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LA FESTA DELL’UNITA’ CAMBIA MENU TRA TORTELLINI, MOJITO E COLTELLATE

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

SULLO SFONDO LA CORSA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA: BONACCINI CONTRO RICHETTI

Ora che tutti sono renziani, in Emilia Romagna, si fa un po’ fatica a spiegare a Maria, studentessa tedesca qui per un master in politiche comunitarie, che quella che si gioca in queste ore non è affatto una partita fra “amici di Matteo”.
Ma che , anzi, l’unico che davvero poteva dirsi amico di Matteo è sulla carta il più debole, gli altri sono tutti politici che vengono dalla nidiata di Errani e Bersani ma ora sono renziani, certo. Un po’ perchè qualcuno opportunamente ha cambiato idea, più in generale perchè i nomi delle cose non sempre corrispondono alle cose.
Qui per esempio Maria sta bevendo un mojito servito in un verde baretto ambulante a forma di lime davanti al ristorante «Macondo» ma non siamo in Colombia, difatti ai tavoli servono tortellini e lambrusco, e del resto anche la Festa porta il nome di un giornale che non esce più in edicola ma l’importante è il brand.
“In che senso?”. Nel senso che l’importante è non disfarsi di un marchio che funziona e tenere l’orecchio teso a quel che vuole la gente: è il mercato, è così. Festa dell’Unità , candidato renziano. Suona meglio, funziona.
E la rottamazione, il rinnovamento?, domanda Maria in apprensione, a settembre deve scrivere una tesina.
Ecco appunto. La prima Festa dell’Unità  di Renzi presidente, qui al Parco Nord di Bologna, segna il minuto esatto in cui alla prova del governo nelle regioni rosse, Toscana ed Emilia, gli uomini forti del partito-di-prima sono invitati a restare pure al loro posto nel partito-di-dopo. Rossi in Toscana, Bonaccini in Emilia.
Un «rinnovamento nella continuità », dice sorridendo Sergio Cofferati che di questa città  è stato pregato di fare il sindaco.
«Evidentemente adesso al premier conviene così: tenere buone le alleanze di governo nazionale in cambio di una certa tolleranza nelle roccaforti ex Ds. Non è che Renzi non sappia di chi può fidarsi e di chi no, che non veda la data della carta d’imbarco sul suo volo. Anche quelli arrivati l’altro ieri se servono sono i benvenuti. Poi certo, ogni tanto qualcuno si fa male e in Emilia in particolare bisogna stare attenti ai sorrisi. Spesso a tavola il menù è tortellini, cotechino e una pugnalata per dessert».
Fuori di metafora i volontari allo stand del gioco del tappo, alla Festa, dicono che Stefano Bonaccini il segretario regionale come candidato è meglio di Manca sindaco di Imola perchè «tiene insieme il vecchio e il nuovo, con Manca hanno provato a far saltare le primarie ma non poteva funzionare. Manca renziano proprio non è». Infatti no.
Daniele Manca era stato indicato da Bersani ed Errani, Renzi aveva detto ok ma poi Debora Serracchiani ha fatto un giro tra i circoli, ha dato uno sguardo ai sondaggi, ha letto le mail e ha valutato che non fosse una buona idea.
Ci sarebbero stati comunque altri candidati. Matteo Richetti, per esempio: «Che già  a luglio diceva a Montecitorio: “Se non mi candido adesso quando lo faccio?”
Aveva già  deciso. D’altra parte Renzi lo teneva in un cono d’ombra inspiegabile con ragioni solo politiche», dice Sandra Zampa, prodiana, seduta in prima fila al dibattito della Festa.
Matteo Richetti si è candidato con un post su Facebook l’altro ieri.
Erano venti giorni che taceva. Alla Leopolda degli inizi, in tempi di renzismo aurorale e a Palazzo irriso, il premier lo esibiva come la sua quinta colonna in Emilia: «Abbiamo con noi un pezzo di Modena».
Poi, nel tempo, il freddo. Nessun incarico di partito, nessun incarico di governo.
Sui motivi personali del distacco, apparenti dissapori su comuni amicizie, tutti si attardano e insieme sorvolano nelle notti bolognesi.
«Certo motivi di natura politica non ce ne sono stati a meno che non si voglia attribuire tutto al voto contrario di Richetti all’ingresso nel Pse», dice Elly Schlein, classe 1985, la civatiana di Occupy Pd che con 53700 preferenze ha strappato il seggio all’europarlamento al veterano Caronna.
«A me piacerebbe che si parlasse dei temi: i rifiuti, gli inceneritori, l’immigrazione, i diritti. Che non si giocasse una partita già  scritta, con Bonaccini segretario e gli altri che fanno da comparse, ma non so se siamo ancora in tempo».
Le primarie sono fra meno di un mese, il 28 settembre.
Palma Costi, già  lettiana sostenuta nelle zone colpite da terremoto, potrebbe ritirarsi già  oggi. Resterebbero in quattro.
Il romagnolo Roberto Balzani, radici repubblicane, laico, ambientalista. Patrizio Bianchi, ex rettore di Ferrara, presidente di Nomisma quando Prodi si candidò con l’Ulivo, profilo altissimo di intellettuale cattolico.
Oltre ai prodiani potrebbero convergere su di lui i voti della sinistra Pd, cattolici di base passati per Sel come l’assessore bolognese Amelia Frascaroli, i civatiani. Pippo Civati: «In Emilia si è rimandato il congresso regionale di febbraio, poi mai fatto. Siamo di fronte alle consuete trattative interne tra aree. Sono sempre i soliti che decidono».
Civati potrebbe avere peso come coalizzatore di dissenso, il rafforzamento di Bianchi rendere meno scontata la corsa tra Bonaccini e Richetti.
D’altra parte, dice Amelia Frascaroli con occhi limpidi come la sua storia, «le primarie non è serio farle sempre finte». Lei, con Flavia Prodi e quella che ai tempi di don Nicolini era la sinistra bolognese della Curia, lavora da quarant’anni dalla parte degli ultimi.
Si candidò alle primarie a sindaco contro Merola, che allora era bersaniano oggi renziano. «Sono nonna di quattro nipoti, cerco di lavorare a progetti di economia sociale, provo a pensare che lavorando si riescano a cambiare le cose ma quelli che prima fanno e poi dicono sono mal sopportati dal sistema. Ci sopportano. La balcanizzazione della politica della sinistra è il risultato di infiniti giochi di palazzo, sempre gli stessi anche se cambiano i nomi. Sono tutti dentro al gioco, quello che conta è il gioco».
Un gioco grande, perchè non si tratta mica solo della mappa del potere renziano. Alle feste dell’Unità  emiliane Renzi aveva già  vinto tre anni fa, quando le volontarie in cucina dicevano: darà  lavoro ai nostri figli, ha la loro età .
La partita è sul governo di una regione ancora fra le più ricche e produttive d’Italia, sul suo modello di sviluppo.
Nel 2015 in Emilia si fa il presidente della regione, a Bologna cambiano il rettore e il vescovo. Tre stanze del potere decisive.
La partita del rettorato seguirà  fatalmente quella politica, Ivano Dionigi non può ricandidarsi e il Pd vincente deciderà  su chi puntare: se sul rinnovamento davvero o sulla continuità , i nomi sono già  sul tavolo.
Il vescovo Cafarra, destra della Curia vaticana, lascerà  il passo – qui tutti sperano – ad un uomo di Bergoglio.
«Delle tre partite la più interessante, direi l’unica, mi pare quella del vescovo», dice Franco Bifo Berardi, scrittore filosofo protagonista dagli anni Sessanta della vita politico- culturale bolognese.
«Il mondo va da un’altra parte, la politica non crea più nulla non ha oggetto nè visione, replica se stessa all’infinito in uno scacchiere di potere. Le cose cambiano sul terreno della società , e in Italia l’unico vero rinnovatore oggi è il Papa».
Alla Festa inizia il dibattito tra Fassino, Zingaretti, Bonaccini. Richetti, unico renziano doc e solo oustider nella corsa, non è stato invitato alla discussione sul buongoverno.
«La burocrazia di partito non fermerà  quel che fa crescere il paese», dice. Diventa difficile spiegare a Maria che la burocrazia di partito, in questo caso, porta le insegne di Renzi.
Ma è anche vero il contrario, perchè ora che non c’è chi non possa dirsi renziano il vero “uomo di Matteo” si conoscerà  alla fine.
Sarà  quello che vince.

Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)

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PD, IL PARTITO CHE NON C’È: RENZI PRIMA VOLEVA LE PRIMARIE, ORA CHE COMANDA LUI NON SONO PIU’ NECESSARIE

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

SENZA UOMINI E SENZA SOLDI: SEI MESI DI RENZI HANNO SVUOTATO IL PARTITO

Un anno fa, di questi tempi, preparava la rentrèe dopo la pausa estiva alle feste dell’Unità  di Forlì e di Reggio Emilia, nel cuore del popolo rosso, perchè il Pd era tutto da conquistare.
E sul tavolo da sindaco di Firenze si ammucchiavano le slide dell’agenzia Proforma sul buon governo della città , per dimostrare al mondo (e soprattutto all’inquilino di Palazzo Chigi Enrico Letta) che l’unica cosa a interessargli era la campagna per la rielezione a Palazzo Vecchio.
«Mi metto di lato», giurava con chi lo andava a trovare.
Il passo laterale di un anno fa, invece, ha portato alla crisi del governo Letta.
E oggi Matteo Renzi è alle prese con altri dossier: dagli asili nido e le isole pedonali al consiglio dei ministri del 29 agosto, la ripartenza del governo su giustizia, scuole, infrastrutture, il “segnale” richiesto al premier dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi nel vertice estivo di Città  della Pieve, le riforme strutturali, da ora in poi meno battute su Twitter, meno cronoprogrammi irrealizzabili, si fa sul serio.
E poi il Consiglio europeo con all’ordine del giorno la nomina del ministro degli Esteri Federica Mogherini a vicepresidente della commissione Ue e alto rappresentante dell’Unione in politica estera, su cui Renzi ha speso tutto il capitale politico incassato con la vittoria alle europee di maggio.
Un nuovo cambio di marcia: il ritmo sfiancante dei primi cento giorni viene sostituito dall’andatura lenta del maratoneta. Mille giorni per trasformare l’Italia, ma intanto la fine dell’estate restituisce l’immagine di un premier sempre più solo al comando.
Nel governo, dove l’annunciata cabina di regia economica è per ora affidata all’autostima dei singoli che sono sicuri di farne parte, come il deputato Yoram Gutgeld che va in giro dicendo: «La legge di stabilità  la scriverò io».
E nel partito, il Pd, che dopo sei mesi di doppio incarico renziano, premier e segretario, si ritrova con una inattesa valanga di voti che piomba su un partito svuotato di idee, uomini, partecipazione. E di risorse economiche.
Dal 22 febbraio, giorno in cui il governo Renzi ha giurato al Quirinale, la segreteria del Pd è dimezzata: in quattro (Maria Elena Boschi, Federica Mogherini, Marianna Madia, Luca Lotti) si sono trasferiti nei palazzi ministeriali.
Dopo vari tentativi, organigrammi compilati e poi bruciati, si è deciso di rimandare tutto a dopo l’estate.
E le sovrapposizioni tra partito e governo continuano: il responsabile economia di largo del Nazareno Filippo Taddei da mesi è dato in via di trasferimento nel gruppo di economisti di Palazzo Chigi. In attesa del trasloco è rimasto appeso il programma della festa nazionale del Pd a Bologna: con che ruolo collocare Taddei? Nulla di fatto.
I superstiti sono coordinati dal vice-segretario Lorenzo Guerini, di felpata scuola democristiana e grande capacità  di ascolto, una camera di compensazione, lo sfogatoio di tutte le inquietudini che si agitano nel partito: litigi, ambizioni personali, angosce esistenziali, ansia di abbandono.
Non più incanalate nelle correnti e nelle famiglie tradizionali. Orfane dei leader di sempre, quasi scomparsi anche nel programma della festa nazionale del Pd a Bologna. Anna Finocchiaro? Non pervenuta. Gianni Cuperlo, l’ex sfidante di Renzi alle ultime primarie? Non c’è. Beppe Fioroni, Franco Marini? Nessun invito. Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani? Ci saranno, ma da comprimari.
E l’unico ad apparire da solo sul palco, a concludere la festa, inutile dire chi sarà . Succedeva così anche ai tempi dei segretari generali del Pci, in fondo.
«È tutto affidato a un’estrosa individualità : la sua», fotografa un renziano della primissima ora. I
l PdR è un paradosso: mai così ricco di voti (in percentuale, perchè in termini assoluti il primaro spetta al Pd di Veltroni nel 2008: altra epoca), mai così povero, e non per metafora.
Nel rendiconto del 2013 presentato due mesi fa dal tesoriere Francesco Bonifazi, avvocato fiorentino e deputato renziano, c’è una voragine di10,8 milioni di euro.
La fine del 2014 e il 2015 si annunciano di lacrime e sangue, con l’obiettivo di arrivare a un bilancio in pareggio, un’impresa che in scala minore ricalca la mission impossible del commissario governativo Carlo Cottarelli: taglio del quaranta per cento delle spese per servizi (373 mila euro se ne sono andati nell’ultimo anno soltanto per la gestione del sito web) e consulenze, nel 2013 hanno superato il milione di euro («un costo oggettivamente elevato», commenta in modo british Bonifazi).
Eliminare il mezzo milione di euro finito nell’organizzazione di assemblee nazionali tanto affollate quanto spesso politicamente inconcludenti, il milione per le spese della segreteria, il milione per le sedi nazionali di via Tomacelli e via del Tritone, oltretutto deserte.
La spending review di largo del Nazareno è imposta non solo da esigenze di risparmio, ma dalla fine dei rimborsi elettorali, il finanziamento pubblico che rimpinguava le casse dei partiti, già  dimezzato quest’anno (per il Pd entreranno 12 milioni anzichè 24) e destinato a esaurirsi nel 2017.
Via libera ai finanziamenti alternativi, le sponsorizzazioni degli stand delle feste, la parola magica di ogni associazione privata, il fund raising.
Una mini-struttura era già  stata messa in piedi un anno fa dalla segreteria Epifani, ma risulta inattiva.
Le cene di autofinanziamento vagheggiate da Renzi sono una goccia nel mare. E non fa ben sperare il bilancio della parallela fondazione Open (la ex Big Bang), costituita da Renzi a Firenze, che nell’anno di massima ascesa nazionale dell’ex sindaco ha raccolto poco più di un milione e ha chiuso in leggero passivo.
In compenso ha portato fortuna ai componenti del consiglio direttivo: una è diventato ministro (la Boschi), un altro si è trasferito a Palazzo Chigi con Renzi (il sottosegretario Lotti), il presidente Alberto Bianchi è stato nominato dal governo nel cda dell’Enel, il quarto nome è l’eminenza grigia del renzismo Marco Carrai.
Il modello del partito pesante di apparato è in via di estinzione come i dinosauri, per mancanza di cibo; la leggenda del partito leggero, agile, capace di funzionare grazie ai finanziamenti privati è tutta da scrivere, per ora.
La strada del due per mille è considerata da Bonifazi “aleatoria”.
Ma è un’emergenza che il PdR dovrà  affrontare alla ripresa: in vista ci sono primarie, campagne elettorali regionali in autunno e in primavera, la necessità  di consolidare e allargare il 41 per cento delle europee.
Per qualcuno, in realtà , questo è un obiettivo minimale, si dovrebbe fare molto di più: la cinghia di trasmissione, come si sarebbe detto un tempo, tra il leader, il governo e la società . «Condivido quello che dice Renzi: rivoluzionare i salotti, gli intellettuali, l’establishment. Ma per farlo serve un partito», spiega l’ex giovane turco Matteo Orfini, che nell’estate che si conclude ha festeggiato i quarant’anni e la nomina a presidente del Pd dopo aver contrastato per anni la scalata di Renzi alla leadership nazionale.
«Non possiamo pensare che faccia tutto da solo. Nel resto d’Italia, a livello locale, il Pd è ancora un partito respingente».
Poco ci manca per tornare a un antico schema, “a voi il governo, a noi il partito”, anche perchè intanto è diventato maledettamente difficile stabilire cosa si intende per “voi” e “noi” (prima erano gli ex dc e gli ex pci, ora chissà ).
Ma tanto basta per far preoccupare i protagonisti della rivoluzione renziana che si vedono accerchiati. «Eravamo come gli scozzesi di Braveheart, siamo finiti con gli inglesi che fingono di parlare come noi. Abbiamo vinto e ci siamo fatti colonizzare», sospirano.
Le primarie, benzina nel motore di Renzi quando c’era da dare l’assalto al quartier generale e considerate il dna del nuovo partito, non sono più un totem intoccabile: sono saltate in Piemonte con Sergio Chiamparino, non si faranno neppure in Toscana con la riconferma di Enrico Rossi per investitura diretta di Renzi in un’intervista televisiva. Anche in Emilia si cercava la candidatura di un discendente della Ditta post-Pci, fino allo strappo di Matteo Richetti, renziano pensante e autonomo, tra i pochissimi a dissentire nel voto sull’adesione del Pd al Pse.
E la dirigenza nazionale rischia di perdere un altro pezzo: la vice-segretaria del Pd Debora Serracchiani, appena nominata e già  in regime di doppio incarico (è stata eletta solo un anno e mezzo fa presidente della regione Friuli-Venezia Giulia), potrebbe trasferirsi alla Farnesina al posto della neo-commissaria Ue Mogherini
Un triplo salto mortale, dalla regione al partito al governo, che spiega più di mille analisi l’essenza del partito renziano, specchio e laboratorio del metodo Renzi esportato nel governo.
Rapidità  e improvvisazione, nessun gioco di squadra e ruoli interscambiabili tra Pd e ministeri perchè alla fine l’unico giocatore che conta è il Capitano.
Anche a costo di svuotare del tutto il più votato partito italiano.
Oppure di meditare, per l’autunno, una nuova riunione alla stazione Leopolda, per incontrare l’unico popolo che davvero Renzi porta nel cuore. Il suo.

Marco Damilano
(da “L’Espresso“)

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RENZI, SOTTO IL SECCHIO NIENTE

Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile

NELL’ESTATE DEL COATTO TRIONFANTE E DEI POLITICI CHE CONFONDONO IL KURDISTAN CON IL CARDIGAN, NESSUNA MERAVIGLIA CHE PRESIDENTE DEL PD   SIA TALE MATTEO ORFINI, SPECIALISTA VOLTAGABBANA

Nell’estate del coatto trionfante, del presidente del Consiglio dei ministri che si prende a secchiate d’acqua per fare beneficenza a favore di telecamera e soprattutto a costo zero, delle ministre ritratte in retrospettiva col photoshop che fa quello che può, della riforma costituzionale in quattro e quattr’otto col trolley dietro la porta, delle vecchie armi arrugginite inviate ai curdi come le perline colorate agli indios e i farmaci scaduti agli africani, per giunta da parte di politici che confondono il Kurdistan col cardigan, va rovesciato il vecchio adagio “un popolo ha la classe politica che si merita”.
Semmai è vero il contrario: una classe politica ha il popolo che si merita.
I turisti italioti che sfoderano il pisello a Barcellona sono l’effetto collaterale degli auto-gavettoni e dei tweet tamarri del premier a base di “maddeche”.
Ve li immaginate De Gasperi, Einaudi, Togliatti, Fanfani, Moro, Berlinguer, Almirante, La Malfa che s’infradiciano d’acqua gelida su richiesta di Fiorello?
Poi uno si meraviglia se il presidente del maggior partito è Matteo Orfini, che non avrebbe sfigurato con Totò sul wagon-lit: “Onorevole lei, con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!”.
L’altro giorno Orfini, nel penoso tentativo di nascondere il patto Pd-Berlusconi sulla giustizia, non ha trovato di meglio che twittare (comunica solo così, come i ragazzini ipnotizzati dall’iPhone): “I grillini rifiutano il confronto sulla riforma della giustizia… coi terroristi bisogna interloquire, ma guai a farlo col governo…”.
Solennissima sciocchezza, visto che Di Battista non s’è mai sognato di affermare che i 5Stelle debbano dialogare con l’Isis: semmai le diplomazie.
Renzi, altro compulsivo dell’hashtag, ha subito ritwittato l’orfinata, salvo poi accorgersi che era troppo grossa persino per i suoi standard.
Allora ha precisato che non era sua intenzione accusare la forza politica più votata in Italia nel 2013 di parlare solo coi terroristi.
Ma Orfini ha ribadito il concetto a Repubblica, che proprio non sapeva come riempire una pagina: “I 5Stelle vogliono aprire il dialogo con i jihadisti dell’Is e poi rifiutano di parlare col governo del loro paese”.
Non è ben chiaro che cosa c’entri un’analisi sul Medioriente con la presunta riforma della giustizia in Italia.
Ma la domanda è oziosa: le parole, per Orfini, sono riempitivi accidentali per dimostrare la propria esistenza in vita.
Alla tenera età  di 40 anni, l’altro Matteo è già  riuscito a essere dalemiano,bersaniano, giovaneturco e renziano.
Nell’aprile 2013 giurava: “Fra Marini e Rodotà  scelgo Rodotà ”. Poi votò Napolitano. Larghe intese con B.? Giammai: “Un governo Pd-Pdl e senza Grillo è impensabile, non esiste in natura. Al governo con Berlusconi ero e resto contrario”. Poi votò il governo Letta, con B. e senza Grillo.
Il 26 agosto disse all’Unità : “Se il governo Letta cade non vedo altra strada che il voto”.
Poi Renzi iniziò la fronda a Letta e Orfini lo ammonì: “Basta provocare, faccia il segretario e la smetta con certe guasconate”.
Poi Renzi pugnalò Letta e prese il suo posto con l’appoggio di Orfini, promosso a presidente.
Lui che due mesi prima aveva votato Cuperlo contro Renzi, “sedotto dalle sirene liberiste di questi ultimi venti anni”.
Infatti — tuonava — “Renzi premier sarebbe una follia”, “è l’ultimo giapponese di una linea abbandonata in tutto il mondo”, “mi ricorda i Righeira e gli Europe, fa scelte estetico-musicali da paninaro.
La sua idea della politica spettacolo è figlia di quegli anni”. “È passato dalla rottamazione al riciclo. L’allegria con cui si passa da veltroniani a bersaniani a renziani senza provare a giustificare i propri cambiamenti è un male storico del Pd. E questa ipocrisia è un problema per chi si candida a cambiarlo: non si può pensare di rivoluzionare il Pd con Veltroni, Bettini, Franceschini e Fassino, che tentano di abbracciare chi è ritenuto il vincitore pur essendo l’opposto della rivoluzione di cui parla Renzi. Non si possono premiare opportunismo e trasformismo. Altrimenti portiamo nel nuovo partito tutti i vizi e i difetti del vecchio Pd. Renzi doveva cambiare il partito, ma forseilpartitohacambiatolui.L’abbracciomortale lo sta portando sempre più verso un patto di oligarchi”.
Mancava solo Orfini.
Poi è arrivato.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ABBRACCIO CON BERLUSCONI SUI TEMI ECONOMICI IMBARAZZA IL PD

Agosto 10th, 2014 Riccardo Fucile

CRESCONO LE DIVISIONI ALL’INTERNO DEI DEMOCRAT

Che sia solo una vampa d’agosto, o l’inizio di una strategia d’autunno più strutturata, fatto sta che il pressing dei forzisti per entrare nell’area di governo non conosce soste. Dopo i baci e gli abbracci bipartisan in Senato per il sì alla riforma costituzionale, dopo il timbro del capogruppo di Fi Paolo Romani – “questa è una riforma che porta le firme di Renzi e Berlusconi” – i forzisti vogliono dire la loro anche sulle ricette economiche per dare una frustata che rilanci la crescita.
E non solo dai banchi dell’opposizione.
Esattamente un anno dopo la condanna Mediaset, che convinse Berlusconi al divorzio con Enrico Letta, la strategia si è invertita.
“Abbiamo capito un anno prima quello che Silvio ha capito adesso, ma non è colpa nostra”, sorride Gaetano Quagliariello del Nuovo Centrodestra.
I renziani per ora fanno muro, separano con nettezza il dialogo istituzionale dalle ricette economiche. –
“Non sono nelle mani di Berlusconi, la mia maggioranza è la più solida della Seconda Repubblica”, dice il premier. “Non c’è possibilità  che Fi entri nel governo, siamo due mondi separati”, gli fa eco la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi.
E tuttavia il tema è sul tavolo, in vista di un autunno che si preannuncia caldo.
“Solo la collaborazione tra Renzi e Berlusconi può salvare il Paese da rischio di un commissariamento europeo”, dice la senatrice forzista Manuela Repetti.
Ma al Nazareno questa ipotesi non è neppure presa in considerazione: “Lo escludo nel modo più assoluto”, spiega all’Huffington Post il responsabile economico Pd Filippo Taddei.
“La nostra linea in economia è riformista, nettamente progressista, a partire dalla riduzione delle tasse sul lavoro, l’estensione degli ammortizzatori sociali e l’idea di welfare che vogliamo ristrutturare per renderlo più efficiente”.
“Non crediamo allo stato minimo o al liberismo selvaggio, per noi in economia esistono ancora una destra e una sinistra”, dice Taddei, che giudica “poco credibile” l’offerta dei forzisti.
Taddei esclude ogni ipotesi di commissariamento dell’Italia da parte della Troika.
E si fa carico delle tante preoccupazioni emerse in queste settimane nella minoranza dem a proposito dell’asse con Verdini. E del rischio che questo tracimasse fuori dalla sfera istituzionale, paventato sia da Bersani che da Fassina.
Tuttavia Cesare Damiano, ex Fiom ed esponente di punta della minoranza Pd, risponde in modo inatteso alla strategia berlusconiana: “La strategia dell’ex Cavaliere ha una sua razionalità : dopo essersi dimostrato affidabile sulle riforme in Senato punta a offrire al premier una collaborazione strutturale, a svuotare Ncd e a sostituitlo come partner di governo. E io credo che, tutto sommato, nell’ambito di un’alleanza innaturale con un pezzo di centrodestra, Berlusconi sarebbe un alleato migliore…”.
In che senso? “Dico che, stando nel perimetro delle larghe intese che io considero innaturale, sia meglio un alleato che non ha la necessità  di alzare ogni giorno il tiro per dimostrare che esiste. Che non è a rischio di sopravvivenza, e dunque non ha bisogno di sollevare temi come l’articolo 18 che hanno estenuato anche i più pazienti, e che non interessano più neppure alle imprese…”.
Un abbraccio mortale del Cavaliere? “Non credo che Renzi abbia molto da temere, Berlusconi vuole tornare a occupare un posto egemonico a destra, e comunque anche oggi siamo alleati con un pezzo di centrodestra”, conclude l’ex ministro del Lavoro.
Per ora, c’è da fare argine al pressante corteggiamento di Berlusconi.
E l’ex Cavaliere, in questo ambito, resta un osso duro.

(da “Huffingtonpost“)

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SUL WEB E’ UN CORO DI CRITICHE DELLA BASE PD: “SIETE COME BERLUSCONI”

Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile

“IN SEI MESI NON HA FATTO NULLA”…”NON SI CAMBIA LA COSTITUZIONE A COLPI DI MAGGIORANZA”… “HA RAGIONE MINEO, AL REFERENDUM VOTERO’ NO”… “BENIGNI, NANNI MORETTI: PERCHE’ STATE ZITTI?”

Riforma del Senato approvata, baci e abbracci in aula, ma la rete non festeggia. Twitter, Facebook, perfino il sito di Repubblica sono stati tempestati da commenti negativi, di protesta e di manifesta delusione.
Matteo Camarda su Twitter — come immagine profilo un ritratto di Gramsci — scrive: “Cambiare la Costituzione in maniera autoritaria senza dibattito e con un parlamento illegittimo, e non è Berlusconi, ma il Pd a farlo”; Antonella Sassu la mette sul personale: “Si può sapere che gli ha fatto di male la Costituzione al Pd?”.
Sulla stessa linea anche Vania Pederzoli: “La svolta Renzi sarebbe stata quella di applicarla, la Costituzione, non distruggerla assieme a Berlusconi”.
Anche Stefano Coccia punta sulla sintonia tra Pd e Forza Italia e scrive: “Se questa riforma della Costituzione l’avesse fatta Berlusconi premier, il PD avrebbe riempito le piazze”.
Sul sito di Repubblica i toni sono gli stessi: “Non sarà  più la Costituzione di tutti gli italiani. Non si modificano le regole di convivenza a colpi di maggioranza e contro le opposizioni”; segue un commento che sembra un consiglio: “Caro Renzi, nessuno vuole fermare il cambiamento, anzi tutti lo vogliono. Il problema è che in sei mesi non hai fatto nulla, perchè la tanto elogiata riforma del Senato non darà  alcun apporto al superamento dei nostri numerosi problemi”, e ancora “Di tutte le sparate sulle riforme, l’unica che sta portando avanti (peraltro malissimo) è quella che serve meno”.
Sul profilo Facebook del Partito Democratico interviene Tiziano Bastoni: “Sono (ero?) un elettore del Pd, ma questa riforma proprio non mi piace. Le obiezioni di Mineo sono tutte valide. Al referendum confermativo voterò no”.
In tanti invocano i simboli della società  civile di sinistra, e si stupiscono dei suoi silenzi.
Il più chiamanto in causa è il comico toscano che tanto aveva appassionato l’Italia con la sua lettura della Costituzione.
Scrive Walter: “Dove sono finiti Nanni Moretti, Benigni, Eco, Saviano, Lerner, perchè si sono nascosti dinanzi allo sfascio Italia del #PD? #VacanzeSerene”.
Gli fa eco Alessandro: “Scempio della Costituzione e #Benigni e co. tacciono o riveriscono #Renzi”.
Proteste anche da Carla “#RobertoBenigni, come mai non dici nulla sulla porcata, voluta dal #PD, alla #Costituzione? Adesso è #lapiùbruttadelmondo”.

Gabriele Fazio

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IL DISSIDENTE WALTER TOCCI (PD): “CI VOLEVA RENZI PER REALIZZARE IL PIANO DI BERLUSCONI”

Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile

IL DISCORSO IN AULA: “COL CAIMANO AL GOVERNO AVREMMO RIEMPITO LE PIAZZE”

Questo è l’intervento, ieri   nell’aula di palazzo Madama, del senatore Walter Tocci,     cosiddetto “dissidente” del Pd.    

Signor Presidente, speravo di modificare il mio giudizio negativo e invece sono costretto ad aggravarlo, non solo per i contenuti, ma anche per il metodo. Non partecipo al voto, ma rimango al mio posto, per rispetto dell’Aula e del mio partito.
Il Governo ha impedito di apportare al testo quei miglioramenti che sarebbero stati ampiamente condivisi. L’Assemblea ha mostrato di non apprezzare.
Molti colleghi hanno fatto sentire il dissenso solo con il voto segreto; peccato che non lo abbiano fatto alla luce del sole. D’altro canto, chi ha criticato in modo trasparente e leale è stato ricoperto di insulti.
Quando si tratta della Costituzione, è la qualità  del dibattito a decidere in gran parte l’esito.
Non era mai accaduto, nella storia repubblicana, che il capo del Governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta.
Aveva promesso di tagliare i costi della politica, ma ha deciso di non ridurre il numero dei deputati e questo cedimento ha creato uno squilibrio.
La Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale.
Diciamo la verità : se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze.
Nel Ventennio non solo a destra, ma anche a sinistra, si è rafforzato il potere esecutivo a discapito del legislativo.
Eppure la seconda Repubblica non aveva concluso l’opera: ci voleva un uomo nuovo per attuare il programma della vecchia classe politica.
La crisi italiana non è istituzionale, è politica e dipende dalla mancanza di progetti chiari e distinti. La destra non ha realizzato il liberismo che aveva promesso e la sinistra non ha contrastato le disuguaglianze come le competeva.
I due poli hanno chiesto più poteri di governo, senza sapere cosa farne. Tutto ciò ha prodotto tante leggi, ma nessuna vera riforma.
Il vuoto è riempito dalle illusioni mediatiche. La cancellazione del Senato elettivo è un incantesimo per far credere ai cittadini che ora le decisioni saranno più spedite e produrranno milioni di posti di lavoro, ma la realtà  è ben diversa.
Bisognava spendere la formidabile vittoria elettorale per ottenere la svolta in Europa.
Avevamo tanto atteso il semestre a guida italiana; esso poteva dare un impulso all’iniziativa diplomatica, mentre si accendevano i fuochi di guerra ad Est e nel Mediterraneo.
Invece si è bloccata la nomina del Ministro degli esteri europeo. Se il premier avesse candidato Enrico Letta avrebbe dato prova di uomo di Stato che va al di là  delle inimicizie personali. Torna il rischio di un avvitamento della crisi economica.
Erano stati chiesti margini di flessibilità  all’Europa, ma sono arrivate risposte negative. Il Governo si è rassegnato, passando a occuparsi solo del Senato, e oggi raggiunge il suo obiettivo.
Il nostro ordinamento ne uscirà  più confuso. Gli elettori non sceglieranno gli eletti e si indeboliranno i contrappesi che rendono forti le democrazie.
Tuttavia c’è un lato positivo: è finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali. I governi dovranno dimostrare di avere idee e capacità .

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A STEFANO FASSINA: “SE L’EUROPA NON CAMBIA, MANOVRA DA 20 MILIARDI”

Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile

“C’E’ DELUSIONE RISPETTO ALL’OPERATO DEL GOVERNO”

“Voglio prima di tutto sottolineare che non va fatta assolutamente una manovra correttiva del deficit, perchè aggraverebbe la situazione. Si tratta di affrontare i problemi di sostenibilità  del debito e riconoscere che gli obiettivi di deficit e debito che abbiamo assunto sono irrealizzabili. La spesa non va tagliata, ma riallocata, con la collaborazione della Commissione Europea”.
Stefano Fassina, responsabile economico del Pd nell’era Bersani, viceministro del Tesoro di Letta, prima di qualsiasi altra valutazione sulle risorse che vanno trovate per la legge di stabilità  del 2015 ci tiene a fare questa premessa.
Onorevole Fassina, è vero che nel 2015 servono più di 20 miliardi?    
Sì, secondo quanto indicato dal ministro Padoan alla Camera, la settimana scorsa, la manovra supera i 20 miliardi. Ne servono 4 o 5 per le spese obbligatorie, non previste ma necessarie, per la Cassa integrazione in deroga, per il 5 per 1000, per i fondi per non autosufficienza, 4 per la Finanziaria ereditata dal governo Letta, 7 per il bonus Irpef. 20 miliardi servono solo per adempiere e fare quanto già  previsto, senza arrivare al pareggio di bilancio.
E ovviamente queste dimensioni escludono ogni estensione dell’Irpef a partite Iva, pensionati, interventi per il contrasto alla povertà .     E dunque, che si deve fare?  
Va evitata una manovra nelle dimensioni indicate, perchè aggraverebbe le condizioni dell’economia, aumenterebbe l’iniquità , e continuerebbe a far aumentare il debito pubblico, che è già  a livelli insostenibili.
Ma come si fa ad evitarla?    
Si devono affrontare i nodi fondamentali che avremmo dovuto porre all’avvio della presidenza europea e riconoscere che la linea mercantilista nell’eurozona ha portato il debito pubblico a livelli insostenibili e la moneta unica a rischio sempre più elevato di rottura. Dobbiamo porre la necessità  per tutta l’eurozona, non solo per l’Italia, di un meccanismo di gestione dei debiti pubblici, di una politica monetaria molto più aggressiva da parte della Bce per evitare la deflazione e poi il finanziamento in deficit a livello nazionale per far ripartire la domanda interna.
L’Europa non sembra andare in questa direzione.    
Non abbiamo alternative rispetto a queste proposte, perchè seguire le raccomandazioni dell’Ue vuol dire aggravamento delle condizioni.
Ma l’Italia potrebbe rischiare una procedura d’infrazione per deficit o addirittura per debito eccessivo?    
È evidente a tutti, anche a Bruxelles, che il fiscal compact è irrealistico, non solo per l’Italia. Non risolviamo i problemi fondamentali con l’ennesima finanziaria. Per questo, troverei surreali degli interventi sanzionatori verso l’Italia. Caso mai, va sanzionata la politica mercantilista e di svalutazione del lavoro che da troppo tempo imperversa in Europa
Ieri Scalfari su Repubblica invocava la troika. Una bella accusa d’impotenza al governo Renzi, non trova?    
L’arrivo della troika aggraverebbe i problemi italiani.     Però l’impressione è che ci sia in giro un po’ di delusione rispetto all’operato del governo.     Una cosa sono le aspettative suscitate, un’altra è invocare la troika. Quello che non va è la linea di politica economica. Noi continuiamo a cambiare premier, ma a seguire la stessa agenda, quella di Monti.
Anche Renzi segue l’agenda Monti?    
Renzi a ottobre seguirà  la politica europea: è quella linea che non funziona.
Non pensa che tra decreti rimandati, difficoltà  a varare quelli in corso, ammissione che gli 80 euro non saranno estesi, il governo mostra delle difficoltà  in economia?
Ci sono aspetti soggettivi e anche aspettative eccessive alimentate dal governo, ma questi sono aspetti di secondo piano, non sono rilevanti di fronte ai problemi che abbiamo, ovvero la necessità  di un’inversione di marcia radicale, ponendo a Bruxelles, Berlino, Francoforte, il problema generale dell’eurozona e l’insostenibilità  della moneta unica.
Cosa ne pensa del fatto che alcuni, da Della Valle in giù, hanno cominciato a esprimere critiche a Renzi?    
Sono parte del problema, perchè vorrebbero ulteriori svalutazioni del lavoro, puntando a una competitività  di costo che è la stessa strada portata avanti da Bruxelles.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUANDO L’OSTRUZIONISMO PER IL PD ERA “DEMOCRATICO”

Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile

PROMEMORIA PER ZANDA SU COSTITUZIONE, EMENDAMENTI E NORMA CANGURO

Riforma costituzionale, ostruzionismo, applicazione della «norma-canguro» per accorpare migliaia di emendamenti, proteste dell’opposizione, appelli al Quirinale.
Sembra la cronaca parlamentare degli ultimi giorni, in realtà  è quella di quasi dodici anni fa. Copione analogo, ruoli invertiti con il centrosinistra dall’altra parte della barricata.
Era l’autunno 2002 e il governo Berlusconi, che schierava come ministro delle Riforme Umberto Bossi, aveva presentato un disegno di legge costituzionale di «devolution» di poteri su scuola, sanità  e polizia dallo Stato alle Regioni.
La maggioranza di centrodestra marciava con passo deciso e senza dialogare con l’opposizione; l’Ulivo, progenitore del Pd, contestava con tutte le forze.
Alla fine di novembre la riforma Bossi approdava in Senato per la prima lettura.
E l’Ulivo rispondeva esattamente come fa oggi chi si oppone al Pd: ostruzionismo. Anzi, per usare l’espressione coniata dal centrosinistra dell’epoca, «ostruzionismo scientifico».
A deciderlo all’unanimità , l’assemblea dei senatori di centrosinistra.
A orchestrarlo, una task force di esperti senatori: Bassanini, Villone, Vitali per i Ds; Mancino e Petrini per la Margherita; Dentamaro per l’Udeur; Turroni per i Verdi.
I quali accolsero la «devolution» sommergendola con 1300 emendamenti.
In valore assoluto, meno degli ottomila che le opposizione hanno presentato oggi in Senato; in realtà , molti di più se si considera che il testo Bossi contava solo 2 articoli e 149 parole, mentre il ddl Boschi 35 articoli e 4323 parole.
L’obiettivo di Bossi era ottenere il primo sì del Senato entro il 9 dicembre, quando cominciava inderogabilmente la discussione della legge Finanziaria.
Quello dell’Ulivo era impedirlo, in modo da allungare i tempi di diversi mesi.
Non solo: per raddoppiare l’ostruzionismo ingolfando il Parlamento, l’Ulivo aveva già  pronti altri settemila emendamenti sulla legge Finanziaria.
La battaglia parlamentare fu molto animata e ricorda quella attuale. L’Ulivo non mancò di alzare i toni («Scempio della Costituzione», «Violata la dignità  del Parlamento»), di appellarsi al Capo dello Stato, di convocare proteste di piazza, di prolungare in ogni modo i lavori: contestazioni sul resoconto verbale, denuncia dei «pianisti», iscrizione in massa per parlare, pioggia di questioni pregiudiziali.
Stesse pratiche messe in atto in questi giorni da Sel e M5S.
Sotto accusa finì anche il presidente del Senato Marcello Pera, che applicò per la prima volta la regola del «canguro» per cancellare migliaia di emendamenti.
«Solo la tecnica del canguro – scriveva l’agenzia Ansa il 4 dicembre – ha potuto salvare governo e maggioranza da un ritardo inaccettabile sul traguardo finale».
Oggi che lo fa Piero Grasso, il Pd applaude.
Ma allora l’Ulivo gridava alla democrazia parlamentare violata.
E fu proprio grazie al contingentamento dei tempi dell’opposizione (che coniò lo slogan «undici ore per sfasciare l’Italia») e al «canguro» che la devolution fu approvata il 5 dicembre, nei tempi voluti dal governo.
Il testo passò alla Camera, che lo votò quattro mesi dopo, ma lì si fermò.
La riforma costituzionale prese un’altra strada, quella della baita di Lorenzago da cui uscì una riforma molto più ampia.
L’iter parlamentare ripartì con la stessa sceneggiatura: ostruzionismo e denuncia della «dittatura della maggioranza» da parte del centrosinistra.
Ancora una volta Pera applicò la norma-canguro per cancellare gli emendamenti.
Alla fine, la riforma fu approvata in doppia lettura dal Parlamento ma ebbe vita effimera: cancellata per fortuna con il referendum del 2006.

Giuseppe Salvaggiulo
(da “il Tempo“)

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INTERVISTA A PIPPO CIVATI: “SE IL PD ROMPE CON SEL, DIFFICILE RESTARE”

Agosto 1st, 2014 Riccardo Fucile

“VIA VENDOLA E DENTRO ALFANO, VERDINI E CICCHITTO? NO GRAZIE”

«Sono andato al Senato per vedere quale clima ci fosse, dal momento che siamo un po’ fuori dalle orbite…».
A Pippo Civati, leader della minoranza dem, non piace l’«enfasi » che il governo mette nella riforma costituzionale.
Ma ancora meno gli piace la rottura tra il Pd e Vendola: «Mi auguro sia una boutade estiva, se no nel Pd ci starei davvero male»
Civati, il muro contro muro non ha tregua
«Stiamo parlando della riforma della Costituzione. Capisco che il governo l’abbia voluta iscrivere nella propria azione, ma è materia parlamentare. Il Parlamento può anche essere una cosa farraginosa, ma è la democrazia»
A rendere incandescente il clima non è l’ostruzionismo delle opposizioni?
«Se semini vento, raccogli tempesta. Se attacchi selvaggiamente i gufi, i professoroni, i parlamentari… I dissidenti del Pd hanno presentato 60 emendamenti, che servono a discutere. Ma per Renzi le critiche sono solo pregiudiziali».
E i senatori tengono alla poltrona.
«Tengono alla poltrona quelli che sono sempre d’accordo, perchè chi dissente e si oppone la rischia».
D’accordo sulle modifiche annunciate da Renzi all’Italicum?
«La soglia del 4% e del 40% per il premio di maggioranza è un mio cavallo di battaglia. Alle preferenze preferisco i collegi ma rispetto alle liste bloccate è un modo per aprire. Diciamo che Renzi si “gufizza” perchè dice le cose che dicevamo noi».
Nel muro contro muro rischia di naufragare per sempre il centrosinistra, di finire l’alleanza con Vendola?
«Questo è il tema politico vero. Se è una boutade estiva, se gli avvertimenti di Renzi sono una tattica determinata dal momento, è una cosa. Ma se il Pd pensasse a una scelta strategica in cui via Vendola e dentro Alfano, Verdini, Cicchitto, beh io vado in difficoltà ».
Lei uscirebbe dal partito?
«Sarei davvero in molta difficoltà , ma come tutti gli elettori del centrosinistra. Vendola sta facendo la sua parte. Cambiare la Costituzione ad agosto con scadenze che ogni giorno cambiano, l’8, il 10, il 12, sembra dare i numeri del lotto. Dobbiamo rimanere mille giorni? In mille giorni il Senato lo facciamo meglio che in una settimana».

di G. C.
(da “La Repubblica”)

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