Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile
“GLI IMMIGRATI DEL NORD” HANNO INVASO LE LISTE… I NOMINATI DALLA DIREZIONE NAZIONALE HANNO TAGLIATO FUORI CHI E’ STATO ELETTO NELLE PRIMARIE
“Il sottoscritto Sergio Blasi in pieno e assoluto dissenso con il gruppo dirigente nazionale del Pd, per aver tradito lo spirito delle primarie e aver invaso le liste pugliesi di “immigrati dal Nord”, si dimette irrevocabilmente dalla carica di segretario regionale della Puglia”.
Con una lettera consegnata alle 2.45 di questa mattina, nel Partito democratico pugliese esplode la protesta.
Che il braccio di ferro tra i segretari regionali e la direzione nazionale del Pd fosse una prova di forza, non v’era dubbio. Ma che facesse rotolare — seppur spontaneamente — qualche testa, forse non era stato messo in conto.
Ma il nodo liste è una partita che non ammette sconti.
E Sergio Blasi sapeva che il vertice bilaterale convocato nottetempo non sarebbe stata una passeggiata e non sarebbe certo finito con un brindisi. Il nodo della questione è la quota di nominati (otto) imposti da Roma nelle liste.
“Troppi” per il segretario dimissionario, “pochi” per la direzione nazionale.
A inasprire le posizioni, l’intenzione di Roma di piazzare i “suoi” in posizioni che garantiscano l’accesso sicuro al Parlamento.
La direzione regionale pugliese del Pd, riunitasi il 6 dicembre, aveva deliberato la proposta di liste, assicurando al nazionale i due capolista (Franco Cassano apprezzato sociologo barese alla Camera e Anna Finocchiaro già capogruppo del Pd al Senato) più il diciassettesimo, diciottesimo e diciannovesimo posto a Montecitorio, e al secondo e all’ottavo a Palazzo Madama.
Nel vertice notturno, i dirigenti romani dopo aver “apprezzato la caratura delle liste” hanno comunicato che “le esigenze sono altre purtroppo”.
Quindi i posti blindati alla Camera dal team di Bersani devono necessariamente essere il primo, il terzo, il sesto, il decimo e il quattordicesimo.
Questo si traduce con lo slittamento in fondo alla lista di chi, anche tra gli uscenti, si è messo alla prova con le primarie per testare il consenso nel territorio di appartenenza.
E’ a questo punto che l’ira di Blasi è montata fino ad esplodere con le dimissioni. “La priorità — ha detto — sono le primarie del 30 dicembre; il risultato ottenuto dai pugliesi non può rischiare di essere vanificato. In questo modo si invadono le liste pugliesi di immigrati dal Nord”.
Di fronte all’irremovibilità dei romani, la risposta è stata la lettera di dimissioni. Irrevocabili per altro, ammesso che nelle ultime ore di trattativa, da largo del Nazareno non arrivi un dietrofront.
A trarre vantaggio dalla linea romana sarebbero alla Camera, il vice presidente del Pd Ivan Scalfarotto, la senatrice uscente Francesca Marinaro, i deputati uscenti Paola Concia e Alberto Losacco, l’ex sindaco di Alberobello in quota socialista Bruno de Luca; balzarebbero più su rispetto alle attuali posizioni.
Per contro a farne le spese sarebbero l’avvocato leccese Fritz Mazza, il parlamentare tarantino Ludovico Vico, la collega barese Margherita Mastromauro che slitterebbero in zona Cesarini.
Per non parlare di altri nomi proposti dalla segreteria regionale del Pd, ovvero il rettore dell’università di Bari Corrado Petrocelli, il presidente della fondazione “La Notte della Taranta” Massimo Bray e il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso.
La stima, del resto, è di 19 eletti alla Camera e 9 al Senato.
Il “caso Puglia” rischia di esplodere anche nelle altre regioni.
Gli attriti tra i “locali” e i capitolini sono comuni.
A essere contestato è il metodo unico utilizzato per garantire un posto ai “paracadutati” da Roma che in totale sono un centinaio in tutta Italia.
La quota nazionale equivale al 10 per cento del totale dei candidati.
In Puglia ad esempio, oltre ai capolista, i nominati dovrebbero essere quattro su 42 candidati alla Camera, e due su 22 al Senato.
E questo non va giù perchè si traduce con il dover mettere a rischio l’elezione di chi è passato dalla strettoia delle primarie.
I malumori sono scoppiati anche in Sicilia dove è stato chiesto di ridurre alla metà il numero dei nominati — da 11 a 6 — e nel Lazio 2.
Ma per ora le uniche dimissioni sono quelle del segretario pugliese, tra l’altro l’unico finora ad aver rinunciato alla candidatura sicura nel listino bloccato di Bersani.
Il leader nazionale Pierluigi Bersani ha fatto sapere di essere lui a dover dire l’ultima parola sulle liste.
A lui il compito di sciogliere tutti i nodi e terminare la battaglia con meno feriti possibile.
Mary Tota
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Partito Democratico, PD, Primarie | Commenta »
Dicembre 31st, 2012 Riccardo Fucile
POI LAMENTA IL SILENZIO DI RENZI E AVVERTE BERSANI: “MONTI INSIDIA L’AREA CREATA DAL SINDACO DI FIRENZE”
«Con la sfida di Matteo il Pd era riuscito ad avvicinare a sè un’ampia fetta di elettorato
“nuovo” in tutta Italia, che oggi ha in gran parte messo da parte l’idea di votare il nostro partito, che considera a questo punto “irriformabile”, e volge lo sguardo altrove».
Così Giorgio Gori, spin doctor di Matteo Renzi, in una lunga riflessione a commento del suo flop alle primarie per la scelta dei candidati per le prossime elezioni politiche. Un’analisi che alterna l’autocriticà agli attacchi al Partito Democratico e allo stesso Matteo Renzi che non si sarebbe speso a sufficienza per garantire una certa area politica che punta al rinnovamento del partito di Bersani.
«Complice della mia sconfitta – afferma- è stato anche il silenzio del sindaco di Firenze»
MONTI OCCUPA L’AREA DI RENZI –
Al segretario del Pd lancia un avvertimento sui rischi che corre il partito per non aver saputo cogliere la sfida del cambiamento rappresentata da Matteo Renzi.
Per Gori il Pd oggi ha «un grave problema» del quale «i più non paiono avvertiti».
A suo giudizio infatti «non se ne vanno solo Ichino e Adinolfi, rischiamo che se ne vadano parecchi elettori.
La «salita in politica» di Mario Monti rischia di riempire in queste ore lo spazio creato dalle idee di Renzi, a tutt’oggi non valorizzate dal vincitore delle primarie – più preoccupato di non crearsi problemi a sinistra – e forse non sufficientemente presidiate dallo stesso titolare».
NIENTE APPARATI –
Questo, per Gori, è il problema politico del Pd. Per quanto riguarda il suo quarto posto alle primarie afferma invece di non essere del tutto deluso.
«Io sono contento dei miei 2.552 voti, dispiaciuto per non essere stato in grado di sfondare alcuni pregiudizi che purtroppo permangono, sul mio conto, tra una parte dei nostri elettori, ma fiducioso di riuscirci in futuro. Sono profondamente grato a tutte le persone che in questi giorni si sono spesi con incredibile generosità per promuovere la mia candidatura».
E rivendica il merito di aver fatto tutto sa solo. «Niente apparati, niente ordini di scuderia: ce la siamo giocata a mani nude e quei 2.500 voti ce li siamo guadagnati uno per uno. Ripartiamo da qui. Lavoreremo dentro il partito democratico e per il successo del partito democratico. L’Italia ha bisogno di una grande forza riformista, di massa, e questo traguardo è il nostro compito per i prossimi anni».
VINCE L’APPARATO –
Quanto alla possibilità di riuscire comunque ad entrare in Parlamento non si fa tante illusioni.
«Il quarto posto -afferma- non garantisce un posizionamento blindato nella lista per il Parlamento nè in alcun modo preclude la possibilità di essere tra gli eletti. Dipende da come andrà il Pd alle elezioni».
Quanto alle ragioni del suo quarto posto lo lega anche ad una certa stanchezza del popolo delle primarie.
I diecimila elettori che hanno votato per la scelta dei parlamentari «sono meno di un quarto di quanti avevano votato alle primarie del 25 novembre. Tre su quattro non sono tornati ai seggi, sfiancati da questa continua chiamata, distratti dalle vacanze di Natale, delusi per il risultato di quella prima consultazione. Ed è chiaro che se la platea si restringe, il peso del partito, dell’organizzazione dei circoli, si fa decisivo. Già lo era stato nello scontro Renzi-Bersani, figuriamoci questa volta».
BERSANI E IL RADICAMENTO –
Un’analisi che non convince il segretario del Pd Pier Luigi Bersani secondo il quale il quarto posto di Renzi va analizzato solo con la chiave del radicamento territoriale.
«Chi ha lavorato sul territorio ha avuto il suo premio» afferma Bersani.
«Queste primarie chi si è candidato le ha fatte a casa sua – aggiunge- non so le dinamiche e il radicamento che ognuno ha sul territorio, bisognerebbe andare a chiederlo a Bergamo. Io voto il mio deputato a Piacenza. È giusto che chi ha macinato lavoro abbia anche risultati».
Alfio Sciacca
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Primarie | Commenta »
Dicembre 31st, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2008 FINISCE INDAGATA: DALL’INCHIESTA GIOVE NE ESCE PULITA, MA DALLE INTERCETTAZIONI EMERGONO FRASI CHE LA PONGONO AL CENTRO DI UN INTRECCIO TRA POLITICA E MAFIA
Oggi le primarie, e domani, forse, un seggio in Parlamento. 
Nel Partito democratico ci provano in molti.
E ci prova anche Bruna Brembilla, influente membro del Pd lombardo, nonchè ex assessore provinciale (fino al 2009) nella giunta di centrosinistra guidata, allora, dal plurinquisito Filippo Penati.
E sì, perchè saltare sul carro della “nuova” politica non serve a cancellare le ombre di ieri. E di ombre Brembilla se ne porta dietro molte.
Ma ce ne è una che più delle altre rischia di danneggiare l’intero partito.
Si tratta dei rapporti dell’ex assessore provinciale con personaggi vicini alla ‘ndrangheta.
Nel 2008 il suo nome finisce sul registro degli indagati. La procura punta su un comitato d’affari tra Cesano Boscone, Buccinasco e Assago.
L’indagine Giove però finirà con un’archiviazione.
L’ex assessore ne esce pulita, eppure nella rete delle intercettazioni restano impigliate parole che la pongono al centro di un intreccio tra politica, impresa e ambienti mafiosi.
Il quadro emerge dall’informativa che il Ros di Milano scrive nel luglio 2008.
Oltre 400 pagine che, pur restando lettera morta dal punto di vista penale, raccontano molto bene la strada presa da tutta la politica lombarda.
Interpellato sulla questione , ecco cosa ha rivelato ieri al Fatto il presidente della Commissione antimafia del comune di Milano David Gentili: “Le notizie in merito al comportamento tenuto da Brembilla e contenute negli atti di indagine sono tali che ho chiesto al comitato dei garanti, come prescrive il Codice etico del Pd, di verificare se possano condizionare l’attività del partito o lederne l’immagine pubblica e quindi se sia opportuno candidarla al Parlamento”.
Al centro di quell’inchiesta ci sono “i voti dei calabresi” da far pesare alle amministrative del 2007 e alle provinciali del 2009.
Nel primo caso la Brembilla gioca per una candidata “amica” al comune di Buccinasco, nel secondo, invece, la partita la riguarda in prima persona.
In entrambe le situazioni, l’allora assessore, si rivolge a figure ritenute vicine alla ‘ndrangheta.
E così per le comunali tocca a Domenico Papalia, definito “soggetto vicino alla nota famiglia Barbaro”, inviare un sms a Bruna: “Venticinque voti sono sicuri”.
Lo stesso Papalia, nel 2010, si attiverà per supportare Domenico Zambetti, ex assessore di Formigoni finito in carcere per aver pagato i voti dei boss.
Ancora più clamoroso, il caso di Pasquale Marando fino a pochi mesi fa revisore dei conti del Pd.
Secondo la Brembilla, Marando, in contatto con Pietro Panetta, uno dei più influenti boss lombardi, è l’uomo che può attivare i calabresi, tanto da “impegnarli” nel 2007 già per il voto delle provinciali del 2009. È lui che conosce “quelli che hanno il bar a Corsico”.
Ed è sempre Marando che nel maggio 2009, invitato alla Masseria di Cisliano, partecipa a un summit mafioso.
Nel 2011, poi, il gip Giuseppe Gennari lo contabilizzerà all’interno del “capitale sociale” della ‘ndrangheta.
In quegli anni, dunque, Brembilla gioca su più tavoli.
Attiva “i calabresi” per i quali, dice, “io sono un punto di riferimento”, ma lavora anche con il “nemico”, ovvero con Cl e la Compagnia delle opere.
Il suo contatto è Renato Caporale, imprenditore oggi accusato di bancarotta fraudolenta. “Abile nella politica di ingerenza nelle istituzioni”, sarà lui il regista occulto per l’elezione di Loris Cereda a sindaco di Buccinasco nel 2007.
Di se stesso dice: “Dipendo da uno che si chiama Formigoni”.
In famiglia, però, Caporale ha parenti poco pubblicizzabili, come il cognato Antonino Bandera, vicino al boss Domenico Barbaro detto l’Australiano.
Il rapporto tra Brembilla e Caporale è molto forte.
I carabinieri lo definiscono “una indissolubile liaison” volta “alla gestione di affari di indubbio rilievo”. Tanto basta. Al Pd l’avvertimento è arrivato.
E nonostante questo, Bruna Brembilla ieri ha disputato le sue primarie.
Davide Milosa
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD, Primarie | Commenta »
Dicembre 30th, 2012 Riccardo Fucile
IERI HANNO VOTATO 400.000 ELETTORI: BENE I 30-40ENNI E LE DONNE… SPICCANO I SUCCESSI DELL’EX MINISTRO DAMIANO, DI PIPPO CIVATI E DI BARBARA POLLASTRINI
L’obiettivo raggiungibile – dicono in casa Pd – è quota un milione. 
Ieri, nelle nove regioni in cui si è votato, sono andati alle urne per le primarie 400 mila elettori (su una base elettorale di un milione di persone che hanno preso parte al ballottaggio del due dicembre).
“Sarebbe un ottimo risultato – dice il segretario Pierluigi Bersani – dai dati che stanno arrivando vedo delle cose francamente impressionanti: di questo passo arriveremo sicuramente a un milione di partecipanti e questo la dice lunga sulla volontà di militanti ed elettori di partecipare”.
Oggi seggi aperti fino alle 21 in Veneto, Trentino, Friuli, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna (per Sel fino alle 20).
Ma dalle urne di ieri arrivano già i primi importanti verdetti.
Rosy Bindi ha superato lo scoglio delle primarie in provincia di Reggio Calabria (insieme al consigliere regionale Demetrio Battaglia).
Battuta d’arresto invece per il renziano Giorgio Gori a Bergamo. Non ce l’ha fatta a vincere le primarie per la scelta dei parlamentari del Pd.
Nella circoscrizione di Bergamo, infatti, dove si era candidato, è arrivato solo quarto, con il 12 per cento delle preferenze (prima Elena Carnevali, capogruppo del Pd in Comune con il 31,18% dei voti. Secondo si è classificato il deputato Giovanni Sanga con il 20,47%).
Alla fine, con un tweet, ha ringraziato chi lo ha sostenuto.
Questo mentre il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, va alle urne oggi in Toscana: “Vado a votare alle primarie parlamentari Pd e faccio un grande in bocca al lupo a tutti i candidati che si sono messi in gioco”, ha scritto su twitter.
A sorpresa, infine, Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera ha accettato la proposta di Bersani di candidarsi nelle liste del Pd.
Dalla Lombardia – dove hanno votato in 100 mila – arriva un altro segnale significativo. Sono i trenta-quarantenni a vincere: oltre a Veronica Tentori, ventisettenne che ha vinto a Lecco, appaiono ai primi posti nelle rispettive province Pippo Civati, (37 anni) a Monza, Alan Ferrari (37) a Pavia e Chiara Braga (33) a Como.
E’ Barbara Pollastrini la candidata più votata a Milano e provincia.
L’ex ministro ha avuto 4527 voti. E’ una donna anche la seconda nella lista ed è Lia Quartapelle con 4344 voti.
Più bassi i consensi raccolti dai candidati uomini: Matteo Mauri ha avuto 3921 voti, Franco Mirabelli 3747, Emanuele Fiano 3739, Francesco Laforgia 3694.
In Piemonte ha votato il 26 per cento degli elettori rispetto al due dicembre: è l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano il più votato a Torino e provincia alle primarie del Pd.
Damiano ha raccolto 5.998 preferenze e si è collocato davanti al segretario provinciale del partito, Paola Bragantini, che ne ha totalizzate 4.226.
Spicca l’affermazione della giovane Francesca Bonomo, 28 anni, candidata proposta dai Giovani Democratici, che con i suoi 3.829 voti ha superato figure di spicco come parlamentari uscenti e amministratori di lungo corso.
In Liguria è un testa a testa serrato tra Lorenzo Basso, il segretario regionale e Mario Tullo, deputato.
Alle loro spalle la prima delle donne è la senatrice Roberta Pinotti. A Imperia promoss a sorpresa Donatella Albano, ex consigliere comunale a Bordighera, che denunciò le infiltrazioni della criminalità organizzata in Comune (l’amministrazione è stata sciolta nel marzo 2011).
La paladina della lotta ai clan ha superato il favorito Leandro Faraldi, segretario provinciale.
Anche in Campania – come in Lombardia – sono andati alle urne in 100mila.
A Napoli boom del consigliere regionale Antonio Amato, dell’ex sindaco di Portici Enzo Cuomo e del deputato uscente Salvatore Piccolo.
Tra le donne in testa Valeria Valente e Assunta Tartaglione, responsabili regionale e provinciale del movimento femminile del Pd.
Nel salernitano il deputato uscente Fulvio Bonavitacola, ritenuto vicino al sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, è il vincitore delle primarie.
Ha ottenuto 8.756 voti. In provincia di Benevento, dove hanno votato in 15.120 persone, netta affermazione del capogruppo in Consiglio regionale, Umberto Del Basso De Caro, che ottiene oltre 12mila preferenze pari al 46% dei voti.
In Umbria, hanno vinto l’attuale deputato Gianpiero Bocci (in provincia di Perugia) e l’assessore regionale Gianluca Rossi (a Terni).
In Molise l’ex parlamentare Roberto Ruta si afferma a Campobasso, mentre a Isernia vince il segretario regionale del Pd, Danilo Leva.
(da “La Repubblica“)
argomento: Primarie | Commenta »
Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
TOTONOMI SUL LISTONE E SI PENSA GIA’ AL DOPO BERSANI… SPUNTA IL NOME DI BARCA PER IL RUOLO DI SEGRETARIO
Non c’è solo il nome di Pietro Grasso tra i giudici che il Pd vuole candidare: dai piani alti filtra anche quello del giudice anti-Gomorra, Raffaele Cantone, cui potrebbe essere proposto di entrare nel listone bloccato insieme a quelle personalità che non vengono sottoposte al vaglio delle primarie che metteranno a confronto 1500 sfidanti in giro per le province tra domani e domenica.
E si registra gran movimento intorno al «listone», un elenco di 120 nomi che verrà reso noto dopo le primarie, dove confluiranno una ventina di capilista, esponenti delle correnti, ma anche una quarantina di persone decise dal segretario.
Che per la scelta di volti nuovi farà tesoro degli incontri riservati in questi mesi con storici, economisti, intellettuali ed esperti di comunicazione.
Tra i nomi «sugli scudi» c’è sempre quello di Fabrizio Barca, ministro della coesione territoriale, molto stimato da Bersani, che ha già provato a coinvolgerlo, senza esito, nella sfida per la conquista del Campidoglio.
Ma che lo ritiene adatto, se non entrerà nel listone come candidato, a ricoprire ruoli di governo o di partito ai più alti livelli.
Non sorprende dunque che, per l’apprezzamento di cui gode Barca anche nel mondo di Sel, comincino a circolare voci di una sua possibile ascesa ai vertici, al punto che c’è chi ritiene sia un nome spendibile perfino per la corsa ad una futura segreteria unificata dei due partiti, Pd-Sel.
Ma è sul problema più impellente ora, quello del «listone», che si concentrano le attenzioni: si vocifera di un corteggiamento ad altri ministri come Balduzzi o Profumo, ma non ci sono conferme a riguardo.
Poi c’è il nodo dei big che hanno ottenuto la deroga al limite dei tre mandati: mentre la Bindi corre in Calabria e la Finocchiaro a Taranto, Franco Marini è esonerato dalle primarie ed entrerà nella quota bloccata, così come, forse, anche Beppe Fioroni e Gianclaudio Bressa.
Sempre nel «listone bloccato» dovrebbero entrare altre personalità come Marco Rossi Doria, sottosegretario del governo Monti, l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, il politologo Carlo Galli.
E potrebbero trovare spazio anche alcuni parlamentari renziani come gli ambientalisti Realacci, della Seta e Ferrante o l’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. Di certo ne faranno parte i componenti dello staff di Bersani per le primarie: lo storico Miguel Gotor, la portavoce Alessandra Moretti e Roberto Speranza.
Stesso dicasi per lo staff ristretto di Renzi, Giuliano Da Empoli, Roberto Reggi e Simona Bonafè.
Ma in centinaia si cimenteranno sul campo, a partire dai 200 parlamentari uscenti (un altro centinaio si è ritirato) che se la vedranno con figure popolari, come la ex olimpionica Josefa Idem che corre a Ravenna, o molto radicati sul territorio, come il fratello del sindaco di Bari Alessandro Emiliano.
A Torino gareggia anche l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, che potrebbe avere poi un ruolo da capolista, ma anche Pietro Marcenaro, Fabrizio Morri.
Nel Lazio un affollamento di parlamentari, da Marianna Madia a Stefano Fassina da Roberto Morassut a Matteo Orfini, da Walter Tocci a Vincenzo Vita e due renziani, Giachetti e Lorenza Bonaccorsi.
In Abruzzo si candida la ex presidente della Provincia aquilana, Stefania Pezzopane, a Reggio Calabria la Bindi è in lista con altri sei candidati, a Bologna corre il renziano Salvatore Vassallo, la ex portavoce di Prodi, Sandra Zampa e un’altra dozzina di candidati tra cui il presidente dei famigliari delle vittime dell’attentato dell’80, Paolo Bolognesi.
Fatte le primarie, delle liste si parlerà il 3 gennaio quando si dovrà procedere alle compensazioni con le correnti, prima della Direzione dell’8 gennaio chiamata a mettere il timbro sulle candidature.
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
argomento: Partito Democratico, PD, Primarie | Commenta »
Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI CATERINA ROMEO, CONDANNATA A 16 MESI PER IRREGOLARITà€ NELLE FIRME
Ha garantito la validità delle candidature alle primarie del Partito democratico di Torino,
ma è stata condannata per irregolarità elettorali.
Un’incongruenza di cui pochi si sono accorti, mentre Beppe Grillo parla di “buffonarie” del “Pdmenoelle”.
Caterina Romeo, ex segretario provinciale del Pd, ora responsabile dell’organizzazione del partito e garante per le primarie, è stata condannata il 13 dicembre scorso a un anno e quattro mesi di reclusione dal giudice per le udienze preliminari Federica Bompieri.
Secondo il sostituto procuratore Patrizia Caputo, “specializzata” in indagini simili, nel 2011 la Romeo non aveva convalidato le firme per la lista “Consumatori per Fassino” ai banchetti elettorali commettendo un’irregolarità .
La notizia è stata ripresa ieri dal sito di Beppe Grillo, che ha definito le primarie per la scelta dei parlamentari del Pd “Buffonarie”.
Altri dubbi sorgono se si guarda chi presiede la commissione che ha valutato le firme raccolte dai candidati: è Giancarlo Quagliotti, politico di lungo corso condannato in via definitiva nel 1997 insieme a Primo Greganti (tesoriere Pci e Pds) a sei mesi di reclusione per un finanziamento illecito della Fiat al partito.
I garanti da lui presieduti hanno provocato qualche grattacapo: per permettere una rappresentanza uguale a donne e uomini è stata abbassata la soglia di firme necessarie alle candidate.
Questa scelta non è piaciuta ad alcuni esclusi, tra cui Sandro Plano, esponente “istituzionale” dei No Tav, fuori competizione per solo otto firme.
Andrea Giambartolomei
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD, Primarie | Commenta »
Dicembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
OLTRE 100.000 I VOTANTI, BEN SOTTO PERO’ LE PRIMARIE NAZIONALI
Oltre centomila elettori si sono recati sabato dalle 8 alle 20 ai seggi.
E stando ai primi risultati (il 30 per ccento delle schede scrutinate) in testa c’è Umberto Ambrosoli con il 56 per cento delle preferenze.
Seguono Andrea Di Stefano con il 23 per cento e Alessandra Kustermann con il 21 per cento.
Oltre mille erano seggi sparsi per la regione, circa ottomila volontari, freddo e ancora parecchia neve.
Il centrosinistra lombardo ha celebrato il proprio sabato di primarie. Ora i tre candidati, Umberto Ambrosoli, Alessandra Kustermann e Andrea Di Stefano aspettano l’esito delle urne che designerà il candidato della coalizione per la sfida delle elezioni regionali di febbraio.
AFFLUENZA
Non ci sono precedenti per le primarie regionali e quindi l’unico confronto possibile è con il voto nazionale.
Rispetto alla sfida Bersani-Renzi l’affluenza è decisamente più bassa .
Le operazioni si sono svolte regolarmente nonostante la neve e non ci sono state code ai seggi. «Non ci aspettiamo di raggiungere la stessa affluenza delle nazionali — ha spiegato Roberto Rampi, del comitato promotore delle primarie — ma secondo le informazioni che ci arrivano dai seggi i cittadini stanno andando a votare, nonostante le condizioni atmosferiche».
DI STEFANO
«È un ottimo risultato» il fatto che, nonostante freddo e neve, alle 19 si fossero presentati 100 mila elettori». A dirlo è Andrea Di Stefano che ha votato al circolo Arci Bellezza. «Se raggiungeremo i 100mila votanti – ha proseguito – mi sembra un ottimo risultato visto che molte località sono sotto un metro di neve».
AMBROSOLI
Umberto Ambrosoli ha votato nel seggio allestito nel circolo del Pd Magenta XXV Aprile in via Ercole Ferrario, nel centro di Milano.
Lo ha accompagnato Martino, uno dei tre figli. Nel seggio – lo stesso dove Ambrosoli ha votato per le primarie nazionali del centrosinistra – non c’era coda e in pochi minuti sono state completate le operazioni di voto.
KUSTERMANN
«Oggi ho votato per il centrosinistra»: così la candidata Alessandra Kustermann ha commentato il proprio voto nel seggio di via De Amicis. Kustermann si è detta contenta che nonostante la neve, la gente stia andando a votare, «anche se è la terza volta in un mese», e ha promesso che comunque vada «sarò in campo per far vincere una buona sinistra»
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Milano, Primarie | Commenta »
Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LE ANOMALIE DELLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA… UNA BATTAGLIA CONSUMATA NON ALL’INTERNO DI UN PARTITO MA A UNA VASTA PLATEA…UNO SCONTRO APERTO NON DOPO UNA SCONFITTA, MA ALL’APPROSSIMARSI DI UNA VITTORIA
Si dice che nelle primarie si sono confrontate due concezioni diverse, e forse opposte, della sinistra. Verissimo.
Ma la novità principale non è questa. Nè in Italia, dove due idee diverse, e forse opposte, di sinistra – la prima, a grandi linee, socialdemocratica, la seconda, sempre a grandi linee, «democratica» – si confrontano con alterne sfortune (basta sfogliare gli annali dell’interminabile duello tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni) da vent’anni e passa. Nè in Europa, dove le forze socialiste, socialdemocratiche e laburiste non sono affatto, e da un pezzo, quel Moloch operaista, statalista e spendaccione di cui si chiacchiera a sproposito da noi, ma sul nodo identitario si confrontano, e talvolta duramente si scontrano, senza per questo andare in pezzi: di questo già nei tardi anni Novanta ci aveva parlato, per fare l’esempio più classico, l’affermazione di Tony Blair, di questo, esaurito il blairismo, ha continuato a parlarci la vittoria per un pugno di voti di Ed Miliband sul fratello David, poco più di due anni fa, nella contesa per la guida del Labour Party.
A rendere originale il caso italiano, come si sarebbe detto una volta, sono soprattutto altri due fattori.
Il primo, e il più evidente, è che la battaglia non si è consumata in un congresso di partito (per la semplice ragione che da noi partiti propriamente detti non ce ne sono più, e il Pd non sfugge alla regola), ma ha avuto per platea elettorale tre milioni di persone.
Il secondo, su cui, a torto, si riflette meno, è che lo scontro non si è aperto, come vuole gran parte della tradizione della sinistra (non solo italiana) all’indomani di una sconfitta, o di una serie di sconfitte, ma alla vigilia di una vittoria elettorale unanimemente considerata assai probabile.
Anche perchè le elezioni politiche ormai incombono e un competitor, sull’altro, disastratissimo fronte, ancora non c’è: con tutti i rischi di vertigine da successo (Silvio Berlusconi 1994 docet) che un simile vuoto inesorabilmente comporta, visto che l’implosione della destra politica sembra sì inevitabile, ma i suoi elettori, per quanto intristiti e arrabbiati, sono vivi e vegeti.
Si è letto che le primarie sono state un concorso pubblico per l’incarico a candidato premier, svoltosi nella forma di una grande, e salutare, festa democratica.
Anche in questo caso, verissimo.
Ma forse, per i motivi sopra ricordati, sono state pure qualcosa di diverso e di meno facile da decifrare.
Una specie di simulazione di massa delle elezioni vere, resa più realistica dal fatto che, a torto o a ragione, agli occhi della grande maggioranza dell’opinione pubblica, non solo di sinistra, il clou della contesa per la futura premiership è, Mario Monti permettendo, tutto interno alla sinistra.
Questo aiuta a capire, tra l’altro, anche la quantità imbarazzante di endorsement piovuti dalla destra su Matteo Renzi, il più delle volte a modo loro sentiti e sinceri, specie quando a manifestarli non sono stati politici di professione: è il caso, di cui ha detto benissimo Massimo Mucchetti, del fior fiore dell’intellettualità liberista italiana, e della sua curiosa, ricorrente pretesa di chiedere alla sinistra di fare la destra.
Resi alle primarie, a chi le ha coraggiosamente volute e a chi le ha con fortissimo impegno combattute tutti i meriti democratici di questo mondo, resta per Pier Luigi Bersani, e seppure in diversa misura per Renzi, il problema delle secondarie, il problema di vincere cioè, quale che sia la legge elettorale, le elezioni politiche.
Mettendo in conto che a quel punto l’avversario oggi latitante probabilmente ci sarà , forse con le fattezze di Berlusconi, forse no.
Idee, programma, squadra (anzi, squadrone): tutto quello che il vincitore delle primarie promette di mettere in campo da oggi alle prossime settimane, sempre che si tratti di idee, di un programma e di una squadra convincenti, va benissimo. Ma non basta.
Nelle settimane scorse, battendo l’Italia con il suo camper, Renzi ha rilanciato, si intende a modo suo, la «vocazione maggioritaria» cara a Veltroni: l’idea cioè di una sinistra che, finalmente emancipata dai propri anziani e dal proprio passato, può farcela da sola. Bersani questa visione non l’ha mai condivisa, e non solo perchè con quel grumo di storia, valori e interessi che definiamo passato coltiva (come, si è visto, la maggioranza dell’elettorato attivo del Pd, di Sel e dei socialisti) un rapporto diciamo così più rispettoso. È convinto che la sinistra, qualsiasi sinistra, non è mai stata e ben difficilmente sarà maggioranza in questo Paese.
Non si traveste da moderato, ma sa che, per governare, non solo con le ragioni, gli interessi e, naturalmente, i voti dei moderati vanno fatti i conti, ma con una parte almeno del loro mondo bisognerà probabilmente allearsi.
Farlo dopo il voto sarebbe, forse, una soluzione realistica. Ma sarebbe anche una soluzione contraddittoria con la logica stessa delle primarie, e con la conclamata volontà di mettere anche stavolta gli italiani in condizione di sapere chi li governerà la sera stessa delle elezioni.
Fossimo in Bersani, un incontro formale al suo amico Pier Ferdinando Casini, per chiedergli amichevolmente che cosa vuol fare e con chi vuole stare da grande, cominceremmo a chiederlo già adesso.
Paolo Franchi
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Primarie | Commenta »
Dicembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I DATI REGIONE PER REGIONE…CONSENSI BULGARI PER BERSANI IN CALABRIA, SARDEGNA E PUGLIA
Ecco la fotografia di come è andata regione per regione:
– PIEMONTE
BERSANI 58,0
RENZI 41,9
– VALLE D’AOSTA
BERSANI 53,6
RENZI 46,3
– LOMBARDIA
BERSANI 60,5
RENZI 39,4
– TRENTINO ALTO ADIGE
BERSANI 60,4
RENZI 39,5
– VENETO
BERSANI 59,6
RENZI 40,3
– FRIULI VG
BERSANI 60,6
RENZI 39,3 21,3
– LIGURIA
BERSANI 65,8
RENZI 34,1
– EMILIA ROMAGNA
BERSANI 61,1
RENZI 38,8
– TOSCANA
BERSANI 45,1
RENZI 54,8
– UMBRIA
BERSANI 52,3
RENZI 47,6
– MARCHE
BERSANI 54,6
RENZI 45,3
– LAZIO 67,4
BERSANI 32,5
RENZI 34,9
– ABRUZZO
BERSANI 62,3
RENZI 37,6
– MOLISE
BERSANI 63,3
RENZI 36,6
– CAMPANIA
BERSANI 68,7
RENZI 31,2
– PUGLIA
BERSANI 71,0
RENZI 28,9
– BASILICATA
BERSANI 71,9
RENZI 28,0
– CALABRIA
BERSANI 75,7
RENZI 24,2
– SICILIA
BERSANI 66,3
RENZI 33,6
– SARDEGNA
BERSANI 73,4
RENZI 26,5
argomento: Primarie | Commenta »