Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE PD…SPERANZA: “CI DICANO SE PER QUELLI CHE HANNO VOTATO NO C’E’ ANCORA SPAZIO NEL PARTITO”
Alla fine Matteo Renzi ha deciso di esserci. 
Verso le 12 il segretario Pd si è presentato al Nazareno per prendere parte alla Direzione nazionale del partito.
Come annunciato in apertura dal presidente del Pd Matteo Orfini, prima delle 14 è arrivata la fiducia – unanime – al premier incaricato Paolo Gentiloni. La direzione del Pd, infatti, ha approvato all’unanimità una mozione di sostegno alla proposta del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di incaricare Gentiloni a formare il nuovo governo. Lo stesso Gentiloni, concluse le consultazioni, ha annunciato che alle 17.30 salirà al Quirinale per incontrare il capo dello Stato.
Renzi: “Dopo il giuramento di Gentiloni il congresso”.
“Se vogliamo fare una discussione seria, la dobbiamo fare. Dobbiamo darci del tempo. Nel momento in cui il presidente Gentiloni giurerà , nostro compito sarà stabilire O si fa il congresso o non si fa. Io sarei dell’idea di rispettare lo statuto: domenica l’assemblea decide se farlo o no. Io vorrei farlo, ma sarà l’assemblea a deciderlo”, ha detto Renzi indicabndo che ‘”abbiamo un appuntamento imminente con le elezioni, è chiaro che nei prossimi mesi andremo a un passaggio di elezioni politiche”
Durissimo l’intervento di Roberto Speranza.
“Davanti alle manifestazioni organizzate e agli attacchi sul web io chiedo a Matteo Renzi di dirci se non c’è più spazio nel Pd per chi ha votato no, lo si dica con chiarezza. Io penso che bisogna recuperare un pezzo di elettorato che ha votato no. Il mio seggio è a disposizione, ho già dimostrato di non essere attaccato alla poltrona ma è inimmaginabile pretendere che si rinunci alle proprie idee”.
Secondo l’esponente della minoranza, dal voto sul referendum “arriva un segnale che riguarda tutti e da cui non è possibile sottrarsi, non possiamo mettere la testa sotto la sabbia”.
E ancora: “Non si può eludere il messaggio di fondo arrivato il 4 dicembre, che chiede una fortissima discontinuità , bisogna avere l’umiltà di ripartire con uno spirito diverso. Vedo ancora troppa continuità e troppa arroganza con chi si sente in tasca il 40%. E anche la convocazione del congresso”, anticipato in primavera, Speranza ammette di vederla come una prova di forza del capo: “quasi come a dire, avete sbagliato a votare no, ora vi faccio vedere io, una resa dei conti” del “capo irritato”.
“Il congresso serve eccome – riconosce – ma che ci rimetta in sintonia col mondo fuori dal Pd, un congresso sulla nostra collocazione politica, sul progetto da mettere in campo. Un congresso che non si riduca a un votificio della domenica mattina”.
Minoranza Pd: “Sostegno a Gentiloni ma serve vera discontinuità “.
Appoggio al governo guidato da Paolo Gentiloni, ma con la richiesta di una “sostanziale discontinuità ” rispetto all’esecutivo di Renzi.
È quanto si legge in un documento della minoranza dem che Speranza ha presentato oggi alla direzione nazionale del Pd. “Dalle elezioni amministrative e dal voto referendario – si legge nel documento – è arrivato un messaggio molto forte che deve essere alla base di tutte le valutazioni politiche di queste ore. Si tratta di una richiesta netta ed inequivocabile di discontinuità di cui è indispensabile farsi carico, se si vuol ricostruire un rapporto vero con il paese. Senza questa consapevolezza il Pd è destinato ad ulteriori e più gravi sconfitte. Giungono, invece, segnali di scelte improntate ad una sostanziale continuità , eludendo così pericolosamente la domanda di fondo emersa il 4 dicembre”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
L’ALTRO CANDIDATO ALLA SEGRETERIA ROSSI: “PIU’ SINISTRA O PERDEREMO SEMPRE”
“Il Pd andrà a un congresso anticipato? A guidare la fase di transizione non può essere il segretario Renzi, soprattutto se ha intenzione di ricandidarsi. Quando si dimise Bersani nel 2013 arrivammo al congresso con alla guida una figura di garanzia come Epifani”.
È quanto afferma alla Stampa, Davide Zoggia, deputato dem ed esponente della minoranza bersaniana
“Servono regole chiare – spiega – che garantiscano tutti, un congresso dove si discuta cosa è successo il 4 dicembre e in questi anni di governo, e di come riconnettersi con un popolo di centrosinistra che ha voltato le spalle al Pd. Non vorrei che si andasse a un congresso in fretta solo per la volontà di rivincita di chi ha perso il referendum”.
“Il modello dell’uomo solo al comando – fa notare Zoggia – non ha funzionato, nè al governo e meno che mai nel partito, che è in condizioni pessime, nonostante gli sforzi di Lorenzo Guerini. Noi pensiamo a una squadra, una leadership diffusa. E chiediamo di separare il segretario dal candidato premier. Il segretario per noi non dovrà essere scelto con primarie aperte”.
“Gentiloni – osserva quindi Zoggia – non rappresenta la discontinuità necessaria. Serve una svolta nelle politiche sociali, se il nuovo esecutivo sarà una copia del precedente non sarà possibile risalire la china. Bisogna cambiare le ricette che non hanno funzionato, a partire da Jobs Act, voucher e scuola”.
“Il governo – sottolinea – deve fare le cose necessarie al Paese, senza limiti temporali legati ai desiderata di qualcuno”
“C’è bisogno di un congresso vero e di un governo di svolta”. Lo afferma a Repubblica, il governatore toscano Enrico Rossi, che annuncia: “Intendo presentare formalmente la mia candidatura alla segreteria nazionale del partito”.
“O il congresso apre una dialettica e una discussione vera sulla politica – osserva Rossi -, sul profilo culturale e sul programma fondamentale del Pd, oppure se si riduce invece ad un altro plebiscito ‘Renzi sì-Renzi no’, non vedo come possa interessare la sinistra del Paese”.
“Il punto – sottolinea – è che sono cresciute le disuguaglianze ed esiste una sofferenza sociale che si manifesta ad ogni tornata elettorale e ci fa perdere voti a partire dal nostro insediamento elettorale”.
“Faccio un appello – continua – a tutti coloro che hanno a cuore la sorte del Pd. Abbiamo perso le amministrative del 2015, poi quelle del 2016 e ora anche il referendum. Mi pare serva una svolta. Ma c’è una cosa che dovremmo fare in vista del congresso”, “ritengo cruciale, come avvenuto con Bersani, sui cui voti raccolti nel 2013 Renzi ancora governa, che si vada al congresso con una segreteria di garanzia, che sia super partes”.
Il Paese, aggiunge Rossi, ha bisogno di “un governo che tenga conto del disagio sociale in atto, altrimenti il pericolo è quello di consegnare il Paese ai 5 Stelle”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
GUERINI FRENA: “SEGRETERIA NON E’ IN BALLO”
“Questa legislatura nasce con l’impegno solenne a fare riforme e legge elettorale. Così
giustificammo maggioranze disomogenee. Il 4 dicembre questo film è finito. E questo porta alla fine della legislatura”. Lo afferma Matteo Orfini, presidente del Pd, in un’intervista al quotidiano “La Repubblica” .
Esclude che il Pd governi solo con l’attuale maggioranza?
“A oggi, non mi sembra la possibilità più realistica. Ma aspettiamo le consultazioni”, risponde Orfini, che sulla legge elettorale sottolinea: “Noi ci fidiamo e ci affidiamo al Presidente per risolvere la crisi. Penso che sarebbe utile al Paese rendere omogenee le leggi. Ma per farlo non basta il Pd e l’attuale maggioranza, perchè le regole è meglio provare a scriverle insieme”.
“Il Pd non ha paura delle elezioni. Aggiungo che anche durante il governo Monti non ero tra quelli che consideravano le elezioni un dramma: è la democrazia”, prosegue.
Quanto al confronto interno al Pd, il presidente del partito afferma: “Abbiamo subito una sconfitta importante e dobbiamo aprire una riflessione vera, anche su quello che non ha funzionato. Non in una direzione, ma al congresso”.
E aggiunge: “Lo sostenevo già prima del referendum: dopo il 4 dicembre serve subito un congresso. Ci sono state divisioni e lacerazioni profonde. Questo tema va affrontato: non si può pensare che l’anarchia possa essere la fisiologia del Pd”.
Una spaccatura però che il vicesegretario del partito Lorenzo guerini non vede.
“La maggioranza del partito sostiene la posizione che ha espresso il segretario” Matteo Renzi.
“Dopo le consultazioni la direzione si ritroverà e discuteremo”, afferma al Corriere Guerini che ripete: “Noi abbiamo detto chiaro che non temiamo il voto, e siamo disponibili a un governo di responsabilità “.
Sull’ipotesi di un Renzi bis, Guerini afferma: “Non mi lego a nessuna formula, anche per rispetto del capo dello Stato. Renzi ha fatto quel che aveva sempre detto. Ha tratto le conseguenze della sconfitta al referendum ed è questo il fatto con cui ci dobbiamo confrontare. Per noi, che siamo una forza responsabile, l’interesse del Paese viene prima di tutto”.
Sui nomi di Grasso, Padoan, Franceschini e Gentiloni, Guerini frena: “Adesso noi non parliamo di nomi nè di formule”.
Sul rischio che il segretario rimanga solo, non volendo il resto del partito andare a votare, Guerini spiega: “Il segretario è tutt’altro che solo. Nel Pd e in tutta Italia c’è compattezza intorno alla sua figura”.
“Non inseguo il gossip – dice quindi sul’ipotesi che Franceschini abbia rotto con Renzi perchè vuole fare il premier – La maggioranza del partito sostiene la posizione che ha espresso il segretario”.
Guerini frena anche i retroscena che vogliono Orlando smarcato perchè punterebbe al Nazareno: “Il Pd ha un segretario che si chiama Matteo Renzi e che non è stato minimamente messo in discussione. Il lungo applauso che ha salutato il suo ingresso in direzione testimonia come tutto il partito si sia stretto intorno al suo leader”
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
SIA LORO CHE I BERSANIANI NON VOGLIONO ANDARE AL VOTO… LA GEOGRAFIA INTERNA DEI GRUPPI
Ormai il Pd è un partito “balcanizzato”. Lo scoramento di un fervente renziano dice tanto di come la sconfitta referendaria si sia abbattuta sul Partito Democratico.
Un fulmine che ha spaccato la maggioranza del segretario Matteo Renzi: i renziani di qua, i franceschiniani (Areadem) di là .
In mezzo, tanta tempesta e altri due poli: i Giovani Turchi, che stanno ancora con il segretario; i bersaniani, che stanno con l’ex segretario e Roberto Speranza ma di certo ora sono tornati vicini ad Areadem.
Perchè la rottura vera si è consumata tra i due big player: Renzi e Franceschini, i vincitori del congresso contro Bersani, l’asse che finora ha retto il Pd.
Ecco: Matteo e Dario non sono più una cosa sola, se ma lo sono stati.
Al netto di tutto, delle varie posizioni di partenza, voto o non voto, dimissioni, reincarico, governo di scopo o istituzionale, Renzi si è infastidito per come Franceschini si è presentato quale portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Nelle riunioni ristrette con Renzi, in quelle di area nel gruppo parlamentare.
Insomma, ritagliandosi il ruolo di ‘ambasciatore del Colle’ che ha oscurato il segretario di fronte al capo dello Stato.
Nessuna sorpresa, visto che alla Camera uno dei più ferventi franceschiniani, Francesco Garofani, presidente della Commissione Difesa, è vicinissimo a Mattarella. Da prima che venisse eletto al Colle.
Ma Renzi si è infastidito ugualmente. E come lui, le altre aree del partito. A cominciare dai Giovani Turchi, i quali – ora che questa crisi è incanalata sui binari delle consultazioni al Colle per vedere di formare un governo di larghe intese oppure il voto – sono dalla parte di Renzi.
E anche loro — da intendersi Andrea Orlando, Matteo Orfini e le loro nutrite truppe parlamentari – guardano con sospetto a Franceschini.
Tutti contro tutti? Da parte sua il ministro dei Beni Culturali lascia trapelare irritazione come viene raccontato sui media. Da una parte. Dall’altra, assicura che Renzi è il segretario del Pd e nessun governo può nascere contro di lui.
Per ora nel Pd ognuno gioca la sua partita, con alleanze che possono anche cambiare nei prossimi mesi a seconda di chi la spunta.
Una cosa però è certa: Renzi non ha più la maggioranza nei gruppi parlamentari, che sono sempre stati un campo difficile per lui, eletti in epoca bersaniana, modellati sulla base dell’asse Bersani-Franceschini che reggeva il partito nel 2013.
Ora Renzi ha perso l’appoggio dei franceschiniani, passati con lui alle primarie che lo incoronarono segretario esattamente tre anni fa: nel giorno dell’Immacolata del 2013. Continua ad avere una maggioranza in direzione, ma fragile: a patto che i Giovani Turchi restino con lui.
Basta un’occhiata al pallottoliere dei gruppi di Camera e Senato per pesare la solitudine di Renzi.
Il segretario può contare su circa 50 fedelissimi a Montecitorio: qui i renziani puri all’inizio della legislatura erano solo 34. Al Senato al momento dispone di 16 eletti, di cui 13 iniziali. Poca roba rispetto agli eserciti di Areadem.
Franceschini conta una 90ina di deputati, una trentina di senatori ed entrambi i capigruppo: Ettore Rosato alla Camera, Luigi Zanda al Senato. Una potenza di fuoco che può decidere tutto. E infatti in questi giorni post-voto ha deciso tutto, riuscendo a condizionare Renzi: è la prima volta che accade da quando è segretario e premier.
I bersaniani sono una ventina al Senato, dai capitani Gotor, Migliavacca e Fornaro a quelli che comunque hanno votato sì al referendum, come Chiti, Idem, Sposetti.
L’ex segretario e l’ex capogruppo Roberto Speranza possono contare su una trentina di parlamentari alla Camera.
L’altra componente forte sono i Giovani Turchi: 40 a Montecitorio, solo 17 a Palazzo Madama ma attivissimi per il ministro Orlando, pronti a sfornare un comunicato a ogni alzata di sopracciglio del Guardasigilli particolarmente infuriato con Renzi per lo stop al ddl sul processo penale prima del voto. Ruggini per ora ricomposte. Fino a quando?
Tra questi quattro poli, si muovono singoli, indipendenti, correnti più piccole. Gente su cui Renzi non può contare. O per lo meno, non è scontato.
‘Sinistra è cambiamento’ fa riferimento al ministro Maurizio Martina, che non nasce renziano ma lo è diventato. E ora è rimasto vicino al segretario, con la sua 50ina circa di parlamentari.
Anche se pure Martina, in una riunione di area martedì, ha dovuto frenare rispetto alla richiesta di voto immediato che aveva cavalcato all’unisono con Renzi subito dopo la sconfitta al referendum.
Anche lui è stato ‘richiamato’ ad allinearsi a Mattarella: al voto se proprio non si sa come uscirne e comunque non prima della fine del 2017, raffreddiamo le macchine.
Alla Camera ci sono cuperliani (una decina), rimasti col segretario, ma critici.
E poi 4-5 prodiani, tra cui Sandra Zampa; 4-5 veltroniani, tra cui Walter Verini, un paio di cattodem, un paio di lettiani, componente che si è per lo più dissolta quando Enrico Letta è partito per Parigi dopo la ‘cacciata’ da Palazzo Chigi.
Al Senato c’è poi il gruppetto di cosiddetti ‘indipendenti’. Sono 13, tra loro ci sono senatori che finora hanno lavorato col segretario, da Anna Finocchiaro, presidente di prima commissione attivissima sulle riforme costituzionali, a Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa e primo dalemiano passato con Renzi.
Entrambi però ancora oggi non possono certo dirsi renziani. E poi tra gli indipendenti ci sono Walter Tocci, la madrina delle unioni civili Monica Cirinnà , l’ex operaista Mario Tronti, Sergio Zavoli, Felice Casson. Gente di estrazione varia, certo non ascrivibile a Renzi.
E sempre al Senato ci sono scampoli di Retedem, gli ex civatiani rimasti nel Pd.
Sono due: Lucrezia Ricchiuti e Sergio Lo Giudice. Avevano anche Laura Puppato, ormai renziana.
Il segretario forse può continuare a contare sugli ex di Scelta Civica: Lanzillotta, Ichino, Giannini. Forse.
Ma comunque non basta. Di certo, per ora Renzi è in minoranza sulla grande discriminante di questa crisi di governo: se andare al voto in primavera o aspettare, magari anche fino a fine legislatura nel 2018. Lui vorrebbe votare anche domani.
La maggioranza dei gruppi vuole aspettare di maturare la pensione a fine settembre.
E chi non sta sicuro nella propria corrente o non ne ha una di riferimento, prende tempo per cercare casa e candidatura al prossimo giro.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
SUL WEB BOTTE DA ORBI TRA RENZIANI E BERSANIANI…CHIARA GERONI VS ANNA RITA LEONARDI
La direzione del Partito Democratico è convocata per oggi pomeriggio ma il congresso intanto si svolge su Twitter.
E a vedere come se le danno potrebbe essere difficile arrivare alle 17,30 interi.
In questo caso vediamo disputare Chiara Geloni, ex direttrice di Youdem e bersaniana, e Anna Rita Leonardi, membro dell’Assemblea Regionale PD della Calabria e del Direttivo dei Giovani Democratici GD di Reggio Calabria e renziana. Ieri la Geloni aveva segnalato lo status di Alessio De Giorgi, componente dello staff di Renzi, in cui si chiedeva di andare a cantargliele a Pierluigi Bersani sulla pagina facebook di quest’ultimo.
Oggi la Geloni pubblica su Twitter un messaggio privato della Leonardi che esce da una chat di whatsapp in cui evidentemente si sente chiamata in causa.
«E mi devo far dare lezioni da gente che pagava una grassona 6000 euro al mese per attaccare figurine ai pc e portargli la birra», recita il messaggio.
La Geloni si sente chiamata in causa per il riferimento alla cifra (lorda) del suo stipendio, che faceva parte di un famigerato (e mai pubblicato) dossier di Renzi sulle spese folli del PD bersaniano: “Al netto, nella mia busta paga — diceva nel 2013 a Repubblica — ci sono un po’ meno di 6 mila euro, uno stipendio alto. Ma ho lasciato il lavoro a tempo indeterminato, che avevo prima, e ho accettato un contratto a termine, legato alle vicende della politica, perchè faccio il direttore. Ho chiesto uno stipendio un po’ più alto di quello di prima, di vice direttore a tempo indeterminato di un giornale. Credo sia nella media, paragonabile alle remunerazioni di altri colleghi giornalisti”, disse all’epoca.
Nella rissa di repliche che ne segue però la Leonardi spiega che non si riferiva alla Geloni con quel messaggio:
Ma la discussione sta degenerando, tra minacce di denunce e risse varie:
E siamo appena a mezzogiorno.
Riuscirà il PD a (r)esistere per altre due ore?
(da “NextQuotidiano“)
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Dicembre 6th, 2016 Riccardo Fucile
LA MOSSA DI RENZI IMPEDIREBBE ALLA VECCHIA GUARDIA DI RIPRENDERE IL CONTROLLO DEL PARTITO E LOGORARE IL SEGRETARIO
Il tentativo di frenata ha la voce di Dario Franceschini, che più volte in queste ore ha parlato col
premier: “Serve un governo, per gestire in modo ordinato la nuova legge elettorale. Non possiamo andare in questo modo a elezioni anticipate”.
Parole che pesano ancora di più perchè, più a ragione che a torto, Franceschini è considerato a palazzo Chigi una sorta — se non di ambasciatore — quantomeno di pontiere di Mattarella, capace di interpretarne umori, messaggi e linguaggio.
E che, messe assieme alla notizia che la Corte si pronuncerà sull’Italicum il 24 gennaio, configurano il classico lavorio nei Palazzi che contano per scongiurare le elezioni anticipate.
Un’ipotesi che, ancora stamattina, a palazzo Chigi era ancora viva, soprattutto nell’animus dei falchi del renzismo.
Ammesso che la Corte si pronunci il 24 gennaio stesso, poi occorre che la politica recepisca i rilievi e approvi in Parlamento un sistema coerente per Camera e Senato. Realisticamente si può dire che è praticamente impossibile votare a febbraio.
In Transatlantico le vecchie volpi considerano la notizia “il segnale”, perchè guarda caso la Corte ha reso noto che si pronuncerà il 24 gennaio proprio oggi, dopo il colloquio nel premier al Quirinale e prima del giorno delle dimissioni formali.
Detto senza tanti giri di parole: come fai a votare con una legge elettorale per la Camera in attesa di giudizio e con una diversa al Senato?
È chiaro che occorre una nuova legge elettorale per poi andare a votare, e dunque un governo in carica, perchè non puoi attendere febbraio con un governo dimissionario. Sergio Mattarella, in queste consultazioni discrete e con lo stile del notaio rispettoso degli equilibri parlamentari, su un punto ha fatto filtrare una preoccupazione vera.
E cioè che non si può lasciare il paese a un governo dimissionario, in questa congiuntura economica. Esporrebbe, innanzitutto, il nostro sistema bancario.
Da segnalare poi oggi una preoccupata dichiarazione di Volker Wieland, uno dei consiglieri economici della Merkel. Per Wieland “il nuovo esecutivo italiano dovrebbe chiedere un programma di aiuti all’Esm”, il meccanismo di stabilità europeo altrimenti noto come fondo salva stati.
E sono le stesse preoccupazioni — la stabilità , la necessità di una transizione ordinata — che parecchi ministri di peso si stanno ponendo in queste ore.
Anche ministri molto vicini al premier come Paolo Gentiloni o Graziano Delrio che ieri è stato visto a palazzo Giustiniani dove ha l’ufficio Giorgio Napolitano.
A palazzo Chigi “piani A”, “piani B”, si susseguono in un clima di nervosismo, insofferenza, con mezzo parlamento che chiede le elezioni: “Fino a ieri — sussurra una fonte molto informata – il piano A era le elezioni anticipate. Dice Renzi: se nasce un governo Renzi chi dice che si dimette quando dico io?”.
Ora la sentenza della Corte, il pressing di mezzo governo, mettono all’ordine del giorno un altro schema.
Quello del “tutti dentro”: un governo con dentro la minoranza, tutto il Pd, che dialoghi sulla legge elettorale con Forza Italia, all’insegna del “se dobbiamo sporcarci le mani, sporchiamocele tutte”.
Ed è uno schema su cui antichi equilibri franano e nuovi ne nascono. Ecco che Andrea Orlando si è differenziato da Matteo Orfini proprio sulla necessità di evitare l’avventura delle elezioni anticipate con un esecutivo che affronti la questione della legge elettorale. Mentre Maurizio Martina, ministro non parlamentare, è tra i più convinti sostenitori delle elezioni subito.
Il Transatlantico pare un catino che bolle di preoccupazione.
Parlamentari che discutono sull’analisi dei flussi di Piepoli: “Altro che 40, se votiamo è un bagno di sangue”.
Anche all’interno della maggioranza renziana in parecchi suggeriscono prudenza: “Sarebbe ragionevole — dice Walter Verini, da sempre vicino a Veltroni — aspettare la sentenza della Corte fare una legge elettorale coerente e nel frattempo dar vita a un governo. A me piacerebbe che, in questo tempo, Renzi fosse protagonista di un viaggio nell’Italia, per riconnettersi col paese, con le sue energie, immettendole poi nel partito in un congresso non di tessere”.
A proposito, anche Alfano ha frenato rispetto a ieri sera quando nel corso di Porta a Porta ha scommesso “una fiche su febbraio”: “Il presidente della Repubblica — ha dichiarato oggi — troverà la via migliore”. In mezzo le pressioni dei suoi, ma anche l’aria che è cambiata. E la data della Corte, che “congela” il voto a febbraio.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile
LA VECCHIA GUARDIA HA OTTENUTO IL RISULTATO CHE INSEGUIVA DAL 2013: LA CADUTA DI CHI AVEVA SOTTRATTO LORO GUIDA DEL PAESE E DEL PARTITO
Il Centrosinistra ha vinto ancora.
Per la terza volta è riuscito, con una coraggiosa spallata, a buttare giù un governo di Centrosinistra. Era successo nel 1998 con Prodi. Era risuccesso nel 2008 sempre con Prodi.
Dal giorno stesso in cui Matteo Renzi si era insediato a Palazzo Chigi dopo la non vittoria di Bersani alle Politiche del 2013 e il conseguente governo Letta, gli sconfitti nel Pd, D’Alema e Bersani, hanno lavorato per ottenere il loro risultato: la caduta di chi aveva sottratto loro guida del Paese e del partito.
Risultato ottenuto. E infatti ieri notte brindavano, ridevano, si congratulavano.
Tutto un darsi pacche sulle spalle e ridere di fronte alle telecamere rivendicando la vittoria contro il segretario del loro partito, avendo almeno il buongusto di non nominare nemmeno la questione referendaria, la vittoria era su Renzi: «Voleva rottamarci, è stato rottamato» esultava garrulo D’Alema.
La sostanza è che il Partito Democratico, al di là di ogni bizantinismo di palazzo, è definitivamente morto, sepolto sotto le macerie di un matrimonio mai veramente avvenuto tra le diverse anime del Centrosinistra.
Da subito è stato molto chiaro come il Referendum non fosse sulla Costituzione, ma un plebiscito pro o contro il presidente del Consiglio. Renzi ha giocato l’azzardo: e l’ha sontuosamente perso.
Naturale che le opposizioni gli votassero contro, un po’ meno (in un’ottica di sanità mentale) che lo facesse parte del suo partito. Ma tant’è.
Del resto è sempre apparso molto chiaro come per una certa classe politica italiana-europea, diciamo, fosse molto più importante comandare nel partito che governare il Paese.
Al Pd servirà probabilmente un ultimo congresso. Per decidere se avere un futuro o restare ai margini a godersi i ricordi delle sue grandi vittorie contro i governi di Centrosinistra.
Alberto Infelise
(da “La Stampa”)
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Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile
AUMENTA L’AFFLUENZA E SI RIDUCE IL DISTACCO, GLI INDECISI SON ANCORA AL 23%, TUTTO E’ POSSIBILE… UN ELETTORE SU QUATTRO DELLA LEGA VOTA SI’
Il No rallenta e, dopo quella che sembrava una piccola fuga, a un mese esatto dal referendum
costituzionale la cosa certa è che sarà un testa a testa.
Questo dice il sondaggio settimanale del venerdì condotto da Ixè per Agorà (Rai3). Tra No e Sì in questo momento c’è un solo punto: i contrari al 39, i sostenitori delle riforme al 38.
La scorsa settimana il No era al 40 e il Sì al 37, quindi c’è stato il travaso di un punto percentuale.
A pesare verosimilmente l’aumento di coloro che dicono che andranno sicuramente a votare che passa dal 56 al 58 per cento in sette giorni, quota destinata a salire perchè il 12 per cento dice che ancora deve decidere se presentarsi alle urne.
Resta da capire quanto peseranno due incognite.
La prima: il 23 per cento si dice ancora indeciso tra Sì e No, cioè dice che andrà a votare ma non sa cosa.
La seconda: bisognerà vedere se questa tendenza avrà una continuità e in quel caso significherà che il movimento di “espansione” del No ha raggiunto il suo massimo.
Come si comportano gli elettori dei vari partiti?
A essere più motivati alla partecipazione al voto, secondo l’istituto diretto da Roberto Weber, sono quelli del Partito Democratico e di Forza Italia (con quote di partecipazione del 68 e del 69 per cento), leggermente più indietro quelli del M5s (65) e della Lega Nord (59).
Il senso d’appartenenza al partito, invece, comincia a ridurre le quote di “dissidenti” tra gli elettori dei partiti.
Nelle settimane scorse, infatti, molti sondaggi hanno messo in luce che all’interno di ogni partito una fetta considerevole di elettori “tradivano” le indicazioni di voto delle rispettive forze politiche, tanto che nel Pd un quarto degli elettori un quarto rispondeva di voler votare No, circa un quarto degli elettori M5s rispondeva di votare Sì e addirittura tra i simpatizzanti di Forza Italia si arrivava fino a 4 elettori su 10 che si dicevano favorevoli alla riforma (mentre Fi fa campagna per il No).
Ora le parti di “dissidenti” interni agli elettorati sta calando non di poco: nel Pd dice che voterà No “solo” il 15 per cento, tra gli elettori M5s i favorevoli scendono al 21 e tra quelli di Forza Italia al 14.
Resta invece notevole (24 per cento) la parte di elettori della Lega Nord che vorrebbero votare Sì.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IPSOS: LA SINISTRA RADICALE NON SFONDA, SE NASCESSE UNA FORMAZIONE SI FERMEREBE AL 9%
Il tema dello spazio politico a sinistra del Pd è da tempo presente nel dibattito politico. Renzi e la sua
modalità di condurre l’azione di governo e di gestire il partito, le sue scelte spesso criticate da quell’area hanno provocato un progressivo e in qualche caso risentito allontanamento della minoranza pd (non di tutta).
È un pezzo di ceto politico che ha avuto un ruolo rilevante nella storia recente, ma non solo, del Paese, spesso proveniente dalla tradizione postcomunista.
Oggi quel ceto vede fortemente ridimensionato il proprio ruolo.
Le linee di frattura
Numerose sono le linee di frattura tra minoranza e maggioranza del Pd: dal Jobs act alla scuola, dalla riforma del Senato a quella elettorale, tutti i principali atti di governo sono stati criticati e a fatica sostenuti dalla sinistra.
La scorsa settimana c’è stato un incontro a San Martino in Campo, in Umbria, in cui la minoranza ha cercato di definire il proprio posizionamento nel Pd.
Convegno preceduto da un’intervista fortemente critica di Massimo D’Alema su questo giornale, anche se l’ex premier ha poi negato che essa preannunciasse ipotesi di scissione.
Tuttavia abbiamo voluto testare l’impatto di una possibile forza di sinistra alimentata anche dalla minoranza proveniente dal Pd.
Uno su cinque immagina la scissione
La previsione di una scissione è molto contenuta: solo il 19% degli intervistati la accredita.
Lo fanno soprattutto gli elettorati lontani dal Pd, mentre gli elettori di questo partito sono profondamente scettici: solo il 12% vede all’orizzonte questa possibilità . Ammesso che questa scissione si verifichi, emergono diffusi dubbi sulle effettive potenzialità elettorali di una nuova forza che aggreghi la sinistra.
Solo per il 13% potrebbe raccogliere una messe importante di voti dai delusi di Renzi. Un terzo pensa che forse la scissione potrebbe portare qualche voto in più rispetto a quelli già consolidati dalla sinistra (lo credono un po’ di più gli elettori del Pd), mentre altrettanti sono certi che un’operazione di questo genere è destinata a non avere risultati di sorta.
Lo spazio a sinistra
Che oramai lo spazio a sinistra si sia sensibilmente ridotto è confermato anche dai dati relativi alla simpatia che una formazione di questo genere riscuoterebbe tra gli elettori.
Oggi solo il 6% degli intervistati guarderebbe con consistente simpatia a un’operazione simile. Una percentuale dimezzata rispetto al gennaio 2015, che segnò la vittoria di Tsipras in Grecia e inferiore anche alla simpatia suscitata dalla presentazione della coalizione sociale di Landini, esattamente un anno fa.
Anche il gruppo che guarderebbe con qualche simpatia a questa realtà si contrae: oggi è il 17% contro il 31% degli inizi di gennaio. Non cresce il rifiuto netto: la percentuale degli apertamente antipatizzanti (47%) non è molto diversa dalle rilevazioni precedenti. Cresce il «non so», che manifesta freddezza.
L’elettorato pd mostra qualche simpatia in più, ma nessuna passione: la percentuale di chi esprime molta simpatia è all’8%, nella media, mentre cresce il numero di chi guarda con qualche attenzione.
Tra astensione e M5S
È quindi basso l’appeal elettorale di una forza che nascesse dalla scissione a sinistra del Pd: il 2% dichiara che la voterebbe sicuramente, il 7% potrebbe farlo.
Convertire in voto effettivo questa probabilità non è affatto facile: sostanzialmente un bacino potenziale del 9%, che si dimezza o più all’atto del voto.
Il perimetro del consenso della sinistra in questi ultimi anni, senza segnali di allargamento. La sinistra oggi ha uno spazio limitato nel Paese.
Da un lato chi è uscito a sinistra dal Pd difficilmente ha poi deciso effettivamente di votare una forza di sinistra.
Molti si sono rifugiati nell’astensione, una parte ha deciso di dare il voto ai 5 Stelle. Dall’altro lato se l’insofferenza verso Renzi è molto chiara, non altrettanto sono i programmi politici conseguenti.
Il dibattito appare molto chiuso nel ceto politico. E non conquista elettori.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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