Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’IMPORTANTE E’ VINCERE, NON PARTECIPARE (VALORI)
«Piazze piene, urne vuote…» aveva scherzato Matteo Renzi per esorcizzare il fantasma di
Grillo, dopo la sfida tra San Giovanni e piazza del Popolo.
Ha avuto ragione lui. Il segretario-premier ha stravinto il «derby» delle Europee, scavalcando anche i sondaggi più ottimistici.
È riuscito nell’impresa di «asfaltare» Grillo ed è andato molto oltre il sospirato «voto in più» rispetto alle Politiche 2013 e alle Europee 2009.
Non solo ha doppiato il M5S, ma ha polverizzato il 33,2 di Veltroni nel 2008, che per lungo tempo era sembrato un record inarrivabile.
Allora la «vocazione maggioritaria» era un miraggio, adesso sembra quasi a portata di mano.
«È un risultato storico» scolpisce il premier su Twitter all’una e mezza di notte, «commosso e determinato».
La scelta di centrare la campagna su se stesso, che aveva fatto storcere il naso alla minoranza, ha pagato.
«È la vittoria di Matteo Renzi ed è straordinaria – brinda il vice Lorenzo Guerini – Siamo il primo partito della sinistra europea e l’unico, insieme alla Cdu della Merkel, che cresce governando. Altro che Grillo, il sorpasso lo abbiamo fatto noi. Chi ha insultato ha ricevuto la giusta risposta dagli italiani»
Il problema, semmai, sono i numeri (risicati) dell’alleanza di governo. «Exit Alfano», è la sintesi sarcastica di Pippo Civati: «Con questi dati si torna a votare, nel senso che vinceremmo. Ma sarebbe ora di mollare certi alleati scomodi». Salutare il Ncd? Tornare alle urne? Per Guerini non accadrà nulla di tutto questo: «Siamo il motore del cambiamento, gli italiani ci hanno votato per andare avanti».
Centrato il bersaglio, le polemiche sulla maggioranza e sul profilo del partito, che la sinistra ritiene a trazione troppo renziana, possono attendere.
Prova ne sia la presenza al Nazareno di Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Matteo Orfini, che aspettano notte per festeggiare con Renzi.
Maria Elena Boschi è la prima a parlare in tv di «risultato storico», rilanciando l’azione riformista e promettendo «umiltà ». E Debora Serracchiani le fa eco: «Straordinario, sì». Merito del solo Renzi? «L’intero gruppo dirigente si è speso – assicura la vicesegretaria –. Alcuni magari non erano in prima linea, ma è normale… Se le scorse volte eravamo abituati a vedere l’agenda Bindi, l’agenda Bersani e l’agenda D’Alema, questa volta ha prevalso una classe dirigente nuova». È la rottamazione, bellezza.
Il tema «gufi» aleggia nell’aria elettrica e poi euforica del Nazareno: chi ci ha messo la faccia e chi, tra i vecchi «big», si è fatto vedere in campagna elettorale solo in cartolina?
Interrogativi che la vittoria sembra aver spazzato via. Civati assicura di essersi «letteralmente massacrato» per racimolare voti ed è felice che il Pd abbia «fatto il botto».
I «tanti dubbi» sulla capacità di mobilitare al Sud restano, ma non è questo il tempo per parlarne.
Tra i bersaniani il sollievo fa premio sul disagio. Nico Stumpo è contento, anche se non ha apprezzato la «totale anarchia sulle candidature». Per lui il nome di Matteo, che ha corso a velocità folle da una piazza all’altra, da una tv all’altra, non basta a costruire un partito: «Il problema è cosa ne facciamo del Pd».
E adesso l’unica speranza per l’opposizione interna di poter ridimensionare i renziani almeno un po’ è che ci sia qualche clamoroso sorpasso ai danni delle capolista.
Beppe Fioroni è tra coloro che hanno assistito con preoccupazione alla sovraesposizione mediatica del leader, eppure lo ringrazia: «Per fortuna che Renzi c’è! Ha fatto argine a Grillo. Ma adesso Matteo sarà il primo a capire che anche un grande capitano, se vuole portarci sempre alla vittoria, ha bisogno del gioco di squadra».
La prossima settimana il leader riunirà la direzione. Fra due verrà rinnovata la segreteria e scelto il presidente.
E se nella Capitale i «dem» hanno tremato per la crescita di Grillo, era solo un brutto sogno.
Per Graziano Delrio bastano tre parole: «Abbiamo seminato speranza».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile
LE MISTERIOSE RELAZIONI ROMANE DI PRIMO GREGANTI E GLI IMBARAZZATI SILENZI DEI SENATORI PD
Francesco Riccio detto Ciccio, calabrese della Locride, quand’era tesoriere del Pds, introduceva il comizio finale del compagno segretario alla festa nazionale dell’Unità , come era d’uopo.
Seguì poi Claudio Velardi, ex lothar dalemaniano di Palazzo Chigi, nella società Reti. Soci. E lobbisti. Ma i due da tre anni non lavorano più insieme.
Riccio fa il consulente per conto proprio e tre mesi fa, a febbraio, come annotano i finanzieri, ha incontrato Primo Greganti.
È l’unico contatto chiaro, per il momento, che emerge tra il compagno G e il suo antico mondo di riferimento, sia dalemiano, sia bersaniano. A più di una settimana dal suo secondo e clamoroso arresto, Greganti e le sue relazioni romane con il Pd rimangono il mistero più grande della nuova via crucis giudiziaria della sinistra.
Al centro di tutto, le sue visite al Senato, senza lasciare traccia all’ufficio passi. È come se, una volta entrato, il compagno G fosse stato inghiottito da un buco nero.
Chi l’ha visto? Chi l’ha ricevuto? Il giallo Greganti a Palazzo Madama riecheggia, per certi versi, l’enigma della valigetta da un miliardo di lire che varcò Botteghe Oscure portata da Gardini e di cui non si è mai saputo il destinatario, cruccio storico dell’allora pm Antonio Di Pietro.
Ancora una volta, il tentativo è quello di accreditare il compagno G come uno che sbaglia da solo e che millanta rapporti che non ha.
Eppure le conferme sulle sue relazioni di partito, vent’anni dopo la stagione di Tangentopoli, non mancano.
Al di là dei nomi citati nell’ordinanza di custodia cautelare, emergono nuovi dettagli forniti dall’ineffabile coppia Frigerio-Cattozzo.
I due, parlando un anno fa di appalti legati a Finmeccanica, ribadiscono lo schema delle coperture bipartisan per avere successo.
Dice Cattozzo: “Ma perchè tu non metti in campo tutto il tuo prestigio con Gianni Letta e il Presidente, e Primo dall’altra parte parla con D’Alema con chi cazzo vuole?”.
Frigerio risponde: “Certo”.
Giorno dopo giorno si ispessisce sempre più il filo che lega il compagno G al giro dalemiano, da cui forse non si è mai distaccato.
Altro esempio di peso sono le pressioni, intercettate dagli investigatori, del tesoriere ligure del Pd sul governatore di quella regione, Claudio Burlando, dalemian-bersaniano.
La catena di Greganti sembra invisibile ma è d’acciaio. In fondo anche i suoi rapporti con i corregionali Sergio Chiamparino e Piero Fassino appartengono a quegli ambienti.
Che poi Chiamparino e Fassino sia siano convertiti al renzismo questo è un altro fatto. Anche Greganti ha sempre sperato in futuro riformista e largo del Partito democratico, alla maniera dell’ex sindaco di Firenze.
Senza dimenticare, però, che il famigerato Cattozzo in un’altra intercettazione, già nota, fa riferimento a un sì di Bersani, riferito da Greganti, sulla conduzione della Sogin. Una banda di millantatori?
Tutta questa catena conduce ai mercoledì di Greganti a Roma.
Lucio Barani, senatore socialista di Gal, il gruppo autonomista, ha dichiarato di avere visto il compagno G a Palazzo Madama insieme a “due o tre senatori del Pd e a un componente del governo”, forse un ministro, oppure un sottosegretario.
Chi? Il ministro Martina, per esempio, che si occupa di Expo ha già detto di non avere mai visto Greganti. C’è da credergli, fino a prova contraria.
Ma resta l’imbarazzante silenzio di quel senatore o di quei senatori amici di Greganti.
Perchè non escono allo scoperto, invece di alimentare questa caccia all’uomo?
Passare per amici di Greganti, oggi come vent’anni fa, è una sorta di marchio infame. Otto anni fa, in un libro-intervista sulla sua vita, il compagno G alla fine si congedò così: “Il compagno G non andrà in pensione. Tenderò ad occupare tutti gli spazi che mi saranno consentiti per sostenere le mie idee. Lasciami essere presuntuoso: il bisogno che sento di esprimerle è prima di tutto motivato dalla inadeguatezza e la superficialità dell’offerta politica oggi disponibile”.
Se sostituite la parola “idee” con “appalti”, sembra una confessione, non una profezia.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile
I GRILLINI VOGLIONO VOTARE PRIMA DELLE EUROPEE, IL PD DOPO… CON IL VOTO SEGRETO I CINQUESTELLE POTREBBERO SALVARLO PER POI INCOLPARE IL PD… I DEMOCRAT TEMONO IL TRANELLO E PREFERISCONO FAR SLITTARE IL VOTO IN AULA DI DIECI GIORNI
Il voto della Camera sulla richiesta di arresto del deputato Pd Francantonio Genovese arriverà dopo le elezioni europee: il dato appare ormai una certezza dopo una giornata a Montecitorio di scaramucce tra i democrat e i Cinque Stelle e dopo le bordate di Beppe Grillo contro il parlamentare indagato per associazione a delinquere, peculato e truffa.
Il leader M5s accusa infatti il «soccorso rosso» del Pd e lo stesso Renzi di tramare contro la richiesta di arresto.
Segnali, per il Pd, che i Cinque Stelle intendono giocarsi la carta del voto sull’arresto del deputato siciliano in campagna elettorale.
E Renzi non intende cadere nel tranello. Il Pd conferma infatti di voler replicare il voto della Giunta delle Autorizzazioni che vide i dem compatti dare il loro assenso all’arresto del compagno di partito.
Lo fa con una nota del capogruppo Roberto Speranza spiegando che lo slittamento è da motivare solo con la precedenza degli interessi degli italiani «agli appetiti barbari di Grillo».
Insomma: le Camere ora lavorino per i cittadini, dopo il 25 si procederà su Genovese.
Il timore di fondo del Pd – vista la determinazione a votare sì all’arresto – è che con il voto segreto, sia parte dello stesso M5s a votare contro per addossare poi la colpa ai democrat.
Saldando i voti grillini agli inevitabili No che il Pd mette in conto anche dentro il suo schieramento.
Un ostacolo che potrebbe essere ovviato con il voto palese, su cui sia il Pd sia il M5s si dicono favorevoli.
Ma c’è FI che, in ossequio alla sua linea garantista, ha già annunciato di voler chiedere il voto segreto e siccome servono solo 30 voti per ottenerlo, il voto palese sarà escluso. Meglio rinviare, quindi.
«Non ci faremo fregare» si orecchia infatti in Transatlantico tra i deputati Pd a cui è stato sufficiente vedere come si è mosso il M5s sul decreto lavoro, arrivato al voto finale.
«Hanno deciso di non fare ostruzionismo su un decreto che hanno sempre osteggiato» dicono i democrat.
Esattamente il contrario di quanto imputa invece il M5s che accusa a sua volta Sel di fare da «stampella» al Pd, facendo ostruzionismo su un decreto che, dicono, non hanno mai ostacolato in Commissione.
Fatto sta che il decreto oggi non è stato votato: slitta a domani.
Poi, dopo la votazione, si terrà una riunione della capigruppo sul calendario dei lavori: la previsione è che vengano inseriti, prima del voto su Genovese altri decreti come quello sulla casa oppure quello sugli ospedali psichiatrici che tuttavia non sarebbero a rischio di decadenza immediata.
Il decreto Casa è stato approvato oggi al Senato ed è in calendario già per questa sera in commissione alla Camera e scadrebbe il 27 maggio.
Considerato che i deputati hanno già chiesto e ottenuto di non fare sedute nella settimana prima del voto europeo il decreto va dunque approvato entro la settimana. Lo slittamento sarebbe a questo punto assicurato.
Ma il rischio di una reazione M5s sarebbe a quel punto scontato.
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Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile
DALL’EX SODALE QUAGLIOTTI CON IL CONTO IN SVIZZERA A GALLO, “CORRENTE AUTOSTRADALE” DEL PD
Il compagno G è il Primo, ma non l’unico.
Il Pd lo ha sospeso “cautelativamente” perchè è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta milanese su Expo2015, ma fino a ieri Greganti sedeva in prima fila per la presentazione ufficiale della candidatura di Sergio Chiamparino alle regionali piemontesi del prossimo 25 maggio.
Ed era in buona compagnia. Non è infatti l’unico sopravvissuto a Tangentopoli che negli anni è riuscito a recuperare un posto di primo piano nel Pd torinese.
Accanto a lui c’è Giusy La Ganga, che dopo aver saldato i conti con la giustizia è oggi consigliere di maggioranza a Torino, ma anche Giancarlo Quagliotti, condannato nel 1997 per il caso di tangenti Fiat al Pci e oggi vice segretario regionale Pd.
Presenze che risultano problematiche solo per una parte minoritaria del partito.
“Noi vorremmo cacciare tutti” dice Daniele Viotti, candidato Pd alle Europee, referente regionale della mozione civatiana, “ma la questione morale nel Pd continua a non è affrontata. Al netto delle questioni giudiziarie, c’è un problema di pratiche politiche. E su questo in Piemonte registriamo alcune situazioni gravissime”.
Oggi il segretario provinciale del Pd di Torino Fabrizio Morri, che contava il compagno G tra i suoi tesserati nel circolo 4 di San Donato-Campidoglio, ha preso le distanze da Greganti.
“Faceva tutto per sè e non per il partito”, ha dichiarato all’Huffington Post. Ma si tratta di una presa di distanza che non riesce a nascondere la stima che molti iscritti al partito continuano a tributare a Greganti , considerandolo “un duro”, uno che nonostante la pena la carcere per finanziamento illecito non ha mai collaborato con la giustizia.
La stessa stima di cui gode l’altro reduce di Tangentopoli Giancarlo Quagliotti, che da qualche settimana è stato nominato vice segretario del Pd piemontese.
Legatissimo al sindaco Fassino, Quagliotti è stato anche il coordinatore politico per la campagna elettorale del sindaco nel 2011 ed è presidente della Musinet Engineering Spa, una controllata del gruppo Sitaf, la società che gestisce l’autostrada A32, il traforo del Frejus e si sta occupando del suo raddoppio.
Sul passato di Quagliotti pesa una condanna definitiva per finanziamento illecito ai partiti. Come ricorda Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano dell’11 maggio, Quagliotti fu indagato e condannato definitivamente nel 1997, insieme a Primo Greganti, per una tangente pagata dalla Fiat al Pci, per l’appalto del depuratore del consorzio Po-Sangone.
Il denaro era transitato su due conti aperti da Quagliotti e Greganti in Svizzera, “Idea” e “Sorgente”, che poi si recarono personalmente oltreconfine per procedere all’incasso.
La loro posizione fu confermata anche in Cassazione: “I fatti sono incontestabilmente provati” scrissero i giudici, che riscontrarono anche la “piena coscienza dei due imputati di concorrere in un finanziamento illecito”, indirizzato all’ora Pci.
Un duro anche Quagliotti.
Interrogato da Tiziana Parenti, allora pm a Milano, nel 1992, il dirigente postcomunista dice senza mezzi termini di aver volutamente taciuto fino ad allora dei suoi rapporti con Greganti: “Non ho ritenuto che tale circostanza fosse utile nell’ambito dell’indagine”. Di più.
Nello stesso verbale, parlando dei conti correnti esteri gestiti per conto del partito, alla pm chiarisce: “Ho avuto un conto in Svizzera che ho chiuso di recente e di cui al momento non intendo parlare”.
Eppure Quagliotti è ancora lì. E lo è in compagnia di Salvatore Gallo, a sua volta presidente di Sitalfa, altra controllata Sitaf, insieme al quale viene considerato la “corrente autostradale del Pd”. Salvatore Gallo detto “Sasà ”, già potente uomo di Craxi a Torino, ha dovuto lasciare il suo partito nel 1992 perchè condannato in primo grado a un anno e 4 mesi per una faccenda di mazzette e sanità .
Oggi è noto all’interno del Pd come “il signore delle tessere”. Pare che sia in grado di mobilitarne centinaia in un sol colpo.
Per questo è stato anche accusato di costringere i dipendenti ad andare a votare dietro la minaccia del licenziamento. Ma ha sempre rispedito al mittente queste accuse.
Nonostante l’interruzione della sua carriera nell’allora Psi, in piena Tangentopoli, Gallo non ha mai abbandonato veramente la politica. Anzi.
Non solo si è ritagliato un ruolo da protagonista nella vicenda della moltiplicazione delle tessere Pd piemontesi (più che raddoppiate nell’ultimo anno), ma ha continuato a vivere la scena pubblica anche attraverso i figli Stefano, assessore allo Sport di Palazzo Civico e Raffaele, candidato con il Pd per le prossime regionali piemontesi,
“Il Pd è diventato il partito delle tessere” denuncia a ilfattoquotidiano.it Daniele Viotti.
“Chi ha un potere economico perchè è imprenditore o ha gruppi imprenditoriali alle spalle, ti compra pacchetti di 500-700 tessere in un circolo vuol dire che diventa padrone del circolo e del partito”.
Con buona pace del ricambio o della “questione morale”. Per Viotti la nomina di Quagliotti alla vicesegreteria regionale è stata “l’ennesima brutta sorpresa”.
“Se l’Italia vuole avere un ruolo e credibilità in Europa” dice “non deve solo mettere a posto i conti. Perchè ci sono altre due questioni urgenti per cui siamo osservati speciali: i diritti e la legalità ”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 7th, 2014 Riccardo Fucile
PROFONDO ROSSO: NEL PARTITO SI APRE UN BUCO DI 720.000 EURO
È moroso il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova, così come non ha ancora tirato fuori un centesimo il
sociologo Franco Cassano, capolista dem alla Camera per le politiche 2013.
La stessa cosa fa un’altra deputata, la brindisina Elisa Mariano.
Tutti e tre avrebbero dovuto versare nelle casse del Pd pugliese la una tantum di 30mila euro dopo l’elezione a Montecitorio e a Palazzo Madama.
Dei diciotto parlamentari pugliesi, appena quattro onorano l’impegno: Anna Finocchiaro, Nicola Latorre, Michele Pelillo, Francesco Boccia.
Gli altri quattordici saldano un tanto al mese o fanno spallucce.
Nei forzieri local della principale forza politica del centrosinistra dovevano esserci 540mila euro, se ne contano poco meno della metà : 267mila.
Mancano quindi all’appello 273mila euro
Si aggiungono ai 447mila euro che consiglieri e assessori regionali non fanno arrivare dall’inizio della legislatura, il 2010, ai democratici, ritornati a essere governati da Michele Emiliano, che si ritrova a gestire una pesante eredità .
Sono più o meno in regola quattro su diciannove, e basta.
Eppure, come recita lo statuto, gli eletti hanno «il dovere di contribuire al finanziamento del partito»: 1.250 euro al mese poi ridotti a 700 per gli assessori, 1.000 euro dimagriti fino a 500 perchè i consiglieri non finiscano nelle file dei debitori.
Se rifiutano di mettere mano al portafoglio nell’epoca in cui i rimborsi pubblici sono una chimera, dovrebbero essere marchiati come incandidabili alle prossime elezioni.
È almeno dall’estate dell’anno scorso che il Pd all’ombra di San Nicola scopre di avere i conti in rosso fisso.
Tant’è che tra settembre e novembre erano state inviate lettere agli onorevoli e a un senatore, con lo scopo di «recuperare la morosità ».
Comprese quelle per il terzetto di evasori totali. Ma solo Cassano si sarebbe accordato per restituire «un po’ alla volta» 30mila euro.
I numeri di un disastro annunciato finiscono a febbraio di quest’anno in un report trasmesso al tesoriere nazionale, Francesco Bonifazi: il buco ammonta a 720mila euro.
Il rischio è serio: i sei dipendenti ex Ds e ex Margherita potrebbero tutti finire in cassa integrazione o addirittura essere licenziati perchè non ci sono più soldi per gli stipendi.
La vicenda sarà risolta dopo le consultazioni europee e amministrative, così fanno sapere dal quartier generale di via Re David a Bari.
Ma già bolle il fuoco della polemica. Nessuno esclude ingiunzioni di pagamento ai ritardatari perchè, diversamente, sarebbe difficile fare quadrare entrate e uscite. Antonio Maniglio, vicepresidente del consiglio regionale, chiede «al segretario Emiliano di dare il via a un’operazione trasparenza».
L’assessore della giunta Vendola, Guglielmo Minervini, uno dei virtuosi, scuote la testa: «Offro da nove anni il mio contributo economico al Pd. Sono più di un pirla».
Lello Parise
(da “La Repubblica“)
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Maggio 6th, 2014 Riccardo Fucile
CONTINUI RINVII NELLA GIUNTA PER LE IMMUNITA’ PER RIMANDARE A DOPO LE EUROPEE L’ARRESTO DEL DEPUTATO RENZIANO FRACANTONIO GENOVESE
Da 48 giorni, alla Camera, c’è un deputato che dovrebbe stare in galera.
Si chiama Francantonio Genovese e, una volta tanto, non sta a destra.
È un alto dirigente del Pd, ras di Messina, padrone del partito in Sicilia, ex Dc, ex Margherita, ex veltroniano, ex franceschiniano, ex bersaniano, ultimamente renziano, emblema del conflitto d’interessi (per i rapporti azionari con la “Caronte”, la società dei traghetti sullo Stretto) e del clientelismo con mezza famiglia (lui compreso) nella mangiatoia della formazione professionale, dunque portatore insano di almeno 20 mila voti, dunque candidato alle Politiche e subito dopo indagato.
Il 18 marzo il gip di Messina ha spiccato nei confronti suoi e di quattro presunti complici (la moglie era già in cella da tempo) un ordine di custodia per associazione per delinquere finalizzata al peculato, alla truffa e al riciclaggio, sequestrando 6 milioni di euro di refurtiva intascata — secondo l’accusa — da Genovese & C. a suon di fatture false.
Mentre però gli altri quattro finivano ipso facto in gattabuia, il cosiddetto onorevole restava a piede libero e seguitava a circolare indisturbato a Montecitorio grazie alle guarentigie costituzionali trasformate dalla casta in privilegio medievale.
Per catturare un parlamentare, com’è noto, occorre l’autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza, previa votazione nell’apposita giunta delle immunità , anzi delle impunità (nella Seconda Repubblica, su una trentina di richieste dei giudici, le manette sono state autorizzate soltanto per Alfonso Papa).
I suoi colleghi possono impedire l’arresto solo in presenza di tracce evidenti di fumus persecutionis, altrimenti il diniego è uno scandaloso ostacolo alla Giustizia e una grave interferenza del potere politico in quello giudiziario, cui spetta in esclusiva il compito di limitare la libertà dei sospettati di gravi reati.
Nell’attesa, Genovese ha inscenato la solita pantomima di “autosospendersi” dal Pd.
Il quale Pd — che con Sel ha la maggioranza assoluta alla Camera — s’impegnava a procedere a pie’ fermo, secondo il nuovo corso renziano.
Infatti la Giunta presieduta da Ignazio La Russa ha impiegato tre settimane per fissare la prima seduta, tenutasi il 9 aprile.
Ma solo per rinviare al 10, quando il relatore Antonio Leone (Ncd) ha illustrato il caso agli altri commissari ed è stato “audito” l’arrestando. Genovese, guarda un po’, ha denunciato la persecuzione giudiziaria ai suoi danni, contestando una perizia dei magistrati sul prezzo d’affitto di un immobile.
I commissari del Pd, pensa tu, hanno chiesto ai giudici di produrre altre carte e intanto han rinviato la decisione, che per legge deve arrivare entro 30 giorni, cioè entro il 18 aprile.
Ma — salmodia La Russa — “il termine è solo ordinatorio”.
Il 16 aprile nuova seduta. Per votare? No, per chiedere altri documenti alla Procura, stavolta su proposta del relatore Leone, col voto contrario dei 5Stelle e quello favorevole del Pd.
Che ha spiegato il rinvio con “la gran mole di carte da esaminare” (infatti ne hanno chieste altre per averne ancora di più).
Dunque non basteranno neppure due mesi per fare ciò che la legge le impone di fare in uno: dire sì o no all’arresto e passare la palla all’aula per il voto finale.
Il perchè della melina è elementare: scavallare le elezioni europee visto che, comunque vada a finire la storia, sarà uno scandalo per il partito del premier.
Un No all’arresto dimostrerebbe che il Pd non ha nulla da invidiare a FI.
Un Sì vedrebbe finire in manette un fedelissimo di Renzi.
Molto meglio prendere, anzi perdere tempo con la complicità della grande stampa, che di queste quisquilie non si occupa.
E pazienza se un arresto motivato con l’esigenza di impedire al capo del “sodalizio criminale” di “continuare a delinquere” richiede tempi rapidi per salvare le prove da eventuali inquinamenti e le tasche dei cittadini da nuove ruberie.
Gentile presidente Boldrini, lei ha sempre una parola da dire a proposito e anche a sproposito di tutto: possibile che abbia perso la favella soltanto su questa vergogna?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
L’ULTIMO A SALUTARE E’ STATO FRANCESCO GUCCINI
L’amore tra la sinistra e il cantautorato italiano è finito da un pezzo.
L’ultimo a salutare è stato Francesco Guccini, il maestrone, passato, assai remoto, da anarchico e presente da astenuto: “Non mi riconosco in questa sinistra”, ha detto.
“Il massacro di Romano Prodi è stata la svolta. Da qualche parte dovrò pur stare, ma questo Pd non mi piace, non mi piace per niente. Dicono che Matteo Renzi sia democristiano. Io non lo so, non lo conosco”. Non lo conosce e non smania per conoscerlo.
Una svolta maturata da tempo da Fiorella Mannoia, un voto a Rivoluzione civile alla Camera, uno al Movimento 5 stelle al Senato. Non al Pd.
E se Lucio Dalla aveva chiuso le porte alla sinistra già ai tempi di Cofferati sindaco di Bologna, è sulla via dell’abbandono anche Francesco De Gregori, assolutamente critico nei confronti di Matteo Renzi, e in lite, a mesi alterni, con il resto delle macerie che restano del centrosinistra.
Dalla lo raccontava (“a votare non vado più”), De Gregori resta coperto da quel velo di riservatezza, nascosto dietro barba, cappello e occhiali da sole
Sembra di parlare della preistoria. Ai tempi del Partito comunista, cantanti, ma anche molti attori e registi, stavano da quella parte lì.
Chi non si schierava rischiava di finire sul registro delle mosche bianche. O peggio, nere. Come accadde a Lucio Battisti.
All’inizio degli anni Settanta lo accusarono di finanziare gruppetti dell’estrema destra e dovette chiuderla lì anche con i concerti dal vivo, causa minacce.
Vuoi per quella direzione ostinata e contraria, vuoi che il loro pubblico era giovane, giovane e comunista.
Vuoi che le feste dell’Unità pagavano fior di quattrini per averli a casa. Oggi non c’è più niente di tutto questo. Pochi cantautori giovani, poco pubblico, neppure l’ombra di quelli che erano i valori della sinistra.
Renziano è Roberto Vecchioni che ha dedicato un suo vecchio pezzo al fu giovane rottamatore. Sogna ragazzo sogna.
Tenacemente vicino al Movimento 5 stelle Dario Fo. Gino Paoli era comunista e non trova una casa. La stessa dalla quale era uscito Enzo Jannacci, negli ultimi anni disincantato quanto strampalato era stato tutta la vita.
A favore di Grillo sono invece sia Cristiano De Andrè che Ivano Fossati: “L’unica rottura in un panorama politico piatto”.
The times they’re a’changin, per dirla alla Bob Dylan.
E qualche domanda, anche questa classe politica leva anni Settanta, forse dovrebbe porsela.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DELLA CAMERA PRENDE TEMPO… DECISIONE RINVIATA A DOPO IL VOTO
Il caso Genovese imbarazza il Pd e la maggioranza che regge il governo Renzi. Stiamo parlando di
Francantonio Genovese, re di Messina, renziano doc e padrone di ventimila voti che possono fare la differenza nel voto europeo.
Per l’onorevole è stato chiesto l’arresto dalla procura di Messina per lo scandalo dei fondi della formazione professionale.
Un business da centinaia di milioni di euro che vede al centro l’onorevole e la sua famiglia, proprietari e gestori di enti, vere e proprie macchine clientelari e mangiasoldi che in Sicilia hanno avviato al lavoro una quota ridicola di giovani disoccupati.
Nei mesi scorsi sono finiti in galera la moglie dell’onorevole, Chiara Schirò, e alcuni suoi strettissimi collaboratori.
Sulla questione dell’autorizzazione all’arresto la palla è nelle mani della Giunta per le autorizzazioni a procedere presieduta da Ignazio La Russa.
Ma il sospetto è che Pd e soci stiano lavorando sottotraccia per far slittare la decisione a dopo le elezioni europee.
“Sospetto sbagliato — ci dice l’onorevole Anna Rossomanno, capogruppo del partito di Renzi in Giunta — abbiamo chiesto una proroga fino al 18 maggio perchè emerge con chiarezza l’esigenza di un approfondimento. Siamo di fronte ad una ordinanza corposa, 380 pagine, più 16 faldoni di documenti che vanno esaminati. Abbiamo fissato due sedute per la prossima settimana…”.
Insomma, deciderete dopo le europee?
“Come giunta sicuramente prima, ma poi toccherà alla conferenza dei capigruppo fissare la data per la discussione e il voto in Aula”.
Parole chiare, che accrescono il dubbio di uno slittamento a dopo le elezioni.
“Questi parlano di acquisire nuovi documenti, è una perdita di tempo, gli elementi per valutare ci sono tutti, basta leggere gli atti. La richiesta di nuove carte giudiziarie fa parte di una tecnica dilatoria che non è accettabile. Li capisco, Genovese porta voti e il Pd ne ha bisogno”, è l’opinione di Giulia Grillo, deputata M5s eletta in Sicilia e membro della Giunta. Su cosa punta l’onorevole ras della formazione? Sulle decisioni del Tribunale della Libertà che nei mesi scorsi hanno portato alla scarcerazione della moglie Chiara Schirò e di altri personaggi coinvolti nell’inchiesta.
Um altro modo per guadagnare tempo, secondo i parlamentari grillini. Ricostruiamo la storia delle revoche e delle controrevoche.
Il 22 gennaio il Tribunale di Mesina annulla gli arresti domiciliari per Chiara Schirò, la moglie dell’onorevole Genovese, la Procura della Repubblica fa ricorso e il 3 marzo scorso il Tribunale revoca, sia pure parzialmente, la decisione precedente e stabilisce il divieto di dimora nella città di Messina per la signora.
Perchè, si legge nel provvedimento, si tratta di un “soggetto che non si è fatto alcuno scrupolo a porre in essere un meccanismo truffaldino per appropriarsi di milioni di euro di provenienza pubblica”.
La signora, si legge ancora, esprime una particolare “versatilità a delinquere per raggiungere i propri interessi utilitaristici, che appare più che concreto il pericolo che la stessa possa riproporre la sua attività illecita in qualunque altra associazione o società ”.
Stessa musica per Concetta Cannavò, un passato da militante del Pd, era l’amministrarice del partito a Messina, e per Elio Sauta, presidente di uno degli enti incriminati e stretto collaboratore dell’onorevole.
Per lui, il 24 marzo, sono stati di nuovo disposti gli arresti domiciliari.
Francantonio Genovese, scrivono i pm, è “al vertice di un sodalizio criminale” che negli ultimi anni ha divorato i fondi europei e regionali della formazione professionale. Un bottino di 6 milioni di euro accumulato grazie alla gestione, diretta o occulta, di almeno dieci enti.
Va arrestato, scrive il gip di Messina, perchè “il sodalizio criminale” che lo vede al vertice, è “diffuso, ben avviato e adeguatamente potente: ragionevolmente continuerà a delinquere”.
L’esigenza cautelare “in carcere”, deriva dalla potenza dell’organizzazione, dall’esistenza degli enti che ancora agiscono nel business della formazione professionale in Sicilia: più di 400 milioni di euro l’anno.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA A CLAUDIO BUCCI, PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO: SI CANDIDA ALLE EUROPEE CON IL PD
Ma lei è lo stesso Bucci che stava in Forza Italia?
“Sì, però sono uscito nel 2006. Ho avuto uno scontro duro con Tajani. Roba pesante, eh. Pensi che siamo finiti persino sui giornali locali».
Adesso la accusano di trasformismo.
«Il contrario: la coerenza è una mia dote, chi mi conosce lo sa benissimo.Pensi che ho iniziato la mia attività nel sindacato, ero nella Cgil».
E che c’entra la Cgil con Berlusconi?
«Sono da sempre un socialista ed eravamo in molti a credere nel suo sogno. Brunetta, Sacconi, io… Poi però è rimasto solo un partito padronale. E io sono passato alla Rosa nel Pugno di Boselli».
Ma nel 2010 si è candidato con l’Idv di Di Pietro, uno che ai socialisti ha fatto fare una brutta fine…
«Vero, ma non sono salito su quel carro solo per vincere, anche perchè l’Idv era ai minimi storici. Però ho preso tanti voti e sono stato eletto».
Con lo stesso manifesto usato per Forza Italia.
«Quelli che facevano la campagna mi chiesero una foto e io dissi: prendete la prima che trovate. E loro hanno preso proprio quella…».
La riutilizzerà anche quest’anno col simbolo Pd?
«Ci ho pensato, magari funziona. Non trova?».
Bisogna chiederlo a Renzi, il suo nuovo leader…
«Ma quale leader! Io non sono del Pd e di entrare in quel partito non ci penso nemmeno».
Ma scusi, allora perchè si candida col Pd?
«Solo perchè sono stato inserito in lista in quota Psi. Io sono un socialista coerente, da sempre».
Marco Bresolin
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