Agosto 2nd, 2013 Riccardo Fucile
I MIITANTI: “TORNIAMO A VOTARE E CHIUDIAMO LA SECONDA REPUBBLICA”
Che effetto fa stare al governo con un pregiudicato? 
Dopo la sbornia politica per la condanna definitiva di Silvio Berlusconi, il risveglio del popolo della sinistra è carico di interrogativi: perchè restare alleati con il Cavaliere? Perchè mantenere in vita questo governo?
Nella base del Pd tira aria di rottura. Vent’anni di guerra non si dimenticano e in rete rimbalza la rabbia per le mai digerite larghe intese.
«Chiudiamo questa folle alleanza», scrive Riccardo sulla pagina Facebook di Epifani. «Attenzione, da ieri sera siamo complici di un evasore fiscale».
Qualcuno si sofferma sul video-intervento di Berlusconi: «Sono parole inaccettabili, chiediamo subito le sue dimissioni», «non possiamo restare alleati di un personaggio simile».
Ami si sfoga sulla pagina ufficiale del Pd: «Ma non vi rendete conto che la base (quella che vi porta i voti alle elezioni) questa alleanza non la vuole? Possibile che il nostro impegno nei circoli locali non conti un cavolo?».
Interviene Marianna: «Non possiamo massacrare i pensionati e governare con uno che ha evaso centinaia di milioni di euro».
Tra i militanti c’è voglia di assestare il colpo del ko politico all’arcinemico.
«Basta, torniamo a votare e chiudiamo la Seconda repubblica». «Subito il congresso, poi le urne».
Scrive Paola Pessina: «Per noi non c’è problema a continuare nell’esperienza del governo Letta. A patto che il Pdl chieda a B. di dimettersi subito. Noi l’abbiamo fatto con la povera Iosefa (Idem, ndr.), per molto meno».
Tommaso si lamenta del silenzio di Renzi e lo invita a prendere in mano la situazione.
Su Twitter c’è chi invoca un «sussulto di dignità », chi uno «scatto d’orgoglio».
«Molliamo Berlusconi al suo destino, le urne lo puniranno e senza di lui il Pdl è morto».
Ma Mario Adinolfi frena gli entusiasmi: «Berlusconi non è finito manco per niente, è finito il Pd se ci governa insieme e non si affida a Renzi».
Tra i big del partito l’unico a sbilanciarsi finora è stato Pippo Civati: «Quest’alleanza è ormai insostenibile, il Pd prepari una exit strategy. Facciamo la legge elettorale, poi si torni subito al voto».
Dall’altra parte c’è un Pdl sotto choc, con i falchi che alzano il tiro.
La “pitonessa” Daniela Santanchè si presenta in tv e provoca: «Ora la sinistra abbia le palle di far cadere questo governo, se ritengono che con Berlusconi non si possa stare. Non tocca certo al Pdl decidere se Letta può andare avanti o meno».
Già , non tocca certo al Pdl.
Ma intanto anche tra i fedelissimi del Cavaliere c’è chi gli chiede di mandare a casa il governo. Sulla pagina Facebook di Berlusconi 12 mila persone hanno commentato in poche ore la sentenza della Cassazione.
Anche forzasilvio.it e il forum del pdl “Spazio azzurro” sono stati presi d’assalto.
Tanti messaggi solidarietà , inviti a «non mollare» e qualche sfottò.
Nessuno però che spenda parole di sostegno al governo. Tullio piuttosto chiede al Cavaliere un passo indietro, ma nel segno della continuità : «Ora tocca a Marina, solo con lei possiamo vincere».
Gabriele Martini
(da “La Stampa“)
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Agosto 1st, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATORE PD CHIEDE AL PARTITO DI STACCARE LA SPINA AL GOVERNO
“Il Pd deve prendere atto di questa situazione oggettivamente molto grave e impresentabile.
Non si può avere a che fare con un leader condannato a 4 anni, non sarebbe consentito in nessuna parte del mondo. Penso che il Pd dovrà riunire i suoi organi principali, magari la direzione la prossima settimana, fare le valutazioni e votare che linea seguire”.
L’ex pm Felice Casson, senatore del Pd fin dall’inizio critico delle larghe intese, non ha dubbi. Alla luce della condanna definitiva di Silvio Berlusconi su Mediaset, il Pd deve staccare la spina all’alleanza con il Pdl, se non proprio all’intera legislatura.
Che idea si è fatta della sentenza della Cassazione?
Ci sono due parti. E’ importantissimo che sia stata confermata la sentenza di condanna a conferma che i giudici di merito, di primo e secondo grado, hanno operato correttamente dal punto di vista sia sostanziale che processuale. Vuol che la legge è uguale per tutti e tutti gli evasori fiscali devono essere condannati compreso Berlusconi. Sulla misura interdittiva, la Cassazione ha deciso di rinviare alla Corte d’appello. Ma sottolineo il fatto che comunque c’è stata la condanna e il reato non va in prescrizione.
Quali conseguenze politiche vede sul governo e sul Pd che alla fine ora è alleato con un pregiudicato?
A mio modo di vedere, non avevo bisogno della sentenza della cassazione per sapere chi era Berlusconi. Peraltro, dal punto vista istituzionale e politico la sentenza crea un problema notevole.
Perchè?
Innanzitutto, per le reazioni del Pdl, che ancora non conosciamo. Ma già prima della sentenza, nella stessa giornata di oggi, si è visto il livello di fibrillazione del Pdl che non ha partecipato al voto sulle commissioni bicamerali perchè vuole a tutti i costi la presidenza della commissione Antimafia.
E il Pd?
Per me è semplice: io già ritenevo che non dovessimo fare il governo con il Pdl. Ora confermo questa valutazione iniziale. Ero della minoranza contraria e ora lo sono a maggior ragione. Il Pd deve prendere atto di questa situazione oggettivamente molto grave impresentabile: non si può avere a che fare con un leader condannato a 4 anni, non sarebbe consentito in nessuna parte del mondo e in altre parti del mondo non si sarebbe nemmeno arrivati al terzo grado. Penso che il Pd dovrà riunire i suoi organi principali, fare le valutazioni e votare che linea seguire.
Tipo la direzione subito?
Si, anche la settimana prossima.
(da “Huffington Post”)
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Luglio 31st, 2013 Riccardo Fucile
“CONTINUARE CON GLI STESSI TERMINI PER OPPORSI ALLA DESTRA OFFUSCA LA REALTA'”… “URGENTE E’ IL FARE, RISOLVERE I PROBLEMI, SOLO I BUONI PROGETTI CONTENGONO VALORI”
Sinistra è una parola maldestra. I giochi con le parole possono essere rivelatori.
La parola sinistra è segnata dal marchio dell’insufficienza, condannata da un destino inscritto nella sua stessa etimologia latina: sinisteritas significa inettitudine, goffaggine.
Quando Massimo Cacciari aprì con queste considerazioni uno “scandaloso” convegno romano su “Il concetto di sinistra”, la sua ironia filologica sembrò del tutto fuori luogo: era il 1981, l’era Reagan-Thatcher era all’alba del suo cinico vigore, e di sinistra sembrava esserci un gran bisogno nel mondo.
Trent’anni dopo il filosofo veneziano non ha cambiato idea, anzi è la storia che sembra aver dato ragione alle sue profezie lessicali: se la destra si è destreggiata bene o male, la sinistra appare sempre più sinistrata.
Al punto che «quella parola non ci serve più, è disossata, desemantizzata, continuare a usarla è dannoso, offusca la visione della realtà ».
Eppure, professore, nonostante quella maledizione etimologica, la parola sinistra è sopravvissuta a molte altre etichette della politica, come se lo spiega?
«Tornare alla radice latina della parola sinistra, in quel convegno, fu più che altro un divertissement, ma la provocazione serviva per dimostrare che le parole non sono eterne o neutrali nel loro significato. È vero, la parola sinistra non è scomparsa, anzi ha rimpiazzato altri aggettivi decaduti nelle denominazioni di alcuni partiti, ma è diventata sempre più porosa. Nel senso che assorbe ogni giorno significati e succhi diversi, è una parola instabile e in definitiva inservibile».
Ma quando lei la dichiarò tale, era decisamente più solida, no?
«Indicava qualcosa di storicamente circoscritto. Già allora non si dicevano tutti “di sinistra”, a sinistra. Sinistra indicava socialdemocrazia, welfare postkeynesiano, ridistribuzione del reddito. Gli altri erano comunisti, era difficile che un comunista si definisse “di sinistra”. La parola sinistra, allora, aveva un forte contenuto politico, era una distinzione riconoscibile anche sul piano valoriale, ma tutto questo perchè esisteva la destra, c’erano i non-democratici, c’erano i fascisti. Però, già allora, chi voleva capire sapeva che quella distinzione non era universale, era legata a una stagione della storia e stava ormai evaporando con essa ».
Per quale motivo?
«L’opposizione destra-sinistra è lineare, bidimensionale. Se manca uno dei due termini crolla anche l’altro. Gli ultimi avversari di destra furono appunto Reagan e Thatcher, una destra mondiale agguerrita e molto chiara nei suoi princìpi e molto innovatrice nelle sue tecniche. Fu quella l’ultima grande occasione di “fare qualcosa di sinistra”, ma bisognava coglierla
in modo nuovo, rinunciare al keynesismo, prepararsi al futuro, nei programmi e negli strumenti. Invece la risposta fu conservatrice: rinforzare le basi storiche e ideologiche di una sinistra che si oppone ai “reazionari”. Ma per la scienza politica, reazionario è chi vuole riportare indietro la ruota della storia a prima della rivoluzione francese. E nè Thatcher nè Reagan nè nessun altro che si vedesse in giro proponeva di tornare al Re Sole».
In quel convegno Paolo Flores d’Arcais, pur proponendone la rifondazione concettuale, difendeva la parola sinistra come “stenogramma” dei valori della Rivoluzione francese. Non può essere ancora così?
«Ma dopo la Rivoluzione francese tutta la politica, non solo la sinistra, ha dovuto muoversi nello spazio prospettico definito da quelle parole: uguaglianza libertà fratellanza. Però per ciascuna è stato necessario chiedersi: quale? In che modo? Eguaglianza come opportunità o come diritto, come punto di partenza o di arrivo? Le risposte sono state diverse, storicamente non tutte definibili “di sinistra”».
Neppure Bobbio, dieci anni dopo, la convinse a recuperare il concetto?
«Nel suo sforzo di definire le basi di un “tipo ideale” della sinistra, Bobbio ricorse all’idea guida di uguaglianza. Ma era una base disperatamente povera, non sorreggeva una vera dualità , una vera opposizione. Chi mai oggi promuove la diseguaglianza? Voglio dire, chi la propone apertamente come programma politico? È chiaro che la diseguaglianza esiste, anzi cresce, ma non è un’ideologia, è un fatto. La diseguaglianza non è il programma odioso di un avversario riconoscibile, semmai è la forma che ha assunto la globalizzazione, è l’anonimo che ha preso il volto dello stato di natura, dell’inevitabile, e nessuno se lo intesta. Se poi volete dire che combattere le ineguaglianze è necessario, siamo d’accordo; se volete dire che questo è il senso dell’essere di sinistra, fate pure, ma siamo ancora all’inizio, non abbiamo ancora definito niente. Come si superano le diseguaglianze? Con quali strumenti, istituzioni, aggregazioni politiche?»
Trent’anni fa lei si chiedeva se avesse senso tentare di recuperare la parola sinistra. Ha una risposta oggi?
«Sì: negativa. Quello che ha senso oggi è ridefinire una politica di cambiamento. Le soluzioni non si collocano più a un preciso punto della scala che va da destra a sinistra. Le soluzioni non le trovi nell’apposita casella, le devi cercare nelle trasgressioni della topografia politica, nell’uscita “catastrofica” dal piano bidimensionale. L’elettrone, ci dice la scienza, non ha un luogo, è un fascio di onde. Così deve essere il pensiero politico. Io cominciai a dialogare con gli intellettuali di destra trent’anni fa. Mi maledirono per questo. Urgente è il fare. Rivolgersi ai problemi. Chiedersi cosa è Europa, cosa è nazione, come si affronta la globalizzazione. Non c’è un prontuario di sinistra per queste cose, perchè la disposizione concettuale destra- sinistra è arcaica, lineare, mentre il mondo oggi è multidimensionale ».
Soluzioni pragmatiche. E i valori? E l’etica?
«I valori in politica sono i buoni progetti. Che la politica possa rendere giusto il mondo lo raccontano nei comizi. Se me lo chiede, per me il mondo è un inferno e lo resterà fino a quando ci sarà un solo uomo che muore di fame. Ma se faccio politica il mio compito è cercare soluzioni praticabili e compatibili per far morire di fame un po’ meno persone. Politica è il calculemus di Leibnitz».
Ma l’insieme di questi calcoli pragmatici dovrà pure avere una coerenza, e quella coerenza non può avere un nome?
«E perchè deve averlo? Se il mio progetto politico ha coerenza, bene, chiamalo Geppetto o Tonino, o Partito Riformista, non è quello che importa… In ogni caso, se vuoi fare una cosa nuova devi dire una cosa nuova, o il tuo linguaggio oscurerà la realtà . A me hanno insegnato che una parola ha senso all’interno di una frase, non da sola. Sinistra era una parola della frase keynesiana, democratico-antifascista, che non ci serve più, non ci sono più i fascisti, siamo tutti democratici. Se insisto a dire sinistra, mi porto dietro una dicotomia che è segnata dalla storia, mi ancoro a un passato. Chi si dice “di sinistra” oggi è un perfetto conservatore, si nasconde dietro i simulacri. È la parola rifugio degli apparati, so bene perchè la usano, perchè non hanno altro in zucca, è inerzia pura».
E il militante? Lui ha un’esigenza diversa, e sincera, di identità , di autoriconoscimento.
«Il militante capirebbe benissimo. Il suo scopo è cambiare il mondo, non definire se stesso. Definirsi con una parola porosa e impoverita lo danneggia, lo lascia con una bandierina da sventolare e qualche comportamento virtuoso spicciolo che non è per nulla identitario. Forse qualcuno a destra sostiene che bisogna inquinare o sprecare le risorse della terra? ».
Ma il militante “di sinistra” continua a chiedersi: cosa sono? E perchè sono quello che sono?
«Essere è fare, politica è actuositas. I veri rivoluzionari hanno sempre pensato questo: io sono quel che faccio. Il viceversa, faccio perchè sono, faccio quello che sono, è la radice dei totalitarismi».
Michele Smargiassi
(da “La Repubblica“)
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Luglio 30th, 2013 Riccardo Fucile
EPIFANI: “IL PDL EVITI FORZATURE, LE SENTENZE SI RISPETTANO”
«Facciamo tanta fatica a sostenere questo governo, continueremo a farla anche dopo la sentenza della Cassazione ». Il giovane turco Matteo Orfini è uno dei “rassegnati” alle larghe intese.
Rassegnato ma non per questo meno combattivo, soprattutto se il Pdl dovesse, dice lui, «iper-reagire».
Come fece dopo l’annuncio della data della sentenza, chiedendo la sospensione dei lavori parlamentari. «Ecco, se arriva una risposta di quel tipo, la maggioranza è finita e il governo Letta va a casa».
È questo il paletto insuperabile per il Pd. Sembra di capirlo anche dalle parole del capogruppo al Senato Luigi Zanda.
Quando accenna a inaccettabili «reazioni eversive» contempla anche il precedente dell’Aventino. Del resto, Orfini interpreta quella promessa del premier («non vado avanti a qualsiasi costo») proprio così: «Si riferisce ai guai giudiziari di Berlusconi e alla risposta del Pdl».
Ma anche la tenuta del Pd è tutta da verificare nel caso di un’eventuale condanna. L’impressione è che non possa assorbirla.
A prescindere dai commenti dello stesso Cavaliere e dei suoi fedelissimi.
Perchè i democratici, a quel punto, governerebbero con un pregiudicato interdetto dai pubblici uffici.
Il tesoriere dei Ds e senatore Pd Ugo Sposetti, che conosce bene i suoi compagni di partito, non ha dubbi: «Il Pd salta come un birillo se i giudici confermano la sentenza di appello. Non reggerà l’urto, sarà la fine di tutto», ha detto al Quotidiano Nazionale l’altro giorno.
Una previsione catastrofica, ma che riflette le mille difficoltà che la sinistra ha già dovuto superare nel recinto scomodo delle larghe intese.
Sposetti sostiene che i democratici non sono pronti ad affrontare un’ondata. Nemmeno di fronte al (presunto) senso di responsabilità della destra. «Non ne abbiamo mai parlato, non siamo preparati politicamente».
Il clima di attesa effettivamente è anche un clima di disorientamento.
Lo si vede nei capannelli di deputati e senatori. Incerti sull’esito processuale e soprattutto sul dopo.
Da settimane il segretario Gugliemo Epifani non nasconde la gravità di questo passaggio. «Il futuro dipende dalla Cassazione.
Ed è inutile avventurarsi in ipotesi sulla decisione dei giudici. È tutto aperto». Epifani si è preso tre giorni pieni di relax con la famiglia e tornerà oggi a Roma. Non a caso.
La sentenza è anche un buon motivo per rinviare la direzione sulle primarie alla prossima settimana
«È bene analizzare quale sarà la reazione del Pdl – spiega il segretario –. Stavolta, sia chiaro, noi non accetteremo una sospensione dei lavori parlamentari neanche di 5 minuti. La destra non cerchi altre forzature».
Quindi, il clima è anche di guerra. O meglio, di guerra possibile.
Ma Francesco Boccia, lettiano, presidente della commissione Bilancio della Camera, è pronto a scommettere che Berlusconi non lancerà il guanto di sfida. «Se il Pdl non commette falli di reazione e il Cavaliere dice che il governo può andare avanti, voglio vedere come fa il Pd a staccare la spina», dice. «Non possiamo essere noi a far cadere Letta. Verrebbe tradito il patto che abbiamo siglato davanti agli italiani e al capo dello Stato. E questo impegno non viene meno perchè lo decide qualche corrente del Pd. Per contarci, sul governo e sulle larghe intese, c’è il nostro congresso, lì ci possiamo misurare».
Difficile però valutare l’impatto della sentenza sugli antigoverno, a cominciare da Matteo Renzi e dai renziani.
Ancora più complicato immaginare in cosa si trasformerebbero le feste dell’Unità estive dovendo difendere l’alleanza con un condannato in via definitiva. Feste che il sindaco di Firenze batterà a tappeto durante il mese di agosto.
«Io sono tra i più sereni, gli altri non so», ironizza Pippo Civati, candidato alla segreteria e nemico dichiarato della Grande coalizione. «Immagino che se Berlusconi sarà condannato nessuno vorrà banalizzare. Bisognerà fermarsi a riflettere, a riflettere sul serio. Per rispetto dei nostri elettori».
Saranno dunque le ore immediatamente successive alla decisione della Suprema corte a segnare il destino del governo e del Partito democratico.
Che invece sul voto per la decadenza da senatore di Berlusconi, non si dividerà . «Le sentenze si rispettano, su questo non ci sono discussioni », avverte Boccia.
Il Pd, quel giorno, se e quando arriverà , sarà compatto.
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica“)
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Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
L’IDEA DI LASCIARE TUTTE LE SCELTE ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DI SETTEMBRE”
«La nuova direzione? Non è convocata», rispondono a Largo del Nazareno.
Per evitare una conta e non certificare le divisioni nella battaglia delle primarie, la nuova riunione del “parlamentino” potrebbe anche non avere più luogo. Doveva tenersi giovedì.
Il Pd però è ancora paralizzato. Meglio allora evitare la spaccatura. Rimarrebbero gli strascichi della direzione interrotta venerdì, ma lo scontro sulle regole slitterebbe direttamente all’assemblea nazionale già convocata per il 13 e 14 settembre. Guglielmo Epifani, dopo un primo giro di ricognizione tra le anime del partito, si sta orientando verso il rinvio. Iscritti o primarie aperte, distinzione tra segretario e premier, il dibattito che ruota intorno al ruolo di Matteo Renzi: se ne parla dopo la pausa di agosto.
La mediazione del segretario, con l’avallo di Enrico Letta, sarebbe questa. Per mancanza di alternative.
Il confronto tra le parti non registra passi in avanti. «Le regole ci sono, la data pure, i candidati anche. Che aspettiamo?», si chiede il sindaco di Firenze parlando con i suoi fedelissimi. Nessuno lo ha contattato per trovare una via d’uscita.
Ma la sua posizione è fin troppo chiara. Lo stato maggiore del Partito democratico la conosce a memoria. «Io non metto in discussione il governo e lungi da me l’idea di voler cambiare la natura del Pd. Dico solo: sarebbe la prima volta, da quando esiste il centrosinistra, che di fronte a una sconfitta elettorale non si va rapidamente a un congresso. Vogliamo stabilire un nuovo record?». Renzi non è disposto a passi indietro, tantomeno a risolvere i problemi dell’asse governista composto da Franceschini- Epifani-Bersani.
«Ci sono già quattro candidati: Cuperlo, Civati, Pittella e un incerto che sarei io. Tutti sono favorevoli alle regole in vigore. È allucinante non prenderne atto e non partire subito con il congresso».
Gianni Cuperlo conferma la sua linea: «Penso si stia lavorando per un accordo largo sulle regole. Ma se non si trova, dobbiamo rimandare la discussione al congresso. Una conta e una spaccatura non darebbero un’immagine positiva del Pd all’esterno. Abbiamo già visto questo film all’ultima direzione».
I giovani turchi, sostenitori di Cuperlo, condividono le parole del candidato e voterebbero “no” a una regola che lasci solo agli iscritti o agli aderenti il diritto di voto per la segreteria.
Da giorni Pippo Civati sta mobilitando i suoi fan per pretendere primarie vere e congresso subito.
Quindi, Renzi non è lontano dal vero quando disegna un fronte ampio di favorevoli a gazebo aperti a tutti gli elettori. Ma il fronte opposto non molla. Anzi.
Porterà la sua sfida nella commissione per il congresso, l’unica riunione certa convocata per mercoledì. In quella sede potrebbe essere certificato l’annullamento della direzione.
Presto, forse già questa settimana, i bersaniani annunceranno anche il loro candidato alla segreteria «perchè nessuno dei concorrenti in campo ci rappresenta pienamente», spiega Alfredo D’Attorre.
Una figura di riferimento di quell’area, del resto, diventa fondamentale per portare avanti la battaglia delle regole.
Nico Stumpo è un falco di questa corrente: «La nostra posizione non è minoritaria nè in direzione nè in assemblea nazionale. Ed è facilmente spiegabile al popolo del Pd».
Non è quella di blindare le primarie per i soli iscritti. «Voglio una platea molto ampia – dice Stumpo –. Ma se distinguiamo segretario e candidato premier la base elettorale dev’essere diversa».
I contatti tra le parti riprenderanno oggi, in vista della commissione di mercoledì. Ma una soluzione appare lontana.
Per questo, dal fronte anti-Renzi avanza una nuova minaccia.
«Non si vuole cambiare nulla dello Statuto? Beh, allora il percorso tradizionale è lungo – avverte un franceschiniano –. Prima votano gli iscritti, poi i tre candidati vincenti vanno al ballottaggio aperto. I tempi così sono più lunghi e le primarie non si terrebbero più a novembre».
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica“)
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Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile
SU PRIMARIE APERTE O NO I MILITANTI SI DIVIDONO: “PER QUALE MOTIVO IL SEGRETARIO DEL PD DEVE ESSERE SCELTO DAGLI ELETTORI DEL PDL O DAI GRILLINI?”
Se i circoli del Pd sono sempre più vuoti e per davvero la politica si fa ormai in rete e sui social network, be’… quelle che salgano dalla mitica base del partito non sono buone notizie.
Letta ha strigliato i parlamentari del Pd invitandoli a non fare i «fighetti » cercando «l’applauso con un tweet o su Facebook», ma in questo caso di applausi ce ne sono pochini.
Dopo la Direzione, anzi, è come se si fossero aperte le cataratte e in serata l’hashtag #Direzionepd è salito al secondo posto in Italia su Twitter.
Un diluvio di interventi digitali. Purtroppo tutti o quasi tutti molto, molto negativi.
E così anche su Facebook, all’indirizzo ufficiale del Pd, dove tra i 66 commenti all’intervento di Epifani soltanto 2 temerari sfidano la maggioranza: il 97% di chi ha deciso di lasciare la sua opinione è infatti ostile.
Su Twitter è anche peggio.
Citazioni.
Una delle più ricorrenti, è quella di Nanni Moretti in “Bianca”: «Continuiamo così, facciamoci del male».
Più originale Anna Rita Leonardi che posta su Twitter una scheggia di Massimo Troisi per descrivere lo stato d’animo degli elettori del Pd: «Lasciatemi soffrire tranquillo, con voi qua non mi riesco a concentrare. Soffro poco, non mi diverto ».
Davide Ricca ricorre invece a Vasco Rossi: «Pd, tu solo dentro una stanza e tutto il mondo fuori! ».
Graziana Cartasegna ieri ha visto invece un film horror: «Ho la testa che gira a 360 gradi come quella dell’Esorcista».
Rassegnati
Aldo Rosati ricorre a Esopo: «Serve ricordare la favola della rana e dello scorpione. Piuttosto si ammazzano, è la loro natura».
Stesso animo di Daniele Calosi: «Finita la partita di palla avvelenata, chiamata comunemente Direzione Pd».
Claudio Mura: «Cui prodest affondare il Pd? Se non altro, se riuscirete nell’impresa, verrete ricordati per qualcosa». Luca Spagni vede invece nella negazione delle primarie aperte la radice del male: «Le primarie sono il nostro mito fondativo. Impedirle significa negare il Pd. Pura follia, è un suicidio».
Patrizia Vassallo, icastica: «Caos 1 – direzione Pd 0». Michele Fiorentino, senza parole: «Vorrei scrivere qualcosa sulla direzione Pd ma aspetto domani, a mente fredda. Così, per essere ancora più spietato».
Quale direzione?
Si sprecano i giochi di parole sulla direzione (con la minuscola) presa dal Pd con la sua Direzione. Andrea Dosi: «#direzionepd: praticamente un ossimoro.
Tanto per cambiare, già che ci siete, prendetene una di direzione ».
Cardinal Mazzarino: «La Dc discuteva, discuteva, discuteva; e alla fine decideva. Il Pd discute, discute, discute; e alla fine discute ». Lory: «direzionePd: Arcore».
Sconfitta
Franco Papadia dà voce al timore che sta dietro molte critiche della base: «Le proposte di Epifani vanno nella direzione tanto cara a sinistra: quella della prossima sconfitta elettorale».
Mark Bartucca: «Però c’è una certezza che arriva dalla direzione del Pd. Il Pd ha già perso le prossime elezioni. Che tristezza ». Filippo Casini: «Poi diamo la colpa agli elettori che non ci capiscono ». Cinzia Lisi: «Sono andati i scena i morti che trascinano i vivi. Per la data del congresso di novembre propongo il 2».
Primarie
È il tema del giorno. Aperte a tutti oppure ai soli iscritti come propone Franceschini? La base si divide.
Albedess: «Ma qualcuno mi spiega per quale motivo chi non è iscritto al Pd deve poter votare il segretario Pd? Surreale». Deofogliazza, pragmatico: «Tutti i cittadini è esagerato, solo iscritti troppo poco. Aderenti ad albo elettori delle primarie la giusta mediazione».
Gianluca Minotti, ironico: «Compagni! regola numero uno: il Pd non esiste! Chiarito questo cominciano a stabilire la quota da far pagare alle primarie».
Leonardo Lapomarda: «È giustissimo che il segretario/ leader di un partito sia scelto dagli iscritti e non dagli opportunisti di turno». Filippo Esposito: «Che poi uno di centrodestra va a votare Renzi sapendo che questo è l’unico capace di far vincere il Pd?».
Anti-Grillo
Sono pochi ma ci sono. Come Renzo Rumele: «Molti commenti protogrillini e fuoriluogo sul dibattito alla direzione pd, la moda dei lazzi oscura il ragionamento politico».
Fabio Milani rivendica invece che il segretario del Pd «lo devono eleggere solo gli iscritti al Pd. Quelli del M5S hanno fatto lo stesso e alle loro decisioni votano solo 30000 persone».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile
LE RESTRIZIONI AL VOTO PER L’ELEZIONE DEL NUOVO SEGRETARIO
Sui tempi e sulle regole per eleggere il nuovo segretario, il Pd ha deciso di non decidere. La
cosa comincia a non fare più notizia.
Il partito che si è caricato sulle spalle i destini del Paese non riesce neppure a scegliere la data del proprio congresso.
Oltre il latinorum sulle norme, da cambiare per la terza o quarta volta, il problema vero ha un nome e un cognome: Matteo Renzi.
Il sindaco di Firenze è oggi il leader più popolare d’Italia, forse l’unico, e sarebbe naturale che corresse per la carica di segretario del Pd con primarie aperte a tutti. Com’è stato per i suoi predecessori. Ma la probabile vittoria di Renzi in una gara è vista dall’apparato del Pd come una minaccia non solo e non tanto nei confronti del governo Letta, quanto nei confronti appunto della vecchia nomenclatura del partito.
Si cerca dunque d’impedirla con stratagemmi burocratici sostenuti da bizzarre teorie. Guglielmo Epifani sostiene che (questa volta, s’intende) il ruolo del segretario di partito debba essere nettamente separato da quello di candidato premier.
La storia è davvero curiosa.
Dopo essersi lamentati per vent’anni di non poter candidare il segretario del maggior partito di sinistra alla premiership, come avviene in tutte le democrazie del mondo, gli oligarchi del Pd ora vorrebbero stabilire per statuto che il segretario del partito non dev’essere il candidato alla guida del governo.
Proprio adesso, si badi, che per la prima volta potrebbero esprimere un segretario candidato in grado di vincere.
Nella frenetica ricerca di regole “contra personam”, gli ex segretari del Pd Bersani e Franceschini hanno proposto che (stavolta) siano soltanto gli iscritti a votare per il segretario.
Proprio loro che quando erano candidati hanno ripetuto un centinaio di volte quanto le primarie aperte a tutti fossero meravigliose e irrinunciabili nei secoli dei secoli.
La trappola anti-Renzi comunque non è scattata per l’opposizione trasversale di buona parte del Pd. Non soltanto i renziani o i frondisti, alla Civati.
Si sono opposti per esempio Cuperlo e Rosi Bindi, esponenti della corrente più minoritaria all’interno del centrosinistra, quella del buon senso.
È probabile che le norme “contra personam” vengano riproposte alla prossima direzione, prevista fra una settimana.
Con il rischio di spaccare ulteriormente il partito, oramai oltre i confini delle leggi fisiche. Nel grandioso dibattito sulle norme congressuali, rimane sullo sfondo e da definire il dettaglio della possibile reazione di otto milioni di elettori democratici.
Ai quali finora sono stati inflitti nell’ordine una campagna elettorale disastrosa, il tradimento nei confronti del padre fondatore Prodi, un governo con Berlusconi escluso fino a un’ora prima, la conferma di un ministro dell’ Interno ritenuto incapace anche da se medesimo.
L’eventuale esclusione dalla corsa per la segreteria del leader più popolare, Renzi, sarebbe la conclusione di un percorso suicida.
Alla fine del quale per il Pd c’è il rischio di morire, e per giunta di morire democristiano.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile
FRANCESCHINI: “VOTINO SOLO GLI ISCRITTI” E I RENZIANI INSORGONO: VOGLIONO CHE VOTINO ANCHE QUELLI DEL PDL.. CONGRESSO A FINE NOVEMBRE
Congresso l’ultima domenica di novembre, ma con quali regole? In casa Pd è il giorno della
verità . In direzione va in scena lo scontro tra l’attuale segreteria e i renziani.
Sulla data le polemiche delle ultime settimane sembrano rientrare. «Il tempo del congresso è ora», dice Epifani.
«Lo faremo l’ultima domenica di novembre», annuncia Franceschini, «ma ora c’è bisogno di definire l’accordo sulle regole». E qui sorgono i guai.
La proposta di Epifani prevede primarie aperte di coalizione per la scelta del candidato premier, platea più ristretta invece per l’elezione del nuovo segretario del partito.
Inoltre Epifani ha genericamente spiegato che la presentazione delle candidature per la segreteria dovrebbe avvenire «dopo i congressi locali».
Il segretario finisce di parlare e subito cominciano le fibrillazioni alla direzione del Pd.
I renziani premono affinchè il nuovo leader del partito sia eletto da una platea più larga di quella degli iscritti al Pd.
Anche Gianni Cuperlo è critico e chiede che le candidature vengano presentate prima dell’inizio del percorso congressuale.
Epifani inoltre prevede la separazione tra segretario e candidato premier.
Franceschini parla in direzione e chiede che siano “gli aderenti” a votare per il segretario del partito, nel momento in cui la figura viene distinta da quella del candidato premier.
«Le regole sono di competenza dell’assemblea, ma la mia idea è questa: una norma statutaria per le primarie per il candidato premier, aperte, senza albo. Di conseguenza, credo giusto che il segretario sia eletto dagli aderenti, nel modo più coinvolgente possibile».
(da “La Stampa”)
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Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
SULLA FIDUCIA NEI LEADER POLITICI PD ALLA VIGILIA DEL CONGRESSO, IL ROTTAMATORE FINISCE ROTTAMATO DAL GOVERNATORE DEL LAZIO.. E PIACE PIU’ CASALEGGIO DI GRILLO
Nella grande rincorsa dei sondaggi sulla fiducia ai leader politici c’è una sorpresa tutta
romana.
Se ci togli l’outsider e inafferrabile Giorgio Napolitano, che guida la classifica della fiducia politica in Italia con il 78 per cento.
E se non fai caso al premier Enrico Letta che a cavallo della maggioranza a due teste Pd-Pdl tiene il 50 per cento, godendo della fiducia di un italiano su due, ecco che l’Istituto Piepoli, nell’ultima rilevazione, colloca il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, avanti sul sindaco-rottamatore di Firenze che sarebbe attestato al 39 per cento.
Un sorpasso che, alla vigilia del congresso del partito, sposa ancora un po’ l’asticella dei pesi massimi sulla capitale.
Dove, attorno a Zingaretti, si muovono nomi che erano rimasti un po’ defilati, a partire da Goffredo Bettini, vero king maker dell’elezione a sindaco di Roma di Ignazio Marino.
«Per quanto riguarda lo schieramento di Centrosinistra — ha spiegato all’Ansa il vicepresidente dell’Istituto Piepoli Roberto Baldassarre – al primo posto troviamo Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, a quota 40% che sembra risentire positivamente delle azioni operate sul territorio, seguito a stretto giro dal sindaco di Firenze Matteo Renzi a quota 39% che in parte paga le diatribe a livello nazionale legate ai movimenti interni del Partito Democratico come anche Guglielmo Epifani, segretario del PD (in terza posizione 32 per cento), seguito da Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna e bersaniano, a quota 31 per cento e da Nichi Vendola a quota 26 per cento che sembra riuscire a far fruttare al meglio il suo bacino di riferimento della Regione Puglia e del Sel anche a livello nazionale».
Fra le curiosità della rilevazione di Piepoli anche il sorpasso di Gianroberto Casaleggio (18 per cento) su Beppe Grillo, fermo al 16 per cento.
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