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LE DOMENICHE DEL RAGAZZINO TREDICENNE DENTRO I CASSONETTI

Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile

“BAMBINO” CERCA CIBO E OGGETTI NEI CASSONETTI E SOGNA DI DIVENTARE POLIZIOTTO

Che cosa vuoi fare da grande Bambino? «Il poliziotto. Sì il poliziotto. Mi piace. È bello, sai, fare il poliziotto».
Perchè? «Perchè aiuta la gente e poi arresta i cattivi».
In questa storia non ci sono nomi di persona, perchè Bambino ha soltanto 13 anni.
E tutti i fine settimana fa una cosa che nessun altro suo coetaneo fa.
Se ne va in giro per la città  con un vecchio portaspesa di tela blu e una zia dall’età  indefinita a frugare nei cassonetti dell’immondizia a caccia di qualcosa che abbia un valore.
Come queste tortine ricoperte di crema al cocco, scadute da qualche giorno, che lui tira fuori dal cassonetto dell’immondizia davanti ad un bar di via Nizza.
Le aggancia con un ferro piegato a forma di «L», le afferra e le infila nel borsone a rotelle blu. E se sono scadute poco importa: «Credimi, sono ancora buone: la data è solo quella di una settimana fa».
Bambino è fatto così, non ha paura di parlare e di raccontare la sua miseria.
Bambino è rom. Figlio di rom. Fuggito da quella bidonville che le ruspe hanno cancellato quasi due anni fa in lungo Stura Lazio.
Portato via da una mamma saggia che non voleva crescesse lì, in mezzo ai topi e alla miseria. Con un destino segnato.
Papà  coinvolto in un incidente. Tre fratelli più piccini. Una storia come tante. In una città  dove i rom sono più di mille. Dove c’è un campo-vergogna in via Germagnano nel quale topi e umani condividono gli stessi spazi, all’aperto e al chiuso.
E i bimbi rom a scuola ci vanno se – e quando – capita. Nonostante i controlli, le insistenze, la pazienza infinita di maestre e professori.
Bambino no. Lui è differente.
Bambino vive in un paese a quaranta chilometri da quell’inferno. Va a scuola tutti i giorni. E ha un sogno: «Voglio fare il poliziotto».
Ti piace studiare? «Sì, tanto. E mi piace la matematica. E pure scienze. Sai che la professoressa mi ha messo 9 di matematica?» E in Italiano come vai? «Bene, ma un po’ meno. Tra il sette e l’otto. Ma studio. E faccio tutti i compiti, sempre».
Giocare? Se c’è tempo e se ci sono giochi si può fare. Magari con i fratelli, magari con gli altri compagni di scuola dietro un pallone o giù per una strada nel paese che lo ha accolto senza sapere nulla di lui, del suo passato, dei suoi fine settimana al campo dove vivono i parenti. Ogni weekend: dal venerdì alla domenica sera.
Poi via, verso l’altra vita, dopo aver passato la giornata a infilarsi nei cassonetti a caccia di qualcosa che abbia un valore.
Bambino è così. Più forte delle sue origini. Più determinato di questa zia che adesso si accende l’ennesima sigaretta e sorseggia un caffè spillato dalle macchinette automatiche nei «negozi frigo» di via Nizza.
«Lo vedi questo peluche? L’ho trovato prima. È ancora bello. Possiamo anche andare a rivenderlo».
A chi, Bambino? Lui alza le spalle: «Ovvio, al Balon». Dove adesso c’è sua madre che vende gli stracci. Ce l’hai una fidanzatina? «No, dai. Non ancora. È presto».
Ma non così presto per essere già  grande da aver capito che, senza quella caccia – che non è un gioco, e lui lo sa – i sui fratellini non mangiano.
Perchè i soldi che sua mamma mette insieme facendo le pulizie non bastano mai.
Perchè quelli che il nuovo papà  porta a casa facendo l’elettricista sono pochi.
E allora meglio infilarsi nei bidoni dell’Amiat, sfidare le facce schifate di chi gli sfila accanto, e rompere con le dita piccine le borse di plastica per vedere se dentro c’è un tesoro o solo bucce di patate e resti di pranzi.
Bambino sei felice? «Sì, perchè?»
Tra quindici giorni è Natale, lo festeggi? «Certo, sono di religione ortodossa, io. E prego anche».
Si aggiusta il cappellino nero. Si passa le mani sui pantaloni ormai lerci.
Stende la destra: «Ciao, ora vado. Ho da fare». Cosa vorresti come regalo di Natale? Spalanca gli occhi: «Non so». Realizzare il tuo sogno? «Sì, fare il poliziotto».

Lodovico Poletto
(da “La Stampa”)

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MILANO: 350 EURO AL MESE A CHI OSPITA SFRATTATI E SENZATETTO. FORZA SALVINI, PRIMA I POVERI ITALIANI: QUANTI NE PORTI A CASA TUA?

Dicembre 8th, 2016 Riccardo Fucile

LA RUSSA, SANTANCHE’, BECCALOSSI, DE CORATO E SOVRANISTI DEI NAVIGLI, NON SGOMITATE: UN ITALIANO A TESTA A CASA VOSTRA, FINALMENTE DALLE PAROLE AI FATTI

Dopo aver cercato famiglie per ospitare rifugiati, adesso con lo stesso meccanismo e lo stesso contributo il Comune di Milano cerca famiglie disposte ad ospitare sfrattati o senza tetto per sei mesi (prorogabili).
Per questo ha pubblicato un bando che resterà  aperto fino al 9 gennaio.
I requisiti richiesti sono avere un’abitazione con una camera per la persona che viene accolta con l’uso del bagno (o un bagno dedicato).
Come contributo per vitto e alloggio Palazzo Marino stanza 350 euro al mese (che salgono massimo a 400 se si ospitano più persone).
“Dal prossimo gennaio – ha spiegato in una nota l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino – partiremo con questo nuovo progetto di accoglienza destinato a chi è stato sfrattato e ai senza fissa dimora. Dopo l’esperienza con i cinque titolari di protezione internazionale vogliamo proporre l’ospitalità  in famiglia anche a chi si trova in una situazione di grave emergenza abitativa e insieme alla casa ha perso il lavoro e i legami con la propria famiglia di origine”.
Secondo l’assessore, “la possibilità  di ricostruire intorno a sè un contesto di accoglienza e di sostegno può essere di grande aiuto in un percorso di riconquista graduale dell’autonomia personale”.
Il Comune garantisce la supervisione e il monitoraggio della sperimentazioni in collaborazione con un partner del terzo settore ancora da selezionare. Il progetto di ospitalità  già  avviato con i rifugiati – per cui è stato fatto un elenco di 50 famiglie di cui 5 selezionate per l’ospitalità  – ha avuto risultati più che soddisfacenti e riprenderà  a gennaio.
“La convivenza – hanno sottolineato da Palazzo Marino – è stata molto positiva e ha portato risultati significativi sul piano delle relazioni interpersonali, della crescita individuale dei ragazzi e della loro inclusione sociale”.
Questa iniziativa del Comune siamo certi troverà  la disponibilità  di coloro che fino a ieri strillavano “Prima gli italiani” e che sicuramente ora, per la loro nota sensibilità  e buonismo verso gli indigenti e i poveri, sgomiteranno per accogliere un povero ITALIANO.
Immaginiamo che Salvini, Beccalossi, De Corato, Santanchè, La Russa e sovranisti pluridecorati sgomiteranno per contendersi quegli sfrattati che spesso vanno a trovare nei loro tour elettorali, indicando nei profughi chi porta via loro un alloggio.
Finalmente è il momento del riscatto nazionale!
Avanti miei prodi, date l’esempio e magari rinunciate ai 350 euro al mese, visto che avete sempre sostenuto che non è corretto “guadagnare” su chi è in difficoltà .
E non fate i furbi dicendo che non avete spazio… qualcuno a Recco e a Zoagli ha delle belle seconde case libere, non fateci dire chi.

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STORIA DI UN RAGAZZO DA 25 ANNI PRECARIO: “CON IL POSTO FISSO AVREI VOTATO SI'”

Dicembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

ROBERTO, 43 ANNI, VIVE CON I GENITORI: “VORREI DARE LORO UNA SODDISFAZIONE, E’ UN MONDO DOVE CI SONO TROPPE DIFFERENZE TRA I RICCHI E I POVERI”

Una vita da precario che lo ha portato a scegliere il No al referendum.
La Stampa racconta oggi la storia di un uomo 43enne che da 25 anni insegue un posto fisso ma non lo trova: vive a Milano insieme ai genitori e ha fatto dal barista al volontario, al magazziniere all’educatore fino allo scaricatore, lo scrutatore o l’ascensorista o il vivaista.
Una vita passata a cercare lavoro e un solo sogno: “Rendere felici i miei genitori, dargli almeno una soddisfazione” dice Roberto Montino.
“I miei sono pensionati. Mio padre era grafico pubblicitario, mia madre impiegata in un ufficio marketing. Mia madre mi passa sette euro al giorno, mio padre quando può altri tre o quattro. Quando ho comprato un pacchetto di sigarette ho già  speso metà  della mia somma” racconta alla Stampa spiegando la sua condizione.
Ha una ragazza?
«Ne frequento una da quattordici anni».
Vorrebbe andare a vivere con lei?
«No, no, adesso vorrei soprattutto dare una soddisfazione ai miei genitori. Non gliene ho mai data una. Vorrei un lavoro, così sarebbero più sereni e orgogliosi di me».
Esce alla sera?
«Mai. Torno a casa alla intorno alle diciannove, ceno e spesso vado subito in camera mia. Io non sono in grado di offrire un caffè a un amico. Uscire alla sera significa spendere venti euro come niente».
Al cinema?
«Non ci vado da vent’anni, penso. E nemmeno alla stadio».
Un esempio di un ragazzo che ha lottato per una vita alla ricerca di un contratto e ora non trova risposte nella politica.
“Io odio l’euro. Con la lira pagavo un pacchetto di sigarette duemila e cinquecento lire, adesso cinque euro, cioè diecimila lire. Quale inflazione può quadruplicare i prezzi in quindici anni?».
Per chi vota?
«Non mi va di parlare di politica».
Le piacciono Grillo e Salvini?
«Lasciamo perdere».
Loro sono contro l’euro… Mi dica almeno che cosa ha votato al referendum.
«Ho votato No».
Perchè?
«Perchè la Costituzione va bene così».
Se avesse trovato un posto di lavoro, avrebbe votato Sì?
«Penso di sì».
Che c’entra il suo lavoro con la Costituzione?
«Se avessi un lavoro fisso, e tutta l’economia andasse meglio avrei fatto in modo che Renzi non si dimettesse».
Che colpe ha Renzi?
«È proprio questo mondo che non mi piace. Vedo troppe differenze fra ricchi e poveri. C’è chi spende e spande oltre ogni necessità  o desiderio, e gente che vive sulla strada di carità . Come è possibile tollerarlo? Qualche giorno fa ho dato trenta centesimi a un senza tetto e lui mi ha detto che Dio ti benedica e gli ho detto che benedica te, che hai più bisogno di me. A me non sembra così difficile fermarsi a pensare ogni tanto».

(da “Huffingtonpost“)

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LA POLITICA IGNORA I POVERI: BASTEREBBERO 7 MILIARDI, IL 5% DELLE SOMME EVASE IN ITALIA OGNI ANNO

Dicembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

PERCHE’ NESSUN PAPRTITO PROPONE IL CARCERE PER CHI EVADE?

Tutti presi, ormai da mesi, sul dilemma Sì o No al referendum costituzionale, i partiti italiani continuano a ignorare — nei loro programmi ma soprattutto nella loro azione politica — la realtà  dei diseredati, che in Italia sono ormai fra un quarto e un terzo della popolazione.
Per l’esattezza: in Italia ci sono 8 milioni di poveri, fra cui 1 milione di minorenni. Circa metà  è in povertà  assoluta, l’altra metà  in povertà  relativa.
Ci sono 4 milioni di disoccupati.
Ci sono 4 milioni di disabili, di cui una metà  gravissimi, murati in casa dalle mille “barriere”.
C’è 1 milione di malati di Alzheimer o altre forme di demenza, del tutto abbandonati al sostegno, non solo economico, dei familiari.
C’è un numero imprecisato di immigrati clandestini in condizioni miserevoli.
E di recente sono apparsi i dati dell’Atlante dei bambini di Save The Children.
In Italia i bambini “molto poveri” sono 1.131.000, un minore su tre (490 mila al Nord, 450mila al Sud, 19mila al Centro): il 32,1% del totale, contro il 27,7% della media Ue. Il 39% dei bambini vive in case non riscaldate (media Ue, 24,4%). Bassissima la capacità  di lettura.
Crescente il fenomeno del bullismo. Per Eurosat l’Italia destina all’infanzia e alla famiglia una quota di spesa sociale pari alla metà  della media Ue (4,1% contro 8,5%). Ci sono fondate speranze sulla capacità  della economia globalizzata di un miglioramento che si rifletta anche sull’Italia?
Purtroppo no, come dimostrano i dati inquietanti dall’Ocse e della inglese Joseph Rowntree Foundation: i posti “non standard” (tempo determinato, part time o autonomi) rappresentavano il totale dell’aumento netto dei posti nel Regno Unito sin dal 1995, ben nove anni prima della nascita di Facebook.
In Gran Bretagna quattro lavoratori sottopagati su cinque non riescono a ottenere salari decenti neanche dopo dieci anni, mentre il 30% delle persone in età  lavorativa non può permettersi un piano pensionistico privato.
Negli Usa, entro il 2020 metà  degli individui lavorerà  come free lance.
E’ uno “sboom silenzioso”. Emblematico il caso delle auto: per Jeremy Rifkin a ogni vettura presa in sharing se ne produrranno una dozzina in meno.
Tom Barrack, consigliere ascoltato di Trump, ha scritto che la middle class ha perso “ogni speranza”.
Tornando alla realtà  del nostro Paese, a fronte dei diseredati ci sono alcune migliaia di italiani che evadono il fisco per 150 miliardi l’anno (oltre 5 volte la legge finanziaria per il 2017).
Per realizzare un “piano per la povertà ” servirebbero 7 miliardi l’anno: una somma equivalente ameno del 5% di quei 150 miliardi.
Di fronte a questa realtà , la priorità  assoluta di tutte le forze realmente riformiste (Forza Italia e Lega guardano con molta tolleranza agli evasori, mentre il Pd, che ci governa, non si occupa di questo tema se non per “ammorbidire” i toni verso i contribuenti) dovrebbe essere una lotta molto dura alla evasione.
Come mai a proporla non ci pensano i parlamentari di M5S, invece di focalizzare la loro azione sulla richiesta demagogica di dimezzare gli stipendi dei parlamentari, che fra l’altro sono 900, contro le decine di migliaia di grandi evasori ?
Dopo decenni di esperimenti, l’evasione ha continuato a crescere.
L’unico deterrente efficace in questo campo è la certezza del carcere per i grandi evasori. E’ necessaria una legge che preveda per loro una pena minima di tre anni, così da evitare il salvagente della condizionale.
A chi fa obiezioni di tipo “garantista” rispondo semplicemente così: “ il garantismo non può essere illegalità ”.

Carlo Troilo
(da “Huffingtonpost”)

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VIAGGIO NELL’ITALIA DEGLI ULTIMI: TUTTI I GIORNI IN FILA PER POTER MANGIARE

Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile

QUATTRO MILIONI E MEZZO DI PERSONE VIVONO IN CONDIZIONI DI INDIGENZA ASSOLUTA… A BOLOGNA 6 PASTI SU 10 SONO SERVITI A ITALIANI

«Guarda che poteva succedere anche a te» dice l’ex facchino Franco Lepore, nato a Bologna, vissuto in via Massarenti, trentasei anni di lavoro duro e vacanze in città , a parte un solo viaggio «memorabile» in Brasile alla fine degli Anni Novanta.
«Perdi il posto, ti salta la casa. I miei cugini si sono fatti una famiglia. Non ho nessuno nelle condizioni di aiutarmi».
Accanto a lui, ci sono diciannove persone sedute sulle panche di questa stanzetta troppo illuminata. Aspettano il secondo turno perchè il refettorio è pieno.
Una donna pallida, con il viso deturpato da una cicatrice, esce urlando e piangendo. Dice fra i singhiozzi che in coda le hanno storto un braccio. Arriva la polizia. In dieci si fanno avanti per smentirla.
«Non mi sento bene, scusatemi» dice adesso la donna mettendosi a sedere. Odore di mandarini. Un altro giro di tagliatelle al sugo. Un’altra sera alla mensa della Caritas di Bologna.
La prima notte  
«La prima notte in strada ero titubante», dice il signor Lepore. «Mi hanno rubato il sacco a pelo già  due volte. Per fortuna ho un amico che tiene le mie cose da lui. Alla fine, bisogna risollevarsi. Mi sono fatto fare tutti i conteggi. Mi mancano 16 mesi alla pensione. Devo resistere».
Resistere a Bologna. In Italia nel 2016. Dove la crisi non è mai finita, almeno se la si guarda da queste specie di sala d’aspetto.
Gli ultimi dati della Caritas dicono, anzi, che i senzatetto nel 2015 sono aumentati del 21 per cento rispetto all’anno precedente.
Quattro milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà  assoluta, mai così tanti dal 2005. E proprio qui, sotto le Due Torri, in Emilia Romagna, il 64 per cento dei pasti sociali è per gli italiani.   Anche l’ex saldatore Nicola Mastro aspetta il suo turno per cenare.
«Il mio datore di lavoro era Paolo Mascagni del mobilificio di Caselecchio, lo conosci? Eravamo in solidarietà  da una settimana, quando si è tolto la vita. Una bravissima persona. Ancora adesso la famiglia mi aiuta come può. Era il 2011. Ho provato a farmi assumere alla Manutencoop, ma non c’era posto. Da allora ho consumato tutti i risparmi, senza più trovare niente. Eppure, fidati, qui dentro io sono uno dei più fortunati».
La fortuna  
Ecco in cosa consiste la fortuna del signor Mastro: «Ho un piccolo camper. Merito di un mio amico che sapeva capire il mondo. Incominciavano a lasciare le persone a casa, e lui mi dice: ”Meglio che ti procuri qualcosa”.
Tengo il camper parcheggiato in zona Barca. Non passa mai nessuno. Lo scorso inverno stavo morendo di polmonite lì dentro”
A cena ci sono nigeriani, senegalesi, magrebini, siriani, badanti moldave e romene, un’infermiera polacca che sorride a tutti.
E poi loro, gli invisibili d’Italia. Hanno borselli agganciati stretti alla cintura e vecchi giacconi da sci.
Qualcuno si saluta con il nome delle città . «Ciao Firenze!». Altri non parlano e scappano il più in fretta possibile. C’è Gianluca Pezzoli con il cane Scubidù, legato all’ingresso: «Lavoravo a Rimini, ma avevo troppi pensieri, troppa ansia. Ho mollato tutto per stare in pace».
E c’è l’idraulico Alberto che, invece, ha divorziato a Roma, è di Reggiolo, ma non voleva tornare a casa così impoverito, e ci riprova qui: «Mi mancano i miei figli. Loro non sanno che dormo per strada. Sono fuori da tre mesi, ma non mi arrendo. Ho dato come domicilio l’indirizzo del centro ascolto di via Polese. Metto annunci a ripetizione sul web. Sono un bravo artigiano. Mi è appena arrivata una richiesta per un rifacimento bagno. Ho fatto un preventivo da 2100 euro».
Studenti e osterie
Bologna «la grassa», con le osterie bellissime da cui risuonano i suoi cantautori, gli studenti per le strade del centro storico, via degli Orefici e via delle Pescherie Vecchie. Bologna che ogni anno, solo alla Caritas, serve 68.500 pasti.
Suor Maria Teresa si occupa delle colazioni dei poveri. Per quindici anni è stata alla mensa di Crotone, la città  italiana con il più alto tasso di disoccupazione: 31,46 per cento. Ma adesso è qui, e guarda Bologna con occhi preoccupati: «Vengono questi uomini ancora giovani ad aiutarmi alle sei di mattina. Capisci quanto sono tormentati. Hanno perso il lavoro. Non riescono a dormire. Rispetto a Crotone, quello che mi colpisce è che la povertà  è più recente e più nascosta».
Bologna sta imparando a conoscere il suo nuovo arcivescovo, mandato da Papa Francesco per occuparsi proprio di questo.
Monsignor Matteo Maria Zuppi per prima cosa si è schierato con i lavoratori e contro gli sfratti: «La crisi non è affatto finita – dice adesso – sarà  un’onda lunga. Penso alle pensioni minime che verranno. La soglia è sottilissima: puoi scivolare e non farcela più. Io vedo l’Italia come nelle macerie del dopoguerra. Serve lo sforzo di tutti per ricostruire».
La cena alla Caritas, il pranzo alla mensa degli Antoniani, un’altra istituzione cittadina. Hanno dovuto dedicare dei giorni alle famiglie, perchè arrivavano a mangiare i genitori con i figli.
Ed è sempre qui che si può vedere come può finire, certe volte, il boom economico. Antonina e Salvatore Arena, 85 e 87 anni, emigrati a Bologna nel 1960 da Valguarnera Caropepe, Sicilia. «Lavoravo alla fabbrica di gesso di Ponticelli» dice lui. «Non torniamo al paese da più di trent’anni» dice lei.
Due pensioni minime, quattro figli. «Non hanno un lavoro stabile, noi cerchiamo di aiutarli. Ogni giorno prendiamo il pullman 90. Ci vuole mezz’ora per venire alla mensa. Poi torniamo a casa. Questa sera abbiamo la pasta».
Fra i tavoli della messa della Caritas tutti cercano gli occhi di Anita.
«Ciao splendore», «ciao bellissima», le dicono mentre porta i carrelli. Anita Monopoli fa il turno di notte al centro meccanografico delle Poste, ma prima viene ad aiutare.
«Io sarò sempre dalla parte delle donne. Ma qui ho imparato ad essere anche dalla parte degli uomini. Spesso vengono penalizzati nel divorzio e con i figli. L’altra sera c’era un signore garbato, elegante, ricordava Michele Mirabella. Mi ha colpito la sua compostezza. Ogni volta dico a tutti: spero di non vedervi mai più. Ma poi, purtroppo, li vedo ritornare».
Tutte le sere, Massimo Matteuzzi, ex magazziniere, ex autista, 62 anni, compra un biglietto del treno per Castel Maggiore da un euro e 50.
È il più economico in commercio. «Senza biglietto i vigilantes non ti fanno entrare in stazione. Ma io vengo qui proprio perchè ci sono loro».
Il sottopassaggio è pieno di persone. Sono le undici di sera. Hanno tutti il biglietto in tasca, anche se non partono. Il signor Matteuzzi tira fuori le coperte dal borsone e si sdraia sul pavimento. «Buonanotte», dice ad alta voce.
Poi si infila tre berretti di lana in testa per non sentire il rumore dei treni che sfrecciano via.

Niccolò Zancan
(da “La Stampa”)

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DUE MILIONI E MEZZO DI ITALIANI HANNO RINUNCIATO ALLLE CURE MEDICHE PERCHE’ NON HANNO SOLDI

Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile

MANCATO ACCESSO ALLE TERAPIE, DIFFICOLTA’ PER I GIOVANI, SUICIDI IN AUMENTO

Se in Italia la grande depressione degli anni ’20-’30 è passata senza colpo ferire, la grande recessione economica iniziata nel 2008 provoca ancora i suoi effetti su salute e mortalità .
Si va dall’accesso alle cure, alle difficoltà  per i giovani, fino al fenomeno dei suicidi. Tantissimi gli italiani, infatti, che rinunciano alle cure mediche perchè pur avendone bisogno non hanno le risorse economiche per pagarne i costi.
Lo ha dimostrato l’indagine Istat del 2013 (su dati 2012-2013 che riguardavano 60mila famiglie): due milioni e mezzo di persone hanno dichiarato di aver rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età  in cui è più necessario fare prevenzione.
Ma a pagare di più la crisi sono i giovani: l’11 per cento dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere in senso assoluto, il 20 per cento in condizioni di povertà  relativa.
È quanto è stato evidenziato ieri, da Viviana Egidi ed Elena Demuru, rispettivamente professore ordinario del Dipartimento di Scienze statistiche e dottore di ricerca della Sapienza di Roma.
Il loro convegno si è tenuto nell’ambito del ciclo di incontri scientifici sulla società  italiana e le grandi crisi economiche in Italia, organizzati in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della fondazione dell’Istat.
IL LEGAME TRA SALUTE, MORTALITà€ E BENESSERE ECONOMICO
La salute degli individui e delle popolazioni è strettamente legata al benessere economico, tanto a livello individuale che collettivo.
“In anni in cui il tasso di mortalità  scendeva molto rapidamente grazie a miglioramenti ambientali e delle condizioni di vita — ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la professoressa Viviana Egidi — la grande depressione non ha comportato alcuna conseguenza immediata, al contrario la crisi attuale ha avuto effetti sensibili”.
Primo fra tutti un significativo rallentamento della riduzione della mortalità  per malattie del sistema circolatorio, che ha agito negativamente sulla mortalità  complessiva.
“In pratica — spiega la docente — non è che la mortalità  stia aumentando, ma ha smesso di diminuire ai ritmi che hanno caratterizzato il periodo antecedente al 2008”. A questo dato si aggiunge il fatto che se in passato le malattie cardiovascolari erano tra le prime cause di decessi insieme a diverse patologie, negli ultimi decenni l’aspettativa di vita è molto aumentata quindi le variazioni nei tassi di mortalità  diventano più sensibili a crisi economiche e cambiamenti ambientali.
“Basti pensare — spiega la docente — ai decessi registrati nel 2015 a causa del caldo tra gli anziani”
L’ACCESSO ALLE CURE
Il rapporto Istat 2015 ha evidenziato come il processo di rientro dal debito, cui hanno dovuto far fronte numerose Regioni, associato alla difficile congiuntura economica, ha avuto come conseguenza una riduzione dell’equità  nell’accesso alle cure.
Al fatto che alcune delle Regioni sotto piano di rientro dal debito non siano riuscite ad assicurare i livelli essenziali di assistenza si aggiunge il fenomeno della rinuncia a prestazioni sanitarie.
Secondo il rapporto il 9,5 per cento della popolazione non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico per motivi economici o per carenze delle strutture di offerta (tempi di attesa troppo lunghi, difficoltà  a raggiungere la struttura oppure orari scomodi).
“Il problema grave — spiega la docente della Sapienza — è che la rinuncia alle cure può portare a un peggioramento delle patologie con il rischio che i tumori vengano diagnosticati in una fase troppo avanzata della malattia e che si mandi all’aria il lavoro fatto sulle diagnosi precoci”.
Sempre in termini di accesso alle cure, durante la crisi le differenze si sono allargate anche sotto questo profilo: “I differenziali territoriali che prima del 2008 si stavano lentamente colmando — aggiunge Viviana Egidi — sono tornati ad ampliarsi”. Il rapporto Istat del 2015 lo evidenzia: nel Nord-ovest si registra la quota più bassa (6,2 per cento) di rinuncia per motivi economici o carenza dell’offerta, mentre nel Mezzogiorno la quota è più che doppia (13,2 per cento).
I SUICIDI
Sebbene non si possa parlare di relazione causale tra crisi e suicidi, c’è una teoria che lega questo tipo di decessi alle condizioni economiche: “Se con la grande depressione tra il 1930 e il 1931 si è registrato un temporaneo aumento di uomini che si sono tolti la vita (parliamo numericamente di 500 suicidi in più) ma già  nel ’32 si è tornati ai valori normali, nel periodo recente l’alterazione è diventata più duratura e ha riguardato, sempre uomini, dai 30 ai 74 anni”.
Per la docente “non si può parlare di causa-effetto, ma si notano delle associazioni”. In alcuni casi, l’aumento dei suicidi si verifica anche prima che inizi la crisi economica vera e propria. Si tratta dei cosiddetti ‘eventi-sentinella’.
Solo di recente, comunque, i numeri si stanno via via tornando alla normalità .
UN’IPOTECA SUL FUTURO
Il convegno si è chiuso con un monito che riguarda le nuove generazioni, quelle che stanno pagando la crisi in modo maggiore.
La salute dei giovani peggiora. Il 31 per cento dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in condizioni di povertà  assoluta o relativa.
“Diversi studi — ha concluso la docente — dimostrano che se si vive in condizioni di difficoltà  economiche da bambini, si tende a rimanere in quelle stesse condizioni fino alla terza età ”. Le condizioni di vita nell’infanzia influenzano gli esiti di mortalità  e di salute durante l’intero corso della vita.
Le conseguenze? “Se si arriva a 80 anni dopo aver sofferto fin da bambini, si rischia di vanificare tutti gli sforzi che si stanno facendo per garantire ai cittadini di invecchiare in buona salute, una necessità  per evitare che il sistema sanitario nazionale non collassi”.

Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA SCOZIA VALUTA L’INTRODUZIONE DEL “DIRITTO AL CIBO”

Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

“NESSUNO DOVRA’ AVERE FAME IN UN PAESE COSI’ PROSPEROSO COME LA SCOZIA”

Il governo scozzese potrebbe presto introdurre il “diritto al cibo” tra le sue leggi. L’obiettivo è quello di garantire a tutti un accesso sicuro al cibo: quest’ultimo, inoltre, dovrà  essere adeguato in quantità  e abbordabile a livello di costi.
La proposta è stata avanzata dall’Independent Working Group on Food Poverty, un gruppo di lavoro incentrato proprio sulla risoluzione di problemi legati alla fame.
Il team ha pubblicato un report all’inizio di quest’anno e, basandosi sui dati in esso pubblicati, ha proposto al governo l’introduzione di alcune norme per implementare le politiche tuttora in vigore e per utilizzare al meglio le risorse disponibili.
Sebbene il problema della fame non sia di facile risoluzione, le loro “raccomandazioni” rappresentano il desiderio di un passo in avanti.
Tra quelle suggerite e accettate dal governo, oltre al diritto al cibo esteso a tutti, c’è anche l’introduzione di un sistema di controllo della sicurezza di ciò che viene venduto visto che, come mette in evidenza uno studio dell’associazione Trussell Trust, negli ultimi tempi il fenomeno dei banchi alimentari è sempre più diffuso.
“Siamo stati molto chiari: nessuno dovrà  trovarsi ad avere a che fare con un’emergenza legata al cibo in un Paese così prosperoso come la Scozia”, ha spiegato il segretario che si occupa di uguaglianza sociale, Angela Constance.
“I tagli e le tasse hanno portato sempre più persone a sperimentare la crisi, aggravando il problema della fame – continua -. Noi vogliamo creare una soluzione sostenibile per affrontare il problema in Scozia e quindi vaglieremo una serie di ipotesi, tra cui anche il ‘diritto al cibo’. Questo vuol dire non soltanto dare alle persone la possibilità  di accedere a cibo sano e fresco, ma anche condividere i pasti nelle comunità , sviluppare una serie di nuove capacità  e cercare insieme una soluzione a lungo termine”.

(da “Huffingtonpost”)

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CASE FREDDE, POCO CIBO E ABBANDONO SCOLASTICO: QUASI UN BIMBO SU TRE A RISCHIO POVERTA’

Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile

L’ATLANTE DELL’INFANZIA DI SAVE THE CHIDREN MOSTRA LA SITUAZIONE IN CUI VIVONO TANTI MINORI

Povertà  ed esclusione sociale, case fredde e poco luminose, nessun gioco, niente sport, abbandono precoce della scuola: è la condizione di migliaia e migliaia di bambini e ragazzi. Non in un Paese in via di sviluppo ma in Italia.
A fotografare impietosamente, anche quest’anno, la condizione dei minori nel nostro Paese è il settimo «Atlante dell’Infanzia (a rischio) “Bambini, Supereroi”» di Save the Children, un viaggio nell’Italia dei bambini in 48 mappe, presentato oggi a Roma e che per la prima volta viene pubblicato da Treccani.
Calo della natalità   
L’infanzia in Italia, dice Save the Children, è un tesoro che va protetto, soprattutto se si considera che i bambini nel nostro Paese sono sempre meno. Il 2015 ha fatto registrare il record negativo di nati: 485.780 bambini, un livello di guardia mai oltrepassato dall’Unità  d’Italia.
Il tasso di natalità , pari a 8 nati ogni 1.000 residenti, si sta abbassando di anno in anno dal 2008, quando era pari a 9,8 su 1.000. Anche i minorenni sono sempre meno: il loro peso specifico sul totale della popolazione è sceso dal 17% del 2009 al 16,5% attuale.
Povertà  superiore alla media europea
Il nostro Paese presenta livelli di povertà  minorili superiori alla media europea: quasi 1 minore di 17 anni su tre (32,1%) è a rischio di povertà  ed esclusione sociale in Italia contro una media Ue del 27,7%.
I bambini di 4 famiglie povere su 10 soffrono il freddo d’inverno perchè i loro genitori non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la casa, il 39% contro una media Ue del 24,7%.
Più di un minore su 4 abita in appartamenti umidi, con tracce di muffa alle pareti e soffitti che gocciolano, un dato nettamente più elevato della media europea (25,4% contro il 17,6%), mentre l’abitazione di oltre 1 bambino su 10 in famiglie a basso reddito non è sufficientemente luminosa. In Italia più di 1 bambino su 20 (1-15 anni) non riceve un pasto proteico al giorno e non possiede giochi; più del 13% non ha uno spazio adeguato a casa dove fare i compiti e non può permettersi di praticare sport o frequentare corsi extrascolastici; quasi uno su 10 non può indossare abiti nuovi o partecipare alle gite scolastiche e quasi uno su 3 non sa cosa voglia dire trascorrere una settimana di vacanza lontano da casa.
Un Welfare da rivedere
Per affrontare la questione della povertà , l’Italia, secondo gli ultimi dati Eurostat (2013) destina una quota di spesa sociale destinata a infanzia e famiglie pari alla metà  della media europea (4,1% contro 8,5%), mentre i fondi destinati a superare l’esclusione sociale sono pari appena allo 0,7% contro una media europea dell’1,9%. Gli interventi di welfare messi in campo dal nostro Paese per il 2014 sono riusciti a ridurre il rischio di povertà  per i minori del 10%, un risultato che ci pone tra gli ultimi nel Vecchio Continente, considerando che mediamente in Ue gli interventi sociali riescono a ridurre il rischio di povertà  del 15,7%.
L’abbandono scolastico
Nel nostro Paese, la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che abbandonano precocemente gli studi, fermandosi alla licenza media, supera la media europea (14,7% contro 11%), nonostante negli ultimi 10 anni il tasso di dispersione scolastica si sia ridotto del 7,4%.
Il rischio sismico  
In Italia 5,5 milioni di bambini e ragazzi sotto i 15 anni vivono in aree ad alta e medio-alta pericolosità  sismica. Si tratta di un territorio che copre circa il 70% delle province italiane che comprende 45 città  sopra i 50.000 abitanti che ospitano 900.000 minorenni sotto i 15 anni.

(da “La Repubblica”)

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NEI CENTRI CARITAS DEL SUD PIÙ ITALIANI CHE STRANIERI

Ottobre 17th, 2016 Riccardo Fucile

IL SORPASSO NEL 2015: IL 66% DI CHI HA CHIESTO AIUTO NEL MEZZOGIORNO E’ ITALIANO

Sono soprattutto gli stranieri a chiedere aiuto ai Centri di Ascolto della Caritas, ma per la prima volta, nel 2015, al Sud la percentuale degli italiani ha superato di gran lunga quella degli immigrati.
E’ una delle novità  del Rapporto 2016 della Caritas sulla povertà .
Se a livello nazionale il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il ‘sorpasso’ e sono al 66,6%. I centri Caritas sono 1.649, dislocati su 173 diocesi.
Rispetto al genere, il 2015 segna un importante cambio di tendenza; per la prima volta risulta esserci una sostanziale parità  di presenze tra uomini (49,9%) e donne (50,1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile.
L’età  media delle persone che si sono rivolte ai Centri Caritas è 44 anni.
Tra i beneficiari dell’ascolto e dell’accompagnamento prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%).
Il titolo di studio più diffuso è la licenza media inferiore (41,4%); a seguire, la licenza elementare (16,8%) e la licenza di scuola media superiore (16,5%).
I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8% del totale.
I bisogni più frequenti che hanno spinto a chiedere aiuto sono perlopiù di ordine materiale: spiccano i casi di povertà  economica (76,9%) e di disagio occupazionale (57,2%), ma non sono trascurabili anche i problemi abitativi (25,0%) e familiari (13,0%).
E sono frequenti le situazioni in cui si cumulano due o più ambiti problematici.
Inoltre il rapporto svela che il vecchio modello italiano di povertà , che vedeva gli anziani più indigenti, non è più valido: oggi la povertà  assoluta risulta inversamente proporzionale all’età , cioè diminuisce all’aumentare di quest’ultima.
La persistente crisi del lavoro ha infatti penalizzato e sta ancora penalizzando soprattutto i giovani e giovanissimi in cerca di di occupazione e gli adulti rimasti senza impiego.

(da agenzie)

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