Giugno 15th, 2018 Riccardo Fucile
A CATANIA, PREFETTURA, CROCE ROSSA E GDF HANNO RECUPERATO 300 PAIA DI SCARPE DA DONARE AI PROFUGHI DELLA DICIOTTI, NON AVEVANO NEANCHE QUELLI… E QUALCHE INFAME PARLA DI PACCHIA
Altro che pacchia. Neppure le scarpe hanno. 
Tanto che a Catania la Guardia di Finanza, su richiesta urgente della prefettura, ha consegnato alla Croce Rossa Italiana circa 300 paia di scarpe da donare ai migranti arrivati al porto con la nave Diciotti.
Scalzi, impauriti, stanchissimi.
Eccoli qui i migranti che non vogliamo più accogliere. Figure disperate mentre vanno avanti le operazioni di identificazioni. Ma poi c’è un cuore, il cuore nostro, che va oltre le regole imposte, le cattiverie, la politica come strumento di divisione.
E alla Prefettura di Catania e alla Croce Rossa e alla Guardia di Finanza, fuori dalla burocrazia, dalle norme, è venuto in mente che questa gente in attesa non aveva scarpe. E le scarpe hanno rimediato. Per trecento. GPer gli altri 600 vedremo, ma intanto è un gesto. Un gesto forte.
Le scarpe raccontano.
Lo scriveva su Globalist Delia Vaccarello raccontantando quello che accade a Kabul. “Davanti alla moschea di Kabul Imam Zaman, bombardata il 25 agosto da un commando dell’Isis, c’è una montagna di scarpe mutilate, spaiate, senza più padrone. Sono delle trenta vittime? Degli ottanta feriti? Di coloro che sono fuggiti scalzi in preda al panico al boato della prima granata? Le scarpe orfane restano legate indissolubilmente ai piedi che le hanno indossate per recarsi al tempio a recitare i versi della preghiera del venerdì. Le scarpe sanno, conoscono i segreti del corpo che solo i veri ciabattini riescono a penetrare. Le scarpe di Kabul li custodiranno per sempre, non correranno più per le strade del mondo. Non correranno più il rischio di essere usate e trasformate come la vita sa fare.Nelle moschee, se indossi calzature pregiate, puoi temere di non trovarle al tuo ritorno. E invece le scarpe orfane sono schermate da una protezione invisibile. Nessuno osa toccarle. Nel corso dell’attacco alla moschea sciita messo a segno anche da due kamikaze nessuno ha più pensato alle scarpe lasciate fuori dal tempio per rispetto verso lo spazio sacro. Chi ha potuto è fuggito a piedi nudi. (…)
La scarpa è legata alla vita dei corpi, e per questo può profanare. Ma ora non più. Ora, che le storie sono raccontate dall’usura delle suole, dalla povertà dei materiali, dall’eccezionalità delle fibbie ancora lucide di un solo paio, tra le 150, che deve aver protetto i piedi di una ragazza; ora, anche le scarpe sono sacre, sono tempio.
Le scarpe narrano. Ai profughi che hanno perso tutto restano le scarpe per fuggire.
La fotografa Shannon Jensen ha immortalato le scarpe dei sudanesi in fuga dal terrore e le immagini sono state utilizzate dalla campagna di Medici senza Frontiere “Milioni di passi”.
I passi di chi ha le scarpe per scappare dalla guerra. L’artista messicana Elina Chauvet ha raccontato per prima attraverso una installazione di scarpe rosse, simbolo della vitalità stroncata, lo strazio e la tragedia del femminicidio. Le scarpe narrano anche quando non ci sono. S
ono scalzi i migranti che approdano con i barconi sulle nostre coste e ricevono tutti le stesse scarpe, uguali, anonime.
Scarpe straniere per i loro piedi, come loro lo sono ancora — stranieri e smarriti – per la terra che hanno iniziato a calpestare”.
(da Globalist)
argomento: povertà | Commenta »
Maggio 9th, 2018 Riccardo Fucile
“IN ITALIA SE NASCI POVERO LO RIMANI”: L’ANALISI DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SULLE POLITICHE SOCIALI
“Prevalentemente se si nasce poveri si rimane poveri, e se si nasce benestanti, e soprattutto ricchi, si
rimane tali. In quest’ultimo caso dobbiamo quindi probabilmente ringraziare la fortuna“.
E in un Paese in cui la mobilità sociale è così scarsa non ci si può limitare — per citare Mao — a “insegnare a pescare a chi ha fame“: bisogna, nel frattempo, “dargli un pesce”.
Parte da queste premesse Emanuele Ranci Ortigosa, presidente emerito e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca sociale, per analizzare nel suo Contro la povertà (Francesco Brioschi editore) i dati sull’indigenza in Italia, le politiche che sono state messe in campo per affrontare il problema e le proposte dei principali schieramenti. Fino alla sua proposta per una riforma complessiva del sistema di welfare mirata ad azzerare la povertà assoluta, che riguarda ormai 4,7 milioni di italiani mentre addirittura 17,5 milioni sono “a rischio”.
Una riforma è quanto mai necessaria visto che, come ricorda Tito Boeri nella prefazione, oggi la spesa sociale è “fortemente squilibrata a sfavore delle giovani generazioni“: solo il 4% va a chi ha meno di 40 anni, nonostante proprio i giovani siano più a rischio di indigenza.
Il libro è uscito prima delle elezioni del 4 marzo, ma due mesi dopo lo stallo continua e il dibattito sul Reddito di inclusione del governo Gentiloni, sul reddito di cittadinanza del M5s e sul reddito di dignità ventilato e subito dimenticato da Silvio Berlusconi resta di stretta attualità .
La conclusione a cui arriva Ranci Ortigosa, che ha cofondato e dirige l’Osservatorio nazionale sulle politiche sociali e all’inizio degli anni Duemila è stato membro del gruppo di lavoro sul reddito minimo presso il ministero del Welfare, è che “conviene a tutti partire da quanto fatto per andare oltre” piuttosto che “smantellare quanto dopo tanto tempo, tante inerzie e negazioni, in questi anni si è finalmente costruito, passo dopo passo, nel contrasto alla povertà e alle disuguaglianze“.
Il punto di partenza dovrebbe essere dunque il Rei messo in campo dal governo Gentiloni, oggi sottofinanziato.
In contemporanea occorre, secondo il ricercatore e direttore di Prospettive sociali e sanitarie, riformare il resto del sistema assistenziale: “Vanno necessariamente riqualificate o assorbite in nuove misure che ricompongano l’offerta nelle diverse aree di bisogno”.
Per esempio “le misure contro la povertà e quella o quelle di sostegno alla famiglia potrebbero essere ricondotte a un futuro assegno unico e universale per le famiglie con figli”.
Ranci Ortigosa una proposta ce l’ha: è quella elaborata dall’Associazione per la ricerca sociale in collaborazione con Irs e con il Centro di analisi delle politiche pubbliche dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.
La riforma prevede “il passaggio da decine di misure disegnate su criteri e finalità incoerenti e pasticciate a poche misure mirate alle grandi fragilità , impostate su criteri chiari e universalistici, di equità , appropriatezza e quindi efficacia su ogni specifica condizione di bisogno”.
Il tutto tenendo conto del vincolo della sostenibilità economica e organizzativa. Gli interventi da mettere in campo sarebbero, spiega il ricercatore, un reddito minimo fino alla soglia della povertà assoluta accompagnato da progetti personalizzati di promozione e inclusione sociale per le famiglie in povertà , un assegno di sostegno economico “means tested” a famiglie con figli minori o studenti fino a 25 anni e con invalidi, sostegno e servizi ai nuclei con persone non autosufficienti o disabili “senza alcuna selettività economica”, budget di inclusione per persone con disabilità e opportunità di vita autonoma.
Da affiancare a uno sviluppo dei servizi territoriali che assicuri interventi ad hoc per le famiglie in difficoltà . Un quadro che, spiega il libro, consentirebbe di azzerare o quasi la povertà assoluta, concentrando i benefici sui più bisognosi non solo per reddito ma anche per le necessità di cura dei figli e delle persone più deboli. Il tutto con un “contenuto e sostenibile aumento di spesa“.
Ranci Ortigosa chiudeva con l’auspicio che “dopo le elezioni emergano le volontà per fare ulteriori passi significativi per lo sviluppo di un qualificato insieme di politiche e di servizi, smentendo la profezia ripetuta dell’inevitabile declino del welfare”. Ma, a due mesi dal voto, i partiti sono in tutt’altre faccende affaccendati.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: povertà | Commenta »
Aprile 5th, 2018 Riccardo Fucile
TROPPE RICHIESTE, NON BASTANO I SOLDI PER IL LABORATORIO SARDO… TANTE STORIE DRAMMATICHE SU CUI MEDITARE
Alle 11 di mattina del 6 marzo, un signore di 51 anni con i pantaloni militari e il giaccone rigonfio è entrato nell’ufficio dell’assessorato delle politiche sociali del comune di Cagliari per farsi ascoltare.
Aveva appena comprato un’ascia in ferramenta. Era venuto per chiedere il Reis, il reddito per l’inclusione sociale.
«È stata una situazione molto difficile», ricorda l’assessore Ferdinando Secchi. «Quell’uomo voleva essere ricevuto a tutti i costi, anche se non era il giorno giusto. Ha tirato fuori l’arma. Voleva passare. Una guardia giurata, con bravura, l’ha fronteggiato. E dopo una lunga discussione, l’ha convinto ad andarsene. Urlava: “Vi ammazzo! Non seguitemi”.
Uscendo, ha sfogato la sua rabbia contro il distributore delle bevande. Sappiamo che alle 9 di sera di quello stesso giorno si è costituito alla polizia».
La Sardegna sta sperimentando forse il futuro. Qui dove il Movimento 5 Stelle ha vinto ovunque, promettendo il reddito di cittadinanza, i dati sulla disoccupazione del 2017 sono appena stati corretti al rialzo: 17% contro la media italiana all’11%, con punte del 21,4% nel Sud dell’isola. A Cagliari, quindi.
Il Reis è stato una specie di esperimento. Una legge regionale voluta da una giunta di centrosinistra, che dopo molte difficoltà ha trovato applicazione negli ultimi mesi dello scorso anno.
Consiste in un assegno mensile da 200 a 500 euro per le persone e per le famiglie povere. Le domande sono state 20.813, per un fabbisogno complessivo che ha superato di oltre 22 milioni la cifra stanziata per il provvedimento: 66 milioni di euro. Questo è il bilancio solo a Cagliari: 2300 domande, 2188 pareri favorevoli.
Dopo ritardi, intoppi e molte altre tensioni agli sportelli, sono state pagate da quattro a sei mensilità . Ma, nel frattempo, nessun corso di aggiornamento professionale è stato avviato. Così come prevedeva la legge stessa.
«Quando si innova, si incontrano sempre delle difficoltà » dice l’assessore Secchi. «Non si può dare il sostegno a tutti indiscriminatamente. Serve un’istruttoria. Serve tempo. Bisogna capire. E poi ci sono stati problemi di collegamento con la banca dati dell’Inps, lentezze dovute al trasferimento dei fondi dalla Regione al Comune, problemi di coordinamento. I corsi di formazione non sono ancora partiti».
Via Nazario Sauro 19. Il porto dei traghetti è pochi passi più giù.
Oggi in coda ci sono 84 persone, 5 agenti della polizia municipale a sorvegliare, più 3 di una società di vigilanza privata.
C’è il vecchio Reis da prolungare, c’è il nuovo Rei che è stato istituito a livello nazionale, e c’è la promessa del reddito di cittadinanza di cui molti vengono a chiedere notizie.
«Dobbiamo spiegare e distinguere», dice l’assessore. Si stanno sommando, cioè, vecchie e nuove domande di aiuto in questa sala d’attesa dove c’è odore di giacche vecchie e miseria. E dove tutto, subito, esce dalle discussioni per diventare reale, urgente. Carne viva.
Il pastore Stefano Marini, 53 anni: «Ho fatto anche il manovale in continente, nelle Marche. Andrei a fare qualsiasi lavoro. Pulirei giardini. Laverei pavimenti. Ma non trovo niente. Questo è il momento più difficile di tutta la mia vita. Invece di andare avanti, sto andando sempre più indietro. Ho perso la casa. Ho dormito per sei mesi fuori, alla marina».
L’ex carpentiere e pescatore Raffaele Sanna, 60 anni: «Sono nato nel quartiere Sant’Elia. Andavamo con le nasse e con le reti. Prendevano polpi, murene, gronghi, triglie e scorfani meravigliosi. Poi la cooperativa è fallita. Ho tre figli disoccupati. E anche mia moglie Roberta, che lavorava negli asili nido, ora è casa».
Sono vite declinate al passato. Attese.
Frustrazioni e pubbliche ammissioni di debolezza. Perchè ognuno si presenta all’usciere, circondato dalle guardie, dice il suo nome, che viene ripetuto ad alta voce, e si mette in coda.
Maria Laura Galliu: «Ho fatto domanda per il Reis l’anno scorso, ma ancora nulla. Mi hanno detto che c’era un problema nei documenti. Sono andata a rifarli. Penso sempre a mio marito Ennio, morto in un incidente stradale, a come sarebbe stata diversa la mia vita se ci fosse ancora lui».
E i Cinque Stelle? «Certo che li ho votati. Lo abbiamo fatto tutti. Sono ragazzi. Mi fido. Hanno capito che serve un aiuto concreto, altrimenti non ce la facciamo. Io ho grande fiducia. Ma se si mettono con Salvini viene giù il mondo, non voglio crederci».
Chiamano un altro nome. Un altro ancora. E poi un altro.
Un giornalista di 61 anni. «Scaricare i moduli è stato complicatissimo. Qui c’è sempre una marea di gente. Ressa continua. È dal 2007 che mi arrabatto, ma quest’anno è stato particolarmente grigio. I tagli alla cultura hanno fatto chiudere gli ultimi uffici stampa che ancora mi davano lavoro. Io, per fortuna – fra virgolette – sono solo. Tirare avanti significa rinunciare a tutto. Ho un tetto e quel minimo che basta per non fare il barbone. Ma sono anni che non so cosa sia un viaggio, una cena fuori. È durissima».
Fuori il sole scalda le ossa.
In cima alla salita che costeggia l’orto botanico c’è la Caritas di Cagliari. Ogni sera si allunga la coda per mangiare. Sono state 8 mila le persone che hanno chiesto aiuto nel 2017.
L’identikit è questo: maschio, età media 46 anni, disoccupato, italiano. Don Marco Lai, però, ha un’idea diversa del futuro: «I sussidi possono aiutare, ma le persone hanno bisogno di un’opportunità ».
Voi come fate? «Con il microcredito. Le banche italiane sono per gente già ricca: questo è il problema. Noi finanziamo piccoli progetti di indipendenza. Massimo 25 mila euro. Penso a un ragazzo che aveva bisogno di comprare l’auto per fare il tassista. O una ragazza molto preparata, che ha aperto un negozio da parrucchiera. La grande notizia è che i nostri prestiti hanno un indice di restituzione dell’85%. Significa che basta dare una speranza concreta e po’ di fiducia per ritrovarsi davanti a delle persone libere. Con un lavoro».
(da “La Stampa“)
argomento: povertà | Commenta »
Marzo 30th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRIMO COSTA 3 MILIARDI, IL SECONDO 38, IL TERZO 54
Il Sole 24 Ore riepiloga oggi i punti del reddito di inclusione, del reddito di cittadinanza proposto dal MoVimento 5 Stelle e del reddito di avviamento proposto dalla Lega.
Il REI, che è appena entrato in funzione e andrà a regime a luglio, prevede un bonus mensile per 18 mesi insieme a un progetto di attivazione lavorativa con l’obiettivo di superare le condizioni di povertà ; il reddito minimo garantito che il M5S chiama (erroneamente) reddito di cittadinanza si rivolge invece alle persone in povertà relativa e prevede che il beneficiario si iscriva ai centri per l’impiego e non rifiuti tre proposte di lavoro congrue, altrimenti perderà il bonus.
Il reddito di avviamento al lavoro invece si rivolge ai disoccupati sotto i 9360 euro di reddito ed è un prestito che serve a raggiungere la soglia di sopravvivenza e va restituito in vent’anni quando si è trovato lavoro.
E mentre tutto il MoVimento 5 Stelle va all’attacco del Presidente dell’Inps per le sue affermazioni sui costi, qualcuno si ricorderà di quando il Direttore del Fatto Quotidiano disse ad Otto e Mezzo che nè l’abolizione della Legge Fornero nè il Reddito di Cittadinanza erano proposte realizzabili perchè costerebbero troppo. Qualche giorno fa ad in Mezzorainpiù Marco Travaglio ha corretto il tiro dicendo che il Reddito di Cittadinanza del M5S va considerato come reddito minimo.
Travaglio sostiene anche che una misura del genere sia presente in molti — se non tutti — i paesi europei. Ed è vero.
Non è vero però che il reddito minimo proposto dal M5S sia “meno generoso” di quello erogato in altri paesi.
Secondo LaVoce.info infatti dal punto di vista del beneficio monetario i 780 euro al mese “garantiti” dal DDL del M5S sono più generosi: «in Francia il beneficio mensile per un single è di circa 500€ al mese, in Germania di 400€, in Svezia di 300€, in Gran Bretagna di 450€».
La proposta del M5S, scrivono su Facebook, è la più alta (60%) anche se si considera il reddito mediano.
Anche per quanto riguarda gli obblighi quelli previsti dal M5S non sono così stringenti come quelli imposti ai beneficiari britannici (che non possono rifiutare alcuna proposta di lavoro).
In Francia, Portogallo e Belgio è previsto un riesame periodico dell’erogazione mentre in Olanda il beneficiario che non si attiene agli obblighi può essere passibile di una sanzione. Solo in Danimarca e in Finlandia — conclude LaVoce.info — gli obblighi sono simili a quelli della proposta a 5 Stelle.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: povertà | Commenta »
Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
BOERI: “REDDITO MINIMO E’ AI PRIMI PASSI, MA C’E'”
Le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà sono nel primo trimestre 2018 quasi 900 mila e 7 su 10 dei beneficiari risiedono al Sud.
È quanto si legge nell’Osservatorio statistico sul Reddito di inclusione (Rei) presentato oggi dall’Inps e dal Ministero del Lavoro secondo il quale sono stati coinvolti dal Rei 316.693 persone (in 110 mila famiglie) mentre altre 47.868 persone (in 119 mila famiglie) sono state interessate dal Sia (Sostegno di inclusione attiva).
Secondo l’Inps, le misure di contrasto alla povertà hanno raggiunto il 50% della platea potenziale.
I benefici economici del Reddito di inclusione (misura nazionale di contrasto alla povertà erogata dal primo gennaio 2018), del Sia e delle misure regionali – spiega il presidente dell’Inps Tito Boeri – “hanno raggiunto 251 mila famiglie al 23 marzo di quest’anno, coinvolgendo 870 mila persone. Si tratta di dati cumulabili. Possiamo dire che in Italia un reddito minimo c’è”, osserva Boeri.
“Faccio un appello a chi ha agitato in queste ultime settimane la bandiera del reddito minimo: bisogna porsi come obiettivo prioritario di trovare più risorse per il Rei e spero non si voglia mettere in discussione ma andare avanti con il lavoro”, auspica Boeri.
“Noi con il Rei abbiamo colmato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi. Oggi c’è un reddito minimo, ai primi passi ma c’è già : è ancora sottofinanziato ma la platea da luglio salirà a 2,5 milioni di persone e 700.000 famiglie”.
Il reddito di cittadinanza, così come previsto dal M5S nella sua proposta di legge nella scorsa legislatura potrebbe costare tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Spiega Boeri, sottolineando che si tratta “di una cifra molto consistente”.
Boeri evidenzia che sono state affinate le stime sul costo di questa misura rispetto a quanto previsto nel 2015, quando si parlò di 29 miliardi.
Il 73% dei nuclei percettori di Sia e Rei è una famiglia con almeno tre componenti ma l’11% è una famiglia con un solo componente.
Se si guarda al solo Rei il 23% dei nuclei percettori (110 mila nel complesso) è composto da un solo componente, in gran parte dei casi un over 55 disoccupato. Gli importi medi mensili per le famiglie sono di 297 euro per il Rei e di 244 euro per il Sia (119 mila famiglie).
(da agenzie)
argomento: povertà | Commenta »
Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile
IN DIECI ANNI IL RISCHIO DI ESCLUSIONE SOCIALE E’ AUMNETATO DI 4 PUNTI… ALTRO CHE LITI DA CORTILE DI POLITICI DA AVANSPETTACOLO
Con tasse record una spesa sociale tra le più basse d’Europa, in Italia il rischio povertà o di
esclusione sociale ha raggiunto livelli di guardia molto preoccupanti.
E’ quanto emerge dall’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, secondo la quale il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato in Italia di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione. In buona sostanza le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni.
Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1%: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media.
In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presentano un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.
A livello regionale per quanto riguarda la povertà la situazione al Sud è pesantissima. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 ci segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.
Il dato medio nazionale, come dicevamo più sopra, ha raggiunto il 30% (4,1 punti percentuali in più tra il 2006 e il 2016).
In questi ultimi anni di crisi, nota la Cgia, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state “imposte” una serie di misure economiche di austerità e di rigore volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno “smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state”.
“Da un punto di vista sociale — commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo — il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.
In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati piu’ preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.
“A differenza dei lavoratori dipendenti — nota il Segretario della Cgia Renato Mason — quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficolta’ del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.
Ritornando ai dati della ricerca, In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% nel 2016.
Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota cosi’ elevata.
La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2% i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1″.
Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità , casa, maternità , sanità , assistenza, etc.) si è attestata all’11,9 per cento.
Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.
Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.
(da agenzie)
argomento: povertà | Commenta »
Marzo 14th, 2018 Riccardo Fucile
IL SENSO DEL DECORO E’ SOLO QUELLO DI “RESPINGERE” GLI IMMIGRATI E I POVERI AI MARGINI DEL SALOTTO BUONO DELLA CITTA’ IN MODO DA RENDERLI INVISIBILI PER I BUONI BORGHESI CHE NON SI SCANDALIZZANO PER I VERTICI DEL PARTITO SOTTO PROCESSO PER PECULATO
I maggiori quotidiani nazionali in questi giorni hanno ripreso, con commenti tra l’indignato e il
sarcastico, l’iniziativa del Comune di Genova di multare con 200 euro i poveri che frugano nei cassonetti alla ricerca di cibo e di verdure di scarto.
L’ineffabile sindaco delle multinazionali farmaceutiche che ama citare la Svizzera ha dovuto fare, di fronte alle critiche, un parziale passo indietro, specificando che “verrà usata umanità “, concetto peraltro sconosciuto alla giunta che degnamente presiede, come dimostrato in molte altre occasioni.
Una per tutte, aver sistemato dei ridicoli “dissuasori” per impedire che qualche clochard possa utilizzare i gradoni di Piazza Banchi per riposare.
Una spesa inutile perchè, basta vederli, non impediscono affatto la possibilità di stendersi, anzi garantiscono un’ottimo sistema anticaduta, colmo dell’umorismo involontario.
Secondo il suo vate leghista Garassino, assessore all'(in)sicurezza della città la multa ai poveri che frugano nei cassonetti deriva dal fatto che “chi cerca cibo finisce per lasciare i rifiuti a terra e questo è un richiamo per i ratti”.
Insomma si tratta sempre, da qualsiasi parte la si commenti, di topi da fogna.
Quello che non conoscono i giornali nazionali è però come questo Garassino è arrivato a fare l’assessore e come la sua carriera sia legata ai contenitori di rifiuti di Piazza della Vittoria, senza i quali non avrebbe mai attirato l’attenzione dei maggiorenti locali della Lega (segretario regionale e assessore sotto processo per peculato, presidente del Consiglio regionale sotto processo per peculato, entrambi nominati adesso parlamentari per sfuggire, in caso di condanna, alla decadenza prevista dalla legge Severino).
Con il Civ di Piazza della Vittoria, con la rumenta che trabordava dai contenitori e le piantine dei commercianti sofferenti, Garassino ha costruito la sua carriera politica, quindi di bidoni della spazzatura ha una nota dimestichezza, altro che raccolta differenziata.
Da quando è stato nominato assessore non ha concluso una mazza, ma sui giornali c’e’ finito per aver vietato tutto e l’incontrario di tutto, a seconda degli imput che gli pervengono dai commercianti.
In realtà il divieto di cercare nei cassonetti aveva solo uno scopo: quello di multare gli immigrati che cercano cibo e qualcosa da riciclare.
Ma Garassino è rimasto fregato, perchè non ha considerato che molti dei “frugatori” sono italiani.
A quel punto non poteva dire che la finalità della delibera era “razzista” e ha dovuto incassare per non apparire quello che vieta di frugare anche ai poveri italiani (prima gli italiani!!!)
Tutto in nome del decoro del buon borghese genovese che schermerebbe persino il sacchetto della rumenta per non fare vedere al vicino cosa consuma tra le mura di casa.
Una vicenda sui cui Gilberto Govi avrebbe costruito un capolavoro teatrale con un contorno di caratteristi ed ebeti.
Restano i poveri, peccato che non possiamo deportarli in Svizzera.
Ma magari Bucci può far valere le sue conoscenze a Ginevra.
argomento: Genova, povertà | Commenta »
Marzo 14th, 2018 Riccardo Fucile
L’ORDINANZA DEMENZIALE DELLA GIUNTA LEGHISTA DI GENOVA
“Chi cerca cibo finisce per lasciare i rifiuti a terra e questo è un richiamo per i ratti”. Questa frase è stata pronunciata dall’assessore alla Sicurezza di Genova per spiegare le ragioni che hanno consigliato alla giunta di centrodestra della città di emettere un’ordinanza per il decoro urbano della zona nobile e che vieta, tra l’altro, di rovistare tra i cassonetti.
L’assessore ha spiegato che la misura è contro gli ubriaconi, gli sporcaccioni che imbrattano di cartacce il centro storico.
Resta ugualmente sbalorditiva, e ai confini dell’incredibile, il modo di affrontare la questione che è appunto la fame.
Genova è il nord industriale eppure nelle sue strade vede patìre una miseria che trabocca e insozza.
E solo per questo oggi diviene insopportabile.
Combattere la fame con le multe dà il senso esatto di ciò che stiamo divenendo: estranei a questo nuovo mondo affamato che inizia a scocciarci perchè esonda dai ghetti in cui era rimasto seppellito e giunge, allagandolo, fin dentro il nostro portone. Ce la prendiamo con chi ha fame non con chi lo ha ridotto a mangiare quel che noi buttiamo dalla finestra, come fosse un ratto o poco più.
Ecco dunque l’ordinanza comunale: vietato essere miserabile e scegliere di vivere come un topo di fogna, senza un soldo in tasca.
Chi non rispetterà il divieto pagherà duecento euro di multa.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: povertà | Commenta »
Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile
UNA SOCIETA’ CHE CONOSCE IL BISOGNO SE HA FAME SI METTE IN FILA SENZA DIRE “PRIMA IO”
Restiamo stupìti quando vediamo i nostri beniamini del calcio vivere un dolore comune al nostro.
Vederli piangere al funerale ci commuove al punto da salutare con un applauso quel loro gesto di umanità , così simile al nostro eppure incredibilmente così inaspettato, enorme, straordinario.
Sono campioni e le loro vite si svolgono secondo riti che ci appartengono nei limiti della cornice prestabilita: loro protagonisti e noi spettatori, loro campioni e noi tifosi, un po’ più che adulatori un po’ meno che compagni di viaggio. Pari, noi e loro, non siamo.
Così accade quando uno di essi, è capitato qualche settimana fa a Mertens, l’attaccante del Napoli, destina una briciola del suo tempo e una briciola del suo benessere a chi è sfortunato, diseredato.
Questo stesso atto di generosità compiuto da un nostro amico o conoscente non produce affatto lo stupore e l’ammirazione che riversiamo al nostro campione.
E la ragione è appunto che lui è un campione e noi no. Lui è ricco e noi no. Lui è estraneo ai patimenti, noi purtroppo no.
Chi conosce il bisogno è più disponibile alla generosità , quella minuta e trascurabile e quella più rilevante e straordinaria.
È in qualche modo allevato all’idea che il bisogno sia compagno di vita e destino comune. Colui che è ricco, affrancato dunque dal bisogno, ha una percezione diversa della solidarietà e degli obblighi che ne derivano.
Vive la solitudine, perchè la propria fortuna è merito esclusivo del proprio talento, e deve anzi tutelarla dagli attacchi (le tasse? i ladri? la malattia), è più piegato dentro il confine esclusivo dei suoi impegni e delle sue frequentazioni.
Una società che conosce il bisogno finisce però per essere più giusta e rispettosa.
Se ha fame si mette in fila senza dire: prima io.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: povertà | Commenta »