Aprile 1st, 2013 Riccardo Fucile
HABITUE’ DELL’ALBERGO, LA CANCELLIERA CHIEDE NOTIZIE DELL’EX DIPENDENTE, POI VA A TROVARLO E PRANZA CON LA FAMIGLIA
Singolare fuori programma nel soggiorno a Ischia del cancelliere tedesco Angela Merkel. Habituè da anni dello stesso hotel di Sant’Angelo, il Miramare, quest’anno ha notato l’assenza di un dipendente, il maitre, con il quale aveva stretto un rapporto cordiale durante i suoi ripetuti soggiorni.
Ha chiesto di lui, ha saputo che era stato licenziato, e così – dribblando fotografi e giornalisti – sabato pomeriggio si è recata a trovarlo.
Merkel, sabato, era stata vista imboccare il vecchio sentiero che da Sant’Angelo sale alla frazione di Serrara, per quella che tutti ritenevano fosse solo una passeggiata. Invece il tamtam delle voci sull’isola ha riferito di una tappa imprevista, e oggi Marianna Iacono, figlia del dipendente licenziato – Cristoforo Iacono, 59 anni – ha raccontato l’incontro con il padre.
«La signora Merkel non ha trovato mio padre in albergo e avendo saputo che era stato licenziato è venuta fino a casa a trovarlo – racconta la figlia di Cristoforo Iacono – si è seduta ed ha pranzato con noi. La Merkel conosce mio padre da una vita, anche prima che diventasse capo del governo. Siamo stati felicissimi di averla qui a casa nostra». «È stato un bel gesto – commenta il sindaco di Serrara Fontana, Rosario Caruso – che denota un’attenzione ai rapporti umani da parte della signora Merkel ed una sua particolare sensibilità ».
Un bell’esempio di umanità di fronte all’arroganza di tanti politici nostrani, da uno a cinque stelle.
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Marzo 31st, 2013 Riccardo Fucile
“L’ARTE NON E’ FARE LO SCAPIGLIATO, L’ITALIA NON HA PIU’ RICHIAMI ETICI”…”L’ITALIA DI OGGI NON SA PIU’ SOFFRIRE E NON SA PIU’ SORRIDERE, E’ UN PAESE MALATO” …”HO AVUTO LA FORTUNA DI VIVERE IN UN’ITALIA PICCOLA MA SERIA, RICORDO BERLINGUER E ALMIRANTE, PERSONAGGI STREPITOSI”
«Io sono profondamente grato al mio Paese. All’Italia devo tutto. Per questo mi fa male vederla
così. E avverto la necessità di alzare la voce, per segnalare qualche pericolo e qualche opportunità ».
Riccardo Muti, dopo il successo del concerto verdiano di Roma e prima di partire per Chicago, sta passando qualche giorno in montagna.
A chiedergli se abbia sciato, sorride. «Io non so sciare. I miei figli si divertono molto, il mio nipotino di 5 anni sta imparando. Ma io appartengo a una generazione di italiani per cui sciare non entrava nel novero delle cose possibili. Se ripenso alla mia giovinezza, nella Puglia degli anni 50, mi sembra di essere vissuto secoli addietro. Non c’era la tv; anche quando nacque la Rai, nessuno a Molfetta aveva il televisore, per vedere Lascia e raddoppia si andava al cinema. Ma era un Paese laborioso, in senso latino: “labor”. Vigoroso, forte, disponibile alla fatica, al sacrificio, pieno di speranza».
«La mia era una famiglia numerosa. Non eravamo poveri, papà era medico, ma dovette lavorare molto per farci studiare. Alle elementari il maestro era mio nonno, direttore della scuola Alessandro Manzoni: inflessibile, rigoroso, severo; un esempio di decoro, dignità , lealtà . Davanti alla villa comunale, dove portavamo le ragazze a passeggiare, c’era l’orologio con la scritta: “Mortales vos esse docet quae labitur hora”; in sostanza, ricordati che devi crepare.
La scritta è sempre lì, ma nessuno ci fa più caso.
Per noi era davvero un richiamo etico, ci ricordava il dovere di comportarci in modo civile, anche con le donne.
Al liceo, dove aveva studiato Salvemini, le nostre serate erano il seguito delle lezioni: le passavamo a conversare con gli insegnanti di letteratura, latino, filosofia. Mio fratello maggiore è diventato neuropsichiatra, il secondo ha fatto l’università navale di Napoli, i gemelli nati dopo di me sono ingegneri elettronici. Mio padre volle che ognuno avesse una cultura musicale, a ingentilire una formazione così rigida; anche se il massimo che ci si poteva attendere, nella provincia del Sud, era diventare direttore della banda del paese. A 7 anni mi misero in mano un violino, che ovviamente ho detestato con tutte le mie forze; anche perchè avrei voluto un fucile di legno con il tappo, all’epoca il più bel regalo possibile. Papà si era già arreso: “Riccardo non è portato per la musica”. Fu mia madre a dire: “Diamogli ancora un mese”. Un mese proficuo. Decisivo è stato poi l’incontro con Nino Rota, il mio padre musicale, cui sono rimasto vicino sino alla morte. Però la cosa più importante è stata crescere in un’Italia piccola ma seria. Un Paese dalle radici poderose. Per questo oggi non ho difficoltà a stare accanto all’uomo più semplice della terra come alla regina Elisabetta. Parte del mio percorso si è svolta all’estero,ma iomi sento profondamente italiano, ho dato ai figli i nomi dei nostri grandi santi – Francesco, Chiara, Domenico –, e mi ribello nel vedere il mio Paese ridotto così».
«L’Italia di oggi non sa più soffrire e non sa più sorridere. Ha smarrito non solo il senso degli enormi sacrifici dei padri, ma anche la loro gioia di vivere. La Spagna è messa peggio di noi, però ha ancora vitalità , joie de vivre, quell’attitudine che un tempo ci rendeva simpatici al mondo e ora abbiamo perduto. A Chicago vedo tanti ragazzi italiani, gente in gamba, che è dovuta fuggire. Non voglio fare il “laudator temporis acti”, ho sempre detestato chi diceva: “Ai miei tempi”. Ma questo è un Paese malato, molto diverso da quello che sognavamo da ragazzi. Persino i profumi sembrano spariti: i profumi che uscivano dalle finestre d’estate, quando nelle case ancora si cucinava, e si rideva. Ora viviamo in una società grigia. L’Italia sembra aver tirato i remi in barca. Non crede più nel futuro e in se stessa. Non si fida più di nessuno; e con qualche motivo».
«Non voglio dare giudizi sui politici; ma il livello di questi anni è sconfortante. Per mestiere mi capita di seguire dieci linee musicali, che si intersecano e si contrappuntano, ma tendono all’armonia. Invece se metti anche solo tre politici in tv subito si gridano addosso, e non si capisce più nulla. Io credo nella dialettica, nel confronto, nel rispetto. È evidente che per non precipitare verso il voto anticipato occorre fare un governo di larghe intese, anche se, più dell’aggettivo, mi interessa il sostantivo: intese. Una soluzione non populista, in cui i migliori esponenti delle diverse culture politiche si applicano ai problemi del Paese, si occupano delle famiglie che già alla seconda settimana del mese sono in difficoltà .
“Ricordo Berlinguer e Almirante: ideologie sbagliate; ma personaggi strepitosi. I tagli alla cultura, al cinema, ai teatri, alle orchestre, sono vergognosi, ma non mi stupiscono: ai concerti, i politici non vengono mai. Quelli davvero interessati li conti sulle dita di una mano: come Ciampi e Napolitano, che vedevo a Salisburgo anche prima che diventasse capo dello Stato. A quasi tutti gli altri, della musica e della cultura non importa nulla».
E Grillo? «Mi ricorda Iago, che nell’Otello dice: “Io non sono che un critico…”. Criticare senza dare soluzioni credibili possono farlo tutti. Se dirigessi un’orchestra dicendo solo quello che non va, non risolverei nulla. Gli italiani si sono stancati della vecchia politica, ma ora hanno bisogno di vedere una luce in fondo al tunnel, e di qualcuno che li guidi verso la luce. Invece sento invocare dittature, “il 100% dei voti”: un’avventura che abbiamo già conosciuto, finita malissimo. E poi questo turpiloquio mi fa orrore. Un segno di abbrutimento».
E gli artisti saliti sul carro di Grillo? «Ognuno è libero di seguire quel che ritiene giusto. Faccio notare però che noi abbiamo una idea un po’ distorta, per cui si “fa” l’artista, mentre nella realtà si “è” artista. Essere artista non significa fare lo scapigliato, un po’ folle, con la barba e i baffi lunghi e le parole in libertà , sempre ad agitare le mani con violenza e a insultare gli interlocutori. Non pretendo che tutti debbano essere come Bach, solennemente seduto al suo organo a comporre opere da consegnare a Dio e all’umanità , concependo nelle pause un sacco di figli. Un modello di artista per me è Toscanini, uomo di grande semplicità , eleganza, coscienza civile. O come Verdi. Uomini per cui la forma è contenuto».
A Verdi, Muti ha dedicato un libro e parte della stagione dell’Opera di Roma, con lavori considerati minori che però esprimono l’identità italiana, da Genova – con il Simon Boccanegra – a Venezia, con I due Foscari.
«Il ritorno del sentimento nazionale può essere la premessa per la rinascita. Negli anni 70 l’inno, il tricolore, la patria erano parole sospette. Io ci credevo già allora, ho sempre fatto l’inno, e soffrii quando si tentò di creare una polemica con Ciampi: dirigevo alla Scala il Fidelio, che considero una sorta di inno delmondo, per questo rinunciai a Mameli; la cosa non fu spiegata al presidente che ci rimase male, i media avevano già allestito il rogo, per fortuna ci chiarimmo subito».
Alla guida della Scala, Muti ha passato 19 anni. E quella di oggi? «Il punto non è privilegiare Wagner rispetto a Verdi: due geni che hanno avuto il solo torto di nascere nello stesso anno. Il punto è che la Scala rappresenta storicamente la nostra nazione. È la voce dell’Italia all’estero. La nostra anima. Se a un teatro togli l’anima, gli hai tolto tutto. Sarebbe un tradimento. È ovvio che la Scala può mettere in scena i grandi musicisti austriaci e tedeschi. Ma dev’essere consapevole che a Vienna, a Berlino, a Bayreuth sono attrezzati – per tradizione, lingua, cultura – a farlo meglio di noi. Mentre se perdiamo la capacità di mettere in scena meglio degli altri Verdi, Puccini, Bellini, Donizetti, Rossini, allora il danno sarebbe gravissimo, perchè quella è la nostra cultura, siamo noi. In Cina ogni anno aprono teatri, conservatori, orchestre che la studiano, e se non teniamo il loro passo ne saremo sommersi. Questa era la linea che prima di me aveva seguito il mio predecessore Abbado».
Ma con Abbado non siete rivali? «Queste sono cretinate messe in giro da chi ha sempre bisogno di rappresentare gli italiani divisi, come Coppi e Bartali. Ma Coppi e Bartali facevano la stessa corsa. Abbado e io no, e per fortuna, altrimenti ci renderemmo ridicoli, visto che non abbiamo più vent’anni. Apparteniamo a generazioni diverse, ma abbiamo sempre avuto rapporti cordiali e ci stimiamo, perchè condividiamo lo stesso amore per il nostro Paese e per quel linguaggio universale che la musica italiana parla a tutti gli uomini».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 30th, 2013 Riccardo Fucile
TESTIMONE INDIMENTICABILE DI UNA CITTA’ DOVE C’E’ “SOFFERENZA, POESIA E MALINCONIA”
] Enzo Jannacci la sua Milano la guardava dall’alto, da casa, in un palazzo al sesto piano di Città
studi, dal quale si scorgeva il profilo del Pirellone.
Ma l’ha sempre vissuta e raccontata dal basso, nelle strade dove i personaggi delle sue canzoni si muovevano cercando il futuro, o semplicemente la sopravvivenza.
Donne e uomini semplici, come la Vincenzina, che negli anni sessanta era “davanti la fabbrica” ad aspettare suo marito e che invece adesso, in un’intervista al Corriere del 2004, il cantautore e poeta milanese di origini pugliesi, si augurava fosse “la moglie di uno che almeno è riuscito ad avere la pensione”.
IL «BARBUN» ALL’IDROSCALO
Come il vagabondo che pregava un “sciur” per salire sulla macchina bella “per andare all’Idroscalo”, ma a lui, al “barbun”, importava soprattutto fare un giro sulla macchina.
O come l’uomo che per pagare una cambiale, in “E l’era tardi”, va a disturbare un ex commilitone, ma poi gli manca il coraggio di turbare la serenità familiare dell’amico.
Una Milano che vive aggrappata agli affetti profondi, all’amore all’amicizia, a valori antichi che si devono confrontare con le trasformazioni di una città che diventa metropoli.
Milano che non è più quella del Derby o del Santa Tecla, i locali storici dei cantautori e del cabaret.
Ma che a suo modo, è una città eterna: “Dove c’è sofferenza e malinconia, c’è il momento poetico.
«MA COM’E’ CHE MUOIONO TUTTI?» –
E a Milano ci sarà sempre”, raccontava qualche anno fa, sempre al Corriere, Jannacci, che ha regalato a tutti tante memorie nel bellissimo libro “Aspettando al semaforo”, scritto con il figlio Paolo.
E che ha lasciato a chi scrive un ricordo incancellabile: quando in quella sua casa di Città studi, nel 2004, parlando dei suoi cari amici Beppe Viola e Giorgio Gaber, che non c’erano più, guardando fuori dalla finestra con occhi smarriti, si è domandato tra sè e sè: “Ma com’è che muoiono tutti?”.
Matteo Speroni
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 30th, 2013 Riccardo Fucile
IL RICORDO DI MARIO LUZZATTO FEGIZ
Enzo Jannacci è stato il rappresentante di una cultura musicale e cabarettistica tipicamente milanese.
Non solo un cantautore, ma un caposcuola, intorno al quale si sono aggregati personaggi di grande rilievo come Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto, Massimo Boldi, Beppe Viola.
Fra i migliori amici del medico-cantautore, l’avvocato cantante Paolo Conte. E poi Giorgio Gaber, per lungo tempo compagno di scena (la loro esecuzione di «Una fetta di limone» in stile Blues Brothers resta un classico), e Dario Fo che rimase subito colpito dal suo talento.
Jannacci ha firmato canzoni di rara bellezza, ironiche, struggenti.
Ha cantato il mondo dei perdenti, come il «Palo della Banda dell’Ortica» o la «Vincenzina davanti alla fabbrica» o, simbolo degli emarginati a vita, il protagonista di «Vengo anch’io».
Ha trasformato in eroe un cornuto strutturale come l’Armando, e in eroina del libero amore la molto disponibile Veronica (che lo faceva «al Carcano, in pè», in piedi). Faccia indefinibile, fra lo stupefatto, l’imbarazzato e l’immobile, quella parlata apparentemente stentata e nasale: per anni Jannacci oltre che cantante è stato un comico, capace di scoprire altri comici.
Enzo Jannacci era nato a Milano il 3 Giugno 1935.
Colpisce subito il suo lavoro serio e rigoroso su due fronti: la medicina e la musica.
Si laurea e si specializza in cardiochirurgia da una parte, e dall’altra frequenta il conservatorio diplomandosi in pianoforte, armonia e direzione d’orchestra.
Il successo arriva abbastanza presto, ma lui non rinuncia a fare il medico, esattamente come Vecchioni non molla l’insegnamento al liceo e Paolo Conte il mestiere di avvocato.
Di giorno in ospedale, di notte a cantare.
Muove i primi passi al Santa Tecla di Milano dove si esibisce con Tony Dallara, Adriano Celentano e Giorgio Gaber.
Poi al Derby le sue doti cabarettistico-musicali colpiscono Dario Fo che lo inizia al teatro.
La prima canzone viene pubblicata nel 1959 e si intitola «L’ombrello di mio fratello». Poco dopo «Il cane con i capelli».
Appare evidente che Jannacci sa coniugare musica e comicità . Seguono tanti altri successi come «Vengo anch’io. No, tu no», «Giovanni telegrafista», «L’Armando», «Veronica». Più avanti arriverà «Quelli che». Più che una canzone, è un «format» che può essere continuamente aggiornato.
È un florilegio di comportamenti umani, a volte folli, a volte disonesti, a volte inspiegabili.
«Quelli che… tanto il calcio è solo un gioco e poi quando perde il Milan picchiano i figli… Quelli che votano scheda bianca per non sporcare».
Aggiornata nel corso dei decenni fa il paio con un’altra canzone, «Puli Puli», che colpisce a 360° in dialetto milanese, dai «cantautur» (che quando cà nten se senti l’udùr) a «Chi di giurnà l» (chè il so’ mestè l’è cunta su i bal). Jannacci ha firmato capolavori come «El purtava I scarp del tennis», «Andava a Rogoredo», «Sfiorisci bel fiore», ma è stato anche superbo interprete di canzoni altrui come «Ma mi» di Carpi e Strehler (cavallo di battaglia anche della Vanoni), «Bartali» di Paolo Conte, «La strana famiglia» di Gaber-Alloisio.
Affreschi di solitudine e malinconia sono «Giovanni telegrafista», mollato dal grande amore a colpi di punto-linea e «Mexico e nuvole».
Jannacci ha composto anche numerose colonne sonore per Romanzo popolare di Monicelli, per Saxofone di (e con) Renato Pozzetto, per Pasqualino Settebellezze . Senza contare le canzoni scritte per Cochi e Renato, a cominciare dalla «Canzone Intelligente», sigla del varietà tv della domenica, «Il poeta e il contadino» e «E la vita la vita», sigla di una «Canzonissima».
In teatro non disdegnava il ruolo di autore puro, che non appare: come La tappezzeria, scritta a quattro mani con Beppe Viola che nel 1975 fu il trampolino di lancio di Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Enzo Porcaro, Giorgio Faletti, Mauro Di Francesco.
Nel 1989 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con «Se me lo dicevi prima».
Nel ’91 ci riprova con «La fotografia» in coppia con la grandissima Ute Lemper e riceve il Premio della Critica. Nel ’94 è ancora all’Ariston in coppia con Paolo Rossi con il brano «I soliti accordi», arrangiato da Giorgio Cocilovo e Paolo Jannacci, suo unico figlio e grande musicista.
Nel finale della sua carriera Jannacci era tornato al jazz, il suo vecchio amore. Straordinario il rapporto col figlio Paolo: ordinato, sistematico e preciso, Jannacci jr. ha contribuito a prolungare la carriera del padre che ha aiutato e sostenuto fino alla fine.
Jannacci ne era consapevole e quando Gaber pubblicò «La mia generazione ha perso» commentò: «Una generazione che ha avuto figli come Dalia (figlia di Gaber, n dr ) e Paolo, non può dire di aver perso».
Mario Luzzatto Fegiz
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 30th, 2013 Riccardo Fucile
SI E’ SPENTO A 74 ANNI UN ALTRO GRANDE DELLA MUSICA ITALIANA
Dopo Enzo Jannacci, se ne va un altro grande interprete della musica italiana: Franco Califano è
morto infatti all’età di 75 anni.
Lo riferisce l’Ansa.
L’artista, malato da tempo, si è spento nella sua villa di Acilia. Solo pochi giorni fa si era esibito al Teatro Sistina di Roma.
Califano, conosciuto dai suoi fan anche come Il Califfo, ha firmato alcuni grandi successi della musica popolare italiana.
A partire da Tutto il resto è noia, che uscì nel 1976.
Da sempre autore di testi e poesie, è famoso per canzoni spesso cantate in proprio, ma molto più frequentemente scritte per altri artisti: Mia Martini (Minuetto, scritta in coppia con Dario Baldan Bembo e La nevicata del ’56 scritta nel testo con Carla Vistarini); Ornella Vanoni (La musica è finita, su musica di Umberto Bindi, scritta con Nisa, Una ragione di più, scritta con Mino Reitano); Peppino di Capri (Un grande amore e niente più, che vince il Festival di Sanremo 1973); Bruno Martino (E la chiamano estate, scritta in coppia con lo stesso Martino); Edoardo Vianello e Wilma Goich (Semo gente de borgata).
Suo è anche il testo di Un’estate fa, versione italiana di Une belle histoire, del cantante francese Michel Fugain. Le notti d’agosto fu portata al successo da Loretta Goggi.
Per Mina ha scritto l’intero album Amanti di valore (1974). Poco gettonato dal pubblico, il disco, con le musiche di Carlo Pes è considerato dalla critica un autentico capolavoro.
Come cantautore sono da annoverare tra i suoi grandi successi Tutto il resto è noia (su musica di Frank Del Giudice), Fijo mio (su musica di Amedeo Minghi) e brani come Tac, La mia libertà e Io nun piango (dedicata all’amico Piero Ciampi) canzoni di cui è autore anche della parte musicale, Ti perdo, Io per le strade di quartiere con la quale partecipa a Sanremo 88, Un tempo piccolo, brano reinciso dai Tiromancino.
Franco Califano è anche autore di molte composizioni poetiche, spesso in forma di sonetto.
Da ricordare Secondo me l’amore, che dà il titolo a uno dei suoi album, Il gigante de casa, Beata te, te dormi, Nun me portà a casa.
Gettonatissime dal pubblico alcune poesie umoristiche e lievemente licenziose come Pasquale l’infermiere (che affronta il tema di una gravidanza inaspettata), Cesira (che ha per tema la chirurgia plastica), Avventura con un travestito (che narra di un incontro amoroso con un travestito), La seconda (sull’ingordigia sessuale di una moglie).
Questi brani, graditissimi dai fan, sono puntualmente declamati dell’artista nei suoi recital e concerti.
Come musicista, Califano firma alcune colonne sonore, da ricordare Due strani papà , film di cui è anche protagonista con Pippo Franco.
Califano si è sempre presentato come un disincantato amante latino, un po’ cinico, un po’ romantico, vantando migliaia di conquiste femminili.
« Dipinsi l’anima su tela anonima
E mescolai la vodka con acqua tonica
E pranzai tardi all’ora della cena
E mi rivolsi al libro come a una persona
Guardai le tele con aria ironica
E mi giocai i ricordi provando il rischio
Poi di rinascere sotto le stelle
Dimenticai di colpo un passato folle
In un tempo piccolo. »
(Franco Califano, Tempo piccolo, 1988)
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Marzo 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL CANTAUTORE SI E’ SPENTO A MILANO ALL’ETA’ DI 77 ANNI… DA TEMPO ERA MALATO
Si è spento Enzo Jannacci cantautore, cabarettista, attore e cardiologo italiano, tra i maggiori
protagonisti della scena musicale italiana del dopoguerra.
LA LUNGA MALATTIA
Jannacci aveva 77 anni ed era da tempo malato di cancro. Il cantautore è morto alla clinica Columbus.
Dopo gli inizi della carriera negli anni Cinquanta, Jannacci da jazzista ha suonato con i più grandi tra cui Chet Baker .
Dopo i primi 45 giri incisi con Gaber, debutta come solista con canzoni quali «L’ombrello di mio fratello» e «Il cane con i capelli».
Ma a farlo conoscere al grande pubblico nel 1968 è «Vengo anch’io. No, tu no».
DALLA MEDICINA AL JAZZ
Jannacci era nato a Milano.
Il padre di origine pugliese da parte di padre. Il nonno, Vincenzo era emigrato a Milano da Bari poco prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, ed il padre di Jannacci nasce già a Milano.
Il padre di Enzo era ufficiale dell’aeronautica e lavora all’aeroporto Forlanini citato in «El portava i scarp del tennis».
La madre era invece lombarda.
Dopo la maturità classica, Jannacci si laurea in medicina all’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in chirurgia generale ed esercitando la professione di medico chirurgo per alcuni anni.
Nel frattempo però inizia la carriera di musicista: dopo il diploma in armonia ed otto anni di pianoforte al Conservatorio di Milano, si accosta al jazz e comincia a suonare in alcuni locali milanesi.
I POVERI E MILANO
Enzo Jannacci è stato una figura dalla forza dirompente nella storia della musica italiana, perchè è riuscito, pur nella sua milanesità , a portare un linguaggio nuovo, surreale, all’interno della canzone nazionalpopolare.
E anche dal punto di vista musicale, ha contribuito a svecchiare la proposta allora dominante.
Il suo repertorio entra di diritto all’interno del canzoniere italiano del secondo dopoguerra.
Ha cantato i poveri, gli ultimi, gli emarginati, ha cantato soprattutto la sua amata Milano.
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 24th, 2013 Riccardo Fucile
IL PESCHERECCIO INDIANO CHE SI ERA AVVICINATO NONOSTANTE NUMEROSI AVVERTIMENTI, FU ACCOLTO DA RAFFICHE DI MITRA: UN MORTO E DUE FERITI
I pescatori indiani sono stati protagonisti perlomeno di un altro incidente verificatosi questa volta nelle acque del Golfo Persico ma molto simile a quello che il 15 febbraio scorso coinvolse la petroliera italiana Enrica Lexie.
Un peschereccio indiano lungo nove metri nel luglio dello scorso anno si era avvicinato al rifornitore di squadra della flotta statunitense Rappahannock ignorando i ripetuti avvertimenti a mantenersi a distanza di sicurezza segnalati a voce e con apparati luminosi.
Di fatto esattamente quanto accaduto con la Lexie e, come in quel caso, i security team della Us Navy hanno aperto il fuoco non con le armi leggere calibro 5,56 millimetri utilizzate dai fucilieri Latorre e Girone ma con una mitragliatrice pesante Browning calibro 12,7.
Un pescatore è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti.
Il peschereccio ha raggiunto il porto di Dubai dove le autorità degli Emirati Arabi uniti hanno aperto un’inchiesta che affianca quella della Marina statunitense.
L’ambasciatrice statunitense a New Delhi, Nancy Powell, ha parlato telefonicamente con il segretario indiano agli Esteri Ranjan Mathan per porgere le sue condoglianze ed esprimere il rammarico per l’accaduto ma fonti militari americane hanno ribadito di aver fatto fuoco sul peschereccio dopo aver lanciato diversi avvertimenti in base alla procedura prevista in questi casi.
Misure di sicurezza che nelle acque del Golfo non sono da mettere in relazione alla minaccia dei pirati ma al rischio di attacchi suicidi condotti dai barchini dei pasdaran iraniani che adottano la strategia dello “sciame navale” mobilitando un gran numero di piccole imbarcazioni all’apparenza civili e inoffensive contro le navi da guerra statunitensi.
Una provocazione simile ma senza scontri a fuoco vide nel 2008 il cacciatorpediniere americano Hopper “circondato” da cinque barchini dei pasdaran.
Resta il fatto che ai pescherecci indiani capitano spesso incidenti simili vicino o lontano dalle acque di casa.
Eventi determinati spesso dal fatto che i comandanti non conoscono o comunque non rispettano le regole adottate a livello internazionale per garantire la sicurezza delle navi civili e militari. L’anno scorso a un convegno sulla sicurezza marittima tenutosi in Oman un ufficiale della guardia costiera indiana riconobbe che la sua organizzazione aveva non pochi problemi a far rispettare le regole di sicurezza della navigazione alle barche da pesca.
Resta da vedere se l’india adotterà con Washington lo stesso metro di misura applicato con Roma chiedendo l’estradizione dei marinai della Rappahannock che hanno aperto il fuoco contro il peschereccio per processarli per omicidio, tentato omicidio e associazione a delinquere.
La vicenda offre anche una lezione alle autorità italiane almeno sul fronte della comunicazione.
Il Pentagono ha subito reso nota la dinamica dei fatti fornendo persino i dettagli sul calibro delle armi impiegate.
Dopo l’incidente della Enrica Lexie il Governo italiano non solo non disse nulla ma invitò persino i media a mantenere un basso profilo sulla vicenda.
Ancor oggi Roma non fornisce dettagli e soprattutto non argomenta la difesa di Latorre e Girone con l’applicazione delle procedure di sicurezza comuni a tutte le navi del mondo ma si limita a contestare presso la Corte Suprema di Nuova Delhi la giurisdizione indiana sull’accaduto.
Gianandrea Gaiani
(da “il Sole24Ore”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
CONTINUA LA LINEA DI TUTELARE SOLO GLI INTERESSI ECONOMICI DELLE IMPRESE ITALIANE IN INDIA, SENZA PENSARE ALLA DIGNITA’ DEL NOSTRO PAESE
Da oggi l’ambasciatore d’Italia a New Delhi, il bravo Daniele Mancini, è di fatto ostaggio,
recluso in India al posto dei due marò.
Ovvero: un funzionario dello Stato del tutto incolpevole del reato di avere ucciso per errore due pescatori viene trattenuto al posto dei due presunti responsabili dell’incidente.
Una fonte del ministero dell’interno di Nuova Delhi ha confermato la notizia apparsa su Press trust of India, secondo cui tutti gli aeroporti indiani sono stati allertati per evitare che l’ambasciatore italiano a Daniele Mancini, lasci il paese.
Secondo la comunicazione diramata dal ministero e riportata dalla fonte, “le autorità per l’immigrazione sono state avvisate che Daniele Mancini non deve partire senza autorizzazione”.
La Corte suprema indiana ha infatti ordinato ieri a Mancini di non lasciare il paese fino alla prossima udienza sul caso dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani nel febbraio del 2012.
La decisione della Corte suprema rischia di violare le norme diplomatiche che garantiscono la libertà di movimento degli ambasciatori stranieri: l’articolo 29 della convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche afferma che i diplomatici non possono “essere soggetti a nessuna forma di arresto o detenzione”.
Ieri anche l’ambasciatore dell’Unione europea a New Delhi, Joao Cravino, era stato convocato dal ministero degli Esteri indiano sulla vicenda dei marò. Ma Bruxelles non intende al momento rivelare alcun dettaglio su quanto gli sia stato comunicato. “No comment”, è stata la risposta dei portavoce dell’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton.
Il commento del ns. direttore
L’immagine dell’Italia, nella gestione del caso dei due marò, è la perfetta sintesi della superficialità e della titubanza con cui il nostro Paese affronta i casi internazionali che la riguardano.
E’ opportuno che qualcuno a destra, invece di apologie patriottarde fini a e stessi o di qualunquistico disinteresse, precisi alcuni concetti:
1) E’ assurdo che dei nostri militari vengano assegnati a compiti di scorta armata di navi commerciali. Se i porti scalati non sono sicuri, l’armatore li cancelli o si doti di vigilanti privati. I militari non sono badanti di interessi economici privati.
2) La nave in oggetto è assodato che si trovasse in acque internazionali, quindi l’India non ha alcuna giurisdizione in materia. Se il diritto internazionale non viene rispettato, allora si esca da ogni convenzione.
3) Invece di sparare cazzate, il governo indiano dovrebbe vergognarsi di non riuscire a garantire la sicurezza delle navi mercantili straniere che attraccano nei suoi porti.
Se ne fosse capace, nessuno avrebbe avuto bisogno di allestire guardie armate a bordo.
4) Se invece che italiani i due marò fossero stati americani, russi o francesi sarebbero stati fatti rientare nei propri Paesi di origine dopo una settimana. Noi non siamo stati capaci neanche di ottenere un condanna internazionale
5) Se i due maro’ sono responsabili, siano severamente giudicati in Italia e non diventino oggetto di faida politica tra fazioni indiane. Vanno processati, ma in un Paese civile.
6) Un governo serio di qualsiasi colore, a fronte del sequestro illecito del nostro ambasciatore Mancini, avrebbe già fatto circondare da reparti speciali l’ambasciata indiana a Roma, bloccando entrate e uscite e dando 12 ore di tempo al governo indiano per permettere agli addetti consolari italiani in India di rientrare in Italia.
7) Con le teste di cazzo c’è solo un sistema: esserlo più di loro.
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA UE SI POTRANNO PRODURRE E VENDERE SOLO PRODOTTI “CRUELTY-FREE”… UNA BATTAGLIA DURATA DECENNI
Niente più test sugli animali per i prodotti cosmetici. 
Da ieri è entrato in vigore il divieto totale, in tutto il territorio comunitario, di testare e commercializzare ingredienti e prodotti cosmetici sperimentati su cavie.
Si tratta della tappa finale di un processo di progressiva limitazione dell’impiego di test su animali per le verifiche di sicurezza da parte dell’industria cosmetica.
Sono quasi 20 anni, infatti, che va avanti l’iter legislativo per l’abolizione dei test su animali per i prodotti cosmetici.
La normativa italiana e quella europea hanno imposto divieti graduali.
Tra i traguardi più recenti, va ricordato che già da marzo 2009 nessun ingrediente dei cosmetici può essere testato su animali in Ue ed è vietato commercializzare nel territorio comunitario prodotti che contengono ingredienti testati su animali al di fuori dell’Europa comunitaria.
Ma dai divieti restavano fuori ancora cinque test, fortemente invasivi e diffusamente praticati: tossicità per uso ripetuto, inclusi sensibilizzazione cutanea e cancerogenicità , tossicità riproduttiva, e tossicocinetica.
E sono proprio questi i test che verranno proibiti dall’11 marzo in poi, in modo da rendere la produzione dei cosmetici in Europa totalmente “cruelty-free”.
Le associazioni ambientaliste plaudono al provvedimento: “Il divieto definitivo imposto nell’Unione Europea – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – segnerà una pagina importante a livello mondiale per il superamento dei tanti, troppi, e spesso inutili esperimenti fatti sulla pelle degli animali: le aziende cosmetiche utilizzeranno altri metodi per testare i vari prodotti, diventando così un esempio per tutti i settori che continuano, invece, ad utilizzare lo strumento della sperimentazione infliggendo agli animali terribili sofferenze. L’Europa lo ha capito, ora spetta agli altri Paesi rompere questo tabù e perseguire la strada dell’innovazione”.
Per festeggiare questo traguardo europeo, la Lav (Lega antivivisezione), da sempre in prima linea nella battaglia contro la sperimentazione animale a fini cosmetici, ha organizzato una manifestazione a Roma a piazza del Pantheon.
La Lav chiede anche al ministero della Salute di ritirare le autorizzazioni in deroga concesse alla ditta Menarini-Rtc di Pomezia per 8 cani beagle in arrivo dal Belgio. L’azienda farmaceutica, intanto, ha deciso di rinunciare alla sperimentazione per la quale aveva richiesto i cani, che saranno affidati a privati.
Monica Rubino
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