Dicembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
DEMOCRATICI PREOCCUPATI PER LA RINUNCIA AI RIMBORSI IN CAMBIO DELL’APPOGGIO SU SENATO E RIFORMA DEL VOTO… MA BEPPE GLI TOGLIE LE CASTAGNE DAL FUOCO
“Bravo, complimenti — applaude — Ma ora se per caso Grillo accetta la proposta di Renzi e il Pd in cambio deve rinunciare alla rata elettorale sono cavoli suoi”.
Così commentava Emanuele Fiano, parlando con i suoi vicini di Assemblea, l’elezione del neo tesoriere democratico, Francesco Bonifazi, fedelissimo del sindaco, ora deputato, ex capogruppo al comune di Firenze.
“Matteo” ha lanciato l’hashtag #Beppefirmaqua chiedendo ai Cinque Stelle di “scendere dal tetto” e votare con i Democratici legge elettorale e abolizione del Senato.
Ma per ora Grillo non ha nessuna intenzione di accettare.
E così ha tolto anche le castagne dal fuoco del Pd, che si sarebbe dovuto confrontare con i fatti: 25 milioni di euro in meno l’anno prossimo per mandare avanti il partito. Sarà anche per questo, ma la “provocazione” del neo segretario è piaciuta ai Democratici, anche a quelli più insospettabili, che fino a qualche mese fa erano pronti a fare le barricate in difesa del finanziamento pubblico.
“La battaglia l’abbiamo persa quando Bersani ha inserito l’abolizione negli otto punti: non si baratta un’idea di politica con un governo”, commenta Matteo Orfini, giovane turco entrato in direzione nella minoranza cuperliana.
La “mossa” di Renzi è sdoganata.
Non fosse altro perchè viene valutata vincente dal punto di vita politico-propagandistico praticamente da tutti.
Spiega David Ermini, renziano della primissima ora, deputato, da ieri membro della Commissione di Garanzia del Pd: “La strada presa da Matteo nei confronti di Grillo è giusta. Perchè così dimostra che lui, oltre a fare battute, non è in grado di fare altro. Non ha una proposta, non è capace di governare il paese”.
È abbastanza evidente a questo punto che la lotta è sul terreno del “grillismo”: “Io li ho visti quelli che sono venuti a votare per Renzi — ancora Ermini — molti erano del Pd, ma molti erano elettori dei 5 Stelle, delusi del Pdl, o gente che non ne può più. È lì che bisogna pescare”.
E se alla fine si dovesse davvero arrivare alla rinuncia? “Faremo un’opera di dimagrimento”.
Tagli alle consulenze, tagli al budget di Youdem, cambio di sede, al limite anche tagli all’organico.
Bonifazi non dice nulla, ma mercoledì vede l’ex tesoriere Antonio Misiani. Poi si parte. Misiani non si sbilancia: lo sa bene lui che vuol dire gestire il Nazareno.
Fa quasi impressione sentir parlare invece uno come Ettore Rosato, ora in direzione in quota Renzi, come uomo di Franceschini, in passato tesoriere del gruppo Pd alla Camera. Uno che i soldi pubblici li ha gestiti. “Vorrà dire che il partito si pagherà in altri modi. Per esempio, con i fondi che versano i parlamentari, 1500 euro al mese a testa”.
Soldi che già versavano per la verità e che da soli non sono mai bastati.
Dunque, licenziamenti ? “Se ci sono meno soldi, si spende meno. D’altra parte era una scelta che avevamo già fatto”.
Persino il bersaniano Alfredo d’Attorre (anche lui entrato in direzione con Cuperlo) è pronto a dire che “la maggioranza ha deciso”.
E dunque, “vorrà dire che se Grillo dovesse accettare la segreteria farà una grande campagna di fund raising”.
Però, rivendica di aver fatto inserire nel decreto governativo che gradualmente taglia i rimborsi elettorali una serie di correttivi, tra cui cassa integrazione per i dipendenti dei partiti, che “sono lavoratori anche loro”.
L’unica voce davvero dissonante è quella di Beppe Fioroni (che guadagna 3 posti in direzione, a fronte dei circa 15 che aveva prima): “Sono convinto che Renzi stia facendo delle forti provocazioni a Grillo”. E fin qui tutto bene.
Però, “Matteo converrà con me che lui è l’altra faccia del populismo con Berlusconi. E anche se “competition is competition”, competere con i populisti non ha mai prodotto buoni risultati”. Intanto, le teste d’ariete del renzismo sono indefessamente al lavoro.
Ed ecco Dario Nardella scontrarsi in diretta al Tg la 7 con la grillina Barbara Lezzi de ricordare: “Abolire il Senato vuol dire risparmiare un milione di euro. Altro che i 46 milioni delle prossima rata”.
Il nuovo verso renziano per ora paga: il Pd balzerebbe al 31% guadagnando ben 1,4%, secondo il sondaggio Emg per la 7. L’M5s starebbe al 21,7% (-0,6%).
Competition is competition.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA ASSEMBLEA DEL PARTITO PER IL NUOVO SEGRETARIO, TUTTI I BIG IN PRIMA FILA
“Riconosco che ‘rottamazione’ era una definizione bruta, quasi volgare. Ma ha un senso difendere le
nostre storie solo se siamo in grado di cambiare. Casa nostra è sulla frontiera non al museo delle cere”. Vestito blu, cravatta scura, Matteo Renzi sul palco gesticola, scandisce, arringa.
Dà il senso di come intende interpretare il ruolo di segretario del Pd: si stacca dal passato e si lancia nel futuro.
Milano, prima assemblea del “nuovo” partito. In prima fila ci sono Massimo D’Alema e Walter Veltroni (seduto uno alla destra, uno alla sinistra del palco). Pier Luigi Bersani. Ed Enrico Letta, in stile “partito”, pantaloni sportivi e maglioncino, che parla con Piero Fassino. Poco dietro Rosy Bindi e Franco Marini.
In attesa dell’inizio manca solo il segretario, che non a caso arriva e si intrattiene per qualche minuto con i suoi in una stanza a parte.
La vecchia guardia è lì riunita in attesa di un rito che non le appartiene più e il nuovo padrone di casa è pronto a riempirlo delle sue regole. Freddo gelido fuori, atmosfera di ripartenza dentro, mugugni sotto controllo. Delegati al gran completo.
Renzi entra in orario. Bacia e abbraccia tutti. Poi si va a sedere tra Letta e Marianna Madia.
Partono le note di “Fratelli d’Italia”, con premier e sindaco in piedi, che cantano ognuno a suo modo. “I retroscena tra me e Matteo sono inutili, sarà tutto trasparente”, dice Letta, aprendo i lavori.
Prima della proclamazione del segretario l’organizzazione distribuisce le bandiere del Pd. Il neo leader fa mandare il suo Inno “Resta ribelle” dei Negrita. Scelta non casuale. Prima di salire sul palco, va ad abbracciare Veltroni (solo lui). Uno sguardo di complicità . E poi, via verso il futuro.
Tira fuori dalla tasca dei foglietti, composti in ordine sparso. Parla per più di un’ora, parte a rilento, all’inizio quasi sembra costretto nel ruolo.
Ma più va avanti, più si cala nel suo nuovo abito, più lo definisce in attacco.
Ringrazia Bersani e Franceschini, Veltroni ed Epifani.
Neanche una parola nemmen di circostanza per Napolitano, che pure vedrà oggi nella cerimonia degli auguri. Si dà un orizzonte ampio: niente di meno i prossimi 15 anni. 15 i mesi che dà al governo se rispetta i patti.
Snocciola obiettivi immediati e a lunga gittata. Un piano “straordinario” per il lavoro da fare in un mese, oltre le ideologie, con nuove regole e idee come il sussidio universale di occupazione, anche “per chi non è protetto”.
Poi, le unioni civili e il superamento della Bossi Fini, con lo ius soli (“che piaccia o no a Giovanardi”).
Gli alleati di governo sono avvertiti. Ribadisce O entro fine gennaio si approva alla Camera la riforma elettorale o la politica perde la faccia” e torna a “il Senato va abolito”. Il “patto di coalizione”.
Commenterà la Bindi: “O Renzi fallisce al primo colpo o il governo cade”. Mentre lui dal palco enuclea le sue proposte non negoziabili, Letta applaude nei passaggi centrali, D’Alema scrive e ostentatamente evita di guardarlo. Ma Matteo ha una chiave di lettura precisa: “Non bisogna difendere ma creare”. Perchè questa è l’”ultima chiamata”, e “chiarisce mentre ammette “limiti personali e caratteriali”.
I toni li alza mentre si riferisce a Grillo. “Nelle ultime settimane hanno scritto sul loro sito ‘Renzie come Fonzie firma qua’, chiedendoci di rinunciare a 40 milioni di finanziamento ai partiti e allora io dico, Beppe firma qua, se sei serio, io sono disponibile. Se non ci stai, sei per l’ennesima volta un chiacchierone e l’espressione buffone vale per te”.
In cambio dei voti dei grillini per abolizione del Senato e legge elettorale, i Democratici rinunceranno alla rata dei rimborsi. La platea s’infiamma, il segretario ha individuato l’elettorato da conquistare, l’avversario da battere.
Per dirla con Matteo Richetti il maggior “competitor” di Renzi in questo momento è Beppe Grillo e lui prova a stanarlo. In serata riceve un no secco. Ma la sfida, le sfide, sono iniziate.
“Buona strada a tutti”, conclude Renzi.
Il saluto con la formula degli scout, pilastro della sua formazione insieme alla politica.
Il partito è con lui. Almeno per ora.
Lo dice bene Gianni Cuperlo, che ha accettato di fare il presidente (con l’astensione di alcuni civatiani): “Anche se con qualche livido siamo contenti di stare su questo treno”. Persino D’Alema plaude a un “bel discorso”. Vuol dire che ha intenzione di dialogare? “Sta a lui decidere, è lui il segretario”. Ma sarebbe disponibile? “Beh, io sono qui”.
I lettiani sulla tempistica della legge elettorale hanno qualcosa da ridire. “Ardito e temerario”, commenta uno di loro. È noto: prima si fa la riforma, prima diventa possibile votare. Mentre le file per u panino si fanno interminabili (“Alla Leopolda si mangia meglio”, dice un renziano), dentro prosegue il dibattito e nel retropalco si tratta per la direzione.
Trattativa condotta fino all’ultimo, che ricorda qualcosa del vecchio Pd. I minuti scorrono, la lista non è completa. Alla fine, eccola: venti sindaci in quota Renzi. E poi, i membri scelti dai tre finalisti: in tutto 120, 80 del sindaco.
Di diritto ci sono tutti i big, D’Alema come ex premier, Bersani, Veltroni, Franceschini come ex segretari .
Poi, i giovani turchi in quota Cuperlo, Area Dem, i lettiani in ordine sparso. Dentro Fioroni, fuori Bindi e Finocchiaro. Dentro pure De Luca. Presiede la commissione di Garanzia, Marini tallonato dal fedelissimo di Renzi David Ermini.
Dovranno riscrivere anche le regole del Pd. Si vota, fine dei lavori. Renzi schiva i giornalisti che lo aspettano, uscendo da una porta laterale. Di fretta.
La corsa è appena cominciata.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO TROVA UN PD FORTE MA SENZA SOLDI…. SPOSETTI (TESORIERE DS): “NON AVRETE LA NOSTRA CASSA”
Ormai dismessa, e sconfitta, la “ditta” che fu di Pier Luigi Bersani lascia a Matteo Renzi un partito in rosso, ultima impronta cromatica che rimanda al passato.
Il tesoriere Antonio Misiani, in carica ancora per pochi giorni, mollerà la cassa in virtuale salute, ma fragile, molto fragile: 4 milioni di euro di passivo a dicembre, almeno 7-8 per l’anno prossimo, se passa la legge sui rimborsi elettorali, pronta a Palazzo Madama per l’estremo timbro.
Eppure il Partito democratico, pensato liquido e scoperto ben solido con 207 dipendenti, avrebbe parenti, non proprio lontani, estremamente ricchi: i Democratici di Sinistra, cancellati e milionari, che controllano un patrimonio valutato mezzo miliardo di euro.
Circa 60 fondazioni locali, decentrate e autonome per non perire col debito di 200 milioni di euro verso le banche, gestiscono 2400 immobili e un centinaio di cimeli, libroni, reliquie, documenti, fotografie: cinquant’anni di sinistra e comunismo italiano
I dirigenti che hanno perso e la cassaforte blindata Il guardiano, tesoriere a vita, è il senatore Ugo Sposetti, mai convertito al renzismo: il contrario esatto.
Il giovane Pd, concepito da Democratici di Sinistra e Margherita di Rutelli, fu la conseguenza di un matrimonio con separazione dei beni.
E non sorprende, allora, ascoltare Sposetti pungente come sempre, definitivo come non mai: “Usano le sedi del Pci, nessuno li caccia: o mi sbaglio? Non possiamo toccare le vecchie proprietà perchè abbiamo dei creditori e 23 stipendi da pagare. Se vendiamo è per ristrutturare”.
Sposetti-pensiero tradotto: non li sfrattiamo, ci dicano grazie.
Con precisione chirurgica, aggiunge, e diventa serissimo: “I soggetti giuridici sono diversi. Non possiamo dare nulla a Renzi: il sottoscritto, però, il primo gennaio vuole la tessera”.
Con drammatica lungimiranza, in via del Nazareno, dove s’installa la macchina democratica, già s’intravedono i primi scatoloni. Non le prime rassegnazioni.
Il rosso nei bilanci non pare spaventare il segretario: ma la nuova gestione, la ditta fiorentina, dovrà trovare una soluzione.
Il promesso tesoriere, successore di Misiani, puntuale a far quadrare entrate e uscite (a ottobre liquidità di 12,5 milioni), era Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi, ora portavoce di Renzi.
Guerini ha preferito sottoporsi alle torture dei giornalisti pur di non impazzire con la calcolatrice. La deputata Maria Elena Boschi, nominata per le riforme fra i 12 in segreteria, annuncia cure dimagranti: addio consulenze, meno impiegati, zero sprechi . Non semplice.
Perchè soltanto le spese per il personale superano i dieci milioni di euro e la piccola Youdem di Chiara Geloni, devota a Bersani sino al patibolo, s’è ridotta per non sforare i 2 milioni.
Il destino di Youdem pare deciso: il segnale sarà staccato, o giù di lì.
I renziani vogliono cambiare verso, dicono. Hanno pensato, presto, di traslocare dal Nazareno, troppi i 600.000 euro d’affitto.
Poi Renzi s’è accorto che il mercato romano non offre di meglio per 3.000 metri quadri, compresa la terrazza panoramica e l’attico per la sala stampa
La nuova legge sui rimborsi e le donazioni dei privati.
l 2014 non sarà , forse, il momento per la volata a Palazzo Chigi. Più facile che sia l’anno, stavolta giusto, per il (finto ) arrivederci ai rimborsi elettorali, scarnificati fino a scomparire nel 2017: -25% ogni anno rispetto ai 24,8 milioni pubblici incassati da Misiani lo scorso luglio.
I partiti dovranno sopravvivere con i contributi di società e privati sino a 300.000 euro e donazioni tramite Irpef (tassa sui redditi) del 2à—1000.
Questa è la legge che ha sostenuto Enrico Letta e che Matteo Renzi voleva ancora più netta. Vuol dire che il segretario s’immagina un partito più leggero, più legato ai capitali privati, ai propri militanti.
Senza scomodare l’immaginazione, però, adesso ci sono 207 dipendenti che aspettano risposte e un po’ di milioni da coprire.
Ma non chiedete una mano a Sposetti.
La vecchia ditta un po’ di rosso lo vuole mantenere.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
LA ROTTAMAZIONE PASSA ANCHE ATTRAVERSO LE COMPARSATE SUL PICCOLO SCHERMO
Se lo spoil system renziano al Nazareno sta partendo proprio in queste ore, quello dei salotti tv è già in corso da tempo, con nuovi volti a rappresentare il Partito democratico nei talk.
Ormai collaudati due renziani della prima ora: Ivan Scalfarotto e Simona Bonafè, mentre negli ultimi tempi ha guadagnato ospitate (e popolarità ) Maria Elena Boschi. Quando c’è bisogno di gioco duro a difesa del neosegretario, in tv fa capolino il roccioso Matteo Richetti, che a Piazzapulita ha contestato la collega di partito De Micheli, già volto televisivo del Pd bersaniano.
Sul fronte dei renziani dal volto umano, restano alte le quotazioni catodiche di Paolo Gentiloni e Roberto Giachetti, mentre ultimamente sono salite vertiginosamente quelle di una renziana dell’ultima ora, Pina Picierno.
Un altro fedelissimo del sindaco di Firenze che frequenta gli studi televisivi è il deputato calabrese Ernesto Carbone, mentre gli uomini più vicini a Renzi, a cominciare da Dario Nardella, dosano le presenze con più oculatezza.
Sempre molto gettonata, anche e soprattutto per meriti propri, è la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, tornata al renzismo ortodosso dopo un periodo di freddo distacco dal re dei rottamatori.
Nelle ultime ore, poi, il carro del neosegretario del Pd si è ovviamente affollato, anche sul web.
E c’è già chi ha creato l’account Renziani della Prima Ora (@RenzianiPrimaH), a sottolineare (e sfottere) l’arrembante incremento di conversioni.
Domenico Naso
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Dicembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DELLA PROCURA DI MONZA SULLA “SANGALLI”, SOCIETA’ CHE OPERA IN TUTTA ITALIA NEL SETTORE RACCOLTA RIFIUTI….IN MANETTE IL SINDACO DI PIOLTELLO (PD) E IL VICESINDACO DI FROSINONE (FRATELLI D’ITALIA)
Appalti per oltre 260 milioni, da ottenere con il pagamento di tangenti a politici locali e funzionari pubblici che, in cambio, si sarebbero adoperati direttamente e indirettamente per manipolare le procedure delle gare d’appalto.
È questa la ricostruzione della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta che ha portato la Guardia di Finanza ad eseguire gli arresti di 26 persone, 12 dei quali ai domiciliari.
Al centro dell’indagine c’è la “Sangalli Giancarlo”, società attiva in tutta Italia nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti e dei servizi ambientali: il titolare è finito ai domiciliari mentre i due figli in carcere.
Tra gli appalti finiti nel mirino degli inquirenti quelli per la raccolta dei rifiuti dei comuni di Monza, di Andria, di Canosa, di Frosinone (non ancora assegnato) e per la pulizia di spurghi, manutenzione tombini assegnati tra il 2002 e il 2012 alla metropolitana milanese.
L’inchiesta, coordinata dai pm di Monza, Salvatore Bellomo e Giulia Rizzo, nasce da quella chiamata Briantenopea che lo scorso marzo aveva portato a 37 arresti, tra cui l’ex assessore comunale di Monza, Giovanni Antonicelli e Giuseppe Esposito, detto Peppe O’Curt, ritenuto legato alla criminalità organizzata.
Le misure cautelari sono state firmate dal gip Claudio Tranquillo.
Le accuse contestate ai 41 indagati, tra i quali oltre al sindaco di Pioltello (Milano) e tre assessori, ci sono funzionari comunali e provinciali e anche diversi imprenditori, sono corruzione, turbativa d’asta, truffa aggravata ai danni di un ente pubblico ed emissione di fatture false.
Tra gli arrestati anche il vicesindaco di Frosinone Fulvio De Santis.
Gli oltre 200 finanzieri sono impegnati nell’operazione denominata ‘Clean city’ anche in numerose filiali di banche e conservatorie immobiliari per sequestrare conti correnti, titoli ed immobili, per un valore di circa 14 milioni di euro.
Sono finiti, tra gli altri, in carcere un assessore del Comune pugliese di Andria, Francesco Lotito, due funzionari del servizio idrico integrato di Metropolitana Milanese, Riccardo Zanella e Vincenzo Dodaro (in pensione), e la dirigente del settore ambiente del Comune di Monza, Gabriella Di Giuseppe.
Il gip Claudio Tranquillo ha invece disposto i domiciliari per 12 persone tra cui l’ex assessore monzese Giovanni Antonicelli (già finito in carcere lo scorso marzo e poi rimesso in libertà ) e l’ex presidente di Brianzacque Oronzo Raho.
È disposto invece l’obbligo di dimora, tra gli altri, per l’ex presidente e l’ex direttore generale dell’Amsa di Milano Sergio Galimberti e Salvatore Cappello e per l’attuale consigliere in Provincia di Monza e Brianza nonchè ex presidente della Commissione Ambiente della passata amministrazione comunale monzese, Daniele Massimo Petrucci.
Le accuse contestate a vario titolo nelle 316 pagine di ordinanza di custodia cautelare sono corruzione, turbativa d’asta pubblica, truffa aggravata ai danni di ente pubblico ed emissione di fatture false.
Le Fiamme Gialle hanno acquisito documentazione negli uffici dei Comuni di Monza, Pioltello e Peschiera Borromeo (Milano), di Andria, di Frosinone e della Metropolitana Milanese.
In conferenza stampa il procuratore della Repubblica di Monza, Corrado Carnevali, ha voluto assicurare che, nonostante l’indagine, tutti i servizi ai cittadini monzesi sono garantiti, che l’attuale amministrazione comunale di Monza non è coinvolta e che sono comunque tutelati i posti di lavoro dei mille dipendenti della società Sangalli.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
SONO MOLTI GLI ESTERNI NELLE REGIONI ROSSE: L’ANALISI DELL’ISTITUTO CATTANEO
«Portate dieci persone a votare». L’appello Matteo Renzi l’aveva lanciato in tv, quando si temeva un flop dell’affluenza e il calo della partecipazione al voto dei circoli di novembre non incoraggiava.
Curiosa coincidenza: rispetto ai 297 mila tesserati che hanno partecipato alla fase del congresso riservata agli iscritti, ai gazebo sono stati 2,9 milioni a mettersi in fila e votare per la segreteria del Pd.
Dieci volte tanto, appunto: dieci partecipanti alle primarie per ogni iscritto.
Ma al di là della coincidenza, questo dato ha un significato: uno scarto così marcato indica «l’esistenza, intorno al partito, di un’area di elettorato di opinione in grado di mobilitarsi autonomamente, per adesione alle procedure partecipative delle primarie o per la simpatia e l’apprezzamento per un candidato», indica l’analisi di Piergiorgio Corbetta e Rinaldo Vignati dell’Istituto Cattaneo.
È il bacino di quel partito che è stato definito «aperto», «liquido», «leggero».
Elettori più autonomi e meno fedeli alla linea: «Non interessati alla militanza tradizionale, nè inquadrati nelle strutture di partito. E al partito non danno una delega in bianco, come una volta», spiega Vignati.
Viene meno la capacità di controllo: «Non seguono certo le indicazioni del segretario. Ma milioni di elettori alle primarie sono certo una risorsa».
E questa è la sfida del Pd: se si svuota l’arsenale dei militanti, bisogna pensare a riempire in altro modo il granaio dei voti. E fondamentale sarà mobilitare questo «di più» che sta intorno al partito.
Se il rapporto di 10 a 1 è già significativo, risulta ancora più elevato nelle regioni del Nord e in quelle cosiddette rosse: in Lombardia i partecipanti alle primarie sono stati 18 volte gli iscritti al voto nei circoli; in Piemonte 17.
In Emilia-Romagna 15 e in Toscana 13. Al Sud, al contrario, questo voto di opinione è risultato molto più ridotto (4 in Sicilia, 5 in Campania)
Ed è soprattutto nelle regioni rosse che elettori e militanti sono meno allineati.
Si pensi al successo di Renzi in Emilia-Romagna (71%) dove al voto dei circoli aveva vinto Cuperlo, oltre il 50% a Bologna.
In Italia tra gli iscritti Renzi ha preso il 45,3%, nelle primarie aperte il 67,8%: uno scarto di 22,5 punti percentuali.
La differenza raggiunge quota 30 punti percentuali nella fascia rossa di Umbria, Emilia-Romagna e Toscana.
È soprattutto qui che gli iscritti sono sempre meno rappresentativi della più ampia fascia di elettori e simpatizzanti
Qui dove il partito, storicamente, ha radici solide. «Pensiamo alla funzione svolta in queste regioni dal Pci negli anni 60 e 70 per i ceti popolari, nei quartieri urbani di edilizia popolare, nelle città industriali; agli immigrati che venivano dal Sud e che trovavano nel partito, dalle tombole per i bambini al liscio domenicale, un potente fattore di integrazione sociale», si legge nell’analisi del Cattaneo.
E si pensi, anche, ai successi elettorali che ne son seguiti. Un successo troppo grande: gli eredi del Pci, fino al Pd, ne sono rimasti vittime.
«Il partito si è chiuso in sè stesso, ha alimentato una struttura pesante, è diventato autoreferenziale».
Si è chiuso: proprio dove case del popolo e sezioni sono tuttora aperte e ancora in gran numero.
Ma i tempi cambiano e anche il militante invecchia: «Il partito non ha saputo intercettare i nuovi ceti».
E nelle regioni rosse più che chi rivendicava la tradizione delle sezioni, ha vinto chi ha portato al voto il «di più».
Renato Benedetto
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
DIPENDENTI PREOCCUPATI: “SE TAGLIA E FONDI ALLA POLITICA…”
I funzionari e i dipendenti sono nelle stanze – spesso ciascuno di loro ne occupa una,
singolarmente – e tutti aspettano di capire cosa accadrà , adesso che Renzi parla da segretario e che da segretario, perciò, davvero potrebbe procedere come promesso: raschiare via le parti dell’enorme apparato che a lui paiono secche, polverose, vecchie, inutili.
Alla luce giallastra dei neon, dietro porte socchiuse, i volti di molti assumono tratti distratti e collerici, sembrano creature manzoniane: rassegnate, ma furbe
Frammenti di frasi. «È determinato e deciso, capace di tutto». «Voglio vedere come lo gestisce un partito senza di noi». «Il guaio è che mi sa che lui pensa a un partito che non è un partito»
La stanza di Antonio Misiani, il tesoriere del Pd in carica ancora per pochi giorni, è davanti a quella che, tra qualche ora, sarà occupata dal sindaco di Firenze.
«Lì, finora, si sono sistemati tutti i segretari. Ma Renzi, magari, ha altri progetti».
Ecco, appunto.
«Leggo sui giornali, sì. Ma io sono l’uomo dei numeri, e di quelli posso parlare».
Parliamone.
«Al 31 ottobre, lavorano nel Pd, per lo più con contratti a tempo indeterminato, 183 dipendenti e 18 giornalisti. Ma poichè 38 di questi sono in aspettativa e altri 12 distaccati, in carico al partito ne restano 151».
Un costo comunque elevato da sopportare.
«Con la legislazione vigente, il partito, nel 2014, dovrebbe andare in pareggio. Abbiamo tagliato e risparmiato tanto, in questi anni. Purtroppo…».
Purtroppo?
«L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti apre uno scenario diverso. Senza quei soldi cambia tutto: e il problema, automaticamente, finirà sul tavolo del nuovo segretario».
Il corridoio è lungo. Accanto a ogni porta, una targhetta plastificata.
Ecco la stanza di un colonnello (ex?) Beppe Fioroni; ecco quella di Paolo Gentiloni (senza ex, è renziano della prim’ora); ecco le segreterie, e poi, ancora: il dipartimento Logistica, il dipartimento Cultura, la segreteria Forum Welfare.
Questa dei Forum fu una trovata di Pier Luigi Bersani. Ne creò 17, e spesso con sotto-strutture. Esempio: Politiche ambientali con presidente Laura Puppato; coordinatore: Sergio Gentili; Green economy e Qualità italiana: coordinatore Ermete Realacci; Politiche per la famiglia: coordinatore Tiziano Treu. Ci fu il caso di Livia Turco che, non potendo essere rieletta in Parlamento, ottenne la presidenza del Forum Immigrazione.
Quasi che la Balena Bianca (cit. Giampaolo Pansa) e la formidabile macchina burocratica del Pci, con la fusione tra Margherita e Ds, abbiano subito una mostruosa mutazione genetica, fino a diventare un gigantesco animale mai visto
Da un angolo sbuca Rita Borione, vice responsabile del dipartimento Cultura. «So che il il nuovo segretario vuole snellire, alleggerire la struttura del partito… E lo capisco, certo: qui, con il trascorrere degli anni, e il susseguirsi dei segretari, l’apparato è diventato pachidermico… Detto questo…».
Detto ciò?
«Ci sono dipendenti con straordinarie competenze e poi… Beh, poi non tutti sono assunti a tempo indeterminato».
Lei?
«No, io ho un contratto di collaborazione».
Posso chiederle pagato quanto?
«Ho un semplice rimborso spese».
Quello della Geloni non era esattamente un rimborso spese ma un contratto a termine piuttosto importante (scatenò ire e invidie varie): però, adesso, è scaduto.
«Aspetto, come tantissimi altri, di parlare con Matteo. Punto, nient’altro».
Renzi è convinto che il partito sia imbolsito e gonfio di sprechi.
«Mah. Non mi sembra che qui si sprechi tanto»
Lui dice di sì.
«E io ti dico che You-Dem costa circa un quarto di quanto costava quattro anni fa. Ma gratis è chiaro che non puoi farla una televisione…».
(Poi arriva un uomo della sicurezza. Il leggendario servizio d’ordine del Pci è ora composto da giovanotti stanchi e annoiati. Uno fuma, uno sospira: «Sei giornalista? Daje, famme vedè er tesserino…» ).
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
“NEL PD LA CULTURA E’ CONSIDERATA UN HANDICAP, AVER LETTO QUALCHE LIBRO PER CUPERLO SI E’ RIVELATO UN DIFETTO IMPERDONABILE”
Intervistato da Alfonso Signorini (il che è già un segno) sul testo di Bandiera Rossa, Matteo Renzi ha detto di sapere «solo l’inizio»: «Comincia così, Bandiera rossa la trionferà …». Era invece la fine.
Domenica scorsa, il Corriere Fiorentino ha chiesto agli elettori delle primarie di cantarla: con tutta la buona volontà , non la sapeva o non la ricordava quasi nessuno.
Una bandiera rossa del vecchio Pci si è vista sotto il palco dell’ultimo comizio di Renzi, a Empoli.
L’ha portata il compagno Rolando Terreni di Sovigliana, 78 anni, in memoria del padre partigiano: «Matteo mi garba e io lo voto, ma prima deve baciare la bandiera!».
Lui si è un po’ infastidito, non quando ha visto il drappo rosso ma quando ha visto la fotografia on line.
Ieri mattina, tra i pensionati della Spi-Cgil in fila al mercato di San Lorenzo per fare colazione con un panino al lampredotto, infuriava una gara di motteggi che avrebbe fatto impallidire il battutista Civati.
Si faceva notare che «il bambino ha mangiato i comunisti» e che «il Pd ora cambierà nome. Siccome Forza Italia è già preso, si chiamerà Forza Eataly».
La scomparsa dei «comunisti» è la notizia del giorno, non solo nella rossa Toscana.
La sconfitta di Cuperlo, ultimo capo della Fgci e intellettuale del dalemismo, segna la fine dell’egemonia rossa su un partito che aveva visto Veltroni travolgere la Bindi ed Enrico Letta, quindi Bersani battere senza troppi problemi prima Franceschini e poi lo stesso Renzi.
E sembra dissolversi una volta per tutte il mito del comunismo italiano, per cui un’ideologia criminale o comunque sbagliata da Cuba alla Siberia diventava per l’èlite culturale della penisola giusta o comunque nobile.
«Sì, vedo che molti giornali e siti internet titolano sulla fine del Pci. Ma è una notizia vecchia» sorride Emanuele Macaluso, uno degli ultimi grandi vecchi del partito.
«Il Pci non esiste più dal 1991, quando fu travolto dalle macerie del Muro crollato due anni prima. Ma, a mio giudizio, il Pci era morto già nell’estate del 1984, insieme con Enrico Berlinguer, sul palco del comizio in piazza delle Erbe a Padova. Domenica semmai è morto il Pd, almeno così come era nato. Io mi sono sempre rifiutato di chiamarlo partito. Era un aggregato di diessini che si erano illusi di poter governare il Paese aggregando un pezzo di Dc. Non poteva che finire miseramente».
Lo stesso Renzi rifiuta di usare le categorie del passato.
Nega di essere mai stato democristiano, di appartenere allo stesso ceppo di Enrico Letta e Franceschini.
Rivendica di essersi affacciato alla politica nel 1995, quando fondò il comitato per l’Ulivo di Rignano, il suo paese.
Ha avuto amici comunisti, nella stanza da segretario in largo del Nazareno a Roma porterà la foto di Emanuele Auzzi detto Meme, segretario dei Ds fiorentini: «Gli ho voluto bene. Era un uomo splendido, all’antica, di cui ho un bel ricordo».
Ma del «manipolo di pazzi», come nella notte della vittoria ha definito la sua squadra, solo due vengono dai Ds: Dario Nardella, il più strutturato politicamente, e Francesco Bonifazi, che Renzi considera «uomo da spogliatoio», il più adatto a stemperare le tensioni create da un temperamento nervoso come il suo.
Gli altri sono quasi tutti di formazione cattolica, o semplicemente devoti a lui.
Ma l’obiettivo del sindaco è dar vita a «un partito che non sia ex di nulla». La stessa formula usata da Veltroni al Lingotto; il quale però, per quanto negasse di essere mai stato «comunista in senso sovietico», agli occhi dell’Italia moderata era un ex pure lui. Poi è toccato a Pierluigi Bersani evocare il Pci emiliano, il riformismo pragmatico, la «ditta» affidata a vecchi compagni come Errani e Migliavacca, che hanno giocato in difesa una disastrosa campagna elettorale conclusa nel teatro del cabaret «de sinistra» romano, mentre Berlusconi andava nella tana di Santoro e Grillo si prendeva piazza San Giovanni. Sono state proprio le sconfitte, culminate con il voto che ha affossato prima Marini e poi Prodi, a travolgere «la vecchia classe dirigente», come l’ha liquidata Renzi domenica sera.
Nè si intravede un futuro a sinistra del Pd: dopo l’eclissi di Rifondazione comunista, anche Vendola appare avviato al declino; sponde per una scissione non ce ne sono.
«Sono storie finite o mai incominciate – dice Macaluso –. Ricordo un editoriale di Eugenio Scalfari: siccome i Ds erano al capolinea e la Margherita pure, non restava altro che la fusione. Ma la somma di due fallimenti non fanno un successo. Il nuovo partito è nato senza fondamenta politiche e culturali, come coacervo di gruppetti che ora si sono divisi. Toscani ed emiliani sono andati un po’ di qua e un po’ di là . Con Renzi ci sono uomini che hanno avuto un ruolo nel Pci: Fassino, Veltroni, gli stessi Chiamparino e De Luca. E il sindaco di Firenze ha potuto “scalare” il partito proprio per l’inconsistenza degli avversari. Un partito degno di questo nome non è “scalabile”».
Il grande sconfitto, D’Alema, ha evocato Craxi, senza nominarlo, con toni vagamente iettatori: «Abbiamo radici profonde. Uomini con più attributi di Renzi hanno provato a tagliarle, e hanno fatto una brutta fine. Farà una brutta fine pure lui».
Ieri Pasquale Laurito, giornalista dalemiano e quindi esemplare di una specie più introvabile del liocorno, si è abbandonato sulla sua Velina Rossa a un’invettiva tipo catilinaria: «Caimano rosso, taverniere fiorentino, nuovo Benito…».
I vecchi comunisti hanno per Renzi una diffidenza quasi antropologica, tanto da essere indotti in errori di valutazione, sostiene Macaluso: «Parlare del nuovo segretario come di un altro Berlusconi è una sciocchezza. Renzi non ha interessi privati, è una persona rispettabile. Ma appartiene a un’era politica del tutto nuova, in cui il livello culturale è drasticamente crollato. La sinistra storica era fatta di personaggi complessi. Togliatti era un intellettuale di livello europeo, un uomo che teneva testa a Stalin; ora i politici di sinistra si giudicano da come affrontano i grillini nei talk show e anche dall’aspetto fisico. Riccardo Lombardi era capace di parlare due ore. Pippo Civati spara battute a raffica da pochi secondi l’una, ed è pure caruccio. La cultura è considerata un handicap: aver letto qualche libro per Cuperlo si è rivelato un difetto imperdonabile. Mi fa tenerezza Mario Tronti, che Bersani ha portato in Parlamento: si aggira spaesato come in una landa deserta. Ogni tanto lo trovo in qualche convegno, dove può finalmente sfogarsi: prende la parola, cita Gramsci, ne disserta…
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
“HO FATTO LA BATTAGLIA CHE ANDAVA FATTA, ORA TOCCA AD ALTRI”…E CUPERLO RIFIUTA LA PRESIDENZA DEL PARTITO OFFERTAGLI DA RENZI
La rabbia e il realismo. Lo cercano in tanti mentre sta chiuso nella sede di Italianieuropei, a Piazza Farnese, uno dei pochi angoli di Roma dove non arriva il frastuono della città .
Ma la sconfitta, quella sì, è arrivata. Una botta fortissima.
Massimo D’Alema la compulsa alla vecchia maniera. Cercando di rimanere freddo.
Studia i dati. Guarda i flussi. Riceve le ultime nuove da Casarano, paesone della Puglia, secondo lo stile di un esperto politico del territorio.
Osserva che «Gianni ha recuperato 10 punti a Foggia». Come dire: grazie a me.
Legge i giornali e vede che il grande sconfitto è lui. Lo sapeva, certo.
«Sono anni che provano a distruggerci. A distruggermi». È la rabbia. Ci sono riusciti? Questa è la domanda che gli fanno al telefono i suoi fedelissimi.
C’è un mondo disorientato, furioso e contemporaneamente allo sbando che continua a chiedergli aiuto, che lo considera la zattera alla quale aggrapparsi.
È il mondo della sinistra ex comunista. Un mondo, a giudicare dalle primarie, che non esiste quasi più.
D’Alema dice che «la lotta politica » gli piace. «E quella con Renzi è lotta politica, i rapporti personali non c’entrano. Anzi, sono persino buoni».
Oggi però prende atto, realisticamente, di un passaggio. «La mia battaglia l’ho fatta. Adesso tocca ad altri», ripete ai suoi interlocutori.
È il momento che una nuova classe dirigente accetti la sfida. Cuperlo, prima degli altri.
«È una fase nuova, anche per me. C’è Gianni, c’è una generazione più giovane. Si prenderanno le loro responsabilità ».
Fa intendere che in pubblico osserverà un lungo silenzio. Domenica andrà all’assemblea nazionale di Milano. Poi, la prossima settimana ricominceranno i viaggi per il mondo, quelli da presidente della Fondazione del socialismo europeo.
Un disimpegno? Un addio? Glielo chiedono, quelli della corrente. «Ma no», tranquillizza lui. Ritrova il tono della battaglia: «Nessuno mi cancellerà con un tratto di penna. Io faccio politica. Per passione, perchè ci credo».
E il silenzio? «Adesso tocca ad altri», ripete.
Tocca soprattutto a Renzi. «Hai preso un risultato clamoroso, ha vinto trionfando, giusto? Adesso ti metti alla prova. Diritti e doveri di un vincitore», dice D’Alema.
Per questo ha condiviso la scelta di Cuperlo (altri sospettano ispirato, etero-diretto…) di rifiutare le offerte del neosegretario.
Un posto in segreteria e la presidenza del partito per Gianni. «Non si costruiscono accordi politici in mezza giornata».
Sarà scissione, allora? Per il momento, appare impossibile. Non ci sono le condizioni, anche volendo. La riscossa avrà bisogno di tempo. Si è capito bene in una riunione convocata ieri da Cuperlo. I giovani turchi volevano entrare nella segreteria, non considerano Renzi «il barbaro che distrugge il partito» come dice Matteo Orfini.
E sperano di uscire dal cono di Bersani e D’Alema. Anzi, Cuperlo avrebbe dovuto farlo già nella campagna delle primarie
Sono divisi e quindi non c’è ancora una linea chiara, figuriamoci l’organizzazione di una rottura. Traumatizzati. spiazzati. Renzi è arrivato a Roma. Ce l’ha fatta.
Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds che continua a gestire un patrimonio immobiliare di centinaia di milioni di euro (forse un miliardo), è uno che ama lo scontro.
«Sono preoccupato per le sorti della sinistra? Un po’ ma non da oggi. Stanno cercando di eliminarci da 8 anni. La vicenda Unipol-Consorte. Ci hanno messo in croce e ora tutti assolti. La Procura di Milano, i giornali, i partiti…».
Il complotto però non è una buona linea politica da sostenere. Non è quella di D’Alema, per capirci. Adesso è necessario rimanere calmi.
Ed eccolo D’Alema uscire dal portone della sede di Italianieuropei con un lungo cappotto blu e i guanti. Sono le sei di pomeriggio di un giorno da dimenticare.
Per fortuna, c’è il sorriso della moglie Linda ad accoglierlo a piazza Farnese.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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