Prodi peggiore addirittura della legge truffa del 1953.
Già , il combinato disposto di tutto questo provocherebbe un deficit democratico preoccupante.
Come intende agire, dal Fassina chi? vi siete più parlati con Renzi? Avete rapporti?
Non sono rancoroso, la considero una storia passata ed è capitato di confrontarci. Mi aspetto molta attenzione da parte sua e da parte del governo. Alcune decisioni vanno riviste.
Se così non sarà , come sembra chiaro dalle intenzioni manifeste di Renzi?
Spero che si riconosca che il Partito democratico ha bisogno di tutti. Per ora lavoro a cambiare le cose, per cercare di eliminare quel deficit democratico e migliorare le politiche economiche. Un piano B non ce l’ho, per adesso.

Giampiero Calapa’

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LA SINISTRA PD SI PREPARA AL PIANO ALTERNATIVO: “TAGLI AI MINISTERI? RENZI PENSI ALL’EVASIONE”

Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile

LA MINORANZA PD PROVA A RICOMPATTARSI E FISSA SEI PUNTI DA DISCUTERE CON IL GOVERNO

“Non c’è nessuna voglia di tendere trappole o di ordire complotti, abbiamo sempre detto che non è nostra intenzione trattare Renzi così come è stato trattato Pier Luigi Bersani. Allo stesso tempo è chiaro che serve un partito in cui si possa discutere”.
Discutere, discutere e ancora discutere.
Al tempo dei primi segnali di crisi del renzismo il verbo della campagna d’autunno della minoranza Pd si chiama “discutere”.
Un verbo che da quando il fiorentino siede a Palazzo Chigi è stato tenuto nei cassetti perchè le decisioni sono sempre state prese dall’alto, in camera caritatis, con il cosiddetto “giglio magico” (Luca Lotti, Francesco Bonifazi, Maria Elena Boschi).
Ma adesso che il governo del “rottamatore” Matteo Renzi guarda con una certa preoccupazione all’autunno caldo che sta per arrivare — con una legge di stabilità  da varare e una serie di nodi da sciogliere, come quello sul blocco degli stipendi degli statali — la sinistra del Pd, quella uscita sconfitta dal congresso del 2013, prova a ricompattarsi.
E nelle segrete stanze del Palazzo, tra un’uscita di Bersani e una di D’Alema, studia una strategia d’autunno che scalderà  i prossimi mesi in Parlamento.
Lontano, lontanissimo, il giorno in cui l’attuale premier (18 marzo 2014), presentando il libro di Massimo D’Alema al Tempio di Adriano a Roma, lanciava l’ex leader della sinistra come commissario Ue: “Dobbiamo mandare in Europa le persone più forti che abbiamo e mi riferisco ai livelli istituzionali. Il compito del governo è di scegliere per i livelli di guida delle istituzioni europee le persone che siano in grado di dare il migliore contributo in questo senso”.
O ancora: lontano, lontanissimo, quando dalle colonne di Repubblica l’ex viceministro Stefano Fassina ammetteva che “Matteo ha capito più e meglio di noi la fine di una stagione, intuendo che stava avvenendo un passaggio d’epoca. È un grande merito: glielo riconosco”.
E pensare che il “Fassina pensiero” risale soltanto al 29 maggio scorso. Ovvero all’indomani della sfavillante vittoria alle europee, quando il premier trascinò i democratici sopra il 40%.
Ecco, oggi la sinistra Pd — dopo mesi trascorsi a subire la comunicazione e l’annuncite del premier-segretario — rompe gli schemi e riparte dall’attivismo di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.
Cui si affianca, però, una vera e propria piattaforma programmatica di sei punti, di fatto alternativa alla proposta dell’esecutivo di Matteo Renzi.
Limata a tavolino in queste ore, la proposta della sinistra Pd (area riformista) verte in prima istanza su un piano che il parlamentare Alfredo D’Attore definisce di “antiausterity”.
La prima arma, infatti, sarà  un emendamento al pacchetto riforme per cancellare dalla Costituzione (articolo 81) l’obbligo del pareggio di bilancio introdotto con il fiscal compact.
E non importa che ai tempi del governo Monti (quando quel provvedimento fu approvato) il primo firmatario di quella legge fosse proprio l’ex segretario Pd, Pier Luigi Bersani.
Perchè, sottolinea D’Attore “lo diciamo chiaramente, abbiamo commesso un errore. È una linea che non ha prodotto risultati economici, il debito è persino cresciuto. In questo senso proponiamo la modifica dell’articolo, in questo senso stiamo promuovendo un referendum anti-austerity, in questo senso in Europa non si può avere un atteggiamento che alla fine risulta perdente rispetto alla Merkel”.
E il piano consiglia anche, attraverso una mozione già  presentata alla Camera dei deputati, di “utilizzare le risorse delle privatizzazioni di aziende pubbliche per finanziare iniziative di sviluppo industriale delle società  interessate o per finanziare un piano straordinario di investimenti produttivi per la riqualificazione delle periferie urbane, la messa in sicurezza delle scuole e dei territori a maggior rischio idrogeologico”.
Una ricetta quella “riformista” che al terzo punto, stando alla versione del parlamentare democratico, dovrà  prevedere “l’esclusione degli investimenti dal calcolo del deficit”.
Mentre al quarto una strategia molto più incisiva sull’evasione fiscale: “Anzichè tagliare del 3% le spese dei ministeri (così come ha proposto Renzi in un’intervista al Sole 24 Ore, ndr) — rilancia D’Attorre — si punti ad una lotta più incisiva sull’evasione fiscale, anche per evitare che a pagare siano i soliti noti: pensionati, dipendenti pubblici”.
Ma alle ricette economiche non si potrà  non affiancare una forte presa di posizione sul ruolo del partito e sulla gestione della segreteria.
Una segreteria che non è stata più convocata dal giorno in cui Renzi ha varcato l’ingresso di Palazzo Chigi.
Infatti, prosegue D’Attorre, “il primo punto da capire è se la segreteria debba avere un ruolo politico o essere un appendice di Palazzo Chigi. Ancor prima della gestione unitaria dobbiamo capire se la segreteria gestisce qualcosa”.
Infine, al sesto e ultimo punto, la richiesta della minoranza sarebbe quella di apportare una modifica sostanziale alla legge elettorale, l’Italicum, introducendo le preferenze in modo tale da restituire ai cittadini il diritto scelta ai cittadini.
Modifica che il senatore Miguel Gotor, storico e consigliere politico di Bersani, motiva con questo ragionamento: “Non può funzionare una democrazia in cui hai una Camera di secondo grado, il nuovo Senato, e un’altra Camera di nominati. Questa non è una battaglia contro Renzi, magari è una battaglia contro Verdini e Berlusconi che hanno posto il veto sulle preferenze. Per quale ragione il Pd, quanto più appare forte sul piano dei risultati — vedi il risultato delle europee — quanto più appare meno autonomo e più condizionato da Verdini e Berlusconi?”.
Un programma ambizioso che i “sinistri” del Pd contano di presentare alla festa di fine estate di “area riformista”, che si terrà  dal 26 al 28 settembre nella Capitale, a Rione Testaccio.
E che potrebbe valicare i confini classici degli ex Ds: ovvero area riformista e i cuperliani. Conquistando anche l’area cattolica-popolare di Rosi Bindi e Beppe Fioroni, pronti con il fucile in mano a sparare un colpo al primo errore commesso dal premier-segretario.
Ieri Rosi ha iniziato a scaldare i motori: “Penso che le ministre di questo governo siano state scelte non solo perchè brave ma anche perchè giovani e belle”.
Ecco perchè, insiste una voce che corre fra i pochi parlamentari presenti alla ripresa dei lavori, “il tasso di casino aumenta al punto che qualcuno arriva a pensare al dopo Renzi. Addirittura i dalemiani si starebbero preparando a un governo a guida Mario Draghi“.

Giuseppe Alberto Falci

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D’ALEMA E BERSANI LA FESTA LA FANNO A RENZI: POCA UNITA’ ALL’APPUNTAMENTO NAZIONALE DEL PD

Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

I MAGGIORI APPLAUSI SONO ANDATI A CHI HA CONTESTATO IL PREMIER

“Se perfino con un’osservazione garbata, banale, dando atto al Governo dei suoi sforzi, se persino citando dati Istat si corre il rischio di essere insultati, non eÌ€ facile avere una discussione democratica in un grande partito”.
Massimo D’Alema in diretta al Tg3 ha il sorrisetto a mezza bocca delle grandi occasioni e lo sguardo brillante di chi eÌ€ pronto a rimettersi in gioco.
Alla festa nazionale di Bologna l’altroieri al governo e a Matteo Renzi non le ha mandate a dire. Alzata di scudi dei renziani, che hanno attribuito la sua vis polemica piuÌ€ che altro alla mancata nomina a Mr Pesc (il ministro degli esteri europeo) a favore di Federica Mogherini .
A Bologna la platea, piena, ha riso e applaudito.
Mentre lui, che ormai non ha piuÌ€ niente da perdere, si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. “Le principali funzioni in Europa, la presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Ue e la presidenza dell’Eurogruppo sono finite nelle mani dei conervatori.
La cancelliera Merkel ha ancora una volta conquistato una posizione dominante in Europa, questo non eÌ€ un grande risultato per i socialisti”.
L’aveva detto a Bologna e lo ripete in tv. Palcoscenico piuÌ€ ampio: bisogna sfruttare la ribalta. O battere il ferro finché eÌ€ caldo o fino a farlo diventare tale.
La Festa nazionale ha da sempre fornito un trend, un’indicazione all’anno che verraÌ€.
E quella che arriva da Bologna per ora è chiara: grande accoglienza per Pier Luigi Bersani, che da qui ci ha tenuto a ribadire che se lui fosse diventato premier si sarebbe dimesso da segretario.
Calore sincero per D’Alema.
Dibattito semi-deserto per l’asse del Nazareno, nelle persone di Lorenzo Guerini e Giovanni Toti.
Dibattito semi-deserto pure ieri per Dario Nardella, renzianissimo sindaco di Firenze, Virginio Merola, renziano delle ultime ore, sindaco di Bologna, Maria Carmela Lanzetta, ministro per gli Affari regionali.
EÌ€ il Pd che fu quello che infiamma i militanti. Non a caso, Renzi quest’anno la Festa l’ha ribattezzata non “democratica” ma”dell’UnitaÌ€” (mentre il giornale chiudeva).
Non a caso ha cercato fino all’ultimo di evitare le primarie per la presidenza dell’Emilia Romagna, pronto pure a cedere alle richieste di Vasco Errani e Bersani e imporre un candidato in continuitaÌ€ con la Giunta uscente, Daniele Manca, sindaco di Imola.
Non ci eÌ€ riuscito e nella contesa tra Stefano Bonaccini, ora nella sua segreteria nazionale, ma fino a ieri bersaniano, e Matteo Richetti, con lui fin dall’inizio, non si schiera: il primo ha dalla sua l’apparato del partito, proprio quello a cui il premier non puoÌ€ rinunciare, il secondo batte sulle parole d’ordine che hanno portato avanti la corsa della rottamazione, dal cambiamento in poi. Problemi.
A Bologna è stata accolta da folle deliranti la Boschi, tailleurino blu elettrico e passeggiata da tappeto rosso.
Renziana o no l’impressione eÌ€ che con la politica l’entusiasmo c’entri poco.
E il pieno l’ha fatto Oscar Farinetti, patron di Eataly, che ora si accinge a varare il consorzio Fico, una sorta di Disneyland del cibo, insieme alle Coop.
Contestato all’esterno, dentro l’hanno ascoltato in molti. Pubblico variegato, ma nel quale non mancavano rappresentanti di punta delle cooperative.
Tanto per restare al mondo precedente a Renzi, che questi non si puoÌ€ inimicare. Farinetti peraltro ha liquidato i problemi dei suoi dipendenti: “Lo sciopero? Lo hanno fatto in 3 su 100. E comunque, sono disposto a incontrare i lavoratori”. Con un autunno piuÌ€ che caldo alle porte, il dubbio sorge spontaneo: D’Alema e Bersani riusciranno di nuovo a intestarsi la battaglia contro il premier? I gruppi parlamentari sono quelli portati dall’ex segretario.
Per ora, le minoranze marciano divise, più occupate da questioni di leadership interne che da battaglie comuni.
Stefano Fassina ha capitanato un gruppetto di persone che ha presentato un emendamento per togliere il pareggio di bilancio dalla Costutuzione.
E D’Alema? “Noi parliamo di temi concreti”, dice. Lo stesso LiÌ€der Maximo cosiÌ€ ha liquidato l’iniziativa: “Altro che Costituzione, cominciamo ad allentare i vincoli di bilancio”.
In Senato eÌ€ in arrivo l’Italicum, alla Camera, la riforma costituzionale.
La battaglia eÌ€ assicurata. Fino a dove si spingeraÌ€? Difficile prevederlo oggi, molto dipenderaÌ€ da come va l’economia.
Se dovesse peggiorare ancora, tutto è possibile.
“Per ora, Renzi lo lavoriamo ai fianchi – spiega una cuperliana – non ci sono le condizioni per rompere. Per ora, peroÌ€”.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DELRIO TORMENTATO: ORA MEDITA L’ADDIO E PENSA ALL’EMILIA

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO CON RENZI E’ AI MINIMI STORICI: “ORMAI CONTO MENO DI VERDINI”

La poltrona vacante della Mogherini, e forse non solo quella.
Può accadere che nel governo si liberi a breve un’altra casella, meno prestigiosa nelle gerarchie del Cerimoniale ma sul piano operativo altrettanto importante, perchè di lì transitano tutti i dossier: quella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, occupata da Graziano Delrio. Secondo voci rimbalzate dalla sua terra, Reggio Emilia, il braccio destro del premier non respingerebbe affatto una candidatura alla presidenza della regione, nel posto che fu di Errani, qualora su di lui venisse fatta pressione dall’alto e dal basso. Anzitutto dal suo amico Renzi.
Che nel caso fosse d’accordo non potrebbe limitarsi a una pacca sulle spalle, accompagnata da un simpatico «in bocca al lupo»: Matteo dovrebbe esercitare tutto il peso della sua leadership per spianargli la via.
E in fretta, perchè restano solo 7 giorni per formalizzare l’eventuale candidatura Delrio alle primarie Pd.
Già  la corsa è lanciatissima, con i due principali competitor (5 in totale) che si danno battaglia sulle tivù locali.
Uno è Matteo Richetti, l’altro Stefano Bonaccini. Il primo ha appena accusato l’avversario, che gli ha risposto a tono, di incarnare l’«establishment», il vecchio apparato.
Siamo solo all’inizio. Molti stracci voleranno di qui al 28 settembre, data delle primarie.
Non che il Pd rischi di perdere le elezioni di metà  novembre: in Emilia Romagna è follia pensarlo.
Però lo scontro può causare danni d’immagine, tanto più che entrambi i duellanti sono renziani della prima ora. Una spiacevole guerra fratricida.
Se Delrio scendesse in pista, come invoca un gruppo di sindaci capitanati da Marcello Moretti, primo cittadino di Sant’Ilario, magari riporterebbe la pace tra i «rottamatori».
Però Renzi dovrebbe trovare gli argomenti giusti per far ritirare quei due.
Soprattutto, dovrebbe congedare il suo collaboratore più stretto. Lo farà ?
Se si dà  retta alla pentola di fagioli che bolle ininterrottamente da mesi nulla è da escludere.
I rapporti Renzi-Delrio risultano a un minimo storico.
Il sottosegretario ha perso progressivamente voce in capitolo. Certi suoi amici ne hanno appena raccolto uno sfogo che dice tutto: «Ormai conto meno di Verdini», fidatissimo ambasciatore berlusconiano…
Di qui una certa propensione a cambiare aria (il nome di Delrio ricorre in tutti i «totoministri» dell’ipotetico rimpasto).
Peraltro, fonti autorevoli del Palazzo assicurano che Renzi è in fase di recupero. Prova ne sia la visibilità  concessa a Delrio durante la presentazione del piano «Millegiorni», l’incarico di occuparsene insieme con la Boschi, le pubbliche carezze («voi sapete, è il mio fratello maggiore…»), quasi a stemperare le incomprensioni.
Comunque vada, la vicenda dà  la misura di quanto sia duro contemperare le fatiche da premier con quelle di segretario Pd.
Un doppio incarico contro cui ha sparato a zero D’Alema, dalla Festa dell’Unità  a Bologna.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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D’ALEMA BOCCIA RENZI: “RISULTATI INSODDISFACENTI, LA POLITICA ESTERA LA FA LA MERKEL”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“NON ABBIAMO UNA SEGRETERIA, IL PD NON PUO’ ESSERE IL MOVIMENTO DEL PREMIER”

Il governo? “Insoddisfacente”. Il partito? “Un movimento di Renzi”.
Ci voleva un Massimo D’Alema in forma smagliante, senza niente da perdere e arrabbiatissimo per sferrare un attacco all’arma bianca a Matteo Renzi.
“Diciamocelo, il vero dominus delle nomine europee è stata la Merkel”.
Si arriccia i baffi D’Alema sul palco della Festa nazionale dell’Unità  di Bologna. Si gratta l’orecchio. Non risparmia la pausa ad effetto. Ed elenca: “Vicino a lei è il presidente della Commissione europea, vicino a lei il presidente del Consiglio europeo, vicino a lei anche il presidente dell’Eurogruppo”.
Renzi durante il dibattito pubblico, neanche lo nomina.
Accanto a lui Pier Ferdinando Casini non risparmia la battuta: “Sembri invidioso”. E lui: “No, sono oggettivo”.
Il fu Lìder Maximo arriva in quella che fu casa sua tre giorni dopo che la nomina di Federica Mogherini a ministro degli Esteri europeo ha certificato la fine delle sue ambizioni internazionali.
Per capire quanto gli bruci basta sentire la risposta a chi gli chiede se è vero, come ha scritto Europa (a firma Fabrizio Rondolino, ndr) che è finita la sua carriera politica: “Europa… lei si occupa di stampa clandestina…”.
Poi la classica risposta dall’alto: “Sinceramente io continuo a fare quello che facevo prima. Sono presidente di un’istituzione culturale europea (la Feps, ndr) e faccio parte del gruppo dirigente del Partito socialista europeo”.
Ma intanto, boccia l’esecutivo: “Il governo fa degli sforzi, ma i risultati sono insoddisfacenti”. Adesso, “vediamo la manovra. A quel punto, comprenderemo meglio: i cittadini aspettano risposte sostanziali”. Guerra apta.
Eppure tra il Lìder Maximo e il giovane presidente del Consiglio non è sempre andata così.
Neanche sei mesi fa (era il 18 marzo) D’Alema aveva presentato con Renzi il suo libro sull’Europa al Tempio di Adriano. “Manderemo in Europa le nostre personalità  più forti”, aveva assicurato Matteo.
A molti era sembrata un’investitura in piena regola per D’Alema, che avrebbe fatto carte false per occupare quel posto.
Quel giorno, giocando sulla comune passione calcistica, aveva regalato al premier la maglia di Totti.
L’altro sembrava gradire o almeno fingeva di farlo. Nel nome della necessità  di assicurarsi l’appoggio dei dalemiani.
Ma poi Renzi ha usato tutta la sua autorità  per portare sulla poltrona di Mr Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) la Mogherini.
Fatto sta che D’Alema non si sottrae alle telecamere arrivando.
“L’annuncite”? Quel vocabolo “non è un neologismo. Il paragone: “L’Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un’attività  costante”.
Poi, ancora, sull’opportunità  che Renzi resti segretario del Pd: “Credo che un partito non possa essere il movimento del premier. Il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata”.
Ma come, gli obiettano ancora, se il Pd non ha mai avuto tanto consenso?
Ed ecco l’affermazione che pare un augurio (meglio, un malaugurio): “Il consenso è importantissimo, ma i partiti sono delle comunità  di persone che durano nel tempo, al di là  del consenso che possono avere in un’elezione e, magari, un po’ meno in quella successiva. Il consenso è un dato fluttuante”.
Assomiglia alla profezia di una Cassandra speranzosa. Poi si va sul palco. Ride e scherza il Lìder Maximo mentre discetta di politica internazionale. Rivendica l’intervento in Kosovo, ricorda che “sui Balcani ci hanno ascoltato”: perchè “gli americani ti ascoltano se hai gli attributi”.
Approfitta dei jeans rossi di Casini per prendere le distanze dal “giovanilismo”: “Va di moda, ma io sono uno che non si adegua”.
La platea (circa 400 persone) ride e applaude. Lui ci prende gusto.
Ecco un altro affondo: “È stato Obama a contestare gli attacchi degli israeliani alle scuole di Gaza. Il nostro governo non l’ha fatto”.
Quando arriva la domanda ufficiale sulla Mogherini si mantiene sobrio: “È una persona competente, è cresciuta nel partito, sono anni che si occupa di politica internazionale”.
Però, “quello che riuscirà  a fare non dipende soltanto da lei”.
Insomma, ininfluente. Perchè “la politica estera non è una competenza europea, ma nazionale. Francia, Regno Unito, Germania la vogliono fare loro”.
Finito il dibattito, stringe le mani, se ne va. Aria rilassata di chi non le ha mandate a dire. I rapporti con Renzi, che per mesi erano stati costanti, sono interrotti da quando è diventato chiaro come sarebbe andata a finire a Bruxelles.
Non è diventato Mr Pesc, ma D’Alema non rinuncia ad essere D’Alema.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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URLA, SPINTONI, E’ CAOS STASERA ALLA FESTA DELL’UNITA’ TRA NO TAV E MILITANTI PD

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

BLOCCATO IL DIBATTITO SULLE INFRASTRUTTURE, POI IL SERVIZIO D’ORDINE DEL PD RESPINGE L’ASSALTO

Tensione altissima e tafferugli tra una ventina di No Tav e i militanti del Pd alla Festa dell’Unità  di Genova.
Un gruppo di antagonisti stasera ha letteralmente invaso lo spazio dibattiti alla Festa dell’Unità  di Genova dove il vicesindaco Stefano Bernini e l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita stavano per iniziare il dibattito.
Dopo qualche momento di tensione con la sicurezza del Pd, guardati a vista dalla polizia – che però non è intervenuta, su indicazione stessa dei dirigenti democratici –   il gruppo ha imbrattato con vernice rossa il cartellone della festa e hanno urlato slogan contro la Tav, il Pd e contro il procuratore di Torino Giancarlo Caselli.
A questo punto , mentre dal gruppo di No Tav   salivano grida di “fascisti” agitando i bastoni delle bandiere, i militanti del Pd, tra cui i segretari regionale e provinciale Giovanni Lunardon e Alessandro Terrile, ma anche molti dei presenti, hanno letteralmente spinto fuori i contestatori dallo spazio dibattiti dove la discussione è ripresa mentre molti degli astanti gridavano “democrazia, democrazia” e sullo striscione imbrattato – sono state lanciate anche alcune uova –   è stato aggiunto “Genova è democratica”.
I contestatori sono risaliti su per i vicoli lasciando l’area di piazza Caricamento, mentre gli uomini della sicurezza restano nella piazza, dove la maggioranza degli stand commerciali ha chiuso i battenti.
“E’ una cosa inaccettabile, le persone che hanno costruito queste feste sono le stesse che si sono battute per la democrazia – dice l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita, che insieme a Bernini era invitata a partecipare al dibattito.

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TARANTO, ELEZIONI PROVINCIALI: SBOCCIA L’INCIUCIO TRA PD E FORZA ITALIA

Agosto 31st, 2014 Riccardo Fucile

I DEM SOSTERREBBERO TAMBURRANO, SINDACO FORZISTA DI MASSAFRA, IN CAMBIO DELLA VICEPRESIDENZA… IL PATTO SANCIREBBE L’ALLEANZA CON GIANCARLO CITO

“Verificare le condizioni per la più ampia convergenza di forze politiche disponibili e per il più qualificato ruolo protagonista del Pd ionico”.
È il mandato che la direzione del Partito democratico della provincia di Taranto ha conferito al segretario Walter Musillo in vista delle prossime elezioni provinciali di fine settembre.
Che significa? Nei fatti vuol dire che il Pd tarantino, nelle consultazioni per eleggere l’amministrazione di “secondo livello” della provincia ionica, è pronto a sostenere un candidato proveniente anche da Forza Italia.
La notizia è giunta al termine di una riunione del direttivo tarantino in cui è passata a maggioranza la mozione dei democratici che fanno capo al deputato Michele Pelillo. E se ufficialmente l’alleanza con i berlusconiani non è menzionata, ufficiosamente il patto sarebbe già  stato sancito con Martino Tamburrano, sindaco forzista di Massafra, piccolo comune alle porte di Taranto.
Al Pd, in cambio, andrebbe la vice presidenza.
Il Pd quindi ha escluso a priori l’ipotesi di votare Ippazio Stefà no, il sindaco ex vendoliano del comune ionico con cui insieme governano da anni la città  dei due mari e che si è autocandidato alla guida della Provincia.
L’ipotesi Tamburrano, quindi, è più che concreta e ha creato un certo scompiglio negli stessi iscritti al Pd: i dissidenti hanno presentato una mozione per costringere il direttivo a puntare su un candidato democratico, ma senza successo.
Ora, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, nella terra dell’Ilva, Pd e Forza Italia potrebbero presentarsi con unico candidato.
Ma che ne pensano i cittadini? Nulla, visto che il nuovo sistema varato dal Governo stabilisce che per le province di secondo livello il compito di eleggere il presidente e i consiglieri spetta ai sindaci, ai consiglieri comunali del territorio e ai consiglieri provinciali uscenti.
In sostanza, un affare per addetti ai lavori.
E questo, probabilmente, spiegherebbe anche la strategia scelta dai “pelilliani”. L’inchiesta “ambiente svenduto” sui legami tra i vertici dell’Ilva e la politica ionica, infatti, ha completamente travolto il Pd ionico che per ritrovare il “più qualificato ruolo protagonista” sembra quindi destinato a diventare la stampella di Forza Italia. Ma c’è di più.
Sostenere Tamburrano, infatti, non significa solo allearsi con i berlusconiani, ma anche con il nemico politico di un tempo: Giancarlo Cito.
L’ex sindaco ed ex parlamentare condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, infatti, nei mesi scorsi ha scelto di far confluire il suo movimento At6 nei ranghi di Forza Italia.
Tutti insieme appassionatamente insomma: ex comunisti, ex democristiani ed ex manganellari.
Le speranze dei dissidenti, però, non sono ancora spente.
L’ultimo rifugio si chiama Michele Emiliano: il presidente del Pd pugliese, infatti, martedì incontrerà  i democratici tarantini per tentare di sanare una ferita che, a detta di molti, segnerebbe la morte celebrale del Pd ionico.

Francesco Casula

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