Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL NUOVO NOME: “UNITI PER L’ITALIA” O “Si-Amo L’ITALIA”, MA ANCORA NULLA DI DECISO…CASINI E MONTEZEMOLO CHIEDONO UN PASSO INDIETRO DEFINITIVO DEL CAVALIERE PER UN CONTENITORE CHE INCLUDA ANCHE I MODERATI
La sconfitta alle amministrative sollecita il cambiamento. 
Fatto di pulizia tra la nomenklatura per rigenerare il partito e tenere a galla il centrodestra.
Il Pdl è alla resa dei conti dopo la sconfitta dell’ultima tornata elettorale in cui ha perso 60 amministrazioni comunali, 8 delle quali capoluoghi di provincia.
Ne guidava in totale 98, ora gliene rimangono 34.
E Berlusconi pensa a come riformare il partito, tra liste civiche e vecchi nomi — incluso Angelino Alfano — che non riescono più a conquistare l’elettorato.
Il Cavaliere pare abbia intenzione di ripulire la classe dirigente del Pdl per trovare nuovi volti in vista delle politiche del 2013.
Volti che possano anche “bucare” lo schermo. Senza tralasciare la riorganizzazione della pianta organica, visto che Alfano verrà affiancato da un direttorio in cui, tra gli altri, ci saranno anche Lupi, Gelmini, Fitto, Frattini, Meloni e Calabria.
L’obiettivo della coalizione dei moderati non sortisce l’effetto sperato e mentre Santanchè auspica un ritorno di Berlusconi candidato premier, Casini e Montezemolo fanno sapere di non avere intenzione di aderire se l’ex premier non si impegna a fare un serio e definitivo passo indietro.
Eppure i sondaggi dicono che il Pdl potrebbe risalire al 24% se fosse di nuovo lui a guidarlo, risalendo di almeno 6 punti percentuali in più rispetto a oggi.
Ma il restyling questa volta non potrà essere solo apparente o altrimenti, come riconosce Isabella Bertolini, “rischiamo di sparire”.
Berlusconi è affascinato dal Movimento Cinque Stelle, che ha conquistato quattro comuni incluso Parma, anche se il modello americano dei “Tea party” rimane un punto di riferimento.
Vuole creare un nuovo contenitore ed è consapevole che la sua creatura politica stia evaporando.
Per il prossimo predellino sono in lizza due nomi, “Uniti per l’Italia” e “Si-Amo l’Italia”, ma i giochi sono ancora aperti.
E sabato a Pavia e Bologna si riuniscono i “rottamatori” del Pdl.
Nella città lombarda si terrà la convention “Formattiamo il Pdl” che chiede facce nuove e legalità nel partito ed è stata organizzata dal sindaco Alessandro Cattaneo. Nel capoluogo emiliano, invece, su iniziativa di Vittorio Pesato, unico consigliere della regione Lombardia che non è stato raggiunto da nessun avviso di garanzia, si svolgerà “Fuori”.
Un incontro voluto per chiedere ai dirigenti del centrodestra di uscire dal palazzo.
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA BATOSTA DELLE AMMINISTRATIVE, SILVIO VUOLE RIPRENDERE LE REDINI DEL CENTRODESTRA…ANNULLATO IL VERTICE DI IERI PER EVITARE L’INCONTRO CON I COLONNELLI… ALFANO COMMISSARIATO
“Il Pdl è finito. Il Pdl non è più il mio partito”. Palazzo Grazioli non è più il cuore del centrodestra italiano. In un giorno si è trasformato in un bunker. Nel quale Silvio Berlusconi si è rinchiuso. Paralizzato non tanto dalla sconfitta elettorale, quanto dalla consapevolezza che il suo progetto politico sta effettivamente evaporando.
L’ex premier ammette che la sua creatura ha ormai concluso un ciclo vitale. “Basta con questa struttura senza senso, con questi coordinamenti, con questi congressi. Dobbiamo imparare da Grillo”.
E inventare un nuovo contenitore. “Solo io posso guidarlo”. Una sorta di mossa del cavallo per provare a invertire il trend che contempla anche la necessità di mettere sul tavolo l’ultima carta spendibile: un’intesa sulla riforma elettorale con il Pd per il doppio turno.
Nella speranza di sparigliare e aprire un cantiere. “Cambiamo gioco e vediamo che succede”.
Nell’ultima trincea berlusconiana, però, solo pochissimi riescono ad avvicinarsi. Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Paolo Bonaiuti.
Gli altri restano lontani. Il Cavaliere si sente solo, accerchiato. Soprattutto non in sintonia con il suo partito e con una debacle senza precedenti.
Ha voluto deliberatamente sconvocare il vertice fissato ieri per evitare l’incontro con i “colonnelli” del suo “ex partito”. Il timore che lo scontro potesse degenerare in una guerra totale termonucleare ha preso il sopravvento.
Del resto, il Popolo delle libertà non solo è stato sospinto verso il baratro dell’estinzione dall’ultima tornata amministrativa, ma è diventato una polveriera con la miccia già innescata.
La battaglia interna è ormai il più classico “tutti contro tutti”. “Il problema – si sfoga l’ex ministro Andrea Ronchi – è che nessuno sa più cosa succede. Non c’è una rotta. Tutti pensano che un’era sia finita”.
E già , l'”era berlusconiana”. La sua conclusione sta provocando non solo l’inabissamento di questo centrodestra, ma sta costringendo i suoi adepti a lottare per la sopravvivenza e a immaginare un percorso per salvarsi.
Anche a scapito dei “colleghi” di partito.
Gli ex An di La Russa e Matteoli contro le colombe di Frattini e Gelmini. Verdini e Alfano contro la Santanchè.
Gli uomini del nord come Formigoni contro quelli del sud come Fitto.
A livello locale è ancora peggio. Il terreno frana nelle regioni settentrionali e il gruppo dirigente intermedio parte alla rincorsa di Casini e di Grillo.
In quelle meridionali la confusione è anche maggiore. Con i big locali sprovvisti di qualsiasi sponda, anche ipotetica.
Una babele di voci e posizioni ormai incontrollabili. Che inseguono un destino già segnato: la fine del Pdl.
Un orizzonte, però, che Berlusconi sembra voler anticipare. Affranto, demoralizzato come non mai, tra lunedì sera e ieri si è lasciato andare a più di uno sfogo. “Bisogna cambiare tutto. Basta con questo partito fatto di coordinamenti, tessere, congressi. Questo non è più il mio partito”. Una scelta in parte dettata dalla disperazione. Dalla consapevolezza di non poter fare altrimenti.
I contatti con Casini e Montezemolo ci sono stati. Ma l’esito è stato a dir poco drammatico.
“Vogliono che Berlusconi non si candidi nemmeno in Parlamento per fare un accordo con noi – sbotta Gaetano Quagliariello – ma questa non è una resa. E’ l’umiliazione”. Un percorso senza alternative, dunque.
“Se avessimo fatto già in questa occasione le liste civiche – è il rimprovero che Berlusconi muove al suo stato maggiore – staremmo parando di un’altra storia. E invece La Russa mi diceva che bisognava strutturare il partito, Angelino che disorientavamo. Ecco, invece, così abbiamo orientato. Bel capolavoro”.
Giudizi che la dicono lunga su quel che l’ex premier pensa dei suoi “coordinatori”. Che adesso vuole azzerare. Compreso il suo “figlioccio” Angelino, nei confronti del quale non risparmia nulla: “Purtroppo non esiste. Ci sono solo io. Solo io posso salvare. Solo io posso candidarmi come leader. E lo farò, credetemi”.
Il Pdl, nato solo tre anni fa, sembra ormai solo un ricordo. E anche la sua classe dirigente appare avvolta da una nuvola che li rende indistinti. Tutti travolti da un vento che soffia in primo luogo contro il centrodestra. E in qualche modo lo stesso Cavaliere ne prende atto.
Nel suo bunker il crollo del Popolo delle libertà perde ogni contorno.
Chi gli parla lo descrive assillato da troppe idee e troppo diverse. Eppure su un punto non ha dubbi: “I moderati in Italia non ci sono più. Dove sono? Tutti e tutto è radicalizzato. Perchè noi dovremmo fare i moderati? Casini non vuole venire con noi? Bene. I fascisti si vogliono tenere il partito? Meglio, si tengano il Pdl”.
A suo giudizio, però, se quello che è stato il centrodestra si può salvare, non è con il partito nato dalla fusione di An e Forza Italia.
Serve qualcosa di nuovo. Cosa? Questa volta nemmeno i focus group cui Berlusconi spesso ricorre gli offrono una risposta netta. Nella testa gli ronza sempre il modello dei “Tea party” americani. Ma nello stesso tempo è attratto dall’esempio grillino. “Quel Grillo piace – ha scandito destando non poca sorpresa nei suoi interlocutori – dovrebbe essere uno di noi. O meglio dovremmo essere noi come lui. La gente vuole quello. Vuole sentire quelle cose e non i congressi e i coordinamenti. Ma secondo voi a Parma chi ha fatto vincere il grillino? Noi, i nostri elettori”.
Ma per inseguire il paradigma “Cinque stelle”, deve sparigliare.
Con un problema non da poco. Le carte per farlo non sono ancora nelle sue mani.
Nei prossimi giorni, però, una prima mossa intende compierla: aprire alla riforma elettorale a doppio turno.
Per dare un segnale ai suoi elettori, aprire un fronte di alleanze non troppo vincolante con la Lega e i centristi. E soprattutto provare a “salvarsi e salvare il suo schieramento” attraverso un patto con il “nemico”: con il Partito Democratico.
Un tentativo estremo. Che, con ogni probabilità riceverà una risposta negativa da parte di Bersani.
Ma nel frattempo l’immenso campo elettorale del centrodestra continua a essere sguarnito. Disponibile per chi voglia ararlo come accadde proprio nel 1994 dopo la fine della Democrazia cristiana.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
SCISSIONE? NUOVO SEGRETARIO? PARE CERTO CHE BERLUSCONI DECIDERA’ DI CAMBIARE NOME
Alle cinque della sera, sul solito Twitter, è il gigante piemontese del Pdl, Guido Crosetto, che ha votato no all’ultima fiducia messa dal
governo Monti, a infierire sulla sconfitta del suo partito: “Massacrato il centrodestra, abortito il Terzo polo, azzoppato il Pd, esploso Grillo. Se Monti fosse politico salirebbe al Quirinale. O no?”.
Aggiunge Daniela Santanchè: “Noi abbiamo chiuso la nostra casa per ristrutturazione e gli elettori di destra ci hanno fatto capire che il grand hotel Monti non lo vogliono”.
Monti via, dunque, come ormai reclamano tutti nel Pdl, falchi e moderati.
Oppure Alfano, sempre via.
I ballottaggi rischiano infatti di essere la tomba politica del giovane segretario designato da B. nella primavera di un anno fa.
È toccato a lui mettere la faccia sulla catastrofe di queste elezioni amministrative. Da Lucca a Como e Monza, dalla Toscana alla Brianza. Il Pdl scompare dall’Emilia Romagna.
Male anche nella Campania degli inquisiti Cosentino e Cesaro.
A tenere però è la Puglia, con Trani in testa.
Scrive Giancarlo Lehner, falco berlusconiano: “Pdl al bivio, Angelino Alfano ha davanti a sè due strade: o si dimette o si dimette”.
La disfatta elettorale del Pdl è come se liberasse tutti gli istinti repressi di nomenklatura e peones.
In tv, nelle prime ore del post voto, vanno Mariastella Gelmini, Maurizio Lupi e Ignazio La Russa.
La linea è quella di prendersela con l’astensionismo e soprattutto di mettere il cappello sulla vittoria dei grillini.
“Molti dei nostri hanno votato il Movimento 5 Stelle”, è il refrain consolatorio. E conferma l’innamoramento del Capo per la novità di queste elezioni.
Grillo rivoluzionario come il Berlusconi del ’94.
È una fedelissima di Palazzo Grazioli, Michaela Biancofiore, a invocare una nuova discesa in campo: “C’è una sola persona che può riaggregare ed essere credibile per gli elettori del centrodestra innanzi ad un Paese che si sgretola e si chiama ancora Silvio Berlusconi”.
In ogni fine c’è sempre la tentazione nostalgica del principio.
Anche Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto, rimpiange la rivoluzione che fu ma spera: “Abbiamo perso, serve una nuova rivoluzione”.
E cita Casini, Maroni, Passera e Montezemolo come novelli Marx, Engels, Lenin e Mao dei moderati dispersi e orfani.
In via dell’Umiltà a Roma, sede nazionale del Pdl, Alfano si rinchiude per ore nel suo ufficio. Perde anche nella sua Agrigento.
Guarda La Russa al Tg3 che non riesce a frenare un crudele Giuliano Ferrara che spiega: “La destra è messa malissima, ha preso scoppole bestiali”.
Compulsa i dati elettorali a mano a mano che arrivano e realizza che si trova al centro di un assedio. Anche interno.
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno chiede congresso e cambio del nome. Osvaldo Napoli tira fuori un’antica immagine un po’ sinistra. Quella di una nuova traversata nel deserto.
L’ultima per B. e i berlusconiani durò cinque anni: dal 1996 al 2001.
Ma stavolta il tempo forse non basterà .
L’agonia della Seconda Repubblica si sovrappone all’esaurimento della spinta propulsiva del Cavaliere.
E le soluzioni che girano ricalcano uno schema reso già vecchio dalla realtà : una confederazione dei moderati al posto dell’asse del nord con la Lega, cucita addosso al nuovo sistema elettorale se mai si farà .
Dopo tedesco e francese adesso si parla di modello spagnolo. Tormentoni surreali della Casta che sotto sotto non vuole rinunciare al Porcellum.
Alle sette e mezzo della sera, Alfano si decide a uscire.
Parla come un marziano: “Il centrodestra è ancora maggioritario nel Paese”. Insiste sulla novità “epocale” annunciata da settimane e in programma per il 24 o il 29 maggio: “Il messaggio dei nostri elettori è fortissimo: chiedono una nuova offerta politica. Siamo determinati a offrirla a loro e al Paese”.
Alla fine, però, sarà sempre Berlusconi a decidere. Ieri si è tenuto in contatto con Roma e poi ha affrontato l’analisi del voto in una cena ad Arcore. Chi era con lui prevede “stravolgimenti radicali”. Il cambio del nome è certo, resta da capire se Alfano sarà blindato da una nuova segreteria
Le linee restano due. Da una parte il rassemblement neodemocristiano.
Ma l’ex ministro Beppe Pisanu, pontiere tra il Pdl e il Terzo Polo, gli avrebbe già comunicato il no di Casini.
Anche Montezemolo sarebbe molto perplesso.
Dall’altra la tentazione del grillismo di destra, con la Santanchè pronta a cavalcarlo. Il nodo cruciale è Monti.
I primi, i famigerati moderati, sono per il sostegno. I secondi, i falchi, per la caduta.
Tenerli insieme per Alfano è quasi impossibile.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
DORIA BATTE MUSSO 59,71% A 40,29%, MA SI ESPRIME SOLO IL 39,08% DEI GENOVESI: GLI ALTRI SI SONO ROTTI DI VOTARE COOP E/O COSTRUTTORI… E NEL PROSSIMO CONSIGLIO COMUNALE SU 40 CONSIGLIERI, TRA MAGGIORANZA E FINTA OPPOSIZIONE, QUELLI DI CENTRODESTRA SI CONTERANNO SULLE DITA DI UNA MANO…MA DI FRONTE A UNA FIGURA BARBINA NON SI DIMETTE NESSUNO
Al termine dei cinque anni di amministrazione Vincenzi, invece che al principio dell’alternanza, abbiamo assistito al suicidio politico del centrodestra.
La Vincenzi aveva vinto contro Musso cinque anni fa 51% a 46%, oggi Doria ha prevalso su Musso 59,7% a 40,3%.
Cinque anni fa la somma dei partiti di centrodestra aveva superato al primo turno il 42% dei consensi di lista, oggi, calcolando anche la lista di centro Musso, hanno superato a malapena il 30% (Pdl 9,2%, Lega 3,8%, Lista Musso 12,5%).
E pensare che il Pd, temendo l’effetto Vincenzi e soprattutto i ritardi con i quali è stata affrontata l’emergenza alluvione, aveva realizzato il “cambio in corsa”.
Anche se invece della Pinotti si sono ritrovati (per loro fortuna) Marco Doria.
E pensare che tre mesi prima delle elezioni Musso, qualora fosse stato candidato unico del centrodestra, era dato nei sondaggi alla pari sia con la Vincenzi che con la Pinotti.
L’incapacità di esprimere un candidato che potesse unire centro e centrodestra per partire almeno dalla base del 40% e poi giocarsela, le profonde divisioni interne nel Pdl, l’inesistenza delle forze di Centro (Udc e Fli da sole, senza il traino della lista Musso, neanche arrivano insieme al 5%) ha regalato il Comune all’ennesimo candidato della sinistra.
E considerando che Burlando si è pure scelto gli oppositori grillini e che l’Udc alla prima occasione sfilerà i suoi tre consiglieri a Musso per formare un gruppo autonomo (ne necessitano appunto tre), alla fine per cinque anni di mandato gli oppositori a Doria si conteranno sulle dita di una mano.
Una strategia peggiore di questa era difficile inventarsela.
Non ne esce bene neanche Musso, cui peraltro va riconosciuto il merito di averci messo la faccia: a che è servito il lavoro di due anni della Fondazione Oltremare? Per far eleggere i tre ultimi arrivati dell’Udc e sacrificare i suoi collaboratori storici, sorella a parte?
E il Pdl non deve forse fare autocritica, squassato da dieci correnti?
E Fli non ha mai nulla da dire, come peraltro da due anni a questa parte, ovvero da quando è stato costituito a Genova?
Qualcuno è a conoscenza che nei partiti seri esiste la prassi e il buon gusto di rassegnare le dimissioni di fronte a un fallimento?
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DEI PM E’ DI CORRUZIONE NELLA VICENDA DEL CONSORZIO ECO4
Dovrà affrontare il processo, che comincerà il 9 luglio, il deputato del Pdl Mario Landolfi, ex presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, ed ex ministro delle Comunicazioni.
Il gup Alessandra Ferrigno ha infatti disposto oggi il suo rinvio a giudizio per concorso in corruzione e truffa, aggravati dall’ avere agito per favorire il clan camorristico dei La Torre, a volte alleato a volte rivale del clan dei casalesi.
La vicenda è quella del Consorzio Eco4, che nel 2009 occupò a lungo le prime pagine dei giornali. Landolfi – secondo l’accusa – corruppe un consigliere comunale di Mondragone, la sua città , inducendolo a dimettersi per evitare lo scioglimento del consiglio; in cambio gli offrì un posto nella futura giunta e un contratto di lavoro dalla durata di tre mesi per la moglie, la quale peraltro si limitò a percepire lo stipendio.
Del mancato scioglimento del consiglio e dunque della permanenza in carica del sindaco beneficiò, per il pm Alessandro Milita, il consorzio Eco4, una società a capitale misto attiva nel settore della raccolta dei rifiuti che nell’ordinanza di custodia cautelare il gip definiva «pura espressione della criminalità organizzata».
L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia tra cui Gaetano Vassallo, titolare di discariche legato alla fazione del clan dei casalesi che fa capo al boss Francesco Bidognetti.
Nell’ inchiesta fu coinvolto anche l’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, ora a giudizio davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere dopo avere, su sua richiesta, «saltato» la fase dell’udienza preliminare.
Sulla vicenda, Mario Landolfi ha sempre avuto un atteggiamento collaborativo nei confronti dei magistrati.
Per esempio, ha messo a disposizione – e addirittura pubblicato su Facebook – le intercettazioni telefoniche che lo riguardavano, anche se, in quanto parlamentare, la Camera avrebbe potuto negare il consenso al loro utilizzo.
Questo è uno dei motivi per cui Landolfi oggi si dice amareggiato: «Mi sono comportato all’insegna della trasparenza – rileva – fornendo chiarimenti in un interrogatorio durato due ore e mezzo. Ho depositato un’informativa della Guardia di Finanza dalla quale si evince con chiarezza che la moglie del consigliere comunale non fu assunta dal consorzio Eco4 grazie a me. Eppure, il giudice ha deciso il rinvio a giudizio: forse il meccanismo dell’udienza preliminare è da rivedere».
Landolfi riceve un’attestazione di solidarietà non formale dal commissario regionale del Pdl campano, Francesco Nitto Palma.
«Ho letto le carte con l’ occhio del magistrato e non del politico – afferma l’ ex ministro della giustizia – carte che denunciano il totale deserto probatorio. In più occasioni giudici hanno sconfessato la Dda di Napoli. Attendiamo con fiducia il responso dell’autorità giudiziaria».
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Maggio 7th, 2012 Riccardo Fucile
RISULTATI IMPIETOSI, ALFANO DISTRUTTO… CI PENSA BERLUSCONI DA MOSCA A CONSOLARE I DIRIGENTI: “PENSAVO PEGGIO”
”Sono elezioni nelle quali registriamo una sconfitta”.
Lo dice il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano, di fronte ai dati delle proiezioni sulle elezioni amministrative, ancora parziali ma impietosi. I
l partito di Silvio Berlusconi è fuori dai giochi per l’elezione del sindaco in una roccaforte come Palermo (sotto l’8% dei voti, mentre la sola Forza Italia era al 18,8% nel 2007).
E’ crollato a Verona, intorno all’8% (Forza Italia aveva il 15 nel 2007), con probabile soprasso del Movimento 5 stelle, che va oltre il 9.
Ma Berlusconi da Mosca commenta: “Pensavo peggio”.
A Parma è un vero e proprio disastro.
Il Pdl è poco sopra il 4%, superato persino dai Comunisti italiani, che vanno oltre il 6.
E, reduce dal governo della città con il sindaco Vignali, sarà probabilmente costretto ad assistere a un ballottaggio tra il candidato del Pd e quello del movimento di Beppe Grillo, secondo partito in città .
Brutte notizie anche dalla provincia di Milano, zona storicamente leghista-berlusconiana, dove invece “secondo i dati che stanno arrivando, il centrosinistra vince in quasi tutti i 26 comuni chiamati alle urne, in alcune realtà al primo turno e in altri va al ballottaggio, ma in vantaggio”, ha dichiarato il segretario provinciale del Pd Roberto Cornelli.
Restando al nord, a Genova il candidato berlusconiano, l’indipendente Pierluigi Vinai, scivola al quarto posto con il 12%, il Pdl al 9%, mentre Forza Italia aveva il 22,6% nel 2007.
I dati sono ancora provvisori, ma la dimensione della sconfitta è apparsa subito chiara, tanto che il coordinatore del partito Ignazio La Russa già dichiarava al Tg3 un’ora e mezzo dopo la chiusura delle urne: “Abbiamo sbagliato i candidati, non ho difficoltà ad ammetterlo. C’è la mania di cercarli con la faccia carina, senza sapere da quale esperienza amministrativa vengano mentre la gente vuol persone affidabili e per i palermitani è più affidabile Orlando”.
Secondo La Russa “non ci saranno ripercussioni del voto sul governo, continueremo con più forza. Ma sicuramente, d’ora in poi, non possiamo dire sì a quei provvedimenti che non consideriamo giusti”.
Qualche buona notizia per il fronte berlusconiano potrebbe arrivare dal Sud. Per la Campania, il coordinatore regionale Nitto Palma parla di un risultato “non negativo, soprattutto se comparato alle altre regioni e che dimostra come il Pdl sia in Campania un partito forte, unito e radicato sul territorio”. Palma cita per esempio “la vittoria ad Aversa” mentre “dovremmo vincere a Mondragone e ci avviamo al ballotaggio ad Acerra”.
A sera arriva il commento di Silvio Berlusconi, a Mosca per la cerimonia d’insediamento dell’amico Vladimir Putin: ”Credo che siamo andati come pensavamo di andare”.
L’ex premier si è dissociato dalle dichiarazioni pessimistiche del segretario Alfano: “Non sono del suo stesso avviso, perchè in questo momento che ho definito il festival dell’antipolitica, pensavamo addirittura che ci fosse un’affluenza più bassa e quindi più penalizzante per quanto ci riguarda”.
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Maggio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
L’ALLEANZA DI CENTROSINISTRA E’ LA PIU’ PRESENTE…DOPO IL DIVORZIO DALLA LEGA IL PDL POTREBBE PER LA PRIMA VOLTA RITROVARSI TERZO PARTITO
Alla fine, per quanto possa sembrare strano, molto più che un turno amministrativo, questo voto sarà un referendum sulle alleanze, mai così incerte negli ultimi venti anni.
Molto probabilmente sarà¡ l’occasione per stilare un certificato di decesso del Popolo della libertà così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.
Sicuramente sarà il sismografo che rivela la forza reale del Movimento Cinque-Stelle.
Vediamo perchè e con quali effetti.
Forse non tutti i sette milioni di italiani chiamati alle urne per le amministrative in 770 diversi comuni italiani se ne sono ancora resi conto: ma con il voto di domenica prossima influenzeranno la nuova legge elettorale, il destino del governo, e disegneranno anche le future coalizioni.
Quelli di sinistra — per esempio — decideranno che ne sarà della tanto discussa “Foto di Vasto”. Ovvero del patto elettorale tra Pd, Idv e Sinistra e libertà che nei 25 capoluoghi in cui si vota è stato stilato in ben 19 città (comprese le 3 in cui ingloba persino l’Udc allargando i suoi confini). È l’alleanza più presente sul territorio contando sia la destra che la sinistra.
Già questa è sorpresa, visto che molto dirigenti dell’ala centrista del Pd l’avevano precipitosamente dichiarata un progetto politico defunto, anacronistico e poco attraente. Sarà . Ma intanto il “patto ABC” (Alfano-Bersani-Casini) che regge il governo, ha trovato incarnazione — come ricordava Il Corriere della Sera — solo nella periferica Pozzallo.
Mentre in tutte le città più importanti, il nuovo centrosinistra è stato scelto dai partiti sul territorio come la coalizione con più probabilità di vittoria: dalle regioni rosse al meridione, dal Piemonte alla Lombardia, dalla Liguria al Lazio.
Infine c’è una notizia che i sondaggi e le stime di queste ore rivelano in modo pressochè unanime, ma che i media hanno quasi occultato: lunedi sera il Pdl, potrebbe essere un partito archiviato dai suoi stessi sostenitori, passando da prima forza nazionale a terzo polo.
Il primo motivo è semplice: dopo la rottura con la Lega, il Pdl ha perso la sua centralità coalizionale in tutto il nord.
Ma anche in alcune capitali del Sud (vedi Taranto) dove è incalzato dalla concorrenza della coalizione di estrema destra di Cito (Mario, il figlio) alla propria destra.
E soprattutto nella strategica Sicilia, dove, al centro, subisce la concorrenza durissima dell’Mpa di Raffaele Lombardo.
Prendiamo una delle città più importanti di questa tornata, Verona.
Un tempo era considerata un bastione del centrodestra. Oggi tutto è cambiato: qui il sindaco uscente Flavio Tosi punta a vincere al primo turno e a fare cappotto contro gli ex alleati: “Il Pdl? Ma a Verona non esiste più — mi dice lui con un sorriso eloquente — già prima del voto. Le mie liste lo hanno svuotato di tutti i candidati che hanno credibilità e voti. Penso che arriveranno terzi dopo il candidato di sinistra”
Possibile? Sì, perchè anche a Verona la sinistra è unita, mentre il Pdl, malgrado un candidati molto grintoso, è sostenuto da una lista civica.
Prendete un’altra città decisiva.
Per motivi del tutto diversi anche a Genova il Pdl è ai margini della sfida. All’ombra della lanterna molti sondaggi dicono che il centrosinistra, anche per effetto della lista Doria, potrebbe vincere persino al primo turno.
Non a caso a Genova venerdi chiuderà Pier Luigi Bersani, e la destra si è divisa perchè il Pdl non poteva mandare giù il nome di Enrico Musso, ex capolista di Forza Italia, poi ribellatosi a Silvio Berlusconi e coccolato dal Terzo Polo (che alla fine lo ha considerato “troppo laico”). Risultato finale: spezzatino elettorale a destra, anche qui.
E se persino a Genova il Pdl arrivasse terzo?
Non è un mistero che prima delle amministrative, come per prendere atto anticipatamente di una sconfitta prevista e inevitabile, Silvio Berlusconi avesse lanciato una proposta-choc:
“E se in questa tornata non ci presentassimo con il nostro simbolo?”.
I notabili locali erano insorti, di fronte all’eventualità di essere cancellati sul territorio, e così la retrocessione sul campo che l’ex premier voleva mascherare resta possibile, con un dato persino inferiore a quello assegnato oggi dai sondaggi nazionali.
Ma allora, se questo fosse il quadro, a cosa servirebbe la riforma elettorale su cui A, B e C si stanno accordando in Parlamento?
A impedire — per esempio — che l’alleanza di governo cada il giorno dopo il voto.
Infatti, se il Pdl andasse sotto la soglia del 20% non avrebbe nessuna possibilità di essere competitivo.
È vero che molti a destra sperano che ad attenuare il gap con la sinistra possa esserci il risultato delle liste Cinque Stelle, che l’Swg indica al 7%, ma in quel possibile dato (se si realizzasse sarebbe sensazionale) entrano anche, come raccontano quelli del movimento di Beppe Grillo, candidati delusi del centrodestra (e soprattutto della Lega).
Ecco perchè l’ultraporcellum porterebbe a casa tre modifiche salva-Pdl.
Eliminerebbe le coalizioni, renderebbe possibile l’indicazione di un candidato premier fittizio (impossibile che qualsiasi partito ottenga la maggioranza da solo), gratificherebbe di un premio le prime tre forze (ripescando la destra da una probabile sconfitta).
Infine alzando lo sbarramento al 5% cercherebbe di realizzare l’ultima truffa: cancellare l’avanzata del Cinque Stelle.
Più la sconfitta elettorale alle amministrative dell’ex centrodestra sarà forte, più il tentativo di camuffare la proroga del governo Monti sarà difficile, più la truffa dell’ultraporcellum sarà impresentabile.
Ecco perchè, anche stavolta, il voto locale avrà ricadute nazionali.
Luca Telese blog
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Aprile 27th, 2012 Riccardo Fucile
CONTESTATO IL REATO DI FALSO IDEOLOGICO: SAREBBE STATO IL PROMOTORE DEL TAROCCAMENTO DELLE FIRME NECESSARIE ALLA PRESENTAZIONE DELLE LISTE ALLE AMMINISTRATIVE DEL 2010
Nuovi guai per il Popolo delle Libertà in Lombardia. Guido Podestà , attuale presidente della Provincia di Milano, è indagato per il
pasticcio della presentazione delle liste elettorali del partito alle amministrativo del 2010.
Ad annunciare di aver ricevuto questa mattina un avviso di garanzia e di chiusura delle indagini è stato lo lo stesso Podestà , che all’epoca era il coordinatore regionale, con una nota sul suo sito, precisando che quanto agli atti “non ha nulla a che fare con l’attività istituzionale e di amministrazione della Provincia”.
Gli inquirenti considerano Podestà il “promotore” del reato: ovvero falso ideologico continuato e pluriaggravato.
Quello delle firme false è il secondo capitolo della vicenda su cui stava indagando la Procura di Milano sulle liste per le elezioni amministrative del 28 e 29 marzo 2010. Nel fascicolo erano già indagati, a vario titolo, quindici rappresentanti del PdL, per lo più consiglieri provinciali e comunali, che avevano certificato l’autenticità delle firme consegnatigli da Clotide Strada, vice responsabile del settore elettorale del PdL in Lombardia, nonchè collaboratrice della consigliera regionale lombarda Nicole Minetti.
In questo stralcio è finito il nome di Podestà che secondo l’accusa che avrebbero quindi ordinato l’operazione di falsificazione delle firme.
Non perchè il partito non fosse in grado di raccogliere le firme, avendo un bacino di elettori amplissimo in Lombardia, ma solo per sciatteria e forse per la necessità di aggiungere nello listino bloccato nomi dell’ultima ora.
La chiusura indagini della prima parte dell’indagine del procuratore aggiunto Alfredo Robledo porta la data del 17 ottobre e l’ipotesi accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà .
Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà — Berlusconi per Formigoni”.
La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei Carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali.
A dicembre infine il procuratore aggiunto Alfredo Robledo aveva interrogato alcuni degli indagati, ma quei verbali erano stati segretati. In uno di questi ci sono le dichiarazioni che hanno messo nei guai anche Podestà , in particolare proprio quelle di Clotilde Strada, responsabile della campagna raccolta firme.
Giovanna Trinchella
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2012 Riccardo Fucile
BOLOGNA: HA DICHIARATO ALL’ENTE UNA RESIDENZA DIVERSA DA QUELLA REALE, OTTENENDO COSI’ UN RIMBORSO SPESE PER IL TRASPORTO DI 1.344 EURO AL MESE
La procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per Alberto Vecchi, 49 anni consigliere regionale del Pdl.
Il reato ipotizzato dai magistrati di piazza Trento Trieste è la truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna.
Vecchi avrebbe cioè dichiarato all’ente una residenza diversa rispetto a quella reale, e ben più lontana da Bologna, ottenendo in questo modo un rimborso spese per il trasporto di 1344 euro al mese.
Alberto Vecchi entrò in consiglio regionale dopo la morte di Marcello Bignami, prendendone il posto nel 2006 con il partito Alleanza Nazionale.
Nel 2010 poi fu rieletto con il Pdl e tuttora siede nelle aule di viale Aldo Moro.
Ogni consigliere all’inizio del mandato deve auto certificare la propria residenza.
E Vecchi avrebbe indicato un immobile a Castelluccio di Porretta Terme, distante circa 75 chilometri dalla Regione. Nel febbraio 2010 però arriva un esposto anonimo alla procura di Bologna.
Il testo è ben circostanziato e i magistrati iniziano i controlli, che si trasformano presto in un’indagine, condotta dal pm Rossella Poggioli.
La guardia di finanza riesce a scoprire che Alberto Vecchi abita a Bologna e non si reca mai nella presunta abitazione indicata come residenza.
In questo modo avrebbe ottenuto un rimborso chilometrico dalla Regione di 1344 euro al mese, e dal 2007, grazie ad un aumento, di 1464 euro.
Il tutto dalla metà del 2006 alla metà del 2011, per un totale quindi di 75 mila euro circa.
Ma per le indagini della finanza Vecchi non aveva diritto a quei soldi perchè risiedeva in realtà a Bologna con la sua famiglia.
Gli inquirenti hanno verificato la presenza di Vecchi a Bologna prima con alcuni sopralluoghi notturni, grazie ai quali individuarono la vettura del consigliere regionale sotto l’abitazione bolognese, poi con tabulati telefonici, andando anche a ritroso nel tempo rispetto all’inizio delle indagini del 2010.
E quando poi la vicenda è apparsa per la prima volta sui giornali dopo alcuni mesi dall’esposto anonimo, Vecchi avrebbe cambiato via via le sue abitudini, andando più spesso a Castelluccio.
Vecchi è stato interrogato dal pm Poggioli dopo l’avviso di fine indagine dello scorso ottobre, e davanti ai pm si sarebbe difeso sostenendo che lui abitava per davvero a Castelluccio di Porretta Terme, dove aveva i suoi interessi economici.
Anche i vigili urbani, in seguito ai primi articoli sui giornali, andarono a cercare Vecchi nell’immobile in montagna, senza mai trovarlo.
Nicola Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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