Aprile 6th, 2014 Riccardo Fucile
SULL’UNITA’ SI PARLA ANCHE DI SONIA ALFANO, CATERINA CHINNICI E STEFANO BOERI… OFFERTA CANDIDATURA A LUCIA ANNIBALI
Ancora pochi giorni per la presentazione delle liste dei candidati Pd alle europee 2014: mercoledì, infatti, il segretario Matteo Renzi darà l’approvazione definitiva al progetto.
Ma la novità più importante, come riporta l’Unità , è la candidatura di Marco Tardelli, giocatore dell’Italia Campione del Mondo nel 1982, che rappresenterà il Partito Democratico alle prossimo elezioni europee.
E se il presidente del Consiglio sta ancora cercando di convincere Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata dal suo ex compagno nell’aprile del 2013, affinchè si schieri nella fila del Partito Democratico come capolista nell’Italia centrale, è praticamente fatta per gli altri.
Come riporta l’Unità , infatti, per il Nord Est il capolista sarà l’ex ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, molto vicino a Romano Prodi; Stefano Boeri sarà il rappresentante del Nord Ovest, David Sassoli quello del Centro, Annibali permettendo.
Il sindaco di Bari Michele Emiliano per il sud mentre è ancora in forse il sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, per le isole.
Tanti poi i nomi noti, oltre a Marco Tardelli. Fra le candidature siciliane, infatti, spicca il nome di Caterina Chinnici, figlia del magistrato Rocco ucciso dalla mafia nel 1983, magistrato anche lei. E ancora Sonia Alfano. In Emilia Romagna, invece, tra gli altri anche Cecile Kyenge, ex ministro dell’integrazione nel Governo Letta.
A scorrere le liste dei candidati alle Europee, poi, si ritrova tutta la nomenklatura del Partito Democratico: il Piemonte ha confermato Mercedes Bresso, la Liguria Sergio Cofferati, il Centro Roberto Gualtieri. In Campania torna Andrea Cozzolino, in lista Massimo Paolucci, dalemiano doc.
Mercoledì, inoltre, la direzione inoltre dovrà votare la deroga per l’uscente Gianni Pittella che sarebbe al quarto mandato.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 6th, 2014 Riccardo Fucile
DA DOMENICI A SASSOLI, DA COZZOLINO A DE CASTRO E PITTELLA SI AGGIUNGONO GLI EX MINISTRI ZANONATO E KYENGE, L’EX IDV SONIA ALFANO E CRACOLICI, GIà€ INDAGATO PER I RIMBORSI IN SICILIA
Le liste del Pd per le europee sono debolissime. Molte riconferme e pochi nomi di peso. Un errore, sia dal punto di vista politico — dobbiamo prendere tantissimi voti — che dal punto di vista delle scelte: il Parlamento europeo è centrale”.
Nei giorni scorsi, nei capannelli di Montecitorio, tra i deputati democratici c’era chi ragionava così.
Il Pd è alle prese con la chiusura delle liste (in questi giorni i regionali stanno vagliando i nomi, mercoledì ci sarà la direzione per il via libera del partito con il visto di Matteo Renzi, il 16 la presentazione ufficiale).
Operazione non facile, tra problematiche locali, europarlamentari uscenti in cerca di riconferma, notabili illustri con pochissima voglia di mollare e difficoltà di trovare volti competenti e spendibili elettoralmente.
Tra governo, partito, lavoro in Parlamento, Renzi non ha più molte risorse da spendere.
E nella cosiddetta società civile non molti sono pronti a lasciare il loro lavoro per andare in Europa. Però, si ragiona al Nazareno, candidando lo stesso segretario si sarebbe potuto contare sull’effetto traino (ma lui non ha voluto neanche mettere il nome nel simbolo), altrimenti le singole persone non dovrebbero fare una grande differenza.
Una speranza, visto che in realtà alle europee ci sono le preferenze.
E il Pd di Renzi punta almeno al 32%, con sondaggi che lo danno al 35.
Il test è importante, le candidature sicure finora sono più nell’ordine del vecchio che del nuovo.
Il Lazio (circoscrizione Italia centrale) ricandida tutti gli uscenti, da David Sassoli, a Silvia Costa, a Roberto Gualtieri.
Tra le new entry uno storico maggiorente del Pd romano, Goffredo Bettini.
Anche la Toscana (Italia centrale) non si fa mancare la riconferma di Leonardo Domenici. Entrano due renziani di ferro, Nicola Danti, consigliere regionale, e amico del premier dai tempi degli scout e Annarita Bramerini, assessore regionale.
La Sicilia dovrebbe presentare Caterina Chinnici, magistrato, figlia del giudice Rocco Chinnici, già assessore della Giunta Lombardo, come capolista.
Oltre a vecchie conoscenze della politica siciliana, tra le quali Antonello Cracolici, ex capogruppo dell’Ars, indagato per le spese pazze della Regione.
Ieri Sonia Alfano ha reso nota la sua disponibilità a presentarsi, dopo che i vertici del Nazareno l’avevano cercata.
Un nome atipico per il Pd: è un europarlamentare uscente dell’Idv, in passato molto vicina a De Magistris, ma soprattutto a Grillo.
Ancora incerta la candidatura di Renato Soru in Sardegna.
Mentre per il sud il capolista sarà Michele Emiliano. Il sindaco di Bari si porta con sè Elena Gentile, assessore regionale alla Sanità .
Sarà ricandidato Gianni Pittella, con deroga al tetto dei tre mandati (è al quarto).
E anche Andrea Cozzolino, uomo forte di Bassolino. Mentre un altro uscente, l’ex ministro all’Agricoltura, Paolo De Castro, prodiano, va a fare il capolista nel Nord Est. Dove rimane il nodo irrisolto dell’Emilia Romagna.
Tra le candidature certe Cècile Kyenge e la civatiana Elli Schlein.
E Salvatore Caronna, dalemiano, europarlamentare uscente.
In questo schema era rimasto fuori il renziano Benedetto Zacchiroli, consigliere comunale di Bologna. Esclusione contro la quale si è scagliato il parlamentare emiliano renziano Matteo Richetti, addebitandola alla volontà di Caronna di blindare le sue preferenze.
Resa dei conti rimandata a domani. Polemica emblematica delle difficoltà dell’Emilia Romagna, roccaforte rossa, di gestire il passaggio all’era Renzi.
Anche in Veneto, rispunta un bersaniano di ferro come Flavio Zanonato.
Tra pesi e contrappesi resta fuori Alessandra Moretti.
Dolori anche al Nord Ovest, dove non è ancora stato scelto un capolista.
Al Nazareno avevano pensato a Simona Bonafè, nata a Varese, ma politicamente toscana. Un’ipotesi che sta tramontando, visto l’effetto- paracadutata.
Candidati Stefano Boeri, Mercedes Bresso e una vecchia gloria come Sergio Cofferati.
Wanda Marra
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Aprile 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA NE HA ANCHE PER SALVINI… E SU RENZI DICE: “UN BUGIARDO SERIALE, UN CONTE MASCETTI IN BRUTTA COPIA”
Polemica al cardiopalmo in più atti durante “Otto e mezzo”, su La7.
A duellare dapprima con Matteo Salvini e successivamente con Debora Serracchiani è Andrea Scanzi, ospite in collegamento da Milano.
Nel primo match il giornalista ha un vivace botta e risposta con il segretario federale della Lega, che, a proposito degli arresti dei secessionisti veneti, declama di voler “autodenunciarsi”.
Scanzi commenta ironicamente: “L’idea di un carro armato costruito con pezzi di trattore è una scena che neanche nei film di Monty Python e nei libri di Stefano Benni potevi immaginare”.
Il giornalista evidenzia con dovizia di dettagli le contraddizioni del Carroccio, scatenando il dissenso di Salvini.
Poi analizza l’operato del governo: “Renzi è una sorta di bugiardo seriale, una sorta di Conte Mascetti in brutta copia che esibisce ed esonda queste continue supercazzole. Lo fa sempre su ogni cosa, anche sulla questione morale”.
E spiega le incoerenze insite nella legge elettorale (“fa schifo, è peggio del porcellum”) e nella riforma del Senato.
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia sbotta in modo veemente, ma il giornalista replica: “E’ ora che la smettiate di dire queste supercazzole sistematiche ogni volta che andate in tv. Non è possibile che voi reagiate in maniera verbale così violenta ogni volta che vi trovate davanti insigni e illustri giuristi e costituzionalisti come Rodotà , Zagrebelsky, Settis”.
La Serracchiani ribatte citando una proposta firmata da Rodotà il 16 gennaio 1985 circa l’eliminazione del Senato.
Interviene Salvini che parte lancia in resta con un soliloquio anti-euro.
Scanzi sbuffa e, quando prende la parola, commenta: “Provo a risvegliarmi dopo il monologo di Salvini”.
E all’esponente del Pd rincara: “Lei vuole cambiare la Costituzione con un presidente del Consiglio che non è stato eletto da nessuno e che sta scrivendo le nuove leggi con un condannato in via definitiva. Una persona, come Berlusconi, che neanche può votare, decide al nostro posto come andremo a votare. Ma stiamo scherzando?”
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Aprile 3rd, 2014 Riccardo Fucile
RENZI PRESUNTO “MORALIZZATORE” DELLE REGIONI, SALVO METTERE LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO DI CASA SUA
Non tutta la riforma costituzionale targata Renzi è da buttare.
Oltre ai pericoli autoritari e funzionali insiti nel combinato disposto fra Italicum e Senato di serie B, c’è anche qualcosa di buono: la riforma del Titolo V della Costituzione per eliminare le follie della Bassanini del 2001 che — per compiacere la Lega — regalava troppe competenze alle Regioni e creava un’infinità di conflitti con lo Stato; e soprattutto l’abolizione dei rimborsi ai gruppi consiliari (rubati a man bassa da quasi tutti i partiti, come dimostrano le “Rimborsopoli” che vedono 18 consigli regionali su 20 indagati, perlopiù in blocco, per le varie Rimborsopoli) e la riduzione delle indennità sotto quella del sindaco del capoluogo.
Il sospetto, però, è che si tratti del solito pacco dono rutilante e infiocchettato per occultare la sorpresa nascosta all’interno.
Un po’ come la riduzione del numero dei parlamentari, usata da Lega e centrodestra nel 2006 per coprire i guasti della Devolution (poi fortunatamente bocciata nel referendum confermativo).
In ogni caso Renzi ha ragione quando dice che abolire i rimborsi ai gruppi regionali significa “mai più Rimborsopoli”: col suo fiuto da cane da trifola, ha colto l’impatto devastante dello spettacolo di quelle orde di cavallette intente ad arraffare a spese dei contribuenti mutande verdi, libri porno, tinture per capelli (per un consigliere pelato), chewingum, pecore, Redbull, Suv, salsicce, mazze da golf, caldaie, caramelle, frigoriferi, gelati, tergicristalli, campanacci per bovini, corni d’avorio, feste di nozze, gorgonzola, saune, night club, cenoni di Capodanno, aeroplani di carta, camere d’albergo per amanti, spazzolini da denti personalizzati con le iniziali, cravatte, salatini, finimenti per carrozze.
Ma questo rende incomprensibile la sua indifferenza ai sottosegretari inquisiti del suo governo.
Lasciamo pure da parte i casi del ministro Lupi e del sottosegretario Bubbico, l’uno indagato l’altro imputato per nomine fuorilegge (abuso d’ufficio): fermo restando che nelle altre democrazie ci si dimette per molto meno, si tratta di atti amministrativi sulla cui legittimità decideranno i giudici.
Ma gli altri tre sottosegretari inquisiti, Vito De Filippo, Francesca Barracciu e Umberto Del Basso De Caro, sono accusati di peculato per le Rimborsopoli di Basilicata, Sardegna e Campania.
De Filippo per 3 mila euro (che dice di aver speso in francobolli), Barracciu per 33-45 mila (a suo dire per la benzina di viaggi istituzionali da giro del mondo), De Caro per 11 mila (“attività politiche” mai documentate).
Qui i processi servono a stabilire se la vecchia legge sui rimborsi regionali, ora modificata, coprisse anche le spese non giustificate, o se invece sia stata violata e giustifichi le accuse di peculato e in certi casi di truffa alle Regioni.
Ma i fatti sono certi, tant’è che gli indagati non contestano di aver speso quelle somme: dicono solo che la legge lo consentiva.
Ce n’è abbastanza per affermare che hanno dilapidato denaro pubblico.
Il che, reato o meno, li rende indegni di stare al governo con “disciplina e onore”. Renzi può farsi raccontare dal suo neoamico Cameron che ne è stato dei deputati inglesi sorpresi a fare la cresta sulle note spese: tutti fuori dal Parlamento, qualcuno in galera.
Del resto fu lui stesso a stabilire che la Barracciu non poteva candidarsi a governatore di Sardegna pur avendo appena vinto le primarie.
Salvo poi promuoverla sottosegretario ai Beni culturali.
E che dire di De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture, che sarà presto imputato dopo l’avviso di chiusura indagini?
Un premier serio lo caccerebbe solo per quel che ha detto: “Non rendicontavo le spese perchè la legge non lo prevedeva”.
Ma nemmeno una bocciofila rimborsa le spese ai dipendenti senza scontrini.
Poi il sottosegretario lancia un avvertimento: “Sono il parlamentare più votato alle primarie del Pd”.
L’altro è Francantonio Genovese, quello col mandato di cattura. A questo punto Renzi dovrebbe decidere una buona volta che cos’è e che cosa dev’essere il Pd.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 2nd, 2014 Riccardo Fucile
I GRUPPI SONO DIECI: I NEO-RIFORMISTI SI ORGANIZZANO CON SPERANZA, EPIFANI E BERSANI…I GIOVANI TURCHI SI ISOLANO E CUPERLO CONVOCA UNA CONVENTION CON NICHI VENDOLA
Lasciate ogni Speranza o voi ch’entrate. Speranza, con l’iniziale maiuscola perchè di nome fa Roberto ed è il leaderino del nuovo correntino generato dalla Babele democratica che quantomeno vorrebbe arginare, rintuzzare, raddrizzare “il pensiero unico renziano”.
Per dirla alla Bersani. “Evitare che Renzi faccia troppe cazzate”.
Addentrarsi nella minoranza del Pd è peggio che entrare nell’inferno dantesco. Non c’è pathos. Solo noia, più la fatica per orientarsi.
Viene in mente l’autocritica di Piero Fassino dopo la catastrofica sconfitta alle politiche del 2001 contro Berlusconi: “Abbiamo perso perchè siamo tristi”.
Fatte le dovute proporzioni, è più o meno la stessa situazione per la minoranza dem devastata dal tornado di Matteo Renzi, dalle primarie dell’Immacolata in poi. Civatiani a parte, le truppe che nel dicembre scorso raccolsero uno striminzito e inatteso 18 per cento attorno a Gianni Cuperlo oggi si dedicano prevalentamente a due attività : nei giorni dispari si frammentano, in quelli pari si mescolano
La riunione per organizzare la controffensiva
Nella sala Berlinguer è nato quello che con grande enfasi è stato chiamato correntone. Il problema è nella natura double face della conquista renziana.
Quella che è minoranza nel partito a livello parlamentare ha numeri più consistenza grazie ai nominati del Porcellum in piena era Bersani.
Di qui i circa cento tra deputati e senatori alla riunione iniziata alle venti.
Un’area riformista che assembla spezzoni delle vecchie correnti: bersaniani, ex dalemiani, ex lettiani (che però alle primarie erano renziani e oggi sono divisi, così dicono, in tre tronconi, roba da non crederci), ex giovani turchi (Stefano Fassina), ex fassiniani nel senso di Piero (Cesare Damiano), finanche fioroniani o ex popolari
Da Martina a Epifani: tutti insieme contro Matteo
A parole, l’obiettivo è ambizioso: dare un’anima riformista al Pd. Nei fatti, spiega uno dei partecipanti, c’è molto realismo: “Questo non è il momento di costruire nuovi leader, si tratta di organizzare un minimo di differenza rispetto al renzismo dominante”.
In pratica, prepararsi a una lunga marcia nel deserto. Anche per questo il capo scelto non provoca emozioni o sussulti. Speranza, appunto.
Unto direttamente da Bersani settimane fa.
I detrattori del giovane capogruppo sostengono si tratti di un renziano in sonno, il vero motore del complotto contro Enrico Letta.
In ogni caso, dialogante con l’attuale premier. E questo potrebbe depotenziare le minacce sui quattro fronti di scontro: lavoro, programmazione finanziaria (Def), Italicum e riforma del Senato.
Tre a presiedere: la De Micheli, Leva e Fornaro. In prima fila, il padre nobile dell’operazione: Guglielmo Epifani. Assente, invece, ma non in spirito, Pier Luigi Bersani.
Poi, in ordine sparso: il ministro Martina, Stumpo, D’Attorre, Amendola, Pizzetti, Damiano Fassina, Gasbarra, Martini, Zoggia, Pollastrini, Chiti, Manciulli, Manconi, Mucchetti. Lo stesso Speranza e persino Cuperlo.
Il tweet di Boccia: “Troppi spifferi nonostante il sole”
Strano destino quello di Cuperlo, ex dalemiano. Così come la parola che più rende l’idea di quanto sta accadendo nel Pd è straniamento.
Una volta divelto il potere della storica “Ditta” di derivazione comunista, si procede a tentoni, alla ricerca di spiragli più che di nuove frontiere.
Cuperlo si muove in solitudine e ieri è andato alla riunione dei riformisti pur conoscendo il retropensiero alla base del correntino.
Ossia contrastare e boicottare la convention che lo stesso Cuperlo ha convocato per il 12 aprile, aperta anche a Sel. Tra quelli che vanno per conto loro c’è anche l’ex lettiano Francesco Boccia, che ieri ha malignamente twittato: “Troppi spifferi nonostante il sole… nel Pd nascono nuove correnti. La rottamazione le moltiplica o si moltiplicano per la rottamazione?”.
La sinistra ai margini: rigurgiti ex dalemiani
Ieri sera, alla stessa ora, al Nazareno a Roma, sede nazionale del Pd, si sono riuniti anche i giovani turchi sopravvissuti agli sconquassi renziani: il ministro Orlando, Orfini, Verducci, la Velo, la giovane Pini e altri ancora.
In teoria, dovrebbero essere a sinistra del correntino, ma trattandosi soprattutto di ex dalemiani l’aspetto tattico viene prima di quello strategico.
I loro numeri sono più piccoli dei riformisti. Nel rispetto della tradizione frazionista, il loro avversario sembra più la fazione di Speranza che il premier.
Nulla di nuovo sotto il sole. Quel che resta delle vecchie correnti del Pd cerca di sopravvivere.
Per la serie: buonanotte sinistra.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 1st, 2014 Riccardo Fucile
“CAMBIARE MUSICA VA BENE, MA LO SPARTITO LO SCRIVIAMO NOI, NON RENZI”
La fronda trasversale è pronta. 
Una ragnatela del centrosinistra rischiosa e agguerrita che tiene assieme la sinistra dei professori — Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà , Barbara Spinelli, Sandra Bonsanti — e i malumori dem.
Non più solo della minoranza nel partito, che del resto si sta sciogliendo come neve al sole, ma dei tanti “frenatori” e “benaltristi”.
Michele Anzaldi, renziano doc, ad esempio è lapidario: «I maldipancia democratici sono diventati una enterite acuta».
E il premier è preoccupato. Tant’è che ha chiamato Anna Finocchiaro per farle gli auguri di buon compleanno. Tenuto conto che voleva “rottamarla” e che tra i due, appena un anno fa, sono volate parole grosse, è un gesto di cordialità inatteso.
Ma Finoccharo è la presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nelle cui mani è da oggi l’iter per l’abolizione del Senato.
Il velocista Renzi non sottovaluta la contrarietà del presidente del Senato, Pietro Grasso, che si salda con la fronda larga fuori e dentro il Pd.
Il premier-segretario controlla il partito, ma non controlla i gruppi parlamentari del Pd. I senatori-tacchini – la definizione fu di Matteo Renzi per dire che sono chiamati a votare sulla loro fine – sono molto infastiditi dall’accusa di avere alzato trincee solo perchè non vogliono essere rottamati.
Così alcuni rilanciano. Francesco Russo — alla guida della pattuglia dei 25 senatori dem che hanno chiesto cambiamenti al testo renziano — rincara: «Lui afferma che va a casa se non fa la riforma, io sono pronto ad andare a casa subito piuttosto che fare male le riforme».
Russo chiarisce che «siamo disposti a cambiare musica come chiede Matteo e a farlo anche “andante con brio”, però chiediamo di potere scrivere lo spartito».
La partita è importante e delicata.
Rosy Bindi affonda il dito nella piaga: «Stiamo parlando di un disegno costituzionale che ha conseguenze in molti articoli della Carta. Il governo ha dato prova di volontà di cambiamento. Bene. Ma ora si entra in una fase delicatissima, ci si prende i tempi necessari per fare le cose bene».
Attacca la presidente dell’Antimafia: «Non mi piace che chi critica o dissente venga definito disturbatore, i professori liquidati come professoroni… inoltre sono scandalizzata dall’incultura istituzionale che c’è nella classe dirigente del mio partito e che ha portato Debora Serracchiani a rispondere in quel modo alla seconda carica dello Stato, a Pietro Grasso».
I renziani raccolgono dossier con le dichiarazioni degli anti renziani di qualche settimana fa: da Stefano Fassina a Miguel Gotor. Lorenzo Guerini, il vice segretario del Pd, grande mediatore, invita a ragionare insieme nei gruppi dem: «Non ci sono diktat».
Ovvio che le spinte e controspinte siano potenti. Pippo Civati ha presentato un ddl alternativo. Ma Sandra Zampa, che è stata supporter di Civati, è vice presidente del partito e portavoce di Prodi, invita «Matteo a un confronto più paziente, se no a furia di strappi il Pd si lacera del tutto»
Sono gli aut aut, la minaccia di “o riforme o mi dimetto” che fa sobbalzare i non renziani.
Oggi si riunisce la nuova corrente dei riformisti, a cui aderiscono bersaniani, Epifani e sul tavolo c’è anche la questione dell’abolizione del Senato.
Si riuniscono anche i “giovani turchi”. «E c’è una gran voglia di fare sgambetti a Matteo — ragiona Paolo Gentiloni, renziano — Se ne parla da decenni di questa riforma, ci rendiamo conto della frustrazione e quasi vergogna di fare politica con questo distacco dai cittadini?».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile
CHI E’ STATO ELETTO DOVREBBE VERSARE UN CONTRIBUTO SECONDO LE REGOLE INTERNE, MA MOLTI “SI DIMENTICANO”. TRA LORO ROBERTO ZACCARIA E TIZIANO TREU
“Qualche parlamentare non ha pagato. Abbiamo fatto dei piani di rientro in occasione delle elezioni del 2013. Chiami il mio successore”.
E’ l’invito dell’ex tesoriere del Pd Antonio Misiani.
E il successore Francesco Bonifazi, fedelissimo di Renzi, taglia corto: “Un sacco pagano meno, pagano male. Sentiamoci più tardi, ora sono impegnato”.
Ma tra altri impegni, una “febbre alta” e diversi squilli a vuoto non riusciamo più ad avere spiegazioni.
Del resto i contributi che gli eletti del Pd dovrebbero versare al partito come da statuto sono un tema delicato. Imbarazzante.
Nel bilancio nazionale del 2012 mancano quasi 600mila euro, sui 5,4 milioni previsti. Tra chi ha pagato in ritardo c’è anche l’attuale sindaco di Roma ed ex senatore Ignazio Marino.
La fonte di finanziamento, che deriva dai soldi pubblici incassati dai parlamentari, è importante. Ma nei quattro anni dal 2009 al 2012 le ‘morosità ‘ superano gli 1,6 milioni. E nelle sezioni locali le cose non vanno meglio.
Qui alle inadempienze di deputati e senatori si aggiungono quelle degli amministratori locali.
A Milano, per esempio, nelle casse del Pd provinciale negli ultimi anni sono mancati almeno 300mila euro.
Alcuni eletti sono volati a Roma grazie ai voti presi qui, ma poi non si sono fatti più sentire per i contributi. Tra di loro figure di rilievo della scorsa legislatura, come l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria e l’ex ministro Tiziano Treu.
E ora vallo a dire agli elettori: con l’abolizione del finanziamento pubblico, a loro verrà chiesto su base volontaria di donare alla politica il 2 per mille del reddito
Ma se i primi a non contribuire alla vita del loro partito come dovrebbero sono proprio gli iscritti al Pd? Il fatto è questo.
Ogni iscritto al Partito democratico che sia stato eletto in qualsiasi istituzione versa mensilmente al partito un contributo proporzionale all’indennità che percepisce grazie a quella carica.
Una regola ribadita in più di un documento: nello statuto nazionale e nei vari statuti regionali, nel regolamento finanziario nazionale e a cascata in quelli redatti a livello locale, nel regolamento per il tesseramento e nel codice etico.
Per gli inadempienti scatta l’incandidabilità e il rischio di espulsione dal partito.
Ma nella struttura federale del Pd vige l’anarchia: ogni sezione locale ha le sue regole. E non a tutti piace rispettarle.
In base agli accordi in fase di candidatura, i parlamentari dovrebbero versare 1.500 euro al mese al Pd nazionale.
E poi un contributo al Pd regionale e provinciale di provenienza che varia a seconda del regolamento finanziario locale. Ma i conti non tornano.
Nel bilancio nazionale del 2012, l’ultimo disponibile, “i contributi provenienti da parlamentari” sono contabilizzati per 4.836.518 euro. Ma i 200 deputati e 100 senatori democratici in carica nel 2012 avrebbero dovuto essere ben più generosi e fare arrivare in cassa 5,4 milioni di euro.
Una mancanza di attenzione che stupisce: i loro versamenti sono infatti una voce importante dei 37,5 milioni di euro entrati nel 2012, che nei prossimi anni, dopo l’abolizione del finanziamento pubblico voluta dal governo Letta, non potranno più contare su 29,2 milioni di rimborsi elettorali.
Nella lista di chi ha contribuito con più di 5mila euro, allegata al bilancio, mancano ben 20 parlamentari. L’unico big assente è Ignazio Marino, che contattato da ilfattoquotidiano.it comunica di aver versato tutto a gennaio 2013, appena due mesi prima di candidarsi alle primarie del Pd per correre alla poltrona di sindaco. Il motivo? “Solo un ritardo ‘burocratico’”, assicura via sms.
Tra ritardi e inadempienze, in ogni caso, nei quattro anni dal 2009 al 2012 l’ammanco totale è stimabile in 1,6 milioni di euro.
Con le dovute proporzioni, alle federazioni locali del Pd va ancora peggio.
E la questione, si scopre ora, è al centro del dibattito interno sin dall’anno scorso.
Il 7 giugno 2013 Antonio Misiani e Luigi Berlinguer, in quel momento tesoriere e presidente della commissione nazionale di garanzia, hanno inviato a tutti i segretari e tesorieri locali una circolare in cui parlano di “diverse segnalazioni pervenute dal territorio in merito al mancato o irregolare versamento dei contributi previsti dalle norme statutarie e regolamentari da parte degli eletti e designati dal Pd”.
Un problema ancora più rilevante a causa “della notevole riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”.
Per questo Misiani e Berlinguer chiedono alle strutture locali di fare rispettare le regole e di segnalare “gli eventuali inadempienti”.
Un concetto ribadito poco più di un mese dopo, quando una missiva analoga viene inviata il 29 luglio a firma di Misiani, Berlinguer e questa volta anche dell’allora responsabile dell’organizzazione nazionale Davide Zoggia.
I tre danno tempo fino al 15 settembre per raccogliere i nomi di tutti gli inadempienti. Parole chiare, definitive, quelle di Misiani, Berlinguer e Zoggia.
Ma anche inascoltate, secondo i documenti che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. In provincia di Milano la questione è stata insabbiata, per non correre il rischio di smuovere qualche granello che avrebbe rischiato di trasformarsi in una frana di espulsioni di massa.
Eppure l’ammanco nei bilanci dal 2008 in poi è di almeno 300mila euro. Causato dai ritardi di consiglieri comunali e assessori di Milano, ma soprattutto dai versamenti non pervenuti di alcuni parlamentari eletti nella provincia: Roberto Zaccaria, Tiziano Treu, Lino Duilio, Francesco Monaco, Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, questi ultimi due usciti dal gruppo democratico nel corso della scorsa legislatura.
Diverso il discorso per Umberto Veronesi e l’editorialista del Fatto Quotidiano Furio Colombo: anche loro non hanno effettuato i versamenti mensili al Pd milanese, ma non avevano obblighi in quanto non iscritti al partito.
Nonostante la criticità della situazione denunciata da Berlinguer, Misiani e Zoggia, alle loro lettere non sono arrivati riscontri precisi.
Nè da Milano, nè dalle altre zone d’Italia. “Le informazioni raccolte sono risultate frammentarie e non complete”, ammettono dalla commissione nazionale di garanzia. Ogni decisione è stata così rimessa alla nuova commissione, quella in carica dopo l’inizio dell’era renziana, con presidente il vice ministro dell’Economia Enrico Morando.
Per ora nessun passo avanti è stato fatto. Nemmeno per quanto riguarda i parlamentari ‘morosi’ col Pd nazionale.
Motivazione? “La tesoreria non ha mai inviato alcun prospetto sui deputati e senatori che non hanno versato”, sostengono dalla commissione.
Eppure basta andare sul sito del partito. E iniziare a spulciare la lista inserita nel bilancio 2012.
Luigi Franco
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Marzo 26th, 2014 Riccardo Fucile
CHE HANNO A CHE FARE COSTORO CON IL RIGORE MORALE DI ENRICO BERLINGUER?
Gli storici del futuro, se vorranno descrivere la classe dirigente italiana del 2014 per quello che era, non potranno prescindere dai Portfolio di Umberto Pizzi e dai Cafonal di Dagospia.
Per esempio il parterre della “prima” del film di Walter Veltroni su Enrico Berlinguer. Lasciamo da parte l’idea malsana di sporcare un bel film come Quando c’era Berlinguer chiamando a battezzarlo gente come Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Cesare Romiti: la grande soirèe era per Uolter un certificato di esistenza in vita, e possiamo pure perdonargliela. Concentriamoci invece su certi invitati che hanno voluttuosamente risposto alla sua cartolina precetto, in uno sfacciato sfrecciare di autoblu.
Per quanto eticamente discutibili, si tratta di persone intelligenti e di prim’ordine, non assimilabili al de-mi-monde froufrou della Roma godona che si mette in posa davanti ai paparazzi e si pavoneggia a favore di telecamera per piazzare la faccia e il nome sui giornali. Ma che gli dice il cervello?
Ci vorrebbe un sondino nella materia cerebrale di questa gente per scoprire cosa passava loro per la testa mentre sullo schermo sfilavano le immagini e soprattutto le parole del segretario comunista.
Parole di etica, onestà , pulizia, frugalità , rigore, intransigenza, passioni, ideali magari sbagliati o superati ma pur sempre nobili, sinceri e vissuti.
Possibile che nessuno dei presenti ne sia rimasto colpito a morte, trasformandosi— come ai bei tempi dell’Antico testamento — in una statua di sale?
Possibile che nessuno si sia domandato: ma che mi direbbe Berlinguer se mi incontrasse oggi?
Possibile che nessuno si sia sentito fuori posto o abbia avvertito l’irrefrenabile pulsione di profittare del buio in sala per scivolare via strisciando?
Cosa pensava Romiti, noto per una condanna definitiva per finanziamento illecito ai partiti e falso in bilancio, di fronte al politico-simbolo della “questione morale”? Quali pensieri attraversavano la mente di Letta e Confalonieri, dopo un’intera vita trascorsa accanto a Berlusconi, che a parte le prime quattro lettere del cognome è la più plateale antitesi dell’ex segretario del Pci?
Già nel 1975 Confalonieri pranzava ad Arcore con Mangano e Dell’Utri: ma che ci fa uno così alla prima del film su Berlinguer?
Letta Zio fu beccato la prima volta nel 1980 per i fondi neri dell’Iri, proseguì con le tangenti (amnistiate) al Psdi (“La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”), e avanti così, pappa e ciccia con i Bisignani, i Pollari, i Bertolaso: ma che c’entra con Berlinguer?
Giuliano Amato era il braccio destro di quel Craxi che Berlinguer chiamava “il gangster”, mentre metà del Pci (i “miglioristi”, detti talvolta “piglioristi” per le loro arti prensili) moriva dalla voglia di cadere nelle sue braccia.
Quando morì, squarciato dall’ictus al comizio di Padova, era reduce da uno scontro all’arma bianca col leader migliorista Napolitano, ovviamente ostile alle sue battaglie sulla questione morale e sulla scala mobile.
Tant’è che, come rivelò Macaluso, “quando Berlinguer morì, Napolitano aveva in tasca la lettera di dimissioni da capogruppo. Mai recapitata”.
Naturalmente anche Napolitano era presente alla première, molto “commosso”, così come uno stuolo di ex comunisti che hanno passato gli ultimi vent’anni a rinnegare e a tradire la questione morale inciuciando col Caimano.
Berlinguer morì da uomo solo, isolato e sconfitto: dai suoi e dagli altri, che avevano già orientato le vele al vento “nuovo” del craxismo e poi della sua malattia senile: il berlusconismo.
E ora tutti i craxiani e i berlusconiani di destra, di centro (c’era pure Quagliariello) e di sinistra vanno a piangere con la lacrima retrattile sulla sua tomba, anzi sui titoli di testa e di coda.
L’estremo oltraggio camuffato da omaggio.
L’altro giorno papa Francesco ha detto, con la sua disarmante semplicità : “Tutti questi preti e suore su quei macchinoni! Ma non si può!”.
Ecco, il “non si può” vale forse — da qualche mese — in Vaticano.
In Italia no, in Italia si può tutto.
Yes we can. Anzi, sepoffà .
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROCURA CONTESTA AL SOTTOSEGRETARIO ALTRI 40 MILA EURO…. LA DIFESA DELLE “MISSIONI” VACILLA: “SPENDEVA A CAGLIARI CON LA CARTA”
Nei corridoi del Partito democratico parlano di doccia fredda. 
Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, aveva garantito di essere pronta a entrare nella squadra di governo “perchè con i magistrati era tutto chiarito”.
In suo favore si erano esposti il ministro Maria Elena Boschi e lo stesso premier Matteo Renzi.
Ma venerdì scorso è arrivato il colpo di scena. Il pm di Cagliari Marco Cocco ha interrogato in gran segreto l’ex consigliere regionale, indagata per peculato aggravato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi sui gruppi consiliari della Regione Sardegna, proponendo a Barracciu due sorprese.
In primo luogo la procura le contesta di aver speso senza giustificazione altri 40 mila euro, oltre ai 33 mila per i quali è già indagata da sei mesi.
“Lo abbiamo scoperto solo venerdì — spiega il suo difensore, Carlo Federico Grosso — ma abbiamo preso tre settimane di tempo per rispondere, l’onorevole deve riordinare le idee, contestano episodi che sono di tre anni fa”.
Ma soprattutto i magistrati la accusano di aver mentito.
Barracciu aveva sostenuto il 6 dicembre scorso di aver speso 33 mila euro, tra il 2006 e il 2009, in viaggi politici e istituzionali.
“Abbiamo anche indicato uno per uno gli appuntamenti politici cui la signora ha partecipato, con la propria automobile”, aveva spiegato Grosso. Alla media di 62 chilometri al giorno, 942 chilometri al mese, 24 mila all’anno su e giù per la Sardegna. Gli inquirenti hanno in seguito messo a confronto il resoconto sui viaggi dell’indagata con i movimenti della sua carta di credito, scoprendo che in più di un’occasione il sottosegretario si trovava in posti diversi da quelli dichiarati, spesso a Cagliari dove ha sede il consiglio regionale, in almeno un caso all’estero.
La conclusione dei pm: lei era a Cagliari, dunque non c’era nessuna benzina da rimborsare.
Lei si è difesa sostenendo che fossero spese fatte prima di partire per la missione o dopo il rientro.
Una linea difensiva giudicata debole dal pm Cocco, che sembra orientato a procedere con la richiesta di rito immediato, che presuppone l’evidenza della prova.
L’avvocato Grosso allarga le braccia e dice: “Valuteremo l’ipotesi se è meglio difendersi da sottosegretario o meno. Questa è una valutazione politica, spetta alla mia cliente. Ma ne parleremo”.
La donna che doveva guidare il nuovo corso renziano in Sardegna diventa così un imbarazzo crescente per il Pd. E per Renzi stesso, che in difesa di Barracciu si è speso senza riserve.
Molto popolare in Sardegna, renziana della prima ora, dopo l’esperienza da consigliere regionale si è candidata alle Europee nel 2009, ma è entrata a Strasburgo solo un anno e mezzo fa come la prima dei non eletti al posto di Rosario Crocetta eletto governatore in Sicilia.
Sei mesi fa ha conquistato alle primarie del centrosinistra il ruolo di sfidante del governatore uscente berlusconiano Ugo Cappellacci.
Poche ore dopo il trionfo, mentre parla del suo futuro a Ballarò, la informano che a suo carico c’è un avviso di garanzia.
È accusata di peculato e di 33 mila euro non giustificati. Lei non salta neanche sulla sedia, mezzo partito è nelle sue stesse condizioni. Ma col tempo, a ogni accertamento i magistrati ne scoprono una nuova.
Renzi spedisce in Sardegna il suo emissario, Stefano Bonaccini, e lo incarica di risolvere il problema: eliminare un candidato indagato e in calo di popolarità .
Il 30 dicembre, in una drammatica resa dei conti a Oristano, la fanno fuori.
Mentre il Pd mette in pista Francesco Pigliaru, che batterà Cappellacci, Barracciu, che è tipa tosta, proclama la sua innocenza e punta i piedi. Il 4 gennaio va a Firenze e strappa a Luca Lotti, altro fedelissimo di Renzi, una promessa: lei fa la brava e avrà un assessorato di rilievo, magari il più ambito, la Sanità .
Ma Pigliaru, appena eletto, le sbarra la strada: “Niente indagati nella mia giunta”.
A quel punto nasce il governo Renzi e le viene concesso il risarcimento estremo: sottosegretario alla Cultura.
La linea del Pd resta garantista, ma fino a un certo punto.
Anche perchè il rumore intorno al caso Barracciu imbarazza la pattuglia di parlamentari Pd sardi indagati con lei per lo stesso reato: Silvio Lai, Siro Marrocu, Marco Meloni e Francesco Sanna, tutti chiamati a rispondere di cifre dai 30 ai 90 mila euro.
L’avvocato Grosso, uno dei migliori penalisti in Italia chiamato da Torino per la gravità del caso, si dice sicuro di poter chiarire tutto nel prossimo interrogatorio.
Che potrebbe però arrivare troppo tardi.
Emiliano Liuzzi e Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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