Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile
“SE OGNI VOLTA CHE UNO PROPONE QUALCOSA CHE NON AGGRADA, VIENE TRATTATO COSI’, CHI SI AZZARDA PIU’ A CRITICARE”
«I due non si sono mai amati, e del resto lo spazio di Stefano Fassina nel governo con la segreteria Renzi
si era fatto sempre più stretto. Ma quest’episodio è la spia di qualcosa di ben più profondo di uno scontro fra due diverse personalità del Pd».
Onorevole Civati, ha sbagliato Renzi a snobbare platealmente il viceministro?
«Al suo posto non l’avrei fatto. Se ogni volta che uno propone qualcosa che non aggrada, il segretario tira fuori tanta supponenza, chi si azzarda più a sollevare la minima critica? Anzi, anticipo Renzi, e me lo dico già da solo: Civati chi?».
Ma lo strappo di Fassina è arrivato troppo a botta calda?
«Forse non aspettava altro per mollare, e ha colto al volo l’occasione. Già una volta Fassina aveva minacciato ledimissioni, poi rientrate. Dentro il governo la sua posizione si stava facendo sempre più difficile, la sua linea in rotta di collisione con quella del nuovo segretario».
Insomma, l’incidente è stata l’ultima goccia.
«Più che altro, guardando dietro lo scontro fra due persone, quel che è successo dimostra quanto sia fragile e instabile il rapporto fra l’intero governo Letta e il Pd a trazione Renzi».
Chi tocca il rimpasto muore?
«Letta vorrebbe “renzizzare” il governo, sta valutando se mettere dentro due o tre uomini di Matteo, per garantirsi il cammino. Però sa anche che danza delle poltrone che innesca può diventare una danza macabra per l’esecutivo. Rischia di non controllarla più».
E il segretario?
«Resiste, per Renzi rimpasto è come una parolaccia. Con i suoi ministri, e con un patto di governo sottoscritto, è chiaro che l’esecutivo diventa il governo del segretario, e addio alle mani libere».
Per esempio?
«Vedo che Renzi evoca di continuo riforme da approvare con maggioranze diverse rispetto a quella della coalizione di governo. Sulla legge elettorale, ma anche sui diritti civili, e pure sul job act. Ma allora, facciamole su tutte quante le proposte, no? Facciamo una maggioranza per cambiare la Fini-Giovanardi e poi un’altra con Sel sugli F-35, e via così».
Conclusione?
«A furia di rispostacce ad Alfano, e di minacciare di approvare lo stesso il suo pacchetto con maggioranze trasversali, sai che succede? Che quelli del Nuovo centrodestrasalutano e se ne vanno, Alfano si stufa e torna nella vecchia band, a rifare i Rolling Stones col Cavaliere…».
Messa così, la strategia di Renzi è un abbraccio mortale per Letta.
«La tensione è fortissima, il governo in realtà è sempre più fragile. Una volta lo dicevo solo io, ora vedo che in tanti non gli danno lunga vita. Io dico: ben venga un patto di governo se serve a dare risposte al paese. Ma non mi aspetto grandi cose da Letta, stretto com’è fra Renzi, ma anche Alfano e Scelta Civica».
Che suggerisce?
«Durante la battaglia delle primarie, dicevo: meglio andare a votare. Lo dico anche adesso, solo che i margini si son fatti sempre più stretti. E una fine traumatica della legislatura io proprio non me la auguro».
Umberto Rosso
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile
CON RENZI PD STA PER “PANINO DEMOCRATICO” E DIVENTA SPONSOR DELLO SNACK EATALY
Dunque il Pd che ostenta lo snack Eataly non sta più per “Partito democratico”, ma per “Panino
democratico”.
E il «Fassina chi?» con cui Renzi ha liquidato il viceministro è rivelatore di un’arroganza pericolosissima.
Di sicuro c’è un sapore di complicità commerciale in quel marchio Eataly esibito sul pranzo a sacco («packed lunch» lo chiama Renzi) durante la pausa (anzi il «break») della riunione della segreteria. E c’è la solita protervia del parvenu della roba Calogero Sedara nel prendere finalmente possesso dei palazzi maltrattando gli antichi proprietari.
Qualcuno deve pur dire a Renzi che ci vuole scienza e umanità nello scegliersi il grimaldello con cui sfasciare un vecchio mondo.
Così come l’orrendo partito di plastica di Berlusconi umiliò la grande tradizione del moderatismo italiano, ora il partito-salsamenteria e la rottamazione, non più dei dinosauri ma dei dissidenti e dei non plaudenti come Fassina, sta umiliando la storia della sinistra italiana.
Per essere più chiari: si capisce che Renzi combatta la vecchia nomenklatura, ma Fassina è nuovo quanto lui.
E forse nell’imprinting e nel marchio d’origine, il Berlinguer di quello dovrebbe contare almeno quanto il Fonzie di questo.
E non si era mai vista, neppure ad Arcore, la pubblicità del cibo dell’uomo-marketing, l’amico Oscar Farinetti che sarà pure di sinistra ma è innanzitutto un imprenditore del cibo che deve vendere anche panini.
Sono più buoni? Facciamo un concorso? Ci sono mozzarelle che lasciano tra i denti anche un po’ di etica e sfilacci di diritti civili?
«È un Rinascimento in salsa tonnata» è stata la folgorante definizione dello scrittore Tomaso Montanari, che non è Roberto Gervaso, e non è neppure il povero Fassina, che ieri si è dimesso.
Siamo in Italia e anche la spocchia ha la sua tradizione e i suoi precedenti.
Ebbene nel «Fassina chi?» si riverbera il supponente «Michele chi?» che, pronunziato contro Santoro, negò la stessa evidenza della tv, quella di essere popolare, e ritorna anche il «Craxi chi?» che costò ad Occhetto la sconfitta definitiva.
Rischia davvero, il segretario, di sciupare il cambiamento, sia con gli sbotti di boria, sia con lo stile. È infatti comprensibile che voglia (e debba) farci dimenticare il sigaro di Bersani, dell’uomo solo al comando che si aggrappava a un boccale di birra, e quella odiosa scenografia da apparato, tempi contingentati, verbali, documenti, emendamenti, dipartimenti, un potere fatto di asprezze nascoste e distanze incolmabili.
E dobbiamo pure riconoscergli che è necessario anche fuggire dal loden di Monti, dalla posa saccente della sobrietà dei tecnici bagnata dalle lacrime della Fornero.
E ancora c’è l’incubo delle cene politiche ad Arcore con la regia del cuoco Michele sino al degrado del bunga bunga e al quadretto dei fidanzatini di Peynet con il cane Dudù tra le braccia.
E però la scenografia giovanilistica di Renzi sta volgendo subito al kitsch, con quei grandi cartoni di cibo griffato e quel dettaglio di piccola onestà ostentata: «abbiamo pagato con i nostri soldi», «sono costati solo 17 euro».
E anche il tavolo ingombro di cavetti, iPhone e computer Mac, più che a una sessione politica faceva pensare al tavolo nerd di Wikileaks, un “tu vo’ fa’ l’americano” senza più il risarcimento finale dei maccheroni.
E c’è pure il nome Renzi sul muro, con la R stilizzata, che aveva già scatenato i sarcasmi dei militanti (“webnauti” nel gergo “easy” del nuovo Pd).
Sembrano scopiazzature delle scene di Altman sull’America, dove il presidente-parodia è sempre sponsorizzato, spinto da interessi privati.
Viene in mente lo stemma della casa reale sulla senape Colman’s, sul sale marino Maldon, sullo zucchero Tate & Lyle, sul te Twinings, sugli impermeabili Barbour. La formula è: By Appointment to Her Majesty the Queen.
Ha ragione Fassina: Renzi si autocelebra e si fa del male rendendo “cool” il panino di Farinetti, anzi «la filosofia Farinetti» corregge lui.
Non capisce che così scimmietta il Berlusconi che sponsorizzava il risparmio Mediolanum del suo amico Doris.
Tutto può diventare pubblicità , tranne – ci pareva – la segreteria del Partito democratico. E si sa che si comincia con la mozzarella e si finisce con la paccottiglia, le penne biro, le calze, il dentifricio e il piumino Monclerche, ha detto Renzi, «non è più da paninari » così come il giubbotto a chiodo non è più la divisa del bullo ma l’abito del progressista.
Matteo Renzi va salvato dalla deriva outlet, ma anche dall’abuso di anglicismi da blackberry, i cui ultimi vagiti sono il “job act” e la “civil partnership”.
Già ci aveva fatto sorridere la convocazione delle riunioni alle 7.30 a. m., con tutta quella retorica sul mattino che ha l’oro in bocca.
Erano questi gli orari andreottiani, tipici dei padroni delle preferenze, Gaspari, Gava e tutta la Dc austera che così fregava i gaudenti nottambuli socialisti, Martelli e De Michelis, i quali andavano a letto quando cominciava la riunione: «coricati presto e levati di buon mattino / se vuoi gabbare il tuo vicino».
Del resto anche la retorica sulla fattività del politico instancabile ha una sua storia in Italia, che ricade su Renzi: dalla luce accesa tutta la notte nell’ufficio di Palazzo Venezia, all’Andreotti che riceveva alle cinque del mattino davanti alla porta della chiesa, al Berlusconi che faceva leggenda delle notti passate in bianco a lavorare per poi addormentarsi durante il giorno, e ci sono pure le macchiette come il liberale Costa, che non era mai “fuori stanza”, sino al fantuttone Brunetta.
Anche la bicicletta, infine, che è un mezzo meraviglioso, sta diventando un vezzo di nuovismo, la parodia dell’essere alla mano.
Il nuovista pedala, straparla l’inglese (che in realtà non conosce abbastanza) e insulta tutti, ma soprattuttoi galantuomini come Fassina.
Se si escludono qualche timido tweet di solidarietà (Chiara Geloni), e l’intervento di Cuperlo, che è stato suo avversario ed esige «il rispetto delle persone», solo Matteo Orfini ha parlato chiaro, semplice e diretto: «Renzi, sei il segretario del Pd, basta fare il guascone».
Il silenzio degli altri, tutti renziani entusiasti dall’obbedienza pronta, cieca e assoluta, in un solo pomeriggio ha invecchiato il cambiamento.
Il conformismo infatti è l’abito più antico del potere, l’ermellino che consacra la regalità provvisoria del vincitore di passaggio.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 4th, 2014 Riccardo Fucile
E LA SINISTRA POTREBBE AVER TROVATO UN LEADER CHE MORDERA’ LE CAVIGLIE AL PUPO DI FIRENZE
Non si è salvato, alla fine, il ‘soldato Fassina’. Anzi, Fassina Stefano si è autoaffondato da solo. Anche se,
magari, tra qualche mese si scoprirà che l’autoaffondamento della piccola corazzata Fassina si trasformerà nella leadership dell’Ultima Resistenza della sinistra-sinistra (dentro e, anche, ‘fuori’ il Pd, magari a partire da quella Cgil che è rimasta l’ultimo baluardo anti-Renzi, più movimenti vari…) contro la leadership di Renzi fino alle — estreme — conseguenze di una scissione e alla nascita — a oggi imprevedibile – di un ‘neo-Pds’.
Si vedrà . Il futuro è futuro, anche in politica.
Oggi conta il presente e il presente dice che Stefano Fassina (classe 1966, romano de’ Roma) ha deciso di mollare il governo di cui fa parte — e nel considerevole e cruciale ruolo di viceministro all’Economia — dopo la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Quel “Fassina chi? Fassina? Non sento, non sento…” — la frase pietra dello scandala pronunciato in modo, in effetti, assai irridente da Matteo Renzi durante la conferenza stampa post-segreteria Pd.
La prima segreteria del Pd, peraltro, tenuta non solo fuori Roma, ma proprio a Firenze, la ‘tana del lupo’. Fassina, nella fattispecie, sarebbe ‘l’agnello’, eppure trattasi di un ‘agnello’ che sa il fatto suo.
“E’ responsabilità di Renzi, che ha ricevuto un così largo mandato — osserva nella nota con cui annuncia che ‘lascia’ il governo e, insieme, raddoppia (“Continuerò a dare il mio contributo al governo dai banchi della Camera”: una minaccia, per Renzi, questa, più che un auto-epitaffio) — proporre uomini e donne sulla sua linea”. Punto.
Ne conseguono, da parte di Fassina, dimissioni ‘irrevocabili’ consegnate nelle mani del premier, che ringrazia “per la fiducia che mi ha concesso, il ministro Saccomanni per l’opportunità di lavorare con lui, il viceministro Casero, i sottosegretari Giorgetti e Baretta per l’ottima intesa che abbiamo avuto tra di noi”.
Se ne va, insomma, sbattendo la porta, ma con gentilezza, Fassina.
Certo è che — come potrebbe dire il protagonista di un film di Sordi (quanti sfottò, a Fassina, per quel suo piglio e ciuffo ‘pasoliniano’ che, nella migliore e più garbata intenzione dei suoi detrattori voleva pur sempre dire: ‘ma dove l’avete preso, questo, dal Tufello?’) — ‘m’hanno lassato solo’, avrà pur sospirato.
Il tormento interno e interiore “durava — racconta un suo collega di governo e suo vicino di scrivania a via XX Settembre — da diverse settimane, sia per la vittoria alle primarie di Renzi (Fassina lo ha duramente contrastato, ndr.) sia per le ‘incomprensioni’ con il suo partito, il Pd, che — come ha detto, nero s bianco, in un intervista rilasciata proprio oggi a Repubblica — “dal partito sono arrivate solo bordate, non certo aiuti, sulla legge di Stabilità …”.
Legge che Fassina ha seguito passo passo, in Parlamento, perchè di questo incarico era stato investito dallo stesso premier.
E Letta, Fassina, lo stima molto, se non assai: “Nella diversità della formazione e delle scuole di pensiero politiche ed economiche (Letta allievo del tecnocrate dc Andreatta, Fassina studente alla Bocconi e alla Fmi, ma allievo di Visco e, alla lontana, del marxismo, ndr.) Enrico stima moltissimo Stefano, lo considera serio, leale e, non a caso, gli ha sempre conferito incarichi di rilievo” spiegano da palazzo Chigi, dove sono molto ‘addolorati’ per le sue dimissioni, ancorchè sappiano che sono più che irrevocabili.
E che Fassina sia uno ‘leale’ lo dimostra anche un’altra vicenda, quella legata all’ascesa e al declino medesimo del Fassina medesimo durante gli anni (2009-2013) in cui leader del Pd era Pier Luigi Bersani e Fassina, dopo essere stato l’ombra del Visco viceministro del Tesoro nel II governo Prodi (2006/08), responsabile economico.
Leale fino alla fine, fino all’auto da fè (di Bersani) finale, Fassina è e resta di ‘sinistra-sinistra’ nonostante gli anni passati all’Fmi e tutto il resto.
Infatti, lui che pure si era avvicinato alla nuova corrente dei ‘Giovani Turchi’ (Orfini, Orlando, Verducci) e con essi aveva corso alle parlamentarie (non senza l’appoggio della Cgil) guadagnandosi sul campo il diritto di un posto al sole da deputato sicuramente eletto alla Camera, dove è arrivato solo nel 2013, per la prima volta, quando Bersani punta, nelle elezioni per il nuovo Capo dello Stato, su Franco Marini e non solo Renzi, ma pure i ‘Giovani Turchi’ e molti giovani parlamentari democrat di prima nomina, si ribellano e si rivoltano ‘contro’ il loro segretario, affossando il nome di Marini nella notte dei ‘lunghi coltelli’ svoltasi all’hotel Capranica, Fassina ‘rompe’ con i Giovani Turchi e resta, da solo, dalla parte di Bersani.
E anche quando, alle primarie per la leadership del Pd, appoggia la candidatura di Gianni Cuperlo, lo fa da solo (e, poi, perde, da solo), è solo quando deve confrontarsi con i sindacati sul piede di guerra contro una Legge di Stabilità che non piace neppure alla ‘sua’ Cgil e contro un Parlamento che infila ‘leggi mancia’ all’ultimo minuto facendogli fare, a lui e al governo, una brutta figura su scala globale.
E così, anche oggi, Fassina si dimette ‘da solo’, con i Giovani Turchi che ne contestano la scelta (“dimissioni sbagliate e incomprensibili” le bolla il loro leader, Matteo Orfini), i renziani che godono, Renzi che lo sfotte, quelli della destra che lo applaudono solo a dispetto e Letta che non può manco dire quanto gli manca, il soldato Fassina.
Chissà , però, se in futuro resterà davvero solo, a sinistra, Fassina.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 4th, 2014 Riccardo Fucile
“AVEVO POSTO UN PROBLEMA POLITICO, IL SEGRETARIO DEL MIO PARTITO HA RITENUTO DI RISPONDERE SENZA RISPETTO DELLE MIE IDEE E DELLA MIA PERSONA”
“Mi sembra tutto chiaro quel che e’ successo…” Stefano Fassina , come si sente dal rumore di
sottofondo, e’ in macchina e guida lui.
Di ritorno da Cineto, dalla riunione con 19 lavoratori licenziati durante la quale qualcuno lo ha avvertito del “Fassina chi?” di Matteo Renzi, il Segretario del suo Pd.
Chi l’ ha avvertita, il suo portavoce?
“Non ho portavoce…”
La decisione e’ stata presa li’ e subito
“Io avevo posto un problema politico. Il segretario del mio partito ha risposto senza rispetto non solo delle mie opinioni ma anche della mia persona. Visto che nel governo ci sono in rappresentanza del Pd, ho preso atto. È già difficile gestire l’attività di governo nelle condizioni date, immaginiamo in futuro dopo queste parole”.
Dunque si tratta di uno strappo deciso in un momento di rabbia
“Per nulla. Il Pd a mio parere non e’ ancora diventato un partito padronale, io non mi ci sono rassegnato”.
Le prime reazioni a queste sue dimissioni paiono molto tiepide. Al momento non sono molti quelli che si sono precipitati a difenderla. Non ha timore di rimanere isolato?
“Per nulla. Non mi pare, almeno, dal fiume di messaggi che sto ricevendo”.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
IL BUCO RISCHIA DI ESSER SUPERIORE AI 7 MILIONI DI PERDITE DEL 2012
Quando nel novembre scorso Antonio Misiani, fedelissimo di Bersani, nominato tesoriere dall’allora segretario, aveva detto che Matteo Renzi «tanto avrebbe trovato le casse vuote», gli uomini del sindaco l’avevano presa come una battuta. Ora dovranno ricredersi.
Ai renziani è stato lasciato in eredità ben di peggio.
Se nel 2012 il bilancio del partito registrava 7 milioni di perdite nel 2013 il buco rischia di essere ancora maggiore. E questo è avvenuto quando i rimborsi elettorali erano già stati dimezzati e il disegno di legge per la loro graduale abolizione già incardinato alla Camera.
Tant’è vero che si sta pensando di rispondere a questa situazione d’emergenza con una «due diligence», come si fa per le aziende.
Si affiderà , cioè, a un gruppo di professionisti il compito di verificare tutti i rapporti bancari, i contratti e quant’altro. Ci vorrà un mesetto di tempo.
Dopodichè probabilmente verrà messo tutto in Rete: il passato, il presente e il futuro. In modo che le spese del Pd siano trasparenti e ogni elettore possa verificarle.
Immerso nel lavoro, il nuovo tesoriere del partito, Francesco Bonifazi, fedelissimo del segretario, non si fa strappare una parola nemmeno sotto tortura. Ma le mura del palazzo del Nazareno hanno occhi e orecchie. E le prime indiscrezioni cominciano a trapelare.
Gli elementi che saltano all’occhio sono fondamentalmente tre.
Il primo: i dipendenti del Pd e i dirigenti politici avevano stipulato un accordo interno per il blocco delle assunzioni nell’arco del 2012-2013. Patto che non è stato rispettato quando si è trattato di piazzare al Nazareno, come quadri, otto nuovi dipendenti, nel gennaio del 2013. Guarda caso un mese prima delle elezioni. Guarda caso tutti e otto poi eletti in Parlamento. A loro, evidentemente, bisognava fornire una rete di protezione, in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Non finisce qui: altre assunzioni sono state fatte anche nell’agosto del 2012, sempre nell’era bersaniana. Anche questi dipendenti presi come quadri, il che significa che hanno una tutela maggiore di altri in caso di ristrutturazione dell’organico.
Per chiarire la situazione dal punto di vista degli oneri finanziari, il Pd ha circa 200 dipendenti, 150 lavorano al partito, gli altri sono distaccati e il costo medio di un dipendente è di 67 mila euro lordi.
Ma ecco che arriva il secondo capitolo relativo alla gestione delle spese del Nazareno. Al 31 ottobre del 2012 sono stati spesi 958 mila euro di consulenze in un anno.
E sempre in quello stesso arco di tempo giù una sfilza di cifre: 446 mila euro che vanno sotto la voce «viaggi nazionali», 333 mila per «servizi generali», 230 mila per rimborsi di alberghi, 236 mila per le agenzie di stampa, 635 mila per la manutenzione. In quest’ultimo ambito rientra anche la manutenzione del sito web del partito, che ha un costo notevole: sono stati spesi 327 mila euro in un solo anno
Ma la voce che impressiona di più è un’altra. Riguarda la propaganda: sei milioni di euro. Una cifra da capogiro, tanto più se si pensa a quali sono stati poi quattro mesi dopo i risultati per il Partito democratico di questo sforzo economico a livello elettorale.
Di questa somma la metà circa è andata in inserzioni e pubblicità sui media. Mentre ben più di un milione è stato il costo delle affissioni dei manifesti.
Un ritmo di spese a dir poco sostenuto, che sembrava quasi dare per scontato il fatto che in realtà , alla fine della festa, i rimborsi elettorali, in un modo o nell’altro, non sarebbero stati mai veramente cancellati.
Un ritmo che non si è interrotto neanche l’anno dopo, nel 2013. Ancora è presto per avere un dato finale riguardo questa stagione che ha visto il Pd impegnato in una campagna elettorale che ha prodotto altri significativi esborsi di soldi. Ma le previsioni sono improntate al pessimismo.
Racconta qualche dipendente, ovviamente con la premessa di voler mantenere l’anonimato, che i renziani si aggirano per il palazzo del Nazareno con le mani ai capelli e che si lasciano sfuggire frasi del tipo: «Vuoi vedere che ce l’hanno fatto apposta a lasciarci queste voragini?».
Processo alle intenzioni? La dietrologia in politica, si sa, ha sempre la meglio. Ma i numeri, invece, sono quelli che sono, immagazzinati in un computer o stampati nero su bianco su fogli che vengono letti e riletti quasi ogni giorno. E si giunge così al terzo e ultimo capitolo di questa storia. Riguarda il rapporto tra il Partito democratico e l’Unità .
Nel corso del tempo il Pd si è impegnato, come è normale che sia, ad acquistare un certo numero di copie e di abbonamenti del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Ogni volta veniva stipulato un contratto.
Ma di contratti ce ne sono stati diversi in questi ultimi due anni. L’ultimo porta la data del 17 ottobre del 2013, quando Pier Luigi Bersani si era già dimesso e al suo posto era stato eletto segretario Guglielmo Epifani, all’Assemblea nazionale del Pd , alla Fiera di Roma.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 29th, 2013 Riccardo Fucile
MARIA CLAUDIA IOANNUCCI, EX SENATRICE DI FORZA ITALIA, AMICA DEL FACCENDIERE, E’ DIVENTATA A SORPRESA AZIONISTA CON IL 20% DELLA NIE
La nuova azionista dell’Unità è un’amica di Valter Lavitola. 
Alcune sue conversazioni con l’ex editore dell’Avanti! (che era intercettato) sono finite negli atti dell’indagine napoletana sugli affari panamensi del faccendiere.
Si chiama Claudia Maria Ioannucci, avvocato e professore di diritto amministrativo a L’Aquila, 64 anni, già senatrice di Forza Italia nel 2001 quando sconfisse Ottaviano Del Turco.
Dal 2011 è consigliere di amministrazione delle Poste, nominata per ‘concessione’ di Berlusconi a Lavitola, stando almeno alle rivendicazioni di Valter.
La società della professoressa Ioannucci, Partecipazioni Editoriali Integrate Srl, controlla poco meno del 20% della NIE Spa, Nuova Iniziativa Editoriale spa, la società che edita il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924.
La Srl azionista dell’Unità è stata creata dall’attuale amministratore del giornale, Fabrizio Meli, nell’aprile scorso ed è stata poi ceduta alla Ioannucci il 29 ottobre 2013 dallo stesso Meli, manager del gruppo Tiscali di Renato Soru, a ottobre.
Fondata nell’aprile scorso da Rita Lombardo (10%) e Fabrizio Meli (90%), ex giornalista sardo, promosso a manager del gruppo di Soru e poi ad amministratore dell’Unità , la società Partecipazioni Editoriali Integrate Srl, dopo avere rilevato le quote dell’Unità , è stata ceduta il 29 ottobre all’ex senatrice berlusconiana.
In particolare il 90% delle quote di Meli sono andate all’ex marito di Maria Claudia Ioannucci, il responsabile comunicazione del Sole 24 Ore Alfonso Dell’Erario che si dichiara: “Intestatario temporaneo della quota che è della mia ex moglie Maria Claudia Ioannucci”.
Mentre il restante 10% è stato comprato subito anche formalmente dalla Ioannucci. Chissà cosa avrà spinto il consigliere delle Poste in scadenza nel 2014 a investire in una società che ha chiuso l’ultimo bilancio del 2012 con 4,6 milioni di perdita su 12 milioni di ricavi.
Il quotidiano diretto da Luca Landò non attraversa un grande momento, come tutta la stampa.
Oggi il primo socio è Matteo Fago con il 30%. Segue la Gunther Reform Holding Spa, dell’imprenditore pisano Maurizio Mian, con il 25,9%.
La Partecipazioni Editoriali Integrate Srl di Ioannucci è quindi il terzo socio con una quota del valore nominale di un milione di euro che vale il 19,94 per cento del capitale.
L’ex governatore sardo del Pd, Renato Soru, come persona fisica, passa dal 26 al 2 per cento ma resta con la società Monteverdi, a lui riferibile, anche se scende al quarto posto con una quota del 17 per cento.
La Soped Spa delle Coop rosse è scesa dal 3 al 2,5 per cento e la Chiara Srl dell’ex presidente di Impregilo e Bpm, Riccardo Ponzellini, scende all’1,5 per cento.
Per capire qualcosa di più sul nuovo azionista dell’Unità può aiutare il verbale dellla sua audizione come persona informata dei fatti davanti al pm Vincenzo Piscitelli che indagava a Napoli sugli affari panamensi di Lavitola.
Il 19 settembre del 2011 Claudia Ioannucci racconta: “Ho conosciuto Lavitola, se ben ricordo, nel 2004, per una questione legale relativa a un suo amico, poi è divenuto, oltre che mio cliente, uno dei miei più cari amici e tali rapporti di amicizia, nel tempo, si sono estesi all’intera famiglia”.
Il 21 agosto del 2011 Riccardo Martinelli, il presidente di Panama corrotto da Lavitola per l’appalto di Finmeccanica, secondo l’ipotesi di accusa dei pm napoletani, va a Villa Certosa da Silvio Berlusconi.
Lo accompagna proprio Claudia Ioannucci che ne approfitta per siglare un intesa tra Poste Spa e Poste Panama.
Dalla Sardegna Ioannucci chiama Lavitola, che paga le spese degli extra alberghieri del presidente e del suo codazzo.
L’ex senatrice di Forza Italia magnifica villa Certosa e l’ospitalità di Berlusconi poi passa il telefono a Martinelli per salutare l’amico Valter.
Nella lettera a Berlusconi scritta durante la latitanza e consegnata al messaggero Carmelo Pintabona perchè la portasse a Berlusconi, Valter scrive a Silvio: “Lei mi ha promesso di collocare la Ioannucci nel Cda dell’Eni, mi ha concesso la Ioannucci nel cda delle Poste (aveva promesso di darle anche la presidenza di Banco Posta, anche ciò non è stato mantenuto)” .
Maria Claudia Ioannucci spiega così l’acquisto: “Ho fatto il senatore di Forza Italia, ma mi piace sentire le voci di tutti. Ho acquistato una società per contribuire al salvataggio di un giornale”.
I lettori dell’Unità potrebbero essere preoccupati nel vedere il 20% del quotidiano fondato da Gramsci che finisce a una ex senatrice di Forza Italia, diventata famosa perchè è amica di Lavitola ed è stata con Martinelli a Villa Certosa?
“Vorrei evitare di chiederle i danni”, azzanna lei, “sono famosa perchè sono un bravo avvocato e un professore universitario. Lavitola non è uno dei miei più cari amici. Non ricordo la frase del verbale che mi sta leggendo. Era un mio cliente e poi è nato un rapporto con la sua famiglia. Ero stata nominata già nel Cda delle Poste una volta durante il governo Prodi. Se anche fosse vero che Valter mi ha raccomandata, vuol dire che ha apprezzato l’avvocato. Ai lettori del giornale fondato da Gramsci dica che le ragioni non sono mai tutte da un lato”.
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
ERNESTO CARBONE IN SEI MESI HA SPESO 15.000 EURO TRA APERITIVI, CENE E ALBERGHI “SENZA INDICAZIONE DEL TITOLO”
Ernesto Carbone è uno dei deputati più vicini a Matteo Renzi.
Consigliere d’amministrazione della fondazione Big Bang del sindaco di Firenze, eletto nel listino bloccato alle ultime politiche.
Carbone, storico braccio destro dell’ex ministro Paolo De Castro, ha iniziato il suo percorso politico con i comitati dell’Ulivo.
Prima di essere eletto deputato Carbone era presidente ed amministratore delegato di una società , Sin Spa, collegata al ministero dell’Agricoltura.
Sul “Fatto Quotidiano” di lunedì 23 dicembre vengono raccontate le “spese folli” del deputato renziano, circa 15 mila euro messe in conto alla società per aperitivi, pranzi e cene, oltre che pernottamenti negli hotel, senza alcuna giustificazione.
Come scrive “Il Fatto”, ” lo statino con i dettagli della spesa, contestati dal collegio sindacale, recita: tra maggio 2012 e gennaio 2013 sono stati spesi circa 15 mila euro senza alcuna espressa indicazione del relativo titolo”.
Il presidente di Sin Spa non ha spiegato perchè ha messo a carico della sua società spese considerevoli come i 2 mila e passa euro per i ritorni a casa, da Roma a e Bologna, i 600 euro spesi in tre cene in un ristorante di lusso frequentato anche dalle stelle del calcio, Somo, i 500 per un serata presso altro ristorante romano “Da Ottavio”, i 130 euro per un aperitivo presso l’Hotel Locarno, e così via.
Il sito di Ernesto Carbone è più che renziano non si può, con tanto di “Adesso”, lo slogan delle scorse primarie, scritto dappertutto, e la ripubblicazione delle newsletter del sindaco di Firenze.
Vista la battaglia per la sobrietà della politica messa in cima alle sue priorità da neo segretario del PD, ci chiediamo cosa penserà Renzi della nota spese senza giustificazioni del suo fedelissimo deputato.
Andrea Mollica
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
E NELLA SEZIONE 4 I VOTANTI PASSANO DA 51 A 230
In un seggio di Cosenza, durante le primarie del Pd, ha vinto la mozione “contenti tutti”: aggiungiamo 150 voti bonus a Cuperlo, 150 a Renzi e 50 a Civati.
Peccato che al momento di aumentare i voti, i promotori della mozione-tarocco si siano resi conto di un particolare: “I due euro per ogni scheda, chi li mette?”.
E si parla di 350 voti fantasma, mica spicci. Allora meglio ridurre.
“Facciamo 70 a Cuperlo, 70 a Renzi e 30 a Civati”. Così risparmiamo tutti.
Il racconto di uno basito scrutatore pro Civati non è rimasto circoscritto al seggio numero 4 di via Popilia, a Cosenza.
Ma è andato a finire dritto sul tavolo della commissione regionale (quella provinciale ha bocciato il ricorso), che valuterà se annullare o meno le elezioni in quel seggio. Anche perchè lo scrutatore Francesco Bruno, il civatiano, ha raccontato un altro particolare: all’inizio i renziani hanno accusato i cuperliani di aver inbucato, prima dell’apertura del seggio, schede pro-Cuperlo in un doppiofondo.
Il trucco, degno di David Copperfield, non è piaciuto.
Ma un punto d’incontro lo si è trovato: voti bonus per tutti.
Bruno chiude sconsolato la denuncia: “Gli iscritti al Pd che hanno votato vengono fatti passare da 51 a circa 230, in modo da risparmiare la quota di due euro per i voti fittizi. La restante somma per coprire i voti viene versata dai rappresentanti delle mozioni Cuperlo e Renzi”
Non è l’unico caso di presunti brogli a Cosenza: Giuseppe Caporale, garante regionale della mozione pro Civati, ha chiesto l’annullamento di un’altra votazione alla commissione provinciale del Pd. Bocciato.
Caporale non ha mollato: ora toccherà alla commissione regionale valutare il caso. Anche nel seggio 5 è un civatiano, Costantino Covelli, ad aver notato qualcosa di strano il giorno dell’Immacolata.
In quel seggio, allestito in un centro anziani, hanno votato in più di 900.
Un po’ troppi per i registri, che non avrebbero potuto contenere tanti nominativi. Lì ha vinto Cuperlo, che in città ha incassato 1300 voti e ha battuto Renzi di circa 300 lunghezze. Civati ne ha presi poco più di 200.
Covelli ha seguito le operazioni a urne aperte. Poi, in serata, dopo la chiusura, ha chiamato Caporale.
Insieme sono andati alla federazione provinciale di Cosenza. Volevano controllare meglio i registri, nel frattempo portati da altri.
Dovevano essere lì, ma non c’erano, spiegano ora Caporale e Covelli. Che fine hanno fatto? Si sono materializzati il giorno successivo.
Dall’area Cuperlo e Renzi, a Cosenza, rispediscono le accuse al mittente, facendo notare che in via Popilia, il verbale di chiusura del seggio è stato sottoscritto anche da un civatiano.
I renziani spiegano di aver mandato ai seggi “vigilantes”, perchè “qui può succedere di tutto”.
L’ultima parola spetta alla commissione regionale.
Emmanuele Lentini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA RESPONSABLE DLE LAVORO DEL PD ENTRA AL MINISTERO DELL’INDUSTRIA CONVINTA DI ESSERE IN QUELLO DEL LAVORO
Com’è volgare e sessista la tempesta che si è abbattuta su Marianna Madia, fresca responsabile del lavoro nel Pd renziano, che alla sua prima uscita ha sbagliato portone e anzichè dal ministro del Lavoro si è fatta ricevere da quello dell’Industria.
Entrambi i ministeri si trovano in via Veneto: è facile sbagliarsi, anche perchè si tratta di una via piuttosto lunga.
A noi risulta che Madia, sedutasi davanti a Zanonato (Industria), lo abbia immediatamente riconosciuto come tale.
Secondo Il Tempo, invece, la laboriosa democratica avrebbe animatamente discusso con Zanonato della sua materia (sua della Madia) e si sarebbe accorta dell’equivoco solo quando il titolare dell’Industria ha pronunciato la più italiana delle frasi «Non è di mia competenza»: in questo caso con qualche ragione.
Zanonato l’avrebbe quindi accompagnata alla finestra: «Il ministero del Lavoro è dall’altra parte della strada. Hai sbagliato indirizzo».
E ministro: quello giusto si fa chiamare Giovannini.
È da ieri che la Rete, sadica, si sganascia dalle risate.
Una mortificazione immeritata: Madia ha ricevuto da Renzi la delega al Lavoro, non ai navigatori satellitari. Non è tenuta a orientarsi tra i palazzi del potere: che poi, si sa, sono tutti uguali.
Ad aggiungere confusione ulteriore, il ministero del Lavoro adesso si chiama «del Welfare», chiaramente per fare un dispetto a lei.
E poi, in un Paese dove il direttore di un carcere non si accorge di avere tra i detenuti un serial killer, Madia si è invece subito resa conto che Zanonato era Zanonato.
Non sapeva cosa ci facesse lì, è vero.
Ma qualche volta, a giudicare dai risultati del governo, non lo sappiamo nemmeno noi.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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