Ottobre 30th, 2010 Riccardo Fucile
LE MINIPENSIONI DEI PARASUBORDINATI RAGGIUNGERANNO SOLO IL 36% DEL REDDITO…IL RISCHIO DI NON ARRIVARE NEPPURE ALLA QUOTA DELL’ASSEGNO SOCIALE… VEDIAMO GLI ESEMPI ELABORATI DAI SINDACATI
Lo spettro è quello dell’assegno sociale, oggi pari a poco più di 400 euro, che l’Inps eroga ai bisognosi.
Molti giovani lavoratori atipici, se non escono dalla trappola della precarietà , rischiano di avere questo sussidio invece della pensione.
La questione della previdenza dei parasubordinati è arrivata la scorsa settimana in Parlamento a seguito di una frase attribuita al presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che con una battuta aveva reso l’idea del problema: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale».
È evidente che, soprattutto per i collaboratori (prima co.co.co. e poi co.co.pro.) che hanno cominciato nel 1996, quando fu istituita la speciale gestione presso l’Inps, e che non riescono a trovare un posto fisso il futuro riserva una pensione da fame.
Nei primi anni della gestione, infatti, ai parasubordinati senza altra copertura previdenziale pubblica si applicava un’aliquota contributiva del 10-12%, poi salita gradualmente fino al 26,72% in vigore dal primo gennaio 2010. Essendo i redditi di questa categoria di lavoratori generalmente bassi e discontinui (tra un contratto e l’altro passano mesi) è chiaro che col metodo contributivo, integralmente applicato a tutti coloro che hanno cominciato a lavorare dopo la riforma Dini, sarà difficile maturare una pensione superiore all’assegno sociale (oggi 411 euro al mese).
Nel frattempo, però, il paradosso è che con i contributi che i parasubordinati versano al loro fondo Inps, in attivo di oltre 8 miliardi (perchè finora incassa solo ed eroga pochissime presta) si pagano le pensioni alle categorie che non ce la farebbero con i soli versamenti dei loro iscritti, dai dirigenti d’azienda ai lavoratori degli ex fondi speciali: telefonici, elettrici, trasporti.
Per fortuna le prospettive previdenziali migliorano per i parasubordinati che hanno cominciato a lavorare in questi ultimi anni (l’aliquota era per esempio salita già al 23,5% nel 2007), ma la possibilità di raggiungere una pensione dignitosa dipende fondamentalmente dal reddito percepito durante gli anni di lavoro e dalla sua continuità (e per questo le donne sono svantaggiate).
In ogni caso, l’assegno sarà in proporzione sempre inferiore a quello di un lavoratore dipendente, che paga il 33% di contributi.
Insomma le variabili sono troppe, spiega l’Inps, senza contare che di regola la condizione di parasubordinato non è a vita e quindi non avrebbe senso, continua l’istituto, stimare la pensione su pochi anni di contribuzione da parasubordinati.
Il problema è davvero serio per chi non riesce ad uscire dalla precarietà .
La crisi aggrava il fenomeno. Il vicedirettore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in un recente intervento al convegno di Genova della Confindustria ha osservato che «solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro».
Se l’Inps non fornisce previsioni sulle pensioni dei parasubordinati, altri lo fanno.
Filomena Trizio, segretaria generale del Nidil-Cgil, spiega che i suoi uffici hanno elaborato due esempi.
Il primo riguarda un parasubordinato che ha cominciato nel ’96 e il secondo uno che comincia nel 2010.
Per entrambi si ipotizza che tra un contratto e l’altro ci sia circa un mese di non lavoro all’anno, che restino in attività per 40 anni, che abbiano una retribuzione iniziale di 1.240 euro al mese e che vadano in pensione a 65 anni.
Il primo, quello svantaggiato da contribuzioni iniziali più basse, avrebbe una pensione pari al 41% dell’ultimo reddito, cioè 508 euro al mese, il secondo al 48,5%, ovvero 601 euro.
Stime più favorevoli provengono invece da Progetica e dal Cerp.
La prima, società di consulenza specializzata nella finanza personale, ha fatto alcune elaborazioni per il supplemento Pensioni del CorrierEconomia del 29 marzo scorso.
Si ipotizzano tre parasubordinati che abbiano cominciato a lavorare a 25 anni: il primo 10 anni fa, il secondo 5 e il terzo nel 2010.
Tutti e tre si prevede che arrivino a fine carriera con un retribuzione lorda di 36 mila euro.
La loro pensione, secondo Progetica, oscillerà da un minimo del 36% dell’ultimo stipendio, in caso di ritiro a 63 anni, a un massimo del 62% per il giovane che comincia adesso e va in pensione a 65 anni (il 55% invece per chi ha cominciato 10 anni fa).
Per le donne, che in media guadagnano un po’ meno e hanno periodi di non lavoro maggiori (soprattutto in caso di maternità ) le stime sono un po’ più basse: tra il 36 e il 57% dell’ultima retribuzione.
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Ottobre 28th, 2010 Riccardo Fucile
SONO 128 CLANDESTINI, DI CUI 48 BAMBINI, SBARCATI SULLE COSTE SICILIANE: SAREBBERO DI ORIGINE PALESTINESE…SU ORDINE DEL GOVERNO SONO STATI CHIUSI AL PALASPORT: NONOSTANTE IL PARERE FAVOREVOLE DEL MAGISTRATO CHE STA SVOLGENDO I DOVUTI ACCERTAMENTI, E’ STATO VIETATO L’INGRESSO ALLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE…. MARONI VUOLE NASCONDERLI?
Il prefetto di Catania, Vincenzo Santoro non sente ragioni: quei 128 immigrati (48 sono bambini) che si dichiarano palestinesi, sbarcati ieri sera sulla costa siciliana devono restare chiusi nel Palanitta del capoluogo etneo, “in attesa di indagini”.
Inutili, dunque, sono risultate le richieste di diverse organizzazioni umanitarie come l’Unhcr (l’alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu) l’Arci, Save The Children e lo IOM (International Organization Migration) per poter entrare nella struttura sportiva con l’unico scopo di assistere le persone, molte delle quali potrebbero chiedere asilo politico.
Il prefetto ha negato l’accesso a tutti, sostenendo che erano in corso indagini di polizia giudiziaria.
Le organizzazioni non hanno però desistito e sono andate dal sostituto procuratore della Repubblica, Agata Consoli, che sta facendo gli accertamenti proprio su questo gruppo di persone, per chiederle spiegazioni sul divieto imposto dal prefetto.
La pm ha però risposto – per iscritto – che non esisteva alcun ostacolo all’ingresso delle organizzazioni umanitarie.
Ma non è bastato.
In Prefettura, infatti, si continua ancora ad impedire l’accesso a chiunque. Anzi, a chi ha sottoposto le affermazioni scritte del magistrato titolare delle indagini, secondo le quali non esistono ragioni che possano giustificare l’ingresso di persone per scopi umanitari, è stato risposto che quell’atto scritto non ha nessun valore.
Il risultato è che i profughi continuano a restare rinchiusi nella struttura alla periferia di Catania, con il rischio di essere rimpatriati probabilmente senza avere la possibilità concreta di esercitare il diritto – previsto dalla nostra Costituzione – di chiedere asilo politico.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime preoccupazione per non aver avuto finora la possibilità di entrare in contatto con i 128 migranti – fra i quali 48 minori – trattenuti da ieri nell’impianto sportivo Palanitta di Catania, dopo essere stati intercettati a largo delle coste. Fin da ieri l’UNHCR ha cercato di ottenere informazioni in merito a questa situazione chiedendo di poter incontrare le persone sbarcate, senza però ricevere alcuna delucidazione riguardo ai tempi di attesa.
Nonostante le indagini di polizia in corso richiedano misure di riservatezza, l’Alto Commissariato per i Rifugiati auspica che venga consentito l’accesso delle organizzazioni facenti parte del progetto Praesidium e degli enti di tutela prima che siano presi provvedimenti sullo status giuridico dei migranti ed eventuali misure di allontanamento dal territorio italiano.
L’ UNHCR, assieme all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), alla Croce Rossa Italiana (CRI) e a Save the Children, opera in Sicilia nell’ambito del progetto Praesidium, finanziato dal Ministero dell’Interno, con l’obiettivo di fornire informazioni e orientamento a coloro che arrivano sulle coste siciliane e di rafforzare le capacità di accoglienza.
Il mancato accesso ai 128 migranti risulta quindi non conforme alle modalità operative dello stesso progetto.
In cinque anni di attuazione, il progetto Praesidium ha contribuito ad una gestione trasparente dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo giunti in Italia attraverso il Mediterraneo consentendo a chi ne aveva bisogno di richiedere la protezione internazionale.
Un conto è non concedere, a ragion veduta ed esaminati i singoli casi, asilo politico, altra cosa è “nascondere” i profughi e impedire loro di fare la richiesta cui hanno diritto.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio: nonostante le condanne piovute sul nostro Paese per violazione delle convenzioni internazionali dagli organismi europei, qualcuno si ostina a volere fare il furbo.
Senza capire che così si sputtana il Paese perchè le leggi vanno rispettate: prima dell’avvento leghista al governo, l’Italia era considerata non a caso la patria del diritto.
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Ottobre 26th, 2010 Riccardo Fucile
“UN DOLORE VEDERE IL TRICOLORE BRUCIATO, NESSUNO DEVE SENTIRSI LASCIATO SOLO DALLE ISTITUZIONI”…”SENTIRSI NAZIONE E’ UN PLEBISCITO CHE SI RINNOVA OGNI GIORNO, OCCORRE UNA CONCRETA VICINANZA AGLI ITALIANI, ALLE LORO ANSIE E AI LORO TIMORI”…”L’UNITA’ NAZIONALE E’ UN BENE INTANGIBILE”
“L’immagine del tricolore bruciato nei giorni scorsi durante gli scontri a Terzigno, non può che costituire motivo di dolore e preoccupazione”.
Lo afferma il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo questa mattina a Montecitorio alla presentazione del volume ‘Garibaldi: due secoli di interpretazioni’.
“Occorre – ha aggiunto – un impegno corale e convinto affinchè nessuna comunità locale, o ceto, o categoria possano sentirsi abbandonati, anche quando non lo sono, dalle istituzioni e della comunità nazionale”.
Per la terza carica dello Stato, “è dovere delle Istituzioni – sottolinea – impegnarsi per rafforzare nel nostro popolo il senso di appartenenza a una ‘comunità di destino, sentirsi nazione nel senso di Joseph Ernest Renan, in un plebiscito che si rinnova ogni giorno.
E’ un obiettivo che può e deve essere raggiunto – sostiene ancora Fini – non solo attraverso la memoria comune, ma anche e soprattutto attraverso la vicinanza effettiva alla vita concreta degli italiani, alle loro ansie, ai loro timori”.
Fini punta il discorso sulla coesione nazionale: “uno dei beni più preziosi e intangibili dell’Italia di oggi”.
Così nelle parole del presidente della Camera il mito di Garibaldi “coincide per molti aspetti con il mito stesso del Risorgimento, quel mito che siamo oggi chiamati, nell’imminenza del centocinquantenario, a rinnovare. Soprattutto nella coesione nazionale, che rappresenta uno dei beni più preziosi e intangibili dell’Italia di oggi”.
“Con l’odierna ricorrenza – ha aggiunto riferendosi all’anniversario dell’incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e re Vittorio Emanuele II – ci avviciniamo in modo significativo al grande appuntamento del 2011, centocinquantesimo anniversario dell’unità della Patria. Questa giornata deve costituire un ulteriore richiamo alla necessità di difendere e rilanciare il valore dell’unità nazionale, è essenziale farlo nel momento in cui la coesione tra italiani di ogni ceto, di ogni appartenenza geografica, di ogni ispirazione politico-culturale si rivela decisiva per vincere le grandi sfide che riguardano il futuro del nostro Paese”.
L’anniversario per il presidente della Camera è “uno dei momenti simbolicamente più forti del processo di unificazione nazionale”.
“Il simbolo “dell’unificazione politica – dice la terza carica dello Stato – tra l’Italia meridionale, appena liberata da Garibaldi, e l’Italia centrosettentrionale”.
L’idea di presentare la figura di Garibaldi attraverso il racconto, la testimonianza e l’analisi dei suoi numerosi interpreti, come fa appunto il volume presentato oggi, è secondo Fini “di grande originalità “.
E anche “l’ulteriore dimostrazione – conclude – della centralità della figura dell’eroe nella tradizione, nell’iconografia e nell’immaginario dell’Italia unita”.
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Ottobre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO SULLA POVERTA’ DELLA CARITAS NETTE A NUDO LE DIFFICOLTA’ IN CUI SI DIBATTONO MIGLIAIA DI FAMIGLIE IN ITALIA…. AUMENTATI DI 500.000 UNITA’ I POVERI IN UN ANNO E DEL 25% GLI ASSISTITI DALLA CARITAS
Mezzo milione di poveri in più in Italia nel 2009.
Lo afferma la Caritas nel suo decimo rapporto su “povertà ed esclusione sociale” contestando i dati dell’Istat che parlavano di una situazione “stabile”.
Le persone che vivono al di sotto della soglia di “forte fragilità economica” sono 8.370.000 e non 7.810.000 come dicono i dati ufficiali: 560 mila persone in piu’ (+ 3,7%).
”Non è vero – afferma il documento – che siamo meno poveri come farebbero pensare i dati ufficiali del luglio 2010”.
Secondo la Caritas, l’affermazione dell’Istat si basa su calcoli che danno ”un’illusione ottica”.
Alle stime sui poveri, va aggiunto un 10%, quindi circa 800 mila italiani, di ‘impoveriti’.
Persone che pur non essendo povere hanno però cambiato il proprio tenore di vita e vivono in ”forte fragilita’ economica”
Questo il ragionamento del rapporto Caritas-Zancan: ”Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà relativa è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Per l’Istat si tratta di dati ‘stabili’ rispetto al 2008. In realtà di tratta di un’illusione ‘ottica’.
Succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone.
Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro.
Con questa posizione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie diventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8.370.000 i poveri nel 2009 (+3,7%)”.
Secondo lo studio la povertà si conferma un fenomeno del Sud, delle famiglie numerose o monogenitoriali, di chi ha bassi livelli di istruzione.
Inoltre – continua il rapporto – ”sempre più famiglie, in cui uno o più membri lavorano, sono povere”.
Infatti, ”accanto ai dati ufficiali ci sono le persone ‘impoverite’ che pur non essendo povere, vivono in una situazione di forte fragilità economica.
Sono persone che, soprattutto in questo periodo di crisi, hanno dovuto modificare, in modo anche sostanziale, il proprio tenore di vita, privandosi di beni e servizi, precedentemente ritenuti necessari”.
Ecco alcuni dati che confermano questa situazione: nel 2009 il credito al consumo è sceso dell’11%, i prestiti personali del 13% e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8%.
E negli ultimi due anni si registra anche un aumento medio del 25% del numero di persone che si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto.
Questo aumento interessa in egual misura tutte le regioni d’Italia.
Fra questi utenti, cresce del 40% la presenza di italiani.
Il rapporto fa riferimento ai segnali di tendenza provenienti dagli oltre 150 Osservatori diocesani delle povertà e delle risorse dell’associazione presenti in tutta Italia.
Gli utenti della Caritas sono sempre meno singoli individui e sempre più interi nuclei familiari.
Particolarmente vulnerabili le persone di mezza età , i separati e i divorziati, le donne sole con figli, i precari, i licenziati, le famiglie monoreddito.
Si stima che circa un milione di persone beneficiano ogni anno dell’intervento dei centri ascolto Caritas.
L’esperienza dei centri ascolto evidenzia, fra l’altro, ”una scarsa tempestività degli enti locali nell’affrontare le nuove povertà ”.
Per il rapporto, lo stato di povertà ”è sempre più veloce, complesso, multidimensionale. Anche se non si rimane a lungo in situazione di disagio economico, il persistere del ‘fiatone’ economico e il progressivo esaurimento delle risorse determina situazioni di disagio psicologico e conflittualità intrafamiliare”.
Dati del 2008 segnalano inoltre che il 68,9% degli utenti Caritas sono stranieri, il 30,7% italiani.
Rispetto ai bisogni, il 65,9% riguardano la povertà , il 62% l’occupazione, il 23,6% l’alloggio.
Le richieste, per circa il 50%, si riferiscono a beni e servizi materiali, come viveri e vestiti.
Uno spaccato di famiglie in difficoltà che dovrebbe indurre un governo a misure decise a sostegno di chi non ce la fa.
Altro che “non lasceremo indietro nessuno”, qua c’è gente di cui ci si è persa ogni traccia.
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Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA A FOGGIA: “CHI SI SPOSA IN ITALIA SE NON SA SE TRA SEI MESI AVRA’ UNO STIPENDIO? IN GERMANIA CHI HA CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO HA UNA BUSTA PAGA PIU’ PESANTE… “I TAGLI ALL’UNIVERSITA’ NON SONO SOPPORTABILI: INUTILE FARE RIFORME SENZA FONDI”
Si parla molto di giustizia e mai di precarietà . 
È quanto lamenta Gianfranco Fini.
Nel corso di un’assemblea di Generazione Italia a Foggia, il presidente della Camera ha affrontato, tra gli altri, il problema della precarietà del lavoro per i giovani denunciando con forza il fatto che «la questione numero uno in Italia è sempre la giustizia, chissà perchè di queste cose non si discute».
«Chi si sposa in Italia se non sa che tra sei mesi avrà uno stipendio?», ha chiesto Fini facendo riferimento alla condizione di precarietà in cui vivono moltissimi giovani.
Fini ha poi citato il caso della Germania dove «chi ha contratti a tempo determinato ha una busta paga più pesante del suo collega più fortunato che ha un contratto a tempo indeterminato».
Ma «di queste cose non si discute», ha concluso il presidente della Camera.
Parlando poi all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Foggia, Fini ha anche lanciato un monito al governo sull’attuazione della riforma degli atenei: i tagli sono insopportabili, senza fondi meglio ritirarla.
Il presidente della Camera ha sottolineato il fatto che in altri Paesi europei come la Germania vengano fatte scelte diverse: «I tagli decisi in Italia sono sopportabili dalle nostre università ?», si chiede la terza carica dello Stato. «Credo sia onesto dire che non sono sopportabili».
Secondo Fini, se non si impegnano fondi per promuovere la meritocrazia «si tradisce lo spirito della riforma», e quindi «a quel punto sarebbe meglio ritirarla».
Da Foggia Fini ha anche lanciato un messaggio alla Lega, sostenendo che «solo un ruolo centrale del Sud può aiutare il rilancio dell’economia nazionale, ma noi non faremo un meriodionalismo d’accatto, non vogliamo l’assistenzialismo, non diremo mai che da soli non ce la facciamo e siamo consapevoli che bisogna contenere la spesa pubblica».
«Quando la Grecia ha traballato – ha aggiunto Fini – si è spaventato un grande Paese come la Germania: se il Sud va da solo non ce la fa neanche il Nord. Possibile che gli amici della Lega non capiscano?».
Nel corso del suo intervento all’università di Foggia, il presidente della Camera ha infine parlato del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia spiegando che tra i doveri dell’informazione di servizio pubblico c’è quello di dare adeguata risonanza al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.
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Ottobre 17th, 2010 Riccardo Fucile
DATI ISTAT: LA PERCENTUALE MAGGIORE DI LAVORO IRREGOLARE NEI LAVORI DOMESTICI, AGRICOLTURA, COMMERCIO, ALBERGHI, BAR, RISTORANTI E TRASPORTI… L’ESERCITO DEGLI IRREGOLARI SALE AL 17,6%
Sia a causa della crisi, sia perchè a certe comodità non si è in grado di rinunciare, sono
ormai quasi 4,8 milioni gli italiani che hanno due occupazioni. In molti casi si tratta di due lavori part time per ottenere un salario dignitoso, ma in molti altri si tratta invece di persone che, accanto a un lavoro a tempo indeterminato, affiancano un’altra attività spesso in nero.
I settori dove questo va per la maggiore sono il commercio, la ristorazione, gli alberghi e i servizi per la persona.
Il dato emerge da un raffronto tra i dati Istat sugli occupati totali e le posizioni lavorative nel 2009.
A fronte di 24.838.000 occupati in media annua infatti ci sono 29.617.000 posizioni lavorative (tra regolari e irrgolari) con una percentuale di irregolarità del 17,6%.
Per quasi 900.000 persone il doppio lavoro è in agricoltura, tra l’autoproduzione in proprio e l’impiego nella coltivazione e nel raccolto nei campi degli altri.
A fronte di 978.000 occupati vi sono 1.837.000 posizioni lavorative.
Nel settore del commercio allargato (commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni) gli occupati nel 2009 erano 6.052.000, ma le posizioni di lavoro risultavano essere 8.358.000, con una differenza di oltre 2,3 milioni di unità .
Questo è il settore dove è più forte l’utilizzo del part time, ma anche dove il sommerso ha la percentuale più alta (28,6%).
All’interno del comparto del commercio, sono il settore degli alberghi e pubblici esercizi e quello dei trasporti e delle comunicazioni ad avere la percentuale più alta: il lavoro irregolare in alberghi, ristoranti e bar si avvicina al 42%, nei trasporti e nelle comunicazioni sfiora il 50%.
Nel lavoro domestico invece si arriva a toccare il 64,2% di lavoro irregolare.
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
CRESCONO LE ORE DI CASSA INTEGRAZIONE, MODESTA RIPRESA DELL’OCCUPAZIONE IN AGRICOLTURA E NEL CENTRO ITALIA, MALE ALTROVE.. AUMENTO DEL PIL DEL 4,2% IN GERMANIA, DELL’ 1,9% IN FRANCIA, SOLO DELL’1,3% IN ITALIA
L’economia italiana crescerà dell’1% nella media del 2010. 
Mentre continuano a ristagnare i consumi delle famiglie italiane e la disoccupazione “reale” va oltre l’11%.
Sono queste le stime contenute nel Bollettino Economico della Banca d’Italia che confermano una quadro di luci e ombre.
Se la produzione industriale è segnalata ancora in ripresa, infatti, i consumi restano deboli, a causa della dinamica dei redditi e dei segnali incerti che arrivano dal mercato del lavoro.
Il tutto a fronte di una crescita dell’economia mondiale che registra ritmi più contenuti rispetto a quelli fatti registrare nel primo semestre dell’anno.
Nel complesso del 2010, l’aumento sarebbe pari al 4,8 per cento, per poi scendere verso il 4 nel prossimo anno.
Disoccupazione
Le prospettive sul mercato del lavoro rimangono incerte e a farne le spese sono soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni “il cui tasso di disoccupazione continua a essere più di tre volte maggiore della media” osserva la Banca d’Italia, sottolineando come il tasso di disoccupazione reale, che comprende lavoratori scoraggiati e ore di Cig, viaggi oltre l’11%.
La crescita dell’occupazione, si legge nel Bollettino “ha riguardato esclusivamente le regioni del Centro (0,6%, al netto dei fattori stagionali tra il primo e il secondo trimestre dell’anno in corso), a fronte della sostanziale stabilità in quelle del Nord e dell’ulteriore riduzione registrata nel Mezzogiorno (-0,1%).
A livello settoriale, la ripresa dell’occupazione ha interessato il terziario (0,1%), le costruzioni (0,5%) e, in misura più intensa, l’agricoltura (1,9%), mentre è proseguito il calo nell’industria in senso stretto (-0,4%).
Cassa integrazione
Dopo il calo registrato nel secondo trimestre, riprendono a salire le ore di Cig autorizzate dall’Inps: 9,8% sul trimestre precedente, al netto dei fattori stagionali.
Famiglie
I comportamenti di spesa delle famiglie restano cauti e i “segnali per i mesi estivi non ne delineano un recupero”.
Secondo la Banca d’Italia “nel secondo trimestre del 2010 è proseguito il ristagno dei consumi delle famiglie, frenati dalla contrazione degli acquisti di beni durevoli (-6,8% sul periodo precedente)”.
Crescita
L’economia italiana crescerà dell’1% nella media del 2010.
Si tratta, spiega l’istituto di Via Nazionale, di un dato “in linea con la previsione pubblicata nel Bollettino economico dello scorso luglio e con quelle diffuse di recente dalla Commissione europea e dal Fondo Monetario Internazionale”.
Fisco
La Decisione di Finanza Pubblica, che contiene le ultime stime del governo sia sulla crescita che sugli andamenti dei conti pubblici, potrebbe avere sovrastimato sia le entrate che le spese per il 2010.
Europa
I divari di crescita tra i maggiori paesi dell’area dell’euro tendono ad ampliarsi. In particolare rispetto alla Germania.
Nel complesso dell’area il Pil è cresciuto dell’1 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo (contro lo 0,2 del periodo precedente).
In Germania l’incremento del Pil è stato molto più deciso (2,2 per cento nel secondo trimestre); dal punto di minimo ciclico l’economia tedesca è finora complessivamente cresciuta del 4,2 per cento, circa tre punti più della media degli altri paesi dell’area; in Francia e in Italia il recupero è stato solo dell’1,9 e dell’1,3 per cento, rispettivamente.
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
SCADE OGGI L’ULTIMATUM DI FEDERALBERGHI: “NONOSTANTE TANTE PROMESSE E RASSICURAZIONI, NON ABBIAMO RICEVUTO I PAGAMENTI”…IL COMMISSARIO CHIODI: “UNA PARTE DEI FONDI PER L’EMERGENZA LI DIROTTEREMO AGLI HOTEL”: MA NON AVEVA DETTO DI AVERE 1 MILIARDO A DISPOSIZIONE CHE NESSUNO GLI CHIEDE?
I soldi per i servizi erogati ai terremotati dopo il sisma del 6 aprile 2009 non sono
arrivati e gli albergatori, esasperati da una situazione che ritengono sia divenuta insostenibile, sospendono “pulizia, cambio biancheria e ristorazione agli ospiti aquilani”.
Con una nota, la vicepresidente di Federalberghi L’Aquila, Mara Quaianni, ha ribadito stamani l’ultimatum lanciato dagli albergatori che hanno minacciato di sospendere l’erogazione dei servizi: “Preso atto che, nonostante le rassicurazioni ricevute dal commissario Chiodi, a oggi non risultano ancora pervenuti i pagamenti delle nostre spettanze, ci vediamo costretti, nostro malgrado, a sospendere, come concordato in assemblea, i servizi agli ospiti aquilani”.
Federalberghi L’Aquila ha sottolineato il fatto di trovarsi di fronte alla difficile condizione di mettere in ulteriore difficoltà cittadini già pesantemente provati dal sisma, ma di non avere altra possibilità per far valere le proprie ragioni: “Siamo dispiaciuti del fatto che a subire le conseguenze di tale incresciosa situazione saranno i nostri concittadini già come noi fortemente colpiti dal terremoto, ma non abbiamo purtroppo altri mezzi per sostenere le nostre ragioni che sono evidenti”.
“Ovviamente – si legge ancora – appena riceveremo quanto dovuto, riattiveremo i servizi che abbiamo assicurato, con grandi sacrifici e difficoltà finanziarie, sin dall’inizio del post-sisma”.
Al fianco degli albergatori, che protestano da tempo, si erano schierati alcuni giorni fa anche gli sfollati loro ospiti. “La ricostruzione della nostra amata città – aveva scritto un gruppo di sfollati in una lettera aperta – non passa solo attraverso la ristrutturazione delle case, ma anche attraverso l’economia locale. Oltre ad ospitarci, i gestori degli alberghi danno lavoro a numerose persone che trovano così un reddito”.
“Anche i proprietari degli hotel della città dell’Aquila – si leggeva ancora – sono degli sfollati e che hanno le loro giuste esigenze”.
Di qui l’appello alle istituzioni: “A nome dell’autentico impegno profuso dagli albergatori nei nostri confronti – scrivono gli sfollati – ci sentiamo in dovere di esprimere solidarietà e dare il nostro sincero appoggio alla loro protesta. Ci auguriamo che chi di competenza onori gli impegni economici tanto propagandati a favore delle strutture ricettive”.
Il commissario straordinario per la ricostruzione e presidente della Regione, Gianni Chiodi ha risposto che “parte degli 80,5 milioni disponibili per il pagamento delle spese per l’emergenza-Abruzzo saranno utilizzate anche per il pagamento degli hotel che hanno ospitato e che ospitano gli sfollati”.
Augurandoci che provveda entro 24 ore, viene spontaneo chiedersi come mai non abbia provveduto fino ad oggi e abbia dovuto trovarsi di fronte ad un aut aut degli albergatori per dimostrare di essere vivo.
Anche perchè lo stesso Chiodi qualche settimana fa lamentava di avere 1 miliardo a disposizione, a fronte di nessuna richiesta da parte di chi vuole ricostruire.
Ora prendiamo atto che non si trattava di 1 miliardo, ma di 80 milioni e che dovrebbero pure servire a molteplici emergenze.
Non è detto che gli albergatori avranno il saldo di quanto dovuto, forse un anticipo.
Considerazione finale sul governo: quando avrete finito di raccontarci palle sull’Aquila avvisateci.
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Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA DI DON ANIELLO A FAREFUTUROWEB…”LA GENTE CERCA SACERDOTI CHE VIVANO IN STRADA”…”NON POSSO DIRE AL POVERO ‘DIO TI AMA’ E POI NON FARE NULLA PER LUI”….”LE DIFFICOLTA’ MAGGIORI LE HO AVUTE DALLA POLITICA, NON DALLA CAMORRA”
Don Aniello Manganiello è un uomo di Dio. Davvero.
Ama la sua gente e per la sua gente ha fatto tanto. In un territorio difficile, molto difficile: Scampia, Miano, Secondigliano.
Sedici anni durante i quali la sua comunità ha avuto modo di apprezzarlo. Anche per la sua lotta contro la camorra. Oggi verrà trasferito. Con rammarico, per dire rabbia, della sua gente, di quel territorio.
E nel silenzio generale. «Dopo la fiaccolata organizzata a luglio a Napoli contro il mio trasferimento e la conseguente risonanza nazionale è calato il silenzio. A mio avviso penso che questo silenzio possa essere stato imposto. Da chi non lo saprei dire…»
Don Aniello, che succede oggi?
«Saluto la mia gente, la mia comunità al “Don Guanella” con la quale ho camminato per sedici anni. Ho condiviso le loro sofferenze, le loro ansie, le loro difficoltà e i loro stenti».
Tecnicamente perchè viene trasferito?
«Una delle regole della vita religiosa — io sono un sacerdote dell’Opera Don Guanella, che ha diverse case a Roma a favore dei disabili — è l’avvicendamento. Non è possibile che un sacerdote rimanga per molto tempo nello stesso posto. Secondo i miei superiori, e sicuramente c’è una percentuale di verità , il cambiamento fa bene a chi va via e a chi rimane, perchè garantisce un ricambio, una impostazione nuova e proposte nuove. L’ambiente non può che riceverne giovamento. Il problema è come vengono effettuati questi avvicendamenti: un conto è un avvicendamento di un parroco di Posillipo o del Vomero, un conto è l’avvicendamento di un parroco di Secondigliano e Scampia. Questi ultimi sono avvicendamenti che vanno fatti con intelligenza e con una certa calma, prevedendo anche dei tempi lunghi – almeno un anno — durante i quali il parroco che è trasferito possa affiancare il nuovo permettendogli una accoglienza serena da parte della comunità . In soldoni la mia comunità parrocchiale chiedeva questo. Io ero disposto a fare da tutor al nuovo parroco. Siamo riusciti ad ottenere che questo tutoraggio duri fino a gennaio, anche se devo partire per Roma e tutto si limiterà a una decina di giorni al mese, cioè una cosa non continuativa».
Così non si rischia di far allontanare la gente dalla Chiesa che, come lei ha dimostrato, tanto può fare contro le mafie?
«Sì. Certo, dipende sempre pure dal parroco e forse io per origini e per carattere ha favorito un legame con la comunità . Perchè è questo che la gente cerca: sacerdoti che vivano in strada, che si interessino a loro. Sacerdoti che magari non riusciranno a risolvere i loro problemi ma che danno la certezza sia lì, accanto a loro annunciando il Vangelo in modo umano, con umanità . E non sempre questo avviene. Quello che lamentano molte comunità parrocchiali è avere un sacerdote più preoccupato dei riti, delle celebrazioni e della struttura e poco preoccupati dell’uomo. Io ho cercato di mettere al centro l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, e questo ha portato la comunità ad avere un grande affetto per me e a lottare e battersi perchè non venissi trasferito a Roma».
Ha provato a parlare coi tuoi superiori?
«Ci sono stati alcuni incontri con loro e anche alcuni membri della mia comunità – soprattutto i giovani con responsabilità all’interno dell’oratorio – hanno chiesto incontri con i miei superiori. Gli incontri sono stati concessi e posso affermare che questi giovani hanno fatto presente le loro preoccupazioni e le loro perplessità , come ho fatto pure io. Però niente, non c’è stato verso. In effetti nella Chiesa quando si decide una cosa, un trasferimento, difficilmente i superiori o un vescovo tornano sui loro passi. Forse c’è quella preoccupazione di non dimostrarsi deboli, di non fare brutta figura e di non creare precedenti rispetto a sacerdoti che ricevono l’obbedienza. E l’obbedienza nella vita religiosa è uno dei pilastri portanti. La loro preoccupazione è che se cade questo pilastro cade tutta la vita religiosa. Don Milani diceva che l’obbedienza non è una virtù. In questo caso ho obbedito con la ragione ma non con il cuore. Certi avvicendamenti vanno gestiti diversamente e la gente — il popolo di Dio va ascoltato. La Chiesa cattolica non ascolta il suo popolo quasi mai. Sembra che il carisma del comando, il carisma del discernimento, la certezza della verità ce l’abbiano solo le gerarchie: il papa, i vescovi e i sacerdoti. E questa è una offesa nei confronti del popolo di Dio, anch’esso battezzato, con un ruolo e una vocazione».
È stato definito un prete scomodo.
«La mia pastorale predilige la strada, sto poco in ufficio. Questo mi diversifica da tanti altri preti che vivono ore e ore in ufficio. Non mi sono mai sentito ostaggio della canonica, mi sono buttato nel sociale e questo mi ha provocato il rimprovero di essere troppo sbilanciato sul sociale e poco sugli aspetti peculiari del mio sacerdozio, cosa non vera. Certo è che mi sono sbilanciato dalla parte dell’uomo più povero. Non posso dire al povero “Dio ti ama” e poi non fare nulla per migliorare la sua condizione. Oggi nella Chiesa mi pare si facciano dei bei discorsi ma poi siano pochi i fatti. Per questo mio modo di impormi come martello sulla camorra e i camorristi, il denunciare, questo attaccare le loro prepotenze e dirlo in tv, ai giornalisti e indicare dove si spaccia, dove si chiede il pizzo, ho avuto rimproveri e grosse critiche all’interno della chiesa stessa. Io ho rifiutato il matrimonio ai camorristi e il battesimo ai loro figli quando non accettavano un percorso di conversione mentre tanti parroci, per non avere noie, i sacramenti continuano a darli anche a questa gente. Per questo sono un prete scomodo non in linea con gli altri parroci, ma io rifarei tutto».
Pensa di aver dato più fastidio alla camorra o a certa politica?
«Ho avuto minacce di morte da parte della camorra. Però devo dire, anche se sembra un controsenso, che i camorristi in carcere dicono al nostro cappellano: “Tenete i nostri ragazzi in oratorio al Don Guanella perchè non vogliamo che facciano la nostra stessa fine”. I camorristi hanno sempre apprezzato il mio impegno nel sociale, per i poveri. Ho acquistato autorevolezza. Anche se è ovvio, davo fastidio per le mie denunce perchè provocava una maggiore presenza di forza dell’ordine. Le difficoltà maggiori le ho trovate dalla politica. Quando ho denunciato la collusione della politica con la camorra il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invece di interrogarsi su queste parole e di chiamarmi ha minacciato di querelarmi alla Procura della Repubblica. A Bassolino, nel ’96, durante una riunione con noi parroci da lui convocata, dissi di chiedere scusa per i ritardi e la condizione delle periferie. Rispose che non si sentiva responsabile di nulla e gli diedi del “pidocchio” su Repubblica. Il giorno dopo mi chiamò dandomi del mascalzone.
Le “cainate” e gli atteggiamenti più squallidi, più negativi li ho avuti dai politici. Anche per avere un marciapiede più largo! In loro ho trovato le difficoltà maggiori. Mi hanno tacciato di essere un prete di destra. Ma quale destra e quale sinistra?! Io nelle mie denunce non sono stato condotto da motivi ideologici o scelte partitiche: le mie denunce le ho fatto perchè vedevo il degrado, il malgoverno, i ritardi, la gestione scandalosa dei soldi della collettività ! Il menefreghismo di certa politica e la collusione provocava in me una ribellione per dare voce alla gente che per paura o per clientelismo non parlava».
Cosa ricorda del suo arrivo al Don Guanella?
«Quando arrivai fui colpito da un ragazzo diciottenne, ex pusher dei Di Lauro, che aveva iniziato il cammino in carcere. Lo presi come figlio. Oggi è completamente rinato, allora era morto. È sposato, ha due bambini e ha scritto un bellissimo libro, Ali bruciate. Si chiama Davide Cerullo e oggi, in giro per l’Italia, parla di legalità per dire che è possibile liberarsi della mafia, della camorra. L’altra cosa che mi colpì quando arrivai fu un muro con inferriata alto più di due metri e che separava il centro Don Guanella dalla strada. Lo feci abbattere e la gente apprezzò tantissimo, perchè fu come aprire “i cancelli” della Chiesa, senza paura dei ladri, degli spacciatori, dei delinquenti. Tutti potevano entrare nella nostra casa. Quando dissi la prima messa la chiesa era piena di romani e pochissimi napoletani, oggi le cose sono cambiate. Oggi la chiesa sarà stracolma. Con questa gente abbiamo fatto un cammino lungo. Speriamo che continui».
di Giovanni Marinetti
(da Farefuturoweb)
argomento: Chiesa, Costume, criminalità, denuncia, emergenza, Giustizia, governo, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »