Ottobre 1st, 2012 Riccardo Fucile
“CHI TIFA PER IL BIS, LAVORA CONTRO PIER LUIGI”…E I FEDELISSIMI DI BERSANI SENTONO ARIA DI CONGIURA
Poco importa che Veltroni non si faccia vedere al tempio di Adriano al think thank organizzato
da Gentiloni, Morando, Tonini, Vassallo e Ceccanti insieme a varia intellighenzia di area finiana, montezemoliana, casiniana e non solo.
L’ex leader del Pd si guarda bene dal mettervi piede, se non altro perchè sa che l’occasione sarà letta dai media come un’implicita benedizione a Renzi da cui lui si vuol accuratamente tener fuori.
E quando Gentiloni argomenta che «la positiva disponibilità di Monti non vuol dire per noi un bis del governo tecnico sostenuto da una grande coalizione ABC», bensì una coalizione larga che non comprenda forze incompatibili con un discorso riformatore, dalle parti di Bersani sentono solo odor di tradimento.
«Perchè Pierluigi sostenne Veltroni in modo limpido andando in giro a fare i comizi, anche se poteva essere un competitor di quelle primarie».
Come a dire, guardate con che moneta lo ripaga Walter…Il quale però non avrà certo dimenticato quella minaccia di candidarsi contro di lui che precedette a suo tempo il convinto sostegno di Bersani.
Vecchie ruggini che non si rimuovono facilmente e che possono però dare un’idea di come i dissapori tra leader siano sempre sotto il pelo dell’acqua nel magico mondo del Pd.
Dove il tema più scottante in queste ore è che succederà nella partita a scacchi della legge elettorale: perchè di fronte al sospetto che Pdl e Udc abbiano stretto già un accordo per comprimere il premio del 55% dei seggi del porcellum, tutti si chiedono cosa farà alla fine Bersani per non restare schiacciato senza rinunciare all’unica labile garanzia di una vittoria ai punti che lo metta al riparo dal Monti bis.
«La nuova legge elettorale deve dare la possibilità a chi vince di governare», ripete il segretario, aggiungendo che «la frantumazione e la balcanizzazione con un proporzionale secco sarebbe un disastro per il paese»; senza chiarire se con quel «secco» non intenda aprire ad una qualche formula più liquida e più digeribile, tutta da scoprire.
Ma basta il refrain individuabile dietro la sfilza degli interventi al convegno dei montiani (la ex rutelliana Linda Lanzillotta, il finiano Della vedova, l’economista Zanella di «Fermare il declino» di Oscar Giannino, Andrea Romano di Italia Futura, l’ex segretario dei chimici della Cgil, Morsella e vari parlamentari) per rovinare il compleanno a Bersani.
Che sa bene come il plot andato in scena possa avere la forza contundente di una zeppa sul percorso verso Palazzo Chigi: soprattutto se un folto gruppo trasversale dentro e fuori dal Parlamento lavor
Nell’ottica di Gentiloni, battersi «perchè il Pd si proponga al centro di un’alleanza con la piattaforma Monti e confini chiari» vuol dire chiedere ai candidati alle primarie «un impegno solenne a proseguire e a non smontare il lavoro di Monti».
Ma tutti sanno bene che questo impegno solenne uno lo fa proprio cioè Renzi e uno no…
E se poi ci si interroga da dove possa nascere una maggioranza che sostenga Monti e la continuità del suo lavoro, se non da una vittoria di Renzi alle primarie, si capisce la stizza di Bersani verso chi nel Pd scommette sulla vittoria di Matteo; e sulla nascita nei prossimi giorni di una configurazione dell’area moderata più competitiva: un listone che punti al 10-15% con cui allearsi.
E che magari abbia «un copyright, se pur non autorizzato e solo criptico» del premier.
«Quando vedranno che Monti non ci sarà », ribattono gli uomini di Bersani, allora si chiederanno «e ora che facciamo?»
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Settembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELL’AMBIENTE: “NON C’E’ PIU’ TRACCIA DEL SOGNO, SOLO GRUPPI DI POTERE IN LOTTA TRA LORO”
Due sere fa era seduta in prima fila al cospetto del Cavaliere, presentazione show del
libro di Brunetta.
La settimana prossima formalizzerà l’addio al gruppo del Popolo delle libertà .
Il dado è tratto, ha raccontato Stefania Prestigiacomo alle ormai poche amiche e colleghe che hanno tentato di frenarla.
Forfait di una “forzista” della prima ora, destinato a fare rumore.
Tanto più perchè potrebbe portarla sulle sponde dei centristi Casini e Fini.
Tuttavia l’ex ministra non rompe con Silvio Berlusconi (che oggi festeggerà i suoi 76 anni in Provenza dalla figlia Marina).
“Con lui rapporti sempre ottimi” ha spiegato.
È con tutto l’establishment del partito che non si ritrova più. Rapporti azzerati. Dialogo nullo. “Sono sconcertata da tutto – ha confidato – Del sogno berlusconiano in questo partito non c’è più traccia. Siamo circondati da piccoli gruppi di potere che passano le giornate a litigare”. Ecco, di fronte allo spettacolo delle ultime settimane, la deputata aretusea si definisce “disgustata”.
Il Pdl, così com’è, lo ritiene ormai un “partito inesistente”.
Nasce da qui la presa di distanza che a giorni porterà al passo dell’addio.
Disimpegno intanto dalla campagna elettorale siciliana in vista delle Regionali del 28 ottobre. Oggi alle 18, al Teatro Politeama di Palermo, Nello Musumeci, candidato del centrodestra, terrà la sua kermesse.
Ma Stefania Prestigiacomo (rientrata ieri a Siracusa) non ci sarà .
Una vita sulla scia di Silvio Berlusconi, imprenditrice, entrata a meno di trent’anni alla Camera, è tra i pochi parlamentari in carica ad aver affiancato l’avventura politica del leader da Forza Italia nel ’94 ad oggi.
Ministra delle Pari opportunità nel Berlusconi ter e dell’Ambiente nell’ultimo esecutivo. Non senza scintille.
È passato agli annali il pianto del 2005 quando partito e governo le voltarono le spalle sulle quote rosa, ma anche la battaglia di principio condotta e persa col referendum sulla fecondazione assistita.
Come pure gli scontri con Tremonti per i fondi via via sottratti al dicastero per l’Ambiente, negli ultimi anni.
Il forfait della Prestigiacomo – che i maligni ricollegano alla molto probabile esclusione dalle prossime liste – in realtà è sintomo di un malessere diffuso.
E di una corsa al “si salvi chi può” destinata a farsi frenetica nelle prossime settimane.
Quel che la deputata ha escluso, parlando con i colleghi a lei più vicini, è di accettare il corteggiamento del Grande Sud di Miccichè.
Sembra piuttosto che i contatti e il pressing nei confronti della ex ministra siano stati altrettanto insistenti, e più fruttuosi, da parte dei centristi Casini e Fini.
Ma la Prestigiacomo non è l’unica berlusconiana finita nel mirino dei cacciatori di “teste” avversari.
Non da ora, per esempio, lo è anche un’altra ex ministra come Mara Carfagna.
Campanelli d’allarme (i più noti) di un partito in rotta alla vigilia della resa dei conti elettorale.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELL’ECONOMIA RINGRAZIA, MA NON TORNA SUI SUOI PASSI… E AL PDL MANCA UNA FACCIA CREDIBILE PER LE ELEZIONI
Il momento più forte è stato quando Silvio Berlusconi, davanti ad Angelino Alfano, La Russa, Gasparri, Verdini e Cicchitto, ha alzato il telefono e ha detto: “Giulio, siamo tutti qui! Se torni ti accogliamo a braccia aperte!”.
Dall’altro lato del filo c’era Giulio Tremonti.
Che sulle prime ha infilato come risposta una battuta delle sue: “Dipende da quante braccia avete…”.
Poi ci ha ripensato ed è tornato il Tremonti di sempre: “Ma come ti viene in mente anche solo di chiedermelo?”.
Il Cavaliere, a quel punto le ha provate tutte, davanti agli sguardi sempre più sgomenti dei suoi che proprio non sapevano dove guardare.
Quindi, la risposta scontata: “No, anche Giulio ha detto di no…”.
“E meno male”, ha commentato sarcastico Denis Verdini.
Perchè, va bene che il Pdl è allo sbando e che Berlusconi sta cercando disperatamente una faccia “credibile e sana” da poter spendere come bandiera per le prossime elezioni (aveva pensato alla Polverini, finchè le foto con i “maiali” l’hanno inesorabilmente bruciata), ma arrivare fino a richiamare alle armi Tremonti nessuno proprio se lo aspettava.
Tanto che uno come il solido Guido Crosetto è andato su tutte le furie: “Richiamare Tremonti? Berlusconi deve essere preda della sindrome di Stoccolma. Ma come si fa anche solo a pensare di richiamare uno che pagava, in contanti, una parte dell’affitto di casa, da ministro dell’Economia e delle Finanze in carica, una cosa grave quasi quanto usare soldi della Regione per ostriche e champagne; nel momento in cui Alfano ha mandato via Batman non capisco perchè avremmo dovuto subito imbarcare, se pur in coalizione, Superman…”.
Un vertice difficile, dunque, quello di ieri all’ora di pranzo a Palazzo Grazioli.
Il “Laziogate” ha affastellato ulteriori macerie e al momento tiene solo banco l’idea di Alfano di azzerare tutto il partito per dare vita a quello che ha voluto chiamare, con sprezzo del ridicolo, “il rinascimento azzurro”.
Che, però, non si sa bene cosa sia.
E pare non convincere neppure gli altri coordinatori che ora puntano a tenere la barra dritta sulla legge elettorale: “Vogliamo le preferenze e il premio di maggioranza alla coalizione”, ha detto Maurizio Gasparri, ma anche lì è chiaro che il Porcellum verrà difeso con le unghie e con i denti.
Perchè se è vero, come d’altra parte sostiene pure il sindaco di Roma, Alemanno, che si andrà a votare il 7 e l’8 aprile non solo per le politiche e per le regionali (forse anche la Lombardia) ma anche per il Comune di Roma, allora il Porcellum eliminerà un sacco di guai almeno sul fronte di Camera e Senato.
Per il resto si vedrà .
Quel che però non si capisce — e neppure i suoi riescono a decriptare con chiarezza — è che cosa voglia davvero Berlusconi.
Sembra che stia coltivando l’idea di un grande gesto di rottura, ma il tentennamento continuo tra un’endorsement a Mario Monti e lo studio accurato della figura mediatica di Beppe Grillo, stanno spazientendo anche i più affezionati.
Però, nella notte tra lunedì e martedì, riuniti alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha dato l’impressione di voler spacchettare sul serio il Pdl in più di un soggetto da federare sotto una comune insegna: un partito della destra per gli ex di An, uno dei democristiani, uno dei socialisti, uno dei liberali, ma negli occhi di deputati e senatori si intravvede lo spettro del disastro definitivo incombente, di cui l’election day romano potrebbe diventare la catarsi assoluta.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
ALEMANNO VUOLE UNA SOLA GIORNATA DI CONSULTAZIONI PER PARLAMENTO, REGIONE E COMUNE… IL CAVALIERE TEME UNA CAPORETTO: PENSA PIUTTOSTO A FRAMMENTARE IL PDL IN PIU’ PARTITI RIUNITI POI IN UNA COALIZIONE
C’è uno spettro che sta terrorizzando da tre giorni il Cavaliere e i suoi fedelissimi: si
chiama “grande election day romano”.
Che, cioè, il prossimo 7 e 8 aprile 2013 si possano trasformare nell’apocalisse elettorale del centrodestra, una valanga di risultati negativi su tre fronti politici chiave capace di dare il colpo di grazia al centrodestra e decretando un suo definitivo ridimensionamento anche dallo scacchiere politico nazionale.
I sondaggi al 20% sono solo un’illusione, perchè il peggio deve ancora arrivare.
Lo spetto non riguarda solo l’apertura delle urne per le politiche e delle Regionali del Lazio causa show down della Polverini.
Si aprirà anche il fronte Campidoglio.
Il mandato della giunta di Gianni Alemanno, ex An e a capo di una corrente influente in quel che resta del Pdl, scade a maggio 2013.
E il sindaco sta pensando (ieri ha parlato di “ipotesi allo studio”) di sciogliere anticipatamente il consiglio comunale per far votare i romani in un’unica tornata elettorale anzichè richiamarli due volte alle urne nel giro di due mesi.
Questione anche di ottimizzazione della spesa, certo, ma soprattutto un modo per prendere in contropiede il Pd che, a quel punto, dovrà puntare su più cavalli di razza per giocare la partita su tutti e tre i fronti e non sembra, almeno al momento, che sia in grado di spendere tre facce nuove per tre posti chiave nel nuovo assetto politico del Paese che passa per Roma.
In ballo c’è Palazzo Chigi, la Pisana, il Campidoglio e forse anche il Pirellone.
E con il grande “election day”, il centrodestra sa di perdere, ma di mettere anche in forte difficoltà gli avversari.
A palazzo Grazioli, dunque, si studiano le strategie delle prossime elezioni su più fronti, mentre il segretario del Pdl, Angelino Alfano, si sforza ogni giorno di tenere compatto il partito anche a costo di sfiorare il ridicolo con l’utilizzazione di slogan come “Rinascimento Azzurro” per far credere all’esterno che il disfacimento sia solo un’impressione.
Peccato che traspaia l’esatto contrario.
Se anche il centrodestra ha ancora un mercato,non sembra però più in grado di avere un prodotto da offrire.
A destra, insomma, non si coltiva più nemmeno la speranza di un’affermazione elettorale che possa capovolgere un destino che appare segnato. E l’unico modo per non perire del tutto è di rendere comunque meno agevole la vittoria degli avversari.
Le strategie sono in corso, dunque, anche se il clima interno al Pdl non aiuta.
Gli ex An, d’altra parte, sono già con tutti e due i piedi fuori dalla porta di via dell’Umilità , anche se Maurizio Gasparri, il capogruppo al Senato più vicino al Cavaliere, minimizza le battute di Berlusconi (“Gli ex An devono uscire dal Pdl”) parlando di “favole”.
“Gli ex An in un altro partito? Non serve adesso parlare di questo, dobbiamo fare la legge elettorale, al piu’ presto, poi dobbiamo dare un’immagine seria, dobbiamo fare quel partito degli onesti di cui parlava Alfano. Dobbiamo parlare di contenuti e di scelte, ci vogliono comportamenti e decisioni seri, servono fatti ed esempi: anche Berlusconi credo che sia il piu’ interessato ad una scelta di questa natura”.
Forse si. Ma di certo il Pdl è morto e Berlusconi “si è scocciato”, dicono i suoi. “Avrebbe dovuto ritirarsi già molto tempo fa — ammette un fedelissimo come Vittorio Feltri — non ha più voglia, cerca qualcuno che rappresenti il centrodestra al posto suo ma non lo trova. Noi abbiamo Alfano, che è simpatico. Ma dove cazzo vai con Alfano?”.
La frase rende perfettamente il clima sfilacciato, a dir poco incerto e un po’ crepuscolare che si respira nel Palazzo, ma non solo dalle parti del Cavaliere.
Come in tutti i momenti dissolutivi, nella storia come nella recente cronaca politica, da Mani pulite in poi, anche questa volta stanno saltando i vincoli d’appartenenza, i rapporti anche più antichi e sedimentati, coperture e complicità , e all’interno dei partiti s’avanzano gruppi, bande, padroncini in lotta tra loro: come nel Lazio, prima che Renata Polverini decidesse di dimettersi, così anche in Lombardia dove il potere “celeste” di Roberto Formigoni vacilla e fa gola ai leghisti alleati e amici di un tempo. Nel Pdl, nel quartier generale bombardato, la distanza umana e antropologica tra una parte degli ex di An e il gruppo degli ex di Forza Italia appare ormai incolmabile.
E infatti si parla di separazione consensuale, checchè ne dica Gasparri, per confondere le acque.
Ma cosa sta cercando davvero Berlusconi?
A sentire i suoi, sembra che stia coltivando l’idea di un grande gesto di rottura, ma il tentennamento continuo tra un’endorsement a Mario Monti e lo studio accurato della figura mediatica di Beppe Grillo, stanno spazientendo anche i più affezionati dei suoi. Anche se nella notte tra lunedì e martedì, riuniti alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha dato l’impressione di voler spacchettare sul serio il Pdl in più di un soggetto da federare sotto una comune insegna: un partito della destra per gli ex di An, uno dei democristiani, uno dei socialisti, uno dei liberali…
“Cambiare nome, cambiare classe dirigente, tutti a casa”, ha svelato Daniela Santanchè che sembra la persona in grado di decriptare meglio le sensazioni berlusconiane, ma intanto negli occhi di deputati e senatori (anche non si stretta osservanza arcoriana) si intravvede lo spettro del disastro definitivo incombente, di cui l’election day romano potrebbe diventare la catarsi assoluta.
La partita del tentativo di salvezza passa attraverso la legge elettorale che, a questo punto, tutti vogliono che resti il Porcellum, seppur corretto con le preferenze.
Ma incombe l’approvazione rapida del traffico delle influenze e della corruzione tra privati, il pacchetto anticorruzione cui il Pdl ormai sa di doversi piegare.
Anche Berlusconi deve rendersi conto che il mondo in cui lui ha vissuto e comandato, quello degli ultimi vent’anni, è finito.
“Lui non può continuare a promettere l’abolizione dell’Imu come nulla fosse…”, s’arrabbia un deputato di rango pidiellino nel cortile di Montecitorio.
“Avrebbe dovuto tuonare contro l’Europa, e avrebbe raccolto consensi, invece è rimasto a metà del guado. Nè montiano nè antimontiano, nè europeista nè antieuropeista. Avrebbe dovuto scegliere: se stai con Monti stacci fino in fondo”. Invece, è ancora caos.
E l’Apocalisse elettorale si avvicina sempre più.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
QUALCHE CHANCE ANCHE PER BERTOLASO E TODINI, GASBARRA E SASSUOLI… RESTANO I VITALIZI, NIENTE TAGLI AI CONSIGLIERI, ELEZIONI ENTRO SEI MESI…LA POLVERINI PUNTA ALLA CAMERA, IL PD TENTA L’ASSE CON L’UDC
Il dopo Renata Polverini è già cominciato: nelle segrete stanze della politica, in modo
trasversale, le dimissioni della governatrice del Lazio erano un fatto che in molti davano per scontato, al massimo rinviabile di qualche ora, o forse di qualche giorno, dopo lo scandalo dei fondi usati con «allegria» in Consiglio regionale.
«Adesso rimarranno i vitalizi, i 70 consiglieri e i 16 assessori, il listino e non ci sarà l’anagrafe degli eletti – ricorda il vicepresidente della Giunta e assessore all’Urbanistica, Luciano Ciocchetti (Udc) -. Non si poteva più andare avanti, rischiavamo di finire tutti nel tritacarne e invece vanno accertate le responsabilità di chi ha sbagliato, ma c’è amarezza per un lavoro importante che abbiamo portato avanti in questi anni con risultati straordinari».
«Il Consiglio – aggiunge Ciocchetti – potrà riunirsi e approvare solo provvedimenti straordinari».
A rischio quindi una delle voci più importanti di risparmio, prevista dalla Spending review del Governo Monti, che riguarda la riduzione del numero di consiglieri e assessori.
Dal momento in cui le dimissioni di Renata Polverini sono esecutive, scattano i 135 giorni previsti per legge: 90 giorni per indire le elezioni e 45 di campagna elettorale. Le elezioni regionali, a questo punto, si potrebbero svolgere a febbraio.
È possibile però che il Governo Monti, anche per risparmiare, opti per un election-day accorpando le regionali con le elezioni comunali e le politiche previste per la primavera.
Ma chi saranno i candidati a scendere in campo in primavera per raccogliere la difficile eredità di Renata Polverini (che aspirerebbe a una poltrona alla Camera)?
Nel toto presidente il centrodestra, ancora sotto choc, ha in pole position l’ex ministro e attuale deputato Giorgia Meloni, che secondo molti all’interno del Pdl, potrebbe rappresentare una figura con molte frecce al suo arco.
È giovane, conosce bene Roma e il Lazio e durante la sua militanza politica (prima An, ora Pdl) non ha avuto problemi giudiziari.
n personaggio molto noto nella Capitale potrebbe essere anche l’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, costretto alla dimissioni per la vicenda degli appalti in occasione del G8.
Luisa Todini, attuale membro del Cda della Rai ed ex europarlamentare di Forza Italia è un outsider molto accreditato: il suo nome, del resto era tra quelli più credibili quando alla fine del 2009 il Pdl decise di puntare proprio su Renata Polverini nella corsa al dopo Marrazzo.
Ma qualcuno vicino a via dell’Umiltà suggerisce anche di non sottovalutare eventuali candidati provenienti dalla società civile, magari con una comprovata esperienza nel mondo imprenditoriale.
Da definire il ruolo e il peso che potrebbe recitare l’Udc: dopo la vicepresidenza sotto la Giunta Polverini, sostengono gli ex scudocrociati, un candidato centrista alla guida della Regione potrebbe riscuotere larghi consensi dal mondo cattolico e moderato.
Ma i vertici del partito dovranno prima definire accordi e strategie a livello nazionale.
Nel centrosinistra, invece, di candidati papabili ce ne sono già alcuni con un lungo curriculum alle spalle: tra loro figura di certo Enrico Gasbarra, attuale deputato (Pd) e segretario regionale del partito, che vanta una lunga militanze negli enti locali (ha ricoperto incarichi da vicesindaco della Capitale e presidente della Provincia di Roma) e è un cattolico ben visto anche Oltretevere.
In serata circolava anche la voce di un possibile accordo tra Pd e centristi dell’Udc per mandare Zingaretti in Campidoglio e Andrea Riccardi, cofondatore della Comunità di Sant’Egidio e attuale ministro per la Cooperazione internazionale, alla Regione.
Dall’europarlamento di Bruxelles, dove è stato eletto nel 2009, anche David Sassoli (Pd) ha qualche chance di entrare in lizza per la guida della Regione.
Un volto nuovo nel centrosinistra potrebbe essere Jean-Leonard Touadì, congolese di Brazzaville, laureato in filosofia: parla 8 lingue, è cattolico e ha 3 figli.
È stato nel 2006 il primo assessore romano con la pelle nera (con delega all’università e ai giovani) della Giunta Veltroni.
È stato anche nel 2008 il primo deputato di colore eletto alla Camera.
Francesco Di Frischia
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’IRA DI BERLSCONI… I BIG TERRORIZZATI DAL POSSIBILE EFFETTO A CATENA SULLE REGIONI
Dopo il terremoto Lazio, l’effetto tsunami spazza via quel che resta del Pdl.
Silvio Berlusconi è il primo a rendersene conto nelle ore che hanno funestato il suo lunedì nero. «Qui crolla tutto, rischiamo di passare per il partito dei ladri e del marcio, di finire sotto le macerie. Vanno cacciati tutti, si cambia, e stavolta come dico io: volti e nomi nuovi ovunque. Il Popolo della libertà non esiste più».
Il vento dell’antipolitica che minaccia di spazzare via loro, prima e più degli altri, è l’incubo che lo attanaglia.
Amareggiato, avvilito, furibondo, a metà strada tra la voglia d i mollare tutto e la consapevolezza che senza di lui tutto finisce a picco.
Il Cavaliere ha assistito dal ritiro di Arcore alla porta in faccia sbattuta dalla governatrice dimissionaria.
Nell’ultima, breve telefonata con la Polverini non ha nemmeno tentato di convincerla, «la situazione era chiara già dall’incontro con Monti della sera precedente» spiega il portavoce Paolo Bonaiuti.
Nelle stesse ore che hanno preceduto le dimissioni, la fidata Alessandra Ghisleri consegnava gli ultimi rilevamenti settimanali aggiornati alla luce degli scandali più recenti: relegano il Pdl di nuovo, pur se di poco, al di sotto del 20 per cento.
È il preludio della deflagrazione.
Gli ex An La Russa e Gasparri e il drappello di parlamentari che li seguono sono a questo punto ancor più col piede fuori dal partito.
Pronti semmai a federarsi con la nuova creatura politica alla quale Berlusconi darà vita.
Da qui a qualche settimana, «comunque prima delle elezioni siciliane del 28 ottobre» racconta chi ha parlato con lui quando è apparso chiaro l’esito della partita a Roma.
Il partito non esiste già più e del suo establishment resterà poco.
«Non sono riusciti a evitare questo disastro, sono buoni solo a litigare tra loro, senza di me sono finiti» tuona il leader di un Pdl in cui le frane sono ormai molteplici.
In cui anche un fedelissimo come Franco Frattini, nel pieno del caos, si può sbilanciare fino a definire «vergognosa» la candidatura di Nicole Minetti.
In questo quadro, per dirla con Daniela Santanchè, «le dimissioni sono solo l’inizio».
Di qualcosa di nuovo ma anche del probabile tracollo a catena.
La Lombardia di un Roberto Formigoni sotto inchiesta e in balia degli scandali è la prima della lista.
Ma poi la Campania di Caldoro, la Calabria di Scopelliti, se i casi di malapolitica e le inchieste incalzeranno.
Proprio quello che Berlusconi vorrebbe scongiurare. Ma tutto appare terribilmente precario, visto da Palazzo Grazioli dove oggi il capo terrà un mega vertice con coordinatori e capigruppo regionali del partito.
Domani l’ufficio di presidenza per avviare la «rivoluzione». L’ennesima.
«La gente si sente impotente, i due o tre punti che può aver perso il Pdl, come il Pd, sono finiti nel bacino degli indecisi» racconta Alessandra Ghisleri di Euromedia. È su di loro che punta Berlusconi perchè, fa notare la sondaggista, «c’è la necessità di costruire un sistema nuovo».
Che intanto dovrà ripartire dalle macerie del Lazio, dove il simbolo del Pdl è associato ormai a “Batman” e ai toga-party.
Dai toni drammatici l’incontro tra la Polverini e i big del partito a Montecitorio, a ora di pranzo. Angelino Alfano, Fabrizio Cicchitto, c’è anche Gianni Letta.
«Non puoi lasciare – le intima a muso duro il segretario– così rischiamo di portare alle dimissioni anche le giunte in Campania, in Calabria. Tra sei mesi si vota, se perdiamo Lazio e Lombardia sprofondiamo». Ma sono argomenti che non toccano ormai la ex governatrice. «Avrei dovuto farlo quattro giorni fa, non ho nulla a che fare con quei ladri».
Lascia, allora, ma non abbandona la politica la Polverini sempre più vicina all’Udc di Casini, unico partito che ringrazierà nella conferenza stampa d’addio.
È proprio il leader centrista a convincerla a compiere il passo, incontrandola con Cesa e il capogruppo regionale Ciocchetti, silenti al suo fianco: «Se andassi avanti, lo faresti coi nostri consiglieri dissidenti, non so quanto ti convenga».
È con i centristi che sogna di ripartire l’ex sindacalista Ugl, per ritentare una nuova, ormai improbabile scalata alla Regione.
Più scontato per lei un seggio a Montecitorio.
Non fosse altro perchè da parte degli Udc e dell’ala cattolica del Pd è già partito un forte pressing sul ministro Andrea Riccardi.
Ipotesi che il fondatore della Comunità di Sant’Egidio esclude dichiarandosi «indisponibile, come per il Comune di Roma».
Per il momento, dicono dal Pd come dal fronte centrista già al lavoro.
È notte fonda, invece, nel centrodestra dove Berlusconi pensa a stravolgere le carte e a nomi fuori dalla politica, «alla Luisa Todini», giovane consigliere Rai.
Ma per adesso il Pdl conta solo i danni.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
DAL PICCOLO SINDACATO AL MIRACOLO ELETTORALE
Più che dimettersi, Renata Polverini si è consumata nell’incendio del suo potere e quindi anche a causa del fuoco alimentato dal suo stesso personaggio.
Perchè la politica mediatica vive di fiamme e di fumo – con il che un’intera classe dirigente appare in via soffocamento e carbonizzazione.
Così adesso è quasi inutile sforzarsi di riconoscere nella cenere ciò che aveva fatto di lei, ex ragazza della Magliana, Cenerentola di un sindacatino quasi inesistente, poi principessa dei talk-show, la Regina del Lazio.
E per giunta dopo una specie di miracolo elettorale, «perchè i miracoli sono possibili» annunciava lei e il gruppo cattolico tradizionalista di Lepanto, sulla scorta di un fervido rosario anti-Bonino, aveva addirittura individuato nella Madonna del pozzo di Sant’Andrea delle Fratte la sacra icona della vittoria polveriniana.
Chissà oggi a quale (ulteriore) Madonna si potrebbe far risalire la responsabilità di queste dimissioni che di colpo oscurano le obiettive virtù della ex governatrice: simpatia, cioè spontaneità comunicativa, ed energia, cuore, prodigiosa attitudine a farsi sentire «con te» (il suo slogan) a figurare una del popolo, l’«una come tutti» dei manuali di marketing applicato alla corsa elettorale.
Che corsa! Ma quanto terribilmente invecchiati ora, quei ricordi: lei che a Corviale indossa i guantoni da boxe, lei sulla biga elettrica, lei sotto un enorme crocifisso, lei che durante un comizio a un certo punto si era tolta la maglietta per indossarne una di propaganda, restando con il body, tra gli applausi.
Una sera Berlusconi, che non sempre è un signore, le disse in pubblico qualcosa del tipo: «Ma lo sai che non sei male?».
Polverini anche allora piaceva parecchio alla sinistra, ma almeno alle donne di quella parte dispiacque che al comizio di chiusura fosse rimasta in silenzio quando il Cavaliere le aveva tributato il solito numeraccio sullo jus primae noctis, e insomma: che cosa non si fa per farsi votare!
Polverini era in effetti una creatura di Fini, che però al momento della verità se ne era del tutto disinteressato; al contrario di Berlusconi, che adora forgiare le vite delle persone che gli sono simpatiche.
Ecco, la ragioniera Polverini, entrata alla Cisnal come centralinista e nel giro di quattro-cinque anni divenuta segretaria generale, era senza dubbio una di queste persone, e perciò si era generosamente speso per lei, fino a farla vincere.
Come in altre occasioni, l’esito sembrava una favola.
«Quando la mattina mi guardo allo specchio per pettinarmi confessava lei – mi guardo e dico: sei la presidente del Lazio! ».
E aggiungeva, almeno nella versione ufficiale: «Non ci si crede!».
La lectio più autentica sarebbe: «Non ce se po’ crede!». Polverini infatti, oltre a praticare una certa modestia allora solo in parte auto-promozionale, non sorveglia il suo accento, anche ieri gli è scappato «mejo», «vojo» e anche «sordi».
E’ parte della sua autenticità .
Ma da che mondo è mondo, gli specchi sono molto pericolosi.
Perchè l’auto-riflessione richiede costosi parrucchieri, vestiti di lusso, espressioni non sempre sincere e soprattutto aiutano a montarsi la testa.
E poi, come ampiamente capito da chi non coltiva la vanità , una cosa è vincere le elezioni, altra cosa è governare.
E qui, proprio qui, esattamente qui cadde l’asinello di Poverini che invece, figlia di questo tempo di apparenze, pensava che l’amministrazione coincidesse con la bella figura, la bella immagine, il protagonismo, la visibilità , gli abitucci sempre più pensati, i ristoranti alla moda, i servi, pure alla moda, i salotti, la prima al cinema e al teatro, il festival, il red carpet, la festa, la mondanità , il Cafonal e via dicendo.
Intanto la sanità , che dipende dalla regione, faceva sempre più pietà , per non dire schifo; e le cose serie dell’amministrazione, quelle noiose e complicate da spiegare, rimanevano lì, anzi peggioravano, come il bilancio; e i politicanti del Pdl scalpitavano; e lei furbamente, vista la malaparata di Berlusconi, si rendeva autonoma, arruolava gente, si faceva la fondazione e per festeggiare il primo anno – che francamente è un po’ poco – prenotava Villa Miani per una gran festa.
A ripensarci nel giorno in cui baldanzosamente e con la dovuta claque ha reso noto di sentire il suo incarico come una gabbia, si è colti da un potente scetticismo dinanzi a questa pretesa liberazione.
Il sospetto, per dirla tutta, è che nel gioco demoniaco del potere lei ci fosse caduta con tutte le scarpe, come si dice; e che per far scintillare ancora di più la sua figura nemmeno aveva dovuto mettere da parte il suo carattere, le sue debolezze, le sue passioni: Hitchcock, la carbonara, il solito Battisti, i giubbotti un po’ coatti, i piedi gonfi, le salvifiche ciavatte, l’amore grandissimo per la madre, la gomma americana.
Solo che quando doveva togliersela di bocca per andare incontro alle telecamere, c’era una assistente della governatrice che apriva il palmo della mano e, tìc, la buttava dentro il cestino.
E così piano piano, anzi forte forte, continuava a stagliarsi sulla scena pubblica un indefesso, costrittivo, forse inevitabile e straniante espressionismo.
Alla festona di Ulisse, sia pure in borghese, e alla Via Crucis di Lourdes, con l’imitatrice alla mensa regionale, nelle pubblicità istituzionali sugli autobus, dentro presepe napoletano, al Gay village, con i sorcini di Renato Zero, nelle baracche di Auschwitz, leggerezza e piombo, primavera e neve, allegria e dramma, la Todini e i piccoli rom, insomma tutto e il contrario di tutto pur di esserci, figurare, farsi accettare come governante capace, fattiva, di cuore.
Il punto è che nel carnevale elettorale il «popolo» si beve quasi tutto, ma poi gli utenti molto meno, anzi per niente, e se la crisi economica comincia davvero a mordere ecco che il regime del «personaggismo» prima suscita nausea, poi rabbia, poi ti saluto e buonanotte al secchio.
E se tanto tanto i cittadini del Lazio erano disposti a comprendere che la loro presidentessa aiutava Califano in difficoltà , beh, quando la videro che con entusiasmo degno di ben altra causa si precipitava a imboccare Bossi, e a sua volta essere imboccata; quando seppero che trovava il tempo di salpare con i «Tevere rangers» («Salutatemi i tunisini!»), o la videro raggiungere in elicottero Rieti, «cuore piccante d’Italia», o lessero che Polverini aveva vietato Facebbok agli impiegati della regione, beh, è ovvio che si andavano allineando tutte le condizioni per sperare che si levasse al più presto di torno, quella lì seguitava a farsi bella in televisione.
Così va il mondo, non solo in politica.
Il potere è una bestiaccia che ti fa pure ammalare.
Un giorno tentarono di entrarle in casa; poi ci riprovarono. Un altro giorno arrivò in ufficio e scoprì che le avevano messo tre pulci e una micro-telecamera.
Hai voglia a proclamarsi «Meglio bulla che nulla»; hai voglia a fare la bulla nei comizi con le «zecche» che dovevano farsi «una cazzo di ragione » della democrazia.
Tutto in realtà si faceva scivoloso, avvolgente, scuro, crudele.
Era la vendetta dell’immagine, dei lustrini, della forma, dei salottini tv.
Il telepopulismo che prendeva a puzzare di bruciato, l’autombustione del sistema degli spettacoli e di una classe dirigente che nemmeno si accorge di aver preso fuoco.
E tra il fumo e la cenere non c’è più nemmeno da rovistare, perchè di perle non ce n’è più, anzi forse nemmeno ce ne sono mai state.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
SPRECHI E MAFIA, CAOS PDL IN CALABRIA
Non sono sole, Lazio e Lombardia.
Non sono le uniche regioni del centrodestra in cui tutto rischia di saltare per un connubio sciagurato di malapolitica, truffe e corruzione.
La Calabria è la prossima bomba pronta esplodere nel Pdl. Angelino Alfano lo sa.
Lo sanno tutti i notabili del partito, che per questo stanno facendo pressione sul governo Monti.
Pressione, soprattutto, sul ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
Al Viminale sono arrivate carte che scottano, 400 pagine di relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose del comune di Reggio Calabria.
Sono secretate, per ora non può averle neanche la commissione parlamentare antimafia, ma in base a quelle carte – nelle prossime settimane, e comunque entro fine ottobre – il consiglio dei ministri dovrà decidere se sciogliere il comune di Reggio.
Sarebbe la prima volta, per un capoluogo di provincia. E però, sarà difficile scegliere altre strade.
Nel mirino ci sono i 10 anni di governo dell’attuale presidente della Calabria Giuseppe Scopelliti, sindaco dal 2002 al 2010, ancora influente, a dir poco, sull’attuale amministrazione di Demetrio Arena.
Sono gli anni del modello Reggio, delle assunzioni facili, di soldi sperperati in feste sul lungomare, dirette televisive, dj e tronisti da asporto, megaconcerti pop. «Un’operazione di marketing volta al finanziamento continuo di tutto quello che non serve alla città », dice oggi l’ex vicesindaco dell’era di centrosinistra Demetrio Naccari.
Ma soprattutto, sono gli anni chiusi con 170 milioni di euro di buco di bilancio (lo hanno certificato gli ispettori del ministero dell’Economia) di cui 80 milioni «sicuro oggetto di azioni illecite», come ha scritto la procura.
Alcune di queste azioni le ha commesse Orsola Fallara, persona di fiducia di Scopelliti messa a capo del settore Finanze e Tributi.
Si era liquidata come dirigente del comune un milione e mezzo di euro in consulenze. E nello stesso modo aveva pagato altri sodali dell’allora sindaco. Scoperta, è stata abbandonata al suo destino. Si è uccisa davanti al mare il 17 dicembre del 2010 bevendo acido muriatico.
Su questa vicenda, Scopelliti è indagato per falso.
Alla Camera, qualche tempo fa, spiegava al cronista che lui di bilanci non ha mai capito nulla, che della Fallara si fidava, che firmava trenta delibere al giorno senza leggerle tutte.
Insomma, che poteva non sapere.
Forse non sapeva neanche che Pino Plutino, consigliere comunale pdl, ex Udc, era il referente in comune della cosca Caridi, alla quale faceva favori (interveniva per assunzioni) in cambio di voti.
Che Dominique Suraci, altro consigliere comunale dell’era Scopelliti, poi assessore con il reggente Peppe Raffa, arrestato per concorso in associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta, era proprietario di fatto di sei supermercati e garantiva la pax mafiosa sullo scaffale: dalla carne, al latte, ai cartoni, tutti i clan venivano accontentati.
Non sapeva che Manlio Flesca, in giunta con lui, aveva fatto pressioni per far assumere la moglie di uno dei Barbieri: è a processo per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Oppure che il consigliere regionale pdl Santi Zappalà è stato condannato a 4 anni in primo grado perchè pizzicato a chiedere voti in casa del boss Giuseppe Pelle.
Che l’altro consigliere Franco Morelli è in carcere perchè nominò dirigente la moglie del giudice Vincenzo Giglio – secondo un’inchiesta milanese – in cambio di informazioni sulle indagini che riguardavano il boss lombardo Lampada.
O che Antonio Rappoccio prometteva posti di lavoro attraverso cooperative fittizie. Aveva anche fatto fare gli scritti ai candidati.
L’orale, era previsto dopo le elezioni.
Ma soprattutto, Arena e Scopelliti potevano non sapere che la Multiservizi – società partecipata dal comune per tutte le manutenzioni pubbliche – era infiltrata dalla ‘ndrangheta tramite il direttore operativo? Giuseppe Rechichi, arrestato, era anche socio occulto per conto dei Tegano.
Se il comune di Reggio Calabria venisse sciolto per mafia, come suggerirebbe la logica, Scopelliti non potrebbe non pagarne il prezzo.
E la bufera travolgerebbe la regione.
Per questo il Pdl, e l’Udc, che in Calabria lo sostiene ovunque, sono entrati in agitazione.
Ma c’è un’altra spada che pende sugli amministratori del centrodestra. Reggio è di fatto in bancarotta, aspetta i soldi delle aree metropolitane per tappare i buchi, ma il prefetto potrebbe decidere di dichiararne il dissesto.
Se sarà così, partirà un procedimento in Corte dei Conti sia su Arena che su Scopelliti. In caso di condanna, scatta l’ineleggibilità .
E quindi, la decadenza dal mandato.
Si continua a ballare sul Titanic, nello Stretto.
Non è detto però che l’orchestrina possa continuarea lungo.
Annalisa Cuzzocrea
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Settembre 24th, 2012 Riccardo Fucile
DIMISSIONI IRREVOCABILI PER LA POLVERINI: “PERSONAGGI DA OPERETTA HANNO FATTO COSE RACCAPRICCIANTI”….” E DA DOMANI LE RACCONTERO’ TUTTE”
Travolta dallo scandalo dei fondi Pdl, Renata Polverini lascia prima di essere sfiduciata: «Comunico ciò che ho detto ieri a Napolitano e poi a Monti: le mie dimissioni irrevocabili da presidente della Regione Lazio».
Sono le 20 quando la governatrice si presenta in conferenza stampa.
Difende l’azione della Giunta: «Con il blocco della mia azione riformatrice ci saranno gravi ripercussioni sul Paese: abbiamo fatto 5 miliardi di tagli perchè lo volevamo e perchè abbiamo avuto come effetto il dimezzamento del disavanzo sanitario portandolo a 700 milioni».
E attacca il Consiglio regionale «indegno».
Non mi hanno lasciato lavorare, è la linea della presidente dimissionaria: «La Regione Lazio di Renata Polverini ha lo stesso rating del governo Monti, ce lo hanno comunicato venerdì durante il consiglio sui tagli».
Polverini è furiosa: «Ho interrotto il cammino di un consiglio non più degno di rappresentare il Lazio: questi signori li mando a casa io».
«Arriviamo qui puliti: mai avrei immaginato che con quelle ingenti risorse tutti, nessuno escluso, facessero spese sconsiderate ed esose», ha detto.
Vado via a testa alta – dice in conferenza stampa – non so se altri potranno a fare lo stesso. Me ne vado avendo azzerato i fondi dei gruppi regionali. Voglio vedere se chiunque verrà farà lo stesso».
La governatrice è furente con i consiglieri regionali.
«Io continuerò a fare politica, con questi non ho nulla a che fare».
«Stessero sereni questi signori perchè domani potranno fare politica se si ricordano come si fa».
Polverini lancia anche un duro avvertimento: «Da domani ciò che ho visto lo dirò. Le ostriche viaggiavano comodamente già nella giunta di me, quindi io non ci sto, non ci sto alle similitudini e nessuno si permetta di dire una parola su me e i miei collaboratori».
Polverini parla di «personaggi da operetta che non era accettabile mantenere in un luogo prestigioso come il consiglio regionale, hanno fatto cose raccapriccianti».
La decisione di dimettersi è maturata dopo gli sviluppi che rendono concreto il raggiungimento dei 36 consiglieri dimissionari, con l’Udc che ha annunciato alla Presidente della Regione l’intenzione di ritirare la fiducia dei suoi consiglieri, quello di Fli si è dimesso e quello dell’Api ha dato la sua disponibilità .
Casini e Cesa avevano convocato per domani l’ufficio politico del partito al quale parteciperanno i sei consiglieri regionali del Lazio dell’Udc per convincerli convincerli a dimettersi, seguendo l’esempio dei loro collegi dell’opposizione.
Non ce n’è stato bisogno.
La governatrice lascia e il consiglio decade. «Io credo che dopo il marcio che è emerso, dopo la cupola che ha fatto venire fuori uno schifo, la cosa migliore, ma è la mia opinione e potrò andare in maggioranza o minoranza è che bisogna restituire parola ai cittadini», ha commentato il leader dell’Udc al Tg3.
La governatrice del Lazio aveva incontrato oggi il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano.
Presenti al confronto, durato circa quaranta minuti, anche Gianni Letta, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Lupi. Letta ha lasciato la riunione dopo una ventina di minuti.
Dentro, Alfano avrebbe cercato di convincere la governatrice ad andare avanti, portando a casa quanto meno il taglio dei fondi deciso in Consiglio regionale.
Polverini però è andata avanti per la sua strada.
Resta da capire il ruolo di Silvio Berlusconi: probabile che la sua moral suasion su Polverini non abbia sortito i risultati sperati.
(da “La Stampa”)
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