Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA SQUADRA DELLE GIOVANI MARMOTTE TARGATA RENZI
Avete presente Qui, Quo, Qua e il Manuale delle giovani marmotte? I tre nipotini svegli e saggi, che
indagano, capiscono, sbrogliano le situazioni? E alla fine tirano lo zio Paperino fuori dai guai in cui si è cacciato…
Ci ho provato a fermare il flusso dei ricordi, ma non ci sono riuscito. Più mi addentravo nella cronaca politica, più leggevo quel che Renzi e i suoi dicono e ripetono in questi giorni, più la sensazione di essere in un episodio di Paperino si impadroniva inesorabilmente di me.
Prima le battute, non si sa se originali o un po’ trasfigurate dai suoi, sul povero e confuso zio Paperino, il presidente del Consiglio Enrico Letta: «Ormai siamo diventanti i badanti di questo governo. Sanno solo combinare guai e noi dobbiamo rimediare» (la Repubblica, 9 gennaio).
Poi le baldanzose parole con cui la giovane marmotta Renzi presenta la prima versione del «Jobs Act»: «Qui c’è un sommario, con le prime azioni concrete, formulato insieme ai ragazzi della segreteria a partire da Marianna, che si occupa di lavoro, e di Filippo, che è responsabile economia».
La sensazione di essere in un fumetto di Walt Disney è irresistibile.
La stragrande maggioranza delle persone normali, che lavorano e non vivono di politica e di talk-show, sa forse chi è Qui-Matteo, ma non ha la minima idea di chi siano Quo-Filippo e Qua-Marianna.
Ma non importa, quel che importa veramente è solo il messaggio: siamo amici, siamo ragazzi, siamo ottimisti, abbiamo un piano per voi.
Un piano che vi salverà , farà ripartire l’Italia, un Paese «che ha le risorse per essere leader in Europa e punto di attrazione nel mondo» perchè il mondo «ha fame di bello, quindi di Italia».
Mah, sono perplesso, e anche un po’ pentito. Pensate un po’.
Non ho mai avuto la tessera di un partito. Non ho mai votato Pd. Però alle penultime primarie (quelle vinte da Bersani e perse da Renzi) ero andato a fare la coda e a votare.
A votare per lui, mentre quasi tutti i miei amici e conoscenti preferivano Bersani (ora preferiscono Renzi).
Ho votato per Renzi non solo e non tanto perchè con lui avevamo l’occasione di archiviare Berlusconi (anzichè eliminarlo per interposta magistratura), ma perchè mi ero scaricato da youtube il discorso di Verona, e ci avevo trovato diverse ottime idee. Perchè avevo letto il suo programma, e molte proposte mi sembravano non solo giuste, ma realistiche, e realizzabili in tempi brevi.
Perchè con Renzi avevano lavorato o lavoravano persone di grande valore, studiosi con delle idee sul futuro dell’Italia. Gente che da anni analizzava i problemi, e pensava le soluzioni. Che quasi sempre sono complesse, controintuitive, e richiedono anni di duro lavoro sui dati, sulle leggi, sul funzionamento dell’economia e della società . Insomma, mi pareva che nel giornalino a fumetti del sindaco di Firenze un posto di rilevo fosse riservato anche ad Archimede pitagorico, non solo allo zio Paperino e ai suoi simpatici nipotini.
Vedo ora che le cose non stanno così.
Il mercato del lavoro è, probabilmente, l’oggetto più complesso di cui la politica possa essere chiamata ad occuparsi.
Riformarlo in modo non disastroso richiede competenze di economia e di diritto che si acquisiscono solo in anni e anni di studi. E infatti, molto saggiamente, Renzi aveva fatte sue diverse proposte degli esperti, e segnatamente il «Codice semplificato del lavoro» di Pietro Ichino, un testo frutto di anni di lavoro e ormai perfettamente pronto ad essere trasformato in legge dello Stato.
Una riforma a costo zero che renderebbe più facile fare impresa in Italia, e che si può varare in pochissimo tempo, se c’è la volontà politica.
Ora invece, in una situazione in cui non si sa neppure se il governo arriverà a maggio, Renzi parla di «presentare» (notate bene: presentare, non approvare) il Codice semplificato «entro 8 mesi», ossia entro settembre (Jobs Act, Parte C, punto 1).
Che cosa è successo?
Renzi non condivide più il testo che egli stesso ha sottoscritto più di un anno fa?
Ne ha pronto un altro e diverso? Perchè far passare tanto tempo?
Che fine ha fatto il decisionismo del sindaco di Firenze?
Come si fa ad accusare lo zio Paperino di inerzia, di lentezza, di praticare la politica degli annunci, se poi Qui-Quo-Qua, con l’unico disegno di legge pronto, perfezionato in anni e anni di lavoro e di consultazioni, prevedono di «presentarlo» l’autunno prossimo?
Di per sè, questa esitazione non sarebbe preoccupante se il resto del documento contenesse proposte precise, piani dettagliati, idee incisive e ben strutturate.
Ma non è così. La bozza del «Jobs Act» è, per ammissione dei suoi stessi estensori, poco più che un insieme di «spunti», su cui — dicono — «ci apriremo alla discussione. Con tutti».
Ma che tipo di discussione? E che significa «con tutti»?
La risposta ce la dà lo stesso Renzi nell’intervista di ieri al Corriere della Sera: «Abbiamo sottratto la discussione agli “esperti” e l’abbiamo portata in pubblico. I dilettanti hanno fatto l’arca. Gli ‘esperti’ hanno fatto il Titanic».
Come dire: la specie si è salvata con l’arca di Noè, opera di dilettanti, il disastro del Titanic è quel che ci aspetta se ci affidiamo agli esperti.
Curioso. Negli ultimi anni un simile elogio dell’incompetenza l’avevo sentito solo dalla deputata Pd Marianna Madia («metto la mia inesperienza al servizio del Paese»), nelle cui dichiarazioni, tuttavia, almeno si poteva avvertire una punta di autoironia. Con Renzi no.
La metafora dell’arca di Noè e l’elogio del dilettantismo sono così sfacciati che l’intervistatore, Aldo Cazzullo, non riesce a trattenersi e gli chiede: «È segretario da un mese e già si celebra?».
Difetto di stile a parte, resta la domanda di sostanza: perchè Renzi snobba gli esperti ed esalta i dilettanti?
L’unica risposta che riesco a darmi è la seguente.
Il problema numero 1 di Renzi non è costringere lo zio Paperino a riformare il mercato del lavoro in modo utile all’Italia.
Se questo, o principalmente questo, fosse il suo scopo, incalzerebbe il governo con proposte ben definite, scelte fra le molte che sono disponibili da anni e che un aspirante premier dovrebbe ben conoscere.
Il problema numero 1 di Renzi, a giudicare dai suoi comportamenti, è logorare Letta, e al tempo stesso convincere l’elettorato che solo lui, l’enfant terrible della politica italiana, potrà fare quello che il duo Letta-Alfano non sono stati in grado di fare.
Per questo servono i dilettanti.
I dilettanti sono perfetti per aprire dibattiti, lanciare slogan, animare i talk-show, riempire le cronache dei giornali di «retroscena» più o meno succosi.
I dilettanti sono preziosi sia perchè alimentano l’idea che i problemi abbiano soluzioni semplici, sia perchè aiutano a creare un clima di partecipazione (o di guerra di tutti contro tutti) che permette ai leader populisti di offrirsi come salvatori della patria. L’idea di Grillo di far scegliere la legge elettorale alla mitica Rete non è molto distante dall’idea di Renzi di affidare ai dilettanti un problema formidabile come la riforma del mercato del lavoro.
Del resto, basta provare a immaginare che cosa succederebbe se Renzi avesse il coraggio di proporre, anzi di imporre, al premier Letta una delle proposte messe a punto dai detestati esperti di mercato del lavoro, i vari Ichino, Boeri o Garibaldi
Il risultato sarebbe la spaccatura del Pd, l’ostilità della Cgil e della Fiom, un’ennesima rottura del fronte di sinistra fra riformisti e massimalisti.
In breve: Renzi potrebbe candidarsi a premier, ma senza l’appoggio pieno e convinto del suo popolo.
Ecco perchè quel che mi aspetto, di qui a marzo (poi la campagna elettorale sommergerà tutto e tutti), sono solo diversivi.
Tanti discorsi su legge elettorale, riforme istituzionali, costi della politica, ma pochissime azioni veramente incisive per dare un posto di lavoro ai giovani e alle donne.
Per ridurre i costi della politica basta una rivolta popolare, ma per riformare il mercato del lavoro, sfortunatamente, ci vogliono persone competenti, molto competenti.
Fossi Renzi, mi terrei stretto il Manuale delle giovani marmotte ma non rinuncerei mai a fare due chiacchiere con Archimede Pitagorico.
Luca Ricolfi
(da “La Stampa”)
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Gennaio 12th, 2014 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DELLA SEGRETERIA DEL PD: “NESSUNA DOMANDA SULLA GIUSTIZIA, L’ARGOMENTO CHE CONOSCO”
«Eh… la supercazzola …».
Il conte Mascetti
«Guardi, giuro che è un caso: ma, davvero, “Amici miei” è un film che adoro”.
Però ora dicono: l’onorevole Alessia Morani del Pd, quella della supercazzola a «Ballarò». Non è il massimo della vita…
«Lo so, lo so… comunque non ci bado. Tutti noi renziani dobbiamo abituarci ai giornalisti di parte, di destra, pagati per infangarci, per demolire subito il nuovo che nasce, che cresce».
(Sono le due del pomeriggio e, prima di continuare a parlare con l’onorevole Morani, è opportuno consultare Wikipedia. Che, alla voce “supercazzola”, dice: «Il termine nasce dal film “Amici miei” di Mario Monicelli – 1975 – in cui si raccontano le vicende d’un gruppo di amici burloni che si divertono a corbellare il prossimo. È soprattutto Ugo Tognazzi, nei pani del conte Raffaello – detto Lello – Mascetti, a usare la “supercazzola”, investendo la vittima di turno con una raffica di parole incomprensibili» ).
A «Ballarò», in effetti, e lo dico con il rispetto dovuto a una signora brillante come lei, il suo intervento è risultato piuttosto involuto.
«Involuto?».
Non si capiva cosa volesse dire, onorevole.
«Uff!… Sì, mi si accusa di essere stata poco chiara. E resto molto sorpresa: perchè è la prima volta che mi capita d’essere criticata per l’eloquio, uno dei miei punti di forza…».
Senta: ma non sarà che voi parlamentari andate in tivù un po’ troppo spesso e a parlare anche di argomenti che non padroneggiate?
«Oh, questo è sicuro! Veniamo interrogati su qualsiasi cosa. Siamo diventati dei tuttologi!».
E perchè non si sottrae?
«Uh!… perchè perchè… la faccio io, a questo punto, una domanda: perchè nessuno mi chiede mai niente di Giustizia?».
Lei, nella nuova segreteria di Renzi, è la responsabile Giustizia.
«Ecco, appunto: perchè non mi fanno parlare di Giustizia? Di un argomento che conosco? Perchè non mi chiedono del lavoro che stiamo facendo su una riforma che, ad esempio, vuole evitare sia l’amnistia che l’indulto?».
Lei è stata assessore all’Istruzione della Provincia di Pesaro e Urbino, giusto?
«Giustissimo».
Posso chiederle come e perchè Renzi le ha dato l’incarico di occuparsi di Giustizia?
«Ma come perchè? Perchè sono avvocato, no?».
Renzi le ha detto qualcosa su questa storia della supercazzola?
«No, assolutamente… anche perchè dovrebbe essere chiaro che siamo tutti sotto attacco…».
Tutti chi?
«Ma come tutti chi? Hanno acceso il ventilatore sul fango e cercano inutilmente di sporcare il nuovo gruppo dirigente del Pd inventando menzogne su menzogne! Prima hanno cercato di mettere in mezzo la Serracchiani con la storia del volo di Stato… Poi hanno messo nel mirino Davide Faraone: i grillini lo accusano di aver chiesto voti alla mafia… ma le pare? E lasciamo stare la povera Maria Elena Boschi…».
Già , la Boschi.
«Lo sa anche lei, no? Sulla Boschi fanno illazioni per i rapporti che ha con Bonifazi e con Renzi, cose pesanti, molto pesanti francamente…».
La lezione di «Ballarò», comunque, è servita?
«Servita a cosa? Guardi, le dico: stasera sono ospite di SkyTg24 e… Beh, insomma: se pensavano di spaventarmi, non hanno capito che tipetto sono io…».
(Una donna ironica, giocare sulla “supercazzola” non era facile, ma anche forte e coraggiosa. «Undici anni fa mi ammalai di leucemia, e la malattia ha ridefinito le mie priorità ». Nata a Sassocorvaro, provincia di Pesaro-Urbino, è una trentottenne «orgogliosamente compagna di un carabiniere»: in Transatlantico celebre anche per un vistoso tatuaggio sul piede sinistro, a Roma condivide un appartamento con Alessandra Moretti e, come la Moretti, è stata a lungo bersaniana ).
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
CIRCA 15.000 EURO IN CENE E VIAGGI IN OTTO MESI
Il carteggio è definito “copioso” dai protagonisti. A volte con toni piccati, puntiglioso nelle argomentazioni, rari spunti ironici, citazioni in latino tanto per impressionare l’interlocutore. Accuse reciproche su circa quindicimila euro di rimborso spese.
Da una parte c’è il Collegio Sindacale della Sin, Sistema Nazionale Integrato per lo sviluppo dell’Agricoltura, dall’altra il suo ex presidente e amministratore delegato, Ernesto Carbone, esponente Pd di neanche quarant’anni, fiero renziano, considerato un figlio privilegiato della nuova politica per età , esperienze e relazioni trasversali. Un predestinato.
Il 23 dicembre scorso il Fatto Quotidiano si è occupato dello scontro tra lui e il Collegio, raccontando le spese “ingiustificate” (così vengono definite nel carteggio) da parte dell’ex dirigente.
Oggi le notule hanno acquisito un ulteriore valore.
Un ristorante, un aperitivo, un taxi alle due di notte, un aereo verso la Croazia, un treno per Bologna in business, ovvio, un altro da Roma sempre per Bologna e sempre in business. Ancora aperitivo. Il pranzo. Cena. Viaggio. Sosta. Aperitivo.
La sua si potrebbe definire una vita intensa a prova di colesterolo, come raccontano le specifiche presentate.
In ordine sparso: amatriciana, ostriche, crocchette di baccalà , moscardini fritti, polpettine di tonno (il suffisso ine va molto di moda nella Capitale, pare renda il piatto presentato più chic). Fettuccine alle triglie. Paranza.
E ancora, e ancora, fino a un totale di 15.770, 05 euro spesi in appena otto mesi; 1.050 dei quali sono stati restituiti dallo stesso Carbone.
Ma il punto è un altro: secondo il contratto siglato dall’esponente Pd, l’unico compenso percepito doveva essere lo stipendio (60 mila euro l’anno) senza l’aggiunta di alcun benefit.
Nè ristorante, nè taxi, nè viaggio. Niente.
Eppure lo stesso Carbone si è fatto assegnare una carta aziendale senza passare dal consiglio — come da regolamento — per poi spendere a suo piacimento, come gli viene contestato negli atti del Collegio.
E sono finanziamenti pubblici arrivati dall’Europa.
Il Sin dispone di 7,2 miliardi di euro che annualmente vengono affidati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comunitaria dell’Unione europea; il Sin gestisce il Sian (Sistema informativo agricolo nazionale), il meccanismo attraverso il quale lo Stato individua, controlla e ripartisce i fondi destinati agli agricoltori nazionali .
Insomma, un gigantesco forziere dentro al quale girano le speranze, aspettative, sogni e delusioni di centinaia di migliaia di piccoli, magari piccolissimi, medi e grandi coltivatori nostrani.
Carbone per due volte è stato ai vertici e nella seconda occasione è incappato in una situazione dove si “ribadisce il carattere di gravità delle irregolarità ed illegittimità riscontrate”, come scrive il Collegio, non convinto delle specifiche offerte dal democratico.
Quest’ultimo, infatti, in un secondo tempo ha presentato gli scontrini richiesti, con scritto a penna sul retro il motivo della rappresentanza.
Ecco un generico “Senato”, un altrettanto vago “Camera”, quindi “Finmeccanica”, “Mipaf”, sempre così.
Nessuna ulteriore specifica su “chi” della Camera o del Senato.
In alcuni casi compare “Gabinetto”, e proprio in quel periodo ricopriva anche il ruolo di vice capo di gabinetto al ministero delle Politiche Alimentari e Forestali.
In sostanza, un pranzo di rappresentanza con se stesso. E che conti, con botte da 130 euro per una sola persona, altri più bassi, altri molto più alti, nei migliori esercizi della Capitale, tanto da poterlo considerare un neo “Trip advisor” per varietà , eccellenza e frequentazione.
Contatto dal Fatto, Carbone ha replicato: “Il Collegio ce l’ha con me perchè ho apportato tagli e ho messo mani dove non dovevo. Andate a vedere quanto costa adesso il Collegio composto da tre persone di cui due siciliani: 390.000 euro totali l’anno e stanno anche 4 giorni a Roma in albergo, per fare cosa? Le mie spese, invece, sono tutte giustificate e inferiori rispetto a quelle dei miei predecessori”.
Sul suo sito scrive: “Ormai siamo un Paese abituato agli scandali, ai furti legalizzati, a fantaprogrammi pieni di promesse vuote. Dobbiamo tornare a pretendere serietà , rispetto e trasparenza perchè l’Italia non è di chi la governa ma di chi la vive”.
Sante parole.
Alessandro Ferrucci e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
“SERVE LEADERSHIP FORTE MA NON ABBIAMO BISOGNO DI UN DITTATORE”
“Sono entrato in un governo difficile per scelta del Partito democratico, ho messo la faccia su scelte che non condividevo. Nelle ultime settimane ho avuto la netta sensazione di una ambiguità nel rapporto tra la segreteria democratica e il governo Letta. Se il mio segretario manifesta ambiguità e oltre a mettere in evidenza limiti ed errori dell’esecutivo si lascia andare a caricature distruttive…. Era diventato ‘il governo delle marchette’, senza sentire mai una parola di apprezzamento per misure importanti, come quelle a favore degli esodati”.
L’ex viceministro dell’Economia Stefano Fassina intervenendo al videoforum di Repubblica Tv spiega così la scelta di dimettersi dal suo incarico.
“Vedo rischi di indifferenza o atteggiamenti liquidatori davanti a posizioni interne che vanno in senso diverso da quelle espresse dal segretario. Serve una leadership forte, ma va evitato il rischio di far diventare il Pd un partito personale. Ok alle riunioni di direzione itineranti, ma facciamole nei circoli del Pd non nei comitati elettorali pro-Renzi”, dice Fassina ancora in polemica con il segretario rispondendo alla domanda di un lettore di Repubblica.
“Ci vuole un partito che torni a essere un partito – insiste – Non abbiamo bisogno di un dittatore, ma dobbiamo essere un soggetto politico”.
Quanto alle voci di avvicinamento con Sel e all’intenzione di diventare il referente dells sinistra interna al Pd, l’ex viceministro spiega: “Mi riconosco in una cultura politica e in un programma, non in una corrente o in un’area. Io voglio portare tutto il Pd su una rotta adeguata. Le nicchie non mi interessano, non devo contrattare posti. Bisogna rimettere al centro la persona che lavora e affrancarsi dal liberismo. Su questo percorso esistono interlocutori più sensibili: Civati, Cuperlo, che resta il leader dell’area che lo ha votato, e guardiamo con attenzione anche all’evoluzione di Sel. Ma dobbiamo guardare oltre confini del ceto politico. Occorre un confronto con il mondo cattolico che ragiona su un neoumanesimo contrapposto al neoliberismo, non più egemone ma ancora forte”.
“Papa Francesco – afferma ancora Fassina – ha ridato forza a queste componenti. Il Pontefice a Cagliari davanti ad una platea di lavoratori in gran parte disoccupati ha detto: ‘Dobbiamo lottare per il lavoro’, parole eversive per il Pd!”.
L’esponente democratico, rispondendo ad una altra domanda dei lettori, affronta quindi il rapporto con Bruxelles.
“Questa Europa – sostiene – ci sta portando a fondo, dobbiamo costruire un’altra Europa perchè diseguaglianza e precarietà del lavoro non si possono combattere su scala nazionale. La direzione di marcia dell’Eurozona ci porta a sbattare e va radicalmente contrastata, invertendo la rotta da mercantilista, che è la stessa del Titanic. Dobbiamo farlo con la politica, partendo da quella degli stati nazionali. Occorre cercare un piano B, perchè insieme all’economia si rischia di mandare a fondo anche la democrazia attraverso le forze no-euro, i partiti populisti e nazionalisti”.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 8th, 2014 Riccardo Fucile
DA “UNICO PARTITO NON PERSONALE” A “PARTITO PADRONALE”?
Ancora quasi non era scoppiata la bombetta del “Chi?” staffilato da Matteo Renzi al (suo) viceministro
dell’Economia Stefano Fassina, e già erano al lavoro molti volenterosi pompieri del capo: chi a dire che quel “Chi?” non era mai stato pronunciato, chi ad accusare i giornalisti di mestare nel torbido.
Un classico degli ultimi vent’anni: il sasso che parte, la mano che si nasconde. Sarebbe bastato un “Sono stato frainteso” per rispettare il copione.
Invece, Renzi ha rivendicato la battutina e gli zelanti pompieri del capo sono rimasti con la pompa in mano, la scala a mezz’asta e la sirena ripiegata.
Non era colpa dei giornalisti, insomma, e nessuno era stato frainteso, e non c’era nessun “gomblotto”.
È un piccolo episodio, per carità , e se lo si ricorda qui, a qualche giorno dai fatti, non è per polemica.
È semmai perchè può servire a un dibattito serio che riguarda la sinistra italiana e non solo lei.
Un dibattito che dovrebbe crescere intorno alla saggia domanda che ha posto Ilvo Diamanti su Repubblica, non un invasato grillino, non un nostalgico ideologico.
La domanda che Diamanti pone sul Pd renziano alla fine della sua analisi è questa: “Se sia possibile costruire un soggetto post-berlusconiano senza essere Berlusconi”. O, almeno, senza assomigliargli almeno un po’, nei modi, nelle dinamiche, nel porsi di fronte agli avversari interni ed esterni.
O ancora, per dirla con Gianni Cuperlo (che del Pd renziano è il presidente), se sia possibile in quella logica fare una distinzione tra il “dirigere” e il “comandare”.
Per ora ci si deve accontentare di piccoli indizi. Il tempo dirà .
Certo, tra gli indizi c’è anche quello degli zelanti pompieri: accusare i giornalisti per una frase effettivamente pronunciata farebbe pensare che sì, che c’è nel renzismo una componente fideistica che ricorda certe uscite dei fedelissimi berlusconiani in relazione alle sparate (quasi sempre infelici) del loro Santo Silvio.
Altri elementi sono un certo decisionismo ostentato (ma per ora un decisionismo senza decisioni), una forte accelerazione sul carattere personalistico del partito, un modellare la principale forza politica della sinistra sulla figura del nuovo capo.
Il “Non sarò mai un grigio burocrate” detto da Renzi somiglia abbastanza da vicino al “Non faccio parte del teatrino della politica” detto da Berlusconi, e ci sarà tempo per verificare se avrà più fortuna.
Ma insomma, alcuni indizi, quelli messi in fila dall’ottimo Diamanti e quelli che ognuno può vedere, ci sono.
La domanda rimane sospesa e forse la risposta vera la può dare solo la base del Pd, cioè quei milioni di italiani che si vantavano (con Bersani) di sostenere l’unico partito non personale e che ora si ritrovano con il dubbio di sostenere un partito “padronale” (e questa è una citazione di Fassina).
Italiani che dicono le cose in italiano e non in inglese, che magari rimangono affezionati a qualcosa che somigli a un’ideologia e che non la considerano una parolaccia, che magari non sono nemmeno tanto affascinati dai panini di Eataly e che potrebbero persino essere un po’ irritati dalle interviste dei loro leader su Chi?, la bibbia del gossip berlusconiano.
Insomma, alla domanda di Ilvo Diamanti risponderanno loro, prima o poi.
A meno che il nuovo Pd post-berlusconiano (ancora parole di Diamanti) non decida che di loro può fare a meno, che quei voti non gli servono, che è davvero diventato un’altra cosa, nel nome e nel culto del capo.
Post-berlusconiano e anche un po’, forse, post-democratico.
Alessandro Robecchi
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Gennaio 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO ALLE PRIMARIE SI SCHIERA CON FASSINA: “BASTA DIVIDERCI TRA CHI CRITICA E CHI PRENDE SPUTI”
«O sosteniamo un’altra fase del governo fino in fondo, e lo facciamo tutti, oppure si dice basta e si va a votare». Gianni Cuperlo è appena tornato dall’ospedale di Parma, dove è ricoverato Bersani.
Per il presidente del partito, e sfidante di Renzi alle primarie, è tempo di chiarezza nel Pd e va aperta la “fase 2” nel governo: «Se il patto di governo non è solo propaganda, allora si cambi marcia davvero».
Cuperlo, le condizioni di salute di Bersani fanno momentaneamente deporre al Pd le armi?
«Lasciamo perdere le armi. Adesso la cosa importante è la salute di Pierluigi e la sua ripresa. Attorno a lui c’è una cintura di affetto e stima che riempie il cuore, rivolta a un leader che della politica ha sempre mostrato il volto buono».
Torniamo allo scontro nel partito e con il governo. Il vice ministro Fassina ha fatto bene a dimettersi solo per una battuta di Renzi?
«La battuta era sgraziata. Il rispetto per gli altri riflette l’idea di partito e del rapporto tra le persone: una cosa è discutere, altra smarrire la distanza tra comandare e dirigere. Spero Renzi capisca che questa differenza passa anche da stile e linguaggio della leadership. Se il modello è il sindaco di New York, De Blasio, quale senso ha riprodurre l’ironia muscolare della stagione che vorremmo chiudere?».
Le dimissioni del vice ministro pongono un problema?
«Un problema che non c’entra nulla con le correnti del Pd, ma c’entra con il patto di governo annunciato da Letta e da Renzi e che deve fondarsi sulla chiarezza per due buone ragioni».
Quali sono le ragioni?
«La prima sta nel sentimento di pancia che ci cresce attorno e dice semplicemente “io soffro, voi non fate nulla, andate tutti al diavolo”. A chi ha questo stato d’animo non interessano le schermaglie tra Palazzo Vecchio e Palazzo Chigi. La sola cosa che gli interessa è capire se il governo e la politica sono in grado di arrivare anche alle loro vite impoverite. La seconda ragione riguarda le cose da fare. Renzi dice che finora si è perso tempo e adesso l’Italia cambia verso. Bene. Ma lui è il leader del Pd e Letta il capo del governo. Allora si mettano le cose nero su bianco, ciascuno si assuma le sue responsabilità per quelle scelte e si agisca».
Quindi Fassina ha avuto ragione o torto a lasciare?
«È una scelta da rispettare anche se spero possa ripensarci dopo un confronto franco. Perchè su un punto ha ragione: una divisione delle parti dove chi sta fuori dal governo parla di marchette, chi è al governo piglia gli sputi e poi ci sono anche i furbi che, stando al governo, applaudono agli insulti, non può funzionare. Non si salva così il paese. La parola rimpasto sotterriamola pure, ma io insisto nel dire che sarebbe saggio chiedere a personalità del civismo e della sinistra, della lotta per la legalità e per il solidarismo, di fare un passo avanti per scavare assieme le fondamenta della ricostruzione».
Per coinvolgere Renzi, sarebbe il caso di proporgli di entrare nel governo come ministro o vicepremier?
«Io sono convinto che si debba fare un mestiere per volta: se uno è il segretario del più grande partito del paese, non ha tempo e modo di fare altro».
Le priorità sono riforma elettorale, diritti civili, piano per il lavoro. Quale modello elettorale lei vorrebbe?
«Sulla legge elettorale si parta dalla maggioranza, poi è doveroso sulle regole trovare un consenso ampio. Se non vuoi morire di larghe intese, la via da seguire è il doppio turno. L’altra urgenza è passare a un monocameralismo, evitando due ballottaggi tra Camera e Senato. Per quanto riguarda il lavoro questa crisi non si aggredisce con le ricette di prima scongelate dal freezer. Nè basta agire solo sulle regole. Il tema alquanto difficile è redistribuire una quota di risorse e ricchezza, parlare di salario minimo e dell’universalità degli ammor-tizzatori, di tutela previdenziale per i lavoratori discontinui. Ma soprattutto per rilanciare la crescita devi creare lavoro, su questo fronte l’azione pubblica è decisiva ».
Alfano non vuole norme sulle unioni civili. La maggioranza di governo rischia di saltare su questo?
«La cronistoria di una legge sulle unioni civili che tutta Europa considera scontata è la fotografia del ritardo delle classi dirigenti e mostra che la società è più avanti delle sue istituzioni. La destra resiste su posizioni ostili al riconoscimento della dignità per milioni di persone? Se ne assumano il peso. Io dico calendarizziamo la materia alla Camera da subito. Mentre chi insiste a dire che viene prima il lavoro e dopo i diritti, in realtà boicotta entrambi, perchè ampliare i secondi mai come oggi equivale a creare nuova ricchezza morale e materiale».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL GESTO DI FASSINA E IL DRAMMA DI BERSANI RIDANNO DIGNITA’ A UN GRUPPO DIRIGENTE USCITO MALE DALLE PRIMARIE
Le dimissioni di Stefano Fassina da viceministro del governo Letta, il dramma di Pierluigi Bersani,
sottoposto d’urgenza ad un’operazione chirurgica per emorragia cerebrale. ù
Due eventi evidentemente scollegati tra loro che il fato ha messo insieme, catapultandoli sulla scena politica nel giro di 24 ore.
Quando due contingenze, inattese e non volute, possono ridare dignità ad una sconfitta politica, quella subita alle primarie…
Chi lo conosce bene, giura che Stefano Fassina ha fatto una scelta individuale: ‘dimissioni express’ dal posto di viceministro del governo Letta per dare una lezione allo ‘sbruffone’ Matteo Renzi.
Perchè quella battuta, “Fassina chi?”, pronunciata dal neosegretario non è andata giù nè al diretto interessato e nemmeno ai suoi più stretti compagni di partito, i bersaniani ora particolarmente preoccupati per lo stato di saluto del loro leader Pierluigi, ricoverato in prognosi riservata a Parma.
Eppure, man mano che passano le ore, nel Pd si fa strada un’interpretazione politica del gesto di Fassina. Non sono solo i renziani come Angelo Rughetti a pensare che l’ex viceministro, libero da incarichi di governo, ambisca ora a ricoprire il ruolo di “ leader della minoranza Pd”.
La questione ancora non è stata socializzata tra gli anti-renziani, complice l’incidente accaduto a Bersani che in queste ore fa prevalere l’angoscia alla politica tra i vari dirigenti che si stanno recando a fargli visita a Parma.
Però è una questione che esiste, tanto più che la minoranza Pd che fa capo a Gianni Cuperlo, a meno di un mese dalle primarie, è già spaccata non solo sul leader ma anche sulla linea politica.
Si riuniranno la prossima settimana per cercare la quadra, in vista della direzione nazionale del 16 gennaio.
Per capire, basta mettere gli orologi indietro di una settimana.
Lunedì scorso, in un’intervista all’Huffington Post, il bersaniano Danilo Leva, ex responsabile Giustizia della segreteria Epifani, usava lo stesso linguaggio di Fassina contro Renzi.
Il segretario parla “come Grillo e Berlusconi”, contesta Leva, “il Pd deve incalzare il governo sulle riforme, ma il voto anticipato non è una soluzione…”. Il giorno dopo, in un’intervista all’Unità , Cuperlo si esprime in maniera diversa se non opposta.
Toni agguerriti con il governo piuttosto che con Renzi: “Se non si va avanti sulle riforme, meglio tornare al voto”, sono le parole di Cuperlo, candidato sconfitto alle primarie, ora presidente dell’assemblea Pd, carica che ha accettato accogliendo l’offerta insistente di Renzi e respingendo il parere contrario di Massimo D’Alema.
Vicini a Cuperlo, anche i Giovani Turchi che non condividono fino in fondo il gesto di Fassina. Spiega Matteo Orfini, un altro che potrebbe ambire alla leadership della minoranza cuperliana: “Non capisco la scelta di Stefano. E’ vero che il ‘chi’ di Renzi è stato politicamente inopportuno e offensivo, tuttavia penso che durante le primarie noi abbiamo detto ben peggio di Renzi. Critiche di merito a Renzi vanno fatte ma le dimissioni non aiutano a indirizzare il governo nella giusta direzione”.
La profezia di D’Alema evidentemente si sta avverando. Il presidente di ItalianiEuropei, sostenitore della candidatura di Cuperlo alle primarie, era fortemente contrario all’idea di accettare l’offerta della presidenza Pd.
Proprio perchè temeva che in questo modo la minoranza anti-Renzi – ferma ad un impietoso 18 per cento alle primarie – non avrebbe più avuto un punto di riferimento unitario.
Del resto, si ricorderà che Bersani e i suoi ci hanno messo tre mesi per decidere di appoggiare la candidatura di Cuperlo, in pista con il sostegno di D’Alema già a luglio.
E proprio prima di accordargli il sì, l’area dell’ex segretario provò a mettere in campo proprio la candidatura di Stefano Fassina, allora già viceministro.
La spiegavano così: “la scelta di Cuperlo è troppo divisiva, troppo targata ex Ds, invece Fassina è uno che raccoglie consensi anche dentro AreaDem”, che poi alle primarie si è divisa tra i franceschiniani con Renzi, altri con Cuperlo (Marini), altri non schierati (Bindi, Fioroni).
Le dimissioni dal governo Letta sono dunque per Fassina un modo per riprovarci, con una linea decisamente più governista di quella di Renzi, Cuperlo e Orfini. Anzi.
La scelta di lasciare la carica di viceministro alla fine è tesa più a fare da argine agli attacchi contro il governo che a mettere in difficoltà il premier Letta.
L’obiettivo è invece mettere in difficoltà Renzi, che, come spiega lo stesso Fassina al Corsera, dovrebbe mettere le mani nel rimpasto, occuparsene, “mettere a disposizione anche le sue donne e i suoi uomini per il funzionamento del governo. Altrimenti c’è il rischio di dettare un’agenda al governo sempre più ambiziosa e poi scaricare soltanto sul governo il fallimento di quegli obiettivi eventualmente mancati”.
E il fatto che al fianco di Fassina sia sceso in campo anche il ministro Flavio Zazonato, altro bersaniano doc, conferma che nell’area della ‘fu’ mozione Cuperlo sta per entrare nel vivo un acceso dibattito sulla linea da tenere: con i Giovani Turchi e il presidente Pd più vicini alle scelte ‘battagliere’ e magari spericolate del sindaco-segretario e i bersaniani schierati invece a tutela del governo, anche in virtù di quel patto siglato dal leader Pierluigi con Letta a novembre scorso.
Insomma, è come se si stesse riproponendo l’eterno duello tra D’Alema e Bersani, pur con entrambi i leader nell’ombra, il primo per scelta, il secondo per infausta sorte.
Al loro posto c’è una generazione più giovane. Anche dalla loro capacità di trovare o meno una linea comune dipenderà il destino del governo, ora che ci si accinge a stendere il famoso ‘patto di coalizione’.
L’idea di chi guarda a Fassina è di rafforzare l’area a sostegno del governo, soprattutto nei gruppi parlamentari, dove Renzi sulla carta non ha maggioranza.
Rosi Bindi, profondamente anti-renziana, ha già risposto all’appello schierandosi con l’ex viceministro.
Chissà chi altri lo farà se si dovesse arrivare al dunque: andare avanti o tornare al voto?
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile
“L’AUTOREVOLEZZA DEL RUOLO NON VA CONFUSO CON L’AUTORITARISMO: CI VUOLE RISPETTO DELLA DIGNITA’ DELLA PERSONA”
“Renzi ha avuto un grande consenso alle primarie come Prodi, Veltroni, lo stesso Bersani. E questo deve
servire per far germogliare l’autorevolezza. Che non va mai confusa con l’autoritarismo. La cifra caratterizzante dei democratici non può che essere il rispetto della dignità della persona, a cominciare dagli avversari e dagli ultimi”.
Beppe Fioroni, deputato Pd, ex popolare, oggi in minoranza (uno degli ultimi “rottamandi”) è molto critico con quel “Fassina chi?” che ha portato il vice ministro dell’Economia alle dimissioni.
Dunque, Renzi ha sbagliato?
Conosco bene Matteo. A lui, come a me, piace la battuta anche tagliente e anche pungente. Ma spesso bisogna esercitare su noi stessi il senso del limite. Perchè la battuta può ferire, a seconda di chi la fa e come, più di ogni altra cosa. Sono convinto che in futuro Matteo saprà mordersi qualche volta la lingua per evitare di dare il via a un bullismo politico di cui non sentiamo la mancanza .
E’ stata sicuramente una battuta, ma Renzi non solo non ha chiesto scusa, ma l’ha rivendicata, chiarendo che lui non ha intenzione di cambiare. Con Fassina è stato critico in maniera ferocemente ironica, richiamandolo a ragioni politiche
Il bullismo politico che dobbiamo evitare è un’arma a doppio taglio perchè la forza tranchant della battuta e anche della frusta verbale diventa un boomerang e a lungo andare si trasforma in un celodurismo che se non produce fatti quotidiani si ritorce contro il partito, il suo gruppo dirigente e alimenta solo divisioni e lacerazioni. Un segretario autorevole come Renzi deve costruire il consenso e l’unità anche in un confronto vivace. Ma se travalica il limite del rispetto e per primo non dà importanza alle sue battute e alle sue affermazioni per slogan si danneggia perchè autorizzerà tutti a pensare che non sono cose serie.
Però provocando queste dimissioni ha piazzato una mina sotto il governo, o no?
La mina non sono le dimissioni di Fassina, che si è dimostrato serio e coerente come sempre, ma il clima costante di stress e di esame di riparazione cui vengono sottoposti Letta e il governo dal partito cardine della maggioranza.
E se Renzi di battuta in battuta facesse fuori un ministro alla volta?
Se il Pd vuole procedere ad avvicendamenti nel governo per migliorarne performance ed efficacia è perfettamente legittimo anzi in alcuni casi auspicabile. M auguro Letta lo prenda in considerazione. L’unica cosa che non è possibile è che qualcuno porti avanti una conflittualità permanente con il governo e gli uomini del governo per portarci al voto
È la strategia di Renzi?
Non lo so. Mi auguro che nessuno pensi questo e il modo migliore per smentirlo sono i fatti. Lo spread è sotto 200 e ci sono miliardi di euro da investire in crescita, lavoro e famiglia. Sarebbe criminale tornare a un anno fa invece che per dei posti di lavoro per un posto al sole,
L’idea di Renzi di fare la legge elettorale con tutti, anche con Berlusconi è giusta?
Un accordo con lui significherebbe senza alcun alibi un ritorno indietro e una nuova chance per il Cavaliere, riportando il paese a un sistema bloccato in una contrapposizione tra berlusconiani e snti berlusconiani. Il malore di Bersani oggi ha colpito tutti, raggelando il Pd. Mi auguro che Pier Luigi superi bene questa situazione. È uno dei grandi leader della sinistra di cui il Pd non può prescindere”
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile
SI CONSUMA A CAPALBIO L’ULTIMA LITE TRA CORRENTI DEL PD
Per un renziano della prima ora come lui, è quasi un affronto essere stato, di fatto, rottamato, almeno
per il momento.
Capita all’ex sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori, che due mesi fa è stato sfiduciato in consiglio comunale dal suo stesso vice, Settimio Bianciarelli, democratico anche lui, fuoriuscito in un gruppo autonomo.
Tant’è che, in mancanza di un primo cittadino, dal 28 dicembre a guidare l’amministrazione del comune simbolo della sinistra radical chic sin dai tempi di Achille Occhetto, è arrivato un commissario straordinario, la viceprefetto Erminia Giuseppina Ocello.
Dalle foto di piatti colmi di prelibatezze, feste per la Befana e del gatto rosso sullo scooter postate sul profilo Facebook, non sembra che Bellumori sia poi tanto contrariato.
Anche perchè, pare, alle prossime elezioni di primavera si ricandiderà ancora.
Ma è singolare che, a portare l’amministrazione comunale all’Ultima Spiaggia (in questo caso non è il nome del noto stabilimento balneare) non siano stati gli avversari politici quanto i bisticci all’interno del Pd, renziani contro cuperliani.
Finchè la cittadina della Maremma è finita commissariata.
Nel frattempo, anche il vice Bianciardi è stato folgorato da Renzi, però il segretario del circolo Pd, Marco Donati, gli ha negato la tessera in memoria dello «sfregio».
(da “il Corriere della Sera“)
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