Agosto 13th, 2017 Riccardo Fucile
A GENOVA, UN CENTINAIO OGNI GIORNO ALLA MENSA DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO
Mezzogiorno di fuoco, più che altro per la temperatura estiva, e una città semivuota. Ma se hai poco,
le vacanze non esistono mica; mentre la fame rimane comunque.
E quindi eccoci qui, in via di Vallechiara, a due passi da largo della Zecca.
C’è una piccola porta che rimane aperta un’ora, dalle 11,15 alle 12,15.
Quattro volontari della comunità di Sant’Egidio – si chiamano Pierluca, Laura, Rosanna e Giulia – distribuiscono panini a chi viene a chiedere qualcosa da mangiare.
Al prosciutto, al formaggio, anche vuoti. È un viavai continuo, sono un centinaio le persone che arrivano, prendono e se ne vanno frettolose, chissà dove.
La povertà , si sa, non è mai troppo esibita nè pubblicizzata. Meglio girarsi altrove, come se riguardasse sempre gli altri. «Quella città invisibile fatta di poveri», come scriveva ieri Luca Borzani.
Ma per chi ha occhi per guardare, invisibile non è. Anche perchè «l’incontro con le persone meno fortunate di te, ti aiuta a dare un giusto peso ai problemi della tua vita. Apprezzi di più ciò che hai», racconta Pierluca, che ha cominciato a fare volontariato nel lontano 1984.
E non si è ancora stancato: «La fragilità è spesso figlia della solitudine, invece siamo qui per dire alle persone: hai un amico, degli amici, in città ».
Ogni martedì, mercoledì e giovedì la Comunità prepara dei pasti caldi alla mensa di via delle Fontane.
Più o meno vengono servite 450 persone. Sono stranieri, in maggioranza; ma anche molti italiani. Soprattutto pensionati e adulti che magari hanno perso il lavoro e si ritrovano nell’età di mezzo, quando è difficile recuperarsi.
L’organizzazione della macchina di solidarietà è fatta di oltre 200 persone che donano una parte del loro tempo a favore degli altri. Anche solo tre ore a settimana, per dire. Non ci sono vincoli nè obblighi.
Il tema ricorrente, come detto prima, è quello della solitudine.
«Trenta anni fa – spiega sempre Pierluca – le colf delle famiglie agiate genovesi venivano dall’Emilia, dal piacentino, zone allora depresse. Poi perdevano il lavoro magari e si ritrovavano sole, e mantenersi da solo è sicuramente più complicato. I tempi cambiano e pian piano sono state sostituite da molte donne dell’est».
La crisi ha ovviamente influito – «negli ultimi tre o quattro anni il bisogno è visibilmente aumentato», dice Rosanna – ma va sfatato un mito: di qui passano molti stranieri, ma non sono quelli che arrivano coi famosi barconi. Sono quelli che si erano integrati, che avevano un lavoro, magari umile – ma lo avevano, ora non più.
Negli spazi di via di Vallechiara c’è anche un locale adibito a mo’ di negozio: chi ne ha bisogno può prendere dei vestiti usati, scegliendo tra quelli a disposizione. Ovviamente gratuitamente.
Non finisce qui, perchè 900 persone ogni mese ricevono un pacco con latte, farina, tonno, pasta, biscotti, olio.
In alcuni pomeriggi della settimana c’è anche un informale doposcuola per i bambini. Altri vanno a fare visita nelle case di riposo oppure nelle carceri.
Insomma, un posto aperto, un collettivo che prova a dare delle risposte concrete a tutti, senza fare distinzioni per razza o credo.
Senza fare domande sui perchè di una vita che sta andando storta. «A volte incontri queste persone fuori dal contesto della mensa – sottolinea Pierluca – e ti salutano con affetto, ti abbracciano. La gratitudine c’è».
All’ingresso per chi la richiede viene fornita anche la “guida Michelin” dei bisognosi, una bussola; c’è l’elenco dei luoghi in città dove si può mangiare, dormire e lavarsi. Una contro-guida lontana dai lustrini della Genova turistica ma che per centinaia di persone rappresenta una piccola e insostituibile bibbia laica.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 28th, 2017 Riccardo Fucile
SERVA DA MONITO A QUEI SINDACI CHE PARLANO DI DECORO: PENSATE A DARE LORO UN ALLOGGIO INVECE CHE MULTE
Non è reato e non può essere condannato chi vive per strada, “su di un marciapiede con i cani, in una baracca precaria di cartoni e pedane in legno”.
Anche se vige un’ordinanza del sindaco in tal senso.
Così la Cassazione ha assolto un uomo, condannato a pagare mille euro a Palermo nei primi due gradi di giudizio
Il fatto era successo nel capoluogo siciliano nel dicembre 2010. Un 45enne italiano che viveva su un marciapiede insieme ai suoi cani era stato condannato dal tribunale di Palermo a pagare 1000 euro per inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità , reato previsto all’articolo 650 del codice penale, visto che non aveva rispettato l’ordinanza del sindaco di divieto di bivaccare e predisporre accampamenti di fortuna per non alterare il decoro urbano ed essere d’intralcio alla pubblica viabilità .
Il difensore ha rilevato, nel ricorso in Cassazione, che l’uomo senza fissa dimora “versasse in stato di necessità , situazione tra le quali doveva essere compresa l’esigenza di un alloggio”.
Osservazione che ha trovato d’accordo la Cassazione.
Secondo la prima sezione penale (sentenza n.37787), l’ordinanza del sindaco è “una disposizione di tenore regolamentare data in via preventiva ad una generalità di soggetti, in assenza di riferimento a situazioni imprevedibili o impreviste”, e “non è sufficiente l’indicazione di mere finalità di pubblico interesse”.
La Corte ha quindi annullato la condanna perchè il fatto non sussiste.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
AL SUD LA PERCENTUALE E’ DEL 65%… IL RIFUGIO DIVENTANO LE PARROCCHIE CHE OSPITANO DUE MILIONI DI RAGAZZINI… TROPPO COSTOSI ANCHE I CENTRI COMUNALI
Primo giorno di scuola, tema: «Come hai trascorso le vacanze estive?». Svolgimento: «Davanti alla tv».
In Italia un bambino su tre non sa cosa voglia dire passare una settimana lontano da casa. La coda lunga delle crisi picchia sui piccoli: quasi uno su tre è «a rischio povertà ed esclusione sociale». §
Significa non poter contare su cure mediche e un’alimentazione adeguata e non essere nelle condizioni di seguire un percorso scolastico e di formazione regolare.
Altro che vacanze, un lusso per il 65% dei bambini del Sud Italia e per il 35% del Nord.
Per la metà delle famiglie che non può permettersi di lasciare la città , la difficoltà sta nel far quadrare i conti di tutti i giorni. Figuriamoci gli extra.
Estate in oratorio
«Fino a qualche anno fa una settimana di vacanza era la normalità , alla portata della stragrande maggioranza delle famiglie. Non è più così, tanti non arrivano nemmeno a mettere insieme i soldi per il centro estivo – racconta don Riccardo Pascolini, della diocesi di Perugia e presidente del Foi, Forum degli oratori italiani -. Le parrocchie italiane quest’estate accoglieranno oltre due milioni di bimbi e adolescenti. Chi ha qualche cosa in più, lascia un contributo per gli altri. Una vocazione all’accoglienza insostenibile senza il lavoro di oltre 400mila volontari».
Altra possibilità , ma non per tutti, sono i centri estivi organizzati da Comuni e associazioni. Tanti si pagano sulla base del reddito della famiglia, le domande sono in costante aumento nella fasce più basse.
Ma anche 20 euro in più la settimana possono essere un problema, soprattutto se da moltiplicare per due o tre figli.
Animatori e animati
«Mi è capitato di accompagnare dei bimbi in centro e vederli sorpresi dalla Mole Antonelliana. Non l’avevano mai vista» racconta Gioia Raro, educatrice tra i fondatori di FalkLab, dal 2005 al lavoro con i ragazzi del quartiere popolare Falchera, periferia Nord di Torino. Quota d’ingresso: 10 euro.
«Cerchiamo di organizzare almeno una gita al mare, la più attesa. Uscire dal quartiere è importante per cambiare la prospettiva e immaginare un futuro diverso» conclude circondata da «animati e animatori».
Tra loro c’è Gabriele, sedici anni e un bel sorriso. Trascorrerà la sua estate con i ragazzi del quartiere a organizzare tornei di calcetto e pallavolo e un pigiama party per i più piccoli.
Perchè? «Perchè sto bene io e stanno bene loro». Sulle sue vacanze mancate ha una risposta collaudata: «Sono anni che non ci vado, mi sono abituato. E poi il mare nemmeno mi piace».
In lista d’attesa
Senza i ragazzi come Gabriele, le estati a costo zero o quasi non si potrebbero organizzare. A Porta Palazzo, crocevia culturale torinese, il centro estivo organizzato da parrocchia e dall’associazione Asai accoglie 250 ragazzi e 50 animatori, tutti volontari. Venti euro a settimana, meno dello scorso anno, per i fratelli sono 15 euro.
In tanti faticano. E c’è anche una la lista d’attesa. «Non siamo abituati a lamentarci, ma siamo in rosso. Ci siamo fermati a 50 bambini in lista, poi abbiamo smesso di tenere il conto: posto per tutti non ce n’è» racconta su una panca della parrocchia di San Gioacchino l’educatore Fabrizio Maniscalco.
Alle sue spalle il cortile, dove si gioca a palla prigioniera. «La comunità più numerosa dall’anno scorso è quella cinese, che ha superato la marocchina. Oltre alle gite ai musei e in piscina, organizziamo laboratori artistici e creativi. Ora anche corsi di ideogrammi». Pranzo al sacco, chè soldi per la mensa non ce ne sono.
«Prima di mangiare uno dei bimbi racconta a tutti gli altri una cosa bella capitata durante la giornata – racconta Valentina Formaggio del Cecchi Point, al lavoro a Porta Palazzo -. I telefoni non si possono usare, siamo qui per stare insieme. Se i ragazzini passano tanto tempo con la testa china su uno schermo, è solo perchè non c’è nessuno capace di stimolarli».
La pausa di agosto
Gli educatori al lavoro d’estate sono gli stessi che seguono i bambini nel dopo scuola durante l’anno e sono troppo pochi per organizzarsi con i turni anche ad agosto.
A chiudere solo due settimane è l’Estate Ragazzi del Parco del Valentino, centro estivo di strada: da giugno a settembre compaiono un tendone, un canestro, sedie e tavoloni.
Ostacoli burocratici
L’iscrizione è di 23 euro la settimana «anche a rate di un euro». Nell’afa di luglio un ragazzone sorridente che deve scontare una pena rieducativa gioca a carte con una bimba di dieci anni, appena arrivata con la famiglia dalla Siria.
Poco più in là si tengono un corso di danza africana e lezioni di italiano con i gessetti sull’asfalto. Tutto intorno se ne stanno giorno e notte una ventina di giovanissimi spacciatori.
«Anche loro ogni tanto si scordano di “lavorare” e si mettono a giocare a pallone o a ballare – raccontano gli educatori di Asai Riccardo D’Agostino e Ingrid Muglioni -. Noi accogliamo tutti. Ogni anno riusciamo a coinvolgerne almeno un paio, che poi si iscrivono ai corsi di italiano e partecipano alle borse lavoro. Può sembrare poca cosa, ma siamo qui anche per loro».
E chi aiuta quelli che aiutano tutti? Nessuno. Anzi in molte circostanze gli ostacoli da superare assumono la forma di nuovi codicilli e restrittivi regolamenti amministrativi a fronte di mezzi a disposizione sempre più scarsi.
«Le difficoltà burocratiche aumentano di anno in anno, le risorse diminuiscono – concludono -. Un esempio? Per avere le sedie abbiamo dato al quartiere 1.400 euro di cauzione. Ogni anno qualcuno la notte se le lancia addosso o magari ci dorme sopra, spaccandole. E noi paghiamo».
(da “La Stampa”)
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Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile
IN CAMPANIA 200 INCESTI L’ANNO, NEL QUARTIERE CIAMBRA DI GIOIA TAURO 170 MINORI ABITANO TRA TONNELLATE DI RIFIUTI
Più che Ombudsman, i garanti per l’Infanzia sono un avamposto nelle situazioni di emergenza.
Soprattutto nel centro-sud devono misurarsi ogni giorno con le situazioni più drammatiche. «Al Parco Verde di Caivano allestiamo un centro polifunzionale in una periferia priva di tutto», racconta Cesare Romano che con un budget di 30mila euro deve occuparsi dei primati negativi della Campania: baby gang, gioco d’azzardo minorile, obesità infantile,evasione scolastica.
«Ci siamo accorti che gli insegnanti hanno paura di segnalare ai servizi sociali le situazioni a rischio e così abbiamo creato un sistema di segnalazioni riservate al garante», spiega Romano che dall’indagine sugli incesti ha scoperto 200 casi all’anno («ma sono 4 volte di più»).
Tra il rione Madonnelle di Acerra e le piazze di spaccio di Scampia e Chiaiano, a cercare di sottrarre i minori al disagio si rischia la vita.
«Nel Mezzogiorno, mezzo milione di minorenni vive sotto la soglia di povertà : uno su quattro non ha soldi sufficienti per alimentarsi e vestirsi in maniera adeguata- osserva Romano-.Il dilagare del cibo spazzatura a bassissimo costo è un’allerta sanitaria». Lo sa bene anche Antonio Marziale, garante della Calabria.
I vigili urbani gli riferiscono i dati sui bambini che non vanno a scuola. «Siamo la regione più malconcia: zero infrastrutture e sanità al collasso, qui già nascere è un problema, gli ospedali sono pochi e difficili da raggiungere», precisa.
«Soffriamo una carenza spaventosa di assistenti sociali nei comuni e nella giustizia minorile e la metà dei fondi a nostra disposizione li spendiamo per formare medici e infermieri», aggiunge. Battaglie quotidiane come il reparto di terapia intensiva pediatrica da aprire a Cosenza o l’assicurazione del pulmino scolastico per i bambini del «ghetto più indecente d’Italia».
Nel quartiere Ciambra di Gioia Tauro «170 minorenni abitano tra tonnellate di rifiuti in case a rischio crollo, senza scarico fognario e illuminazione pubblica. In comuni commissariati per mafia, chi denuncia il disagio minorile subisce la lettera scarlatta del «ladro di bambini».
Il sommerso è colossale. Allontanare un bimbo da una «famiglia disfunzionale» e darlo in affido espone all’accusa di «sequestro di Stato» e spesso a ritorsioni violente.
In Basilica Vincenzo Giuliano monitora una popolazione di 92mila minori. In ballo ci sono questioni delicate come il rapporto tra capienza e iscritti negli asili nido, i costi delle rette per le famiglie.
Da qui una rete di progetti per il contrasto della povertà educativa minorile: 3 milioni e mezzi di bandi per l’infanzia e l’adolescenza nel 2016.
Nel suo ufficio alla Regione Lazio il garante Jacopo Marzetti incontra senza sosta famiglie in difficoltà . «Abbiamo una settantina di casi in cui i genitori separati usano i figli come un arma- evidenzia-.Abbiamo avviato un’indagine per sapere quante sono le case famiglia ». Nelle Marche sono in corso iniziative contro il cyberbullismo e in Umbria è stato istituito (con enti locali, psicologi, assistenti sociali) un Osservatorio sull’affido per scongiurare «dicotomie disastrose», dice la garante Maria Pia Serlupini. LA SITUAZIONE AL NORD
Più conflitti tra genitori e segnalazioni via web
“Siamo in prima linea ma senza poteri effettivi. Ci occupiamo un po’ di tutto pur non avendo risorse», sintetizza Massimo Pagani, dal 2015 garante per l’infanzia della Regione Lombardia. Ma nel centinaio di segnalazioni che arrivano ogni anno al suo ufficio, il tema dominante, come in buona parte del centro-nord, è la conflittualità genitoriale. Liti che si ripercuotono sui figli. E poi «problemi tra i genitori e i servizi territoriali».
Col rischio di eccedere negli allontanamenti dei figli, invece di aiutare i genitori in difficoltà . È quanto sembra emergere in Liguria. «Abbiamo la percentuale più alta di affidi in tutta Italia, 316 solo su Genova. E la maggior parte ha come causa l’inadeguatezza genitoriale. Che però resta un dato discrezionale», commenta Dario Arkel, il funzionario a supporto del tutore ligure, al quale arrivano un centinaio di segnalazioni all’anno.
La conflittualità fra genitori è l’emergenza più importante, assieme ai minori stranieri non accompagnati, anche per Rita Turino, garante del Piemonte. «Bisognerebbe avviare percorsi sperimentali per insegnare alle coppie a separarsi e per sostenere i genitori in crisi», commenta. In Emilia-Romagna, dove nel 2016 sono arrivate 137 segnalazioni, il 57 % è stata presentata dai genitori. I problemi? Al primo posto ci sono ancora i temi socio-assistenziali, seguiti da difficoltà scolastiche e sanitarie. «Situazioni di grande conflittualità aggravate dalla crisi economica», spiega Clede Maria Garavini, psicologa e pedagogista. Spesso i garanti si trovano a fare ora da ultima spiaggia. «Oltre alle poche risorse a disposizione, dobbiamo affrontare la mancanza di dati statistici su cui programmare le attività », spiega Mirella Gallinaro. garante in Veneto.
Storia a sè sono le province autonome di Trento, dove il ruolo è affidato al difensore civico dal 2009, e di Bolzano. Negli ultimi otto anni la «Kija» ha pubblicato una relazione annuale che tiene conto di tutte le attività : lo scorso anno l’ufficio ha gestito 551 pratiche tra pareri, ricerche legali, rapporti, perizie e verbali.
A queste consulenze si aggiungono 793 colloqui telefonici, 125 incontri di consulenza e poi richieste via mail, WhatsApp e anche Facebook.
«Non sempre gli adulti coinvolti nella vicenda conoscono o riconoscono il bene del minore. — spiega Maria Ladstà¤tter, garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Alto Adige -. Ecco perchè vogliamo aiutare i minori in difficoltà a contattarci direttamente: il nostro obiettivo sarà raggiunto quando non ci sarà più bisogno di noi. Oggi il 10%delle richieste arrivano direttamente dai ragazzi, ma in Trentino, dove l’istituto opera da più tempo, superano il 50%».
E, aggiunge Ladstà¤tter, «gran parte della nostra attività si svolge tra consulenza e mediazione, ho la possibilità di accedere a tutti gli atti della pubblica amministrazione, posso intervenire come mediatrice anche nel corso di giudizio pendente. Situazioni così complicate da richiedere una soluzione condivisa. E’ mio potere convocare le parti: e davanti alle istituzioni noi rappresentiamo gli interessi degli adolescenti».
(da “La Stampa”)
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Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA LIVELLI DI POVERTA’ SUPERIORI ALLA MEDIA EUROPEA, UN MINORE SU TRE E’ A RISCHIO
Non è un paese per bambini. 
In Italia le principali minacce per l’infanzia sono la povertà nel Mezzogiorno e i conflitti tra genitori separati che si accusano a vicenda di abusi al centro-nord, dove però anche il disagio economico pesa in maniera crescente.
Dai garanti regionali per l’infanzia a quello nazionale Filomena Albano, dai tribunali per i minori alla Direzione per l’inclusione del ministero del Welfare, arriva l’allarme sulle condizioni di vita dei bambini italiani.
Un elenco di emergenze, a cominciare dai minori senza fissa dimora che non sono censiti tra i 50mila homeless perchè non frequentano dormitori e mense, ma sono segnalati in accampamenti, sotto i ponti e nelle macchine.
Casi limite che non entrano in nessuna statistica.
E ancora, abbandono scolastico record, mancanza di reparti di terapia intensiva pediatrica in Calabria e 170 bimbi costretti a vivere tra i rifiuti e senza fogne nel quartiere ghetto Ciambra di Gioia Tauro, 200 incesti all’anno in Campania, case famiglia non censite nel Lazio.
A ciò si aggiunge la zona grigia del disagio che non finisce sulle carte bollate dei giudici e dei servizi sociali.
Per ricostruire il quadro generale La Stampa ha incontrato i garanti costituiti in 16 regioni. Anche se l’Autorità è stata istituita nel 2011 per promuovere le misure previste dalla convenzione di New York sui diritti dell’infanzia, mancano ancora all’appello Abruzzo, Sardegna e Valle d’Aosta. In Toscana e Sicilia invece esiste già un ufficio, ma senza titolare.
Il 13 giugno la relazione nazionale sui 10milioni di minori approderà in Parlamento. Tante emergenze locali si compongono in un preoccupante scenario generale, mentre il governo lavora a una banca dati unificata sull’infanzia.
L’Italia ha livelli di povertà minorili superiori alla media europea: un minore su tre (32,1%) è a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia, 4 punti e mezzo sopra la media europea (27,7%), rileva Save the children.
In Olanda e Germania il rischio è sotto la soglia del 20%. Soprattutto al Sud è altissimo il sommerso.
«Nel Mezzogiorno solo una piccola parte delle condizioni di difficoltà affiora, resta una cappa di silenzio che scoraggia qualsiasi denuncia, mentre c’è una carenza spaventosa di assistenti sociali negli enti locali nella giustizia minorile», spiega Antonio Marziale, garante dell’infanzia della Regione Calabria.
E nonostante la gravità della situazione, l’Italia è il Paese in Europa dove si allontanano meno bambini dalle famiglie d’origine.
«Siamo un Paese che individua in ritardo le situazioni problematiche e che sconta un grave ritardo nelle mappatura dei fenomeni sociali», evidenzia Sandra Zampa, vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia. Per legge, aggiunge, «gli allontanamenti devono essere temporanei», ma solo un bambino su tre poi torna a casa sua perchè i tempi dell’affido a comunità o altri nuclei sono troppo lunghi e spesso i servizi sociali non riescono a ricostituire la relazione fiduciaria con le famiglie d’origine.
La quota di spesa per il Welfare che l’Italia destina all’infanzia è la metà della media europea (4,1% rispetto all’8,5%).
«Alle scarse risorse e all’impossibilità di avere dati certi sulle situazioni di fragilità sociali si aggiunge la scarsa sinergia tra i soggetti coinvolti», dice Mirella Gallinaro, garante per l’infanzia in Veneto.
Nelle separazioni «i tempi della giustizia sono incompatibili con i bisogni dei minori». Tra gli aspetti più delicati del lavoro dei garanti c’è anche la formazione dei tutori. Scarseggiano nelle facoltà di giurisprudenza corsi dedicati al diritto minorile. «Le dinamiche familiari sono in continua evoluzione – commenta Clede Maria Garavini, psicologa e pedagogista, garante in Emilia Romagna -. Assistiamo a episodi di bullismo che hanno per protagonisti bambini di dieci anni, la violenza si è sposata anche sul web: serve maggiore consapevolezza degli adulti di riferimento».
(da “La Stampa”)
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Maggio 20th, 2017 Riccardo Fucile
OMESSE ABITAZIONI, CONTI CORRENTI, ASSICURAZIONI… QUALCUNO CI SPIEGA CON QUALE CREDIBILITA’ SI POSSONO ASSEGNARE AIUTI O REDDITI DI CITTADINANZA A CHI NE HA VERAMENTE BISOGNO?
Presentavano i modelli Isee falsificati, per avere sconti o, addirittura, esenzioni sui servizi comunali di asilo nido.
È quanto emerso da un controllo, effettuato dal Comune di Savona, sulle dichiarazioni Isee (indicatore della situazione economica) del 2014.
Il 70% dei modelli selezionati a campione, sono risultati irregolari e il Comune è intenzionato a passare sotto la lente d’ingrandimento oltre un terzo dei 1.200 modelli Isee, relativi al 2017.
Controlli a tappeto, insomma, per accertare la veridicità delle dichiarazioni e per evitare l’erogazione di sconti o di esenzioni a famiglie che, invece, non ne hanno bisogno. Sono stati infatti omessi, in particolare, immobili, conti correnti e polizze assicurative.
Tutti elementi che avrebbero contribuito a inserire la dichiarazione in una fascia di reddito più alta, perdendo, così, le agevolazioni sulle tariffe mensili degli asili nido comunali.
Spetterà , ora, alla Guardia di Finanza approfondire gli accertamenti, attraverso l’incrocio di una serie di dati».
Tutto questo avviene in una città del Nord, non in quel Sud accusato spesso a sproposito di essere a patria dei “certificati fasulli”.
Quando ascoltiamo il governo parlare di “aiuti alla povertà ” o il M5S parlare di reddito di cittadinanza, dovremmo semmai porci la domanda: chi ha veramente diritto a un contributo? Quanti sono i poveri veri e quanti i millantatori? Quanti soldi finirebbero nelle tasche di chi non ne ha diritto, a scapito magari di chi è veramente alla canna del gas?
La politica, invece che perseguire facili consensi, sarebbe ora che mettesse ordine e ristabilisse il principio di legalità , partendo da una realtà : siamo purtroppo un paese di bari, quindi la priorità è quella di ristabilire le regole del gioco.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2017 Riccardo Fucile
SPESA ASSISTENZIALE IN AUMENTO MA MENO EFFICACE CHE ALL’ESTERO… PER OGNI MILIONE DI EURO INVESTITO ESCONO DALL’INDIGENZA SOLO 39 PERSONE
«I poveri pagano per tutti. Non sappiamo proprio dove abbiano preso tutto questo denaro». Suona
come una beffa, e in effetti lo è: in Italia i poveri sono pieni di soldi, ma non lo sanno.
Su di loro ogni anno si riversano oltre 50 miliardi. Eppure restano poveri. Sempre di più.
Non è vero che l’Italia si è dimenticata di chi è indietro.
E non è vero che spende poco in sussidi, bonus, aiuti.
Semmai, è il contrario: spende tanto, forse troppo, sicuramente male.
Tra il 2004 e il 2014, per arginare la crisi, lo Stato ha aumentato la spesa assistenziale da 42,6 a 58,6 miliardi l’anno, pensioni escluse.
Tutti i canali sono stati irrorati: assegni sociali, da 3,3 a 4,6 miliardi; sussidi, da 2,3 a 10,3 miliardi; servizi sociali, da 6,6 a 9,1 miliardi; assegni famigliari, da 5,4 a 6,3 miliardi.
La spesa dei Comuni è passata da 182 a 249 milioni: più contributi economici per l’alloggio (da 64 a 76 milioni) e per l’integrazione del reddito (da 75 a 98 milioni). È servito a nulla.
Un esempio?
La social card: 1,3 miliardi stanziati, ma solo un quarto è andato a persone in condizione di povertà assoluta. Il resto a redditi medi o medio-bassi.
Mentre si continuava a spendere 4,6 milioni di italiani sprofondavano nell’indigenza.
Le povertà hanno continuato a crescere: affliggono il 9% di chi ha tra 18 e 34 anni (nel 2005 era il 3,1%) e il 7,8% di chi ha tra 33 e 64 anni (nel 2005 era il 2,7%); in generale la quota di popolazione considerata «assolutamente povera» è quasi triplicata, dal 2,9 al 7,6%.
Un gruppo di ricercatori della Fondazione Zancan spiega le ragioni di questo cortocircuito in un volume, «Poveri e così non sia», pubblicato da «il Mulino». «Ogni milione in trasferimenti sociali fa uscire dal rischio povertà 39 persone contro le 62 della media europea», spiega Tiziano Vecchiato, il direttore del gruppo di ricerca.
«Uno dei principali problemi è che il 90% degli stanziamenti sono trasferimenti monetari, anzichè servizi». Un altro sono i criteri di erogazione, evidentemente sbagliati se solo il 9% di tutti trasferimenti va al 20% più povero della popolazione contro il 21,7% dei paesi Ocse.
La dimostrazione di quanto poco efficace sia la spesa si ricava dal confronto con il resto d’Europa. In Italia circa il 25% della popolazione è a rischio di sprofondare nella povertà ; dopo l’intervento dello Stato la quota scende del 5%.
La media europea è l’8,6%, solo quattro nazioni fanno peggio dell’Italia: Polonia, Lettonia, Grecia e Romania. Le altre oscillano tra l’8% della Spagna e il 12,5% della Gran Bretagna. Le condizioni di partenza sono simili: circa un europeo su quattro è sul crinale; la differenza è che dopo l’intervento dello Stato altrove la situazione cambia sensibilmente; da noi molto meno.
La nostra è una spesa improduttiva, assistenziale, spiegano i ricercatori. E ridondante: un cittadino può contare, in teoria, su 65 diverse forme di assistenza tra Comune, Regione, Stato e altri enti.
C’è chi riesce a intercettarne più di una, e talvolta alla fine riceve più di quel che gli serve, e chi nessuna. Molte nascono e dopo poco vengono soppresse. L’efficacia non viene mai analizzata.
Un esempio sono i 19 miliardi investiti in misure straordinarie negli ultimi anni: il reddito minimo di inserimento è durato due anni, il bonus straordinario per le famiglie uno solo.
I fondi della nuova social card sono stati spesi solo in parte, e così i bonus bebè e famiglie numerose. I contributi per le bollette di luce e gas hanno raggiunto un terzo di chi ne aveva diritto. Provvedimenti con un tratto comune: «Il carattere prevalentemente non strutturale, perchè di natura temporale se non addirittura sperimentale», annotano Maria Bezze e Devis Geron che li hanno analizzati.
Nell’ultimo decennio si è pensato di affrontare l’esplodere della crisi aprendo i rubinetti delle finanze pubbliche e inventando nuove soluzioni.
«Ma l’aggiunta di una misura non è un piano di lotta contro la povertà », ragiona Vecchiato. «Non abbiamo una ma tante forme di aiuto per affrontare lo stesso problema. Non servono risorse aggiuntive ma una bonifica dei trasferimenti». Spendere meglio per non condannare milioni di italiani a essere poveri a vita.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2017 Riccardo Fucile
GRAZIE AI VOLONTARI DI AMREF HANNO IMPARATO A COSTRUIRE STRUMENTI MUSICALI UTILIZZANDO I RIFIUTI… IN ITALIA INVECE CI SONO RIFIUTI UMANI CHE ATTACCANO LE ONG
Valentina Tamborra è una giovane fotografa rientrata da Nairobi a febbraio. 
Ha documentato qualche frammento di vita dei “chokora” (in Shwahilii significa rifiuto): è il nome che viene dato ai bambini di strada.
Le foto di Valentina sono stupende, saranno esposte da Amref a Milano il 22 giugno. Questo il suo racconto.
“Bambini che vivono nella spazzatura. Li ho seguiti, dall’immensa discarica di Dandora agli slum di Dagoretti. Dal primo contatto coi social worker, difficile con bambini che non hanno mai avuto nessuno accanto e che vivono soli.
E’ una storia di rinascita, non solo di disperazione: di infanzia che torna ad essere tale, e di speranza. E’ la storia di un rifiuto che diventa musica, gioco, nuova vita.
Ogni bambino impara, grazie al lavoro dei volontari di Amref, a costruire strumenti musicali proprio da quei rifiuti che prima raccoglieva solo per rivendere e comprare colla da sniffare.
Per me è stata dura, molto. Avere a che fare ogni giorno con l’instabilità , il pericolo, il dolore, mi ha messa a dura prova.
Sembra banale dirlo, ma posso assicurare che è vero: sono cambiata. Pensavo “in fondo queste cose le conoscono tutti”, ma quando sei davanti a un bimbo di 6 o 7 anni completamente “fatto di colla”, solo, che rovista nella spazzatura dividendosi il cibo con cani e uccelli, ecco lì comprendi che non sapevi nulla”.
“Tornerò a Nairobi, l’ho promesso ai bambini ma prima di tutto a me stessa.
Questa volta vorrei che fossero loro a raccontarsi, ho un progetto (ambizioso, forse) per il quale cerco aiuto e spero di poterlo realizzare.
Padre Kizito, Chiara, tutti i volontari e i bimbi mi son rimasti nel cuore. Ho visto pezzi di ferro e di legno raccolti dall’immondizia diventare strumenti, ho visto quei bambini lasciare la colla che portano al collo in bottiglie di plastica, che sniffano sempre, e mettersi a suonare.
Ho toccato con mano cosa cambia, e davvero cambia, l’opera dei volontari e dei social worker per quei bambini.
Piango chi, al mondo, non sa vedere tutto questo, non sa ascoltare. Sono loro i veri poveri”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile
DALLO ZEN DI PALERMO A QUARTO OGGIARO, DISCARICHE SOCIALI IRRISOLTE… VIAGGIO ALLA FINE DELLO STATO DOVE LE ISTITUZIONI SONO ASSENTI
Il piccolo Totò, se fosse il sindaco, renderebbe il suo quartiere irriconoscibile. «Vorrei che non ci
fossero più omicidi, che i ragazzi non spacciassero e realizzerei subito una piazzetta con il divieto di buttarci la spazzatura».
Totò, 12 anni, è nato e vive allo Zen 2 di Palermo. Quartiere difficile, come lo sono, del resto, le altre periferie italiane. Difficili, spesso brutali, soprattutto per chi è minore. Esclusione, marginalità , povertà , non solo economica ma pure educativa. Assenza costante delle istituzioni.
«Qui la politica è venuta sempre e solo a chiedere i voti nelle campagne elettorali, promettendo grandi rivoluzioni, per poi scomparire», ci racconta indignata una mamma dello Zen, che ogni pomeriggio manda suo figlio nell’unico centro di aggregazione presente in questo agglomerato urbano di palazzi chiamati padiglioni, realizzato durante l’era di don Vito Ciancimino e Salvo Lima, all’epoca del famigerato “Sacco di Palermo”.
Centro di aggregazione che esiste grazie all’impegno dell’associazione Zen Insieme e Save the Children, che da qualche anno svolge un ruolo fondamentale nelle periferie del nostro Paese. Dove la latitanza pressochè totale delle istituzioni ha lasciato che questi luoghi diventassero discariche di questioni sociali irrisolte.
Dallo Zen 2 a Quarto Oggiaro, periferia milanese. Da San Luca e Platì, in Calabria, roccaforti della mafia più potente al mondo, a Ponte di Nona, sobborgo della Capitale deturpato da spaccio e degrado.
L’Espresso è andato nei luoghi dimenticati dallo Stato, dove monta la rabbia sociale, a parlare con chi l’emarginazione la vive quotidianamente sulla propria pelle. E che ha trovato nelle associazioni del territorio, supportate da Save the Children, l’unico appiglio di normalità in un contesto dove anche solo un campetto da calcio è una grande conquista.
Totò e i libri
A casa di Totò, tolti i testi scolastici, non ci sono libri. Se fosse esistita una biblioteca pubblica ne avrebbe già letti parecchi.
Così in mancanza di una pubblica, è nata quella al primo piano del punto luce di Save the Children dello Zen 2. Una giovane bibliotecaria da settimane sta archiviando i titoli e alcuni ragazzini coetanei di Totò la aiutano nell’impresa. «A fine mese arriveranno altri mille libri», ci spiega seduta senza staccare gli occhi dal grande registro in cui elenca i nuovi testi appena sistemati.
È in questa grande stanza dalle pareti bianche e rosse che Totò sconfigge la timidezza e inizia a leggerci il suo programma elettorale, scritto durante il laboratorio “Se io fossi sindaco”. «Farei in modo che le persone si vogliano bene. Basta con la violenza che ha rovinato tante famiglie. Un grande parco giochi, l’ospedale, un campetto. Basta con lo spaccio».
Nelle richieste del piccolo Totò c’è il grido d’aiuto di un intero quartiere. Tra chi prova a dare speranza a questi giovani c’è il preside dell’istituto comprensivo Leonardo Sciascia. Giuseppe Granozzi dirige una scuola di frontiera. La dispersione scolastica è alta, alcuni bambini, mentre parliamo nel cortile, si aggirano fuori dai cancelli con una palla in mano. Sulla destra, collegato alla scuola, c’è un grande edificio di cemento, è la palestra. Finestre rotte, all’interno macerie ovunque, ferro arrugginito. Vandalizzata da 14 anni.
Intere generazioni di studenti non l’hanno mai potuta utilizzare. Un vero spreco, qui si potrebbero fare anche molte attività extrascolastiche. Per fortuna, ci dice Granozzi, a breve, finalmente, dovrebbero ristrutturarla.
«Se è vero come sostengono che lo Zen è il serbatoio di manovalanza di Cosa nostra, allora forse sarebbe il caso di investire molte più risorse in queste scuole. È nelle periferie che si vince la sfida educativa, realizzando non solo scuole che funzionano, ma anche belle, accoglienti», riflette il preside.
La bellezza contro il degrado. Ricetta basica, economica, ma a Roma, nei palazzi dove si fanno leggi e si stabiliscono finanziamenti, hanno un’altra idea della “buona scuola” necessaria.
All’istituto Sciascia fanno il tempo pieno, nonostante manchi la mensa. I ragazzi si arrangiano con un panino. «Non me la sento di lasciare andare a casa i ragazzi, dove passerebbero le loro giornate? Non c’è un teatro, non ci sono piscine, nè centri sociali, nè un centro di aggregazione pubblico», si congeda con un sorriso amaro Granozzi. Storie reali, che confermano dati e statistiche raccolte dall’organizzazione umanitaria Save the Children:
La Sicilia è la regione con la più alta percentuale italiana di alunni senza mensa a scuola (8 su 10), ha il 24 per cento di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi (la media nazionale è del 14,7 per cento), meno di 1 bambino su 10 può andare all’asilo nido, il tempo pieno è assente in 9 classi primarie su 10 e più di 4 giovani su 10 non utilizzano internet.
Gli angeli dell’Aspromonte
Per lungo tempo sono stati i paesi dell’anonima sequestri. Poi sono diventati i feudi di una ‘ndrangheta leader nel narcotraffico. San Luca e Platì, paesi d’Aspromonte. Raccontati meravigliosamente da Corrado Alvaro, che a San Luca era nato. Arriviamo qui seguendo la blacklist di dati e numeri fornita da Save the Children: il 38 per cento dei minori calabresi è in povertà relativa. In Calabria i servizi garantiti per l’infanzia coprono solo l’1 per cento dei bambini. E 3 classi su 4 delle scuole elementari e medie non hanno il tempo pieno.
Quasi 1 ragazzo su 5, inoltre, abbandona gli studi prima del tempo e il 78 per cento dei bambini e ragazzi non partecipano ad attività culturali e ricreative.
La Locride è una delle zone studiate dall’Ong. E dove spesso la ‘ndrangheta è l’unica vera alternativa. A San Luca, per esempio, non è facile la vita di una sedicenne. Per una ragazza è consigliabile il matrimonio non oltre i vent’anni. Matrimoni combinati. Accade ancora, come ci conferma anche Carmela Rita Serafino, la preside della scuola elementare e media di San Luca. «È un dogma, persino le madri più giovani, invece di desiderare una vita diversa per le proprie figlie preferiscono che seguano le loro orme».
Miriam, invece, ha scelto la strada più bella e difficile. A sedici anni vuole essere libera. Ha già scritto due libri. Il primo si chiama “Angels, la vita segreta di un angelo nascosto”. Stampato da una piccola casa editrice, il genere è fantasy. Ambientato in una Londra piena di fascino e di mistero.
Miriam frequenta il punto luce aperto qualche settimana fa da Save the Children a San Luca, in collaborazione l’associazione Civitas solis. Una villetta, all’interno completamente ristrutturata e con ampi spazi dove i ragazzi si dividono tra studio e laboratori. Una novità assoluta per San Luca. Che sembra aver suscitato la curiosità dei genitori, anche quelli più riservati e più diffidenti.
Anche qui, prima dell’apertura di questo luogo a parte la piazza del paese e qualche bar sala giochi, i bambini non avevano un posto dove fare attività ricreative dopo la scuola. Perciò o restavano a casa oppure vivevano la strada, con tutti i rischi che ne conseguono. «Mancano vere opportunità , e già il fatto che non esistano strutture nè per i giovani nè per gli adolescenti è un segnale del disinteresse delle istituzioni», spiega Miriam, che parla solo in italiano.
Può sembrare una banalità , in realtà la maggior parte dei suoi pari dialogano in dialetto, anche a scuola. Per questo da qualche tempo persino i dirigenti scolastici hanno imposto che si parli in italiano.
«I giovani devono capire è la lingua a metterli in connessione con il resto del Paese, è un modo per aprirsi al mondo», ci spiega Carmela Rita Serafino. Lo stesso vale per Platì, il paese che l’attuale ministro dell’Interno, Marco Minniti, definì la Molenbeek della ‘ndrangheta. Se la lotta alle ‘ndrine si fa con le armi della cultura, qui la guerra dello Stato non è mai iniziata.
«Ogni anno cambia il preside», racconta scoraggiato Fortunato Surace, reggente dell’istituto, «siamo in una scuola di frontiera, senza una palestra e senza molto altro da offrire. Oltretutto il Comune di Platì per 10 anni non ha avuto amministrazione, tra scioglimenti per mafia e elezioni saltate per mancanze di liste».
Surace non nasconde l’amarezza per il degrado educativo che tocca con mano in paese. Molti padri vivono al 41 bis, lontani dalle famiglie. E poi terminate le medie, chi vuole proseguire gli studi deve svegliarsi massimo alle 6 di mattina, correre a prendere l’unico autobus che porta ai comuni della costa. Lo stesso vale per chi vive a San Luca. Un viaggio che Miriam fa ogni giorno.
Roma è lontana
La grande rivoluzione a Cinque stelle a Ponte di Nona, estrema periferia di Roma, non è ancora arrivata. Solo Papa Francesco si è spinto fin qui, per visitare la parrocchia. Per l’occasione il parco che divide in due la strada è stato ripulito da erbacce alte quanto alberi. Ora è tornato al degrado di prima.
C’è una grande vasca che doveva raccogliere l’acqua piovana trasformata in discarica e un ponticello di legno con due pedane sfondate, dal quale i bambini rischiano di cadere se provano ad attraversarlo. Crescere a Ponte di Nona vuol dire fare i conti con l’indifferenza delle istituzioni. Anche in questo caso tolto il punto luce di Save the Children, gestito dall’associazione Santi Pietro e Paolo, e la scuola resta poco. Il centro è nel cuore della zona dello spaccio.
A pochi metri da qui due anni fa c’è stata una sparatoria, due ragazzi sono morti. Erano del quartiere. I loro volti sono raffigurati su un murales. C’è, poi, una seconda area verde. Nell’aiuola che scorre in mezzo alla scalinata invece dei fiori c’è una distesa di sacchetti bianchi e azzurri della spazzatura. Il resto è abbandonato.
«Chi vive qui non si sente di Roma», spiega Maria Rosaria Autiero, la preside dell’istituto comprensivo “Ponte di Nona-Lunghezza”, «per raggiungere il centro storico è un viaggio e anche nel lessico che utilizzano per indicare la città si percepisce questa distanza».
Tanti ragazzi vivono con un solo genitore, molti padri sono in carcere. «È fondamentale lavorare con questi minori, perchè vivono la situazione familiare con disagio, sono fragili e hanno una bassa autostima», racconta un’insegnate che da 20 anni lavora in questa scuola.
L’altro volto di Milano
Luca ha 13 anni e vive a Quarto Oggiaro, periferia milanese. Molti coetanei abbandonano la scuola, e molte famiglie non arrivano a fine mese. Vive in una piccola casa popolare, con le sorelle, la nonna e la mamma, che da sola si occupa di tutti, pur non avendo un lavoro fisso.
Fa enormi sacrifici saltando da un piccolo lavoro saltuario a un altro per poter garantire ai suoi figli almeno i libri scolatici, cibo e vestiti. La sua più grande preoccupazione è poter dare un futuro ai propri ragazzi, lontano dalla strada. La vita di strada anche in questa periferia del Nord non è poi tanto differente dal resto d’Italia. Anche qui c’è una grande piazza di spaccio. Anche qui la criminalità cerca carne fresca da mandare al macello.
Luca fugge da tutto questo. Da un anno frequenta il Punto Luce di Save the Children, gestito dall’Acli di Milano.
Qui è al sicuro, lo seguono nei compiti, viene sostenuto, e col tempo matematica, chimica e italiano, non sono più incubi ma materie da studiare per crescere. Il pomeriggio si dedica all’orto urbano che gli educatori hanno piantato nel suo quartiere. Ma la vera passione di Luca è la musica. Ha così iniziato un corso di pianoforte. Uno spartito lo salverà . Basta poco, in fondo.
(da “L’Espresso”)
argomento: povertà | Commenta »