Maggio 21st, 2016 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO IN ITALIA CI SONO 615 NUOVI POVERI… “AVEVO UNA VITA NORMALE, UN LAVORO, MOGLIE E BAMBINI, HO PERSO TUTTO, DA DUE ANNI VIVO PER STRADA, ORA HO IMPIEGO DA 60 EURO LA SETTIMANA”
Dice: «Chiamami Biancaneve». Ha pochi denti, barba brizzolata di tre giorni (non per moda), capelli
raccolti sotto un cappelletto di pelle, gilet rosso, jeans agonizzanti, aria da vecchio gatto del Colosseo.
La strada non lo ha spezzato: l’ironia gli ha fatto da scudo, lampeggia talvolta urticante dietro gli occhialini; non è banale che uno nelle sue condizioni incuta rispetto.
La faccenda dell’anonimato è per i figli, dieci e cinque anni, che stanno a Bologna e non devono sapere.
«Ora risparmio, sai? Prendo 60 euro a settimana e ne metto via 20, ora. Ogni mese vado su a trovarli e così ho due soldi in saccoccia, dico che lavoro, li porto a prendere il gelato»
Dal precipizio della miseria alla speranza
E’ sardo, di un paesino di quattromila anime in provincia di Cagliari, «se ti dico come si chiama mi sgamano subito»; 51 anni da compiere, a Roma da quasi due.
«Ora» è una parola che sa di risalita, lui è una specie di statistica fatta uomo. «Eh sì, quelli dell’Istat mi danno la caccia», ride.
La sua caduta culmina nel 2013, anno di massima sofferenza degli italiani per effetto della crisi, 615 nuovi poveri al giorno secondo l’ufficio studi di Confcommercio. «Ora» gli pare quasi di poterne uscire: e da due anni il precipizio verso miserie assolute e relative s’è fermato, ci dicono i grandi numeri, non va proprio meglio ma nemmeno peggio.
«Ora» lui l’hanno preso all’accettazione del magazzino di via del Porto Fluviale, non proprio un impiego ma quasi. Lì quelli di Sant’Egidio raccolgono abiti usati.
Si sente meno povero raccogliendo abiti per i poveri. Loro gli hanno aperto la porta. «Però chiamami barbone», dice. «Chè quello sono, finchè non avrò un lavoro vero, ma alla mia età non si trova. Sarò sempre un barbone»
Tre volte la settimana con Sant’Egidio
Tre volte la settimana viene qui, alla mensa di Sant’Egidio, dove una targa per Modesta Valenti ricorda l’inizio di tutto, nel 1983: la morte per inedia e incuria di una clochard alla stazione Termini, la vergogna di scoprire che si muore così nel centro di Roma.
La nuova storia di via Dandolo 10, sopra viale Trastevere, dietro il palazzone del Miur, comincia dalla reazione a questa vergogna: questo non è un indirizzo qualsiasi, il destino ama i cortocircuiti.
«Qui si stampava Lotta Continua», racconta Augusto D’Angelo, professore di Scienze politiche alla Sapienza e volontario di lungo corso.
Gli invisibili, che la rivoluzione degli uomini non ha riscattato, stanno in fila qui, a volte in sette o ottocento, fino a millequattrocento al giorno, non solo per fame di cibo.
«Qui si creano percorsi d’amicizia. La loro vera fame è essere chiamati per nome e non con un ‘ahò, levate!’. E’ fame di identità »
Identità celata per proteggere i figli
Lui, che l’identità se la nega per i figli, spicca col gilet e il cappelletto nella fila silenziosa, in lento movimento verso le due grandi sale del refettorio, tra inseparabili borsoni e valigie trascinate ovunque perchè contengono vite intere, ciò che ne resta.
E’ uno dei tre italiani su dieci che adesso vengono alla mensa (fino a qualche anno fa nove su dieci erano stranieri).
In Sardegna suo padre faceva il muratore, «ho seguito… le sue orme, sono carpentiere. Beh, sarei carpentiere».
Ha cominciato a tredici anni nei cantieri, però ha preso anche il diploma di perito elettronico. Dopo il militare, ha chiuso col paesino. Morti i genitori, morto un fratello, nessun legame.
«Ho girato il mondo col mio lavoro. Dubai, Tripoli, Abu Dabi, Rabat, guadagnavo pure seimila euro lordi al mese. Incredibile, eh? Ho messo famiglia, a Bologna, la mia compagna era sarda come me, abbiamo fatto due figli, un mutuo per la casa, in centro. E’ andata così fino al 2012».
Poi l’azienda chiude, licenzia lui e i 24 operai del suo gruppo, riapre con un’altra ragione sociale, «e prende tutti rumeni, a un terzo di quello che davano a noi».
Storia vista molte volte. Tra ultimi e penultimi la solidarietà è spesso una favola consolatoria.
Per lui la rovina si materializza in dodici mesi, tra il 2012 e il 2013. Quando ci si accorge di diventare una piccola storia dentro i grandi numeri? Quando si scopre di essere il seicentoquindicesimo nuovo povero di una stramaledetta giornata?
«Quando i soldi della liquidazione finiscono e in quattro non tiri avanti. Apri il frigo, non c’è la carne, non puoi comprarla»
«Casa mia l’ho affittata: così pago loro gli alimenti»
Nel 2014, l’Istat fissa a 1.623 euro e 31 centesimi al mese la soglia di povertà assoluta per una famiglia di due adulti e due bambini in aree metropolitane del Nord.
«Beh, io ti dico per esperienza che duemila euro non bastano, sarà stata… povertà relativa! Ma ci odiavamo. Bollette, rate, i bambini che… accidenti se costano! Bussavo ma tutte le ditte mi rispondevano picche, pigliavano solo rumeni! Stavo sclerando coi figli, ma non li ho mai toccati. Con la mia compagna sì, ci siamo messi pure le mani addosso, cioè più che altro io a lei, ma non scriverlo. Niente più quattrini, niente più amore. Allora ho messo loro in sicurezza. Avevo estinto il mutuo, ho intestato la casa ai bambini, ne ho affittato un pezzo e ho dato a loro i soldi come alimenti, sono barbone ma mica scemo, se faccio una cavolata loro non devono pagarne conseguenze. La mia compagna s’è rimessa a lavorare, faceva l’infermiera. E io me ne sono andato. Il 15 agosto 2014 sono sceso dal treno alla stazione Termini. Ero a Roma, non avevo lavoro, avevo 500 euro in tasca, un cambio nello zainetto e un sacco a pelo».
Il letto sulla panchina al binario 23
Il nuovo letto è quel sacco a pelo su una panchina di marmo grigio, al binario 23, l’ultimo a destra, quello dei treni laziali.
A Roma sono ottomila i senza fissa dimora, duemila e cinquecento dormono per strada. «La prima sera? Beh, dovresti provarci, è un’avventura… arrivavo prima di mezzanotte, andavo via alle sei, adesso non ti fanno più entrare ma allora si poteva. Ho fatto amicizia con Roberto, sardo come me: è morto a dicembre scorso, aveva il diabete, gli avevano tagliato una gamba. Lo chiamavano Il Cuoco, perchè cucinava col fornelletto al binario 6. Era lì da vent’anni. Già lo vedevo, prima, quando avevo i soldi e prendevo il treno da passeggero. Gli davo qualcosa, pure 10 euro, c’era simpatia. Quando m’ha trovato in mezzo a loro, m’ha sorriso: benvenuto nella compagnia. Mi ha insegnato tutti i trucchi, a evitare le risse e i pazzi, a stare alla larga. Io avevo ‘sa pattana’, il coltello di noi sardi, ma non l’ho mai tirato fuori, la libertà è l’unica cosa che m’è rimasta e non voglio perderla»
«Leggo Ken Follet e Faletti in biblioteca»
La nuova vita è più impegnativa di quanto noialtri immaginiamo: appuntamenti di sopravvivenza. Ciò che nel mondo di qua è banale, nel mondo di là richiede concentrazione.
«La doccia, perchè a me piace essere pulito. Facevo chilometri per lavarmi. Lunedì a Trastevere, martedì in via Anicia, mercoledì a Lunghezza… Fatta la doccia, ti danno anche la colazione, e a quel punto cominci a camminare per il pranzo. A Roma se t’organizzi nemmeno dimagrisci, puoi pranzare due volte in un’ora in due mense diverse. Al pomeriggio avevo fatto la tessera alla biblioteca Rispoli, dietro piazza Venezia. Leggevo, leggo: quotidiani, Ken Follet, Faletti, legal thriller, a casa avevo sei o settecento libri. Prima di sera, ci si ricomincia a muovere per la cena, nuovo giro. Raccattavo i giornali dai treni, li rivendevo a 50 centesimi, la gente se li compra. Ho fatto una cinquantina di inventari a Boccea e a Lunghezza, devi catalogare la merce, in un inverno ti fai pure mille euro. Però stai tutta la notte in giro. Allora dormi sul tram. Pigli il 3 all’Ostiense fino a Valle Giulia, un’ora e dieci all’andata, un’ora e dieci al ritorno, dormi al calduccio. Devi muoverti, insomma. Se stai fermo, non sopravvivi» (
Allergico alla carità , ma poi si è arreso
Ma non dura molto la concentrazione, ci si lascia andare.
«Ho retto tre mesi, poi stavo crollando. Ho incontrato Fabio». Fabio è un tipo dalla faccia grande e buona che, mentre parliamo, distribuisce i ticket della mensa sul portone di via Dandolo.
E’ il suo primo contatto con Sant’Egidio. «Non volevo venire, non mi piace la carità . Molti non vogliono. Se cresci un cucciolo per strada, quello scappa dal salotto. Devi starci in mezzo, ai barboni, per capire come gli funziona la testa».
Il 10 dicembre 2014, s’arrende. Entra nel rifugio di Santa Maria in Trastevere, lì si dorme in undici. Ora che la vita sta cambiando, lo aspetta un centro permanente, con quattro compagni.
Sogni che domani sia com’era ieri, quando avevi la dignità
Lui sogna ancora una casa, sogna che domani sia com’era ieri, «quando avevo la dignità d’un uomo, il lavoro».
Sperare, no, la parola è troppo impegnativa. «Spererei nella rivoluzione, ma sono vecchio. Speravo in Dio, più che credergli. Beh, ci ho pensato più volte di farla finita, specie all’inizio. Ogni tanto mi piglia la malinconia. Ma sono tosto, sono sardo, passa».
Passa, sì. Però per la prima volta in un’ora gli occhialini si velano un po’.
Goffredo Buccini
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 9th, 2016 Riccardo Fucile
LAVORANO COME FACCHINI, RIGATTIERI, ELETTRICISTI: DUE ANNI FA HANNO DATO VITA A HUMANITAS, UNA VERA E PROPRIA OFFICINA SOLIDALE
“No, non è ancora troppo tardi per noi”. Non è troppo tardi per One Biafall, che viene dal Senegal, e ha 31 anni. Non è troppo tardi per Kajame Mutomb, 45 anni, arrivato dal Congo. Non è ancora troppo tardi per Rajah, originario dello Sri Lanka, che vanta 67 primavere.
A Roma un gruppo di senzatetto ha deciso di smetterla con l’elemosina e di tornare a mettersi in gioco. Sono in 20, tra italiani e stranieri, tutti con un regolare permesso di soggiorno.
Da 2 anni hanno fondato un’associazione culturale, dal nome Humanitas, con l’obiettivo di fare un lavoro utile per loro e per la città . Una vera e propria officina solidale, con cui guadagnare “grazie al sudore della nostra fronte”, raccontano.
“Non vogliamo più solo ricevere, ma anche dare”. È questo il motto dei senzatetto: tutti, per un motivo o per l’altro, vivono alla giornata, lavorando come facchini, rigattieri, elettricisti.
Andre ha 47 anni e nel Camerun era un professore di Matematica. Daniele, 50 anni, era autista in Burkina Faso. Rehamat, per tutti Alì, viene dal Pakistan e di professione faceva il fornaio.
Si sono incontrati per la prima volta in una struttura di accoglienza della capitale, vicino la stazione Ostiense. “Vogliamo dimostrare ai romani, ma anche a noi stessi, che abbiamo ancora le potenzialità per lavorare. Che siamo ancora in grado di reinventare la nostra vita”, aggiungono con orgoglio.
L’idea di raggrupparsi in un’associazione è venuta a Kajame, padre di 3 figli e leader del gruppo. “Per 2 anni abbiamo promosso iniziative culturali con i rifugiati in arrivo nella capitale. Abbiamo poi stretto rapporti con le cooperative della città per aiutarle nello smaltimento dei rifiuti”, spiega.
Ora, però, è il momento di strutturarsi. “Vogliamo unire le nostre diverse capacità per dare vita ad uno spazio comune, una vera e propria officina solidale”, continua. Un’esperienza di lavoro comunitario, insomma, basata sulla raccolta dei materiali usati (riutilizzabili e riciclabili) donati all’associazione dalle famiglie e dagli enti.
“Non si tratta di assistenzialismo — ci tengono a precisare — ma di dare la possibilità , a chi ne è in grado, di mantenersi col frutto del proprio lavoro”.
Parliamo di armadi, comodini, reti, sedie, ma anche poltrone, divani, vestiari ed elettrodomestici da ritirare direttamente a casa, secondo un accordo stipulato con il Comune.
Con quei materiali, poi, Kajame e compagni metterebbero in piedi un mercatino solidale, organizzato e controllato, rivolto per lo più ad altri immigrati residenti nella capitale, che sono sempre alla ricerca di oggetti di prima necessità da comprare a buon prezzo. “Si tratta anche di una questione igienica — insiste Kajame —. Tanti rom in città raccolgono materiale direttamente dai cassonetti, per poi rivenderlo in mercatini illegali”.
Già in passato i membri dell’associazione si sono messi al servizio della città . A settembre, ad esempio, stanchi di vedere la galleria Margherita sempre sporca (nei pressi della stazione Termini, ndr), si sono armati di guanti, scope e buona volontà per ripulire tutto. E in tanti partecipano come volontari a iniziative ecologiche e giornate di mobilitazione, come quella promossa lo scorso 12 marzo dall’associazione Retake Roma.
Di mollare, insomma, non c’è proprio voglia. Ad ottobre i membri dell’associazione hanno scritto una lettera firmata al governatore Zingaretti, senza avere risposta.
A novembre, invece, si sono incontrati con Emiliano Monteverde, assessore alle Politiche Sociali del I Municipio. Ma la situazione sembra ancora bloccata.
“Dopo Mafia Capitale — spiega Kajame — ci hanno fatto capire che non ci sono più fondi”. Eppure il progetto non sembra essere così lontano dalla realtà . “A Milano, ad esempio, è nata un’esperienza simile, dal nome Di mano in mano, finanziata anche dal Comune — aggiunge il presidente —. Lo stesso succede a Bruxelles, dove sono più di 40 gli operai impiegati nell’officina solidale”.
La vita a Roma non è semplice. “Mi manca il lavoro, senza quello non posso vivere”, sorride amaro Andre.
“Discriminati? Non ci badiamo — risponde Kajame —. Anzi, quando succede cerchiamo di prenderla con un sorriso”.
Per ora gli iscritti si appoggiano ai locali della chiesa S.Lucia del Gonfalone, nel rione Regola, in centro. Ma sognano di riunirsi presto nella propria officina.
Nei prossimi mesi, poi, ci sarà la possibilità di partecipare ai bandi della Regione Lazio nel campo dell’inclusione sociale e dell’innovazione. “In tanti, nel gruppo, erano tentati di spostarsi altrove — conclude Kajame —. Ma è proprio questa la nostra sfida: riscattarci qui, a Roma, nella città che ci ha accolto. E sono sicuro che ce la faremo”.
Raffaele Nappi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2016 Riccardo Fucile
OLTRE UN MILIONE I MINORI IN POVERTA’ ASSOLUTA, PARI AL 10% DEL TOTALE
Tra il 2007 e il 2014 la povertà tra la popolazione italiana è raddoppiata passando dal 3% al 7% della popolazione con oltre un milione di minori in povertà assoluta (il 10% del totale).
Lo afferma la Banca d’Italia in una audizione alla Camera sul ddl di contrasto alla povertà che «prospetta innovazioni sostanziali e appare un passo importante nella giusta direzione» dato che nel nostro Paese non esiste ancora un strumento universale di contrasto alla povertà .
Il contenuto del ddl
Quelle contenute nel disegno di legge delega – si legge nell’audizione della Banca d’Italia – «sono innovazioni sostanziali e in grado di superare molte delle criticità delineate. Si adotta un approccio organico, prevedendo di combinare presa in carico e attivazione delle famiglie in difficoltà e trasferimenti monetari. Questi andranno definiti sulla base dell’Isee e tenendo quindi conto della situazione reddituale e patrimoniale complessiva della famiglia, in una logica universalistica e non più categoriale. Pur gradualmente, si destina alla lotta alla povertà un ammontare non trascurabile di risorse». Nel disegno e nella attuazione della nuova misura universale «molti sono gli elementi su cui appuntare l’attenzione: la verifica delle condizioni di accesso, la capacità di porre in essere adeguati servizi in aggiunta ai trasferimenti monetari, la necessità di limitare i possibili incentivi a permanere indefinitamente nel programma. La gradualità con cui, anche attesi i vincoli di risorse su cui poter contare, si è previsto operare dovrà essere sfruttata al meglio per valutare, in itinere, l’efficacia delle soluzioni adottate».
Secondo la Banca d’Italia «la prevenzione e la repressione delle possibili frodi, legate anche alla diffusa presenza del lavoro sommerso, specie in alcune aree del Paese, è essenziale, anche alla luce del fatto che la misura che necessariamente comporterà un certa redistribuzione di risorse a livello territoriale.
È fondamentale – sostiene l’Istituto – rafforzare il buon funzionamento della banca dati dell’Isee – intensificando ulteriormente i controlli incrociati su di essa condotti negli ultimi anni». In concomitanza con l’introduzione del nuovo Isee e dei controlli da esso previsti,ricorda Bankitalia, nel primo semestre del 2015 le dichiarazioni caratterizzate da patrimonio nullo sono passate da circa il 75% del totale al 25%.
Michelangelo Borrillo
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
IN REALTA’ SI TRATTA DI UN SUSSIDIO CHE IN TEORIA AIUTEREBBE UN MILIONI DI POVERI: PECCATO CHE SIANO 4,1 MILIONI QUELLI ASSOLUTI E 9 MILIONI QUELLI RELATIVI… STANZIATO SOLO 1 MILIARDO MA NEL 2017
Il governo Renzi sta promuovendo una nuova bufala. Dopo avere scambiato il «Jobs Act delle
partite Iva», destinato a 220 mila persone, per uno «statuto per i lavoratori autonomi» che in Italia sono 5,4 milioni, ora è impegnato in un’altra campagna.
Il consiglio dei ministri di giovedì scorso avrebbe approvato addirittura il «reddito minimo».
Così è stata intitolata ieri un’intervista, su un noto quotidiano, al ministro del lavoro Giuliano Poletti. In realtà , nel corpo piccolo delle risposte, Poletti è stato molto più realistico: il sussidio da 320 euro per 280 mila famiglie poverissime e numerose sotto i 3 mila euro di Isee e con figli minori (80 euro a testa, cifra simbolica della politica dei bonus renziani) non è un reddito minimo, ma il più modesto «sostegno di inclusione attiva» (Sia)
Questa misura, inventata dal governo Letta, è una misura assistenziale e per nulla universalistica di sostegno al reddito.
La legge delega che permette il governo di estendere il «Sia», erogato mediante una «social card» di berlusconiana memoria, a condizione di vincolarlo a un nuovo obbligo, fin’ora assente in Italia: quello di «mandare i figli a scuola o accettare un’occupazione».
Finalità che potrebbero essere raggiunte in tutt’altra maniera, e certo non vincolate a meccanismi che rischiano di introdurre un controllo esterno delle famiglie. Tra l’altro, il provvedimento inserisce i privati nel contrasto alla dispersione scolastica. Ci sarebbe un fondo da 150 milioni stanziato da fondazioni bancarie
La consueta ambivalenza, sia giuridica che linguistica, prodotta dal «buzz» mediatico ha lo scopo di confondere il «Sia» con il reddito minimo.
L’articolo 34 della Carta di Nizza lo ha fissato al 60% del reddito mediano procapite. La cifra è più del doppio: si va dai 630 ai 780 euro.
Importi non a caso stabiliti da due disegni di legge sul reddito minimo, ormai dimenticati: quello di Sel (frutto di una campagna dei movimenti di base pro-reddito) e quello del Movimento 5 Stelle, impropriamente definito «reddito di cittadinanza».
Per il governo i beneficiari del «Sia» sarebbero un milione di persone (di cui 550 mila minori). Un’altra dimostrazione della parzialità della misura.
Per l’Istat, nel 2014 un milione 470 mila famiglie risultavano in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni e 102 mila.
Si parla di un reddito inferiore a 816 euro mensili in una metropoli del Nord e 548 in un comune del Sud.
Su queste situazioni Poletti continua a ragionare con la «politica dei due tempi»: per ora si parte con 1 milione, in seguito si raggiungeranno gli altri tre.
Anche nel «sociale» questo approccio è risultato fatale. Di anno in anno le priorità dei governi cambiano, mentre si procede con misure parziali, regolarmente sottofinanziate. In mancanza di un vero reddito minimo, gli altri 9 milioni di poveri «relativi» resteranno esclusi.
Un altro elemento dello «story-telling» governativo è legato ai fondi.
Presentando la misura «welfare-to-work», si omette di citare i tagli dell’80 per cento al fondo delle politiche sociali avvenuto negli ultimi sette anni di crisi.
L’esecutivo parla di 600 milioni per il 2016, 220 per l’Asdi: sussidio che si prende dopo avere percepito la Naspi. I fondi saliranno a un miliardo nel 2017.
Si tratta di finanziamenti irrisori anche rispetto al ristretto campione selezionato.
Il criterio adottato dal «piano contro la povertà » è ispirato alla categorialità .
Come ha più volte sostenuto la sociologa Chiara Saraceno, i sussidi al reddito per le famiglie bisognose sono usate per segmentare il corpo sociale in categorie e sotto-categorie (per età , status lavorativo o pensionistico, ad esempio).
Il risultato è mantenere le persone nella «trappola della povertà ». Questo è accompagnato dalla sistematica contrazione dei criteri di accesso ai sussidi.
Insomma, tutto è lasciato al caso e all’arbitrio: se si appartiene a una categoria «fortunata» si percepisce il fondo. Altrimenti si resta soli. Così si riproduce l’esclusione sociale.
La deliberata volontà del governo Renzi di sottrarsi a una sistemazione generale del reddito minimo sta producendo altre conseguenze.
Il «piano contro le povertà » non affronta l’enorme e confusissima legislazione prodotta negli ultimi due anni dalle regioni. Anzi, aggrava la situazione.
Ci troviamo, ormai, in una situazione in cui la Valle d’Aosta ha un reddito strutturale che può essere erogato per cinque mesi anche alle partite Iva.
In Puglia, invece, c’è un sussidio da 600 euro per i poveri, ma i requisiti escludono chi lavora e i precari. Tutto è occasionale e improvvisato in Italia.
Tranne la povertà .
Roberto Ciccarelli
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Gennaio 11th, 2016 Riccardo Fucile
NEL RESTO D’EUROPA E’ GIA’ UNA REALTA’… DA NOI SE NE DISCUTE NONOSTANTE IL RECORD DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTA’
Quanto costerebbe introdurre un reddito minimo in Italia? Circa 6,2 miliardi di euro all’anno,
quasi la metà della spesa necessaria per il bonus da 80 euro voluto dal governo di Matteo Renzi.
“L’Espresso” fa i conti su una delle misure economiche più dibattute degli ultimi mesi: il reddito minimo, cioè un salario garantito per tutti.
Insieme alla Grecia, l’Italia è l’unico Paese europeo a non aver ancora introdotto questo salvagente sociale.
E ciò avviene nonostante siamo la nazione dell’Ue con il numero più alto di cittadini a rischio povertà : 17,3 milioni, secondo i dati Eurostat, di cui 4,1 considerati poveri assoluti.
Mentre alcune regioni hanno annunciato di voler iniziare autonomamente la sperimentazione del reddito minimo, in Parlamento restano ferme le proposte per l’introduzione a livello nazionale presentate dal Movimento 5 Stelle e da Sel.
Il governo Renzi finora si è detto contrario alla misura, spiegando di voler puntare sulla creazione di posti di lavoro piuttosto che sugli aiuti, considerati già sufficienti. Rispetto ai principali Paesi europei, però, Roma spende meno per le politiche sociali del lavoro, in particolare per rimettere sul mercato le persone rimaste senza impiego. Il risultato è la maglia nera europea della povertà .
Nell’ultima legge di Stabilità , approvata a fine anno, qualcosa per risolvere il problema in realtà è stato fatto: sono state poste le basi per la creazione di un Fondo unico per contrastare l’indigenza.
Il budget è di un miliardo di euro, a regime nel 2017, valido per sostenere un milione di persone.
Istituendo un reddito minimo, sostengono diversi economisti, si potrebbero però aiutare molti più cittadini in difficoltà .
Il punto è se una misura del genere potrebbe essere sostenibile per le finanze italiane. L’Istat ha calcolato che la proposta del Movimento 5 Stelle costerebbe 14,9 miliardi di euro all’anno, mentre per quella di Sel ne servirebbero 23,5.
C’è però un’altra soluzione. Che costerebbe ancora meno.
La propone Andrea Fumagalli, docente di Economia politica all’università di Pavia e membro dell’associazione internazionale Bin (Basic income network).
Istituendo un reddito minimo garantito di 600 euro al mese, che vada a sostituire tutti i sussidi attualmente validi fino a quella cifra, il costo netto per lo Stato italiano sarebbe di 6,2 miliardi di euro l’anno.
Una cifra più che sostenibile per le finanze pubbliche, secondo l’economista.
Stefano Vergine
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO HA DISPOSTO DI NON SERVIRE IL PASTO AI FIGLI DEI GENITORI MOROSI….. “UMILIANTE CHIEDERE AIUTO A MIO PADRE. NON SONO UN FURBETTO, HO L’ACQUA ALLA GOLA”
«A 46 anni ho dovuto chiedere aiuto ai miei genitori per pagare la mensa scolastica. È stato
umiliante, ma alla fine ho dovuto farlo per evitare a mio figlio di 8 anni un’umiliazione ancora più grande: essere escluso dal pasto con i propri compagni»
Roberto (il nome è di fantasia, ndr) è uno dei 500 genitori morosi inserito nelle liste dei debitori del Comune di Corsico.
«Vorrei dire al sindaco Errante che non sono un furbetto – spiega – ma soltanto un padre di famiglia con l’acqua alla gola. Sono amareggiato perchè si è deciso di punire i bambini che hanno l’unica colpa di vivere in famiglie con difficoltà economiche».
Il suo caso è quello di una famiglia normale, con due figli di 8 e 17 anni, che si è trovata all’improvviso in difficoltà a causa della perdita del lavoro della moglie.
Impiegato lui, addetta in un call center lei. Quando la società in cui lavorava la moglie è fallita, il bilancio familiare è andato in tilt.
Niente liquidazione, nè ammortizzatori sociali per la donna, che si è ritrovata disoccupata da un giorno all’altro.
«Ho uno stipendio di 1.600 euro. Seicento euro mi vengono detratti ogni mese dalla banca per un prestito precedente. Pago un affitto di 800 euro al mese. Restano 200 euro per la spesa per quattro persone, le bollette e la scuola. Senza altre entrate questo significa scegliere ogni mese quale bolletta lasciare chiusa nel cassetto», ammette Roberto.
Niente vacanze, niente smartphone, niente uscite in pizzeria.
«Mi si è rotta la macchina e non avevo i soldi per ripararla. Sono andato al lavoro in bici per mesi», racconta.
Le spese per i bambini, però, sono molte. L’acquisto di scarpe e vestiti nuovi imposto dalla crescita, i libri, le visite mediche.
Esborsi normali, ma che quando il budget familiare si è dimezzato si sono rivelate insostenibili.
Ed è così che, in un anno, Roberto è arrivato a 1.200 euro di bollettini della mensa scolastica non pagati.
«Ho accumulato debiti su debiti, la notte non riuscivo a dormire. E non ho avuto il coraggio di rivolgermi ai servizi sociali. La vergogna di raccontare i miei problemi era troppo forte. Tra me e me mi ripetevo che sarei riuscito a risollevarmi da solo», racconta.
Roberto è uno di quelli che non ha neanche ritirato la raccomandata del Comune che intimava il pagamento.
«Non è bello ammetterlo, ma sapevo che si trattava di solleciti e che non avrei potuto pagarli», spiega. «A settembre ho contattato il Comune. Volevo pagare un po’ alla volta. Mi è stato detto che dovevo dividere il debito in tre parti e che non era possibile rateizzarlo ulteriormente», ricorda amareggiato.
È soltanto a quel punto, cioè a fine dicembre, che si è rivolto al padre ottantenne per chiedere aiuto.
«Hanno pagato i miei genitori per me – dice – per un padre di famiglia è una sconfitta».
Olivia Manola
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“ERO IL CUOCO DI UN RISTORANTE DI PRAGA, POI HO PERSO OGNI COSA E MI SONO RITROVATO IN CENTRALE A MORIRE DI FAME”…ORA SI RENDE UTILE AL DORMITORIO DI VIA MAMBRETTI
La sera del 31 gennaio era in piazza del Duomo, assoldato come guardiano della sicurezza al
grande concerto di Capodanno. Si è trascinato in branda alle due del mattino. E alle cinque in punto era già in piedi, come ogni giorno, per preparare la tavola e la colazione ai 250 compagni del dormitorio di via Mambretti.
«Brioche e tovaglioli speciali, adatti al primo risveglio del 2016», spiegava lui, molto compreso nel ruolo.
Nessuno lo paga, è solo voglia di fare, quella del senzatetto Pierangelo Orsello, 60 anni, capelli bianchi e pochi denti ma occhi azzurri più del cielo, invalido al 74 per cento.
Dorme da due anni in via Mambretti, rendendosi utile come può.
All’alba si occupa di allestire la mensa, poi sparecchia, pulisce, mette in ordine i tavoli.
Verso le 8, ogni giorno, viene a prenderlo il pulmino che lo porta alle cucine di via Stella, dove la onlus Progetto Arca prepara il pasto per i dormitori della città .
Quello invece è il suo lavoro. E così anche ieri Piero, ex chef che ha perso tutto per le disavventure della vita, ha farcito 120 panini e si è messo ai fornelli: pesce, stavolta.
Torna di sera al dormitorio, riposa pochissimo e col buio già si infila la maglietta per scendere dove – da volontario – apparecchia, scalda, cuoce.
Ma come può finire così, senza casa, un uomo con una vitalità e un’energia dirompente come quella che nonostante tutto non abbandona Piero?
È in gamba, ci sa fare. Ha iniziato a lavorare a 14 anni a Pietra Ligure: «Pulivo i bungalow e pelavo patate». Lavapiatti, addetto alle pulizie, capo di una cooperativa purtroppo fallita. Ha fatto di tutto.
Nel 2003 si trasferisce a Praga, trova impiego in un albergo dove lo notano per caso – un po’ come Ratatouille – per le sue abilità culinarie.
Finisce per occuparsi del ristorante. Dieci anni «felici» ma poi l’hotel chiude e un altro lavoro non si trova.
Piero sceglie una città a caso, viene a Milano dove per mesi dorme in Stazione Centrale. «Mi sedevo su una panca, bevevo alla fontanella, mi sedevo di nuovo. Qualcuno, spesso un senzatetto, mi allungava un panino».
La condanna più grande era l’inattività .
In via Mambretti ha trovato un grande amico, Stefano, e faticosamente sta risalendo la china.
«Lavorando – dice – ritrovo un po’ di dignità ». In testa ha un chiodo fisso: Catia, di Vicenza.
Si sono conosciuti su Facebook, vorrebbero sposarsi. «Se solo avessi una casa, la inviterei da me a Milano. Lei non lo sa, che la casa non ce l’ho…».
Elisabetta Andreis
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
200.000 PARTECIPANTI IN 650 CITTA’
I tavoli allestiti, come da tradizione sotto le volte dorate e fra le antiche colonne della basilica di S. Maria in Trastevere: e a tavola l’umanità variopinta e dalle mille storie che si intrecciano che sono l’ingrediente principale dei pranzi di Natale di Sant’Egidio.
La tradizione nata a Roma nel 1982 della Festa con i poveri è ormai diffusa in tutto il mondo: 200 mila i partecipanti per questo Natale in 650 città , soprattutto in Africa, Asia e Sud America.
A Roma Sant’Egidio ha offerto il pranzo a 20 mila persone: anziani soli, senza tetto, rom, immigrati e italiani in difficoltà .
È stato creato l’hashtag #mercychristmas, in cui il gioco di parole fra «merry» e «mercy» ricorda la misericordia del Giubileo straordinario.
E fra i 600 di Santa Maria in Trastevere c’era un ospite particolarmente illustre: «Il Papa vi vuole bene», ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, nel portare il saluto di Francesco ai circa 600 ospiti del pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma.
E ha aggiunto: «Ero con Francesco quando, nel suo messaggio Urbi et Orbi, in San Pietro, ha ricordato i Paesi da cui provengono alcuni di voi. Qui c’è l’esempio che si può vivere insieme». Quest’anno è particolarmente numerosa la percentuale di rifugiati e richiedenti asilo, viene riferito.
Oltre settemila ospiti hanno partecipato ai tradizionali pranzi di Natale allestiti dalla Comunità di Sant’Egidio a Genova.
Per tutti oltre al pranzo un piccolo regalo distribuito dai tanti volontari che hanno scelto di far compagnia a anziani soli, homeless, rifugiati e detenuti.
Tra loro anche 200 richiedenti asilo
Al pranzo allestito all’interno della basilica dell’Annunziata ha portato un saluto anche il presidente della Cei e arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
«Sederci a tavola insieme ai più fragili aiuta a disarmarci dalla durezza e a riscoprire un senso di responsabilità per la nostra città – ha detto il responsabile della Comunità Andrea Chiappori -. Contribuisce a costruire una rete di rapporti e incontri che protegge dall’isolamento, dall’anonimato, dalle contrapposizioni in cui si sviluppa la violenza».
Ester Palma
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
UN PASTO COMPLETO A 10 EURO, MA SE NON PUOI SALDARE IL CONTO SI PUO’ FARE QUALCHE LAVORETTO
A Monza apre una Trattoria Popolare, che propone una cucina per tutti.
O meglio per chi si trova in difficoltà e per gli emarginati.
Dietro ai fornelli del locale di via Montegrappa, 48, in zona San Rocco, c’è lo chef Paolo Longoni, un passato da giornalista e una passione per la cucina e per tendere la mano agli altri.
Ed è proprio questo lo spirito del locale: favorire l’accesso al cibo sano e di qualità per i cosiddetti nuovi poveri, che non si rivolgono ai tradizionali canali di aiuto.
Così chi non ha i soldi per saldare il conto si vede arrivare tra le mani un vaucher orario.
“Con quello può svolgere piccoli lavoretti nel locale, dare una mano in cucina per saldare il conto”, spiega Lo chef.
I prezzi per un pasto completo sono popolari, come vuole il nome del locale: intorno ai 10 euro, ma se qualcuno vuole lasciare qualcosa di più, quei soldi verranno messi a disposizione di quanti non possono pagare il conto per interno.
Gabriele Cereda
(da “Huffingtonpost”)
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